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La grammatica del crocifisso nella condanna che ignora i corpi

Ventuno giorni di carcere militare per il soldato dell’esercito israeliano fotografato a Debel, sud del Libano, mentre infila una sigaretta in bocca a una statua della Vergine Maria. Quattordici giorni per il commilitone che ha scattato la foto. La sentenza è dell’IDF, comunicata l’11 maggio. Il giorno stesso, nell’intervista al Messaggero pubblicata oggi, il ministro degli Esteri Antonio Tajani definisce l’immagine «uno choc per me e per tutti i cristiani» e sottolinea che «quei militari di Idf sono stati subito condannati, così come il soldato che ha messo la sigaretta in bocca alla Madonna in Libano». La parola condanna entra qui per la prima volta.

Nella stessa intervista non compare l’attacco di lunedì alla clinica Al Tayeb di Beit Lahia, due colpi di artiglieria israeliani che hanno ferito dodici persone mentre Medici Senza Frontiere prestava soccorso. Non compaiono gli ottocento palestinesi uccisi dal cessate il fuoco, computo MSF. Non compare il rapporto OCHA pubblicato oggi: nelle linee di assistenza della Striscia le chiamate per intenzioni suicide sono salite del novanta per cento, quelle per violenze fisiche di genere del quarantasei, l’ansia del trentaquattro. Novemilaseicento in un mese. Non compaiono i settanta bambini uccisi in Cisgiordania dal 2025, novantatré per cento da forze israeliane, secondo James Elder, portavoce Unicef a Ginevra.

A Marmaris la Global Sumud Flotilla riunisce cinquantasette imbarcazioni in assemblea. Thiago Ávila, espulso da Israele dopo dieci giorni di detenzione, ieri è atterrato a San Paolo denunciando torture e abusi subiti.

«Stiamo continuando ad aiutare Gaza», dichiara Tajani nella stessa pagina. La condanna che la Farnesina ha pronta sa la grammatica del crocifisso. Non quella del corpo.

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Cultura, mentre al ministero vanno in scena le faide di partito la povertà educativa dei minori resta fuori dall’agenda di governo

Dentro al ministero della Cultura, in queste ore, si decide chi sta con chi. Il ministro Alessandro Giuli ha revocato due figure chiave del suo staff: Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica e vicinissimo al sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari, ed Elena Proietti, capo della segreteria personale e dirigente di Fratelli d’Italia in Umbria. La motivazione ufficiale per Merlino è il caso del documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo di Simone Manetti, escluso dai contributi selettivi del Mic in aprile nonostante 76 atenei italiani avessero aderito alla proiezione promossa dalla senatrice Elena Cattaneo. Per Proietti, una missione a New York saltata.

La sostanza è altra. Tutti raccontano una guerra interna a Fdi che ha trasformato il dicastero in arena di regolamento dei conti. L’11 maggio Giorgia Meloni ha convocato Giuli a Palazzo Chigi per quella che le fonti del partito definiscono “una strigliata” durata un’ora. In questo clima da regolamento di conti dentro al partito, la premier prova a fare da paciere. Resta fuori dal campo, intanto, un’emergenza che i numeri certificano da anni: la povertà educativa.

I dati che il ministero ignora

L’Osservatorio povertà educativa di Openpolis e Con i Bambini hanno pubblicato il 12 maggio un’analisi sull’accesso dei minori ai luoghi della cultura. Italia primo paese al mondo per siti Unesco, con 61 beni iscritti nel 2025: davanti a Cina, Germania, Francia. Eppure chi vive in una famiglia a basso reddito con figli, nel 2022, ha visitato un sito culturale solo nell’11,3% dei casi. La media nazionale è il 22,6%. Tra le famiglie ad alto reddito con figli si sale al 36,9%: tre volte tanto.

I divari territoriali sono altrettanto netti. In Trentino oltre il 60% dei minori ha visitato un museo almeno una volta nel 2022. In Calabria il 23,3% nel biennio 2022-2023, ultima in classifica. La Campania ha una densità museale altissima (3,46 musei per cento chilometri quadrati) ma vi accede solo il 28,9% dei minori. Nei comuni polo oltre il 54% dei musei resta aperto per più di 250 giorni l’anno; nelle aree interne solo il 33,5%. Tradotto: dove vivono i bambini più fragili, i luoghi della cultura sono spesso turistici e a singhiozzo.

Quello di cui non si parla a Palazzo Chigi

I musei italiani che hanno attivato vere e proprie partnership con la scuola sono il 30,1%. Quelli coinvolti in progetti di inclusione rivolti a chi vive in povertà economica, educativa o culturale appena l’11,8%. Dati Istat rielaborati da Openpolis. Pubblici, accessibili, ignorati.

Meloni ha convocato Giuli per ricomporre la frattura con Fazzolari. Risulta più difficile ricordare una convocazione fatta per chiedere conto di questi numeri. Il fondo per il contrasto della povertà educativa minorile esiste dal 2016, oggi gestito da Con i Bambini, e produce rapporti annuali. Il ministero della Cultura, intanto, dispone di quattordici milioni di contributi selettivi per il cinema, distribuiti da commissioni i cui criteri sono diventati materia di interrogazione parlamentare proprio sul caso Regeni.

In Italia un milione e quattrocentomila minori vivono in povertà assoluta. Altri 2,2 milioni in povertà relativa, sempre secondo Con i Bambini. La povertà educativa, scrivono, è legata a quella economica: si alimentano a vicenda, si trasmettono di generazione in generazione. Andrebbe trattata con la stessa urgenza dell’altra.

Intanto la macchina ministeriale diventa uno strumento per pesare le proprie correnti da un lato e per ricucire gli strappi dall’altro. Le bambine e i bambini che a Reggio Calabria o a Lampedusa hanno visto un museo solo nei libri restano fuori dal perimetro politico. Senza fazione, senza chat interne, senza missioni a New York da saltare.

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Piano di Riarmo Ue, gli Stati europei non condividono i dati sugli acquisti per la Difesa: mille miliardi in ballo e zero trasparenza

Mentre Bruxelles vende il sogno della difesa comune, ottocento miliardi per il piano di Riarmo Ue e centocinquanta miliardi dello strumento Safe, succede una cosa che dovrebbe fermare tutti per un attimo: i governi nazionali si rifiutano di dire alla Commissione cosa stanno comprando, da chi, a che prezzo. Lo racconta Politico Europa in un’inchiesta firmata da Jacopo Barigazzi sul “data denial”, il rifiuto sistematico di comunicare le informazioni di base sugli acquisti militari. Stiamo per spendere mille miliardi per riarmare il continente, e ignoriamo cosa stiamo comprando.

L’opacità è di costruzione

Il commissario alla Difesa Andrius Kubilius, rispondendo per iscritto a un’interrogazione del Parlamento europeo, ha dovuto ammettere che sui ventisette Stati membri solo dodici hanno trasmesso i dati sugli acquisti collaborativi all’Agenzia europea per la difesa. Senza quei numeri, riconosce lo stesso commissario, valutare se la strategia funzioni è “impossibile”. Il benchmark del 35% di acquisti congiunti, fissato dall’Agenzia nel 2007, resta indimostrato in vent’anni di rilevazioni. Nel 2022, ultimo dato disponibile, era al 18%. La Strategia industriale europea della difesa del 2024 alza il target al 40% entro il 2030. Solo che è una semplice comunicazione, priva di forza legale: obblighi di reporting volontari, sanzioni inesistenti, l’unica leva della Commissione è denunciare pubblicamente chi non collabora.

Insomma, gli Stati diffidano della Commissione e diffidano l’uno dell’altro, e protestano per il principio. Wouter Beke, eurodeputato belga del Partito popolare europeo nella commissione Difesa, lo dice a Politico: la sfiducia è uno dei principali ostacoli a una vera unione europea della difesa. Hannah Neumann, verde tedesca nella stessa commissione, è più precisa: senza i dati salta il controllo democratico sulla spesa militare. Kubilius può ripetere quanto vuole che il joint procurement riduce i costi: i ministeri annuiscono e poi firmano contratti bilaterali con i fornitori storici.

Il caso polacco

A Varsavia la frattura è esplosa in chiaro. A marzo il presidente Karol Nawrocki ha posto il veto sulla legge che doveva consentire alla Polonia di attingere ai 43,7 miliardi di prestiti Safe, la quota più grossa dell’intero strumento. Il premier Donald Tusk ha risposto annunciando un piano alternativo per ottenere comunque i fondi, e difendendo l’operazione con un argomento che, di fatto, smonta l’idea stessa di acquisto europeo: l’89% dei soldi resterà in Polonia. Una difesa europea finanziata dall’Europa che però spende a casa propria, certificata dal premier più europeista del consiglio. Sostanzialmente: tutti vogliono il prestito agevolato, nessuno vuole condividere il mercato.

Studi convergenti misurano il prezzo della frammentazione. Il think tank Ecipe ha calcolato che tre quarti dei contratti finiscono ad aziende nazionali, e solo circa il 10% della spesa risulta nel database europeo Ted. Il resto è buio. Bruegel stima che la mancanza di un mercato unico fa lievitare i costi unitari del 30%, e che una vera integrazione dimezzerebbe i prezzi. Una quota di quel migliaio di miliardi è già destinata a evaporare in rendite di posizione, pagate a imprese che hanno interesse opposto a una difesa europea integrata.

Sostanzialmente la difesa europea, per come la stanno costruendo, è una macchina che converte denaro pubblico in margine privato: gli Stati firmano, la Commissione presta, le imprese incassano, i Parlamenti scoprono dopo. La retorica della sicurezza serve a chiudere il dibattito prima che si apra. Quando un governo rifiuta di dire alla Commissione cosa sta comprando, dice qualcosa di preciso: la spesa militare è uno spazio politico in cui la trasparenza è un fastidio, e l’Europa un’astrazione utile a giustificare il bilancio. Mille miliardi al buio, da pagare ventisette volte.

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Mentre litigano su Vannacci, il governo forza (ancora) la Costituzione

Si discute di Vannacci sì, Vannacci no. Di Calenda dentro o fuori. Di soglie alzate per tenere alla larga il generale o abbassate per accoglierlo. Di Forza Italia cuscinetto, dell’ammucchiata che verrà. Intanto, alla Camera, scorre il testo della nuova legge elettorale, l’A.C. 2822, e a smascherare la vera operazione sono 126 costituzionalisti. L’appello promosso da Articolo21 l’11 maggio…

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Dal processo in diretta al boia

Novantatré voti su novantatré. Lunedì 11 maggio la Knesset ha approvato un tribunale speciale autorizzato a comminare la pena di morte ai palestinesi condannati per l’attacco del 7 ottobre 2023. Lo riporta l’Associated Press. I processi saranno trasmessi in diretta. Il paragone con il processo del 1962 al criminale nazista Adolf Eichmann lo fanno gli stessi proponenti.

Tre organizzazioni israeliane per i diritti umani — il Centro per la difesa dell’individuo, il Centro legale Adalah e il Comitato pubblico contro la tortura — in una nota dell’11 maggio definiscono la legge «uno spettacolo punitivo e retributivo» che subordina «ogni principio di giustizia penale equa». Le sentenze potranno essere pronunciate a maggioranza.

Lo stesso giorno il New York Times pubblica l’inchiesta di Nicholas Kristof, “The Silence That Meets the Rape of Palestinians”: quattordici testimoni descrivono stupri e abusi sessuali sistemici nelle carceri israeliane. Tre di loro minorenni. Risposta del ministero degli Esteri israeliano: «calunnia del sangue». Secondo il Comitato pubblico contro la tortura, Israele detiene oggi 1.300 palestinesi di Gaza senza accusa formale.

La rima Eichmann vale per ciò che la legge mostra. Ciò che la legge non mostra resta fuori inquadratura: i detenuti senza accusa, le testimonianze di Kristof, le condizioni del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, detenuto dal 27 dicembre 2024 e descritto «quasi irriconoscibile» da tre prigionieri rilasciati.

A Marmaris cinquantasette imbarcazioni della Global Sumud Flotilla si sono riunite l’11 maggio in assemblea per decidere se ripartire. Saif Abukeshek e Thiago Ávila, liberati dopo dieci giorni di detenzione, ricordano che restano dentro 9.500 palestinesi. Nessuno di loro avrà un processo in diretta.

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Albania, il ministro Hoxha: “Niente proroghe al protocollo sui migranti con Roma dopo il nostro ingresso in Ue”. Ma Rama frena: “L’accordo durerà finché l’Italia vorrà”

Lo dice il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha all’Euractiv, e lo dice in inglese perché il messaggio è diretto a Bruxelles più che a Roma: il protocollo sui migranti firmato tra Italia e Albania da Edi Rama con Giorgia Meloni il 6 novembre 2023 si chiude nel 2030 senza proroghe. «Non ci sarà alcuna estensione perché saremo membri dell’Unione europea», ha detto Hoxha. L’accordo dura cinque anni e a quella data Tirana punta a essere seduta al tavolo del Consiglio. Una volta dentro, i centri di Gjadër e Shëngjin smettono di essere territorio extraterritoriale: diventano suolo comunitario. Un Cpr italiano dentro l’Unione, su concessione di un altro Stato membro, sarebbe una contraddizione, è il senso del ragionamento.

Sebbene in serata il premier albanese Edi Rama, dopo che la notizia è rimbalzata per quasi tutta la giornata sui media italiani, decida di intervenire sulla questione per precisare che “il protocollo con l’Italia durerà fintantoché l’Italia lo vorrà” parlando di “citazione fuorviante” attribuita al suo ministro degli esteri.

La calendarizzazione è precisa. Il 17 novembre 2025 Tirana ha aperto tutti i 33 capitoli negoziali in tredici mesi, un record assoluto per i Balcani occidentali. La commissaria all’Allargamento Marta Kos indica la fine del 2027 come orizzonte per la chiusura tecnica del negoziato. Tra la chiusura tecnica e l’adesione passano almeno due anni di ratifiche nei ventisette parlamenti: il margine coincide, a spanne, con la scadenza del protocollo. Hoxha sostanzialmente lo certifica: «Tutti hanno fatto lo stesso calcolo».

Una smentita travestita da rassicurazione

Roma ha letto la dichiarazione come un atto amichevole. Il ministro albanese ha avuto cura di precisare che Tirana è un partner affidabile, che «l’Italia aveva bisogno di aiuto, l’abbiamo aiutata». Solo che il messaggio politico ribalta il tono diplomatico: l’orizzonte del modello Albania è già scritto, e finisce entro il 2030. Da lì qualunque governo italiano provasse a estendere l’accordo dovrebbe chiederlo a uno Stato membro, con tutte le conseguenze giuridiche del caso.

La premier Giorgia Meloni ha venduto i centri come modello replicabile per l’Europa intera. Il 13 novembre 2025 ha firmato con Rama nuovi protocolli bilaterali. Il 23 aprile 2026 l’avvocato generale della Corte di Giustizia Ue Nicholas Emiliou ha giudicato l’impianto «compatibile con il diritto dell’Unione», a patto che siano rispettate le tutele individuali dei trattenuti. Il governo ha esultato. Hoxha, una settimana dopo, ha tirato il freno.

Restano aperti due fronti giudiziari pesanti: la Cassazione, che a giugno 2025 ha rimesso il protocollo alla Consulta, e il rinvio pregiudiziale della Corte d’appello di Roma del 22 ottobre 2025, che chiede a Lussemburgo se uno Stato membro abbia titolo a firmare un accordo bilaterale in materia di asilo.

“Da ‘fun-zio-ne-ran-no’ a ‘chiu-de-ran-no’. L’annuncio del governo di Tirana di non voler rinnovare l’accordo con l’Italia sui centri per i migranti è la pietra tombale sul fallimentare quanto costosissimo spot albanese di Meloni”, hanno attaccato, prima della smentita di Rama, i capigruppo M5S delle Commissioni Esteri e Politiche Ue di Senato e Camera, i senatori Alessandra Maiorino e Pietro Lorefice e i deputati Francesco Silvestri e Filippo Scerra. “Centinaia di milioni buttati via e centinaia di agenti sottratti al presidio delle città italiane per fare la guardia a poche decine di migranti – concludono -. Dopo essere stata scaricata perfino dall’Albania, Meloni chieda scusa agli italiani per questo flop e per aver ridotto l’Italia a una nazione-barzelletta che nessuno più rispetta”.

I numeri di un fallimento certificato

Intanto, i conti dell’operazione sono diventati materia da Corte dei conti. La relazione tecnica allegata alla legge di ratifica stimava costi complessivi attorno ai 653 milioni di euro in cinque anni. ActionAid il 5 dicembre 2025 ha depositato un esposto di sessanta pagine documentando affidamenti diretti e un contratto da 133 milioni ad una cooperativa mai formalmente firmato. La manovra 2026 stanzia altri 71,4 milioni sul triennio 2026-2028. Nel 2024, per cinque giorni effettivi di operatività, la Prefettura di Roma ha versato 570 mila euro.

Dall’apertura della seconda fase, l’11 aprile 2025, fino al 20 aprile 2026 sono transitati a Gjadër 527 stranieri, tutti già destinatari di provvedimenti di rimpatrio. Per oltre la metà i giudici non hanno convalidato il trattenimento. Quaranta sono rientrati per inidoneità sanitaria. Capienza operativa: 96 posti. Shëngjin in standby. L’intento dichiarato parlava di trentaseimila persone l’anno.

Hoxha quindi ha messo una data sopra un esperimento che a Tirana ha sempre convinto a metà, e che a Roma resta l’unica vetrina della stagione migratoria di questo governo. Sostanzialmente, il modello che Meloni voleva vendere all’Europa lo manda in pensione l’Europa stessa, attraverso la porta dell’allargamento.

Aggiornato alle 18:10

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Garlasco e il caso delle intercettazioni di Sempio: quando il garantismo (selettivo) diventa un menu à la carte

Caso Garlasco. Andrea Sempio, solo in auto. È il 14 aprile 2025, una cimice registra. “Lei mi ha messo giù… Ah ecco, fai la la dura”. Il 6 maggio 2026 la procura di Pavia chiude le indagini per omicidio volontario pluriaggravato. Il 7 maggio quella frase è sui giornali, in tv, dentro il Tg1. Sono 212 intercettazioni e gli avvocati di Sempio non le hanno ancora ascoltate: gliele hanno lette a voce i pm. Il difensore Liborio Cataliotti lo dice in diretta: “Alla faccia del segreto istruttorio”. Dal ministro della Giustizia nessuna reazione.

Il punto è qui. Le stesse intercettazioni che, quando riguardano un politico, diventano a seconda della convenienza “tritacarne”, “porcheria”, “gogna”, quando riguardano Sempio diventano notizia da prima serata. Il garantismo è un taxi: si prende quando serve e si lascia quando piove.

Le frasi che valgono solo per i potenti

Settembre 2021, Matteo Salvini sull’inchiesta per droga al suo capo della comunicazione: “Sono disgustato dalla schifezza mediatica che condanna le persone senza che ci sia un giudice o un tribunale a farlo”. 8 maggio 2026, lo stesso Salvini in piena ondata Sempio: “I quotidiani hanno raccontato per anni che Stasi era colpevole. Io seguo le vicende giudiziarie”. Nessuna parola sui brogliacci pubblicati prima che la difesa li ascoltasse, nessuna parola sul “sistema che condanna prima del tribunale” quando il tribunale, stavolta, condanna un commesso di Garlasco.

Carlo Nordio, dicembre 2022, in aula al Senato: la diffusione di intercettazioni “non è civiltà, non è libertà, è una porcheria, una deviazione dei principi minimi di civiltà giuridica sulla quale questo ministro è disposto a battersi fino alle dimissioni”. Nel 2024 fa approvare la legge 114/2024: divieto di pubblicazione, anche parziale, del contenuto delle intercettazioni salvo quando “riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento”. Sempio è ancora in fase di indagini preliminari appena chiuse, né l’una né l’altra ipotesi. Maggio 2026, il ministro è occupato a rispondere al procuratore antimafia Giovanni Melillo che gli rimprovera la paralisi delle inchieste sui colletti bianchi, e a discutere dei costi delle intercettazioni saliti a 299 milioni. Sul caso Sempio, niente. Lo scorso ottobre, intervistato dal direttore del Giornale Alessandro Sallusti, su Garlasco aveva detto che dopo vent’anni “bisognerebbe avere il coraggio di arrendersi”.

Il garantismo a uso interno

Sallusti, intanto, ha intervistato Sempio nel suo programma “10 Minuti”. Il Giornale pubblica le intercettazioni del 14 aprile con titoli da svolta giudiziaria, mentre ospita come collaboratore Giovanni Toti, l’ex governatore della Liguria che nel 2024 sullo stesso quotidiano denunciava “intercettazioni a tappeto in cui non c’è confine tra la ricerca del reato e la curiosità morbosa”. Toti, dopo il patteggiamento, ha rilanciato la battaglia contro lo “strapotere delle toghe” e oggi firma editoriali. Per Sempio, invece, brogliacci in apertura di pagina.

Su Rai 2 il caso Garlasco fa il record di Ore 14 Sera con il 9,6% di share, su Rete 4 Quarto Grado al 9%. Si processano frammenti di audio definiti dagli stessi atti “non comprensibili”, trascritti male, registrati mentre l’indagato ascoltava un podcast sul caso Garlasco. La difesa parla di brogliacci, mai di trascrizioni ufficiali. Tutto fuori, prima del dibattimento, esattamente come la legge Nordio dovrebbe vietare. Il ministro della Giustizia ha taciuto. Il vicepremier ha commentato il merito.

Sostanzialmente, il garantismo finisce dove inizia il signor nessuno. Scatta per i potenti, scarica Sempio. E poi ci si chiede da dove venga la sfiducia nello stato di diritto. Viene da chi, di quel diritto, ha fatto un menù à la carte.

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Spari libici su Sea-Watch, le motovedette sono donate dall’Italia: concorso esterno anche in tentato omicidio

Quindici colpi contro una nave umanitaria che aveva appena soccorso novanta persone, due svenute. La motovedetta che spara è italiana: l’ha consegnata Roma a Tripoli col memorandum del 2017, l’equipaggio è addestrato con soldi italiani ed europei, la manutenzione passa per una nave officina della Marina militare ormeggiata nel porto libico. Quando la Sea-Watch 5 ha chiesto aiuto, lunedì…

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L’ottavo fronte di Netanyahu

L’ottavo fronte. Così Benjamin Netanyahu, premier israeliano, ha definito domenica sera nell’intervista a “60 Minutes” della CBS i social media. Il fronte dove Israele combatte «con la cavalleria polacca contro chi attacca con gli F-35». L’analogia è sua, citata dal transcript CBS del 10 maggio: il riferimento è alla disfatta polacca del settembre 1939.

Major Garrett gli chiede conto delle accuse della Corte Penale Internazionale per i crimini di guerra a Gaza. Il premier risponde: «In guerra gli eserciti a volte sbagliano e i civili muoiono. Sono errori, non azioni deliberate.» Errori. La parola arriva mentre l’analisi pubblicata ieri da Nove Colonne sui dati OHCHR rilanciati dall’ONU fissa le vittime accertate a 72.737. Mortalità del 3,46% sulla popolazione iniziale. L’80% non combattenti. Donne e minori il 70% dei decessi identificati. Feriti oltre 172.000. Operatori umanitari uccisi 560, i giornalisti 270.

Errori. Garrett mostra il sondaggio Pew: il 60% degli americani ha un’opinione sfavorevole d’Israele, venti punti in più in quattro anni. Netanyahu attribuisce il crollo «quasi al 100% all’ascesa geometrica dei social media». Diversi paesi, dice, «hanno manipolato i social. E questo ci ha danneggiati gravemente.»

Il rovesciamento è perfetto. Conta l’immagine del corpo, il corpo stesso conta meno. Quando il premier di uno Stato sotto procedura davanti alla Corte internazionale di giustizia per quello che la Corte definisce plausibile genocidio chiama “ottavo fronte” il proprio isolamento, sta dicendo che il problema sono le telecamere. Le macerie restano fuori inquadratura.

A Marmaris la Global Sumud Flotilla ha chiuso ieri l’assemblea internazionale; Saif Abukeshek e Thiago Ávila, espulsi domenica da Israele come «provocatori professionisti», sono il primo fronte.

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Voli militari da Pisa alla Libia, l’Onu ha chiesto spiegazioni (che Roma non ha dato) e ha dichiarato l’Italia “non conforme” all’embargo. La replica della Farnesina un mese dopo il report

C’è un aeroporto militare a Pisa da cui, fra il 28 ottobre 2024 e il 25 ottobre 2025, sono decollati trentotto voli di C-130J della 46ª Brigata Aerea diretti in Libia. Misurata soprattutto, qualcuno a Tripoli, qualcuno a Bengasi. Lo certifica un documento delle Nazioni Unite: il rapporto finale S/2026/224 del Panel di esperti incaricato di vigilare sull’embargo libico, trasmesso al Consiglio di sicurezza il 24 marzo 2026 e firmato dalla coordinatrice Salma Arka. L’allegato 20 elenca registrazioni, date, rotte e numeri di volo: dieci velivoli identificati uno per uno, dalle matricole MM62177 a MM62223. Il Panel ha chiesto all’Italia di chiarire la natura di quei voli.

La questione è rilevante. La Libia resta sotto embargo dal 2011, in forza delle risoluzioni 1970 e 1973 del Consiglio di sicurezza. La risoluzione 2769 (2025) che disciplina oggi il regime sanzionatorio prevede un’eccezione precisa: gli aerei militari introdotti temporaneamente in territorio libico restano fuori dall’embargo solo se consegnano beni o agevolano attività esentate. Per beneficiarne, lo Stato di bandiera deve fornire spiegazioni. Cinque Paesi hanno operato voli verso scali libici nel periodo monitorato dal Panel: Russia, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti, Italia. Tre hanno risposto, in modo giudicato insufficiente dagli esperti. Due hanno taciuto davanti al Panel: Washington e Roma. Il Panel ha quindi dichiarato l’Italia «non conforme» ai paragrafi 24 e 25 della risoluzione 2769.

Gli aerei, le rotte, il silenzio italiano

Le matricole elencate nel rapporto sono tutte di C-130J Hercules dell’Aeronautica Militare in dotazione alla 46ª Brigata Aerea di Pisa-San Giusto, unico reparto italiano per il trasporto tattico aereo. Quasi tutti i voli atterrano a Misurata, città dove l’Italia ha un distaccamento permanente della Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (MIASIT). Alcuni a Tripoli. Tre a Bengasi, in Cirenaica, ossia nell’area controllata dal generale Khalifa Haftar, l’uomo forte dell’est libico che né l’Onu né l’Unione Europea né, ufficialmente, l’Italia stessa riconoscono come legittimo.

La Farnesina ha replicato il 21 aprile 2026, un mese dopo la pubblicazione del rapporto, con una nota stampa: «Restiamo convinti del concreto rispetto dell’impianto sanzionatorio da parte dell’Italia, anche considerando che le più recenti risoluzioni dell’Onu introducono delle misure di esenzione per le attività addestrative, pur da notificare preventivamente». Una replica a istruttoria chiusa, di fatto un comunicato. Il Panel attesta il silenzio italiano davanti alle richieste tecniche. La Farnesina, in quella stessa nota, sostiene di avere risposto. Le due versioni sono inconciliabili.

L’addestramento dei libici a Pisa e in Libia

Lo stesso rapporto Onu accerta una seconda violazione. Il 26 dicembre 2024, presso l’Accademia militare di Tripoli, si è concluso un corso di Metodo di Combattimento Militare condotto da istruttori del Centro Addestramento Paracadutismo (CAPAR) di Pisa e del 184° Reparto Comando «Nembo». Ventisette allievi ufficiali libici hanno ricevuto formazione su tecniche di combattimento corpo a corpo. Il Panel parla esplicitamente di «sessione di addestramento militare fornita ad attori armati libici in violazione del paragrafo 9 della risoluzione 1970 (2011)». La Farnesina respinge la qualifica e parla di «Forze Armate libiche», categoria potenzialmente esente. La differenza lessicale qui è giuridica: «attori armati» ricade nell’embargo, «forze statali» rientra nelle deroghe.

Il dato pesa di più se incrociato con un’inchiesta de Il Post del 24 luglio 2025. Le foto raccolte dall’account social Streaking Delilah documentano militari libici fedeli a Haftar fotografati al Centro Addestramento Paracadutismo della «Folgore» di Pisa e al settore militare dell’aeroporto militare San Giusto, gli stessi due luoghi da cui parte il flusso aereo verso la Libia. Una carta d’imbarco rilasciata dal Covi, il Comando operativo di vertice interforze, il certificato di brevetto firmato dal direttore del Capar, lo stemma dell’unità al-Saiqa, forze speciali fedelissime al generale della Cirenaica. La fonte della Difesa citata dal Post ha confermato.

Roma riconosce solo il governo di Tripoli. Roma forma militari del governo che ignora ufficialmente. Il Panel chiede spiegazioni. Roma tace.

Il filo che porta al Copasir e ad Almasri

L’aereo di Stato che il 21 gennaio 2025 ha riportato in Libia Osama Almasri Njeem, colpito da mandato della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, partiva nello stesso periodo in cui da Pisa si moltiplicavano i voli elencati nel rapporto Onu: il primo è del 28 ottobre 2024, gli altri si distribuiscono per tutto il 2025. È la stessa Libia dove il 29 aprile 2026 il Copasir, presieduto da Lorenzo Guerini (Pd), ha incontrato a Tripoli Abdulhamid Dabaiba, Mohamed Takala e Aguila Saleh discutendo di gas, immigrazione e «cooperazione in settori vitali», con il direttore di Eni Libia presente in ambasciata prima degli incontri politici. Lo stesso comitato che nella relazione di febbraio 2025 aveva definito «proficui» i rapporti con i servizi libici, e aveva annotato come in Tripolitania «le diverse fazioni e milizie presenti si dividono il controllo delle varie città coinvolte in questo traffico» di esseri umani.

I trentotto voli da Pisa restano una scatola nera. Il Panel non dice cosa trasportassero: registra invece la scelta italiana di occultarne il contenuto. La risposta esiste e qualcuno la conosce. Il governo italiano preferisce custodirla. L’Onu prende atto.

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