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Meloni, il Superbonus e la propaganda per bambini

L’incaglio è evidente e questa volta non bastano una manciata di parole di circostanza per cavarsela. Lo stop al Superbonus edilizio (anzi, meglio, le modalità dello stop al superbonus edilizio) conferma che il governo Meloni riesca fin da queste prime battute a dimostrarsi pasticcione. La decisione di bloccare le cessioni del credito delle agevolazioni fiscali è un cappio alla gola per le aziende.

Meloni come sempre prova a buttarla sul populismo d’accatto: “Il Superbonus è costato 2mila euro a ogni italiano”. Ma i conti non tornano

Non funziona nemmeno la presidente del Consiglio Meloni che prova come sempre a buttarla sul populismo d’accatto: “il superbonus è costato 2mila euro a ogni italiano – dice -. Quando spende lo stato non è nulla gratis”. Verissimo. Solo che questo gioco di dividere le spese per il numero degli abitanti è molto pericoloso e si ritorce facilmente contro.

Quei 25 miliardi sono crediti decennali. Ogni italiano, neonati inclusi, ha speso negli ultimi 24 mesi 275 euro in armi. Solo l’anno scorso ogni in italiano, in 12 mesi, neonati compresi, ha speso 1680 euro per pagare l’evasione fiscale che questo governo senza troppe remore accarezza per ottenere voti.

Continuiamo: mentre le famiglie e le imprese italiane sono strozzate dall’aumento del gas gli extraprofitti di 9 mesi (solo 9 mesi) di Eni diviso per il numero degli italiani, neonati compresi, è di 285 euro a testa. Le mafie? Costano 680 euro a italiano, neonati compresi. LA corruzione è stimata sui 230 miliardi all’anno. Diviso per ogni italiano, neonati inclusi? 3900 euro a testa.

C’è una differenza sostanziale che la presidente Meloni omette: a differenza di mafie e corruzione la ricaduta del superbonus in termini di creazione di lavoro e di sostenibilità ambientale è un guadagno che andrebbe sottratto al costo. Ma qui non è in discussione una misura che, come tutte, è ovviamente perfezionabile. Qui si tratta di discutere di una modalità propagandistica che potrebbe funzionare al massimo in un programma per bambini, vista la sua inutile stupidità. Esattamente come le divisioni qui sopra.

Non è un caso che contro Giorgia Meloni ieri abbia deciso di schiantarsi anche Silvio Berlusconi: “Il Parlamento sovrano discuterà il decreto, e, nei tempi richiesti, ove lo ritenesse opportuno, potrà apportare utili modifiche“, dice. La prova che Meloni e i suoi sono ben consapevoli di rischiare grosso la si può intendere anche dalle parole di Tommaso Foti, capogruppo di Fdi alla Camera. “La proposta di Forza Italia per un tavolo di maggioranza sul superbonus?

Vedremo, per ora aspettiamo l’incontro di oggi a Palazzo Chigi, dove ci sono già le associazioni che hanno diretto interesse sul decreto”, ha detto il meloniano, rispondendo a Licia Ronzulli e Alessandro Cattaneo. Oggi il governo incontra le associazioni di categoria e ci vorrà molto di più di una semplice divisione per bambini per ottenere la fiducia delle imprese. Erano pronti, dicevano. Si vede.

 

Leggi anche: Retromarcia della Meloni sul Superbonus: le proposte di FdI sul tavolo per non spaccare la maggioranza

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Agguati fascisti. Tutto bene?

Sta circolando il video dei neofascisti di Azione studentesca ai danni degli studenti del liceo Michelangiolo di Firenze. Nel video c’è uno studente per terra coperto di calci e di pugni anche da adulti. Ha ragione il sindaco di Firenze Dario Nardella a parlare «aggressione squadrista intollerabile». Ci mancherebbe.

Ma chi sono i punti di riferimento di questi vigliacchi fascisti? Basterebbe leggere con attenzione il comunicato del Coordinamento di Fratelli d’Italia di Firenze che dopo aver espresso “profondo rammarico” per gli scontri si è affrettato a chiedere «che venga fatta chiarezza sull’episodio con la corretta ricostruzione dei fatti e auspichiamo che tutti, soprattutto coloro che rivestono incarichi istituzionali come ha fatto il sindaco di Firenze, abbiano la stessa accortezza nel commentare l’accaduto senza additare responsabilità prima che le stesse siano acclarate, cosa che rischia soltanto di alimentare ulteriormente un clima già troppo pesante». Capito? Nemmeno con un ragazzino per terra pestato a calci da degli adulti basta a fargli intendere la “matrice”. Un comunicato che fa orrore.

Anche perché la matrice di Azione studentesca sta tutta nei loro patetici slogan. «Sogna, combatti, distinguiti». «La rivolta comincia dai banchi, chi non lotta è complice». Oppure «difendiamo la patria come fecero gli arditi». Frasi che non hanno bisogno di troppe interpretazioni. Solo che anche loro spesso, proprio come gli “arditi” a cui fanno riferimento, riescono a distinguersi per vigliaccheria.

«Sono minorenni, al massimo hanno 20 anni» ha detto il coordinatore fiorentino di Fratelli d’Italia. Fratelli d’Italia che ha il suo simbolo in bella evidenza sulla sede di Azione studentesca e Casaggì (il centro sociale di destra) in via Frusa che dice? «Nessuno provi a costruire ambiguità o dubbi sul nostro pensiero – ha detto Francesco Torselli, capogruppo di Fratelli d’Italia in consiglio regionale della Toscana – Le aggressioni, le intimidazioni, gli atti vigliacchi non appartengono né alla nostra storia né al nostro modo di fare politica. Fratelli d’Italia e i suoi movimenti giovanili rifiutano la violenza come forma di manifestazione politica e condannano apertamente qualsivoglia aggressione o intimidazione, da qualsiasi parte esse arrivino». No, è vero. Non ci sono ambiguità.

Notate, tra le altre cose, il silenzio di quelli che si sono fatti insanguinare gli occhi per un po’ di vernice lavabile sui muri degli ambientalisti. Notate come sono sbadati. Notate come sono fascisti.

Buon lunedì.

Nella foto: frame del video dell’attacco di Azione studentesca davanti al liceo Michelangiolo di Firenze

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Faida nella Lega sull’Autonomia. Calderoli porta Zaia alla Consulta

L’autonomia differenziata ogni volta che esce dalla propaganda o dalle confuse poche righe di un programma elettorale si schianta contro la realtà. Questa volta l’incidente è ancora più gustoso poiché a scontrarsi sono il leghistissimo ministro Roberto Calderoli (uno che l’autonomia la infila in ogni mezza frase detta agli elettori e alla stampa) e il leghistissimo presidente della Regione Veneto Luca Zaia.

Faida nella Lega sull’Autonomia differenziata. Il Governo impugna la legge Finanziaria del Veneto. Che anticipa un principio della riforma sulle Regioni

Ora il ministro che ha promesso l’autonomia differenziata ha chiesto e ottenuto di impugnare davanti alla Corte costituzionale una legge della Regione Veneto che cercava di anticipare l’autonomia tributaria. Il paradosso si è consumato l’altro ieri quando il ministro per l’Autonomia e gli Affari regionali ha chiesto e ottenuto nel Consiglio dei ministri di ricorrere alla Consulta contro la legge veneta numero 30 del 2022, la Finanziaria regionale. E a far sorridere ancora di più è che quella veneta è l’unica legge di Stabilità contestata dallo Stato centrale. Ma ad aumentare l’aspetto tragicomico della vicenda c’è il fatto che si tratti dell’unica impugnazione messa in atto dal Governo Meloni.

Oggetto del contendere sono sei righe illustrate in Consiglio regionale dall’assessore al Bilancio di Zaia che chiedeva che l’attività di recupero dell’Irap e dell’addizionale Irpef dovessero rimanere nelle casse della regione. Il ragionamento è sempre il solito, quello leghista: questi soldi sono dei veneti e quindi vanno al Veneto. Niente di nuovo all’orizzonte se non fosse che quei soldi (stimati tra i 20 e i 30 milioni di euro all’anno) devono seguire le regole.

E infatti Palazzo Chigi in uno stringato comunicato spiega che certe disposizioni della regione Veneto “si pongono in contrasto con la normativa statale in materia di armonizzazione dei bilanci pubblici, violando l’articolo 117, comma 2, lett. e) della Costituzione, nonché l’articolo 81, relativamente alla copertura finanziaria”.

Zaia non ci sta, prende carta e penna e risponde: “Nel mio oggetto sociale c’è scritto che devo occuparmi degli interessi dei veneti. – scrive in una nota – È esattamente quello che ho sempre fatto, nel momento in cui mi è stato affidato il governo della Regione”. La spiegazione: “Nel caso in questione, che riguarda aspetti molto tecnici sul recupero di somme oggetto di controlli fiscali, restiamo convinti che la parte di provvedimento impugnata sia destinata a tutelare gli interessi dei veneti, per cui andiamo avanti.

Sarà la Corte Costituzionale a dover decidere: andremo dinanzi alla Consulta per ribadire la correttezza di quanto abbiamo proposto”. Poi Zaia ha un’illuminazione: “Non possiamo permetterci – dice Zaia – di rinunciare a priori a proporre provvedimenti innovativi, dalla forte connotazione regionale. Prova ne è che è stata impugnata dal governo solo una piccola parte, minoritaria, della complessa legge regionale di Stabilità. Altre porzioni importanti e con carattere di novità sono state attentamente vagliate dall’esecutivo senza alcuna eccezione”.

Cioè: Zaia sapeva che la sua proposta non rispettava la legge ma ancora una volta ha preferito la forma alla sostanza, facendo un po’ di rumore utile anche per la battaglia interna nella Lega. Una cosa si può subito riconoscere: anche se l’autonomia differenziata rimane un nebuloso progetto che difficilmente – anche questa volta – troverà la luce il partito di Salvini è riuscito ad anticipare i tempi con una bella autonomia differenziata all’interno del suo partito. La Lega veneta esulta per avere avuto un’idea eccezionale e la Lega al governo gliela ricaccia in gola. Tutto, come sempre, alla faccia dei cittadini.

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L’assoluzione su Ruby non restituisce a Berlusconi alcuna credibilità

Accade questo. Silvio Berlusconi viene assolto nell’ennesimo processo Ruby. Un’assoluzione che ha a che fare con tecnicismi, di sicuro un’assoluzione che non mette in discussione il fatto che un uomo politico, nel ruolo di presidente del Consiglio, si sollazzasse in serate in cui giovani ragazze si accordavano al telefono per spartirsi i completini sexy e per mostrare le proprie grazie. Niente di male, sia chiaro, ma un premier che frequenta un privé (anzi, se lo fa in casa) sarebbe una notizia in qualsiasi situazione.

Ragazze infilate nel listino di Formigoni in Lombardia

Anche perché gli urlati di qualche giornalista amicissimo della destra che accusano le intercettazioni come causa dello spiare mondiale dalla serratura di casa Berlusconi sono totalmente infondati: il Cavaliere viene “scoperto” perché ne parla allegramente con i suoi amici e con i suoi compagni di partito (chiedere al capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale in Lombardia che predisse il disastro proprio per l’ostentazione del capo) e perché una di quelle ragazze venne infilata (senza passare dal voto) nel listino dell’ex presidente di Regione Lombardia Roberto Formigoni, pagate con soldi pubblici per avere un ruolo politico guadagnato in modi immorali, se non illegali.

Nicole Minetti. (Getty)

Feste anche con minorenni, altro che statista incompreso

C’è di più. Berlusconi venne “beccato” perché una di quelle ragazze era minorenne. E qui varrebbe la pena rileggersi cosa disse di lui la sua ex moglie Veronica Lario. Ma stiamo andando oltre. Quello che ora ci interessa è ciò che stanno facendo da due giorni i cantori del berlusconismo, quasi tutti grati a Silvio per i bonifici ricevuti indirettamente con una qualsiasi delle sue tante attività, da quelle editoriali a quelle televisive passando per quelle politiche o imprenditoriali o calcistiche. Il teorema è sempre lo stesso: per colpa di quelle malefatte Berlusconi – che a detta loro sarebbe uno statista incompreso dal Paese – si è ritrovato escluso dalla vita pubblica e si è ritrovato con l’immagine sporcata. Ne parlano tutti per due giorni, gente di destra, gente di centro e presunta gente di una presunta sinistra irresistibilmente attratta dal potere in tutte le sue declinazioni.

Karima El Mahroug si è presentata in aula per l'udienza del processo Ruby ter: la legale ha ribadito che non ha mai avuto rapporti con Berlusconi.
Karima El Mahroug. (Getty Images)

Sull’Ucraina Weber del Ppe prende le distanze

Poi accade un fatto semplice, a prima vista marginale. Il capogruppo dei Popolari europei Manfred Weber verga un tweet che lascia poco spazio a interpretazioni: «a seguito delle osservazioni di Silvio Berlusconi sull’Ucraina abbiamo deciso di annullare le nostre giornate di studio a Napoli. Il supporto per l’Ucraina non è facoltativo». E poi aggiunge: «Antonio Tajani e Forza Italia hanno il nostro sostegno e proseguiamo la collaborazione con il governo italiano sui temi dell’Ue». Tradotto: la riunione dei Popolari prevista a Napoli a giugno si farà senza Silvio Berlusconi. Sono stati molti gli europarlamentari popolari che hanno fatto sapere a Weber di non voler partecipare a un incontro in cui sarebbe stato presente il leader di Forza Italia. «O lui o noi», hanno detto. E il Ppe ha scelto loro.

perché mario draghi sta perdendo la pazienza
Silvio Berlusconi con Manfred Weber del Ppe (da Fb).

La credibilità è andata in frantumi per tante cose

Straordinaria la difesa del ministro degli Esteri e vice presidente del Consiglio Tajani, che per sua sfortuna si ritrova anche a essere il coordinatore nazionale del partito di Berlusconi: «Berlusconi è Forza Italia. Forza Italia è Berlusconi. Non condivido la decisione di rinviare la riunione di Napoli. Anche perché Berlusconi e Fi hanno sempre votato come il Ppe sull’Ucraina, come dimostrano gli atti del Ppe», dice Tajani. La logica sarebbe semplicissima: il Ppe stima Tajani e Forza Italia, ma disistima Berlusconi, Tajani gli dice che Berlusconi è l’anima e la mente di Forza Italia quindi evidentemente il Ppe disistima Forza Italia ma ha troppo pudore per ammetterlo. Torniamo quindi al punto di partenza. Davvero c’è qualcuno che pensa che la credibilità di Berlusconi si sia frantumata per Ruby Rubacuori e non per cose molto più importanti? Nel dubbio, rileggetevi la sentenza di condanna di Marcello Dell’Utri. Altro che camera da letto.

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Forza Italia sulle barricate. Lo stop al Superbonus fa insorgere i suoi elettori

Le acque agitate in Forza Italia non riguardano solo Silvio Berlusconi, pronto in ogni occasione in cui ha un microfono sotto al naso per bombardare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il suo governo. La deputata azzurra Erica Mazzetti, membro della Commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici decide di sganciare la bomba parlando con Adnkronos. “Serve un confronto in Aula, il governo non metta la fiducia”, intima Mazzetti, esperta di tematiche legate all’edilizia. “Serve una nuova norma che introduca incentivi ragionati e studiati, non possiamo lasciar morire un settore fondamentale dell’economia”, è l’appello lanciato dalla parlamentare.

Superbonus, Erica Mazzetti (Forza Italia): “Serve un confronto in Aula, il governo non metta la fiducia. Occorre una nuova norma”

Per Mazzetti il Superbonus 110%, introdotto dal governo Conte II, è stato “un provvedimento eccellente, perché arrivato dopo 10 anni di crisi del settore edilizio, ma allo stesso tempo scellerato nei tempi e nei modi. E oggi ne paghiamo tutti le conseguenze”. “La decisione dell’esecutivo di approvare la norma che blocca la cessione dei finanziamenti alle banche “è stata un fulmine a ciel sereno per molti, il settore dei costruttori è andato nel panico”, racconta Mazzetti. Esattamente con l’opposizione ripete da giorni.

”Come Forza Italia ci siamo immediatamente riuniti assieme ai capigruppo. Abbiamo capito dal Mef che non c’era possibilità di modificare il provvedimento e abbiamo cercato nell’immediato di risolvere il problema della cessione del credito, togliendo la responsabilità solidale: questo lo abbiamo ottenuto, grazie al nostro vicepremier Tajani che ha portato in Cdm le nostre richieste”. “Passato lo shock di ieri bisogna essere razionali e ragionare su come affrontare i prossimi passaggi”, dice Mazzetti la quale invoca “un confronto parlamentare concreto e strutturale sul superbonus”. E avverte: “Questo lo possiamo fare solo se non viene messa la fiducia”.

In Parlamento arriva una mozione che impegna il governo a trovare soluzioni sullo sblocco dei crediti

Intanto in Parlamento arriva una mozione, a firma proprio di Mazzetti che impegna il governo a trovare soluzioni sullo sblocco dei crediti e ad adottare nuovi provvedimenti per il rilancio delle politiche di efficientamento energetico e sismico degli edifici. La mozione è stata calendarizzata per il prossimo 27 febbraio.

“Il centrodestra ha promesso che avrebbe messo in sicurezza gli imprenditori e i cittadini che avevano fatto investimenti importanti. Noi siamo stati coerenti”, rimarca Mazzetti, sottolineando come questo impegno faccia parte del programma elettorale di tutto il centrodestra, “non solo di Forza Italia. E gli alleati di Fdi devono ricordarlo. Sono certa – conclude che nessuno nel centrodestra voglia ammazzare il settore trainante dell’economia. Non si può dire alle imprese, dalla sera alla mattina, ‘datevi fuoco’…”.

Nel frattempo anche il capogruppo alla Camera Alessandro Cattaneo si mostra sorpreso: “Non ne sapevo nulla, proprio nulla. Speriamo di poter approfondire, di capire meglio il decreto”. Siamo insomma a una nuova crepa nella maggioranza dopo lo scontro sullo sconto delle accise sui carburanti rientrato faticosamente. In quel caso il contestatore berlusconiano, Luca Squeri, è stato messo a tacere ponendo la fiducia.

Ma a colpi di fiducia, Giorgia Meloni lo sa, si finisce per smantellare la maggioranza di governo. E dalle parti di Forza Italia sono molti a credere che Silvio Berlusconi stia solo aspettando l’occasione giusta per riprendersi il suo spazio politico e per tirare la corda per ottenere qualcosa. E forse la corda è lì, appesa, al Superbonus.

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Siamo al monocameralismo di fatto

Senza bisogno di nessuna faticosa riforma costituzionale il monocameralismo in Italia di fatto c’è già. Lo spiega in uno studio Openpolis che sottolinea come nell’attuale legislatura il “monocameralismo di fatto” sia evidente senza che nessuno lo faccia notare. “Sono ormai passati 4 mesi – scrive Openpolis – dall’inizio della XIX legislatura. Un periodo in cui le nuove Camere hanno approvato in via definitiva soltanto 10 leggi.

Dall’insediamento del Governo Meloni approvate 10 leggi. Tutte discusse in una sola Camera e blindate nell’altra

Ma c’è un altro aspetto particolarmente interessante che emerge dall’analisi di questi primi mesi. E cioè il fatto che per nessuna delle proposte di legge che hanno già concluso l’iter siano stati approvati emendamenti in entrambi i rami del parlamento. La scelta di deputati e senatori, in accordo con il governo, è stata infatti quella di discutere eventuali proposte di modifica ai testi dei disegni di legge (Ddl) in una sola Camera. Quella in cui il Ddl ha iniziato il proprio percorso”.

Complessivamente le proposte emendative approvate dall’inizio della legislatura sono 360. Alla Camera le modifiche accolte sono state 257, di cui 246 in commissione e 11 in aula. Al Senato invece gli emendamenti approvati sono stati 103, di cui 91 in commissione e 12 in aula. Non sono mai stati approvati emendamenti nelle due Camere sullo stesso argomento e il 93,6% degli emendamenti sono stati approvati in Commissione.

Secondo Openpolis “occorre ricordare a questo punto che in alcune occasioni il governo ha posto la questione di fiducia sui provvedimenti in discussione. È successo per la legge di bilancio e per il decreto aiuti quater in entrambe le camere. E per il decreto rave a Montecitorio. Questo ha di fatto precluso la discussione e relativa votazione degli emendamenti presentati in aula”.

In questi casi le proposte approvate sono quelle scaturite dal confronto in commissione. Fanno eccezione 2 emendamenti alla legge di bilancio che risultano approvati in aula. Questi però sono di origine governativa e contengono solamente alcune correzioni agli stati di previsione dei ministeri dell’economia, della cultura e dell’agricoltura. Il monocameralismo di fatto, insomma, serve per velocizzare l’iter delle leggi, nonostante i richiami della Corte Costituzionale. Così il Parlamento si ritrova svuotato delle sue prerogative, alla faccia dell’articolo 70 della Costituzione che prevede che Camera e Senato esercitino il potere legislativo “collettivamente”.

Come scrive Ilenia Massa Pinto nel suo saggio (Il “monocameralismo di fatto” e la questione della perdurante validità della Costituzione, 2022) “la marginalizzazione del Parlamento con lo spostamento del baricentro a favore del Governo nell’esercizio della funzione legislativa è comunque un dato unanimemente riconosciuto che, sebbene sia un ritornello che da sempre accompagna la storia repubblicana, negli ultimi tempi ha registrato scostamenti – quantitativi e qualitativi – dal modello costituzionale tali che il loro accumularsi sembra aver infine invertito del tutto il rapporto tra regola ed eccezione”.

In campagna elettorale i partiti di governo avevano promesso di mettere mano alla Costituzione. Subito dopo le elezioni la maggioranza però si è spaccata sulle modalità e sulle finalità di un’eventuale riforma costituzionale. Anche in quel caso giorni di polemiche e fiumi di articoli ma poi non se n’è saputo più nulla. Nessuna proposta di riforma è stata presentata, al di là di qualche vaga dichiarazione d’intenti. Devono aver pensato che nell’attesa di cambiare la Costituzione intanto si può forzare quella che c’è.

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Berlusconi martire e pure Santo

Berlusconi è stato assolto, la stampa italiana no. Il giorno dopo l’assoluzione di Silvio Berlusconi (avvenuta per un semplice cavillo tecnico) la stampa italiana passa la giornata a tessere lodi all’ex Cavaliere come nuovo santo del garantismo internazionale. L’occasione è ghiotta, all’orizzonte si intravede la possibilità di ripetere l’operazione già fatta con Giulio Andreotti: mettere in campo tutte le forze per usare un’assoluzione in tribunale all’assoluzione della storia. Ma la storia, come già accaduto per l’ex senatore a vita, non assolverà Berlusconi.

Lodi sperticate a Berlusconi dalla stampa senza vergogna. Dal Giornale a Libero al Riformista difesa spudorata del leader di FI e attacchi ai pm

Così si parte con Il Messaggero che titola a tutta pagina “Berlusconi, nuova assoluzione”, lasciando al lettore il retrogusto che la carriera di Silvio sia costellata da certificazioni della sua innocenza e non da leggi fatte su misura dai suoi governi pieni di lacchè. “Sotto il fango niente”, titola un galvanizzassimo Augusto Minzolini su Il Giornale. Nei commenti si scatenano: “La Waterloo delle toghe dopo 30 anni”, scrive Stefano Zurlo. Che poi in questi 30 anni ci siano cosucce come una condanna per mafia al braccio destro di Berlusconi, Marcello Dell’Utri, che tesseva i rapporti con Cosa Nostra per l’ex premier deve essere sfuggito alla redazione.

Marcello Pera verga un editoriale dal titolo “un danno per l’immagine per l’Italia” ed è difficile non essere d’accordo con lui, anche se per ragioni opposte. Minzolini ne approfitta per dare addosso a Ilda Boccassini parlando di “inquisizione più che di diritto” e ripete la solita litania del “Cavaliere fatto fuori dalla vita pubblica”. Minzolini sta parlando di uno dei tre leader di governo, di un ex candidato alla Presidenza della Repubblica. Non male come “sparizione”.

Ma il punto più alto dell’editoriale sono “le pressioni, per non dire le minacce” che secondo Minzolini i magistrati hanno messo in atto durante il processo. Siamo sicuri che Minzolini, posata la penna sarà corso in Procura a denunciare, vero? Sì, come no. Stavate aspettando Libero? Eccolo qua. Il quotidiano fondato da Vittorio Feltri detta la linea politica: “Berlusconi assolto” e quindi “i pm alla sbarra”. Niente, non ce la fanno a immaginare una giustizia che funzioni anche con le assoluzioni (perfino per dei tecnicismi, come in questo caso).

Alessandro Sallusti scrive in prima pagina un editoriale che aveva in canna da anni e racconta di una sera a cena con Berlusconi (probabilmente senza “ragazze eleganti” che si travestivano da avversari politici lasciando in bella mostra le grazie e. Mimando atti sessuali) in cui un presunto “esperto di diritto” chiese a Berlusconi come avrebbe potuto un povero diavolo difendersi da processi di quel tipo senza i suoi soldi in tasca.

Lasciamo perdere la salomonica risposta di Berlusconi (che ogni volta che viene descritto dai suoi scherani appare come un illuminato statista e poi basta mettergli un microfono sotto il naso per sentirlo sparare bestialità) e registriamo che anche per Sallusti domani potrebbe capitare a una qualsiasi signor Rossi, anonimo impiegato, di avere contatti con la mafia, di conoscere e incontrare un’infinità di corrotti e di corruttori, di avere a disposizioni uno stuolo di avvocati che entrano in Parlamento per difenderlo dai processi e non nei processi. Deve essere un mondo meraviglioso quello che ha in testa Sallusti. E poi attacca.

C’è tutto l’armamentario della propaganda berlusconiana: un piano inventato a tavolino da un “Sistema” (ci ha messo pure la lettere maiuscola) definito “soviet” (quindi piacerà a Berlusconi,. Immaginiamo), poi le “veline” passate ai giornali e tutto quello che ci si può aspettare. Alla fine Sallusti quasi si commuove pensando a quelle “ragazze che negli anni avevano frequentato le cene di Berlusconi” finite “nel tritacarne mediatico”. Fenomenale. Non poteva mancare Il Foglio nella schiera di giornali che dimostrano di averci capito moltissimo.

Per l’occasione si scomoda Giuliano Ferrara: “Che meraviglia l’assoluzione del Cav” – scrive Ferrara – “e viva la nostra battaglia contro una pessima inchiesta e il politicamente corretto dei mutandoni alle ballerine”. Gli anni di galera, secondo Ferrara, Berlusconi piuttosto se li meriterebbe “per dichiarazioni false e tendenziose pro Putin”. E nel suo genio editoriale Ferrara riesce a dirci che perfino Ruby nipote di Mubarak (affermazione votata dalla maggioranza in Parlamento dell’epoca, comprese le “competenti” che ora professano serietà nel cosiddetto Terzo polo) fosse solo “un’invenzione di fertile spessore solidale per evitare guai e pasticci giudiziari a una giovane persona del giro”.

In questa frase c’è tutto: se le bugie vengono raccontaste per quelli “del giro” allora sono buone azioni e valgono come una medaglia. Povero Putin, che è uscito “dal giro” de Il Foglio e di Ferrara. Pesta duro anche Il Riformista: “Assolto, assolto, assolto, assolto, assolto”, inizia così l’articolo di Tiziana Maiolo che apre la prima pagina. “Fine della persecuzione più lunga del secolo”, è il titolo che campeggia. E nell’editoriale del direttore Ruby che di fatto non sussiste, che è solo una povera ragazza incappata in un anziano presidente del Consiglio con il cuore troppo grande, diventa comunque utile per “una riforma della magistratura”.

Anche qui giù attacchi a Boccassini e Travaglio. A proposito di garantismo. Poteva mancare La Verità? No, ovviamente. Titolo a piena pagina sul “bunga bunga dei pm” e un corsivo del direttore Maurizio Belpietro che ci dice che il governo Berlusconi è caduto per le vicende avvenute sotto le lenzuola. Non ricorda Belpietro lo sfacelo economico di quel governo e lo stato pietoso dell’Italia agli occhi del mondo per questioni ben più pesanti. Ma la riabilitazione di Silvio è un lavoro sporco ma qualcuno lo deve pur fare.

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La banda dei tre: Nordio, Donzelli e Delmastro

«Le parole riferite in Aula da Donzelli non sono relative a documenti sottoposti a segretezza. La dicitura “limitata divulgazione” presente sulla scheda di sintesi esula dal segreto di Stato, si tratta di una mera prassi amministrativa ed è di per sè inidonea a connotare il documento trasmesso come atto classificato». Aveva detto così il ministro alla Giustizia Carlo Nordio riferendosi al documento del Nic (il Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria) sui colloqui tra esponenti politici e detenuti che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (Fratelli d’Italia) aveva passato al suo inquilino Giovanni Donzelli che ha pensato bene di usarlo come clava contro i suoi avversari politici in Parlamento.

Una vicenda che già così rende perfettamente l’idea del dilettantismo dei tre. A questo si aggiunge che quel documento che non era segreto, secondo Nordio, non può essere visionato dai parlamentari. Proprio così. Quando tre deputati dell’opposizione l’hanno chiesto hanno ottenuto solo tre pagine. «Il ministero, valutando le istanze quali espressione del potere di sindacato ispettivo, ha fornito copie degli atti nel rispetto della loro ostensibilità», aveva detto Nordio. Ma come? Sono segreti o non sono segreti?

Ieri alla farsa si è aggiunta una nuova puntata con la Procura di Roma che indaga il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro per rivelazione di segreto d’ufficio. L’indagine era stata aperta su esposto del deputato dei Verdi, Angelo Bonelli. Ma quindi cos’è questa benedetta “divulgazione limitata” a cui fa riferimento Nordio? Non sarà forse solo un parare un’enorme cretinata compiuta dai due uomini di punta di Giorgia Meloni?

Nelle scorse settimane i pm hanno già sentito alcuni soggetti come persone informate sui fatti: dall’attuale capo del Dap Giovanni Russo all’ex capo del Gruppo operativo mobile (Gom) della polizia penitenziaria, Mauro D’Amico e all’attuale direttore, Augusto Zaccariello. La questione è molto meno “liscia” di come ce la vorrebbero presentare. Rassicurante, vero?

Buon venerdì.

In apertura il ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto ministero Giustizia), Giovanni Donzelli e Andrea Delmastro (foto Camera dei deputati)

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Destre al servizio dei signori del fossile

“Eurofollia!”, strillano da Fratelli d’Italia con il senatore Paolo Marcheschi che riesce a vergare un comunicato in cui parla di una “sinistra che impone all’Europa” auto elettriche e per non farsi mancare niente ci butta dentro anche “il vino e le cosiddette case Green”.

Il No contro lo stop ai motori inquinanti è roba da Mesozoico. Ma fa comodo a chi si arricchisce a spese dell’Ambiente

L’eurodeputato Paolo Borchi se la prende con il Pd perché la casa automobilistica Ford negli Usa annuncia il licenziamento di 3.800 dipendenti. Ma il circo è variegato. C’è il presidente della Liguria Claudio Toti che parla di “decisione Ue folle e autolesionista”, le Confindustrie varie che parlano di “scelta ideologica” e addirittura Federcarrozzieri che ci avvisa che le riparazioni costeranno fino al 30% in più perché “l’elettronica particolare che caratterizza tali vetture determina attività più lunghe e costose”.

Non poteva mancare ovviamente, il ministro alle Infrastrutture Matteo Salvini che mica per niente è concentrato sullo spandere cemento in ogni dove, sorridente al taglio del nastro, con un’idea di Paese che arriva direttamente dal Mesozoico.

Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, parla di “una visione ideologica e faziosa che sembra emergere dalle istituzioni europee” e chiede una tempistica più graduale. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, annuncia che “l’Italia avanzerà una sua controproposta: limitare la riduzione al 90%. Bene la lotta al cambiamento climatico ma bisogna aiutare anche l’economia reale”.

Solo che l’economia reale di cui parla questa destra italiana che si finge sorpresa per una decisione che si sapeva da tempo e che molti di loro hanno anche votato sono semplicemente i biechi interessi che questo governo ha promesso di preservare. Così accade che l’Italia spicchi tra i Paesi cosiddetti occidentali per miopia, per arretratezza e per ignorante conservatorismo.

C’era da aspettarselo, ovviamente, visto che sono gli stessi partiti che dipingono Greta Thunberg come portatrice di interessi occulti per sovvertire l’ordine mondiale. Gli interessi che si possono toccare con mano allo stato attuale sono sicuramente quelli dell’industria fossile a cui questo governo si è legato mani e piedi, pronto perfino a fare l’indecente figura del negazionista pur di non turbare il sonno di chi insegue il fatturato subito fottendosene del pianeta.

Perché in fondo la loro non è nemmeno una guerra alle auto elettriche – di cui sanno ben poco e che gli interessano ben poco – ma è semplicemente un’irrefrenabile difesa dello status quo. La mobilità elettrica, è vero, porta con sé molte incognite come il costo ambientale per produrle e distribuirle o i combustibili fossili che vengono utilizzati per alimentarle ma è uno dei punti imprescindibili per azzerare le emissioni entro il 2050, come è scritto sui documenti che tutti hanno firmato.

Le auto elettriche sono lo spauracchio di questi giorni ma prossimamente arriverà tutto il resto, che sia il consumo di suolo o che siano l’agricoltura e l’allevamento intensivo o che sia l’efficientamento energetico. E sarà ogni volta la stessa storia, questa stessa storia. Vedere il futuro come un’ideologia dà il senso della limitatezza di queste forze politiche ancorate al passato e al mantenimento cristallino del presente.

Anzi, verrebbe da dire, magari fosse un’ideologia: significherebbe che c’è finalmente una parte politica che la porta avanti, se ne appropria, la difende. E si scoprirebbe che accade ogni volta così: chi è incapace di immaginare il futuro non può fare altro che descrivere il presente come il migliore dei mondi possibili.

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Forti con i deboli e deboli con i forti: il caso Gucci

A settembre dell’anno scorso grazie al giornalista investigativo Stefano Vergine abbiamo saputo che Gucci, il famoso marchio della moda, aveva ottenuto uno sconto fiscale di 748 milioni di euro. Diceva così l’accordo, nero su bianco, tra il fisco italiano e Kering, multinazionale controllata da François-Henri Pinault e proprietaria di marchi della moda come Gucci, Yves Saint Laurent e Bottega Veneta. «Sette pagine top secret», scrive Stefano Vergine, «che hanno messo la parola fine al contenzioso fiscale iniziato nel 2017, con il colosso del fashion accusato dalle autorità italiane di aver evaso le imposte attraverso un trucco: la Lgi Sa, una società di diritto svizzero ma in realtà operante in Italia, utilizzata per incassare i profitti realizzati nel mondo grazie alle vendite di borse e cinture marchiate Gucci».

Ne parlarono in pochi. Feci un calcolo veloce, al tempo, scrivendone: «La cifra è tre volte la somma delle truffe dei “furbetti” del Reddito di cittadinanza, quei singoli casi di truffa allo Stato (l’1 per cento del totale) che negli ultimi mesi sono state quotidianamente sventolate nell’agone politico. Restando sempre nel gioco delle proporzioni si potrebbe dire che lo sconto quasi miliardario al marchio del lusso costa come 124.666 redditi di cittadinanza per un anno».

Ora c’è una novità, sempre scovata da Stefano Vergine per Il Fatto Quotidiano con Yann Philippin di Mediapart: François-Henri Pinault (amministratore delegato e azionista di maggioranza di Kering che controlla marchi come Gucci, Yves-Saint Laurent, Balenciaga, Bottega Veneta e tanti altri) era consapevole dei “trucchi” usati dal gruppo. Anzi, era perfino stupito dell’accondiscendenza sello Stato italiano: «Quando guardiamo alle statistiche italiane abbiamo la sensazione, per essere molto chiari, che Gucci sia protetta da anni. Non sappiamo come, ma abbiamo meno problemi degli altri, molti meno problemi, e non ne vediamo il motivo. Ci chiediamo: siamo protetti perché compriamo la protezione?», disse il 4 febbraio 2016 in una riunione con il vice amministratore delegato Jean-François Palus, con il direttore finanziario, Jean-Marc Duplaix e il responsabile del settore immobiliare e fiscale, Carmine Rotondaro.

Questi audio, ottenuti dal Fatto e dalla testata francese Mediapart, dimostrerebbero che il numero uno di Kering, mai indagato dalla Procura di Milano per il regime fiscale utilizzato dal gruppo, fosse consapevole almeno dal febbraio 2016 che la svizzera Lgi venisse utilizzata per pagare meno imposte. Secondo i calcoli di Mediapart, a partire dal 1999 il gigante del lusso ha infatti registrato artificialmente i suoi profitti nella società svizzera Lgi. Così facendo ha evitato di pagare 2,5 miliardi di euro di imposte, a scapito di Francia (per i marchi Yves Saint Laurent e Balenciaga) e soprattutto Italia (per Gucci e Bottega Veneta).

La notizia è di ieri. Ne avete sentito parlare? No. Funziona di più l’articolo sdegnato contro un poveraccio che incassa 500 euro al mese che quello su un marchio del made in Italy che risparmia 748 milioni di euro con il fisco. Anche pagare meno tasse da noi è diventato un lusso.

Buon giovedì.

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