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Le speranze del Pd lombardo parlano… Romano

La vera sorpresa nel Pd è lui: Paolo Romano è (era) assessore al Municipio 8 a Milano, ha 26 anni, una laurea in Economia e commercio e nel collegio elettorale di Milano e provincia ha sbaragliato tutti con più di 9mila preferenze.

Tutti si chiedono: ma da dove arriva ‘sto Romano?
“(Ride). Sono fiero di dire che arrivo dai Giovani Democratici, che è la giovanile del Pd in cui da 10 anni faccio politica. Ed è una comunità pazzesca che va da Trucazzano a Melegnano, conta 60 tra amministratori e amministratrici e conta più di 400 ragazzi iscritti. Questo non è il mio risultato, è il nostro risultato. Un comitato che nasce da quella rete a cui si sono aggiunte associazioni e circoli di partito. E che ora è una comunità intergenerazionale che va dai 14 anni di Beatrice ai 90 del signor Bruno di Gorgonzola”.

Dall’alto del risultato ora può giudicare queste elezioni senza remore…
“Il risultato è viziato da diversi fattori. Ci sono i 28 anni di potere ininterrotto della destra, c’è la difficoltà di far circolare le notizie. Al mercato ho incontrato persone che non sanno che la sanità è in capo alla regione e che pensano che i treni in ritardo siano colpa del sindaco. E poi il ritardo: dovevamo essere da 2 anni in giro nei territori. Per questo mi aspetto che ora si costruisca per i prossimi 5 anni con un’alleanza chiara. Se poi qualcuno deciderà di sfilarsi si prenderà le sue responsabilità. Con tutte le persone con cui ho parlato e a cui ho avuto l’occasione di raccontare le nostre proposte ho avuto riscontri positivi”.

Quindi qualcuno non l’ha fatto in tutto questo tempo…
“È evidente che per il centrosinistra il livello regionale non sia mai stato una priorità. E poi non abbiamo strutturato una presenza costante e capillare”.

Lo schema di queste elezioni regionali è uno schema ripetibile a livello nazionale, nonostante la batosta
“Questo è un dibattito che proprio non tollero. L’unica strategia politica del Pd consiste nel fare il Pd con proposte chiare e progressiste. Il resto viene dopo. Passiamo ore a parlare di 5 Stelle e Italia Viva, ma se non abbiamo un’identità chiara noi… tutto il resto viene dopo. Crediamo nel diritto al lavoro? Crediamo nella la formazione per restare in un mercato? Se sei forte sono gli altri poi ad aggiungersi e a decidere di seguirti o meno”.

Come ha fatto il centrodestra a guadagnare voti nonostante i disastri combinati nella pandemia, solo per citare un esempio?
“C’è il tema della storicità. C’è un pezzo degli elettori che si rivede nel centrodestra al di là di quello che vive. Poi c’è il sistema mediatico lombardo ad appannaggio del centrodestra. Se un giorno avessimo un giovane ricercatore sul giornalismo lo sfiderei a mappare i temi trattati nelle tivù locali durante questa campagna: scoprirebbe che si è parlato di sicurezza, zone 30 a Milano. Abbiamo parlato di temi regionali solo il 30% delle volte”.

Chi appoggia al congresso?
“È vergognoso fare un congresso nel pieno di elezioni così importanti, distraendo forze fondamentali. Personalmente sostengo Elly Schlein perché la ritengo portatrice di un reale cambiamento di cui ha bisogno questo Paese. Ma rispetto a altre occasioni mi pare che la sfida sia più matura anche all’interno del partito, senza scontri fratricidi. In campagna elettorale ho ricevuto aiuto da tutti, indistintamente”.

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In Lombardia il Centrodestra ha stravinto

Non sono bastati 28 anni. Non è bastato il disastro di Roberto Formigoni, che ancora deve restituire qualche milione di euro come ordina la sua condanna, non è bastata la condanna che fu di Domenico Zambetti, assessore alla casa che comprò i voti dalla ‘Ndrangheta, non è bastato desertificare gli ambulatori dei medici di base, non sono bastati i disservizi di Trenord che ogni giorno strazia i pendolari lombardi, non sono bastati gli anziani nelle Rsa falcidiati dal Covid e dall’illogica decisione di mischiarli con il Covid, non bastano le infinite liste d’attesa, non basta la distrazione di soldi pubblici su ospedali e su scuole privata, non bastano le agenzie regionali (da Aria a Arpa) in cui la classe dirigente viene scelta per vicinanza più che per merito. Niente di tutto questo. Attilio Fontana si conferma e addirittura rilancia.

Di fronte al vuoto dell’offerta politica della sinistra, in Lombardia gli elettori hanno preferito i responsabili di 30 anni di disastri


Cosa ci è sfuggito in Lombardia Lambiccarsi sulle alleanze è superficiale e fin troppo facile. Di fronte a un risultato del genere non sono le formule politiche a dover cambiare ma la natura stessa dell’offerta: gli elettori lombardi ritengono il centrodestra, con tutti i suoi limiti, più affidabile del centrosinistra. Perché? Trovare gli errori non è troppo difficile. Siamo di fronte a errori antichi, semplicemente evoluti per stare al passo con i tempi.

Il primo che ciclicamente il centrosinistra riesce a compiere ogni volta – ne sta parlando anche Pierfrancesco Majorino – è che il centrosinistra riesce regolarmente ad arrivare in ritardo a ogni elezione. Ogni volta. Ogni volta si ha la sensazione che si apparecchi una squadra per battere le destre all’ultimo secondo, ottenendo il devastante effetto apparire privi di qualsiasi programmazione. E cosa c’è più di più inaffidabile di un disorganizzato?

In questo giro Majorino è stato designato con soli due mesi di anticipo, dopo una discussione sulla scelta del candidato che non è mai sembrata aperta (“non c’è tempo”, dissero quando cancellarono la possibilità delle primarie di coalizione, come se il tempo sia qualcosa che capiti per caso) e che ha fatto notizia già per i veti che per le adesioni. La scelta poi ogni volta di un candidato “esterno” (pur essendo ottimi candidati, da Umberto Ambrosoli poi Giorgio Gori e ora Majorino) che all’ultimo minuto emergeva da altre esperienze e altre realtà porta con sé un altro messaggio: negli ultimi 5 anni la nostra opposizione non ha formato un leader. L’opposizione, appunto.

Il Partito democratico e il Movimento 5 Stelle (ma anche i civici e +Europa) hanno fatto un’opposizione che troppo spesso si è ridotta alla lettura ad alta voce in Consiglio regionale degli articoli di giornale sugli sprechi e sugli errori di Fontana e della sua squadra. Il primato della politica da queste parti è sostituito dal primato del giornalismo: i cronisti scoprono un inghippo, l’opposizione lo sventola e qualche volta la magistratura interviene.

Così dall’esterno appare un attacco continuo, dettato da linee editoriali più che dalle linee politiche, a cui quelli resistono. E se resistono, come è accaduto con Fontana, quelli ne escono addirittura più forti. I cittadini lombardi sanno bene che i treni regionali arrivano in ritardo, sono stracolmi e vengono cancellati senza preavviso lasciando i passeggeri a infreddolirsi su binari tristi. Non hanno bisogno di ricevere solidarietà: hanno bisogno di un treno.

I risultati di queste ultime elezioni (e i numeri degli astenuti) ci dicono che i cittadini non hanno capito come il centrosinistra pensi di risolvere il problema. “Mettendoci più soldi”, si sente dire in campagna elettorale. Ma da dove li prendono i soldi? Questo i cittadini non l’hanno capito o non hanno voluto investire tempo per capirlo. Il fatto è che – non si offenda nessuno – da vent’anni l’opposizione in Regione Lombardia appare più come la volontà di sostituire le persone che di proporre nuovi sistemi.

Lo stesso riassetto della sanità con un riequilibrio in favore del pubblico ogni volta è annacquato da candidature come quella di Pregliasco, dirigente della sanità privata punito con un imbarazzante risultato elettorale, e da continui inviti a “non demonizzare” il sistema formigoniano. Non è un caso che le campagne elettorali si giochino sempre in termini di “affidabilità” più che di reale alternativa. Ma sul piano dell’affidabilità – piaccia o no – il centrodestra è una macchina oliata al di là dei personaggi che passano.

Così a quelli basta immolare il Gallera di turno per ripulirsi e continuare allegri. Le elezioni regionali si vincono offrendo alternative meglio ancora se già testate sui territori (e infatti anche in questa tornata sono gli amministratori a ottenere risultati importanti in termini di preferenze) e non agitando santini. Ieri qualcuno sospirava dicendo “ah, se avessimo candidato Cottarelli” dimostrando di essere già pronto per il prossimo errore. Come se ne esce?

Bisogna decidere che la campagna elettorale per le prossime elezioni tra cinque anni inizi ora. A Majorino è chiesto l’improbo compito di far apparire le prossime elezioni come il naturale punto di arrivo di un percorso quinquennale in cui oltre a preoccuparsi dei parenti di Fontana ci si spende per dimostrare che gli ospedali pubblici con i soldi della sanità privata funzionerebbero allo stesso modo garantendo più controllo e maggior rispetto della Costituzione.

Il Movimento 5 Stelle potrebbe scegliere di staccare il proprio cordone ombelicale dal capo partito di turno e di costruirsi una credibilità locale che non dipenda dai testimonial nazionali. Gli altri partiti potrebbero praticare le proprie priorità, così non avrebbero bisogno di spiegarcele solo nelle settimane antecedenti alle elezioni. Fra 5 anni potrebbero dare l’affidabile sensazione di essere pronti, tanto per citare lo slogan di Giorgia Meloni.

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Lo Stato di un direttore di museo

Per avere un’idea di come vengano trattati i professionisti dei beni culturali in questo Paese (e quindi, di rimando, la cultura in questo Paese) si può fare un salto a Soriano Calabro, comune (commissariato) nel vibonese che si fregia di un Polo museale che – dicono loro – «reso ancora più importante e completo, con visibilità su scala internazionale, grazie alla realizzazione, oramai giunta alle fasi finali, del Museo del terremoto, unico nel suo genere in Italia».

«Ospitati nelle strutture cinquecentesche del convento domenicano, – si legge – i percorsi espositivi del Polo museale sono volti non solo a favorire la conoscenza e la valorizzazione dell’importante patrimonio artistico di Soriano e della sua monumentale fabbrica conventuale, ma anche a sottolineare la centralità, nel contesto culturale calabrese, dell’intera provincia di Vibo Valentia; ciò grazie alla messa in mostra di manufatti artistici e testimonianze diverse che attestano il livello qualitativo raggiunto dalle maestranze d’area vibonese ed il pieno inserimento di questo territorio, già a partire dal primo medioevo, nelle principali direttrici commerciali e culturali del passato, non solo regionali».

Insomma, è una delle tante bellezze artistiche dei nostri territori che a parole dovrebbe attrarre turismo, interesse e ricadute benefiche per i cittadini. A Soriano Calabro cercano un direttore per il Polo museale. I compiti ovviamente sono molto complessi e variano dal campo artistico a quello amministrativo, come spiega il bando pubblicato sul sito del comune: « a) concorre alla definizione del progetto culturale e istituzionale dal Museo; b) elabora i documenti programmatici e le relazioni consuntive da sottoporre all’approvazione degli organi di governo; c) provvede alla realizzazione delle iniziative programmate per la valorizzazione delle raccolte; d) coordina le attività di monitoraggio e valutazione delle attività e dei servizi, con particolare riferimento ai dati sulle presenze dei visitatori; e) organizza, regola e controlla i servizi al pubblico, nel rispetto delle direttive regionali e degli standard di qualità fissati sulla Carta dei servizi; f) dirige il personale scientifico, tecnico ed amministrativo assegnato alla struttura; g) provvede alla Selezione e alla formazione delle risorse umane al fine di una adeguata copertura di tutti i ruoli fondamentali in conformità agli standard museali; h) provvede alla gestione delle risorse finanziarie assegnate al Centro di costo; i) individua le strategie di reperimento delle risorse economiche necessarie; J) coordina le attività di informazione, di promozione e di comunicazione al pubblico; k) coordina gli interventi necessari per garantire l’adeguatezza degli ambienti, delle strutture e degli impianti; l) sovrintende alla conservazione. all’ordinamento. all’esposizione, allo studio delle collezioni, alle attività didattiche ed educative, coordinando l’operato degli addetti a tali funzioni; m) assicura la tenuta e l’aggiornamento degli inventari e della catalogazione; n) sovrintende alla gestione scientifica del Museo e alla formazione di piani di ricerca e studio; o) dà il parere per il prestito e il deposito delle opere e sovrintende alle relative procedure; p) cura i rapporti con Soprintendenze, Regione Calabria, Musei; q) regola la consultazione dei materiali artistici e autorizza l’accesso ai depositi; r) rilascia permessi per studi e riproduzioni».

Richiesta una laurea magistrale e possibilmente un dottorato. Compenso? 500 euro (lordi) al mese, come sottolinea l’associazione Mi Riconosci? che da tempo si batte contro ogni forma di sfruttamento e privatizzazione nel patrimonio culturale italiano e chiede l’attuazione dell’articolo 9 della Costituzione.

Serve aggiungere altro?

Buon mercoledì.

Nella foto il Polo museale di Soriano Calabro (dal sito)

Per approfondire il tema della cultura scippata in Italia, leggi Left 2/2023

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Majorino affossato dal suo stesso partito

A elezioni finite il candidato del centrosinistra Pierfrancesco Majorino dice quello che prima non poteva pronunciare: “Non aver avuto un leader di partito a livello nazionale non ci ha aiutato – commenta Majorino -. Non avere avuto un leadership nazionale ci ha costretto a fare di più, anche se ho sentito il Pd lombardo sempre al mio fianco. Siamo un caso di studio a livello internazionale per aver fatto la consultazione sulla leadership interna durante elezioni così importanti come quelle della Lombardia e del Lazio. Rimane il rammarico – aggiunge – di aver presentato il candidato due mesi prima del voto”. Non basta nel Pd lombardo la soddisfazione di “essersi consolidati come secondi”.

Il candidato giallorosso in Lombardia, Pierfrancesco Majorino, contro il Pd: “Non avere un leader ha pesato”

La batosta di queste elezioni regionali è evidente sulle facce di tutti e la vittoria nella città di Milano conferma ancora una volta il milanocentrismo di una campagna elettorale che si gioca anche nelle valli e nelle province. Anche il “laboratorio politico” di cui Majorino parlava, sperando di riproporlo con forza sul piano nazionale, sembra già sfilacciato. Il segretario in bilico Enrico Letta, Andrea Orlando e altri festeggiano il fallimento “dell’Opa contro il Pd di M5S e Terzo polo” che “ha fatto male a chi l’ha tentata”.

Appunto: il centrosinistra non vince anche (e soprattutto) perché non c’è. Il Partito democratico è scisso tra le ali che tendono verso il M5S (l’una) e verso il Terzo polo (l’altra) fallendo in entrambi i casi. E mentre Majorino si dice “convinto del fatto che abbiamo aperto una fase di dialogo, che mi auguro vada avanti” il refrain che va per la maggiore è quello di “viaggiare uniti”. “Credo che gli elettori di centrosinistra meritino sempre una coalizione unita”, spiega Majorino.

Ma nel frattempo Letizia Moratti, proprio negli stessi minuti, ripete ad alta voce che “unire le forze con Majorino che si è schiacciato sul M5S sarebbe stato tradire il nostro elettorato” e annuncia di avere aperto “uno spazio politico nuovo”. Eccola l’idiosincrasia: il Pd vorrebbe tenere insieme partiti profondamente diversi per natura e per programmi. A questo si aggiunge che M5S e Terzo polo continuino legittimamente a dichiarasi inconciliabili. Anche perché il “fronte largo” che qualcuno vede come soluzione prevede la somma degli elettori come se fossero numeri da poter aggiungere in scioltezza.

La situazione è nerissima per tutti. Moratti dimostra di essere inconsistente in una Regione che millantava di avere in mano. Credere che l’ex vicepresidente che per più di mille volte era stata d’accordo con Fontana potesse essere una sua alternativa è una calunnia politica che poteva funzionare solo negli editoriali sballati di qualche giornalista senza contezza (a proposito, dove sono finiti tutti?) e nei palati dei salotti che ora sorseggiano inorriditi il tè del martedì.

Stesso discorso per il Movimento 5 Stelle che fa i conti con una sconfitta certificata anche dalle parole di Giuseppe Conte che parla di “risultato assolutamente non soddisfacente” e finalmente riconosce che la mancanza di “strutture territoriali” (in nome della politica “liquida”) non paga. Unione Popolare, che si proponeva come unico partito di “rottura” rimedia un pessimo risultato.

Bisognerebbe avere il coraggio di dirselo: la vittoria schiacciante di Attilio Fontana arriva dopo una legislatura in cui i lombardi hanno provato sulla loro pelle, nel modo più doloroso possibile, l’inefficienza regionale durante la pandemia. La domanda principale a cui rispondere è una: cosa deve accadere più di una pandemia gestita in modo dissennato per spingere i lombardi a uscire di casa a votare una rivoluzione della propria regione?

A rigor di logica basterebbe essere meno peggio di quegli altri. O forse, semplicemente, si viene visti come “uguali”. E questo dovrebbe essere il primo punto do ogni analisi di ogni sconfitta. Visti i risultati, ora i dirigenti, tutti, dovrebbero andare a casa. Non lo farà quasi nessuno. Solo il segretario regionale di Azione Niccolò Carretta l’ha fatto: “Una delle cause di disaffezione verso la politica è che nessuno si assume mai le responsabilità”, ha scritto. Difficile dargli torto.

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L’analisi della sconfitta

Fa perfino ridere scrivere “l’analisi della sconfitta”, è un cartello al collo addosso alla sinistra e al centrosinistra degli ultimi anni. Perché il centrosinistra negli ultimi anni ha perso molto più spesso di quello che sembri. È arrivato al potere, certo, ha anche governato ma l’ha fatto inventandosi alleanze minestroniche ripetendo ogni volta “mai più”. Questa è la prima riflessione: stare al governo senza vincere nettamente le elezioni ha affinato la capacità di gestire il potere molto più del meritarselo. E non è un bel vedere.

Poi c’è la netta sensazione di qualsiasi mancanza di programmazione. Le alleanze nel centrosinistra – che si allei con il centro o con la sinistra o con il M5s – semplicemente “accadono”. Presentarsi in due regioni significative come il Lazio e la Lombardia con due alleati nemici tra loro che hanno passato la campagna elettorale a ripetere quanto facesse schifo il Partito democratico dall’altra parte prevedibilmente fa apparire sconnessi. Meglio, scassati.

Manca il leader, certo. Pierfrancesco Majorino ieri ha detto quello che nel Pd pensano tutti: correre per le elezioni regionali del Lazio e della Lombardia nel pieno di un congresso che da fuori appare di una lungaggine esasperante (e di una natura poco appassionante) è un caso studio di inefficienza politica. Ma oltre alla mancanza di un leader manca un’idea, un’idea qualsiasi di un candidato qualsiasi alla segreteria, che riunisca sotto uno stesso tetto una comunità fratricida che si perde nei rivoli di entrambi i lati (lato Terzo polo, lato M5s) e che si sfilaccia senza sapersi riunire quando serve. L’astensione è una responsabilità collettiva – è vero – ma sta all’opposizione assumersi l’onere maggiore della mobilitazione.

Le lezioni non si vincono a Sanremo. Se lo share è alto e la mobilitazione è bassa (questa la rubo a Antonio Polito) significa che coloro che tu senti “tuoi elettori” non escono di casa per andare a votare. E, badate bene: i dati dicono che Fontana guadagna voti perfino nelle città più colpite dal Covid. Ci sono analisi sbagliate, ammettiamolo. Se nemmeno una pandemia è bastata per sbugiardare l’efficienza lombarda i casi sono due: o la maggioranza degli elettori ritiene che Fontana e Gallera in pandemia abbiano fatto un buon lavoro (difficile, molto difficile) oppure pensano che gli altri rischierebbero di fare peggio. Non è un’idea spaventosa

Basta essere soddisfatti delle sconfitte. Davvero, basta. «Il Pd rimane saldamente seconda forza politica e primo partito dell’opposizione», dice Enrico Letta, che è un pò come dire “abbiamo saldamente perso” (questa invece la rubo a Luca Bizzarri). Gli elettori vogliono votare partiti che vorrebbero vincere e che si prendano la responsabilità delle sconfitte. Sono anni che si insiste sulla dignità della sconfitta, sulla nobiltà di riconoscere gli errori, sulla lucidità di apporre i necessari cambiamenti e poi qualsiasi risultato è rivenduto come un buon risultato. Ma fate davvero?

Infine c’è un’ultima nota, di cui anche questo articolo è responsabile: le analisi delle sconfitte sono una liturgia che ha rotto i coglioni. Meno di un elettore su due è andato a votare. Questa non è politica, è un abisso.

Buon martedì.

Nella foto: Enrico Letta, frame del video della direzione nazionale Pd, 6 ottobre 2022

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Caporetto del Centrosinistra. E a destra la Meloni non stravince

Sia benedetta l’influenza. Siano benedette le vittorie schiaccianti in Lombardia e nel Lazio. Il centrodestra incassa la conferma di Regione Lombardia e si prende anche la Regione Lazio dopo una giornata iniziata nel peggiore dei modi, con l’imbarazzo di dover gestire l’ennesima sortita di un Silvio Berlusconi che puntella la presidente Meloni giocando di sponda con Putin.

Vittoria senza storia delle destre nel Lazio e in Lombardia. Continua la luna di miele tra la maggioranza che sostiene la Meloni e il Paese

Le parole di Berlusconi sono più o meno quelle già sentite: Zelensky responsabile del massacro che avviene nel suo Paese, il Donbass come elemento determinante per l’inizio del conflitto e un giudizio “molto negativo” sul leader ucraino che lui – chiarisce – al posto di Giorgia Meloni non avrebbe mai incontrato.

Così il lunedì comincia per il centrodestra con l’ennesimo filotto di rassicurazioni che non rassicurano nessuno. Insieme agli applausi della Russia arrivano, scontate, le parole pesanti del governo ucraino che accusa l’ex cavaliere di “baciare le mani insanguinate di Putin”. Così a urne ancora aperte per le elezioni regionali a Giorgia Meloni non resta che trincerarsi dietro a un silenzio tombale, aiutata da una provvidenziale influenza che cancella tutti gli eventi in agenda. Ma la temperatura del centrodestra si può misurare da due dichiarazioni.

La prima è quella del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che di Forza Italia è anche il coordinatore nazionale, che definisce Berlusconi “un uomo di pace” che non avrebbe “mai cambiato idea sul sostegno all’Ucraina”. Lo seguono a ruota i ministri Crosetto e Piantedosi. È stato frainteso, insomma, per la milionesima volta nella sua carriera.

Ma molto significativa è la voce che arriva da Fratelli d’Italia: “Berlusconi non bisogna prenderlo sul serio”, dicono i meloniani. Sarà per questo che hanno deciso di farci un governo insieme. Le elezioni regionali sospendono può la crisi. È una vittoria netta, nettissima, che non lascia dubbi sul fatto che questo centrodestra potrà sconfiggersi solo con le proprie mani, per errori propri. Il primo a esultare al profumo delle prime elezioni è i leader della Lega Matteo Salvini.

“Vittoria. Grazie Lombardia. Grazie Lazio”, scrive su Twitter postando due foto di se stesso con Fontana e con Rocca. Rispetto alle ultime politiche la Lega recupera 3 punti in Lombardia (nonostante qualche vecchio colonnello che si è spostato nelle liste di Letizia Moratti) e sostanzialmente tiene nel Lazio. è facile immaginare che il segretario leghista – che già ha tenuto botta nonostante il destino calo alle politiche – ora usi questi risultati per consolidare la sua leadership.

E questa per Giorgia Meloni potrebbe essere anche una notizia pericolosa, sapendo che Salvini (come Berlusconi) soffre a stare nelle retrovie. Non è un caso che Salvini rivendichi la vittoria in Lombardia come “una vittoria della Lega” provando a sovrapporsi al riconfermato presidente Attilio Fontana.

Chi scende invece è Forza Italia, con Silvio Berlusconi sempre più incapace di riprendere smalto. Ci pensa, come al solito, Antonio Tajani a parlare di “un voto di fiducia al governo di centrodestra”. Dalla sede di Forza Italia arrivano porche voci. I dirigenti del partito sanno bene che i risultati delle elezioni regionali hanno solo rimandato una resa dei conti con gli altri partita della maggioranza, Meloni in testa, e i numeri sono sempre troppo bassi per poter chiedere posizioni di rilievo.

La vera partita Silvio Berlusconi ha intenzione di giocarsela sui temi che da sempre gli stanno a cuore: televisione e giustizia. E tra i suoi serpeggia il dubbio che con un partito così debole l’unica arma che gli resta in mano sia quella del ricatto della crisi del governo. “Ma con questi numeri rischiamo di essere irrilevanti anche nelle polemiche”, confessava ieri un deputato lombardo.

Per Meloni invece è il giorno della festa ma soprattutto l’ennesimo giorno delle recriminazioni. Non sono nemmeno finiti gli scrutini che i suoi uomini stanno già facendo i conti sugli assessorati che gli spettano (“Nuovi equilibri nella coalizione, ora è un destra-centro, dice soddisfatta Daniela Santanchè che chiede “almeno 8-9 assessori in Lombardia”).

A metà pomeriggio si fa sentire anche la presidente del Consiglio e leader di Fdi Giorgia Meloni sui social, gongolando per l’en plein e il nuovo exploit del suo partito: “Complimenti a Francesco Rocca e Attilio Fontana per la netta vittoria di queste elezioni regionali, sicura che entrambi daranno il massimo per onorare il voto e il mandato ricevuto dai cittadini di Lazio e Lombardia”.

La premier si sente più forte, lo dice espressamente: si tratta di “un importante e significativo risultato che consolida la compattezza del centrodestra e rafforza il lavoro del governo”. E mentre il risultato elettorale assume i contorni del trionfo, secondo quando apprende l’Adnkronos la presidente del Consiglio alza la cornetta per chiamare i due vincitori, Rocca e Fontana, congratulandosi con loro per la vittoria. La presidente del Consiglio esprime a entrambi la soddisfazione “per un risultato netto”, sia nel Lazio che in Lombardia.

Al di là dell’entusiasmo del momento, ora però, sul tavolo della Meloni c’è sempre di più il nodo dei nuovi equilibri interni alla coalizione. Il cambio dei rapporti di forza tra gli alleati con Fdi nel ruolo di asso pigliatutto, infatti, peserà e non poco. In Via della Scrofa c’è la piena consapevolezza dei risvolti del voto regionale e si guarda con una certa preoccupazione alla coabitazione con Lega e Fi, anche se l’input all’esterno è mettere la sordina a qualsiasi polemica. Vincere è un fatto, stravincere è altra cosa, dice a mezza bocca un big azzurro.

Francesco Lollobrigida prova a minimizzare (“nessuna polemica, ha ragione Salvini quando parla di risultato di squadra, di tutti”) per poi ammettere: “è evidente che il primo governo di centrodestra della storia repubblicana con una donna come Giorgia Meloni premier sta premiando anche il centrodestra nel suo complesso, permettendogli di raggiungere dei risultati non solo alle politiche, ma anche nel primo test elettorale”. Dopo la vittoria arriverà l’assestamento. E non sarà indolore.

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Cambiare la narrazione del Paese sembra Putin invece è il governo Meloni

“Cambiare la narrazione del paese”. Fratelli d’Italia e Lega lo dicono senza un’ombra di vergogna, Sanremo è solo la leva per compiere un repulisti in grado di lasciare spazio ai propri scendiletto.

Per il Governo Meloni Sanremo è solo la leva per compiere un repulisti in grado di lasciare spazio ai propri scendiletto

Con malinconia ricordiamo quando la politica almeno fingeva, pur fingendo malissimo, di voler “depoliticizzare” la Rai, usava perifrasi per la vergogna di ammettere che si trattasse semplicemente di un’occupazione. “Dobbiamo cambiare la narrazione del Paese” lo dice schiettamente Gianmarco Mazzi, sottosegretario alla Cultura. I sottosegretari del resto sono i cannoni a palle incatenati del governo, fingono di stare nelle retrovie ma dicono ciò che Giorgia Meloni pensa in privato e non può permettersi di pronunciare in pubblico.

La prima urgenza è sostituire il direttore del Tg1: da Monica Maggioni a Gianmarco Chiocci, oggi direttore dell’AdnKronos. I meloniani avranno così le mani sui principali telegiornali, dopo la nomina di Nicola Rao al Tg2. Poi punteranno più in alto, sloggiando Fuertes e piazzando il fedelissimo Giampaolo Rossi. Stanno aspettando solo un’invenzione legislativa, un comma da inserire da qualche parte, per permettere a Rossi di sfondare il tetto dei due mandati per i consiglieri di amministrazione Rai.

“Cambiare la narrazione del paese” per il governo significa non dare più spazio alle tesi che sono incapaci di argomentare e che quindi vogliono nascondere sotto il tappeto. Credono, Meloni e gli altri, che la libertà di amare sia un vezzo di Fedez e Rosa Chemical, che la legalizzazione della cannabis sia solo un piglio di J-Ax, che il polso del razzismo sia un’isteria di Paola Egonu, che il diritto a essere donne anche senza maternità sia un’invenzione artistica di Chiara Francini.

Sono talmente oscuri, oltre che oscurantisti, che nemmeno hanno contezza che il Paese che vorrebbero “cambiare” è già diverso da come lo immaginano. Così ala fine perde la pazienza anche Stefano Coletta, direttore dell’Intrattenimento Prime time di Rai Uno, che abbandona l’abituale aplomb e risponde senza mezzi termini: “non posso rispondere di ogni gesto che fa un artista in diretta. Allora dovrei dimettermi ogni giorno. Non è civile”. Ha ragione Coletta a metterlo sul piano della civiltà: considerare i diritti civili un punto programmatico in capo a una parte politica è ignorante, reazionario e incivile.

L’ha detto ieri il calendiano Osvaldo Napoli, della segreteria nazionale di Azione: “ma fa più scandalo il normalmente scandaloso Fedez che strappa, in modo plateale e da censurare, la foto di un signore in divisa nazista oppure il sottosegretario di Stato Giovanni Bignami che qualche anno fa era dentro quella divisa”.

È un dibattito al contrario. C’è perfino Vittorio Sgarbi che dice che “non si deve ostentare l’omosessualità”, detto da lui che non esisterebbe senza ostentare anche le sue sedute sulla tazza del cesso. “È paradossale la richiesta di dimissioni da parte di FdI dei dirigenti Rai responsabili dell’esibizione di Fedez: sul palco non ha detto o mostrato nulla che già non fosse pubblico e risaputo. FdI intende governare limitando la libertà di espressione? Tira aria di Minculpop“, il ministero della propaganda fascista, scrive su Twitter la capogruppo dem al Senato Simona Malpezzi.

“Fratelli d’Italia che minaccia la Rai per Sanremo è gravissimo istituzionalmente ed è emblematico di una concezione reazionaria dei diritti e della società”, afferma invece il segretario di +Europa Benedetto Della Vedova.

Intanto, non è un caso, al direttore Rai Coletta arrivano perfino attacchi omofobi, tanto per avere un’idea dell’aria fetida coltivata dal governo. “Cambiare la narrazione del paese”: sembra Putin e invece è il governo Meloni.

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Condannati per discriminazione: il razzismo è nelle sentenze

Era già accaduto nel 2019. «Rilasciare il certificato di idoneità alloggiativa ad un costo troppo oneroso, anche se in astratto non è richiesto ai soli stranieri, è discriminatorio perché solo per essi finisce per incidere su diritti fondamentali della persona come quelli alla unità familiare. Il certificato serve infatti per le pratiche di ricongiungimento familiare. Renderlo cosi difficilmente ottenibile vuole quindi dire operare una illecita discriminazione indiretta in danno degli stranieri»: lo scrisse la Corte di Appello di Brescia condannando i comuni di Rovato e Pontoglio (Brescia).

La vicenda nasce nel 2015 quando i Comuni di Rovato e Pontoglio – con l’evidente finalità di scoraggiare la presenza di stranieri nei due Comuni – avevano applicato un aumento vertiginoso del diritto di segreteria per ottenere il certificato di idoneità alloggiativa: addirittura + 624% per il Comune di Rovato e + 212% per il Comune di Pontoglio. Il comune di Pontoglio era già stato condannato per dei cartelli chee invitavano ad andarsene quanti non condividevano la “cultura occidentale”: in quel caso il Comune aveva rimosso i cartelli e non aveva proposto appello.

Qualche giorno fa si è espressa anche la Corte dei Conti che ha condannato i membri della giunta di Rovato al danno erariale. Secondo la Procura Regionale, gli oneri finanziari sostenuti dal Comune di Rovato in conseguenza della soccombenza giurisdizionale nei due gradi di giudizio avrebbero determinato un evidente pregiudizio erariale, direttamente imputabile alla responsabilità gravemente colposa degli amministratori comunali che adottarono con voto favorevole e la Deliberazione della Giunta Comunale n.108/2015 (con cui si incrementarono gli importi dovuti dai cittadini a titolo di diritti di segreteria per ottenere le certificazioni dell’idoneità degli alloggi) e le successive Deliberazioni n.166/2015 e n.168/2016 con le quali l’ente territoriale dispose di resistere in giudizio avverso il ricorso di primo grado e, successivamente alla soccombenza in tale sede, decise di proporre appello contro l’ordinanza del Tribunale di Brescia. Il danno erariale, sempre secondo la procura, andrebbe collegato ad un’inescusabile negligenza degli amministratori che avrebbero approvato all’unanimità le menzionate deliberazioni in assenza di una apprezzabile ragione giustificativa rilevante a livello pubblicistico e per finalità discriminatorie nei confronti dei cittadini stranieri.

Asgi esprime grande soddisfazione per questa pronuncia che evidenzia come le discriminazioni non sono solo atti illegittimi e “moralmente ingiusti” ma comportano anche un grave danno economico all’intera collettività. E questo non è un monologo al Festival di Sanremo.

Buon lunedì.

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Afghanistan: “Qui per le donne è sempre peggio. Ma noi restiamo”

«L’Afghanistan è al collasso economico da tutti i punti di vista. Insicurezza alimentare e catastrofi climatiche hanno prodotto un’emergenza umanitaria che ha già ridotto il 97% della popolazione sotto la soglia di povertà».Susanna Fioretti da vent’anni attraversa i dolori che si srotolano nel mondo. Ha lavorato con il ministero degli Affari Esteri, la Croce Rossa Italiana e la Croce Rossa Internazionale viaggiando tra Mauritania, India, Yemen, Mozambico, Grecia, Italia e ovviamente Afghanistan. Nel 2012 ha fondato Nove Onlus e in Afghanistan con i suoi soci ha seminato per l’autodeterminazione femminile: hanno dato vita aWiBh, un centro che ha permesso l’accesso all’educazione, la formazione e l’avvio al lavoro amigliaia di donne, hanno offerto corsi gratuiti per la patente, hanno pensato al Pink Shuttle, il primo servizio di trasporto con autiste per il trasporto delle donne destinato a diventare un’impresa femminile autonoma.

VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI – Racconta l’Afghanistan come «un inestricabile intreccio di interpretazioni diverse, violenti contrasti, spaventose violazioni dei diritti umani a ogni livello, buio e raggi di luce, tanta sofferenza, pene e paura, piccole oasi di speranza, coraggio, forza, resistenza, capacità di andare avanti nonostante tutto. Il cuore di questa trama sono milioni di esseri umani che non hanno ruoli importanti né secondari, nessuna scelta se non quella di subire». Mentre rientrava dal suo ultimo viaggio, a dicembre, Susanna Fioretti sperava che «d’ora in poi le cose andassero non dico bene ma almeno un po’ meglio» ma l’illusione è durata poco. In una manciata di settimane, l’emirato talebano ha aggiunto ai tanti veti già in vigore la proibizione per le donne di frequentare l’università e i corsi di alfabetizzazione, ha ordinato alle ong nazionali e internazionali di non assumere personale femminile e ha annunciato la imminente chiusura di tutti gli orfanotrofi femminili.

PER LE DONNE È SEMPRE PEGGIO – «Tra Natale e Capodanno, Nove», racconta Fioretti, «ha dovuto sospendere la maggior parte delle attività, dire “restate a casa” alle donne che avevano quasi completato le lezioni per imparare a leggere e scrivere, a quelle che avevano appena iniziato i corsi semisegreti, alle ragazze arrivate a metà della preparazione all’esame di ammissione alla statale e a tutto lo staff femminile. Senza il quale è molto difficile effettuare anche le distribuzioni di emergenza di cibo e denaro a centinaia di donne in povertà, che solo da donne possono essere avvicinate. Al momento riusciamo a continuare solo un paio di attività “sommerse” e il supporto all’orfanotrofio di Kapisa». Di fatto l’Afghanistan, nonostante le promesse dei talebani, è tornato a essere quello del 1996/2002. «Le donne possono solo frequentare le scuole elementari. Una condanna all’ignoranza più nera», dice Susanna, «che aggrava ancora di più la situazione del Paese». I “talebani 2.0” hanno tradito le promesse. «Non sono un fronte unico, contengono molte anime spesso in disaccordo tra loro. Ci sono quelli che hanno mandato la famiglia all’estero e quelli estremisti oltranzisti». C’è molta poca speranza, in Afghanistan, «anche perché molti della generazione cresciuta nel periodo della repubblica post-talebana, sono emigrati. Non sono più lì». Ma, dice, «la speranza va aiutata anche se è difficile coltivarla mentre sei in trappola. Per questo rimaniamo lì». E perché noi ce ne siamo già dimenticati? «Credo che l’Occidente sia concentrato sui propri guai e traguardi, che dia attenzione a catastrofi internazionali che lo toccano più da vicino, dove ci sono interessi economici che lo riguardano.

IL PAESE È POVERO E DIMENTICATO – L’Afghanistan non ha petrolio, non ha risorse che ci interessano, conta molto poco sulla scena internazionale, gli afghani sono poco numerosi rispetto a cinesi, pakistani e indiani. E poi in Afghanistan abbiamo fallito, in maniera quasi totale». Ora l’urgenza è garantire continuità. «Se lei pianta una rosa poi le deve dare acqua, proteggerla. Se queste cose vengono interrotte precipitano, muoiono. Nove ha grandi sostenitori, come Only the Brave Foundation e il Trust Nel nome della Donna, che lo capiscono e ci permettono di dare continuità». Anche perché, avverte Fioretti, «il principio di dimenticare qualcuno a favore di altri è pericoloso». Magari, per non dimenticarlo, dovremmo cominciare trovando il coraggio di guardarlo negli occhi questo lembo di terra che è la somma dei loro orrori e dei nostri errori.

(il mio pezzo per OGGI)

https://www.oggi.it/attualita/notizie/2023/02/12/afghanistan-qui-per-le-donne-e-sempre-peggio-ma-noi-restiamo/

Lezioni di pace alla politica La PerugiAssisi si rimette in… Marcia. I promotori raccolgono l’appello del Papa

Il Comitato promotore della Marcia PerugiAssisi per la Pace ha presentato ieri il documento con cui raccoglie l’appello di Papa Francesco per fermare la guerra con le proposte di iniziative per la politica. È un documento da tenere in tasca per ogni occasione in cui alcuni innamorati della guerra ritirano fuori la solita tiritera dei “pacifisti che vorrebbero la resa dell’Ucraina”.

Pacifisti che non esistono se non nelle teste e nelle bocche di chi, fregandosene anche degli ucraini, utilizza l’invasione russa come manganello contro gli avversari politici.

L’appello

“Alla politica chiediamo di raccogliere l’appello di Papa Francesco e fare tutto ciò che è in suo potere per ottenere l’immediato cessate-il-fuoco”, scrivono gli organizzatori della marcia che si svolgerà nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 2023 in solidarietà con le vittime innocenti di questa e di tutte le altre tragiche guerre che continuano a devastare la famiglia umana e il pianeta. “Non è vero che non possiamo fare niente di diverso da quello che stiamo facendo. Non è vero che non ci sono alternative alla guerra. Non è vero che non c’è spazio per il negoziato politico”.

Alla politica si chiede di riconoscere che “è interesse degli ucraini ma anche dei russi e nostro che la guerra finisca al più presto e che si cominci a costruire la pace con “soluzioni concordate, giuste e stabili”, che “l’invio nel campo di battaglia di armi sempre più potenti e sofisticate alimenta l’escalation militare, moltiplica gli orrori e innalza il livello dello scontro”, che “i cittadini europei sono sempre più preoccupati per l’estensione della guerra e l’aumento della povertà e, in particolare, la maggioranza degli italiani è contraria ad ulteriori invii di armi e all’ingresso in guerra della Nato” e “è sempre più urgente decidere come impedire l’estensione della guerra al resto dell’Europa e del mondo con uno scontro aperto tra Russia e Nato e che le tensioni internazionali ci portino, come ha denunciato Papa Francesco, all’autodistruzione”.

Ricordano alla politica “il dovere (anche costituzionale) di assicurare la pace e di proteggere i cittadini” come sancito dalla Costituzione italiana, dalla Carta delle Nazioni Unite e dal Diritto internazionale dei diritti umani.

La pace che si dovrebbe costruire – scrivono – comprende il ritiro dell’esercito russo dall’Ucraina, il ripristino della legalità internazionale, il rispetto del diritto all’autodeterminazione dei popoli e il dispiegamento sul terreno di una Operazione di Pace delle Nazioni Unite istituita con Risoluzione del Consiglio di sicurezza e con il compito di svolgere un’azione di interposizione, monitorare la cessazione delle ostilità, verificare il ritiro delle truppe russe, assicurare l’accesso umanitario alle popolazioni civili e il volontario e sicuro ritorno delle persone sfollate.

Dialogo e confronto

Tra le proposte anche l’istituzione di una Commissione per la Verità e la Riconciliazione sotto l’egida delle Nazioni Unite (guerra 2014-2023), la ricostruzione di un sistema di sicurezza in Europa (il dialogo multilaterale dovrà portare ad una “Helsinki 2” come proposto dal Presidente Mattarella nel discorso pronunciato all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa il 27 aprile 2022) e l’allestimento del sistema di sicurezza collettiva previsto dal capitolo VII dalla Carta delle Nazioni Unite.

Per questo il documento insiste sull’iniziativa politica dell’Ue, dell’Osce e su un’iniziativa politica dell’Onu promuovendo un serio dialogo con la Cina. Il Comitato specifica che “documento è volutamente incompleto perché la ricerca della via della pace è un processo collettivo, un cammino che dobbiamo fare in tanti”. Altro che “resa dell’Ucraina”.

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