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Oggi parte la Commissione Antimafia. La peggiore mai vista in Parlamento

Qualcuno dice che sia semplicemente “vox”, uno spiffero che circola ma che non ha nessun riscontro, qualcun altro, un esperto senatore del Pd, dice che sia soltanto “una fake news”. Ieri nei corridoi del Parlamento ha circolato insistentemente la voce che il Movimento 5 Stelle e la maggioranza fossero in trattativa per la vicepresidenza della Commissione Antimafia.

Meloni blinda la fedelissima Colosimo alla presidenza della Commissione Antimafia. Voci e smentite di trattative con i 5S per la vice presidenza

Chi è riuscito a parlare con Roberto Scarpinato (senatore M5S che qualcuno indica come possibile vice) assicura che non ci sia nessun margine di trattativa. Scarpinato tra l’altro è anche membro del Copasir e difficilmente potrebbe occupare due posizioni così delicate. Che la voce sia stata ripesa da Il Riformista diretto da Matteo Renzi aggiunge il sospetto che si possa trattare di un’illazione. “Ma allora perché non smentire?”, si domanda qualcuno nel Pd. “Che Giuseppe Conte abbia trattato con il governo, com’è accaduto sulla Rai, è un’evidenza. Speriamo che si tratti davvero solo di retroscena”, dicono i dem.

I giochi sulla presidenza intanto sono fatti: Giorgia Meloni non ha arretrato di un millimetro sulla scelta della fedelissima Chiara Colosimo (nella foto) come presidente. A nulla sono valse le lettere dei familiari di vittime di mafia che chiedevano un passo indietro per la deputata di Fratelli d’Italia per la presunta amicizia tra Colosimo e l’ex Nar Luigi Ciavardini. Tenere il punto su Colosimo a Giorgia Meloni serva anche per sopire i veleni interni, con l’ala rampelliana del suo partito che starebbe usando la presidenza della Commissione Antimafia per un regolamento di conti interno. Sempre a proposito di senso di responsabilità verso l’importanza della Commissione.

Le riunioni nella minoranza si moltiplicano. Anche in questo caso non c’è dialogo e coordinamento tra i partiti all’opposizione. Non si sa quindi se la vicepresidenza possa essere ceduta a un partito di opposizione o se si decida alla fine di puntare su Mauro D’Attis, di Forza Italia. La Commissione Antimafia in questa legislatura è un rischio per tutti. Nella maggioranza sono consapevoli che l’argomento che scotta, come accade da trent’anni in Italia, è quel pezzo di Forza Italia (Silvio Berlusconi in primis) che risulta ancora sotto indagine a Firenze per l’epoca stragista.

Non basterà una poderosa campagna stampa intenta tutti i giorni a ripulire Marcello Dell’Utri e a dileggiare le evidenze riscontrare nel processo sulla trattativa che molti fanno finta di non vedere al di là dell’esito giudiziario. Per la minoranza il rischio è quello di legittimare una Commissione illegittimabile per un misero posto al sole che di fatto imbriglierebbe nella polemica politica.

Oggi alle 13, nel giorno simbolico del 31esimo anniversario della morte di Giovanni Falcone, Colosimo dovrebbe essere eletta presidente. Gli alleati non si opporranno Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra ripetono che non voteranno Colosimo e chiederanno fino all’ultimo al Governo di trovare un altro nome (che non c’è). Italia Viva e Azione invece sarebbero intenzionate a votare l’esponente di Fratelli d’Italia.

Nel giorno della morte di Giovanni Falcone ci prepariamo alla Commissione antimafia che ha tutti i difetti, tutti i nodi politici, tutto l’interesse per essere la peggiore Commissione antimafia mai vista. “L’antimafia potrebbe saltare un giro” diceva su queste pagine qualche giorno fa Attilio Bolzoni. Qualcuno la lesse come un provocazione, in realtà è un auspicio.

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Omicidio Attanasio: stavano scherzando

Diceva Giorgia Meloni lo scorso febbraio: «Ricordare Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci non è solo un dovere istituzionale, ma un atto di giustizia e di amore. Verso le loro famiglie (…) che possono contare sul sostegno delle istituzioni per conoscere la verità su quei tragici fatti. Verso la nostra Nazione, che con orgoglio può rendere omaggio al sacrificio di due servitori dello Stato…». Stava scherzando.

Il prossimo 25 maggio si terrà l’udienza preliminare del procedimento italiano. Palazzo Chigi ha qualche giorno per costituirsi parte civile ma ancora il governo non lo ha deciso. A pesare sul procedimento per la morte di Attanasio potrebbe essere una questione “diplomatica” che riguarda l’immunità (o meno) dei due dipendenti del Pam. E il Pam è un’agenzia dell’Onu, il che vuol dire anche gli alleati americani. Così il sospetto è che Palazzo Chigi stia prendendo tempo per non turbare le sensibilità diplomatiche.

Gli indagati infatti sono due dipendenti del Pam in servizio nella Repubblica democratica del Congo, per i quali la Procura di Roma a novembre scorso ha chiesto il rinvio a giudizio. Sono accusati di non aver predisposto “per negligenza, imprudenza e imperizia, ogni cautela idonea a tutelare l’integrità fisica dei partecipanti alla missione” di quel 22 febbraio 2021. Quando la Procura ha iscritto i due funzionari è stato sollevato un problema di immunità, che però il pm Sergio Colaiocco ha escluso. Sarà il giudice a decidere sull’immunità. «Il governo è ancora in tempo per costituirsi parte civile, non tradisca due servitori dello Stato uccisi mentre erano in sevizio e svolgevano con onore il loro lavoro» ha detto ieri Domenica Benedetto, la fidanzata di Vittorio Iacovacci, il carabiniere che faceva da scorta all’ambasciatore italiano.

Anche il padre del diplomatico italiano ha pochi dubbi: «Sono più importanti le relazioni con le Nazioni Unite o l’onore di un Paese che deve pretendere verità e giustizia per i suoi caduti e per la loro memoria Lo Stato deve far vedere da che parte sta», dice in un’intervista al Fatto Quotidiano. A proposito di avvocatura di Stato vale la pena ricordare che negli ultimi mesi è già stata revocata la costituzione di parte civile nei processi a Berlusconi (a Milano e a Bari), nel caso della strage di Piazza della Loggia invece la richiesta è arrivata in ritardo ed è stata respinta dal giudice. Sul procedimento a carico dei torturatori di Giulio Regeni Giorgia Meloni e il ministro Tajani, convocati dal gup, non si sono presentati, causa “segretezza” dei colloqui con il presidente egiziano Al-Sisi.

Buon lunedì.

Nella foto: l’ambasciatore Luca Attanasio, frame di un video di Unica Tv

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La Roccella e il gran romanzo dei frignoni

La vicenda ormai la conosciamo tutti. La ministra alla Famiglia tradizionale Eugenia Roccella, degna rappresentante del partito di Giorgia Meloni trattata in giro per il mondo come un Orbán qualsiasi, si presenta al Salone del libro di Torino e viene giustamente contestata per le sue posizioni antiabortiste che avrebbero fatto schifo già 50 anni fa.

La ministra Roccella lamenta la mancanza di democrazia mettendo alla pari la sua posizione che le permette di fare le leggi con quelli che le sue leggi le hanno subite

Qui inizia il romanzo dei frignoni, maestri nel genere letterario del vittimismo. Un piccola nota prima di iniziare: lamentarsi di essere censurati mentre si è al governo in qualsiasi tempo e in qualsiasi Paese sarebbe una sindrome da affidare alla psichiatria, non potrebbe mai diventare un elemento serio di dibattito politico. Da noi invece va così.

La ministra Roccella lamenta la mancanza di democrazia mettendo alla pari la sua posizione che le permette di fare le leggi con quelli che le sue leggi le hanno subite. In sostanza dice che questo Paese è antidemocratico perché lei ha potuto fare leggi che impattano tutti i giorni sulla vita reale delle persone ma vorrebbe anche essere applaudita ovunque vada, scambiando il Salone del libro per una lunghissima e vastissima puntata di una trasmissione di Bruno Vespa.

“Avrebbero dovuto farla parlare”, dicono i maestri di democrazia con l’anima nera. La democrazia invece è pienamente esercitata: la ministra Roccella ha democraticamente fatto le leggi con il suo governo e quelli legittimamente le urlano in faccia che le sue leggi fanno schifo. L’autoritarismo di questo governo incapace nel proprio ruolo sta nelle faccette di Giorgia Meloni quando le dicono qualcosa di sgradito e nei peana di destrorsi (anche travestiti da liberali) che rivendicano il diritto per Roccella di fare marchette promozionali indisturbata.

“Avrebbero potuto partecipare al dibattito”, dicono. E già. Il dibattito post legem è l’elemosina che dovrebbe accontentare chi si ritrova ad avere la vita stravolta dall’impudico legiferare di questi? Il dibattito in un Paese democratico avviene prima. Dai, su non scherziamo. Contestare il potere è un dovere democratico. Coloro che in questi giorni stanno denunciando la “violenza” dei contestatori sono gli stessi che bastonano la minoranza, corroborando il gran romanzo dei frignoni. Siamo un Paese in cui molti giornali titolano contro i leader dei partiti che on governano, sentendosi alfieri di chissà cosa, quando sono semplici camerieri del potere.

A chiudere il desolante quadretto arriva di corsa la legionaria deputata Fdi Augusta Montaruli che invita il direttore del Salone Nicola Lagioia a “vergognarsi con tutti i soldi che prendi”. Augusta Montaruli è un pregiudicata in via definitiva per avere usato soldi pubblici per fini privati. Passa la buriana e il partito di maggioranza nel Paese sciorina comunicati stampa in cui esulta per essersi tolto di mezzo il direttore Lagioia il prossimo anno. Il prossimo Salone del libro si potrebbe pensare a uno stand dei frignoni, dedicato alla letteratura di genere. In omaggio magari si potrebbe dare un corso accelerato sulla gestione del dissenso.

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WikiLeaks l’aveva scoperto. Per gli Stati Uniti il Pd e la destra sono lo stesso

La Repubblica ne è felice, non è difficile da immaginare. Lorenzo Guerini (ex uomo di punta del Pd caduto in piedi come uomo di punta della corrente dei riformisti del Pd prima di cadere anche da lì, ma sempre in piedi, alla presidenza del Copasir) e il ministro alla Difesa Guido Crosetto “convergono”.

Così il direttore di Repubblica Maurizio Molinari che al Salone del libro di Torino presentava la sua ultima opera attorniato dai due politici può dire con molta soddisfazione che i due esprimono “una convergenza di valori, di contenuti e di approcci strategici sulle questioni di fondo internazionali”.

Repubblica… a stelle e strisce

Il Paese che sognano: un Paese i cui fili siano tenuti insieme da partiti che concordano su tutti i temi fondamentali (per loro): guerre, alleanze internazionali, sistemi economici, equilibri geopolitici e parterre. A nessuno viene il dubbio che se destra e sinistra la pensano allo stesso modo e si assomigliano così tanto sia inevitabile la tentazione di non alzarsi nemmeno dal divano per andare a votare il Guerini e il Crosetto di turno poiché la fine della storia è prevedibile in entrambi i casi.

La questione di fondo, anche in questo caso, solo apparentemente è la guerra in Ucraina: ciò che conta è essere d’accordo sulla posizione atlantica. Ieri sulla questione è intervenuta anche la giornalista Stefania Maurizi (che fin dal 2009 ha lavorato con Julian Assange e il team di Wikileaks): “è esattamente lo scenario politico alla base della genesi del Pd, nella visione dei diplomatici dell’amministrazione Bush”, scrive.

Il riferimento è a un cablo di Wikileaks dell’11 aprile del 2008 in cui l’ambasciatore Usa Ronald Spogli informava delle “prossime elezioni italiane” che avrebbero permesso agli Usa di “spingere sulla nostra agenda con rinovato vigore”.

Scrive l’ambasciatore: “Mentre il nostro rapporto con il governo Prodi era buono, le nostre relazioni con il prossimo governo promettono di essere meglio, forse molto meglio. Prevediamo di fare progressi sulla nostra agenda se Veltroni dovesse vincere a sorpresa e ottimi progressi se Berlusconi dovesse arrivare al potere. Indipendentemente da chi vince, – continua l’ambasciatore Usa – intendiamo iniziare a incontrarci con i probabili membri del nuovo governo il prima possibile dopo le elezioni, durante il periodo di formazione del governo ad aprile e all’inizio di maggio, per rimarcare le nostre principali priorità politiche e la direzione che vorremmo che il prossimo governo prendesse”.

Che il Pd fosse importante per “contenere la sinistra italiana” (almeno nelle opinioni dei diplomatici Usa) è evidente anche nel cablo nel 24 settembre del 2008, quando l’ambasciatore scrive che “a lungo termine, un Pd forte è interessante per gli Usa perché è un partito di centro-sinistra che isola gli elementi di estrema sinistra più populisti e striduli che sono stati e sono costantemente un problema nei governi di centrosinistra”.

“È l’operazione – conclude Stefania Maurizi – su cui hanno puntato gli Stati Uniti fin dall’amministrazione Bush: creare uno scenario politico in Italia per cui se vince Berlusconi con i neofascisti o vince il Pd pochissimo cambia: nella loro visione, l’Italia deve puntare sulla sua missione da paese Top-tier Nato ovvero spesa militare minima al 2% Pil, più soldati italiani e carabinieri che vanno a morire per niente nelle missioni militari” ed “eliminare o comunque marginalizzare i troublemaker di sinistra che si opponevano a F35, missioni militari etc”.

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Il visto negato agli artisti ghanesi è la triste metafora di questa Italia

Essere un artista di fama internazionale con in tasca un invito ufficiale per partecipare alla 18esima edizione della Mostra internazionale di architettura di Venezia nota anche come Biennale Architettura, non «soddisfa i requisiti» per poter entrare in Italia. È una metafora del nostro tempo la storia che la docente di architettura e autrice scozzese-ghanese Lesley Lokko ha raccontato al giornale specializzato Building Design. Lokko è fondatrice dell’African Futures Institute, una scuola di specializzazione con sede nella capitale del Ghana, Accra, e curatrice della mostra centrale della Biennale che si concentrerà sull’architettura africana e sulla sua influenza nel resto del mondo. Lokko racconta che l’ambasciata italiana in Ghana, guidata da Daniela d’Orlandi, le ha negato il visto per tre dei suoi collaboratori che hanno lavorato all’edizione della Biennale. «Ho messo insieme (e raccolto fondi) affinché quattro team lavorassero alla Biennale, ad Accra, Dublino, Johannesburg e Londra. Ogni squadra è stata centrale per la mostra», ha detto Lokko. «Il fotografo del mio staff, un giovane e talentuoso ghanese, ha contribuito con fotografie sia alla mostra che al catalogo, in tutte le sue sezioni. Ma gli è stato negato il visto dal governo italiano, e in particolare dall’ambasciatrice italiana in Ghana, che mi ha accusato di aver tentato di portare in Europa “giovani uomini non essenziali”».

Il visto negato agli artisti ghanesi è la triste metafora di questa Italia
Il presidente della Biennale Archiettura Roberto Cicutto e la curatrice Lesley Lokko (da Instagram).

Dietro a quel “giovani uomini non essenziali” c’è il barbaro manifesto politico di un’epoca terrorizzata dall’invasione

Dietro quel “giovani uomini non essenziali” si può intravedere il barbaro manifesto politico di un’epoca terrorizzata dalla fandonia dell’invasione. Il terrore di essere invasi da artisti sarebbe ridicolo anche in una distopia eppure accade qui, 2023, in riferimento a uno dei più importanti eventi italiani. Con pochi giri di parole Lesley Lokko ha definito l’ambasciatrice italiana in Ghana «un’ambiziosa diplomatica in carriera che vuole fare bella figura con il governo di destra in carica», promettendo che continuerà a sottolineare «l’assurdità e l’ipocrisia di una mostra sull’Africa a cui è negato l’accesso agli africani che hanno contribuito a costruirla» durante la conferenza stampa di apertura della Biennale. Come se non bastasse a stretto giro di posta è arrivata la burocraticosa replica di Daniela d’Orlandi che al Post ha spiegato che «la nostra ambasciata non risparmia sforzi per facilitare la partecipazione di artisti ghanesi a importanti mostre d’arte o eventi in programma in Italia. Solo per fare qualche esempio: all’edizione di quest’anno della Biennale sono presenti altri sette ghanesi, tra cui l’importante artista Ibrahim Mahama; i visti sono stati concessi anche ai partecipanti ghanesi all’edizione 2022 della Biennale e alla Triennale di Milano nel giugno del 2022». Secondo l’ambasciatrice i tre collaboratori di Lokko non erano infatti in possesso dei requisiti necessari per poter entrare legalmente in Italia. Impossibile per i giornalisti de Il Post sapere quali sarebbero questi requisiti.

Il visto negato agli artisti ghanesi è la triste metafora di questa Italia
L’ambasciatrice italiana in Ghana e Togo Daniela d’Orlandi.

I requisiti per ottenere un visto per l’Italia Essere ricchi, non maschi, e soprattutto bianchi

Come spiega Jacopo Storni sul Corriere della Sera «i requisiti per avere un visto sono quasi impossibili da sostenere per la maggior parte degli aspiranti migranti. Al viaggiatore che vuole entrare in Italia è richiesto, ai fini del rilascio del visto, un’assicurazione medica di 30 mila euro valida per i Paesi Schengen per il rimborso delle spese mediche, l’assistenza e il rimpatrio in caso di morte o malattia. E poi c’è la parte ancora più difficile. Serve la prova della disponibilità di mezzi sufficienti per sostenere le spese di soggiorno. Le prove richieste possono essere, ad esempio, gli estratti bancari dei sei mesi precedenti. E soprattutto, si richiede una documentazione giustificativa della propria condizione socio-professionale. Si richiede, di fatto, che l’aspirante migrante sia benestante». Ora non è più nemmeno così: i collaboratori della Biennale evidentemente non hanno problemi di mezzi sufficienti per un soggiorno che sarebbe stato pagato in toto dall’organizzazione, al pari delle spese mediche. Il Post segnala che nel 2019, per esempio, l’ambasciata italiana ad Accra su 1.275 richieste di studenti provenienti da Togo e Ghana che chiedevano di poter venire in Italia a proseguire gli studi universitari, il 95 per cento era stato negato. Allora che serve? Per venire in Italia bisogna essere ricchi, non essere pericolosi artisti gender, non essere maschi e possibilmente non essere prestanti per non rientrare nella morfologia del maschio predatore evocato da Meloni e Salvini, bisogna avere un appuntamento importante solo con la parte giusta del Paese, bisogna portare soldi o offrire l’opportunità di fare soldi ma soprattutto bisogna essere bianchi. E in Ghana di bianchi, ahinoi, ce ne sono pochissimi.

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Débâcle informatica in Abruzzo ma sull’attacco hacker la destra tace. Trafugati 552 gigabyte di dati alla Asl di L’Aquila

Sul piano locale, manco a dirlo, la storia è una clava contro gli avversari politici. Stiamo parlando del più grave furto informatico ai danni di un ente pubblico, 522 gigabyte di dati della Asl di L’Aquila che sono stati comodamente trafugati con le cartelle cliniche di migliaia di pazienti che per giorni non hanno ricevuto nessun avviso, nessuna informazione.

Nulla. A questo si aggiunge la paralisi dei servizi e delle prestazioni. Gli esperti avvisano da tempo: il settore sanitario è tra quelli che fanno più gola ai cybercriminali per l’eterogeneità dei software e degli hardware che lo rende più esposto. Non è un caso che l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn) che in questi giorni sta indagando sull’accaduto sia stata creata nel 2021 dopo un attacco analogo che aveva colpito il sistema sanitario nel Lazio.

Nel mirino della polemica politica ci sono il sindaco di L’Aquila Pierluigi Biondi e il presidente della Regione Marco Marsilio, entrambi fedelissimi di Giorgia Meloni. Loro, com’è costume della politica nostrana, si rimbalzano le responsabilità e accusano i loro accusatori di tradire la Patria nel momento del bisogno (il vittimismo è una costante).

L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale fa presente che la Asl aquilana non si è mai presa la briga di aggiornare i propri sistemi informatici come raccomandavano le direttive. Per questo la crittografia e gli antivirus non hanno potuto respingere ransomware l’attacco dello scorso 3 maggio con i criminali – che si firmano “Collettivo Monti” e che sono già noti alla nostra intelligence – che per diversi giorni hanno avanzato richieste di riscatto, ovviamente sempre declinate.

Poi è accaduto che quel quintale di dati sia finito nel dark web, con file delicati come buste paga, percorsi di cura e prescrizioni mediche a disposizione del migliore offerente. Ieri è intervenuto il Garante della privacy per ricordare che “chiunque entri in possesso o scarichi i dati pubblicati sul dark web da organizzazioni criminali – e li utilizzi per propri scopi o li diffonda on-line, sui social network o in altro modo – incorre in condotte illecite che possono, nei casi previsti dalla legge, costituire reato”. Del fatto che i dati trafugati siano stati scaricati da quasi 10mila persone però non ne risponde nessuno.

Silenzio tombale sulla débâcle informatica in Abruzzo

Questo è il piano locale. Ma dalle parti del governo? Nessuna nota è uscita da Palazzo Chigi, dove evidentemente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ritiene che la pubblicazione delle cartelle sanitarie dei suoi cittadini sia roba di poco conto. Niente arriva nemmeno dal ministero della Sanità, sempre pronto a inviare ispettori per qualsiasi notizia calda di cronaca locale e ora curiosamente silenzioso.

Nemmeno il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi mostra il benché minimo segno di reazione. Avevano promesso di stanare gli scafisti in tutto l’orbe terraqueo ma non sembrano interessati ai criminali entrati nei computer degli ambulatori e degli ospedali di provincia. A pensar male si potrebbe credere che l’imbarazzo sia per i protagonisti politici, tutti afferenti al partito della premier. A pensare ancora peggio si potrebbe pensare che anche per i reati informatici valga la regola aurea di tutti gli altri reati: se il presunto colpevole non è uno straniero la notizia deve essere tenuta “bassa”. S’ode in lontananza solo il presidente della Regione Marsilio che ripete di non avere ceduto alle richieste di riscatto, mostrando il petto. Qualcuno sommessamente gli fa notare che cedere al ricatto sarebbe stato anche un reato. Da Roma nessuno parla. “L’attenzione è alta”, assicurano. E certo, come non fidarsi dell’attenzione che è appena stata bucata

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Povera Giorgia, fuori dall’Italia rimedia solo schiaffi. Trudeau la bastona sui diritti: figuraccia internazionale della premier

La fotografia arriva direttamente dal governo canadese e già questo basta per capire che si tratti di qualcosa di più di un semplice incidente di percorso. Nell’immagine la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha improvvisamente perso la sua feroce sicumera che sfoggia in patria e attonita guarda i fotografi e i suoi collaboratori con un misto di rabbia malcontenuta e sgomento.

Qualche secondo prima il capo del governo canadese Justin Trudeau ha confessato la sua preoccupazione sul rispetto dei diritti Lgbtqia+ in Italia: “Siamo preoccupati per alcune delle posizioni che il tuo governo sta prendendo in materia, ma non vedo l’ora di parlarne con te”, dice Trudeau.

A quel punto il bilaterale tra Italia e Canada a margine del G7 diventa un caso politico. Giorgia Meloni all’estero, non potendo contare sui giornalisti timidi o compiacenti che ammaestra in casa, è molto meno brillante. China la testa, guarda i fotografi. Poveretta, si sono permessi di uscire dall’agenda dei riti stanchi e della retorica.

Peggio di così…

Questa volta non trova la battuta sapida con cui far titolare i telegiornali. “L’Italia sta seguendo le decisioni dei tribunali e non si sta discostando dalle precedenti amministrazioni”, si difende la presidente del Consiglio.

Ma come? Dov’è l’ostentazione per la famiglia tradizionale (e quindi contro i gay) che sventola con tanta fierezza qui da noi? Dov’è finita l’urlatrice al comizio di Vox che prometteva di combattere contro i gay e le fumose “teorie gender”? Niente di tutto questo. “Colpa dei tribunali”, dice sconsolata Meloni. Chissà che delusione tra i suoi elettori.

Disfatta mediatica

Riccardo Magi di +Europa si dice “imbarazzato per le persone Lgbti+ che vivono in Italia e per l’isolamento internazionale a cui il governo Meloni sta relegando il nostro Paese”. “Meloni farebbe bene a ricordare che al G7 non c’è Orban, non c’è Duda, ci sono i leader del mondo occidentale dove i diritti sono patrimonio comune. Quella fuori posto è solo lei”, scrive su Twitter il deputato Pd Alesandro Zan.

La dem Laura Boldrini parla di un governo “che danneggia l’immagine del’Italia in tutto l’orbe terraqueo”. Dalle parti del governo difendono la premier ma quella foto parla da sola. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di scriverci il pezzo.

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Scarponi e giubboti ai soldati russi pure dall’Italia

Alla faccia dell’embargo. L’Europa veste e arma i soldati russi. Le sanzioni contro Mosca non interferiscono con le forniture occidentali: dietro la “Z” dell’esercito russo ci sono anche aziende italiane. La notizia la dà The insider, il giornale online indipendente di giornalismo investigativo che due anni fa è stato inserito da Putin nell’elenco dei mass media nemici della Russia.

Il sito fondato nel 2013 da Roman Dobrokhotov racconta che c’è l’Europa, ad esempio, nella fornitura di attrezzature tecnologiche arrivate alla Moscow Stan LLC, un’azienda parte della della Rostec State Corporation che dovrebbe essere sotto sanzioni. Spulciando il database ImportGenius The Insider ha scoperto che l’ordine sarebbe stato evaso nel luglio del 2022 da una società tedesca, la Vansped Logistics, per conto di Reißaus & Baumberg Maschinenbau GmbH. La Stan è un fornitore fondamentale per il ministero della Difesa russo.

Dopo lo scoppio della guerra contro l’Ucraina, il primo vicedirettore generale di Rostec Vladimir Artyakov ha parlato dell’importanza delle forniture da Stan LLC per la produzione di portaerei Tu-160 (è da loro che i missili da crociera Kh-555 vengono lanciati in tutta l’Ucraina). Lì dentro c’è anche un “aiutino” tedesco. Ai piedi dei soldati russi ci pensa la società di Rostov Donobuv. Sui suoi anfibi campeggia la “Z” simbolo dell’invasione in Ucraina. Come ha scoperto The Insider, Donobuv si avvale dell’aiuto di aziende tedesche e italiane per la colla per scarpe (fornita da Jakob KECK Chemie GmbH) per la pelle (Salamander SPS GmbH Co. KG).

Alla faccia dell’embargo, il made in Italy non manca

Le suole sono importate dall’Italia (Tacchificio Campliglionese). Sia gli italiani che i tedeschi hanno continuato le consegne a Donobuv dopo il febbraio 2022. Salamander vendette anche pelle a un altro appaltatore del ministero della Difesa – Faraday (scritto anche “Faradei”) – durante la guerra. Anche le suole di Faraday provengono dall’Italia, fornite da Suolificio Morrovallese.

Anche i cuscinetti in plastica dell’azienda sono italiani, prodotti da Formificio Milanese Team. I rivetti sono forniti dalle aziende italiane Hawai Italia (che però precisa e smentisce, vedi la nota a fondo articolo) e Sammi Export, le solette provengono da Cunial Components con sede in Italia, mentre i solventi sono forniti dalla tedesca Jakob KECK Chemie GmbH. La scorsa estate, il produttore di calzature militari ha ricevuto 1,3 tonnellate di pelle di cuoio bovino dalla Conceria Cervinia, con sede a Verona. Gli altri fornitori di Faraday sono le società slovacche Export-Import e Moneta SK spol.

L’Italia la troviamo anche nell’equipaggiamento. Il produttore di giubbotti antiproiettile per le forze di sicurezza e militari, Jsc Npp “Class” ha importato cutter dall’Italia. Il fornitore è la Minelli Carmelo Srl. È francese invece la Radiall S.A. che fornisce gli interruttori per i sistemi i controllo missilistico della Jsc “Information Satellite Systems” (“Iss”). L’Iss per ora è solo sotto le sanzioni statunitensi. Pertanto, può importare liberamente interruttori dall’Europa.

Francese anche la Marchante che forniva alla società di armi russa Kurganpribor prodotti tecnici durante la guerra. I francesi non sono sembrati imbarazzati dal fatto che il proprietario della Kurganpribor sia il senatore russo Sergei Muratov, inserito a dicembre nella lista nera Ue. A The Insider risulta che le sanzioni e l’embargo non abbiano interrotto il rapporto d’affari con Marchant. In Italia la violazione delle sanzioni comporta sanzioni penali e amministrative e confisca. The Insider ha lanciato il sasso. Ora resta da vedere la risposta.

*Hawai Italia srl sottolinea l’assenza di qualsiasi documento che attesti che Hawai Italia s.r.l. ha commercializzato i propri prodotti con la ditta Faraday successivamente all’entrata in vigore delle restrizioni imposte dall’Unione Europea, e sottolineando che l’autore non ha reale contezza dell’implicazione di Hawai Italia s.r.l. nella vicenda oggetto dell’articolo apparso sul quotidiano russo The Insider.

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Negazionisti del clima, tanto pochi quanto rumorosi. Lo scrittore Deotto: “Ci si ferma al 5-8%, quasi quanto i terrapiattisti”

Fabio Deotto è scrittore e giornalista. Laureato in biotecnologie, scrive articoli e approfondimenti per riviste nazionali e internazionali, concentrandosi in particolare sull’intersezione tra scienza e cultura. Il suo ultimo libro L’altro mondo è edito da Bompiani.

Nonostante gli effetti evidenti in tutto il mondo e il parere quasi unanime della comunità scientifica anche in questi giorni, di fronte alla tragedia, fioccano i negazionisti del cambiamento climatico nella politica e sui media. Perché?
“Innanzitutto esistono due tipi di negazionisti climatici: quelli che conoscono il problema e i rischi che comporta, e per interesse lo negano e distorcono; e quelli che davvero sono scettici sulla responsabilità antropica del riscaldamento globale e sui rishi che comporta. Spesso sono i primi a falsare consapevolmente il piano di discussione. Ricordiamoci che nel 2022 le grandi compagnie del fossile hanno registrato profitti per centinaia di miliardi di dollari. È almeno dagli anni ’80 che questo settore investe milioni per diffondere falsità sull’impatto dei loro prodotti, e a maggior ragione continua a farlo oggi che si parla sempre più spesso di transizione”.

Quanto è diffusa l’idea che il cambiamento climatico non esista o non sia causato dall’uomo?
“Poco, in realtà, le statistiche parlano di una quota compresa tra il 5% e l’8%, non così lontana dalla percentuale di quanti pensano che la Terra sia piatta. Il problema è che si tratta di una minoranza molto rumorosa. Inoltre, spesso i media danno ai negazionisti uno spazio pari a quello di persone che hanno dedicato una vita a studiare il problema, con il risultato di far passare l’idea che la comunità scientifica sia divisa, quando il livello di consenso è paragonabile a quello sull’evoluzione o la tettonica delle placche”.

Secondo lei perché il negazionismo climatico prende così piede al di fuori della comunità scientifica È solo una questione di interessi?
“Ha anche a che fare con il modo in cui sono fatti i nostri cervelli. Non siamo cognitivamente equipaggiati per inquadrare con un solo sguardo un fenomeno complesso, stratificato e interconnesso come la crisi climatica. Il nostro sistema di allarme non si attiva in automatico come per altre minacce, non proviamo quella paura viscerale che ci indurrebbe a trattare fin da subito questo problema con urgenza. A fronte di ciò, per molti il negazionismo climatico è prima di tutto una risposta confortante.

Come arginare l’onda negazionista
“Con grande pazienza, prima di tutto: liquidare chi non crede al cambiamento climatico come sciocco o ignorante significa dimenticare che in molti casi i negazionisti siano più vittime che colpevoli. Spesso sono persone disorientate, in cerca di una forma falsata di speranza che consente di non accettare un’evidenza scomoda, di non sentirsi disarmati e impotenti. C’è un preoccupante deficit di informazione sulla questione, ed è fondamentale replicare alle semplificazioni con argomentazioni circostanziate che sappiano restituire complessità alla questione, possibilmente senza spingere il nostro interlocutore nell’angolo con un cappello d’asino in testa”.

Leggi anche: Da Istat e Cnr un doppio ceffone ai negazionisti.

 

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Azione non gli serve più. Ora Renzi può spedire Calenda nel Gruppo Misto

La sceneggiata di Renzi e Calenda che litigiosamente ballano sulle macerie del cosiddetto Terzo polo si trascina di giorno in giorno. Ad alimentare le baruffe chiozzotte c’è Matteo Renzi, leader di Italia Viva, che spara contro l’alleato dalle pagine del giornale di cui è direttore, Il Riformista, fedele alla linea di non rispettare mai nemmeno uno straccio di promessa: “Non userò Il Riformista per interessi di partito”, disse il senatore fiorentino che ora agita il quotidiano come un randello per dirimere le sue questioni interne. Dall’altra parte Carlo Calenda, leader di Azione, diventa ogni giorno più scuro e accentua la sua straboccante opinione di sé.

La telenovela

A pesare è la diaspora di calendiani che negli ultimi giorni si sono dimessi da incarichi direttivi o sono passati direttamente tra le braccia di Renzi, accomunati dall’insofferenza per la chiusura del dialogo con Italia Viva. I renziani sorridono accennando all’Operazione Carletto, come da quelle parti chiamano il premeditato affossamento di Calenda e della sua creatura politica.

Per portare a compimento il “capolavoro” (come lo definisce un parlamentare renziano, fiero del machiavellismo del capo) servivano due senatori in più per avere i numeri per un gruppo autonomo. Missione compiuta. Il primo è stato Enrico Borghi che ha abbandonato il Pd accusando Elly Schlein delle peggiori malefatte, quasi tutte presunte. Poi Renzi ha cercato di isolare Calenda insinuando che Gelmini e Carfagna sarebbero tornate all’ovile, per riprendersi in mano Forza Italia ormai allo sbando. E infine è toccato a Naike Gruppioni, deputata eletta nelle file di Azione.

A questo punto Calenda, come al solito, ci ha messo del suo per peggiorare le cose: prima ha confessato davanti ai suoi elettori di non aver mai parlato e sentito parlare Gruppioni, smentendo in pochi secondi tutta la sua narrazione sulla “competenza” e sulla politica basata sul merito. “Colpa della legge elettorale”, ha detto Calenda, provando a negare perfino la responsabilità di candidare qualcuno.

Ma la fotografia di una temperatura altissima è quel Calenda ospite in una trasmissione televisiva che racconta l’origine del fu Terzo polo, dicendo di un Renzi che l’avrebbe rassicurato di prendere “un pacco di soldi dagli arabi” che se ne sarebbe stato buono in disparte lasciandogli in mano le redini del gioco.

Da Italia Viva fanno sapere che il chiarimento (e la presumibile rottura dei gruppi) avrebbe dovuto essere calendarizzato per sabato ma Raffaella Paita, presidente del gruppo Azione-Italia viva in Senato, spiega che “seguire i cambi di opinione di Calenda richiede la pazienza di Giobbe”: “Ieri alle 17.25 – dice Paita – ho convocato la riunione per sabato (domani, ndr), online. Alle 17.28 Calenda ha ringraziato confermando la presenza. Adesso ha cambiato idea e vuole cambiare giorno. La verità è che questo modo di fare è inspiegabile: va nei talk a insultare Renzi ma non accetta che se ne parli in riunione di gruppo”.

Calenda alza i toni: “Faranno la riunione tra di loro e noi leggeremo il loro comunicato stampa”, sibila inferocito ai giornalisti”. Tutto rinviato a martedì. Dove i due litiganti arriveranno con ancora più pesti di botte. Il cosiddetto Terzo polo non era neppure un polo. Chi l’avrebbe detto? Tutti. Tranne Calenda.

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