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La Flotilla riparte nell’anniversario della Nakba

Cinquantaquattro imbarcazioni, cinquecento attivisti da oltre quaranta paesi, una rotta calcolata perché la partenza da Marmaris cadesse alla vigilia del 15 maggio. La Global Sumud Flotilla è ripartita giovedì verso Gaza nel giorno in cui la diaspora palestinese commemora i settantotto anni della Nakba, settecentocinquantamila persone espulse dalle case nel 1948. Il comunicato della coalizione lo scrive chiaro: «la commemorazione senza azione non è più sufficiente».

A bordo, unico parlamentare italiano, il deputato M5S Dario Carotenuto. La sua dichiarazione da Marmaris è giuridica prima che politica: offrire alla missione «una garanzia istituzionale di protezione di fronte agli attacchi criminali e agli abusi delle forze armate israeliane». La rotta porterà le imbarcazioni vicino alle acque controllate da Israele entro quattro giorni.

La sequenza che precede la partenza è agli atti. La notte tra il 29 e il 30 aprile la marina israeliana ha abbordato in acque internazionali, a oltre seicento miglia nautiche, ventidue imbarcazioni della Flotilla. Una barca con bandiera italiana è sequestrata, due attivisti prelevati e portati in Israele. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per sequestro di persona. Il ministro Tajani tace.

Il rapporto OHCHR del marzo 2026 definisce ciò che accade in Cisgiordania «politica concertata di trasferimento forzato di massa, finalizzata allo sfollamento permanente, sollevando preoccupazioni di pulizia etnica». Trentaseimiladuecentotrentaquattro palestinesi sfollati in dodici mesi. A Gaza il Ministero della Salute conta oltre settantatremilasettecento morti palestinesi.

La Nakba che Carotenuto cerca di interrompere via mare è quella che le istituzioni italiane rifiutano di nominare. La rotta resta una commemorazione di mille miglia nautiche.

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C’è tanto affetto al banco del pesce

«Sono andata a fare la spesa l’ultima volta al supermercato sabato scorso, se vuole può andare a chiedere». Risponde così, il 13 maggio in Senato, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni al senatore Francesco Boccia (Pd) che le chiedeva conto del Paese reale. E aggiunge che intorno al suo governo c’è «tanto tanto affetto». Quattro anni di palazzo per arrivare al banco del pesce.

Riassumiamo. All’Aja, il 25 giugno 2025, Meloni firma l’impegno Nato del 5% del Pil per la difesa entro il 2035: secondo l’osservatorio indipendente Mil€x circa 700 miliardi in dieci anni, 6-7 miliardi in più ogni anno. Lo firma per blindare l’asse con Donald Trump. Il 14 aprile 2026 Trump la liquida così: «Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo. Non vuole aiutarci». Per il Telegraph è «la fine dell’idillio».

E poi c’è l’altro fronte. Per accreditarsi come leader responsabile in Europa, Meloni ha sposato la disciplina di bilancio che in campagna elettorale prometteva di rovesciare. Risultato: la manovra 2026 vale 22 miliardi, deficit al 2,8%, l’Irpef scende dal 35 al 33% per i redditi tra 28 e 50mila euro. Intanto l’Istat certifica 5,7 milioni di poveri assoluti, l’8,4% delle famiglie, una produzione industriale che nel 2024 è arretrata del 4%, peggio ha fatto solo la Germania, e i nuovi posti di lavoro che sono soprattutto a tempo determinato per gli over 50, il lavoro povero che la sua propaganda doveva cancellare. Matteo Salvini, che vorrebbe violare il patto di stabilità europeo per avere soldi da spendere, intanto la logora dall’interno e nei giorni dell’attacco di Trump si è definito «da sempre d’accordo» con il presidente americano. Il vaso di coccio tra i vasi di ferro, accusato di avere ceduto ai poteri forti che doveva combattere.

Quale Meloni farà allora la campagna del 2027? Quella istituzionale è il vaso di coccio che a Bruxelles e alla Casa Bianca conta zero. Quella sovranista l’hanno smentita le sue stesse firme. Resta la Giorgia che il sabato fa la spesa e incassa «tanto tanto affetto» al banco del pesce. Quattro anni dopo il «Io sono Giorgia», l’unico bunker che le rimane è il numerino della pescheria.

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Cittadinanza ai figli di rifugiati naturalizzati: il Tribunale di Trento smonta le interpretazioni restrittive del governo

Stesso padre, stessa casa, sette anni di residenza a Trento. Due figlie italiane, quattro figli stranieri. La differenza: chi era nato in un appartamento di Trento e chi in Siria, prima dei corridoi umanitari del gennaio 2018. È il paradosso che il Comune di Trento ha imposto a una famiglia siriana applicando le circolari del Ministero dell’Interno e che il Tribunale ha fatto a pezzi con la sentenza del 6 maggio 2026.

La storia è quella di un rifugiato arrivato con moglie e quattro figli, naturalizzato dopo cinque anni di residenza, che muore prima di vedere riconosciuta la cittadinanza ai suoi ragazzi. Il decreto presidenziale di concessione è del 24 marzo 2025. Il giuramento, fissato dal Comune per ragioni organizzative, si svolge il 5 giugno: dodici giorni dopo l’entrata in vigore della legge 74/2025, la conversione del decreto Tajani.

In quei dodici giorni cade tutto. Le due gemelline nate in Italia nel 2023 diventano italiane il giorno del giuramento del padre. Gli altri quattro, nati in Siria e residenti a Trento dal 2018, no. Il Comune segue le circolari ministeriali n. 26185 e 36356 del 2025, che applicano l’articolo 3-bis anche alle naturalizzazioni: serve che il genitore abbia risieduto in Italia per due anni dopo l’acquisto della cittadinanza e prima della nascita del figlio. Per chi è arrivato già con i figli, condizione che la cronologia rende impossibile per definizione.

Cittadinanza, Il bersaglio sbagliato

L’articolo 3-bis nasce per altro. Lo dice senza ambiguità la Corte Costituzionale con la sentenza n. 63 del 30 aprile 2026, depositata sei giorni prima della pronuncia di Trento ed espressamente richiamata: la norma serve a disinnescare il fenomeno degli italo-discendenti con cittadinanza italiana “virtuale, in quanto non accertata, attivabile senza limiti di tempo”. Una norma correttiva, dice la Consulta, pensata per chiudere un canale aperto dalle emigrazioni di massa di fine Ottocento.

Il giudice di Trento prende la Consulta in parola: se l’art. 3-bis regola la trasmissione per filiazione, resta fuori dalla naturalizzazione, che si compie nel presente dopo anni di residenza documentata. Applicarla comunque produce “risultati aberranti”: svuota l’art. 14, abrogandolo di fatto proprio mentre il legislatore lo riscriveva per rafforzarlo.

Cosa pesa, politicamente

Il decreto Tajani è stato presentato come operazione contro la “commercializzazione” dei passaporti italiani e i 60 milioni di italo-discendenti latenti. Lo strumento però è stato scritto con larghezza, e il Ministero dell’Interno lo ha esteso via circolare a una platea estranea: i figli di chi era già qui, di chi qui aveva ottenuto lo status di rifugiato e maturato i requisiti per diventare italiano.

L’effetto pratico, in nove mesi, è stato il blocco di migliaia di pratiche. Famiglie radicate, figli scolarizzati in italiano, genitori naturalizzati a cui veniva detto: aspetta altri due anni, oppure rifai tutto da capo. Una stretta che il governo non aveva annunciato in conferenza stampa, perché annunciarla avrebbe significato confessare che il pacchetto cittadinanza colpiva i siriani di Trento mentre simulava di inseguire i furbi di Buenos Aires.

Il giudice Benedetto Sieff scrive una sentenza tecnica di dieci pagine, riproducibile in ogni tribunale italiano: l’art. 3-bis fa quello per cui è stato scritto, e basta. Tutto il resto è interpretazione amministrativa che gonfia un perimetro per scoraggiare richieste legittime, prassi che la magistratura ora sbugiarda usando come grimaldello la sentenza con cui la Consulta aveva salvato il decreto.

Stessa famiglia, cittadinanze diverse, dicevano i moduli del Comune. Il padre è morto a marzo, ad attendere. Il Tribunale precisa che il decesso non incide: i suoi quattro figli erano diventati italiani nel momento esatto in cui lui aveva alzato la mano.

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Sako Bakari ucciso a Taranto, è solo l’ultima vittima di crimini a sfondo razziale. Cosa dicono i numeri sul fenomeno

Sako Bakari, 35 anni, bracciante maliano. Tre coltellate in piazza Fontana, a Taranto, all’alba di sabato 9 maggio. Si rifugia in un bar, il titolare lo invita ad uscire senza chiamare la polizia. Muore in strada. Sei i fermati per omicidio aggravato dai futili motivi: tutti italiani, quattro minorenni, due maggiorenni. È il copione che Melting Pot Europa ha smesso di leggere come eccezione: “La violenza non nasce mai nel vuoto, viene preparata, alimentata, resa possibile da un clima culturale e politico che costruisce continuamente nemici interni”.

I numeri certificano cosa è stato alimentato

I numeri raccontano cosa è stato alimentato. Secondo il rapporto Censis 2024, i crimini d’odio sono passati da 555 nel 2015 a 1.393 nel 2022, più che raddoppiati. Quelli di natura razzista quasi triplicati: dai 369 del 2015 ai 1.105 del 2022, +199,4%. I dati Odihr/Osce trasmessi dal Ministero dell’Interno via Oscad segnano un calo formale nel biennio del governo Meloni: 1.106 nel 2023, 893 nel 2024. Il dato coincide con la sfiducia nelle forze dell’ordine fra persone migranti, certificata dall’Ecri nel rapporto del 22 ottobre 2024, e con la mancata trasmissione italiana di dati su procedimenti e sentenze, ferma al 2018. Il calo quindi è soltanto statistico.

Lunaria ha documentato 47 attacchi violenti nel solo 2022 e 1.125 cronache di ordinario razzismo nel triennio 2021-2023. Il Cerd dell’Onu, nell’agosto 2023, ha criticato l’Italia per “adozione di un linguaggio razzista da parte dei politici” e “atti di violenza, stigmatizzazione e molestie nei confronti delle persone di origine africana”.

La sequenza dei due anni precedenti

Satnam Singh, 31 anni, bracciante indiano, perde il braccio destro in un macchinario nelle campagne di Latina il 17 giugno 2024. Il datore di lavoro lo scarica davanti a casa, l’arto in una cassetta della frutta. Muore due giorni dopo. Giorgia Meloni lo definisce «atto disumano che non appartiene al popolo italiano». Moussa Diarra, 26 anni, maliano, viene ucciso il 20 ottobre 2024 con tre colpi di pistola da un agente della Polfer alla stazione di Verona. Il 21 aprile 2026 la gip Livia Magri ha respinto l’archiviazione, ipotizzando il concorso in depistaggio del poliziotto. Matteo Salvini aveva commentato: «Con tutto il rispetto, non ci mancherà. Grazie ai poliziotti per aver fatto il loro dovere».

A Verona, giugno 2023, cinque agenti della questura erano stati arrestati per tortura e lesioni aggravate, due con l’aggravante dell’odio razziale. Dalle intercettazioni: «Questo era da buttare nell’Adige». «Tunisino di merda, figlio di puttana». A maggio 2025 chiusura indagini per altri nove agenti, sedici i rinvii a giudizio richiesti. Nell’aprile 2024 a Bologna, in zona Corticella, una famiglia senegalese viene aggredita davanti a un bar: bambina di nove anni e diciottenne al pronto soccorso, «tornate a casa vostra».

Adesso Taranto. Il copione, come sempre, è la “lite tra stranieri” nelle prime ore. Cancellato dopo i fermi. Resta il bar che chiude la porta a un uomo ferito di morte, la procuratrice Eugenia Pontassuglia che contesta i futili motivi, il presidio del 14 maggio in piazza Fontana. Resta soprattutto il fatto che la maggioranza degli aggressori è minorenne: il razzismo che gli adulti hanno costruito nei discorsi pubblici si esegue a quindici anni, davanti ai tavolini di un bar.

Sako Bakari aveva un permesso di soggiorno e andava al lavoro. Il clima che lo ha ucciso è certificato dall’Onu, dall’Ecri, dal Censis, da Lunaria. Si è preparato a parole, si è eseguito a coltellate.

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Francesca Albanese, un giudice a Washington sospende le sanzioni di Trump contro la relatrice Onu. Ecco chi in Italia le aveva avallate o cavalcate

C’è un giudice a Washington, e ha scritto 26 pagine. Richard Leon, distretto della Columbia, nominato da George W. Bush, ha stabilito ieri che le sanzioni di Donald Trump contro Francesca Albanese probabilmente violano il Primo Emendamento. “Se Albanese si fosse opposta all’azione della Cpi contro cittadini Usa e israeliani, non sarebbe stata inserita nell’elenco delle persone sanzionate”. Effetto delle misure: “punire” e “reprimere le espressioni sgradite”. La causa l’aveva intentata a febbraio il marito Massimiliano Cali.

Marco Rubio aveva firmato le sanzioni il 9 luglio 2025: ordine esecutivo 14203, accuse di “antisemitismo” e “sostegno al terrorismo”. Conseguenze: niente conto corrente neanche presso Banca Etica, niente carta di credito, contanti in tasca per affittare un’auto. Una cittadina italiana, relatrice Onu, punita per un rapporto sulle aziende che traggono profitto dall’occupazione israeliana.

Le dichiarazioni contro Francesca Albanese

Vale la pena rileggere quello che hanno detto i politici italiani in questi dieci mesi. Antonio Tajani, Roma, 18 luglio 2025: “La Albanese è stata sanzionata dagli Usa per il ruolo che svolge presso le Nazioni Unite e non in quanto cittadina italiana”. Il ministro degli Esteri scopre, per una cittadina italiana sanzionata, una cittadinanza a tempo. Monaco, 13 febbraio 2026: “Le sue dimissioni? Credo che siano inevitabili”. Inevitabili. Il giudice Leon scrive il contrario: era inevitabile riconoscere l’illegittimità della punizione.

Matteo Salvini, Dritto e Rovescio, Rete 4, 9 ottobre 2025. La definisce “pericolosa per sé e per gli altri”. Testuale: “Questa signora ha lo stipendio pagato da me, da te, da chi è in studio e da chi è a casa”. Pagella Politica certificherà che è falso: i relatori speciali Onu lavorano gratis. E poi: “Si prenda una settimana, vada in vacanza, vada sulla Flotilla, ma non rompa le palle sulla pace!” Insulto da televisione del pomeriggio contro chi denunciava un genocidio.

I politici e i giornalisti

Sara Kelany (Fratelli d’Italia), fine luglio 2025: interrogazione al ministro Piantedosi contro l’ospitata di Albanese alla Camera. Argomento: Albanese è “già sanzionata dal segretario americano Marco Rubio con l’accusa di faziosità, antisemitismo, supporto al terrorismo”. Le sanzioni di Trump diventano titolo di credito per un’interrogazione parlamentare. Tradotto: ce lo dicono gli americani. Quelle stesse sanzioni adesso un giudice federale le dichiara probabili violazioni della Costituzione.

Ester Mieli (Fratelli d’Italia), 13 febbraio 2026: “La fake avvocato Francesca Albanese, maestra in propaganda antisemita, è inadeguata per il ruolo”. Tre invenzioni in una frase: Albanese è laureata a Pisa, master alla SOAS di Londra, dottorato a Amsterdam. Fake è l’aggettivo.

Maurizio Molinari, ex direttore di Repubblica. A RaiNews24, luglio 2025, dice davanti alle telecamere che le sanzioni colpiscono Albanese per “dubbi sui titoli di studio” e “sospetti di finanziamenti da Hamas”. L’Ordine dei giornalisti del Lazio lo censura per “accuse infondate”. L’Ordine nazionale, ad aprile 2026, annulla la sanzione. Resta agli atti che un ex direttore di quotidiano nazionale ha usato un provvedimento giudicato illegittimo da un giudice Usa per fare moral assassination in diretta Rai.

Un punto è chiaro: nessuno di loro ha contestato i fatti del rapporto. Rubio stesso non li ha contestati. Le sanzioni colpivano un’opinione documentata. Lo dice un giudice federale nominato dai repubblicani. Lo dicono 26 pagine di motivazione.

L’Italia istituzionale ha taciuto e dileggiato la cittadina italiana sanzionata. Quando il sistema giudiziario americano fa quello che il governo italiano si è rifiutato di fare, ci si chiede a cosa serva avere un ministro degli Esteri. Tajani ha detto che le dimissioni di Albanese erano inevitabili. In retrospettiva, sono altre le dimissioni che potrebbero esserlo.

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Sospese le sanzioni di Trump ad Albanese. Italia liberata dall’imbarazzo di difenderla: ci hanno pensato un giudice americano e gli spagnoli

Un giudice federale di Washington, Richard Leon, ha sospeso le sanzioni che l’amministrazione Trump aveva imposto a Francesca Albanese, relatrice speciale Onu sui territori palestinesi occupati. Nelle ventisei pagine dell’ordinanza c’è una frase che dovrebbe far arrossire chi siede ai vertici della Farnesina: “se Albanese si fosse opposta all’azione della Cpi contro cittadini statunitensi e…

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Nuova impennata di attacchi nella Striscia

Lafi al-Najjar, palestinese cieco di trentasei anni, vive in una tenda tra le macerie di Khan Younis. Suo figlio Adel, nove anni, è stato ucciso il ventotto aprile in un attacco israeliano. A Reuters, l’undici maggio, al-Najjar ha detto: «La guerra è ancora in corso. Si è fermata negli annunci, sul terreno non si è fermata».

Il dato lo conferma. Il rapporto mensile di Acled, Armed Conflict Location and Event Data Project, pubblicato ieri, registra ad aprile un aumento del trentacinque per cento degli attacchi israeliani sulla Striscia rispetto a marzo. Dal cessate il fuoco con l’Iran dell’otto aprile il Ministero della Salute di Gaza conta centoventi palestinesi uccisi, di cui otto donne e tredici bambini: il venti per cento in più delle cinque settimane precedenti, quando l’aviazione israeliana bombardava Teheran. Dal cessate il fuoco di ottobre, mediato da Stati Uniti e Qatar, i palestinesi uccisi sono ottocentocinquanta, contro quattro soldati israeliani.

Ieri, alla Sala del Mappamondo, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha riferito alle Commissioni Esteri e Difesa: «Il governo continua a prestare la massima attenzione operativa nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, con l’obiettivo di arrivare a due Stati». Sulle misure commerciali contro Israele frena: «Otto Paesi dell’Unione hanno espresso dubbi, perché il rischio è colpire la popolazione civile israeliana, non il governo Netanyahu». Resta aperta l’ipotesi di sanzioni sui prodotti dei coloni.

Stamane salpa da Marmaris la Global Sumud Flotilla: cinquantaquattro imbarcazioni e oltre cinquecento attivisti.

Khdour, ricercatore Acled: «Bombardamenti, droni e fuoco di artiglieria continuano lungo la linea di armistizio, colpendo militanti e civili, donne e bambini». La guerra si è fermata solo negli annunci.

Occhi su Gaza, diario di bordo #209

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Elezioni francesi, due ingerenze e due misure: aperture di Tg su quella russa, spallucce su quella israeliana

Marsiglia, marzo 2026. Elezioni amministrative. Sui muri compaiono dei codici QR. Chi li scansiona finisce su un blog firmato “Sophie”, che racconta una storia di abusi sessuali attribuiti a Sébastien Delogu, deputato della France Insoumise e candidato sindaco. La storia è falsa, il blog fasullo, il dominio sparirà nel giro di settimane. A Tolosa, contro François Piquemal, escono inserzioni sponsorizzate su La Dépêche du Midi. A Roubaix, contro David Guiraud, partono pagine Facebook a grappolo. Tre città, tre candidati, lo stesso copione.

Il 10 marzo Le Monde pubblica l’inchiesta: campagna di interferenza coordinata, fotografie generate con intelligenza artificiale, marcatori tecnici stranieri nei metadati. Viginum, il servizio governativo francese che si occupa di interferenze digitali, conferma. Le Monde nomina il sospettato: una lobby pro-israeliana attiva in Europa, in conflitto aperto con Mélenchon.

Il 13 maggio Reuters fa un altro passo: l’agenzia che avrebbe materialmente eseguito parte dell’operazione sarebbe una società israeliana sconosciuta, definita sul proprio sito “compagnia d’élite di influenza, cyber e tecnologia costruita per l’era moderna della guerra dell’informazione”.

Il sito è stato chiuso poco dopo le domande dei giornalisti. Anche LinkedIn. Meta ha rimosso una rete di account “originaria di Israele” e diretta “principalmente contro la Francia”. Google e TikTok hanno confermato in via indipendente.Solo che è la geometria della storia a meritare attenzione.

Elezioni francesi: due ingerenze, due misure

Pochi giorni prima dell’inchiesta sui candidati insoumis, lo stesso Viginum aveva attribuito a un network russo, una campagna di disinformazione contro Pierre-Yves Bournazel, candidato di centro-destra alla mairie di Parigi. Un video fasullo lo accusava di voler trasformare il Centre Pompidou in centro per migranti. AFP, fact-checker, redazioni: smentita compatta in poche ore, allarme per la “guerra ibrida” russa. Le visualizzazioni erano sotto le ventimila.

L’operazione contro tre candidati di sinistra dura settimane, mobilita siti, blog, QR code in strada, sponsorizzate su carta stampata, immagini AI, account a sciame. Conseguenza politica reale: Delogu si ritira al ballottaggio per non spaccare il voto, Piquemal perde Tolosa di un soffio, Guiraud passa solo a Roubaix. Reazione: tiepida. Il governo francese tace, il ministero degli Esteri israeliano si chiama fuori. Mélenchon chiede una legge più severa sulle interferenze straniere. Risposta, ora, zero.

Sul piano delle prove i due casi sono equivalenti: Viginum ha fatto il suo lavoro in entrambi. È il nome del committente a cambiare il trattamento. Russia è una parola politicamente spendibile e diventa apertura di tg, Israele no,resta dossier d’élite.

L’Italia gira la testa

Vale la pena ricordare che, nella stessa settimana, in Honduras continuano a circolare i trentasette audio dell’inchiesta Hondurasgate, in cui l’ex presidente Juan Orlando Hernández, condannato a quarantacinque anni a New York per quattrocento tonnellate di cocaina e graziato da Trump il 1° dicembre 2025, evoca il “primo ministro di Israele” come parte attiva nella sua liberazione. Le testate italiane di area moderata, che sulle ingerenze russe hanno fatto i titoli, sull’asse Trump-Netanyahu in America Latina hanno girato la testa, e sulla società israeliana che ha provato a influenzare il voto francese stanno facendo lo stesso: poche righe da Reuters, qualche colonna di servizio, fine.

Si chiama guerra ibrida quando viene da Mosca. Quando viene da Tel Aviv diventa anomalia tecnica.

Sostanzialmente è questo il punto: si è scelto, in Europa, di quali ingerenze occuparsi. E davanti a quali, ugualmente documentate, abbassare la voce. Le presidenziali francesi sono ad aprile 2027. Le prove generali sono finite.

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Hondurasgate: un’inchiesta giornalistica, trentasette audio e l’asse Trump-Netanyahu come metodo. Nel silenzio italiano

Trentasette audio in WhatsApp, Signal e Telegram. Una voce identificata come quella di Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras condannato a quarantacinque anni di carcere a New York per aver coperto il transito di oltre quattrocento tonnellate di cocaina verso gli Stati Uniti, racconta come è stato liberato. “Il denaro della grazia è uscito da una giunta di rabbini e da gente che appoggiava Israele”. E ancora: “Il primo ministro di Israele ci darà sostegno. Hanno avuto tutto a che fare con la mia uscita”. Data: 20 gennaio 2026.

Si chiama Hondurasgate. Inchiesta firmata da Valeria Duarte, pubblicata dal portale hondurasgate.ch insieme a Canal Red e Diario Red, la testata diretta da Pablo Iglesias. I file sono passati per la perizia forense del software Phonexia Voice Inspector, che attribuisce alla voce una probabilità di sintesi del sei per cento. El País, Middle East Eye, Democracy Now, Washington Monthly, Afp, Efe: copertura ampia. In Italia se ne sono accorti il Fatto Quotidiano e Inside Over.

Cosa raccontano gli audio

Donald Trump grazia Hernández il primo dicembre 2025, due giorni dopo le elezioni vinte con il quaranta per cento dei voti da Nasry Asfura, candidato del Partito Nazionale. Trump in campagna elettorale lo aveva sostenuto pubblicamente, minacciando di tagliare gli aiuti a Tegucigalpa in caso di vittoria della candidata di sinistra Rixi Moncada.

Negli audio Hernández parla con Asfura, con la vicepresidente María Antonieta Mejía, con il presidente del Parlamento Tomás Zambrano. Chiede centocinquantamila dollari per affittare un appartamento negli Usa dove ospitare una “unità di giornalismo digitale” pensata per colpire Gustavo Petro in Colombia e Claudia Sheinbaum in Messico.

Dice di aver parlato con Javier Milei, che avrebbe stanziato trecentocinquantamila dollari. Si discute di basi militari, di espansione delle Zone economiche speciali, di una legge per gli investimenti Usa-Israele in intelligenza artificiale. Sugli oppositori interni: “Se bisogna ammazzare gente per stare tranquilli, si farà.”

Il silenzio italiano

Bill Scher, su Washington Monthly, scrive che l’Hondurasgate, se autentico, è peggio del Watergate e dell’Iran-Contras messi insieme: un presidente Usa che grazia un narcotrafficante per rimetterlo al potere e usare il suo Paese come piattaforma contro due democrazie vicine. Duarte, all’Afp, parla di “una rete di corruzione” sviluppata da Washington e Tel Aviv per fare di Hernández “un operatore per posizionare la propria ingerenza nella regione”. Il consorzio Reactionary International collega l’operazione al budget hasbara israeliano del 2026, settecentotrenta milioni di dollari, e a Brad Parscale, ex stratega di Trump il cui studio Numen ha consigliato la campagna di Asfura.

Iglesias tiene il punto sul verificabile: la voce di Hernández è autenticata, il pagamento di Milei è ciò che Hernández stesso dichiara nell’audio, il resto è circostanza. Cautela utile. Eppure i giornali italiani che si esercitano ogni giorno su Maduro narcotrafficante e Putin capomafia, su questa storia tacciono. La grazia di Trump a un narcotrafficante condannato è fatto giudiziario. L’autopsia forense degli audio è pubblica. La replica di Hernández, “non è la mia voce”, è quella di un condannato che da Manhattan firma la propria condanna. Asfura tace dall’inizio.

Sostanzialmente, Hondurasgate dimostra che l’asse fra Trump e Netanyahu è un metodo prima ancora che una variabile mediorientale. La rete è la stessa delle inchieste su Gaza, sulle Zedes come laboratori di sovranità ceduta, sulle campagne digitali contro chi prova a votare a sinistra in America Latina. In Italia se ne tace perché parlarne significa nominare i protagonisti, e i protagonisti sono nostri alleati. Si scrive di narco-Stati solo quando il narco-Stato è scomodo. Quando è amico, è partner strategico.

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L’«ah boh» di Giorgetti

Federico Freni, sottosegretario all’Economia, ha rinunciato ieri alla corsa per la presidenza Consob. Giancarlo Giorgetti, il suo ministro, anche lui leghista, il proponente della candidatura in Consiglio dei ministri lo scorso 20 gennaio, è uscito di corsa dalla Camera dopo il question time e ha liquidato i giornalisti così: «Sono contentissimo, Federico continua a lavorare con me.

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