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Ogni anno scompare una pianta da frutto su cinque

Addio a quasi una pianta da frutto su cinque in Italia negli ultimi quindici anni con la scomparsa che riguarda tutte le principali produzioni, dalle pere ai limoni, dalle pesche alle albicocche, dall’uva da tavola alle ciliegie, dalle arance alle clementine.

Tra le specie in via d’estinzione: uva da tavola e pesche nettarine. Difficile produrre anche le pere

Il dato emerge dall’analisi della Coldiretti che denuncia “una strage di piante da frutto” che sta provocando la desertificazione dei territori nelle regioni italiane con drammatici effetti sui consumi nazionali, economia, lavoro, clima, ambiente e salute degli italiani. La situazione peggiore – sottolinea la Coldiretti – si registra per le nettarine con la scomparsa di quasi la metà delle piante (-45%) come per l’uva da tavola (-43%), per le pere (-34%) ma è anche stata estirpata 1 pianta di pesco su tre (-33%), 1 pianta di mandarino su 5 (-20%) e ben il 16% degli alberi di arance mentre crescono in controtendenza solo i kiwi (+11%).

I rincari energetici spingono i costi correnti per la produzione della frutta

Sul settore pesano i rincari energetici che spingono i costi correnti per la produzione della frutta che arrivano ad aumentare del 42% con un impatto traumatico sulle aziende agricole egli effetti dei cambiamenti climatici e il moltiplicarsi degli eventi estremi con danni sui raccolti anche a causa degli insetti e dei patogeni alieni e le difficoltà di reperimento della manodopera. A causa del surriscaldamento sono arrivati parassiti “alieni”, mai visti prima, che si sono accaniti sulle produzioni nazionali.

Quasi un prodotto alimentare su 5 importato in Italia non rispetta le normative

A questo si aggiungono i danni causati dalla concorrenza sleale – denuncia Coldiretti – con quasi 1 prodotto alimentare su 5 importato in Italia che non rispetta le normative in materia di tutela della salute e dell’ambiente o i diritti dei lavoratori vigenti nel nostro Paese, spesso spinto addirittura da agevolazioni e accordi preferenziali stipulati dall’Unione Europea.

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La politica dorme, la ‘ndrangheta No

L’antimafia dorme in Parlamento, le mafie no. Il bilancio dell’operazione “Eureka” coordinata dalla Dda di Reggio Calabria ieri ha restituito le dimensioni della potenza della ‘ndrangheta: quattro ordinanze di custodia cautelare, 108 arrestati di cui 85 in carcere, milioni di euro di beni sequestrati in mezza Europa.

Mentre in Parlamento la Commissione Antimafia è al palo l’ennesima inchiesta contro la ‘ndrangheta prova che i clan sono più attivi che mai

L’attacco sferrato dagli investigatori coordinati dal procuratore Giovanni Bombardieri, (oggi confermato dal Csm capo dell’ufficio), dall’aggiunto Giuseppe Lombardo e dai pm Diego Capece Minutolo e Giovanni Calamita, punta alle cosche Nirta-Strangio di San Luca e ai Morabito di Africo, uscendo dai confini calabresi, fino alle provincie di Pescara, Milano, Salerno, Catania, Savona, Bologna, Vicenza, L’Aquila, Ancona, Roma e Cagliari. Le perquisizioni hanno interessato pure otto Paesi europei.

“Si tratta senza dubbio della più grande operazione mai realizzata contro la mafia calabrese in Europa”, dicono i portavoce della procura federale belga. Dalle indagini si apprende che sei tonnellate di cocaina sono state movimentate tra il maggio 2020 e il gennaio 2022 dalle cosche di ‘ndrangheta, tre delle quali sono state sequestrate dagli investigatori. Nel corso delle indagini sono stati registrati i contatti tra le cosche più rilevanti del mandamento ionico reggino con esponenti del clan del Golfo, l’organizzazione paramilitare colombiana impegnata nel narcotraffico internazionale.

I carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio Calabria, infatti, hanno ricostruito numerosi episodi di importazione della droga che arrivava, via mare, nei porti Gioia Tauro, Anversa e Colon. Accertati anche i flussi dei soldi riconducibili alle compravendite dello stupefacente che venivano gestiti da organizzazioni composte da soggetti di nazionalità straniere, specializzati nel pick-up money, o da spalloni che spostavano denaro contante sul territorio europeo. Le movimentazioni hanno interessato Panama, Colombia, Brasile, Ecuador, Belgio e Olanda.

Complessivamente sono circa 22 milioni e 300mila euro le somme spostate con queste modalità. Soldi che in parte sarebbero stati reimpiegati nell’acquisto di auto e beni di lusso, nonché utilizzati per avviare e finanziare attività commerciali in Francia, Portogallo e Germania, ove venivano anche riciclati sfruttando attività di autolavaggio. Sequestri di società e beni e arresti sono stati eseguiti anche in Germania. L’inchiesta ha anche fatto luce sulla latitanza del boss Rocco Morabito, detto “Tamunga”, già latitante di massima pericolosità inserito nel programma speciale di ricerca del Viminale, arrestato dai carabinieri in Brasile nel 2021 dopo un’evasione nel 2019 dal carcere di Montevideo mentre attendeva di essere estradato in Italia.

Morabito, secondo l’accusa, avrebbe anche offerto un container di armi da guerra a un’organizzazione paramilitare brasiliana in cambio di ingenti quantità di droga verso il porto di Gioia Tauro. “Nel corso dell’indagine – scrive il gip nell’ordinanza – è stata documentata l’organizzazione da parte di Morabito di una spedizione in Brasile di un container carico di armi da guerra, provenienti dai paesi dell’ex Unione Sovietica, fornite che da un’organizzazione criminale operante in Italia e Pakistan”.

“Un’operazione senza precedenti – ha detto il Procuratore capo della Procura di Reggio Calabria, Bombardieri, nel corso della conferenza stampa – che ha registrato la più ampia cooperazione tra autorità investigative, un risultato che rende il sistema giudiziario italiano partner affidabile a livello mondiale”. Chissà quando arriverà anche la politica.

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La Fondazione Gimbe lancia l’allarme: mancano pediatri, le famiglie sono in difficoltà

Secondo quanto riportato sul sito del ministero della Salute, il pediatra di libera scelta (Pls) – cd. pediatra di famiglia – è il medico preposto alla tutela della salute di bambini e ragazzi tra 0 e 14 anni. Ad ogni bambino, sin dalla nascita, deve essere assegnato un Pls per accedere a servizi e prestazioni inclusi nei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e garantiti dal Servizio Sanitario Nazionale (Ssn). «L’allarme sulla carenza dei Pls – afferma Nino Cartabellotta Presidente della Fondazione Gimbe – oggi è lanciato da genitori di tutte le Regioni, da Nord a Sud con narrative dove s’intrecciano questioni burocratiche, mancanza di risposte da parte delle Asl, pediatri con numeri esorbitanti di assistiti, sino all’impossibilità di esercitare il diritto d’iscrivere i propri figli al pediatra di famiglia con potenziali rischi per la salute, in particolare dei più piccoli e dei più fragili».

Al fine di comprendere meglio le cause e le dimensioni del fenomeno, la Fondazione Gimbe ha analizzato le criticità insite nelle norme che regolano l’inserimento dei Pls nel Ssn e stimato l’entità della carenza di Pls nelle diverse Regioni italiane. «È bene precisare – spiega Cartabellotta – tre aspetti fondamentali. Innanzitutto le regole sulle fasce di età di assistenza esclusiva dei minori, quelle per definire il “massimale” degli assistiti e quelle per identificare le aree carenti di pediatri sono frutto di compromessi con i medici di medicina generale (Mmg), oltre che delle politiche sindacali degli stessi Pls. In secondo luogo, su carenze e fabbisogno è possibile solo fare stime a livello regionale, perché la reale necessità di Pls viene stimata dalle singole Aziende sanitarie locali (Asl). Infine, sui numeri relativi ai nuovi specialisti in pediatria che intraprendono la carriera di Pls e su quelli che vanno in pensione possono solo essere fatte delle stime». 

CRITICITÀ ATTUALI 

Fasce di età. Sino al compimento del 6° anno di età i bambini devono essere assistiti per legge da un Pls, mentre tra i 6 e 14 anni i genitori possono scegliere tra Pls e Mmg. Al compimento dei 14 anni la revoca del Pls è automatica, tranne per pazienti con documentate patologie croniche o disabilità per i quali può essere richiesta una proroga fino al compimento del 16° anno. «Queste regole – spiega Cartabellotta – se da un lato contrastano con la definizione di Pls come medico preposto alla tutela della salute di bambini e ragazzi tra 0 e 14 anni, dall’altro rappresentano un enorme ostacolo per un’accurata programmazione del fabbisogno di Pls». Infatti, secondo i dati Istat al 1° gennaio 2022 la fascia 0-5 anni (iscrizione obbligatoria al Pls) include più di 2,6 milioni di bambini e quella 6-13 (iscrizione facoltativa al Pls) quasi 4,3 milioni: ovvero oltre il 62% della fascia 0-13 anni potrebbe iscriversi ad un Mmg in base alle preferenze dei genitori. 

Massimale di assisiti. Secondo quanto previsto dal ministero della Salute, il numero massimo di assistiti di un Pls è fissato a 800, ma esistono varie deroghe nazionali, regionali e locali che portano spesso a superare i 1.000 iscritti: indisponibilità di altri pediatri del territorio, fratelli di bambini già in carico ad un Pls, scelte temporanee (es. extracomunitari senza permesso di soggiorno, non residenti). «In tal senso – commenta il presidente – le politiche sindacali locali hanno sempre mirato ad innalzare il massimale (e i compensi) dei Pls già in attività, piuttosto che favorire l’inserimento di nuovi colleghi».

Zone carenti. I nuovi Pls vengono inseriti nel Ssn previa identificazione da parte della Regione – o soggetto da questa individuato – delle cosiddette “zone carenti”, ovvero gli ambiti territoriali in cui occorre colmare un fabbisogno assistenziale e garantire una diffusione capillare degli studi dei Pls. Attualmente, tuttavia, la necessità della zona carente viene calcolata solo sulla fascia di età 0-6 anni tenendo conto di un rapporto ottimale di 1 Pls ogni 600 bambini. «È del tutto evidente – chiosa il Presidente – che questo metodo di calcolo sottostima il fabbisogno di Pls: paradossalmente, facendo riferimento alle regole vigenti, i Pls sarebbero addirittura in esubero perché il loro fabbisogno viene stimato solo per i piccoli sino al compimento dei 6 anni. Mentre di fatto assistono oltre l’80% di quelli della fascia 6-13 anni». Va segnalato che la bozza del nuovo Accordo collettivo nazionale propone di rivedere il calcolo del rapporto ottimale tenendo conto degli assistibili di età 0-14 anni, decurtati dagli assistiti di età maggiore ai 6 anni in carico ai Mmg e di innalzare il massimale da 800 a 1.000 assistiti.

Pensionamenti. Secondo le stime dell’Enpam al 31 dicembre 2021 più del 50% dei Pls aveva oltre 60 anni di età ed è, quindi, atteso un pensionamento massivo nei prossimi anni: ovvero, considerando una età di pensionamento di 70 anni, entro il 2031 dovrebbero andare in pensione circa 3.500 Pls.

Nuovi pediatri. Il numero di borse di studio ministeriali per la scuola di specializzazione in pediatria, dopo un decennio di sostanziale stabilità, è nettamente aumentato negli ultimi 5 anni: dai 440 nell’anno accademico 2016-2017 a 841 nel 2021-2022, con un picco di 973 nell’anno accademico 2020-2021 (figura 1). «Tuttavia – spiega Cartabellotta – se da un lato è impossibile sapere quanti specializzandi in pediatria sceglieranno la carriera di PLS e quanti quella ospedaliera, dall’altro è certo che i nuovi pediatri non saranno comunque sufficienti per colmare il ricambio generazionale». In particolare, l’Enpam stima che il numero dei giovani formati o avviati alla formazione specialistica coprirebbe solo il 50% dei posti di Pls necessari. 

CARENZE E FABBISOGNO DI PEDIATRI

Trend 2019-2021. Secondo l’ultimo aggiornamento del report Agenas Il personale del Servizio Sanitario Nazionale nel 2021 in Italia i Pls in attività erano 7.022, ovvero 386 in meno rispetto al 2019 (-5,5%). Inoltre, secondo quanto riportato dall’Annuario Statistico del SSN 2021, i PLS con oltre 23 anni di specializzazione sono passati dal 39% nel 2009 all’80% nel 2021 (figura 2). «Un dato – commenta Cartabellotta – che aggiunge alla carenza di PLS il mancato ricambio generazionale che con i pensionamenti dei prossimi anni rischia di creare un vero e proprio “baratro” dell’assistenza pediatrica».

Numero di assistiti per Pls. Secondo le rilevazioni della Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati (SISAC), al 1° gennaio 2022, 6.921 PLS avevano in carico quasi 6,2 milioni di iscritti, di cui il 42,3% (2,62 milioni) della fascia 0-5 anni e il 57,7% (3,58 milioni) della fascia 6-13 anni, pari all’83,3% della popolazione Istat al 1° gennaio 2022 di età 6-13 anni. In termini assoluti, la media nazionale è di 896 assistiti per PLS e a livello regionale solo Umbria (784), Sardegna (788), Sicilia (792) e Molise (798) rimangono al di sotto del massimale senza deroghe; 17 Regioni superano invece la media di 800 assistiti per PLS di cui Piemonte (1.092), Provincia Autonoma di Bolzano (1.060) e Toscana (1.057) vanno oltre la media di 1.000 assistiti per Pls (figura 3). «Lo scenario – spiega Cartabellotta – è molto più critico di quanto lasciano trasparire i numeri: infatti, con un tale livello di saturazione non solo viene meno il principio della libera scelta, ma in alcune Regioni diventa impossibile trovare disponibilità di Pls, in particolare nelle aree interne o disagiate dove i bandi per le zone carenti vanno spesso deserti».

Fabbisogno di Pls. «Tutte le criticità sopra rilevate – spiega Cartabellotta – permettono solo di stimare il fabbisogno di Pls in base al numero di assistiti attuali a livello regionale, in quanto la necessità di ciascuna zona carente viene identificata dalle Asl in relazione a numerose variabili locali, previa consultazione con i sindacati». Utilizzando i dati della Sisac al 1° gennaio 2022 e ipotizzando una media di 800 assistiti a Pls (pari all’attuale tetto massimo) si stima a livello nazionale una carenza di 840 Pls, con notevoli differenze regionali (figura 4). Ma con una media di 700 assistiti per Pls, che garantirebbe l’esercizio della libera scelta, ne mancherebbero addirittura 1.935.

«La carenza di Pls – conclude Cartabellotta – deriva da errori di programmazione del fabbisogno, in particolare la mancata sincronia per bilanciare pensionamenti attesi e borse di studio per la scuola di specializzazione. Ma rimane fortemente condizionata sia da miopi politiche sindacali, sia da variabili locali non sempre prevedibili che rendono difficile calcolarne il fabbisogno. Innalzare l’età pensionabile a 72 anni e aumentare il massimale a 1.000 servono solo a mettere “la polvere sotto il tappeto” e non a risolvere il grave problema della carenza dei Pls. In tal senso servono un’adeguata programmazione, modelli organizzativi che puntino sul lavoro di team, grazie anche alle Case di comunità e alla telemedicina, oltre che accordi sindacali in linea con i reali bisogni della popolazione. Perché guardando ai numeri di pensionamenti attesi e dei nuovi pediatri è ragionevolmente certo che nei prossimi anni la carenza non potrà che acuirsi ulteriormente».

Buon giovedì. 

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Panorama lancia il nuovo manifesto della razza

Ieri in edicola è uscito il nuovo numero del manifesto della razza. L’ha scritto, stampato e distribuito per noi il settimanale Panorama, diretto da Maurizio Belpietro. Sulla copertina rosso sangue campeggia il titolo Un’Italia senza italiani accompagnata da foto degli “stranieri” come li intende la peggiore destra bifolca: tutti neri, ovviamente, afrodiscendenti con l’aggiunta di una donna con il velo. A vederla di primo acchito si potrebbe pensare a una sfortunata titolazione. Niente affatto.

Ieri in edicola è uscito il nuovo numero del manifesto della razza. L’ha scritto, stampato e distribuito per noi il settimanale Panorama

“Dai ghetti di Campania e Puglia alle “balnlieue alla francese” di Milano e Roma, dove l’integrazione è ormai impossibile tra degrado e criminalità – si legge sulla copertina -. Al di là delle polemiche sulla “sostituzione etnica” vince la realtà”. All’interno l’articolo è la summa della peggiore televisione che in questi anni ha coltivato il razzismo per spingere la destra radicale. L’immagine è quella di un’Italia tormentata dai reati e dalla sporcizia dello straniero invasore, disturbata dai colori di pelle troppo scura nelle nostre città.

“Ecco la mappa di un Paese in cui l’immigrazione disordinata e clandestina ha strappato il tessuto sociale”, scrive fiero il settimanale. Il tessuto sociale, secondo Belpietro, è “strappato” non dalle mafie che importano quintali di cocaina e reinvestono i soldi sporchi in fiorenti (finte) attività economiche, non è nemmeno la corruzione e l’evasione fiscale che atterrisce le casse dello Stato e nemmeno il tracollo economico che impoverisce anche chi ha un lavoro: è colpa del nero ai bordi delle strade.

Ci siamo abituati al razzismo strisciante e dilagante ma la copertina di Panorama è un punto di svolta sull’argine della vergogna che si sposa qualche metro più in là. Come fa notare la scrittrice Michela Murgia quella copertina andrebbe messa sotto al naso di chi da mesi accusa di “esagerare” quando si parla di un dirompente ritorno del fascismo culturale che ormai sembra essersi sdoganato come pratica quotidiana.

“Ammetto che a volte – scrive Murgia – vorrei chiedere a chi minimizza: ma esattamente come ti aspetti che arrivi il fascismo? Che si annunci in camicia nera alla porta come i testimoni di Geova Che ti gridi “credere, obbedire, combattere in metropolitana”. Nel giro di pochi giorni un ministro e un importante settimanale della sua area politica hanno rilanciato la “sostituzione etnica” (teoria ispiratrice delle stragi di estrema destra) e hanno messo in copertina persone “non italiane”.

La parola “razza” è pronunciata liberamente da ministri e sottosegretari, senza nemmeno un plissé da parte dei giornalisti che raccolgono i loro deliri. Qualche settimana fa l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dell’Onu (Oim) ha scritto che nel primo trimestre di quest’anno i ritardi nelle operazioni di ricerca e salvataggio (Sar) nel Mediterraneo sono stati un fattore determinante in almeno sei episodi dall’inizio dell’anno, causando la morte di 127 persone. Qual è il limite? Quanto razzismo e quanta xenofobia siamo disposti a sopportare dalla stampa di destra che batte sui tamburi dell’intolleranza per ingrassare il vitello già grasso della compagine governativa Qual è il limite in cui una parte del Parlamento e della società civile avranno il coraggio di chiamare questo nero agire con il suo vero nome?

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Trattativa Stato-mafia, è partito l’ordine di far dimenticare tutto

“Il processo Trattativa è finito come era inevitabile che finisse, io confesso che quando è cominciato pensavo che non sarebbe andato da nessuna parte invece è stato glorioso”. Si potrebbe partire dalle parole del sostituto procuratore generale di Messina Felice Lima pronunciate qualche giorno fa per leggere questi giorni dannati in cui l’anti-antimafia italiana esulta scomposta per una sentenza di Cassazione che non ha capito nemmeno. Le reti televisive e gli editoriali esplodono di sedicenti esperti di mafia che abbaiano contro i magistrati.

Sulla sentenza del processo Trattativa Stato-mafia si può solo sparare. Così non si parla di Cosentino e D’Alì

“Non c’è stata nessuna trattativa!”, ripetono in coro. L’assoluzione in Cassazione dei carabinieri Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, non colpevoli “per non aver commesso il fatto”, di Marcello Dell’Utri “per non aver commesso il fatto” e la prescrizione che ha salvato i boss mafiosi Leoluca Bagarella e Antonino Cinà dal reato riformulato in “tentata minaccia a corpo politico dello Stato” consente a qualche avventuriero di ripetere che “non c’è stata nessuna trattativa”.

Gli anti-antimafiosi fingono di non sapere che gli imputati non sono stati assolti perché il fatto non sussiste ma per non averlo commesso. Che questo processo dovesse dimostrare l’esistenza di una “trattativa” è un cruccio di qualche disinformato o colluso. Ci sono sul punto almeno 5 sentenze definitive in cui si scrive nero su bianche che le stragi mafiose fossero state compiute per costringere lo Stato a scendere a patti con la mafia. Si ritennero sufficientemente provati i contatti avvenuti dopo la strage di Capaci tra l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, e il Ros.

Quindi con chi trattarono i mafiosi? “La trattativa è un’invenzione”, ripetono in coro i pappagalli e i loro fiancheggiatori. Se fu un’invenzione sappiano (e si dica in giro) che proprio Mario Mori ne è il padre. Fu lui a raccontare, in una sua deposizione, il suo dialogo con l’allora sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino: “Ma signor Ciancimino, ma cos’è questa storia qua Ormai c’è muro, contromuro. Da una parte c’è Cosa Nostra, dall’altra parte c’è lo Stato? Ma non si può parlare con questa gente?” – disse Mori, lo racconta lui stesso -. E restammo d’accordo che volevamo sviluppare questa trattativa”.

Cosa serve per zittire questo fragore indecente che da giorni vorrebbe affogare Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia? La Cassazione ha assolto il generale Mori e gli altri componenti del Ros dal reato di “attentato agli organi politici dello Stato”. La Cassazione riconosce che la tentata minaccia l’hanno compiuta solo i mafiosi Bagarella e Antonino Cinà (il medico vicino a Riina). Cosa abbia portato. Cosa nostra la trattativa la Cassazione non lo spiega.

La Cassazione non esclude che ci fu un canale aperto tra lo Stato e le cosche. Fingere di non capirlo rasenta la malafede

Rimaniamo con i dubbi sulla latitanza per 40 anni di Bernardo Provenzano nonostante 10 anni prima del suo arresto un mafioso infiltrato (Luigi Ilardo) avesse indicato il casolare in cui si nascondeva. Ci teniamo i 30 anni di latitanza di Matteo Messina Denaro comodamente nascosto a casa sua. Ai plotoni schierati su giornali e televisioni interessa confondere le acque, calunniare e mischiare. Usare una sentenza per negare fatti già scritti in altre sentenza. Usare una sentenza per smentire lo stesso Mori che si agitano per difendere.

Un tilt di opacità che come sempre accade quando si parla di mafia può avere solo due case: collusione o cretineria. Due vizi ugualmente insopportabili per una presunta classe dirigente. Nel frattempo i tromboni dell’anti-amtimafia si sono distratti di fronte alla condanna dell’ex coordinatore campano di Forza Italia (nonché ex sottosegretario) Nicola Cosentino (nella foto) al soldo dei Casalesi. Come precedentemente si sono persi la condanna dell’ex senatore berlusconiano Antonio D’Alì. La sineddoche di usare la sentenza di Cassazione (senza averla compresa) per condonare le responsabilità della politica è un gioco vigliacco e antico. Ma non durerà per sempre.

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La Commissione Antimafia bloccata da Salvini e Meloni

Sessanta giorni fa è stata istituita la Commissione Antimafia. Non c’è nulla. Niente. La lotta alla mafia sventolata da Giorgia Meloni e Matteo Salvini in campagna elettorale è arenata nel desolante deserto di palazzo San Macuto, dove tutto sarebbe pronto per accogliere i 25 deputati e i 25 senatori se ci fosse la volontà. Per ora tutto tace.

Qualche giorno fa l’associazione Libera di don Luigi Ciotti aveva chiesto di accelerare: “Da questa maggioranza nessuna risposta, solo un silenzio assordante. Le numerose inchieste portate avanti da magistrati e forze dell’ordine, gli allarmi e le denunce contenute nell’ultima Relazione Semestrale della Dia dimostrano con chiarezza che mafie e corruzione sono ancora forti e che c’è bisogno di uno scatto, di un sussulto di coscienza prima che sia troppo tardi”.

“La Commissione Antimafia deve essere insediata al più presto, si nomini il presidente e i componenti. C’è tanto lavoro da fare per leggere ciò che sta avvenendo sui territori, costruire delle proposte utili a liberare il Paese dalla morsa degli interessi criminali e dalle troppe connivenze di cui godono. Cosa state aspettando?”, proseguiva Libera chiedendo “che in tempi brevi sia insediata e diventi operativa la Commissione Bicamerale Antimafia istituita più di un mese ma ferma ai blocchi di partenza”.

Di sicuro non passeranno al vaglio della Commissione Antimafia gli impresentabili delle prossime elezioni amministrative di maggio. Anche immaginando un insediamento repentino altamente improbabile, non ci sarebbero i tempi tecnici per passare al vaglio i curriculum e i certificati di tutti i candidati. L’attività di controllo prevede una collaborazione con le Prefetture e alla Direzione nazionale antimafia. Non ci sono i tempi.

Le opposizioni propongono candidati eccellenti alla presidenza della Commissione antimafia. Ma a destra non sanno che nomi fare

In occasione delle ultime amministrative del 2022 l’allora Commissione Antimafia (presieduta dall’ex 5Stelle Nicola Morra) individuò ben 18 “impresentabili” (c’era anche un candidato sindaco) nell’ambito dei 57 Comuni chiamati al voto. Tra i reati loro contestati, vi erano anche estorsione, riciclaggio, corruzione e concussione, aggravati in alcuni casi dalla finalità mafiosa. Quest’anno per i furbi sarà molto più facile. I presidenti di Camera e Senato (Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa) solo due giorni fa hanno fatto sapere di non avere ricevuto l’elenco dei componenti da parte di tutti i partiti. A quel punto i 50 membri dovrebbero votare la presidenza ma anche su quella tutto è ancora fermo.

FdI (che reclama il posto) aveva pensato a Carolina Varchi, avvocata penalista di 40 anni, alla seconda legislatura in Parlamento e vicesindaca di Palermo. La vicinanza con la giunta di Lagalla e quindi con Cuffaro e Dell’Utri ha bloccato l’idea per evitare polemiche e strumentalizzazioni. Tra i fedelissimi di Meloni si è fatto il nome di Raoul Russo, deputato siciliano alla prima legislatura e la deputata Chiara Colosimo a cui Meloni aveva già pensato per la presidenza della Regione Lazio. Sul nome di Colosimo però anche la Lega ha avanzato delle riserve, per mancanza di esperienza in tema di criminalità organizzata.

È evidente che, mentre nell’opposizione spiccano i nomi di esperti sul tema (dall’avvocata e senatrice Pd Enza Rando che proviene da Libera all’ex procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho deputato M5S fino al collega Roberto Scarpinato ex procuratore di Palermo), nella maggioranza si fatica a trovare competenze. Basterebbe già questo per capire come la lotta alla mafia da quelle parti sia più declamata che praticata. Proprio il 5S De Raho nei giorni scorsi aveva suggerito il nome della berlusconiana Rita Dalla Chiesa “il cui nome di per sé e di importanza storica, direi anche strategica”, aveva spiegato De Raho. Dalla Chiesa ha declinato.

L’Antimafia è una commissione fantasma. Intorno a lei piovono i miliardi del Pnrr, c’è il nuovo codice degli appalti voluto da Salvini che a detta di molti osservatori allarga le maglie alla criminalità organizzata. Volendo vedere ci sarebbe da capirne di più sulla latitanza di Matteo Messina Denaro, comodamente latitante a pochi metri da casa sua. Ci sarebbe anche un boss della mafia, garganica, Marco Raduano, comodamente evaso dal carcere di Nuoro.

Ci sono le intercettazioni sotto attacco. C’è il “caso” Giletti che no, non è solo una questione televisiva. C’è una relazione semestrale della Dia che conferma lo strapotere della ‘Ndrangheta. Volendo vedere ci sarebbe anche la commissione sul ciclo dei rifiuti (che con le mafie ha molto a che fare) che ad oggi non è ancora insediata. Molti indizi, chissà se fanno un prova.

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Per Giorgia è facile mentire se i giornali se la bevono

No, il taglio del cuneo fiscale del governo Meloni non è il “più importante degli ultimi decenni”, come la presidente del Consiglio afferma nel distopico video girato nelle stanze di Palazzo Chigi con la ciurma di ministri in posa per il finale a effetto del filmato.

La presidente del Consiglio Meloni ha mentito agli italiani in un video girato e montato con soldi pubblici

L’era della post-verità, la chiamavano così gli studiosi e gli intellettuali che da anni ci allertano. Qualcuno fruga tra i cassonetti dei complottisti per farne macchiette ma i professionisti della post-verità sono lì, al governo. In quel video la presidente del Consiglio spiega che l’esecutivo userà un “tesoretto di 4 miliardi di euro” per finanziare il “più importante taglio delle tasse sul lavoro degli ultimi decenni”.

I 3 o 4 miliardi di euro stanziati dal governo Meloni nel decreto Lavoro sono ben distanti dai 7 miliardi stanziati dal governo Draghi nella legge di bilancio del 2022 per ridurre l’Irpef, a cui va aggiunto il miliardo per l’Irap i quasi due miliardi per ridurre i contributi previdenziali. Il “più importante taglio fiscale degli ultimi decenni” è di molto inferiore agli oltre 9 miliardi del cosiddetto “bonus 80 euro” con cui il governo Renzi intervenne sulle buste paga.

Giorgia Meloni ha mentito. La presidente del Consiglio ha mentito agli italiani in un video girato e montato con soldi pubblici, nelle stanze di uno dei più importanti palazzi della nostra Repubblica, utilizzando i canali di Stato. Ha potuto farlo perché si è sottratta alla conferenza stampa in cui qualsiasi giornalista avrebbe potuto facilmente sbugiardarla con un paio di numeri in mano. L’ha fatto confidando nell’eco delle sue parole con l’aiuto di infervorati giornalisti più commilitoni che giornalisti.

Come pensa Meloni di farla franca mentendo sapendo di mentire? Tra i molti fattori ce n’è uno che ci interessa da vicino: la stampa non è più un argine, non è ritenuta un vigile credibile. La bugia di Giorgia dice di noi, oltre che di lei, perché il tessuto sociale, informativo e culturale di questo Paese è permeabile ormai a qualsiasi menzogna. Non conta la veridicità di ciò che si afferma, basta la potenza del messaggio.

Con il giusto armamentario si può far credere vera qualsiasi cosa. Diceva Mark Twain che non bisogna avere paura di ciò che non si conosce ma bisogna temere ciò che crediamo vero e invece non lo è. Eccoci qua.

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Cosa ha detto Saviano

Che non passi sotto traccia la vittoria in tribunale dello scrittore Roberto Saviano contro il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. Nel 2018 lo scrittore aveva scritto su Twitter: «Sangiuliano direttore del Tg2! Peggio non si poteva. Vicedirettore del Tg1 con Berlusconi, galoppino di Mario Landolfi, Italo Bocchino, Nicola Cosentino, Amedeo Laboccetta. E ora la promozione: con il governo del cambiamento (ovvero giallo-verde, ndr), al sud, la società incivile non perde posizioni, anzi». Poi aveva rilanciato sul suo account Facebook: «Tutto questo è ammissibile solo in un’ottica di spartizione, non certo di alleanza, né di applicazione del contratto di governo. Solo in una spartizione si può giungere a un tale livello di cinismo. E adesso Sangiuliano diventa addirittura direttore del Tg2, direttore in quota Lega. E a chi dice che la Lega non è più antimeridionale rispondo: ma non vedete come, con l’avallo del M5S, continua la triste tradizione di valorizzare il peggio della cultura, della politica».

Sangiuliano ha deciso di querelare. E ha perso. Ha perso perché in effetti l’attuale ministro della Cultura è politicamente vicino all’ex sottosegretario del governo Berlusconi da poco condannato in via definitiva per essere stato il punto di riferimento politico del clan del Casalesi. Sangiuliano ha perso perché da direttore del Tg2 ha querelato uno scrittore lamentando danni alla sua carriera e nel frattempo la sua carriera l’ha portato a capo di un ministero. Ha perso perché in questo Paese – per fortuna – ci si può ancora permettere di collegare le persone, i fatti, le provenienze culturali e politiche. Sangiuliano ha perso perché spesso tocca agli scrittori, agli intellettuali o agli attivisti svolgere il ruolo che dovrebbe essere dei giornalisti.

Per un gioco di tempi e ricorrenze Sangiuliano ora deve fare i conti con una vicenda che risale a cinque anni fa e cinque anni dopo ci ricorda le provenienze dei membri di questo governo. Mentre la commissione Antimafia rimane in stallo le sentenze parlano. Come dice giustamente Saviano «Giorgia Meloni – non è un dettaglio, anche se oggi passa sotto silenzio – è stata ministra della Gioventù nel 2008, nello stesso governo e nella stessa coalizione di Nicola Cosentino, condannato in via definitiva a 10 anni di carcere». L’ex sottosegretario che adesso è nel carcere di Rebibbia. «Giorgia Meloni non ha nulla da dire al riguardo?»

Giorgia Meloni non risponderà. E non querelerà nemmeno.

Buon mercoledì.

Il ritratto di Saviano è tratta dal sito del festival Trame, contro le mafie. Tutti gli eventi del Festival si possono seguire sui www.tramefestival.it (dove è possibile trovare anche tutte le edizioni precedenti

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L’antimafiocromia

Mentre decine di giornali e commentatori si lambiccano su discussioni puerili si avvicina a gran falcate quel periodo dell’anno in cui Falcone e Borsellino tornano gadget da esposizione morale. Mentre l’anno scorso la memoria di Falcone e Borsellino è stata onorata con il ritorno di grancassa di Dell’Utri e Cuffaro sul palcoscenico politico siciliano. Quest’anno potremmo riuscire a fare una figura peggiore: arrivare al 23 maggio senza Commissione antimafia insediata.

Di sicuro per le prossime elezioni amministrative nessun candidato passerà al vaglio di una Commissione antimafia inesistente. Ma questo è il meno. Non avere trovato il tempo di insediare la Commissione antimafia mentre c’è stato il tempo di dedicarsi alla vernice degli attivisti e ai rave party è un pericoloso segnale culturale: le mafie sono un’emergenza che viene molto dopo nella scala delle priorità dello Stato.

Potrebbe andare peggio. Il nome che circola alla Camera e al Senato per la presidenza della Commissione antimafia (che per ora non c’è) è quello di Carolina Varchi, vicesindaca a Palermo di Roberto Lagalla fortissimamente voluto da Dell’Utri e Cuffaro. “La vicesindaca è stata eletta in una giunta che ha dietro i voti di Cuffaro e Dell’Utri, non so quanta attenzione vera si abbia alla lotta alle mafie”, ha fatto notare la senatrice Enza Rando, che di antimafia ne mastica parecchia essendo una dei pilastri di Libera oltre che responsabile antimafia del Partito democratico.

Poiché la presidenza spetterebbe al partito di Giorgia Meloni dalle parti di Fratelli d’Italia hanno frugato per trovare qualche altro nome. Si dice che abbiano pensato alla deputata Chiara Colosimo, vicinissima alla presidente del Consiglio, che di mafie e antimafie non ha nessuna esperienza. Che non ci siano parlamentari ferrati sul tema tra i parlamentari della maggioranza indica quanto l’antimafia sia declamata ma poco praticata.

Lo stallo continua. Così da fuori possiamo ammirare una legislatura con i sacchi pieni di soldi del Pnrr che ritarda la Commissione che dovrebbe tenere d’occhio l’infiltrazione mafiosa. A volte le cose sono molto più semplici di quello che sembrano.

Buon martedì.

Nella foto: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, 27 marzo 1992 Palermo (autore Giuseppe Gerbasi)

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Gli insozzatori del Primo maggio

Ogni mattina dalle parti del governo si alzano dal letto con la preoccupazione di insozzare un diritto, una festa dei diritti, una commemorazione. Non è solo una questione di diverse visioni politiche. È un trafelato arrancare per imporre un’egemonia culturale solo che non avendo nessuna cultura le energie sono rivolte a deturpare quelle degli altri.
Per il Primo maggio Giorgia Meloni, spalleggiata da Matteo Salvini, ha pensato che inscenare un Consiglio dei ministri fosse il modo migliore per disconoscere la festa.

Dopo il 1945 si tornò a festeggiare il Primo maggio poiché prima si rischiava l’arresto. Ora l’imperativo è insozzarlo.

La presidente del Consiglio rinuncia alla conferenza stampa. Si rende conto che riunire i ministri il primo maggio per partorire un decreto che allarga le maglie della precarizzazione e incorona l’Italia come Repubblica fondata sullo sfruttamento è troppo anche per lei. Che si fottano i giornalisti che stavano lavorando (appunto) in attesa delle parole della premier, che si fotta anche la ministra Calderone che sarebbe scesa in conferenza stampa ma è stata fermata da Palazzo Chigi.

Se non c’è dignità nel lavoro per loro la soluzione è legittimare il lavoro dalle condizioni indegne

Giorgia Meloni illustra il decreto lavoro con un video che fa rimpiangere perfino la Venere della Santanché. Almeno quella non abbozzava propaganda per giustificare la sua inutilità. Rilanciano sul taglio del cuneo fiscale (per auliche mese) rivendendo ai lavoratori la grande vittoria di avere guadagnato (forse) una pizza in più. Hanno compresso le risorse per la povertà, demolendo il Reddito di cittadinanza senza una reale alternativa, e hanno nobilitato il lavoro precario e sfruttante. Se non c’è dignità nel lavoro per loro la soluzione è legittimare il lavoro dalle condizioni indegne.

Dopo il 1945 si tornò a festeggiare il primo maggio poiché prima si rischiava l’arresto. Ora l’imperativo è insozzarlo. Giorgia Meloni prende a schiaffi i lavoratori nel giorno della Festa del lavoro. Ora vedrete che ai lavoratori, dopo gli stipendi da fame, dopo i diritti perduti, dopo le accuse di sfaticare quando non accettano di diventare schiavi, ora ai lavoratori chiederanno di porgere anche l’altra guancia.

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