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Le migrazioni, il governo e i vestiti nuovi dell’imperatore

Nella celebre fiaba di Andersen l’imperatore si convince a farsi confezionare un abito con un tessuto pregiatissimo che ha la caratteristica di essere invisibile agli stolti. L’imperatore vanitoso non riesce a vederlo ma per pudore tace e si lascia convincere dai suoi cortigiani a indossarlo. Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini che applaudono e lodano a gran voce l’eleganza del sovrano, pur non vedendo alcunché  sentendosi segretamente colpevoli di inconfessate indegnità. L’incantesimo si rompe quando un bambino, sgranando gli occhi, grida con innocenza: “Ma il re è nudo!”. Ciononostante, il sovrano continua imperterrito a sfilare come se nulla fosse successo.

Il re nudo sono Matteo Salvini e Giorgia Meloni che ieri ci hanno regalato un Consiglio dei ministri che può essere preso sul serio solo dagli stolti e dagli ignari. La strana coppia che in questi ultimi anni ha urlacciato da ogni vicolo televisivo e giornalistico che avrebbe risolto “in un minuto” il “problema dell’immigrazione” se fossero stati votati ieri ha scritto su carta bollata che siamo in uno “stato di emergenza”. Tradotto: per non fare troppo la figura degli inetti hanno certificato come insuperabile il fenomeno che non sanno governare.

“Abbiamo aderito volentieri alla richiesta del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ben consapevoli – ha spiegato il ministro del Mare Nello Musumeci – della gravità di un fenomeno che registra un aumento del 300%. Sia chiaro, non si risolve il problema, la cui soluzione è legata solo a un intervento consapevole e responsabile dell’Unione europea“. Ricapitolando: il ministro dell’Inferno Piantedosi è andato dai suoi compagni di governo confessando di non sapere dove sbattere la testa e proponendo un bel “stato di emergenza” che nei fatti gli permette di forzare ancora di più le regole (orribili) che lui stesso ha scritto per risolvere la questione. Quelli, come quando si porge un biscottino, hanno accettato. Ora lo stato di emergenza è l’abito invisibile di Piantedosi.

L’ultimo stato di emergenza che certificava l’incapacità di mantenere le promesse sull’immigrazione risale al 2011 quando Silvio Berlusconi (ineguagliabile ispiratore di questa destra) con il ministro Roberto Maroni si inventarono questa trovata pubblicitaria per travestire l’inettitudine nel mantenere promesse irrealizzabili, oltre che disumane. Ora Piantedosi, Salvini, Meloni, Musumuci e compagnia cantante sfilano tronfi per le vie della città.

Al prossimo giro certificheranno che il problema del surriscaldamento globale sia la vernice lavabile sui monumenti (ops, l’hanno già fatto), che gli oppositori politici siano nemici della Patria (ops, l’hanno già fatto), che i poveri siano solo dei delatori (ops, lo stanno già facendo), che la Storia sia un lungo complotto contro di loro (ops, l’hanno già fatto) e così via. E sfileranno nudi sommersi dagli applausi.

Buon mercoledì.

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Maternità pornografica

Il giorno di Pasqua una donna (perché dovrebbe essere una donna, oltre che madre, anche se molti se ne sono dimenticati) decide di affidare il proprio figlio alla Culla per la vita del Policlinico di Milano. Affidare, non abbandonare. La cura delle parole conta, la scelta delle parole conta. Non c’è nessun abbandono. Quella moderna ruota degli esposti sta lì per offrire la possibilità di scegliere di affidare in sicurezza un bambino.

Poiché in questo Paese la molla della maternità squarcia tutte le volte una poetica di passione e di dolore (non è nemmeno troppo difficile risalire all’origine dell’essere made con dolore) quel bambino (Enea, si legge in un foglietto di accompagnamento) diventa il dibattito del giorno. Siamo un Paese così. In un giorno in cui Silvio Berlusconi non peggiora, i politici non hanno occasione di dire cazzate perché sono impegnati con le vacanze pasquali e il campionato di calcio è fermo bisogna inventarsi la storia del giorno: eccolo, Enea.

Accade così che un gesto che avrebbe dovuto essere privato (non sappiamo se gioioso, doloroso, bisognoso, disperato, allegro: sicuramente privato) diventi una sfilata di sacerdoti della maternità. Anche il governo della Patria e della Famiglia concorre all’intossicazione generale. La giornata di editoriali di passione e di dolori immaginati di una donna di cui nessuno sa si infarciscono di sciocchezze gravissime (“la ricca Milano non può permettersi di lasciare una donna sola”, dice qualcuno, come se a Catanzaro invece possiamo serenamente fottercene) che si concludono con Ezio Greggio, quello del Gabibbo.

Greggio vede l’occasione ghiottissima e si butta a registrare un video: «torna ti prego, questo bambino è fantastico. Non è giusto che sia abbandonato, ti daremo una mano», dice Greggio. Ovviamente l’uomo (per puro caso un privilegiato) dà per scontato di conoscere le motivazioni dietro la scelta di una donna e si propone di diventarne il protettore. «Merita una mamma vera», dice Greggio, dando per scontato che le madri “vere” siano coloro che hanno partorito, con buona pace di migliaia di famiglie adottive. E infine la firma: zio Ezio.

Buon martedì.

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Le lacrime di Giorgetti sulle pensioni. Altro che Fornero

Come sempre con la destra al governo torna la stagione dei tagli. Come sempre accade ora un’orda di economisti e di editorialisti si spremerà per spiegarci che è un atto doloroso ma dovuto. È stato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a sottolineare la necessità dell’intervento sulle pensioni non minime durante la sua audizione sulle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato. Sebbene abbia ammesso di preferire non doverlo fare, ha affermato che l’azione correggerà di circa 10 miliardi in tre anni l’andamento della spesa pensionistica.

Il Governo, ha annunciato Giorgetti, correggerà di circa 10 miliardi in tre anni l’andamento della spesa per le pensioni

Giorgetti, vale la pena ricordarlo, è dello stesso partito di Matteo Salvini, quella Lega che in tutta la campagna elettorale ha promesso di voler abolire la legge Fornero per venire incontro ai pensionati. Ora stanno decidendo di mandare gli italiani in pensione più tardi. Come è sempre accaduto, ogni volta che il centrodestra si è ritrovato al governo, a pagare sono stati i dipendenti (pubblici e privati) e i pensionati. Nella stessa liturgia si inseriscono i tagli già annunciati sulla scuola.

L’Italia è quel Paese in cui a parlare di pensioni c’è un ministro che non ha mai lavorato in vita sua, braccio destro del suo capo partito che non ha mai lavorato in vita sua. Mentre i giornali si sono occupati di Flavio Briatore che strillava in coda in autostrada il governo ha promesso un taglio durissimo sulle pensioni, non diverso nella natura da quello che ha causato una rivolta popolare in Francia. Attenti: nel Def non ci sono i soldi per le pensioni ma ci sono per le squadre di calcio.

In compenso Fratelli d’Italia sta preparando una nuova legge a prima firma del senatore Marco Lisei che “dichiara guerra” ai giovani ambientalisti dei collettivi che negli ultimi mesi si sono resi protagonisti di diverse azioni. Fino a 3 anni di carcere per chi “deturpa o imbratta edifici pubblico o di culto ed edifici sottoposti a tutela come beni culturali”. Complimenti, vi hanno fottuto. Ancora.

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I competenti

Qualche dato interessante sull’attività dei leader politici in Parlamento (che è quello che dovrebbero fare) lo rilascia Pagella Politica. Si nota ad esempio che il leader di Azione Carlo Calenda – nonché presunto leader del cosiddetto Terzo polo del promesso partito unico che non si farà mai – tra il primo gennaio e il 7 aprile è stato ospite in televisione 26 volte, una ogni tre giorni, per spiegarci che la competenza, la serietà e l’impegno sono caratteristiche solo sue.

E come siamo messi con l’impegno? Maluccio. Il 22 marzo Openpolis, una fondazione indipendente che promuove la trasparenza nella politica, ha pubblicato i dati sulla presenza dei leader di partito in Parlamento. Nei primi sei mesi di questa legislatura il senatore Calenda, che non ricopre incarichi di governo, ha partecipato all’11,2 per cento delle votazioni in Senato, la seconda percentuale più bassa tra i leader di partito, davanti solo allo 0,5 per cento del senatore e leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. Il deputato Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa verde, è il leader di partito più presente in Parlamento, avendo partecipato all’83 per cento delle votazioni. Il deputato Giuseppe Conte e la deputata Elly Schlein hanno registrato finora rispettivamente il 65,2 per cento e il 53,7 per cento di partecipazione alle votazioni. Il senatore Matteo Salvini, che ricopre l’incarico di ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, il 14,9 per cento, mentre il senatore Matteo Renzi, leader di Italia viva, il 41,7 per cento.

Il leader di Azione ha presenziato a tutti i programmi di approfondimento politico: quattro volte a Tagadà su La7, tre volte a L’aria che tira e due volte a Piazzapulita e Dimartedì. Non si è fatto nemmeno mancare due ospitate alla trasmissione mattutina di Fiorello. Ospite di La7 (considerata dai calendiani la rete televisiva che non si dovrebbe guardare perché troppo populista, troppo poco competente) Calenda ha spiegato in diverse occasioni che “la politica è una cosa seria” e che il suo partito è “una chiamata per l’impegno per l’Italia”.

I numeri del cosiddetto Terzo polo rimangono comunque inchiodati a percentuali ritenute insoddisfacenti. I competenti.

Buon lunedì.

Nella foto: frame dell’intervista di Carlo Calenda al Tg1Mattina, 7 aprile 2023 (Youtube Azione)

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Pd, Elly Schlein e il rinnovamento disinnescato

La speranza di rinnovamento è un’aspettativa sempre difficile da “mettere a terra”, come si usa orrendamente dire in questi tempi di Pnrr e di incapacità di dare forma a progetti la cui realizzazione è diventata una fastidiosa fase due. Il capitale di speranza ha soffiato forte su Elly Schlein, catapultata alla segreteria del Partito Democratico perché ci si augura intercetti voti (non sono i voti le certificazioni più tangibili delle speranze?) che non sarebbero mai passati da quelle parti se non avessero trovato lei come interlocutrice. Utilizzare la leva del rinnovamento all’interno del Partito democratico funziona. Ha funzionato, eccome, quando Matteo Renzi divenne segretario chiamandolo spigolosamente “rottamazione”. A Renzi, piaccia o meno, non si può non riconoscere di avere cambiato i connotati dirigenziali dei dem (che poi li abbia sostituiti con dirigenti ancora più reazionari nonostante la nomea di riformisti è tutt’altro discorso). Sulla modifica della “facciata” del suo partito Schlein ha un precedente non da poco.

Pd, Schlein dice no al ticket con Bonaccini: «Non ha senso, finito il tempo delle donne vice». Domenica il voto nei gazebo
Elly Schlein e Stefano Bonaccini (Twitter)

Il Pd può bastarsi? Per Schlein la risposta è no

Qui si inserisce “l’unità del partito”, esigenza reale che viene sventolata come scure dagli avversari interni. Che il Pd contenga molte anime e abbia bisogno di un continuo processo di sintesi è un suo ingrediente fondativo. C’è differenza però tra anime politiche – sensibilità diverse che possono coabitare per elaborare una lettura complessa del presente – e bande perennemente impegnate nel logoramento dell’area avversaria. Nel primo caso saremmo di fronte al partito a vocazione maggioritaria pensato dai fondatori, nel secondo invece ci ritroviamo – come ora – di fronte a un partito ben lontano dal non avere bisogno di un’alleanza più ampia possibile. Il primo nodo di Schlein è questo: il Pd può bastarsi? Secondo la segretaria (e i suoi) la risposta è no. Il Pd viene sempre immaginato come “perno” di un’area che prima di ogni elezione assume etichette diverse (l’ultima di Enrico Letta era “il campo largo”) ma che sostanzialmente è sempre la stessa cosa: una coalizione che punta a raccogliere i partiti a sinistra e quelli al centro. Lo scopo era allargarsi il più possibile, anche mettendone a rischio la tenuta e l’affidabilità. Vale la pena quindi sculettare da partito con aspirazione maggioritaria o conviene una volta per tutte prendere coscienza che il Pd non può pensare di vincere le elezioni senza una coalizione? Perché, pensateci, questo cambierebbe tutto.

L’unità del partito passa in secondo piano rispetto all’identità

Nel secondo caso “l’unità del partito” è un aspetto secondario rispetto all’identità e alle chiare prese di posizione che occorrono per avere una precisa collocazione (e per rispettare i voti presi alle primarie dalla segretaria). Chi ha votato Schlein non ha nessun interesse per le rimostranze dei Fioroni di turno (nonostante l’umano dispiacere per le loro eventuali dipartite) semplicemente perché il progetto è altro. Se i riformisti vogliono trasformare il Pd nel cosiddetto Terzo polo non hanno altro da fare che impacchettare le valigie e traslocare. Prima delle prossime elezioni si siederanno con i loro ex compagni di partito per valutare se i punti di intesa siano tali da poter correre insieme. La tragedia sventolata continuamente non esiste: si chiama politica, si fa politica.

Sondaggi politici, tra FdI e Pd meno di dieci punti. I due partiti mai così vicini dal mesi. La rilevazione di Swg mostra una crescita anche per M5s e Terzo Polo
Elly Schlein (Getty)

Se la segretaria si siede al tavolo coi capibastone sa di legittimare la nomenclatura correntista

Arriviamo dunque a queste prime settimane del “nuovo Pd” di Elly Schlein. Le correnti che avrebbero dovuto cessare di esistere si sono moltiplicate. Non basta essere “contro le correnti” se gran parte delle energie e delle parole sono state spese per soddisfare maggioranze, minoranze delle maggioranze, maggioranze delle minoranze, minoranze delle minoranze e correnti dell’ultima ora. Era un passo necessario, certo. Nessuno poteva credere che la segretaria provocasse un bailamme talmente fragoroso da spezzare le antiche connessioni. Schlein sa però che sedersi al tavolo con i capibastone significa legittimare la nomenclatura correntista. È un capitale di speranza consumato. L’ha fatto consapevolmente e l’ha dovuto fare, certo, ma è l’ennesimo tributo alla partitocrazia che molti suoi elettori vivono come un fardello di cui liberarsi il prima possibile. Il fardello, appunto. L’opposizione interna (che si oppone a sua volta anche al proprio interno, un’opposizione al quadrato) sa bene che sfidare Elly Schlein oggi è impossibile. Per logorarla le basterebbe continuare a irrorare il fardello. Come accaduto per la composizione della segreteria: mostrare Schlein immersa in trattative che avrebbe dovuto estirpare è il modo migliore per renderla uguale tra gli uguali. E quindi disinnescarla.

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Senza Berlusconi, Forza Italia non può esistere. La successione è utopia. Il partito del Cavaliere non ha mai fatto un Congresso

Silvio Berlusconi è malato. Forza Italia è malata con lui. Non c’è da stupirsi se tra i parlamentari e gli iscritti al partito personale di Berlusconi si sia già diffuso il panico e tiri aria di smobilitazione. Il partito è pronto già da un bel po’ a svuotarsi in tre rivoli (Fratelli d’Italia, pochi nella Lega e qualcuno con Renzi che si staccherà da Calenda) e le condizioni del padrone stanno solo accelerando un processo in atto da tempo. Forza Italia del resto è il comitato d’affari permanente e legalizzato di Berlusconi.

Comitato d’affari

È nata per questo e di questo principalmente si è occupata nella sua storia politica. Ieri il coordinatore del partito, il ministro Antonio Tajani, ha detto ai giornalisti: “Nessuno ha mai parlato di congresso o di dopo Berlusconi. Berlusconi grazie a Dio è ancora lì, si è raccomandato di preparare le elezioni amministrative fino al giorno prima il ricovero. Queste indiscrezioni sembrano un pò iettatorie. Voglio smentire anche di fronte agli elettori che non c’è lite, nessuno scontro, nessuno spettro di congresso. Berlusconi tornerà ad essere la guida come sempre”.

Si è dimenticato di specificare che Forza Italia, come tutti i partiti padronali, un congresso non saprebbe nemmeno come organizzarlo. Lo stesso Tajani, nominato vicepresidente di Forza Italia nel luglio 2018 e coordinatore nazionale nel 2021, ricopre cariche che non esistono nello Statuto del partito. Forza Italia ha una sola regola interna: decide Berlusconi. Per questo il partito si ammala con lui.

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La Schlein chiude la segreteria è un Pd da manuale… Cencelli. Trovata l’intesa sul nuovo vertice del Nazareno. Renziani ridimensionati, ma tutte le correnti sono dentro

Un mese dopo la sua elezione a guidare il partito Elly Schlein presenta la nuova segretaria del Partito democratico. Lo fa con una diretta Instagram nel primo pomeriggio. “Scappa dai giornalisti”, bisbiglia velenoso qualcuno dei soliti noti tra i parlamentari. Schlein spiega che “siamo andati un po’ lunghi effettivamente” ma sono stati “mesi complicati sia professionalmente che per la vita privata”.

Nessun retroscena, solo “qualche giorno di pausa per poter staccare, riposare e tornare a fare tutto il lavoro che ci aspetta, che è enorme”, dice la segretaria. In totale sono ventuno componenti che rispettano le attese. Coordinatrice della segreteria è la consigliera regionale del Lazio Marta Bonafoni.

Agli Esteri è andato l’ex ministro per il Sud Peppe Provenzano (niente da fare per la minoranza che reclamava il posto). All’Informazione e Cultura c’è l’ex senatore e giornalista Sandro Ruotolo. Ai diritti ovviamente Alessandro Zan, deputato e protagonista della legge contro l’omobilesbotransfobia, sostenitore di Schlein fin dall’inizio delle sue primarie.. All’Economia è stato invece assegnato, come da previsioni, Antonio Misiani, senatore ed ex viceministro al Mef. All’Organizzazione, Schlein ha scelto Igor Taruffi, assessore regionale al Welfare in Emilia Romagna e già esponente della lista Coraggiosa con cui Schlein aveva corso le elezioni regionali.

Emiliana anche Marwa Mahmoud, consigliera comunale di Reggio Emilia e tra le fondatrici del movimento Italiani senza cittadinanza: si occuperà di formazione e partecipazione politica. Marco Furfaro, deputato e portavoce nazionale della mozione Schlein durante le primarie, è entrato come Responsabile iniziative politiche, contrasto alle diseguaglianze, welfare.

Per la Conversione ecologica, clima, green economy e Agenda 2030, la segretaria dem ha scelto Annalisa Corrado, da tempo vicina a Schlein. L’ex sindaca di Crema Stefania Bonaldi di occuperà di Pubblica amministrazione, professioni e innovazione; al Lavoro è andata l’ex sottosegretaria al Tesoro ed ex esponente di Leu Maria Cecilia Guerra; alle Politiche agricole l’europarlamentare, subentrata al posto di David Sassoli, Camilla Laureti. C’è anche Pierfrancesco Majorino, ultimo candidato del centrosinistra in Lombardia, al quale sono state affidate le Politiche migratorie e il Diritto alla Casa, i suoi temi da sempre. Alla scuola, educazione dell’infanzia, istruzione e povertà educativa va invece la deputata Irene Manzi.

Schlein ha anche voluto creare un incarico ad hoc per il Contrasto alle mafie, legalità e trasparenza: per questo è stata scelta la senatrice ed ex vicepresidente di Libera Vincenza Rando. Alla Coesione territoriale, Sud e Aree interne è stato poi assegnato il deputato e segretario a Napoli Marco Sarracino. Alla Salute e sanità, è andata l’ex viceministra degli Esteri del governo Conte 2 e Draghi Marina Sereni.

Spazio per tutti

Per la minoranza invece i nomi sono tre: alla Giustizia la deputata dem ed ex vicesegretaria Debora Serracchiani; agli Enti locali il sottosegretario della giunta dell’Emilia-Romagna (e braccio destro di Bonaccini) Davide Baruffi; alle riforme e Pnrr il senatore Alessandro Alfieri. Per Articolo 1 entra all’Università Alfredo D’Attorre.

Nei prossimi giorni verranno comunicati anche i dipartimenti. Per ora si sa di Mauro Berruto confermato allo Sport e Iacopo Melio all’Inclusione e abbattimento delle barriere. Capo Segreteria è stato nominato Giovanni Gaspare Righi (assistente di Schlein dai tempi dell’europarlamento) mentre il suo portavoce d Flavio Alivernini diventa anche responsabile della comunicazione del partito. La segreteria, almeno sulla carta, assomiglia alla segretaria.

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Silvio è un cataclisma per l’Italia ma adesso lo si può solo santificare. C’è la malattia: chi parla di scandali e condanne è linciato e su giornali e tv pure a sinistra la memoria vacilla

Silvio Berlusconi risponde positivamente alle cure a cui è sottoposto. Dopo avere sentito telefonicamente Matteo Salvini e Giorgia Meloni nei giorni scorsi ieri l’ex Cavaliere ha sentito alcuni dirigenti di Forza Italia e ha trovato il tempo anche per scambiare due battute con il suo fedele Augusto Minzolini, direttore de Il Giornale. “È dura ma ce la farò”, avrebbe detto. Per Fedele Confalonieri “Berlusconi sta meglio di prima”. Ma qui ormai siamo ai portatori dell’epica, non è più cronaca.

Tanti auguri

Che Berlusconi stia meglio è una buona notizia. Questa è la precisazione che ormai si deve mettere come appello ogni volta che si scrive e si parla di lui in questi giorni perché la tossicità del dibattito (e la conseguente morte del giornalismo). Niente di nuovo: specularmente alle discussioni sulla guerra (dove la frase da ripetere come un mantra è la premessa obbligatoria che si riconosce la responsabilità di Putin nell’invasione) la tossicità servile degli oltranzisti usa il dramma personale dell’ex presidente del Consiglio (la leucemia mielomonocitica cronica, una malattia da prendere terribilmente sul serio) per provare a tarpare la discussione politica.

Ma Silvio Berlusconi anche da malato è uno dei peggiori cataclismi politici che si è abbattuto sull’Italia. Si può dire? Si riesce a cogliere la differenza tra una profonda disistima politica verso un uomo circondato da corrotti e corruttori che ha avuto come braccio destro un uomo in stretto contatto con i boss di Cosa nostra e un “augurio di morte” che alcuni suoi servili protettori vedono dappertutto? Non sembra.

Ieri il direttore de La Notizia, Gaetano Pedullà, è stato ferocemente attaccato in una trasmissione televisiva perché si è concesso il lusso di ricordare che la fortuna di Berlusconi (inversamente proporzionale alla fortuna degli italiani) è figlia di regalie politiche per costruire il suo impero televisivo, condita da momenti di imbarazzo internazionale come il Parlamento che votò Ruby Rubacuori nipote di Mubarak o il lettone di Putin. Apriti cielo. Berlusconi malato è sull’uscio della santità.

La malattia, secondo alcuni, diventa l’ennesima prescrizione di fronte a cui bisogna chinare la testa. Amici, amici degli amici e pure chi l’ha duramente combattuto. Ieri si sono lette righe di editorialisti sconcertati perché la segreteria del Pd – in tutt’altre faccende affaccendata – non aveva ancora espresso solidarietà al pregiudicato ospedalizzato. E così si è ripetuta la scena: Elly Schlein, prima di presentare i membri della sua segreteria – ha ripetuto la formula magica: “Auguri di pronta guarigione a Silvio Berlusconi, in questo momento di grande apprensione”, dice la segretaria del Pd.

“Troppo tardi”, rispondono quelli. Tanto a loro delle condizioni di salute di Silvio Berlusconi (come della sofferenza degli ucraini) interessa ben poco: l’importante è usare la sofferenza altrui come roncola contro gli avversari. Ha un nome il coraggio di compiere un’azione del genere: meschinità. Perfino Calenda (che questo trucco lo usa spesso su altri temi) ieri si è ritrovato sommerso dagli attacchi dei parlamentari di Forza Italia (e dal renziano Giachetti, indizio utile per leggere il futuro) perché ha detto quello che tutti sanno: dopo Berlusconi si chiude la Seconda Repubblica.

Il partito unico della destra dichiarata e della destra dissimulata accetta santificazioni. Allora lo scriviamo forte: Berlusconi politicamente fa schifo da sano e da malato. Nessuno si permette di considerare la sua malattia un’occasione di rivincita ma i giudizi contano, eccome.

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Palazzo Madama, idea Aventino contro La Russa

Cuperlo lancia l’Aventino. Le opposizioni dovrebbero uscire dall’Aula ogni volta che la presiede Ignazio La Russa e i vice presidenti non espressi dalla maggioranza dovrebbero dimettersi dalla carica. Così vediamo che fa”. Lo dice il dem Gianni Cuperlo in una intervista a La Stampa.

Secondo Gianni Cuperlo le opposizioni dovrebbero uscire dall’Aula del Senato ogni volta che la presiede Ignazio La Russa

“Perché – aggiunge – quando il presidente del Senato derubrica via Rasella ad un attentato a “una banda musicale di semi pensionati” certifica di essere una figura inadeguata a ricoprire quell’incarico”. Non bastano le scuse e la marcia indietro? “Le scuse, – risponde Cuperlo – espresse in maniera e misura goffe, non riparano lo sbrego istituzionale e la ferita che ha prodotto. Sull’episodio credo Edith Bruck abbia speso frasi definitive, “La Russa mente sapendo di mentire e lancia una sfida, cosciente di rimanere impunito. Per questo non è perdonabile”.

Bisogna tuttavia vedere se Renzi, Calenda o i Cinque stelle siano d’accordo: “Non rimuovo che a Palazzo Madama una frangia dell’opposizione lo votò con lo scudo della segretezza, oggi penso che chiunque abbia partecipato alla sua elezione dovrebbe provare un senso di imbarazzo. Vadano alle Fosse Ardeatine o alla Risiera di San Sabba e dinanzi a quei luoghi interroghino la loro coscienza. Questa destra vorrebbe piegare il passato, anche quello più tragico, a un riscatto delle ragioni sciagurate di chi ha trascinato l’Italia in una pagina buia”.

Poi, con calma, bisognerebbe capire cosa dire mentre si sta in quell’Aula, provando a proporre quel Paese diverso da quello disegnato dal governo Meloni.

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Solita guerra per le poltrone. La segreteria del Pd slitta ancora

Il giorno fatidico doveva essere ieri invece, come spesso accade in questo nuovo Pd, tocca aspettare un altro giorno. La nuova segreteria del partito ha subito un altro stop. Il problema, mano a dirlo, è sempre lo stesso: i posti per sfamare gli irrefrenabili stomaci delle correnti. La segretaria Schlein ha avuto il suo bel daffare per spiegare a Stefano Bonaccini che la nuova corrente di lettiani che ha deciso di sostenerla (i ribattezzati “neoulivisti”) non hanno nulla a che vedere con i posti che le spettano. “Letta ti ha sostenuto alle primarie, è roba tua”, avrebbe detto la segretaria a Bonaccini.

Pomo della discordia i posti reclamati dai lettiani. Che la segretaria del Pd Schlein vuole recuperare togliendoli a Bonaccini

L’intesa di massima c’è ma il diavolo è nei dettagli. A quanto si apprende, Schlein non avrà vicesegretari. La segreteria sarà composta da una ventina di personalità, più o meno, e di queste cinque dovrebbero andare alla minoranza. Tra questi, al momento, sarebbe definita la delega per le Riforme istituzionali per Alessandro Alfieri, già Base Riformista, e gli Enti locali per Davide Baruffi, braccio destro del presidente PD. Ci sarebbe la Giustizia per Debora Serracchiani, mentre non è certo invece l’ingresso di Simona Bonafè.

Un dato che crea malumori dentro un pezzo di Base Riformista che vede poco riconosciuto il proprio peso. Sulle altre caselle destinate alle minoranza – oltre Alfieri, Baruffi e Serracchiani che sarebbero più solidi- regna ancora incertezza e si auspica l’ingresso di un amministratore o amministratrice locale. Per quanto riguarda la maggioranza, sul fronte ‘sinistra’ dem (oltre a Michele Fina che è già tesoriere) ci sono Peppe Provenzano agli Esteri, Antonio Misiani in pole per la riconferma all’Economia e Marco Sarracino, dato in queste settimane all’Organizzazione, ruolo che però potrebbe essere affidato a Gaspare Righi, molto vicino alla segretaria. E vicino a Schlein è anche Marco Furfaro, già in pole come vicesegretario, potrebbe essere nominato coordinatore. Ed ancora Alessandro Zan ai Diritti.

Intanto nella minoranza Base riformista sta già mollando Bonaccini

Un ruolo potrebbe averlo anche Stefania Bonaldi, ex-sindaca di Crema, che ha coordinato la rete degli amministratori con la mozione Schlein al congresso. Non ci sarà invece Rossella Muroni, che lo ha ufficializzato sui social. Si parla di personalità esterne come lo scrittore Maurizio De Giovanni, che aveva fatto parte – per poi dimettersi – anche della comitato costituente del nuovo Pd. Intanto nella minoranza Base riformista sta già mollando Bonaccini (com’era facilmente prevedibile).

“Bonaccini ha fatto una partita per sé”, è l’accusa che viene mossa. Anche la scelta, maturata nelle ultime ore, di non nominare nessun vicesegretario viene letta in chiave polemica: “Non fa nemmeno un vice per non doverne dare uno alla minoranza”, la sintesi. Tra i dirigenti di Base riformista le accuse rimbalzano nelle chat: “Bonaccini, purtroppo, non è stato in grado di tenere insieme un’area che aveva ottenuto un risultato importante al congresso ed è voluto entrare in segreteria ad ogni costo con un accordo oggettivamente al ribasso”, è il refrain.

E ancora: “Si dovrà ricostruire un’area riformista che è uscita indebolita e sottorappresentata, rispetto ai risultati del congresso e delle primarie, dalla trattativa per arrivare alla segreteria unitaria”. Lo schema Schlein comunque è chiaro: nessun vicesegretario, valorizzazione delle deleghe di organizzazione e coordinamento, assegnate a figure vicine alla leader dem, e spazio alla minoranza interna. Il tutto sperando che poi si possa assistere a una vera pacificazione. “Che non accadrà mai perché è contro la natura del Pd”, sospira un senatore.

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