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In Lombardia l’emergenza abitativa è fuori controllo

Tra le candidate del Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni regionali si distingue, per quanto riguarda la tematica delle politiche giovanili, Veronica Iannone: attualmente collaboratrice parlamentare M5S presso la Camera dei Deputati e docente a contratto presso l’università privata Limec, precedentemente docente di sostegno.

Perché si è avvicinata al Movimento 5 Stelle?
“Ho da sempre nutrito una simpatia per il Movimento 5 Stelle, sin da quando ha mosso i suoi primi passi sulla scena politica italiana. Il motivo principale per cui mi sono avvicinata è che il Movimento, finalmente, permetteva di ritornare a parlare della politica come servizio verso i cittadini e non come professione: situazione di fatto che ha allontanato molti giovani della politica, finendo per rinfoltire le file dell’astensionismo. Oggi sono in prima linea per dare voce a tutti, soprattutto, ai giovani lombardi e ai problemi che vivono ogni giorno”.

A proposito di problemi legati ai giovani, cosa possiamo dire a un ragazzo che vorrebbe trasferirsi nel capoluogo lombardo e che deve necessariamente fare i conti con un costo della vita sempre più alto e con affitti proibitivi?
“Una tematica importantissima con cui la gioventù lombarda, e in particolar modo milanese, si confronta spesso è la ormai tristemente nota bolla immobiliare milanese. Una stanza in città è arrivata a costare tra i 600 e i 700 euro al mese (finanziariamente insostenibile per un giovane che vuole essere indipendente dai genitori), e purtroppo gli stipendi di molti ragazzi sono rimasti ancorati a cifre ormai passate. Bisognerebbe andare incontro ai giovani, argomento di cui il centrodestra si è totalmente disinteressato. Occorre, da parte di Regione, un’inversione di marcia rispetto alle politiche abitative”.

Un altro tema scottante per i giovani è tutto il settore inerente ai trasporti pubblici, che ne pensa della situazione lombarda
“Se al costo degli immobili, degli stipendi bassi e del carovita aggiungiamo il costo dei mezzi di trasporto pubblico, diventa per un giovane insostenibile vivere in più città della Lombardia. La nostra proposta è quella di garantire agli under 25 il trasporto gratuito, operazione che non deve essere vista come una spesa pubblica ma un investimento verso le nuove generazioni”.

Qualche settimana fa ha sottoscritto i 7 punti di Wikimafia per i candidati alle Regionali. Perché è importante farlo?
“Ritengo che in un paese come l’Italia in cui vi sono realtà socialmente molto complesse, non si debba mai abbassare la guardia in tema di legalità e sicurezza. Sono davvero fiera di aver sottoscritto, sin da subito, i 7 punti di Wikimafia e credo anche che ogni forza politica che si rispetti debba fare uno sforzo in questo senso. Viviamo in un’epoca politica in cui non bisogna assolutamente dare nulla per scontato, tenere alto il senso civico, i valori essenziali della nostra Costituzione e difendere la gestione limpida e trasparente della Cosa Pubblica, devono rimanere priorità dell’agire politico di ogni candidato ed eletto”.

Le cronache di questi giorni ci dicono come sia importante investire sulla salute mentale, lei che ne pensa
“A livello regionale la figura dello psicologo di base è stata accantonata dalla stessa maggioranza in Commissione Bilancio. Il centrodestra ha deciso di non investire in prevenzione e tutela della salute mentale, tutto ciò è vergognoso. il mio auspicio è che si lavori in maniera più seria e strutturata superando anche le bandiere politiche”.

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Buon compleanno, memorandum Italia-Libia

ActionAid ha messo un po’ d’ordine. Ieri si è rinnovato per altri tre anni il Memorandum di Intesa tra l’Italia e il Governo di accordo nazionale libico firmato nel 2017 dall’allora Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni, e Fayez Mustafa Serraj, Presidente del Consiglio Presidenziale.

L’intesa – mai passata dalla ratifica del Parlamento e concepita come estensione del primo Trattato di Amicizia tra i due Paesi siglato nel 2008 dal Governo Berlusconi – ha come obiettivo il rafforzamento della cooperazione tra i due Paesi al fine di aumentare la capacità del Paese nordafricano di fermare i flussi migratori verso l’Unione Europea. Un accordo di appena quattro pagine – si legge nel comunicato The Big wall di ActionAid – dove l’Italia si impegna a fornire mezzi, strumentazione, supporto tecnico e formazione alle autorità libiche preposte al controllo delle frontiere marittime e terrestri per aumentare la loro capacità di presidiare, intercettare e respingere i migranti in viaggio, in particolare verso le coste italiane.  

Nel quadro di questa rinnovata intesa, l’Italia, con il sostegno economico e politico dell’Ue, ha in questi anni destinato poco più di 124 milioni di euro per la fornitura di mezzi navali e terrestri, di motori, di strumentazione satellitare, di corsi di formazione, oltre che per la rimessa in efficienza di imbarcazioni e la fornitura di moduli abitativi per la creazione di un sistema integrato di controllo delle frontiere marittime e terrestri in Libia. Si tratta di una stima al ribasso realizzata dall’osservatorio sulla spesa esterna in migrazione dell’Italia, The Big Wall, di ActionAid. Una spesa difficile da monitorare, sia per la complessità nelle modalità di gestione, sia per i continui silenzi e dinieghi che le Pubbliche Amministrazioni coinvolte, in particolare Ministero dell’Interno e Ministero degli affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, antepongono alle continue richieste di accesso alla documentazione di dettaglio relativa ai progetti. Sullo sfondo un Parlamento che non ha mai svolto quella necessaria funzione di controllo sulla spesa che, secondo ActionAid, andrebbe estesa anche al merito delle attività finanziate, in particolare con riferimento alle conseguenze sui diritti umani delle persone migranti.  

Oltre ai costi monetari quel memorandum ha un costo umano e politico di cui gran parte della politica sembra non farsi carico. Non è meramente una questione di politiche di immigrazione, qui si tratta di un accordo con pezzi criminali ritenuto salubre per la nostra sicurezza e la nostra democrazia. Mentre la politica ieri discuteva su presunte vicinanze “mafiose” per la visita in carcere di alcuni parlamentari a pochi è venuto in mente di una vicinanza criminale, per niente presunta, a acclarati mafiosi travestiti di volta in volta da diplomatici o da ufficiali della cosiddetta Guardia costiera libica.

Perfino il compleanno di un accordo così sanguinoso è passato sotto silenzio come se fosse un male necessario. Anzi, abbiamo fatto di più: qualche giorno fa abbiamo regalato alla Libia cinque nuove motovedette fiammanti per attrezzare i criminali nell’azione di recupero di chi vorrebbe sfuggire dalla violenza delle prigioni libiche.

Buon venerdì.

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Migrantes accusa il Governo. Discrimina chi entra nel Paese

Il primo punto che ogni volta tocca ribadire è che la gente si sposta, da sempre, e si sposterà per sempre. Nel 2021 il numero di migranti internazionali è stimato intorno ai 281 milioni di persone. Parliamo del 3,6% della popolazione mondiale. Due terzi di loro si spostano per motivi di lavoro. Cento milioni di loro sono migranti forzati, persone che non “scelgono” di partire ma che “devono” partire per occuparsi della propria sopravvivenza.

Migrantes accusa il Governo sulla gestione dei migranti: “Solidali con gli ucraini e discriminanti con altri”

La fondazione Migrantes (che questi presunti cattolicissimi membri del governo dovrebbero leggere tutti i giorni, esse un autorevole e importante organismo pastorale della Cei) l’aveva scritto già a dicembre e ieri l’ha ripetuto presentando a Parma il report sul Diritto d’asilo in Italia nel 2022 (Un’Unione europea e un’Italia “sdoppiate”), nel quale le curatrici Mariacristina Molfetta e Chiara Marchetti denunciano fin dall’introduzione: “Solidali con gli ucraini e discriminanti e in violazione dei diritti umani e delle convenzioni internazionali con altri. Per qualcuno le frontiere sono aperte, mentre per altri non lo sono nemmeno i porti dopo un naufragio. A essere a rischio è lo stesso diritto d’asilo e persino lo stato di salute delle nostre democrazie”. 2022, l’anno in cui la guerra d’Ucraina nel giro di poche settimane ha disperso nel cuore d’Europa rifugiati e sfollati a milioni, come non si vedevano dai tempi della Seconda guerra mondiale.

L’anno già difficile in cui l’Europa ha saputo accogliere milioni di profughi senza perdere un decimale in benessere e “sicurezza” (oltre 4,4 milioni le persone registrate per la protezione temporanea solo nell’Ue fino all’inizio di ottobre). Ma anche l’anno in cui la stessa Unione e i suoi Paesi membri hanno fatto di tutto (hanno continuato a fare di tutto) per tener fuori dai propri confini, direttamente o per procura, ora decine di migliaia, ora migliaia, ora poche centinaia o decine di migranti e rifugiati altrettanto bisognosi di protezione (se non ancora più fragili): è avvenuto dalla Grecia a tutti i Balcani, dalla Libia alla frontiera con la Bielorussia, dalle enclave spagnole sulla costa africana alle acque mortifere del Mediterraneo e dell’Atlantico sulla rotta delle Canarie fino, ultima “novità” dell’anno, ai moli dei porti italiani.

Cioè quelli di un Paese i cui governi di ogni colore ripetono da anni che l’«Italia non può fare tutto da sola», ignorando le statistiche sui rifugiati presenti nei Paesi europei che l’Unhcr, l’Agenzia Onu per i rifugiati, aggiorna ogni semestre. Alla fine dello scorso giugno, ormai nel pieno della crisi umanitaria ucraina, vivevano in Italia poco meno di 296 mila “rifugiati” (cioè rifugiati in senso stretto e persone con protezione complementare o temporanea, e quindi profughi ucraini inclusi: la cifra equivale a cinque persone ogni mille abitanti). Però alla stessa data i rifugiati in Francia erano 613 mila e in Germania addirittura 2.235.000.

“Viene così da chiedersi – scrivono le curatrici – chi dovrebbe prendersi i migranti da chi, per restare al livello dell’attuale “dibattito” nell’Ue. (Piuttosto, occorrerebbe discutere del fatto che le persone che sbarcano sulle nostre coste, a differenza di molte altre che chiedono protezione nell’Europa continentale, devono essere prima salvate da un mare pericoloso con missioni di soccorso degne di questo nome e dovrebbe essere loro risparmiato l’inferno di Libia: qui sì, è vero che l’Italia non può farcela da sola).

Leggendo i numeri ci si rende conto che il polverone sollevato dal Governo non abbia nulla a che vedere con la realtà

Con i numeri in mano ci si rende conto di quanto il polverone sollevato (com’era prevedibile) da Piantedosi e dal governo non abbia nulla a che vedere con la realtà. I migranti continuano a essere solo un grimaldello di comunicazione. Nel XXXI rapporto di Caritas e Migrantes sull’immigrazione si legge: “prima con la riconquista talebana del potere in Afghanistan e in seguito con la guerra in Ucraina, l’accoglienza è tornata ad essere una tematica di rilievo nel racconto mediatico della mobilità. Si tratta di un ambito che nella narrazione del fenomeno immigratorio in Italia ha sperimentato fasi anche molto diverse fra loro, in concomitanza con momenti differenti della storia politica e sociale del Paese (2013-2017, 2018-2021, 2022)”.

Come sottolinea il rapporto “il rinnovato spirito di accoglienza non rappresenta, però, una novità, bensì la logica conseguenza di diversi fattori che da anni caratterizzano la narrazione della mobilità, fra i quali la perdurante visione delle migrazioni come fenomeno esclusivamente emergenziale. In Italia molta parte dello storytelling vive ormai da anni di “emergenze”, con un netto incremento nel tempo della pandemia.

Un cambiamento è tanto più necessario ed urgente se si considera che la maggior parte delle realtà che oggi si trovano ad operare per il dialogo interculturale privilegia l’uso dei media, della cultura e delle arti performative non per una “gestione dell’emergenza” quanto piuttosto come supporti per documentare e valorizzare le storie di vita di cui sono portatrici le persone migranti (41%) e per facilitare l’inclusione sociale a medio termine (31%) e nuove forme di convivenza tra cittadini italiani e non (20%)”.

Dopo la bocciatura del Consiglio Ue, arrivano i rilievi sul decreto Ong dell’Associazione per gli studi giuridici dell’immigrazione

Inventarsi norme illegittime e che non risolvono il problema è solo propaganda. Mentre il Consiglio Ue mette nel mirino il decreto Ong del governo italiano, altri rilievi contro il provvedimento del ministro Piantedosi arrivano da Asgi (l’Associazione per gli studi giuridici dell’immigrazione) sottolinea come “il decreto legge 1/2023 non può essere convertito, nella consapevolezza che il Parlamento deve avere che esso viola la Costituzione”.

Le soluzione, se si avesse voglia di applicarle, sono sempre le stesse: introdurre canali regolari di ingresso (visti per ricerca lavoro, per lavoro, per asilo, ecc.) e predisporre, unitamente all’Unione europea, un piano di evacuazione delle persone migranti dalla Libia, ove è acclarata la sistematica violazione di diritti umani con violenze, torture, trattamenti inumani e degradanti, stupri ed estorsioni.

 

Leggi anche: Dirottati a La Spezia per finire a Foggia. Piantedosi si accanisce sui migranti. Dopo lunghi giorni in mare, quasi 800 chilometri in pullman

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Studenti arruolati alla base di Sigonella

Sarà questa aria di guerra che rintuzza il ministro Guido Crosetto e tutto il governo, sarà che l’alternanza scuola-lavoro deve essere lacrime e sangue come teorizzano alcuni nel Parlamento ma non può non destare stupore che alcune scuole superiori siciliane abbiano deciso di tenere gli stage all’interno della base militare di Sigonella.

Alcune scuole superiori siciliane hanno deciso di tenere gli stage all’interno della base militare di Sigonella

La notizia l’ha scovata Antonio Mazzeo, giornalista sempre attento a questioni di militarismo e affini, che racconta come 350 studenti di sette istituti superiori per lo svolgimento della famigerata alternanza scuola-lavoro accederanno alla principale base aeronavale delle forze armate italiane, Usa e Nato nel Mediterraneo che da quando è scoppiato il sanguinoso conflitto in Ucraina ha assunto un ruolo chiave nelle operazioni alleate di cobelligeranza a fianco dei militari di Kiev e di “contenimento” delle unità di terra, navali e subacquee russe.

“A seguito di autorizzazione da parte delle Superiori Autorità, il Comandante del 41° Stormo dell’Aeronautica Militare (colonnello pilota Emanuele Di Francesco) è stato delegato alla sottoscrizione del Pcto – Percorso per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento (come oggi si chiama l’alternanza scuola-lavoro), da tenersi all’aeroporto di Sigonella nel periodo marzo/maggio 2023, a favore di studenti degli Istituti del comprensorio”, riporta una nota della Difesa.

L’elenco delle scuole “premiate” comprende l’Itas “Arturo Ferrarin” (indirizzo aeronautico) di Catania; l’Itca “Fabio Besta” (aeronautico e commerciale) di Ragusa; l’Isis “Duca degli Abruzzi” (nautico) di Catania; l’Itt “Ettore Majorana” (aeronautico) di Milazzo, Messina; l’Iiss “Benedetto Radice” di Bronte, Catania; l’Iiss “Francesco Redi” di Paternò, Catania e l’Iiss “Ettore Majorana” (ancora una volta indirizzo aeronautico) di Gela, Caltanissetta.

“Allo scopo di dare la giusta sensibilità comunicativa all’attività, che vede tanti giovani maturandi avvicinarsi al mondo del lavoro e dell’Aeronautica Militare”, aggiungono i vertici delle forze aeree, è stata organizzata a Sigonella per il prossimo 7 febbraio 2023, una “giornata dedicata alla firma delle convenzioni Pcto”, a cui parteciperanno i dirigenti scolastici, gli insegnanti tutor e una rappresentanza degli studenti degli Istituti coinvolti nell’alternanza scuola-caserma.

Il programma di massima dell’evento di martedì 7 è stato pubblicato da NewSicilia: alle ore 10 è prevista l’accoglienza del personale scolastico presso i Gruppi Volo del 41° Stormo dell’Aeronautica; alle 10,15 i “saluti” e gli “accenni alla proposta formativa”; alle 10,30 un briefing sulla “storia e le realtà/attività dell’Aeroporto Militare”; alle 11 la firma delle convenzioni PCTO; alle 11,15 la “visita guidata” ai nuovi pattugliatori marittimi P-72A “in mostra statica sul piazzale” e agli aerei cargo C-130 “Hercules” “in hangar manutenzione”; alle 11,45 la “foto di gruppo sul piazzale velivoli” e, infine, alle ore 12, i “saluti” di commiato. Contro gli accordi di alternanza nelle installazioni di guerra – racconta Mazzeo sul sito di Osservatorio Repressione – si sono dichiarati i Cobas Scuola siciliani.

“Tutti dovremmo essere terrorizzati da scenari di guerra sempre più drammatici, rispetto ai quali, in spregio alla nostra Costituzione, l’Italia non svolge un ruolo attivo in direzione della pace, ma contribuisce, con l’invio delle armi, alla prosecuzione del conflitto in Ucraina”, dichiara il prof. Nino de Cristofaro dell’esecutivo nazionale del sindacato di base.

“La base di Sigonella è, purtroppo, in prima linea in questo tragico impegno. La scuola deve essere luogo di educazione e di pace, mandare gli alunni a fare l’alternanza scuola-lavoro nelle basi militari contribuisce a rendere normale la guerra, e questo non possiamo permetterlo”. Evidentemente qualcuno crede che alla guerra, e il suo spirito, vadano coltivati fin da giovani.

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Calcio, dilaga tra i giocatori la cultura dello stupro

Ma non sarebbe ora che il mondo del calcio ammetta di avere un serio problema con la cultura dello stupro? È di ieri la notizia della condanna a 6 anni di reclusione per 5 calciatori al tempo tesserati per la Virtus Verona, serie C, che dopo una trasferta a Cesena hanno invitato a una serata “alcolica” una studentessa. Era la notte tra il 18 e il 19 gennaio del 2020. La ragazza racconta che dopo aver bevuto “non mi sentivo bene”, ma “dopo un po’”, quando ha “iniziato a realizzare quello che stava accadendo”, la vittima ha sostenuto di aver reagito: “Ho chiesto loro di fermarsi, anche perché mi trovavo in uno stato di totale abbandono”.

Ma non sarebbe ora che il mondo del calcio ammetta di avere un serio problema con la cultura dello stupro?

I calciatori hanno negato ogni addebito sostenendo che la giovane “fosse lucida e consenziente”. Non la pensa così il giudice Paola Vacca, che lunedì scorso in rito abbreviato, li ha ritenuti responsabili di violenza sessuale aggravata. Da qui la condanna per Edoardo Merci, Gianni Manfrin, Stefano Casarotto, Guido Santiago Visentin e Daniel Onescu, unico a non aver abusato della studentessa perché dedito alle riprese. La scorsa settimana un altro caso.

“Ho sentito il mio corpo come se non fosse più il mio”, ha raccontato ai magistrati la studentessa americana di 22 anni vittima del presunto stupro di cui sono accusati assieme ad altri tre Mattia Lucarelli, figlio dell’ex giocatore Cristiano, e il compagno di squadra Federico Apolloni, dal 20 gennaio agli arresti domiciliari. La ragazza ha spiegato di aver trovato il coraggio di denunciare solo dopo averne parlato con i suoi genitori.

Con loro ha riflettuto, ma su quella sera il ricordo resta terribile: “Quando ho compreso quello che stava succedendo, sono rimasta congelata”. Sono diverse le pagine dell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari che riportano le frasi volgari pronunciate dai due ragazzi durante le presunte violenze contro la ragazza, che a un certo punto “si scagliò” contro uno di loro cercando di dimostrare “il proprio dissenso”, spiega il gip.

Ieri i tifosi del Bari hanno manifestato il proprio dissenso all’acquisto del calciatore Manolo Portanova, centrocampista del Genoa condannato a sei anni di reclusione per violenza sessuale di gruppo. Dal giorno della sentenza – era il 6 dicembre – non ha più giocato, anche se in teoria avrebbe potuto farlo, essendo in stato di libertà. La Procura Figc ha aperto un fascicolo su di lui per valutare se ci fossero stati gli estremi per squalificarlo in base all’art. 4 del Codice di Giustizia Sportiva (rispetto dei principi di correttezza e lealtà dei tesserati), ma non c’è stato seguito.

Non è il caso di fare qualcosa Dal 1986 l’Nba, la Lega del basket Usa, ha ideato un programma noto come Rookie Transition Program, una sorta di corso obbligatorio per ogni giocatore matricola del campionato di basket americano finalizzato a mettere gli atleti in condizione di gestire la nuova esperienza sportiva dentro e fuori dal campo. Lo scopo è quello di educare a una gestione consapevole del denaro e della fama.

Come scrive in un articolo per Valigia Blu Valerio Moggia “dovrebbe essere necessario iniziare a chiedersi se non sia il caso di insegnare ai giovani giocatori, oltre a palleggiare e a fare i movimenti giusti per evitare un fuorigioco, anche cosa significhi consenso e quali siano i confini oltre i quali si verificano molestie o stupri. Se la nostra cultura spinge i ragazzi che giocano a pallone a sentirsi legittimati a comportamenti sbagliati, allora il calcio deve assumersene la responsabilità e lavorare per invertire la rotta”. Se non ora, quando?

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Il Consiglio d’Europa lo scrive chiaro e tondo: il decreto Piantedosi è carta straccia

Sono solo 9 pagine ma pesano come un intero tomo sulla faccia del ministro Piantedosi e sui suoi fantasiosi modi di ostacolare il salvataggio delle vite umane. Il Consiglio d’Europa pubblica un parere del suo comitato di esperti sul diritto delle Ong e non usa mezzi termini: «Il decreto legge n. 1/2023 solleva difficoltà sia procedurali che sostanziali rispetto alla libertà di associazione e alla tutela dello spazio della società civile».

All’interno del decreto che il ministro dell’Inferno Piantedosi e tutto il suo governo sventolano con tanta fierezza vengono riscontrati «requisiti onerosi, arbitrari e talvolta illeciti (nel senso che possono violare i requisiti del diritto del mare, esporre le persone vulnerabili a un rischio maggiore e comportare violazioni della privacy degli individui) per le Ong che svolgono attività di ricerca e soccorso» e che «danno origine a problemi di rispetto dei diritti di cui agli articoli 8 e 11 della Cedu a causa della mancanza di legalità, legittimità e proporzionalità».

Come qualcuno si ostina a scrivere da tempo nel documento si legge che il «decreto legge n. 1/2023 ha l’effetto di vietare alle navi di effettuare più di una missione di salvataggio prima del rientro in porto. Questo, unito alla recente pratica del governo italiano di assegnare porti lontani dalla posizione delle navi, che è di per sé una violazione dell’Unclos (la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare), significa che il tempo in mare delle navi che svolgono attività di ricerca e soccorso vitali è ridotto al minimo». Lo sapeva chiunque se ne intenda di diritto. Tranne, evidentemente, Piantedosi.

E ancora: «Se le autorità ordinassero alle Ong di ricerca e soccorso di recarsi immediatamente in un porto, indipendentemente dal fatto che vi siano altre persone in pericolo in mare nelle immediate vicinanze, ciò sarebbe in contrasto con l’obbligo del capitano di prestare assistenza immediata alle persone in pericolo, come sancito dall’art. 98 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e il Protocollo di Palermo contro il traffico di migranti».

L’obiettivo di quel decreto è ben chiaro, anche agli esperti: «Questi nuovi requisiti – si legge –  non solo ostacolano il lavoro delle Ong di ricerca e soccorso, ma aumentano anche i rischi associati allo svolgimento di tale lavoro sia per quanto riguarda le multe, la detenzione e la confisca delle navi, che possono esacerbare uno spazio già difficile della società civile per Ong che lavorano con rifugiati e altri migranti. Le misure sono in conflitto con le Linee guida del Consiglio di esperti sul lavoro delle Ong, in particolare con la specificazione che le leggi, le politiche e le pratiche dovrebbero non proibire o impedire alle Ong di aiutare rifugiati e altri migranti in difficoltà sia in mare che a terra».

È tutto qui, nero su bianco. Non è l’editoriale di qualche ostinato buonista e non è nemmeno il parere interessato di qualche “comunista”. Piantedosi e i suoi sgherri non sono solo esponenti di una politica feroce, sono anche incapaci di scrivere le leggi.

Buon giovedì.

Nella foto: La nave della Ong Practiva Open Arms al porto di Pozzallo, 26 marzo 2018 (Gregor Rom)

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Piantedosi si accanisce sui migranti

La vergogna di Matteo Piantedosi e di tutta la ciurma del governo Meloni – qui sulla terra ferma – è lunga almeno i settecentosettanta chilometri in pullman che si devono sorbire i minori non accompagnati (senza nessuno, senza parenti né genitori) dopo quattro inutili giorni di viaggio inflitto per arrivare al porto di La Spezia. Se serviva un ulteriore esempio per dimostrare l’infame vigliaccheria del ministro dell’Inferno Piantedosi e di questo governo ora si può aggiungere anche l’odissea della nave Geo Barents di Medici senza Frontiere.

Dirottati a La Spezia per finire a Foggia. L’inutile calvario inferto ai minori della Geo Barents. Quasi 800 chilometri in pullman

Nei giorni scorsi la nave è stata autorizzata a sbarcare in Liguria, a un porto a oltre cento ore di navigazione da dove si trovava. Già qui ci sono tutti gli elementi per tastare il polso alla feroce disumanità di chi usa la burocrazia come randello contro i bisognosi. La nave nel tragitto per raggiungere il porto ha effettuato alcune deviazioni perché, nonostante il decreto Piantedosi, nel mare si rispetta la millenaria consuetudine di salvare chi ne ha bisogno.

Alla fine erano 237 i superstiti di tre differenti salvataggi che sono sbarcati sabato pomeriggio poco dopo le 16. Nonostante il tanto sventolato nuovo “Decreto sicurezza” i controlli non hanno evidenziato nessuna regolarità, tant’è che la nave di Medici senza frontiere ha subito preso la rotta vero il cuore del Mediterraneo nella zona Sar libica. Ora il Viminale ha a disposizione 90 giorni per decidere di multare per “eccesso di soccorso” la Ong.

Le multe previste sono dai 10 ai 50 mila euro. Inutile dire che migliaia di euro è costato anche il viaggio verso il porto assegnato. Quanto possa essere violento rendere meno conveniente salvare le vite umane ognuno può deciderlo secondo la propria coscienza. I minori non accompagnati scesi dalla Geo Barents sono stati redistribuiti in tre centri d’accoglienza: degli 87 minorenni, infatti, 74 sono soli, senza genitori o accompagnatori. Di questi 74, solo 23 sono rimasti a La Spezia, mentre gli altri 51 sono stati trasferiti in giro per l’Italia: tra Alessandria, Livorno e Foggia.

Come la chiama giustamente la giornalista Eleonora Camilli si tratta della “logistica della crudeltà”. Oppure, come dice bene Luca Casarini capomissione di Mediterranea Saving Humans siamo sempre al “bullismo istituzionale”: “questo ministro vorrebbe fare il ‘democristiano’, ma alla fine prevale l’imprinting da ‘bullo’ che caratterizzava il suo predecessore – ha detto ieri Casarini -. D’altronde mi sembra la caratteristica peculiare di tutto il governo: bulli istituzionali e a volte squadristi istituzionali”.

Del resto, come ha detto proprio ieri Filippo Grandi, l’Alto commissario dell’Onu per i Rifugiati, al termine della visita di due giorni in Italia dopo avere incontrato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni “fino a quando non ci sarà un sistema di salvataggio dei migranti in mare finanziato dagli Stati, il ruolo delle Ong va difeso e facilitato”. E invece accade l’esatto contrario. Così dopo Minniti che ha legittimato i lager libici, dopo Di Maio che ha parlato di “taxi del mare”, dopo Salvini che ha mostrato il petto per fare il corte con i deboli come suo solito, ora abbiamo Piantedosi che spedisce pacchi a forma di bambini (rimasti soli) su e giù per l’Italia per rendere il più sofferente possibile l’iter dell’accoglienza.

Del resto sono gli stessi che pochi giorni fa versavano lacrime finte per la giornata della memoria vestiti a festa. Sono quelli che ricordano con orrore le deportazioni via ferro e intanto studiano le deportazioni via mare e ora anche via gomma.

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Donzelli show sulla pelle di Cospito

Forse non sarà “mica da questi particolari che si giudica un giocatore”, come cantava De Gregori, ma le parole di Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia vicinissimo alla presidente Giorgia Meloni, sul caso di Alfredo Cospito sono un estratto di tutto quello che era possibile sbagliare.

Il meloniano Donzelli contro il Pd per le visite in cella al detenuto. L’accusa: la sinistra sta con i terroristi. La replica: vergogna

Mentre l’Aula era impegnata a discutere per l’istituzione della commissione Antimafia (a proposito: con un voto praticamente unanime è arrivato il via libera di Montecitorio alla sua istituzione) il deputato meloniano è intervenuto citando il caso dell’anarchico in sciopero della fame al 41 bis.

“Cospito – sono le parole di Donzelli – è un terrorista e lo rivendicava con orgoglio dal carcere. Dai documenti che si trovano al ministero della Giustizia, Francesco Di Maio del clan dei casalesi diceva, incontrando Cospito: “Pezzetto dopo pezzetto si arriverà al risultato”, che sarebbe l’abolizione del 41 bis. Cospito rispondeva: Dev’essere una lotta contro il 41 bis, per me siamo tutti uguali. Ma lo stesso giorno, il 12 gennaio 2023, mentre parlava con i mafiosi, Cospito incontrava anche i parlamentari Serracchiani, Verini, Lai e Orlando, che andavano a incoraggiarlo nella battaglia. Allora io voglio sapere se la sinistra sta dalla parte dello Stato o dei terroristi”.

Il curioso teorema di Donzelli è questo: se qualcuno si batte per la difesa della dignità e della salute dei detenuti significa che sta dalla loro parte e se questi parlano con i mafiosi significa che tutelare la salute dei detenuti significa essere amici dei mafiosi. Ma Donzelli, sfidando il senso del ridicolo ha deciso di andare oltre. Cospito? Per Donzelli è “un influencer che usa il 41 bis per far cedere lo Stato”.

E ancora: “La sinistra sta con i terroristi o con lo Stato?”. Bagarre prevedibile in Parlamento. Il vicesegretario del Pd, Peppe Provenzano, ha accusato Donzelli di “sporcare un momento di grande unità che il Parlamento ha il dovere di costruire sui temi di lotta alla mafia”. “Ci sono molte ragioni per le quali potremmo invitare Donzelli a vergognarsi e non le ripeterò tutte in quest’aula, ne dirò solo due. La prima è che il suo intervento non c’entra nulla con l’articolo uno della proposta di legge che stiamo esaminando. La seconda è che sta sporcando la profonda unità che stiamo cercando di costruire sui temi della lotta alla mafia”, dice Provenzano.

Perfino il compagno di governo Giorgio Mulè (FI) vicepresidente di turno a dirigere i lavori d’aula si spinge a dire “Forse qualche parole sconveniente c’era anche nell’intervento dell’onorevole Donzelli e io non l’ho interrotto. Ha fatto una critica assai aspra nei confronti dell’opposizione nominando quattro deputati e avendo detto che andavano a incoraggiare Cospito nella battaglia”.

Per non parlare del collega di partito e vice presidente della Camera, Fabio Rampelli. “Analfabeta istituzionale? La presidenza non ha ritenuto l’affermazione ingiuriosa quindi non è intervenuta”, ha scandito rispondendo a Fabrizio Comba, pure lui di FdI, che gli chiedeva di stigmatizzare gli attacchi dell’opposizione contro Donzelli. Lo stesso Donzelli nominato dalla Meloni commissario FdI a Roma, al posto del rampelliano Massimo Milani (solo un caso o una vendetta di Rampelli?).

“Ammettere un errore e chiedere scusa a volte è una prova di forza”, dice Vittoria Baldino (M5S). Un risultato Donzelli l’ha ottenuto: ritardare ulteriormente i lavori d’Aula sull’istituzione della commissione antimafia e coprire di ridicolo una situazione che richiederebbe senso di responsabilità e accortezza. Avrebbe tutta l’aria di essere un sabotaggio, appunto.

“I documenti sul carcere non erano segreti”

“Quelle che ho riferito non erano intercettazioni, ma una conversazione captata in carcere e inserita in una relazione del ministero della Giustizia del cui contenuto, in quanto parlamentare, potevo essere messo a conoscenza. Paradossale che i parlamentari del Pd, invece di spiegare perchè sono andati a trovare Cospito e cosa pensano del 41 bis, attacchino me” afferma Donzelli in un’intervista al Corriere.

“Non mi hanno dato nessun documento riservato. Volendo approfondire la vicenda Cospito, ho chiesto notizie dettagliate al sottosegretario Andrea Delmastro. Avessi divulgato documenti riservati di cui fossi venuto a conoscenza tramite il Copasir – aggiunge l’esponente di FdI – dovrei dimettermi, certo. Ma il Copasir non c’entra niente. E verificarlo è semplice”.

“Chi non ha senso delle istituzioni – conclude Donzelli – è chi è andato a trovare Cospito. Il 41 bis mette in sicurezza lo Stato e viene riconosciuto non da un governo, ma dai giudici, nella loro autonomia. Nel caso di Cospito, poi, la firma sotto il provvedimento l’ha messa un ministro di un governo del quale il Pd faceva parte, mentre noi eravamo all’opposizione. Ma noi difendiamo le istituzioni dell’Italia, non una parte”.

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I morti di lavoro? Sempre peggio

Sempre peggio. Nel 2022 si registra, rispetto al 2021, un deciso aumento delle denunce all’Inail di infortuni sul lavoro (dovuto in parte al più elevato numero di denunce di infortunio da Covid-19 e in parte alla crescita degli infortuni “tradizionali”, sia in occasione di lavoro che in itinere), un calo di quelle mortali (per il notevole minor peso delle morti da contagio, a cui si contrappone però il contestuale incremento dei decessi in itinere), e una crescita delle malattie professionali. 

In particolare le denunce presentate all’Istituto entro lo scorso mese di dicembre sono state 697.773, in aumento del 25,7% rispetto alle 555.236 del 2021 (+25,9% rispetto alle 554.340 del periodo gennaio-dicembre 2020 e +8,7% rispetto alle 641.638 del periodo gennaio-dicembre 2019). I dati rilevati al 31 dicembre di ciascun anno evidenziano a livello nazionale un incremento nel 2022 rispetto al 2021 sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati dai 474.847 del 2021 ai 607.806 del 2022 (+28,0%), sia di quelli in itinere, occorsi cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro, che hanno fatto registrare un aumento dell’11,9%, da 80.389 a 89.967. Nello scorso mese di dicembre il numero degli infortuni sul lavoro denunciati ha segnato un +24,5% nella gestione Industria e servizi (dai 464.401 casi del 2021 ai 578.340 del 2022), un -3,6% in Agricoltura (da 26.962 a 25.999) e un +46,3% nel Conto Stato (da 63.873 a 93.434). Si osservano incrementi generalizzati degli infortuni in occasione di lavoro in quasi tutti i settori, in particolare nella Sanità e assistenza sociale (+113,1%), nel Trasporto e magazzinaggio (+79,3%), nelle Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione (+55,2%) e nell’Amministrazione pubblica, che comprende le attività degli organismi preposti alla sanità – Asl – e gli amministratori regionali, provinciali e comunali (+54,8%).

L’analisi territoriale evidenzia un incremento delle denunce di infortunio in tutte le aree del Paese: più consistente nel Sud (+37,3%), seguito da Isole (+33,2%), Nord-Ovest (+30,4%), Centro (+29,4%) e Nord-Est (+13,3%). Tra le regioni con i maggiori aumenti percentuali si segnalano principalmente la Campania (+68,9%), la Liguria (+49,0%) e il Lazio (+45,4%). L’aumento che emerge dal confronto di periodo tra il 2021 e il 2022 è legato sia alla componente femminile, che registra un +42,9% (da 200.557 a 286.522 denunce), sia a quella maschile, che presenta un +16,0% (da 354.679 a 411.251). L’incremento ha interessato sia i lavoratori italiani (+27,0%), sia quelli extracomunitari (+20,8%) e comunitari (+15,8%). Dall’analisi per classi di età emergono incrementi generalizzati in tutte le fasce. Quasi la metà dei casi confluisce nella classe 40-59 anni. Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Istituto entro lo scorso mese di dicembre sono state 1.090, 131 in meno rispetto alle 1.221 registrate nel 2021 (-10,7%). Questo calo è la sintesi di un decremento delle denunce osservato nel quadrimestre gennaio-aprile (-33,8%) e di un incremento nel periodo maggio-dicembre (+7,1%), nel confronto tra i due anni. Si registrano 180 casi in meno rispetto al periodo gennaio-dicembre 2020 (1.270 decessi) e uno in più rispetto al periodo gennaio-dicembre 2019 (1.089 decessi). A livello nazionale i dati rilevati al 31 dicembre di ciascun anno evidenziano, pur nella provvisorietà dei numeri, un decremento nel 2022 rispetto al 2021 solo dei casi avvenuti in occasione di lavoro, scesi da 973 a 790 per il notevole minor peso delle morti da Covid-19, mentre quelli in itinere sono passati da 248 a 300. Il calo ha riguardato soprattutto l’Industria e servizi (da 1.040 a 936 denunce), seguita da Conto Stato (da 53 a 36) e Agricoltura (da 128 a 118).

Dall’analisi territoriale emerge un decremento di 83 casi mortali al Sud (da 318 a 235), di 31 nel Nord-Est (da 276 a 245), di 12 nel Nord-Ovest (da 313 a 301), di tre nelle isole (da 87 a 84) e di due al centro (da 227 a 225). Le regioni con i maggiori decrementi sono la Campania (-37 casi mortali), la Puglia, il Friuli Venezia Giulia e l’Emilia Romagna (-22 ciascuna), l’Abruzzo (-20) e il Piemonte (-18). Tra le regioni che registrano aumenti si segnalano, invece, la Calabria (+14 casi), la Lombardia (+13) e la Toscana (+9). Il calo rilevato tra il 2021 e il 2022 è legato soprattutto alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono passati da 1.095 a 970, mentre quella femminile passa da 126 a 120 casi. In diminuzione le denunce dei lavoratori italiani (da 1.036 a 881 decessi), in aumento quelle degli extracomunitari (da 138 a 156) e dei comunitari (da 47 a 53). Dall’analisi per classi di età, da segnalare l’incremento di casi mortali tra i 25-39enni (da 153 a 196 casi) e tra gli under 20 (da 10 a 22) e il calo tra gli over 39 anni (da 1.019 a 839). Al 31 dicembre di quest’anno risultano 19 denunce di incidenti plurimi avvenuti nel 2022, per un totale di 46 decessi, 44 dei quali stradali. Nel 2021 gli incidenti plurimi erano stati 17 per un totale di 40 decessi, 23 dei quali stradali. 

 Le denunce di malattia professionale protocollate dall’Inail nel 2022 sono state 60.774, in aumento di 5.486 casi (+9,9) rispetto al 2021 (15.751 casi in più, per un incremento percentuale del 35,0% rispetto al 2020, e 536 casi in meno, con una riduzione dello 0,9%, rispetto al 2019). I dati rilevati al 31 dicembre di ciascun anno mostrano un aumento nel 2022 rispetto al 2021 nelle gestioni Industria e servizi (+10,0%, da 45.632 a 50.185 casi), Agricoltura (+9,5%, da 9.167 a 10.041) e Conto Stato (+12,1%, da 489 a 548). L’analisi territoriale evidenzia un incremento delle denunce nelle Isole (+18,4%), nel Centro (+10,3%), nel Nord-Ovest (+10,0%), nel Sud (+9,5%) e nel Nord-Est (+5,6%). In ottica di genere si rilevano 4.472 denunce di malattia professionale in più per i lavoratori, da 40.387 a 44.859 (+11,1%), e 1.014 in più per le lavoratrici, da 14.901 a 15.915 (+6,8%). Nel complesso, l’aumento ha interessato sia le denunce dei lavoratori italiani, passate da 51.142 a 56.128 (+9,7%), sia quelle degli extracomunitari, da 2.861 a 3.145 (+9,9%), e dei comunitari, da 1.285 a 1.501 (+16,8%). Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, quelle del sistema nervoso e dell’orecchio continuano a rappresentare, anche nel 2022, le prime tre malattie professionali denunciate, seguite dai tumori e dalle malattie del sistema respiratorio.

Fino alla prossima commemorazione per i caduti sul lavoro. Cerimonie contrite e promesse. Poi si riparte.

Buon mercoledì.

Foto di Alex Umbelino – Pexels

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Altro che la iena Giarrusso. Il Pd inventa falsi nemici ma non fiata su quelli veri

C’erano due modi, uno equilibrato e uno sbagliato, per reagire all’ingresso nel Partito democratico di Dino Giarrusso, ex iena transitato dal Movimento 5 Stelle al sostegno di Stefano Bonaccini passando da una fugace amicizia con Cateno De Luca. A prima vista in molti hanno deciso di imboccare il sentiero sbagliato.

C’erano due modi per reagire all’ingresso nel Pd di Giarrusso. E a prima vista in molti hanno deciso di imboccare il sentiero sbagliato

Lo “psicodramma del Pd”, titolava ieri un quotidiano presunto progressista che dalle parti del Nazareno si ostinano a considerare un fedele servitore della causa. Il Pd è probabilmente nel suo momento storico di maggior debolezza dalla sua nascita: assente all’opposizione perché coinvolto in un congresso che diventa ogni giorno più endogamico, in calo nei sondaggi usurato a sinistra dai 5S e a destra dal cosiddetto Terzo polo, sfilacciato nelle prossime elezioni regionali in cui corre con alleanze opposte nel Lazio e in Lombardia.

Ai giornali vien fin troppo facile bombardare il partito usando anche Giarrusso come leva. “Ricordiamo che fu lo stesso partito che negò la tessera a Pannella”, sussurrava ieri velenoso qualcuno. Il gioco è presto fatto: Giarrusso diventa il nuovo Matteo Messina Denaro, il suo ingresso diventa addirittura un evento “politico” e ancora una volta, l’ennesima, il congresso che doveva essere una “rifondazione” si sgretola nel chiacchiericcio eterno. Eppure c’era un modo per non sbriciolarsi nella polemica: non caderci. Accade invece il contrario.

Così da giorni intorno al Partito democratico, mentre Giorgia Meloni e compagnia cantante macinano propaganda, ci tocca assistere alla ridda di interventi che hanno trasformato Giarrusso nella pietra angolare di questa fase congressuale. Così abbiamo dovuto sorbirci le voci di chi, in perfetta sovrapposizione con i demolitori Renzi e Calenda, si è preoccupato di raccontare in pubblico che anche nell’accettare i nuovi iscritti “ci dovrebbe essere un limite” (il sindaco Gori in testa).

Bontà loro non hanno trovato il tempo di spiegarci quale fosse il limite vigente mentre hanno incoronato Luigi Di Maio come nuovo profeta progressista dopo averlo trasformato in statista, dopo avergli apparecchiato un abbraccio elettorale per il suo inesistente partito personale e dopo averlo candidato con tutti gli onori. Questo invece non ci è dato saperlo. In compenso ognuno si può fare un’idea ben precisa sulle intenzioni di chi contribuisce alla demolizione del proprio partito (già affaticato) pur di giocare di sponda contro i grillini.

La colpa di Giarrusso? Avere parlato male del Pd. “Chieda scusa!”, strepita Bonaccini sullo stesso palco in cui qualche minuto prima l’ex iena ne aveva parlato come se avessero appena terminato una colazione in campagna insieme. La colpa di “parlare male” del Pd, diciamolo subito, è piuttosto indicativa.

Se dalle parti del Partito democratico dovessero punire gli ostili al Pd metà dei dirigenti e dei fenomeni televisivi usciti da quelle parti sarebbe espulsa da anni. Pensate alla differenza che c’è tra lo “sparare addosso al Pd” di un europarlamentare spurio come Giarrusso rispetto al dileggio organizzato e diventato alleanza elettorale di Renzi, Calenda e tutta la loro allegra brigata. Allora sorge un sospetto più che lecito.

Non sarà che “sparare” addosso a Giarrusso sia infinitamente più facile che prendersela con i demolitori veri del Pd (interni e esterni) che sulla loro ostilità costruiscono ogni giorno la propria carriera politica Non lo sentite questo odore di bersaglio facile in cui il Giarrusso di turno è semplicemente l’utile idiota per dire qualcosa che altri devono intendere? Il candidato alla Regione Lombardia Majorino l’aveva detto, intervistato qualche giorno fa, proprio su Giarrusso: “Spero che il Pd non si tormenti sul caso”. Non l’hanno ascoltato.

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