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Di lotta nel governo

Tira una brutta aria tra Fratelli d’Italia e Lega. Tra le compagini di governo si discute dell’autonomia differenziata che anche in questo giro rimarrà una bandierina promessa e mai risolta. I leghisti non nascondono il sospetto che la pubblicazione su LinkedIn del dossier che stroncava il decreto Calderoli sia stata un’idea del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un segnale politico chiaro: l’autonomia differenziata si discute, forse, dopo le elezioni europee. Rimandarne la discussione però è solo un modo per allungarne l’agonia. Il partito di Giorgia Meloni sa bene come la questione sia un campo minato dal punto di vista elettorale e a differenza dei leghisti il tema non è una sua priorità. Il governatore del Veneto Luca Zaia alla Stampa è arrivato addirittura a spiegare che senza autonomia “viene meno la maggioranza”.

Ieri è accaduto altro. In audizione alla Camera sulla delega fiscale il capo del Servizio assistenza e consulenza fiscale della Banca d’Italia Giacomo Ricotti ha detto che la flat tax “è poco realistica in un Paese con ampio welfare” aggiungendo che gli studi “concordano nel dire che ha effetti negativi su redistribuzione e diseguaglianza”. Poi ha concluso dicendo che le coperture della delega fiscale latitano e la norma “fa perdere gettito”.

Nella Lega fremono. La strategia concordata tra i vertici del partito con l’accordo di Matteo Salvini è quella di raccontare Giorgia Meloni e il suo partito come “ostaggi” dei poteri romani, incapaci di affrontare le riforme che servono. Nel centrodestra si proverà a usurarsi tra alleati. “Qui rischia davvero di venire giù tutto se non veniamo riconosciuti nelle nostre battaglie politiche”, sibila un senatore leghista. Giorgia Meloni ripete ai suoi di non preoccuparsi, convinta che alla fine la gioia del potere non scalfirà la tenuta del governo. Ma la Lega senza flat tax e senza autonomia differenziata come potrà ripresentarsi ai suoi elettori? Male, molto male, e Salvini non ha intenzione di ripetere la figura dell’alleato debole.

Buon venerdì.

Nella foto: Il presidente del Senato Ignazio La Russa alla Conferenza dei Presidenti dei Parlamenti Ue, 23 aprile 2023 (Archivio fotografico Senato)

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Beni confiscati alle mafie, il Governo scarica tutto sui Comuni

I Comuni non hanno i soldi per riutilizzare i beni confiscati? Si ingegnino, li chiedano all’Europa, alle loro Regioni e non disturbino il governo. In estrema sintesi è questa la risposta che il ministro per Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani (che ha sostituito il ministro dell’Interno Piantedosi impegnato in Emilia Romagna) ha dato alla deputata Daniela Ruffino (Azione-Italia Viva-Renew Europe).

L’assurda risposta del ministro Ciriani a un’interrogazione sui beni confiscati alle mafie. I sindaci invitati a elemosinare fondi col portale di supporto

Ruffino aveva chiesto al Viminale cosa intendesse fare per i molti immobili che rimangono parcheggiati a causa della mancanza di fondi da parte dei Comuni che dovrebbero restituirli alla collettività. Nei giorni scorsi anche la Corte dei conti aveva sottolineato come gli ostacoli maggiori nel destinare a nuovo uso i beni sequestrati alle mafie sono legati, oltreché alla lunghezza dei procedimenti, alla ridotta disponibilità finanziaria dei Comuni e degli enti del terzo settore, che rende difficoltoso l’avvio dei progetti di reimpiego sociale delle strutture sottratte alle organizzazioni criminali, soprattutto nel caso di immobili in cattivo stato manutentivo o soggetti a spese di gestione.

Nella sua risposta il ministro Ciriani ha seguito il copione del governo adattabile a tutte le carenze. “Uno degli obiettivi fondamentali del governo è il contrasto alla criminalità organizzata”, dice Ciriani (ci mancherebbe altro), che poi spiega “il valore simbolico di un bene confiscato sul territorio” che possa diventare “presidio di legalità”. Dopo la retorica antimafiosa – inutile e stanca – il ministro ha evidenziato l’aumento del 147% dell’attività dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata promettendo almeno cento nuove assunzioni, oltre ai 200 dipendenti attuali, per potenziare l’agenzia.

Ciriani si è anche soffermato sul prossimo bando che assegnerà 260 immobili. Ma i soldi per i Comuni? Qui la risposta del governo diventa un capolavoro di malcelato disinteresse. Per Ciriani i comuni possono “avvalersi di un portale di supporto” creato ad hoc “per la progettazione e la valorizzazione” dei beni confiscati. La domanda rimane. Ma i soldi? “I Comuni si possono rivolgere ai nuclei di supporto nelle Prefetture”, dice Ciriani.

Per i soldi? E no, i “nuclei di supporto” possono indirizzare il malcapitato sindaco con le tasche vuote all’Unione europea o alle Regioni per recuperare qualche spicciolo. Non solo. Per Ciriani “un altro importante canale di finanziamento sono le fondazioni bancarie” dice all’incredula Ruffino, e “risorse addizionali per i comuni sotto i 15mila abitanti possono essere recuperate con progetti di rigenerazione urbana”. Per farla breve: il governo Meloni non ha intenzione di aggiungere un solo centesimo alla bacinella già vuota dei Comuni che si ritrovano edifici confiscati che non riescono nemmeno a mantenere.

Lo schema è semplice: le forze dell’ordine e la magistratura arrestano i mafiosi e confiscano i loro beni, i sindaci si ritrovano ad affrontare la vendetta dei clan e il peso economico di immobili. Il governo, in disparte, si fregia di lottare contro la mafia e rilascia interviste. Ha ragione Ciriani quando dice che il “valore simbolico” dei beni confiscati è la testimonianza della forza dello Stato contro le mafie. Il problema è che in quella fotografia il governo tiene un corso di elemosina agli amministratori locali con un messaggio chiarissimo: il mafioso è un problema di polizia e carabinieri, le sue case sono un problema del sindaco. Da Roma arrivano al massimo per l’inaugurazione.

Leggi anche: Beni confiscati ai clan. La gestione resta scandalosa. Disarmante fotografia scattata dalla Corte dei Conti. Zero trasparenza in oltre sei città su dieci

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Sicuri che sia maltempo?

«Una nuova ondata di forte maltempo», l’ha chiamata Giorgia Meloni.

La climatologa del Cnr Marina Baldi intervenuta nella trasmissione L’Italia s’è desta su Radio Cusano Campus spiega: «Dobbiamo ancora valutare questo tipo di configurazione atmosferica, è difficile attribuirlo direttamente ad un cambiamento climatico al momento. Quello che possiamo attribuire al cambiamento climatico è l’intensità di questi fenomeni». «È un fenomeno – spiega Baldi- che si verifica molto raramente nel mese di maggio. Fenomeni così intensi si vedono di solito nel periodo autunnale. Abbiamo l’aria fredda che arriva dal Nordest, dall’altra parte dell’Europa abbiamo invece un’aria molto più calda. Questa differenza di temperatura attira l’aria umida da Sud che va a concentrarsi sull’Adriatico. Per questo vediamo fenomeni così intensi. Queste grandi piogge seguono un periodo molto siccitoso durato quasi anni».

Silvio Gualdi, senior scientist al Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc) dove dirige la divisione Climate simulations and predictions, al Corriere della sera dice che «le condizioni di alta pressione che fiancheggiano questa depressione le impediscono di fluire da ovest verso est, seguendo il normale flusso della circolazione atmosferica. Ciò ha generato sulla Romagna questa enorme quantità di pioggia» ma l’altro fattore che contribuisce a rendere questo evento eccezionale è il riscaldamento globale: un’atmosfera più calda contiene una maggiore quantità di vapore acqueo che, quando si verificano queste condizioni meteorologiche, è quindi in grado di produrre molta più pioggia». La siccità prolungata dei mesi scorsi ha poi aggravato l’impatto, «perché un terreno particolarmente secco non riesce ad assorbire le precipitazioni in modo efficace, pertanto la pioggia tende a scorrere sul terreno». Meglio abituarsi, e adattarsi, a quella che rischia di diventare la «nuova normalità». «È probabile che questi eventi estremi diventino più frequenti in futuro. Piove meno frequentemente, e quindi aumenta la probabilità di periodi siccitosi, ma quando piove le precipitazioni sono più intense. È una tendenza che stiamo già osservando e secondo le proiezioni dei modelli climatici si accentuerà ulteriormente in futuro», prosegue Gualdi. Ora prepariamoci ad un’estate più calda ed umida del solito.

Paola Mercogliano, responsabile della divisione Remhi (modelli regionali ed impatti geo-idrologici) del Cmcc, conferma l’attesa variabilità. «Le attuali condizioni estreme sono simili a quelle che portarono all’alluvione del Po nel 1994 e nel 2000. Quindi non possiamo affermare che si tratti di eventi mai visti prima ma sicuramente il cambiamento climatico amplifica la loro frequenza e intensità». Mauro Rossi, ricercatore dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche di Perugia (Cnr-Irpi) a Fanpage spiega a proposito dell’Emilia Romagna e degli eventi estremi: «Quest’anno ne abbiamo avuti vari: a settembre c’è stato l’evento di Senigallia, anche se è stato più corto, con pioggia elevatissima, poi c’è stato qualche settimane fa un evento simile sempre in Emilia Romagna, e la stessa cosa è successa anche in Sicilia e Calabria. Il problema è che la frequenza quest’anno è estremamente elevata. Frequenza che può essere sì contingente ma anche un qualcosa che purtroppo sta diventando normalità. Questo è chiaramente attribuibile ad un contesto di cambiamento climatico, che sta rivoluzionando il modo in cui il clima fa pressione sul nostro territorio. Ci sono indicazioni inequivocabili che stiamo osservando il cambiamento climatico e questi sono i suoi effetti».

Qualche giorno fa l’’Istat ha reso disponibile l’aggiornamento al 2021 della serie storica delle statistiche meteoclimatiche di precipitazione e temperatura per i 109 Capoluoghi di Provincia e la Normale Climatologica 1981-2010. Si legge: “Nel periodo 1971-2021, i valori più alti della temperatura media annua dei capoluoghi di Regione si registrano negli anni 2011-2021 (media del periodo 15,8°C). Nel 2014, per la prima volta sono stati raggiunti i 16°C (+1,5°C sul CLINO 1971-2000). La precipitazione totale presenta nel lungo periodo una variabilità inter-annuale: nel 2011-2021 è in media pari a 769 mm. Nel 2021, gli Indici di estremi di temperatura mostrano aumenti per gran parte dei capoluoghi di Provincia. I giorni estivi sono in media 120 e le notti tropicali 44 (in crescita di +4 giorni e +6 notti rispetto al valore medio del periodo 2006-2015). Sale anche il numero di giorni senza pioggia (in media pari a 286 nell’anno) di +5 rispetto al periodo 2006-2015”.

Buon giovedì.

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Tante piazze contro l’omotransfobia. Che in Italia continua a dilagare

“Nella Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia il Governo ribadisce il suo impegno contro ogni forma di discriminazione, violenza e intolleranza”, dice così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella nota obbligata che detta da Palazzo Chigi. Celebrare le varie giornate mondiali di un diritto qualsiasi del resto è una liturgia a cui Meloni si sottopone con osservanza da burocrate. Nessuna riflessione al di là della retorica, nessuno slancio, nessun occhio ai numeri.

Cresce la paura di aggressioni e il senso di discriminazione. Il nostro Paese perde un’altra posizione in classifica

I numeri, ad esempio, dicono che l’Italia secondo il rapporto Ilga (associazione internazionale per i diritti Lgbt presente all’Onu) sull’uguaglianza sia scivolata dal 33esimo al 34esimo posto. Nel 2018 eravamo in 32esima posizione. Non benissimo. Come osserva Corinna De Cesare “le notizie nei telegiornali sui temi arcobaleno sono diminuite del 50% rispetto al 2021” e la mancata rappresentazione produce discriminazione, a dirlo è l’Agenzia europea dei diritti fondamentali.

Sempre a proposito di numeri dice molto quel 62% di persone Lgbtqia+ che evitano di tenere per mano la persona amata in pubblico. Il 30% delle persone Lgbtqia+ in Italia evita alcuni luoghi per la paura di subire aggressioni. Il 39% delle lesbiche e il 29% dei gay si è sentito discriminato nei luoghi pubblici, a scuola, sul luogo di lavoro. Una persona su quattro non denuncia le aggressioni. Gay Help Line racconta di avere ricevuto 21mila contatti solo nel 2022. Su circa 400 casi di giovani Lgbtqia+ cacciati di casa solo il 10% riesce e trovare ospitalità nelle case famiglia protette.

Nel 12,6% dei casi, violenza e discriminazione omotransfobiche sono state causa di marginalità sociale e disagio abitativo anche nelle fasce di età adulte (fino a 70 anni): le risposte del sistema dell’accoglienza risultano a oggi insufficienti, in particolare per le persone trans. Dell’11,4% di segnalazioni di discriminazione lavorativa, 3 casi su 4 riguardano persone trans per cui la barriera nell’accesso al mondo del lavoro è elevatissima.

Il 12% delle segnalazioni riguarda aggressioni, molestie e atti di odio omotransfobico in luoghi pubblici o sul posto di lavoro, scatenati dalla visibilità delle vittime. Solo il 38% delle vittime di aggressione si è recato in pronto soccorso dopo aver riportato lesioni e nella maggior parte dei casi non ha dichiarato di aver subito violenza perché Lgbtqia+.

Per il 17% i giovani che hanno contattato Gay Help Line raccontano di aver subito la perdita del sostegno economico da parte dei familiari: la maggior parte di questi sono stati abbandonati e questo ha compromesso i loro percorsi di studio e formazione. “Ogni aggressione alle persone Lgbtqia+ – dice il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres – è un attacco ai diritti umani e ai valori che ci stanno a cuore. Non possiamo e non vogliamo tornare indietro”.

Di “insopportabile piaga sociale” ha parlato anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha chiesto “una risposta di condanna unanime”. Mentre Alessandro Zan, deputato e responsabile Diritti della segreteria Pd, ricorda che “gli attacchi continui e i discorsi d’odio di molti esponenti di governo sono responsabili di un arretramento del nostro Paese sul piano dell’inclusione e della piena uguaglianza di tutti i cittadini, in particolare colpendo i diritti dei figli delle famiglie arcobaleno e acuendo una discriminazione odiosa e inaccettabile”.

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Ritorsione di Stato sugli studenti. Sparito il fondo contro il caro-affitti

La protesta dilaga e il governo agisce per ritorsione. Mentre ieri in tutta Italia gli studenti universitari hanno protestato contro il caro affitti che di fatto toglie la possibilità di accedere al diritto allo studio, il governo Meloni pasticcia sui 660 milioni del Pnrr per gli alloggi agli studenti.

La protesta degli studenti universitari contro il caro affitti dilaga in tutto il Paese e il governo agisce per ritorsione

L’emendamento che prevedeva lo stanziamento (utile anche ad ammorbidire la protesta studentesca) rischiava di essere inammissibile inserito nel dl sul rafforzamento della pubblica amministrazione. Il presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera Nazario Pagano ha spiegato che l’esecutivo ha annunciato l’intenzione di “spostare” l’emendamento in un altro decreto, l’omnibus con norme su Inps, Inail ed enti lirici, che sarà esaminato da questa settimana dalle Commissioni Affari costituzionali e Bilancio di Montecitorio. Solo “questioni di attinenza materiale” della misura, si giustifica il ministero dell’Università specificando che non c’è stata “nessuna retromarcia”.

L’errore cade proprio nel giorno in cui il collettivo studentesco Cambiare rotta ha allargato la protesta delle tende anche a “lavoratori, disoccupati e classi popolari“. Quei fondi dovrebbero finanziare i 52.500 nuovi posti previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza di qui al 2026. Ad aggiungere una tragica nota comica risuonano le parole di Tommaso Foti, capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia che alcuni giorni fa aveva dichiarato: “Con buona pace dei sinistrorsi che fomentano le polemiche, il governo Meloni non si limita a chiacchiere e vacue soluzioni per il caro affitti: sblocca 660 milioni per gli alloggi universitari”. “Un gioco delle tre carte davvero mal riuscito scaricato sulla pelle di chi cerca soluzioni e trova invece approssimazione”, dice Matteo Richetti, capogruppo di Azione-Italia Viva alla Camera.

Duro anche il capogruppo al Senato del Pd Francesco Boccia: “Avevamo già denunciato che i 660 milioni annunciati dal governo non risolvevano il problema – spiega – perché si trattava di risorse già previste che garantivano solo un po’ di alloggi universitari in più gestiti però da privati. Ma oggi la retromarcia del governo su quell’emendamento, tanto sbandierato, al decreto sulla pubblica amministrazione dimostra che abbiamo di fronte un governo capace solo di fare propaganda ma incapace di affrontare in modo strutturale un problema che colpisce soprattutto i nostri giovani”. Secondo Boccia “quello di oggi è l’ennesimo bluff di un governo che fa il gioco delle tre carte sulla pelle di studenti e famiglie”.

“Il governo Meloni è riuscito a fare l’impensabile e a collezionare un’altra clamorosa figuraccia“, rincara Francesco Silvestri, capogruppo M5S alla Camera: “Tra l’altro, a rendere il tutto ancor più ridicolo, c’è che quello del governo Meloni era un vero e proprio bluff visto che quelle annunciate e poi ritirate, non erano nuove risorse, ma quelle già previste nel Pnrr. Purtroppo il governo sceglie di vivere di sola retorica, ma al Paese serve la sostanza”. Per l’Unione degli Universitari, il ritiro dell’emendamento “è solo l’ultimo errore di una lunga sfilza che il governo ha compiuto sulla residenze universitarie”.

“Questo emendamento – dice Simone Agutoli dell’Udu – è stato inserito all’ultimo momento, all’interno di un decreto che riguarda tutt’altro. Non ci stupisce che sia stato ritirato, ci è sembrata subito un intervento propagandistico. Il Governo continua a fare passi falsi sul tema delle residenze universitarie. Il Pnrr sugli studentati sta facendo un disastro: non solo denunciamo come stia dando soldi soltanto ai privati, senza regole, ma contestiamo anche che il ministero dell’Università abbia effettivamente raggiunto il target fissato del Pnrr. Nei prossimi giorni presenteremo un apposito report di inchiesta che contraddice i numeri del Mur”.

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Calenda continua a perdere pezzi

Acque sempre più agitate nel Terzo Polo, tra Carlo Calenda e Matteo Renzi. Il leader Italia Viva ha presentato ieri ufficialmente, con tanto di conferenza stampa, l’approdo al suo partito di due esponenti di Azione: la deputata Naike Gruppioni e la consigliera regionale emiliana Giulia Pigoni. Quando la notizia ha iniziato a circolare ed è tata confermata dalle dirette interessate, Calenda non ha esitato a parlare di “scippo”.

CORNUTO E MAZZIATO

“Ogni scelta – ha scritto sui social – è legittima e rispettabile. Mi permetto solo di notare che, per rispetto alla comunità che l’ha eletta sei mesi fa quasi senza conoscerla, una comunicazione preventiva sarebbe stata più elegante. Ma immagino che l’uscita a sorpresa fosse parte dell’accordo di ingaggio”. Neanche la replica dell’ex premier si è fatta attendere: “Azione è in un momento in cui una parte delle persone se ne sta andando. C’è una discussione interna che noi aspettiamo, ma forse questo deve far fare qualche domanda su quello che sta succedendo. Qualcuno si faccia delle domande se qualcuno da un partito viene via, perché c’è rimasto male”.

ABBANDONATO DA TUTTI

Questa Gianluca Susta si è dimesso da segretario regionale di Azione in Piemonte per mancata condivisione con la linea indicata da Carlo Calenda. “Resto nel partito perché ne condivido i valori. – spiega Susta – Non sono però d’accordo con la linea di rottura con Italia Viva perché sostengo la necessità di una ricomposizione dell’area liberal democratica e quindi ritengo di non essere la persona più adagiata a rappresentare la linea del partito sul territorio”.

A Modena l’addio riguarda 38 componenti del direttivo provinciale tra cui Pietro Borsari, segretario cittadino di Modena: “Non ci sentiamo più rappresentativi di un partito che, pur essendo nato con l’obiettivo di essere forza aggregatrice libdem e riformista, ha deciso di adottare una linea isolazionista — spiegano in una nota —. Sentiamo di aver profuso energie, entusiasmo e impegno in un progetto che ha smarrito la sua vocazione originaria. È impossibile per noi continuare a rappresentare questo partito sul territorio”.

CALENDA: “CON RENZI HO GIÀ DATO”

Parlando a ‘di martedì’ su La7, il ieri il leader  di Azione aveva spiegato: “Renzi oggi – mentre io stavo in giro per le amministrative per cercare di prendere voti per liste dove c’erano pure i suoi! – è andato da una parlamentare di Azione, che manco era iscritta ad Azione, e l’ha convinta a passare con lui. Uno che fa una cosa del genere poi ti chiede di andare alle europee insieme?”. Ha aggiunto Calenda: “Io mi attribuisco l’errore, non ha sbagliato Renzi, Renzi ha fatto Renzi. Io mi sono fidato quando mi ha detto guarda guadagno 2,5 milioni con gli arabi, faccio un passo indietro, ti aiuto a costruire questo. Ci ho creduto, speravo di riuscirlo a fare. Ho sbagliato. Ma certamente uno che si comporta come si sta comportando in questi giorni. Ho già dato”.

L’INCOGNITA DEI GRUPPI

Torna alla ribalta, sia pure sullo sfondo, pure la non irrilevante questione dei gruppi parlamentari. Renzi ha ribadito anche ieri di non voler crearne di autonomi: dopo il Senato, da oggi anche alla Camera, grazie alla riforma del Regolamento e alle deroghe, Iv potrebbe però formarli.

 

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Perfino il Servizio del bilancio del Senato boccia il dl Autonomia

Il Servizio del bilancio del Senato «ha passato al setaccio il disegno di legge» sull’Autonomia differenziata, in questi giorni all’esame della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, “rilevando alcune criticità”. Si può leggere su LinkedIn, dove sul profilo ufficiale del Senato da giorni campeggia un post in cui si sottolineano criticità sul “trasferimento alle Regioni di un consistente numero di funzioni oggi svolte dallo Stato (e delle relative risorse umane, strumentali e finanziarie)” che provocherebbe “una forte crescita del bilancio regionale ed un ridimensionamento di quello statale, col rischio di non riuscire a conservare i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) presso le Regioni non differenziate”.

In questo modo “le regioni più povere, oppure quelle con bassi livelli di tributi erariali maturati nel proprio territorio, potrebbero avere maggiori difficoltà a finanziare, e dunque ad acquisire, le funzioni aggiuntive”. Un problema che si autoalimenta, quindi: le Regioni ricche che si prendono molte autonomie si terranno più soldi, e ne daranno meno allo Stato, che così avrà meno risorse per aiutare le Regioni più povere – o comunque quelle che riscuotono meno tasse. La mancanza di soldi renderà sempre più difficile, per le Regioni povere, finanziarsi da sole e arrivare a poter acquisire più autonomie. Sono le stesse critiche che da più parti sono state avanzate. Sono le osservazioni che il governo continua a negare.

Lo studio spiega che ogni Regione dovrebbe finanziare le sue nuove funzioni prendendosi una parte delle tasse che normalmente vanno allo Stato: è la “compartecipazione sui gettiti dei tributi”. In una “fase avversa dell’economia”, però, gli introiti dalle tasse diminuirebbero e le Regioni non potrebbero fare nulla: non avrebbero lo stesso margine di manovra che ha lo Stato, per cambiare in autonomia l’entità delle tasse in base alla situazione. Servirebbero quindi ogni volta nuove trattative Stato-Regione, un processo macchinoso e poco funzionale. Per quanto riguarda la possibilità delle Regioni di trasferire funzioni ai Comuni si sottolinea come “potrebbe far venir meno il conseguimento di economie di scala”, perché in ogni caso ci sono “dei costi fissi indivisibili legati all’erogazione dei servizi” che pesano di più, se a sostenerli devono essere tante amministrazioni locali invece di una sola più grande.

Infine, il dossier ha messo in evidenza che, anche se nel testo della legge c’è scritto che dall’attuazione dell’autonomia non devono derivare “direttamente oneri a carico della finanza pubblica” non sarà così. Ieri qualcuno si deve essere accorto del Senato che boccia il governo e Palazzo Madama frettolosamente ha chiarito che si è trattato di “una bozza provvisoria, non ancora verificata, sul disegno di legge sull’autonomia è stata erroneamente pubblicata online. Il Servizio del bilancio si scusa con la stampa e con gli utenti per il disservizio arrecato. Non la pensa così il senatore Pd Alessandro Alfieri, responsabile Pnrr e Riforme per il Pd, che racconta come “il dossier era stato già mandato per mail a tutti i senatori venerdì scorso, quindi ben 5 giorni fa. Ridicolo parlare di bozza”. Per Marco Sarracino, responsabile Sud e coesione della segreteria Pd, “sarebbe grave se una manina avesse sollecitato il ritiro di un documento di un organo dello Stato. E sarebbe ancora peggio se fosse partito un processo di normalizzazione delle strutture tecniche, che come è noto svolgono con grande professionalità e imparzialità il loro lavoro”.

Buon mercoledì

Nella foto: il ministro Calderoli alla conferenza stampa di presentazione del Dl Autonomia differenziata, 2 febbraio 2023

 

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Leggi anti-mafia sotto attacco. Gratteri in trincea sul 41 bis

Ci sarebbe un obiettivo chiaro dietro la normalizzazione della mafia e dietro l’antimafia stanca di questi ultimi anni: “Da un po’ di anni è in corso una sorta di smobilitazione della legislazione antimafia e del sistema carcerario partendo dal mantra che le mafie non ci sono più, Cosa Nostra non c’è più, e che quindi non c’è più pericolo e bisogna abolire il 41 bis”. A dirlo è il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri parlando dal carcere di Opera.

La normalizzazione della mafia, denuncia Gratteri, si potrebbe scorgere nella lentezza con cui il governo sta predisponendo l’insediamento della Commissione antimafia e nel cambio di registro narrativo

Il magistrato ha difeso il 41 bis spiegando che “non è un sistema penitenziario tipo Guantanamo” e che “chi è detenuto al 41bis, dal punto di vista astratto, sta più comodo di chi è all’alta sicurezza o tra i comuni. Chi è al 41bis – ha detto Gratteri – sceglie di continuare a stare lì perché ha la possibilità, collaborando, di uscirne subito”. È vero, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro alla Giustizia Carlo Nordio fin dal loro insediamento ripetono a gran voce che il “41 bis” non si tocca ma in tema di mafia bisogna tenere allenato lo sguardo lungo e la lettura complessiva.

La normalizzazione della mafia, come denunciata da Gratteri, si potrebbe scorgere nella lentezza con cui il governo sta predisponendo l’insediamento della Commissione antimafia e nel cambio di registro narrativo. Sulla Commissione antimafia pesano i dubbi sulla deputata di Fratelli d’Italia Chiara Colosimo, indicata come nuova presidente. Ieri alcuni familiari delle vittime di mafia (Salvatore Borsellino, Paolo Bolognesi, Manlio Milani, Federico Sinicato, Stefano Mormile, Nunzia Agostino, Paola Caccia, Pasquale Campagna, Giovanni Impastato, Angela Gentile Manca) hanno scritto una lettera aperta in cui denunciano i rapporti tra la deputata meloniana e il terrorista dell’eversione di destra Luigi Ciavardini.

Ciavardini, esponente – assieme ad altri criminali come Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro – del gruppo eversivo neofascista dei Nar, è stato condannato definitivamente per l’omicidio del poliziotto Francesco Evangelista e del magistrato Mario Amato e ovviamente per la strage della stazione di Bologna, dove morirono 85 persone. Ma soprattutto Ciavardini è legato ad alcune associazioni che da anni chiedono l’abolizione del 41 bis. E qui si torna al punto di partenza.

“È accettabile che si scelga, per un ruolo così importante, una persona che non si vergogna di avere rapporti con uno stragista che mai si è pentito? E, ancora, solo a noi appare evidente il gigantesco conflitto di interessi della probabile futura presidente? È così che lo Stato onora le vittime delle stragi terroristico-mafiose e chiede fiducia ai loro familiari?”, chiedono i familiari. Di attacco al 41 bis e di sconti di pena ha parlato anche Salvatore Baiardo, già condannato per avere favorito la latitanza dei fratelli Graviano.

Secondo l’ex gelataio (ritenuto inattendibile da più parti) l’arresto di Matteo Messina Denaro rientrerebbe in uno “scambio” che prevederebbe anche l’abolizione del carcere duro. Infine c’è un’ulteriore stranizza, per dirla alla siciliana. Meloni e Salvini, sempre pronti a prendersi il merito di qualsiasi operazione contro la criminalità organizzata, negli ultimi mesi sono insolitamente cauti nel festeggiare le maxi operazioni (come quelle di ieri, con 3 tonnellate di cocaina sequestrate o gli arresti di ‘Ndrangheta e Sacra corona unita). Esultare per gli arresti potrebbe essere controproducente per la mafia che non ci deve essere più?

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Fuga dal mattatoio Sudan. Ecco i nuovi disperati su cui la destra può sparare

In Sudan si combatte da quattro settimane. Tra qualche mese i sudanesi saranno i nuovi nemici di certa narrazione, accusati di compiere il gravissimo reato di scappare dalla fame e dal piombo cercando riparo in Europa. Occuparsi degli effetti e non delle cause è una specialità tutta italiana. Differire la narrazione del disastro per guadagnare tempo è la strategia di chi racconta l’immigrazione come un “fenomeno”, “un’emergenza”, una sfortunata coincidenza capitata sulle spalle del governo di turno.

La guerra civile è senza più freni. Già 300mila gli sfollati pronti a scappare dal Sudan

Cosa accade in Sudan? Dal 15 aprile il Sudan sanguina sotto i colpi di due generali e due eserciti che si affrontano a colpi di artiglieria e con combattimenti corpo a corpo. Gli scontri sono cominciati nella capitale Khartoum. Le Forze paramilitari del Supporto Rapido (Rsf) guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo – detto Hemedti – hanno attaccato il quartier generale dell’esercito regolare comandato dal generale Abdel Fattah al Burhan, numero uno del paese dopo il colpo di Stato del 2021.

Sia Burhan sia Hemedti sono stati uomini di fiducia dell’ex-presidente Omar al-Bashir destituito durante la rivoluzione sudanese nel 2019 dopo trent’anni di governo. Il presidente fu accusato di genocidio in merito all’annosa guerra civile nella regione del Darfur (2003-2008), in cui l’esercito sudanese si rese protagonista di un massacro etnico contro le popolazioni non musulmane. I morti furono 300mila. Il parere condiviso da molti analisti è che lo scontro sia il risultato dell’incapacità del Sudan di intraprendere un percorso di transizione dopo il golpe militare che avrebbe dovuto portarlo verso un governo civile.

La guerra, come tutte le guerre, sta portando il Paese sull’orlo del precipizio. Il generale Hemedti è il fondatore nel 2013 della milizia islamica Janjaweed (“demoni a cavallo”), tristemente nota per gli stupri, gli incendi ai villaggi e le fosse comuni nella guerra contro i ribello del Darfur. È senza dubbio l’uomo più ricco del Paese, avendo messo le mani sulla maggior parte delle miniere d’oro del Sudan, che rappresentano metà del Pil dello Stato. I suoi uomini sono segnalati, come mercenari, in conflitti recenti come quelli in Yemen e in Libia.

Il generale Abdelfatahl Burhan (che con Hemedti è stato protagonista del colpo di Stato nel 2021) ha 62 anni ed è presidente del Consiglio sovrano di Transizione. Durante il primo di governo di Abdalla Hamdok poi dimissionario, nel periodo in cui al Burhan era a capo del Consiglio Sovrano, sono state apportate importanti riforme nel paese, come la messa al bando delle mutilazioni genitali femminili nel maggio del 2020, l’abolizione della pena di morte per omosessualità, apostasia, dell’obbligo del velo e della fustigazione pubblica nel luglio 2020. La guerra è locale ma la catastrofe umanitaria è globale. L’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite conta almeno 700 morti e 300mila sfollati, anche se i dati reali potrebbero essere sensibilmente superiori.

Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite sostiene che 19 milioni di persone – ovvero il 41% della popolazione totale, che conta 46 milioni di persone – potrebbero presto piombare nella malnutrizione se non si riuscirà a fermare il conflitto. Manca lo stretto necessario, spiega Mathilde Vu, dell’organizzazione no-profit Norwegian Refugee Aid. “È un inferno: la gente fatica ogni giorno a trovare l’acqua perché non c’è più acqua corrente, e muoversi è sempre un rischio perché si può cadere nel fuoco incrociato anche solo andando a comprare del cibo”, racconta Vu.

I prezzi nel Paese sono alle stelle, le banche sono chiuse e non erogano contanti. “Ogni singolo pezzo di vita che può esistere è ora distrutto o in pericolo, ecco perché ci sono molte persone che sono fuggite e stanno correndo verso il confine a Nord, in Egitto, o a Sud, nel Sud Sudan, o a volte nelle città vicine a Est”, dice Vu. Sadeia Alrasheed Ali Hamid, un’attivista sudanese che attualmente vive in Arabia Saudita, ha raccontato a Euronews di “corpi lasciati per strada per essere mangiati dai cani”.

“Ci sono bambini che non possono andare in ospedale, tutti hanno paura di uscire anche solo per andare a comprare cibo”, ha spiegato. I bombardamenti condotti dall’aeronautica sudanese su Khartum hanno in gran parte distrutto l’East Nile Hospital, ieri le parti in conflitto si sono reciprocamente attribuite la responsabilità di un attacco condotto alla periferia di Khartum in una chiesa copta, del quale non è chiaro il bilancio.

Tutto questo a distanza da pochi giorni dall’accordo tra l’esercito e le forze paramilitari con cui si impegnano a proteggere i civili sudanesi, a far entrare l’assistenza umanitaria, a consentire il ripristino dell’elettricità, dell’acqua e di altri servizi di base, a ritirare le forze di sicurezza dagli ospedali e a organizzare una “sepoltura rispettosa” dei morti. Ieri il generale sudanese Abdel Fattah al Burhan ha rimosso il ministro degli Interni Anan Hamed Mohammed Omar, che è anche direttore generale della polizia. In Italia il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha accennato alla guerra in Sudan in riferimento al rischio “di attivare una pericolosissima spirale sul fronte migratorio”.

Segnatevi queste sue parole perché tra poco andrà in scena lo spettacolo a cui assistiamo regolarmente: fingeranno di non saperne, metteranno in dubbio la violenza e la guerra, contesteranno la disperazione e alla fine troveranno il modo per dire che non è “un nostro problema”. Anche perché tra le molte sfortune i sudanesi hanno anche la peggiore: essere neri.

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Rai: quelli che vengono (oltre quelli che vanno)

Breve lista di appunti su Giampaolo Rossi, nuovo direttore generale della Rai scelto da Giorgia Meloni che recupera il pessimo precedente di Fanfani mettendo un suo fedelissimo all’interno dell’azienda pubblica, senza nemmeno fare finta.

Il compito di Rossi è chiaro: «riequilibrio di tutte le narrazioni», recuperare spazi «usurpati dalla sinistra» e lasciare spazio «agli intellettuali di destra». Fin qui sembrerebbe l’ennesima lottizzazione dell’azienda pubblica, semplicemente dall’altro lato.

Giampaolo Rossi da quel che leggiamo è un fan sfegatato Netanyahu, Putin e Orban (e fin qui ci potrebbe stare, è esattamente ciò che fu Giorgia Meloni fino a un secondo prima del suo arrivo a Palazzo Chigi). Nel suo blog de Il Giornale come ricorda Paolo Mossetti “definisce gli statunitensi scesi in piazza per contestare l’elezione di Trump «i nipotini di Soros», «femministe vomitate da una caricatura… cianfrusaglie travestite da donne». Ed è solo un assaggio: lo specchio dell’acredine «buonista» che ha da sempre come bersaglio”. Definisce Roberto Saviano un «vermilinguo» e ha nemici ben definiti. Scrive sempre Mossetti: “«l’intellettuale impegnato», «il volontario delle Ong con i soldi di Soros», «il fighetto radical-chic con il culo degli altri». O paragona Mbappé, il calciatore di successo, a un rapper che gira con la maglietta con la scritta Jihad: «il primo è un’eccezione, il secondo sarà la regola». O come quando identifica due categorie: «il nigeriano e il buonista» come «la feccia di questo Paese», che vanno messi, entrambi, «nella condizione di non nuocere». Per non dire che tra i suoi miti ha Francesca Totolo, la blogger vicina a CasaPound accusata di aver inventato la storia delle unghie smaltate di Josefa: «La dama sovranista è una delle più scrupolose cacciatrici delle fake news del mainstream». E se lo dice lui”.

Putin? Come racconta Davide Maria De Luca su Domani Rossi scriveva: «La colpa di Putin è di non volere sottomettere la Russia ai dettami del Nuovo ordine mondiale preconizzato da Soros». «La democrazia in Occidente è in pericolo non per Putin, ma per un’élite tecnocratica che sta distruggendo le sovranità popolari». E ancora: «Obama vuole spingerci alla guerra contro Putin». «Pensare che la Russia stia per invadere l’Europa – scriveva nel 2018, quattro anni dopo l’inizio delle operazioni militari russe in Ucraina – è solo il frutto di una schizofrenia indotta». In quegli anni definiva i timori per l’aggressività di Putin come una narrazione che «affonda le sue radici nei secolari interessi imperiali di Londra» e che oggi si sposano «con gli interessi dell’élite globalista».

Si legge nell’articolo di Domani: “«Guai a chi si oppone ai disegni del Nuovo ordine mondiale», scriveva in uno dei suoi articoli. Secondo Rossi, il principale esponente di questo complotto è (indovinate un po’) il miliardario ungherese George Soros, «speculatore globalista con il vizietto di destabilizzare governi democraticamente eletti» e vero architetto dei «processi migratori per alterare gli equilibri demografici secondo quella “etica del caos” tipica dell’umanitarismo ideologico della élite». Rossi ci tiene a ricordare che Soros è «ebreo», ma «di origine ungherese», e lo paragona al mostruoso Shelob di Tolkien, «il malefico essere a forma di ragno»”.

Buona visione e buon martedì.

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