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Verso le Comunali, la lezione di Mamdani: cento giorni e centomila buche, il modello New York per l’Italia

Centomila buche riempite in cento giorni, l’ultima a Staten Island. Una pala, due manubri e un casco da cantiere esposti nell’atrio del municipio come trofei. Zohran Mamdani, 34 anni, eletto sindaco di New York a novembre come democratic socialist, ha scelto la cosa più piccola che un’amministrazione possa fare e l’ha trasformata nel simbolo della sua prima stagione di governo. Le buche. Insieme: duemila posti di asilo nido nei quartieri a basso reddito, un negozio di alimentari di proprietà comunale annunciato a East Harlem. Misure minute, scelte apposta minute. È il punto.

Il municipio di New York ha messo online un sito che mappa quartiere per quartiere il lavoro dei primi cento giorni. La voce più ripetuta riguarda i proprietari morosi verso gli inquilini: 34 milioni di dollari fra riparazioni, transazioni e sentenze a favore dei locatari, oltre 6.000 appartamenti rimessi a norma. Poi 9 milioni di restituzioni a lavoratori e piccole imprese sfruttati da grandi corporation e app di consegna, tempo protetto esteso a 4,3 milioni di lavoratori, un investimento da 1,2 miliardi sull’asilo universale annunciato l’ottavo giorno insieme alla governatrice dello Stato di New York, che in campagna lo aveva osteggiato e adesso ne è alleata.

Mamdani racconta tutto con video sui social, parla di “pothole politics”, la politica delle buche, e ripete una frase che pesa più di qualunque programma: il valore di un’ideologia si misura su quanto riesce a consegnare. Il presidente degli Stati Uniti lo ha accusato di “distruggere” la città dopo l’annuncio di una tassa sui residenti part time più ricchi. I repubblicani continuano a dipingerlo come un radicale da temere, gli attacchi sulla fede e sull’origine restano. Lui intanto fa le cose. E le cose fatte restano.

Le cose cambiano cambiandole

C’è un vecchio adagio di Pippo Civati che sembra una tautologia e invece è la cosa più lampante che esista in politica: le cose cambiano cambiandole. Era il titolo della mozione con cui Civati corse alla segreteria del Pd nel 2013, settanta pagine partite da un’autocritica e arrivate a una sola idea, dire che non c’è alternativa è la posizione più conservatrice possibile. Dodici anni dopo quella mozione è una nota a piè di pagina nella storia del centrosinistra, mentre a ottomila chilometri un sindaco la applica alla lettera, senza citarla, perché quasi certamente non l’ha mai letta.

La domanda agli italiani che si candidano

Domenica 24 e lunedì 25 maggio si vota in 666 comuni delle regioni a statuto ordinario, da Venezia a Reggio Calabria, da Prato ad Avellino, diciassette capoluoghi al voto. È la prima prova amministrativa larga dopo mesi di campagne nazionali combattute sulle parole d’ordine, sull’identità, sul nemico. La domanda che il caso Mamdani consegna a chi si candida è semplice e scomoda: cosa avete in mente di cambiare, con quali atti verificabili. Mamdani ha fatto della noia amministrativa, le buche, gli affitti, gli asili, un terreno di consenso, mentre da questa parte dell’oceano la sinistra discute ancora di posizionamento. Una buca riempita è un fatto. Un asilo aperto è un fatto. Una multa al padrone di casa che lascia marcire un appartamento è un fatto. Si raccontano, si contano, si difendono davanti agli elettori.

Civati lo aveva scritto a modo suo, dalla delusione alla speranza. La delusione è la convinzione che governare significhi amministrare l’esistente fino a somigliargli. La speranza, quella che si misura e non si predica, è la pala nell’atrio del municipio. Settimana prossima qualcuno sceglierà chi guiderà la propria città per cinque anni. Le cose cambiano cambiandole. Il resto è gestione dell’esistente, e c’è da scommettere che gli elettori, prima o poi, presentino il conto.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #211

Questa volta alla luce del sole. Lunedì la marina militare israeliana ha abbordato in acque internazionali le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, ripresa in diretta dagli attivisti con le mani alzate mentre i commando si affiancano. I precedenti assalti erano avvenuti di notte. Questo no.

Le cinquantaquattro imbarcazioni erano partite giovedì da Marmaris con attivisti da circa settanta paesi. La marina le ha fermate a ottanta miglia nautiche a ovest di Cipro, oltre duecentocinquanta da Gaza. Lo conferma la Farnesina. Un’ora prima il ministero degli Esteri israeliano aveva intimato su X di cambiare rotta. Circa cento persone trasferite verso il porto di Ashdod. Maria Elena Delia, portavoce italiana, parla di trentacinque italiani su otto barche battenti bandiera italiana, sette o otto già presi. Per l’articolo 4 del Codice della navigazione una nave italiana in acque internazionali è territorio dello Stato.

La Turchia parla di «un nuovo atto di pirateria». Israele non lo nasconde. Lo rivendica. Il ministero degli Esteri israeliano la definisce “una provocazione fine a se stessa” e accusa “due violenti gruppi turchi”. L’impunità esibita come diritto.

Dario Carotenuto, deputato M5S, unico parlamentare italiano imbarcato, lancia un appello da una nave in fuga verso le acque turche: «Intervenite per liberare subito questi equipaggi». Il 21 aprile, al Consiglio Affari esteri, Italia e Germania avevano bloccato la sospensione dell’accordo di associazione fra Unione europea e Israele chiesta da Spagna, Irlanda e Slovenia. Tajani: «La nostra posizione è identica alla Germania». Lo stesso governo che tiene aperto l’accordo che copre quello che la Corte internazionale di giustizia definisce genocidio chiede a Israele di «garantire la sicurezza» dei cittadini italiani sequestrati. Chiede al pirata di proteggere chi abborda.

L’atto è in acque internazionali. È nel salone di Palazzo Chigi. La luce del sole li illumina entrambi.

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Ebola, l’Oms dichiara l’emergenza sanitaria internazionale: ceppo Bundibugyo senza vaccino

L’hantavirus fa notizia da una settimana, con i suoi titoli a effetto e i suoi morti raccontati come una curiosità americana. Domenica 17 maggio l’Organizzazione mondiale della sanità ha alzato l’allarme più alto che ha a disposizione, e non riguardava l’hantavirus.

Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, ha dichiarato l’epidemia di Ebola in Repubblica Democratica del Congo e Uganda «emergenza sanitaria di rilevanza internazionale» (Pheic, nella sigla inglese del Regolamento sanitario internazionale del 2005). È il livello massimo che l’Oms può attivare prima della classificazione di emergenza pandemica, che per ora resta esclusa. A causarla è il virus Bundibugyo, un ceppo di Ebola raro: due soli focolai documentati prima di questo, in Uganda nel 2007 e a Isiro, in Congo, nel 2012. Per il Bundibugyo, a differenza del ceppo Zaire, mancano vaccini e terapie approvate.

I numeri ufficiali dicono già abbastanza. Al 16 maggio l’Oms conta otto casi confermati in laboratorio, 246 sospetti e 80 decessi sospetti nella provincia di Ituri, Congo orientale, distribuiti su almeno tre zone sanitarie: Bunia, Rwampara, Mongbwalu. L’Africa Cdc il 17 maggio porta i sospetti a 336 e i morti a 87. L’agenzia France-Presse, citata da diverse testate, parla di 88 decessi al momento della dichiarazione. Due casi confermati, uno mortale, sono comparsi a Kampalail 15 e il 16 maggio, in persone arrivate dal Congo. Un altro caso confermato è a Kinshasa, capitale a mille chilometri dall’epicentro.

Quel che l’Oms dice senza dirlo

Il primo caso sospetto noto è un uomo di 59 anni: sintomi il 24 aprile, morto in ospedale a Ituri il 27. Le autorità sanitarie sono state allertate via social media il 5 maggio, quando i decessi registrati erano già cinquanta. L’epidemia correva da settimane prima che qualcuno la guardasse. L’Oms scrive che l’alto tasso di positività dei primi campioni, otto su tredici, indica «un’epidemia potenzialmente molto più ampia di quella attualmente rilevata». Tradotto: i numeri ufficiali sono il pavimento, non il soffitto.

E qui finisce la cronaca e comincia la domanda politica. Una Pheic serve a far muovere donatori e governi. La risposta alle ultime dichiarazioni di questo tipo è stata fiacca: quando nel 2024 l’Oms dichiarò emergenza globale il mpox in Africa, gli esperti notarono che servì a poco per portare test e vaccini dove servivano.

Chi paga, e chi ha smesso di pagare

Il contesto in cui arriva questo allarme è un’OMS in crisi di bilancio. Al World Health Summit di Berlino dell’ottobre 2025 si è messo a verbale che all’agenzia mancano quasi 1,9 miliardi di dollari su un budget previsto di 4,2 miliardi per il biennio 2026-27: il 45 per cento delle risorse necessarie. Il buco è figlio del ritiro statunitense deciso dall’amministrazione Trump, che ha azzerato i finanziamenti diretti e smantellato Usaid, l’agenzia federale per la cooperazione: 86 per cento dei programmi terminati secondo la testimonianza di Atul Gawande, ex responsabile salute globale dell’agenzia, davanti alla commissione Esteri del Senato.

L’Oms riferisce un calo del 40 per cento dei fondi per le emergenze rispetto al 2024. Oltre 5.600 strutture sanitarie in contesti umanitari hanno ridotto i servizi, più di 2.000 li hanno sospesi del tutto. Cinquantatré milioni di persone hanno perso accesso a cure essenziali. Ituri, dove l’Ebola corre adesso, è una delle aree più povere e meno coperte del pianeta, dentro un conflitto che dura da anni. Médecins Sans Frontières si prepara a rafforzare la risposta lì e parla di numeri e tempi «estremamente preoccupanti».

Il virus Bundibugyo ha una letalità stimata fra il 25 e il 40 per cento secondo Msf Senza vaccino, senza terapia, in una regione senza ospedali sufficienti e con i fondi internazionali tagliati di quasi metà. L’hantavirus, intanto, continua a vendere copie.

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El Koudri è italiano, ma per Salvini non abbastanza: il razzismo che da domani può toccare chiunque

Salim El Koudri è nato a Seriate il 30 marzo 1995. Italiano, laureato in Economia, residente a Ravarino. Sabato 16 maggio ha lanciato una Citroën C3 a folle velocità in via Emilia a Modena, falciando otto persone, quattro gravi, due donne con le gambe amputate. Un fatto atroce. E un cittadino italiano. Su quel “cittadino italiano” si è aperta la voragine. Matteo Salvini (Lega) ha rilanciato la…

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Onu, verso il voto sulla risoluzione sul clima: gli Usa contro, l’Europa spinge per annacquare il testo. E l’Italia Assente

Mercoledì 20 maggio l’Assemblea generale dell’Onu vota la risoluzione che dovrebbe trasformare in azione politica il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 23 luglio 2025: i giudici dell’Aia, all’unanimità, hanno stabilito che proteggere il sistema climatico è un obbligo giuridico per gli Stati, che il fallimento nella dismissione dei combustibili fossili può costituire atto illecito internazionale, che la mancata regolazione delle imprese sotto la propria giurisdizione apre la strada alla responsabilità statale. Una sentenza priva di vincolatività formale, che certifica però l’inazione climatica come violazione del diritto.

La risoluzione la guida Vanuatu, l’arcipelago del Pacifico che rischia di scomparire sotto il livello del mare e traina la diplomazia climatica dei piccoli Stati insulari. Il testo finale, pubblicato il 1° maggio 2026, è già il frutto di un’erosione. La bozza iniziale prevedeva un Registro internazionale dei danni per raccogliere prove di “perdite o lesioni attribuibili al cambiamento climatico”. È stato cancellato. A spingere per la cancellazione: Stati Uniti, Cina, Unione europea, Giappone, Paesi produttori di petrolio. La parte sui combustibili fossili è stata limata. L’indicazione della Unfccc e dell’Accordo di Parigi come “fori intergovernativi primari” è stata aggiunta come rassicurazione per chi temeva che il diritto internazionale potesse aggirare le Cop, ovvero il luogo dove da trent’anni si negozia senza decidere.

A febbraio l’amministrazione Trump ha fatto circolare un cablo del Dipartimento di Stato guidato da Marco Rubio: chiedeva agli alleati di pressare Vanuatu perché ritirasse la risoluzione, definita “ennesimo eccesso di potere dell’Onu”. Washington sosteneva che G7, Cina, Arabia Saudita e Russia condividessero le sue preoccupazioni. Il mese prima la Casa Bianca aveva revocato l’endangerment finding sui gas serra e annunciato l’uscita dal trattato Onu sul clima. La sequenza è leggibile: prima si smontano gli strumenti interni, poi quelli internazionali.

L’avanguardia europea

L’Unione europea, raccontano Human Rights Watch e i tavoli negoziali ripresi dalla stampa specializzata, ha spinto contro un’interpretazione “espansiva” del parere della Corte. Ovvero: ha contribuito a indebolire il testo. Lo ha fatto mentre Commissione e governi si presentano come avanguardia climatica del pianeta. È la stessa Unione che ha rinviato l’Ets sui trasporti, allentato i vincoli sulla deforestazione importata, riaperto il dossier sui motori a combustione. Il copione si ripete: si firma a Parigi, si negozia a Bruxelles l’eccezione per il proprio comparto. L’Italia manca dai co-sponsor del core group, gruppo che riunisce Paesi Bassi, Kenya, Sierra Leone, Singapore, Barbados, Isole Marshall, Micronesia, Palau, Giamaica, Filippine, Burkina Faso .

Il diritto contro la politica

La risoluzione ha effetto politico, e solo riflesso giuridico. Serve a poco, allora Serve a molto, di fatto. Il parere della Corte, endorsato dall’Assemblea, diventa riferimento obbligato nei contenziosi climatici nazionali. In Italia, dove la riforma costituzionale del 2022 ha inserito all’articolo 9 la tutela dell’ambiente “nell’interesse delle future generazioni”, il pronunciamento dell’Aia potrà essere invocato da chi fa causa allo Stato per le politiche fossili. È quello che teme Washington, che fa Bruxelles, che ignora Roma.

Quando un piccolo Stato del Pacifico costringe i grandi inquinatori a tre anni di negoziati, a tavoli infiniti, a un cablo riservato del Segretario di Stato americano, qualcosa funziona. La risoluzione passerà, con voto largo, e tutti diranno di aver vinto. Solo che il mare di Vanuatu continua a salire e la Corte ha già scritto, nero su bianco, di chi è la responsabilità.

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La Flotilla riparte nell’anniversario della Nakba

Cinquantaquattro imbarcazioni, cinquecento attivisti da oltre quaranta paesi, una rotta calcolata perché la partenza da Marmaris cadesse alla vigilia del 15 maggio. La Global Sumud Flotilla è ripartita giovedì verso Gaza nel giorno in cui la diaspora palestinese commemora i settantotto anni della Nakba, settecentocinquantamila persone espulse dalle case nel 1948. Il comunicato della coalizione lo scrive chiaro: «la commemorazione senza azione non è più sufficiente».

A bordo, unico parlamentare italiano, il deputato M5S Dario Carotenuto. La sua dichiarazione da Marmaris è giuridica prima che politica: offrire alla missione «una garanzia istituzionale di protezione di fronte agli attacchi criminali e agli abusi delle forze armate israeliane». La rotta porterà le imbarcazioni vicino alle acque controllate da Israele entro quattro giorni.

La sequenza che precede la partenza è agli atti. La notte tra il 29 e il 30 aprile la marina israeliana ha abbordato in acque internazionali, a oltre seicento miglia nautiche, ventidue imbarcazioni della Flotilla. Una barca con bandiera italiana è sequestrata, due attivisti prelevati e portati in Israele. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per sequestro di persona. Il ministro Tajani tace.

Il rapporto OHCHR del marzo 2026 definisce ciò che accade in Cisgiordania «politica concertata di trasferimento forzato di massa, finalizzata allo sfollamento permanente, sollevando preoccupazioni di pulizia etnica». Trentaseimiladuecentotrentaquattro palestinesi sfollati in dodici mesi. A Gaza il Ministero della Salute conta oltre settantatremilasettecento morti palestinesi.

La Nakba che Carotenuto cerca di interrompere via mare è quella che le istituzioni italiane rifiutano di nominare. La rotta resta una commemorazione di mille miglia nautiche.

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C’è tanto affetto al banco del pesce

«Sono andata a fare la spesa l’ultima volta al supermercato sabato scorso, se vuole può andare a chiedere». Risponde così, il 13 maggio in Senato, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni al senatore Francesco Boccia (Pd) che le chiedeva conto del Paese reale. E aggiunge che intorno al suo governo c’è «tanto tanto affetto». Quattro anni di palazzo per arrivare al banco del pesce.

Riassumiamo. All’Aja, il 25 giugno 2025, Meloni firma l’impegno Nato del 5% del Pil per la difesa entro il 2035: secondo l’osservatorio indipendente Mil€x circa 700 miliardi in dieci anni, 6-7 miliardi in più ogni anno. Lo firma per blindare l’asse con Donald Trump. Il 14 aprile 2026 Trump la liquida così: «Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo. Non vuole aiutarci». Per il Telegraph è «la fine dell’idillio».

E poi c’è l’altro fronte. Per accreditarsi come leader responsabile in Europa, Meloni ha sposato la disciplina di bilancio che in campagna elettorale prometteva di rovesciare. Risultato: la manovra 2026 vale 22 miliardi, deficit al 2,8%, l’Irpef scende dal 35 al 33% per i redditi tra 28 e 50mila euro. Intanto l’Istat certifica 5,7 milioni di poveri assoluti, l’8,4% delle famiglie, una produzione industriale che nel 2024 è arretrata del 4%, peggio ha fatto solo la Germania, e i nuovi posti di lavoro che sono soprattutto a tempo determinato per gli over 50, il lavoro povero che la sua propaganda doveva cancellare. Matteo Salvini, che vorrebbe violare il patto di stabilità europeo per avere soldi da spendere, intanto la logora dall’interno e nei giorni dell’attacco di Trump si è definito «da sempre d’accordo» con il presidente americano. Il vaso di coccio tra i vasi di ferro, accusato di avere ceduto ai poteri forti che doveva combattere.

Quale Meloni farà allora la campagna del 2027? Quella istituzionale è il vaso di coccio che a Bruxelles e alla Casa Bianca conta zero. Quella sovranista l’hanno smentita le sue stesse firme. Resta la Giorgia che il sabato fa la spesa e incassa «tanto tanto affetto» al banco del pesce. Quattro anni dopo il «Io sono Giorgia», l’unico bunker che le rimane è il numerino della pescheria.

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Cittadinanza ai figli di rifugiati naturalizzati: il Tribunale di Trento smonta le interpretazioni restrittive del governo

Stesso padre, stessa casa, sette anni di residenza a Trento. Due figlie italiane, quattro figli stranieri. La differenza: chi era nato in un appartamento di Trento e chi in Siria, prima dei corridoi umanitari del gennaio 2018. È il paradosso che il Comune di Trento ha imposto a una famiglia siriana applicando le circolari del Ministero dell’Interno e che il Tribunale ha fatto a pezzi con la sentenza del 6 maggio 2026.

La storia è quella di un rifugiato arrivato con moglie e quattro figli, naturalizzato dopo cinque anni di residenza, che muore prima di vedere riconosciuta la cittadinanza ai suoi ragazzi. Il decreto presidenziale di concessione è del 24 marzo 2025. Il giuramento, fissato dal Comune per ragioni organizzative, si svolge il 5 giugno: dodici giorni dopo l’entrata in vigore della legge 74/2025, la conversione del decreto Tajani.

In quei dodici giorni cade tutto. Le due gemelline nate in Italia nel 2023 diventano italiane il giorno del giuramento del padre. Gli altri quattro, nati in Siria e residenti a Trento dal 2018, no. Il Comune segue le circolari ministeriali n. 26185 e 36356 del 2025, che applicano l’articolo 3-bis anche alle naturalizzazioni: serve che il genitore abbia risieduto in Italia per due anni dopo l’acquisto della cittadinanza e prima della nascita del figlio. Per chi è arrivato già con i figli, condizione che la cronologia rende impossibile per definizione.

Cittadinanza, Il bersaglio sbagliato

L’articolo 3-bis nasce per altro. Lo dice senza ambiguità la Corte Costituzionale con la sentenza n. 63 del 30 aprile 2026, depositata sei giorni prima della pronuncia di Trento ed espressamente richiamata: la norma serve a disinnescare il fenomeno degli italo-discendenti con cittadinanza italiana “virtuale, in quanto non accertata, attivabile senza limiti di tempo”. Una norma correttiva, dice la Consulta, pensata per chiudere un canale aperto dalle emigrazioni di massa di fine Ottocento.

Il giudice di Trento prende la Consulta in parola: se l’art. 3-bis regola la trasmissione per filiazione, resta fuori dalla naturalizzazione, che si compie nel presente dopo anni di residenza documentata. Applicarla comunque produce “risultati aberranti”: svuota l’art. 14, abrogandolo di fatto proprio mentre il legislatore lo riscriveva per rafforzarlo.

Cosa pesa, politicamente

Il decreto Tajani è stato presentato come operazione contro la “commercializzazione” dei passaporti italiani e i 60 milioni di italo-discendenti latenti. Lo strumento però è stato scritto con larghezza, e il Ministero dell’Interno lo ha esteso via circolare a una platea estranea: i figli di chi era già qui, di chi qui aveva ottenuto lo status di rifugiato e maturato i requisiti per diventare italiano.

L’effetto pratico, in nove mesi, è stato il blocco di migliaia di pratiche. Famiglie radicate, figli scolarizzati in italiano, genitori naturalizzati a cui veniva detto: aspetta altri due anni, oppure rifai tutto da capo. Una stretta che il governo non aveva annunciato in conferenza stampa, perché annunciarla avrebbe significato confessare che il pacchetto cittadinanza colpiva i siriani di Trento mentre simulava di inseguire i furbi di Buenos Aires.

Il giudice Benedetto Sieff scrive una sentenza tecnica di dieci pagine, riproducibile in ogni tribunale italiano: l’art. 3-bis fa quello per cui è stato scritto, e basta. Tutto il resto è interpretazione amministrativa che gonfia un perimetro per scoraggiare richieste legittime, prassi che la magistratura ora sbugiarda usando come grimaldello la sentenza con cui la Consulta aveva salvato il decreto.

Stessa famiglia, cittadinanze diverse, dicevano i moduli del Comune. Il padre è morto a marzo, ad attendere. Il Tribunale precisa che il decesso non incide: i suoi quattro figli erano diventati italiani nel momento esatto in cui lui aveva alzato la mano.

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Sako Bakari ucciso a Taranto, è solo l’ultima vittima di crimini a sfondo razziale. Cosa dicono i numeri sul fenomeno

Sako Bakari, 35 anni, bracciante maliano. Tre coltellate in piazza Fontana, a Taranto, all’alba di sabato 9 maggio. Si rifugia in un bar, il titolare lo invita ad uscire senza chiamare la polizia. Muore in strada. Sei i fermati per omicidio aggravato dai futili motivi: tutti italiani, quattro minorenni, due maggiorenni. È il copione che Melting Pot Europa ha smesso di leggere come eccezione: “La violenza non nasce mai nel vuoto, viene preparata, alimentata, resa possibile da un clima culturale e politico che costruisce continuamente nemici interni”.

I numeri certificano cosa è stato alimentato

I numeri raccontano cosa è stato alimentato. Secondo il rapporto Censis 2024, i crimini d’odio sono passati da 555 nel 2015 a 1.393 nel 2022, più che raddoppiati. Quelli di natura razzista quasi triplicati: dai 369 del 2015 ai 1.105 del 2022, +199,4%. I dati Odihr/Osce trasmessi dal Ministero dell’Interno via Oscad segnano un calo formale nel biennio del governo Meloni: 1.106 nel 2023, 893 nel 2024. Il dato coincide con la sfiducia nelle forze dell’ordine fra persone migranti, certificata dall’Ecri nel rapporto del 22 ottobre 2024, e con la mancata trasmissione italiana di dati su procedimenti e sentenze, ferma al 2018. Il calo quindi è soltanto statistico.

Lunaria ha documentato 47 attacchi violenti nel solo 2022 e 1.125 cronache di ordinario razzismo nel triennio 2021-2023. Il Cerd dell’Onu, nell’agosto 2023, ha criticato l’Italia per “adozione di un linguaggio razzista da parte dei politici” e “atti di violenza, stigmatizzazione e molestie nei confronti delle persone di origine africana”.

La sequenza dei due anni precedenti

Satnam Singh, 31 anni, bracciante indiano, perde il braccio destro in un macchinario nelle campagne di Latina il 17 giugno 2024. Il datore di lavoro lo scarica davanti a casa, l’arto in una cassetta della frutta. Muore due giorni dopo. Giorgia Meloni lo definisce «atto disumano che non appartiene al popolo italiano». Moussa Diarra, 26 anni, maliano, viene ucciso il 20 ottobre 2024 con tre colpi di pistola da un agente della Polfer alla stazione di Verona. Il 21 aprile 2026 la gip Livia Magri ha respinto l’archiviazione, ipotizzando il concorso in depistaggio del poliziotto. Matteo Salvini aveva commentato: «Con tutto il rispetto, non ci mancherà. Grazie ai poliziotti per aver fatto il loro dovere».

A Verona, giugno 2023, cinque agenti della questura erano stati arrestati per tortura e lesioni aggravate, due con l’aggravante dell’odio razziale. Dalle intercettazioni: «Questo era da buttare nell’Adige». «Tunisino di merda, figlio di puttana». A maggio 2025 chiusura indagini per altri nove agenti, sedici i rinvii a giudizio richiesti. Nell’aprile 2024 a Bologna, in zona Corticella, una famiglia senegalese viene aggredita davanti a un bar: bambina di nove anni e diciottenne al pronto soccorso, «tornate a casa vostra».

Adesso Taranto. Il copione, come sempre, è la “lite tra stranieri” nelle prime ore. Cancellato dopo i fermi. Resta il bar che chiude la porta a un uomo ferito di morte, la procuratrice Eugenia Pontassuglia che contesta i futili motivi, il presidio del 14 maggio in piazza Fontana. Resta soprattutto il fatto che la maggioranza degli aggressori è minorenne: il razzismo che gli adulti hanno costruito nei discorsi pubblici si esegue a quindici anni, davanti ai tavolini di un bar.

Sako Bakari aveva un permesso di soggiorno e andava al lavoro. Il clima che lo ha ucciso è certificato dall’Onu, dall’Ecri, dal Censis, da Lunaria. Si è preparato a parole, si è eseguito a coltellate.

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Francesca Albanese, un giudice a Washington sospende le sanzioni di Trump contro la relatrice Onu. Ecco chi in Italia le aveva avallate o cavalcate

C’è un giudice a Washington, e ha scritto 26 pagine. Richard Leon, distretto della Columbia, nominato da George W. Bush, ha stabilito ieri che le sanzioni di Donald Trump contro Francesca Albanese probabilmente violano il Primo Emendamento. “Se Albanese si fosse opposta all’azione della Cpi contro cittadini Usa e israeliani, non sarebbe stata inserita nell’elenco delle persone sanzionate”. Effetto delle misure: “punire” e “reprimere le espressioni sgradite”. La causa l’aveva intentata a febbraio il marito Massimiliano Cali.

Marco Rubio aveva firmato le sanzioni il 9 luglio 2025: ordine esecutivo 14203, accuse di “antisemitismo” e “sostegno al terrorismo”. Conseguenze: niente conto corrente neanche presso Banca Etica, niente carta di credito, contanti in tasca per affittare un’auto. Una cittadina italiana, relatrice Onu, punita per un rapporto sulle aziende che traggono profitto dall’occupazione israeliana.

Le dichiarazioni contro Francesca Albanese

Vale la pena rileggere quello che hanno detto i politici italiani in questi dieci mesi. Antonio Tajani, Roma, 18 luglio 2025: “La Albanese è stata sanzionata dagli Usa per il ruolo che svolge presso le Nazioni Unite e non in quanto cittadina italiana”. Il ministro degli Esteri scopre, per una cittadina italiana sanzionata, una cittadinanza a tempo. Monaco, 13 febbraio 2026: “Le sue dimissioni? Credo che siano inevitabili”. Inevitabili. Il giudice Leon scrive il contrario: era inevitabile riconoscere l’illegittimità della punizione.

Matteo Salvini, Dritto e Rovescio, Rete 4, 9 ottobre 2025. La definisce “pericolosa per sé e per gli altri”. Testuale: “Questa signora ha lo stipendio pagato da me, da te, da chi è in studio e da chi è a casa”. Pagella Politica certificherà che è falso: i relatori speciali Onu lavorano gratis. E poi: “Si prenda una settimana, vada in vacanza, vada sulla Flotilla, ma non rompa le palle sulla pace!” Insulto da televisione del pomeriggio contro chi denunciava un genocidio.

I politici e i giornalisti

Sara Kelany (Fratelli d’Italia), fine luglio 2025: interrogazione al ministro Piantedosi contro l’ospitata di Albanese alla Camera. Argomento: Albanese è “già sanzionata dal segretario americano Marco Rubio con l’accusa di faziosità, antisemitismo, supporto al terrorismo”. Le sanzioni di Trump diventano titolo di credito per un’interrogazione parlamentare. Tradotto: ce lo dicono gli americani. Quelle stesse sanzioni adesso un giudice federale le dichiara probabili violazioni della Costituzione.

Ester Mieli (Fratelli d’Italia), 13 febbraio 2026: “La fake avvocato Francesca Albanese, maestra in propaganda antisemita, è inadeguata per il ruolo”. Tre invenzioni in una frase: Albanese è laureata a Pisa, master alla SOAS di Londra, dottorato a Amsterdam. Fake è l’aggettivo.

Maurizio Molinari, ex direttore di Repubblica. A RaiNews24, luglio 2025, dice davanti alle telecamere che le sanzioni colpiscono Albanese per “dubbi sui titoli di studio” e “sospetti di finanziamenti da Hamas”. L’Ordine dei giornalisti del Lazio lo censura per “accuse infondate”. L’Ordine nazionale, ad aprile 2026, annulla la sanzione. Resta agli atti che un ex direttore di quotidiano nazionale ha usato un provvedimento giudicato illegittimo da un giudice Usa per fare moral assassination in diretta Rai.

Un punto è chiaro: nessuno di loro ha contestato i fatti del rapporto. Rubio stesso non li ha contestati. Le sanzioni colpivano un’opinione documentata. Lo dice un giudice federale nominato dai repubblicani. Lo dicono 26 pagine di motivazione.

L’Italia istituzionale ha taciuto e dileggiato la cittadina italiana sanzionata. Quando il sistema giudiziario americano fa quello che il governo italiano si è rifiutato di fare, ci si chiede a cosa serva avere un ministro degli Esteri. Tajani ha detto che le dimissioni di Albanese erano inevitabili. In retrospettiva, sono altre le dimissioni che potrebbero esserlo.

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