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Berlusconi vede il traguardo. E spinge la spallata sulle intercettazioni

Ogni giorno la stessa storia, sperando che la goccia scavi la pietra. Dichiarazioni fotocopia che si ripetono di giorno in giorno, ripetendo balle che non hanno nessuna connessione con la realtà. A chi giova tutto questo? Difficile dirlo con certezza. Di sicuro meno intercettazioni fanno felici coloro che non vogliono essere ascoltati e di sicuro non vogliono essere ascoltati coloro che hanno qualcosa da nascondere. Sembra una banalità ma di questi tempi la banalità è del bene, mica del male.

Meno intercettazioni fanno felici coloro che non vogliono essere ascoltati perché hanno qualcosa da nascondere

Silvio Berlusconi ne lancia una delle sue: “Il contrasto alla criminalità organizzata e la tutela delle persone perbene in uno Stato di diritto non possono mai essere contrapposti”, spiega al Corriere della Sera annunciando di essere al fianco di Carlo Nordio. Figurarsi se c’è in giro qualcuno che gli faccia notare di avere enunciato un paradosso: persone perbene e criminalità organizzata sono contrapposti, eccome.

E non convince nemmeno l’intervento del ministro degli Esteri Antonio Tajani che in giornata prova a correre in difesa del suo padrone: “La riforma della giustizia si fa nell’interesse dei cittadini non contro i magistrati”, dice il coordinatore nazionale di Forza Italia intervistato da Rtl, facendo riferimento alle intercettazioni. Che l’interesse dei cittadini coincida con l’agibilità dei magistrati (ovvero arrestare i delinquenti) non sfiora Tajani e compagnia.

È lo svolgimento del solito copione. Tanto che alla fine tocca a Roberto Scarpinato – che oltre a essere senatore è uno che la mafia l’ha combattuta con la toga – provare a rimettere al centro la realtà dei fatti: “Ieri in audizione nella commissione Giustizia del Senato il presidente dell’Autorità Garante per la Privacy Pasquale Stanzione, – dice il senatore M5S – a seguito di una mia precisa domanda, ha confermato quanto stiamo ripetendo da giorni: la nuova normativa sulle intercettazioni in vigore dal 2020 funziona bene rispetto al pericolo di pubblicazioni illegittime sui giornali di contenuti processualmente irrilevanti lesivi della privacy.

Infatti, dalla sua entrata in vigore l’Autorità non ha registrato alcuna violazione. Inoltre, Stanzione ha aggiunto che anziché intervenire di nuovo su una legge che sta mostrando di funzionare, è più opportuno verificarne a pieno gli effetti. Si scioglie come neve al sole la propaganda con cui il governo e la maggioranza nascondono la loro vera intenzione: delegittimare e indebolire il mezzo investigativo delle intercettazioni, che insieme ai collaboratori di giustizia sono l’unico strumento nelle mani dei magistrati per individuare i reati dei colletti bianchi”. Gli abusi sono fake news, con buona pace di garantisti pelosi.

Ma le intercettazioni sono davvero troppe? Falso anche questo, ovviamente. “Le intercettazioni, dal punto di vista dei bersagli, sono in calo, non in aumento. C’è stato un picco nel 2013, quando erano state 141.169, mentre nel 2021, ultimo dato disponibile, sono state 94.800, il dato del 2021 è vicino a quello del 2004″, ha spiegato in commissione Giustizia Gian Luigi Gatta ordinario di Diritto penale a Milano e già consigliere giuridico dell’ex ministra Marta Cartabia. C’è di più: le intercettazioni che vorrebbe abolire Nordio (e per cui si lecca i baffi Berlusconi a braccetto con Renzi) sarebbero meno del 3% del totale. Nessun eventuale calo sensibile.

È una bugia anche questa. In compenso ieri – per fortuna la realtà irrompe sempre in questi dibattiti scapestrati – grazie alle intercettazioni un’operazione del Ros in Calabria ha disarticolato un calo di ‘Ndrangheta con ramificazione a Cipro e in Ungheria. Anche le condanne per 160 anni al clan Di Silvio a Latina sono state rese possibili grazie alle intercettazioni. C’è un modo molto semplice per valutare una riforma: vedere chi esulta. Chi esulterebbe per l’ammorbidimento delle intercettazioni come strumento di indagine? La risposta è facilissima, perfino per il ministro Nordio.

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Resistenza, altro che resilienza

Se ne sono fregati del sanguinario e illegittimo decreto del ministro dell’Inferno Piantedosi e hanno fatto ciò che contraddistingue l’uomo: salvare gli uomini in difficoltà. La Geo Barents, nave umanitaria di Medici senza frontiere, ha deviato la sua rotta – nonostante avesse già un porto assegnato – dopo aver ricevuto un’allerta su un’imbarcazione di migranti in difficoltà, ha salvato 61 migranti in zona Sar e poi altre 107 persone pericolanti su un gommone sbrindellato.

“Le autorità italiane sono state avvertite ma al momento non abbiamo ricevuto nessuna risposta”, hanno spiegato da Msf. Dopo questo secondo salvataggio, la Geo Barents “ha continuato a navigare verso la prima segnalazione che aveva ricevuto, in conformità con il diritto internazionale marittimo”, aveva spiegato la ong. La nave dovrebbe arrivare a La Spezia tra sabato sera e domenica. L’aver cambiato la propria rotta andando a soccorrere altri migranti, come raccontato da Msf, sarebbe una violazione delle norme stabilite dal decreto Piantedosi che vorrebbe ridurre a un solo salvataggio per viaggio la possibilità di essere umani. Il fine del decreto è ovvio: lasciare le mani libere ai tagliagole della cosiddetta Guardia costiera libica (che continuiamo a pagare, dopo avere addestrato) e aumentare i costi dei salvataggi. Quanto possa essere meschino rendere economicamente sconveniente salvare vite umane non c’è nemmeno bisogno di spiegarlo.

Piantedosi, come i suoi pari, continua a mentire: “Il naufragio e il salvataggio sono qualcosa di occasionale non di ricerca sistematica che induce alle partenze. La presenza delle ong, guarda caso, fa ripartire i gommoni, non le barche strutturate. Questo è il dato fattuale che registriamo”, aveva detto nei giorni scorsi. Falso, ovviamente. L’effetto calamita delle navi delle Ong è un’invenzione della ferocissima propaganda. Nessun numero la conferma. Se lo ripetono tra di loro provando a convincere quelli fuori. In mare, nonostante i Piantedosi di turno, vale una legge vecchia di secoli e cementata da mezza dozzina di trattati internazionali: chi è in pericolo va tratto in salvo e sbarcato nel porto più vicino e sicuro.

Da Geo Barents arriva anche una denuncia video: “Il nostro team ha assistito oggi all’intercettazione da parte della Guardia Costiera libica di un’imbarcazione in difficoltà in acque internazionali. Mentre ci avvicinavamo per aiutare le persone e portarle in salvo, hanno minacciato di sparare” spiegano. La Ong ha pubblicato un video sui social in cui si sente lo scambio radio tra la nave di soccorso e la motovedetta libica. “Guardia costiera libica, c’è una persona saltata in mare”, dice l’operatore della Geo Barents. “State lontani figli di p******”, intimano dalla motovedetta. E, ancora, “state lontani dall’area o sarete esposti al fuoco”. “Minacciano di sparare”, osservano quindi dalla nave di Msf.

Resistenza, altro che resilienza.

Buon giovedì.

 

 

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La ‘Ndrangheta sull’asse Italia-Ungheria

Si sviluppa lungo l’asse Italia-Ungheria, con ramificazioni in altri Paesi come Francia, Danimarca e Cipro, l’operazione condotta dal Ros contro un’imponente attività di riciclaggio internazionale di proventi illeciti gestita dalla ‘ndrangheta, ed in particolare dalla cosca Bonavota, che ha la sua base operativa a Sant’Onofrio, nel Vibonese. L’operazione, coordinata dalla Procura antimafia di Catanzaro, diretta da Nicola Gratteri, ha portato all’arresto di otto persone in esecuzione di altrettante ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Gip distrettuale del capoluogo calabrese.

Ad altre tre persone coinvolte nell’inchiesta é stata notificata la misura interdittiva del divieto di esercitare attività imprenditoriali. o uffici direttivi di persone giuridiche Un’inchiesta considerata di particolare importanza perché ha consentito di stroncare una delle attività in cui la ‘ndrangheta eccelle da sempre, e cioè il riciclaggio delle somme enormi che le cosche ricavano principalmente dal traffico internazionale di cocaina ed eroina e da altre attività criminali come le estorsioni. Due le persone, entrambe arrestate, attorno all’attività delle quali ruotava l’organizzazione criminale che é stata sgominata. Una è Giovanni Barone, di 53 anni, nato a Roma ma residente a Milano, già coinvolto in altre inchieste contro la ‘ndrangheta come “Rinascita Scott”, condotta nel 2019 dalla stessa Dda di Catanzaro e di cui l’operazione odierna costituisce una sorta di prosecuzione; “Tenacia” di Milano e “Tramonto” di Genova. Barone, tra l’altro, si sarebbe reso responsabile, secondo l’accusa, di numerose truffe e di imponenti attività di riciclaggio. L’altro personaggio importante di questa inchiesta è un’avvocatessa ungherese, Edina Margit Szilagyi, di 57 anni, titolare di un avviato studio a Budapest che sarebbe stato il fulcro di varie attività di riciclaggio. L’indagine si é sviluppata in un contesto articolato di cooperazione internazionale di polizia con il coordinamento di Eurojust, l’unità di cooperazione giudiziaria dell’Unione europea.

“Abbiamo sempre detto – ha affermato, in conferenza stampa, il Procuratore Gratteri – che la ‘ndrangheta non è in grado di fare riciclaggio sofisticato e che, per questo, si deve rivolgere al mondo delle professioni. Ed i risultati di questa operazione ne rappresentano l’esempio classico. Siamo riusciti a dimostrarlo grazie alla nostra credibilità anche a livello internazionale e grazie all’aiuto di Eurojust. È stato possibile così effettuare intercettazioni ambientali in Ungheria”. Gratteri ha citato inoltre un particolare dell’inchiesta che gli ha dato lo spunto per criticare ancora una volta la riforma della Giustizia varata dall’ex ministro Cartabia. “Nel corso di questa indagine – ha detto il Procuratore – non abbiamo potuto contestare, purtroppo, una truffa aggravata per oltre tre milioni di euro perché, per effetto della riforma Cartabia, occorreva la querela della parte offesa, che non siamo riusciti però a rintracciare. Si tratta di un viceministro dell’Oman, Paese che non fa parte, ovviamente, del trattato di Schengen. Non c’è neppure un trattato bilaterale tra Italia ed Oman e fare la rogatoria internazionale per chiedere alla parte danneggiata se volesse fare querela, ci avrebbe fatto perdere molto tempo. Per questo motivo non abbiamo potuto chiedere la custodia cautelare per la truffa”.

Congresso del Pd, poche idee e pure confuse

Si temeva ed è accaduto. Nonostante le premesse del segretario uscente Enrico Letta e nonostante i buoni propositi di tutti i candidati alla segreteria (Elly Schlein, Stefano Bonaccini, Gianni Cuperlo e Paola De Micheli), il congresso del Pd ha l’aria di essere la solita, l’ennesima, seduta di psicoterapia di gruppo di un partito in costante ricerca di un’identità.

Dalla guerra alla riforma della Giustizia. Il Congresso del Pd sembra una seduta di psicoterapia. I dem non hanno posizioni chiare su nulla

Ad oggi i temi che sono diventati notizia sono sempre gli stessi. Si passa dal possibile rientro nel partito dei membri di Articolo Uno (guidati dall’ex ministro Roberto Speranza) con annessa polemica su D’Alema e un pizzico di complottismo sull’ex presidente del Consiglio 23 anni fa al mai superato trauma del renzismo che si è riacceso nei giorni scorsi con le opposte valutazioni dei candidati sul Jobs Act.

Per capirsi: Massimo D’Alema ha guidato Palazzo Chigi ben 23 anni fa e sul mondo del lavoro gli elettori e gli iscritti sarebbero molto più curiosi di sapere cosa si ha intenzione di fare, più di discutere sulle macerie. Bastano questi due esempi per fotografare le battaglie di retroguardia di un partito che nel frattempo in Parlamento non riesce ad avere una posizione univoca sull’invio di armi in Ucraina, sulla proposta del ministro Nordio, sul progetto d’autonomia o sulla gestione dell’immigrazione e perfino sulle commemorazioni di Bettino Craxi.

Il Pd delle ultime settimane appare svuotato, immobile, paralizzato dai sondaggi impietosi e in attesa di una svolta che dovrebbe arrivare da qualche inaspettato successo alle elezioni regionali (in Lombardia il candidato Pier Francesco Majorino lo ripete spesso, “una nuova Lombardia per un nuovo Pd”).

Letta: “Abbiamo bisogno di un nuovo partito, non di un nuovo segretario”

“Abbiamo bisogno di un nuovo partito, non di un nuovo segretario. E per un nuovo partito serve una base politica, e il manifesto la dà, una base che ci mette nelle condizioni di essere molto ambiziosi per il futuro”, diceva Letta qualche giorno fa a proposito dell’ennesima polemica (tutta interna, tutta poco interessante qui fuori) sull’aggiornamento del Manifesto dei valori del partito che risale al 2007.

Questo lo sentiamo ripetere da sempre. Ma come? Ed è questa la risposta che fatica ad arrivare. Qualcuno insiste sulla “fusione a freddo” mai riuscita tra due apparati – più che due ideali – che ancora continuano a farsi la guerra. In questa situazione viene fin troppo facile al cosiddetto Terzo polo infilare il dito nella piaga: “Il dialogo” con il Pd “ci può sempre essere, il problema è che può vincere Bonaccini o Schlein, e mi auguro vinca Bonaccini, ma quel partito è diviso a metà tra chi è riformista e chi massimalista e si vuole avvicinare ai 5 Stelle”, ha detto ieri Carlo Calenda, che aspira da sempre al logoramento dei Dem per poterli annettere.

Il sondaggio Winpoll dà Bonaccini al 46% con Schlein poco dietro (al 41%) e distanti Cuperlo (7%) e De Micheli (6%)

Il sondaggio Winpoll dà Bonaccini al 46% con Schlein poco dietro (al 41%) e distanti Cuperlo (7%) e De Micheli (6%) nella fase della votazione interna al partito mentre nella seconda fase (quella del voto aperto a tutti) la forchetta tra i due contendenti si ridurrebbe a 3 punti a favore del presidente dell’Emilia Romagna. Ma il terrore di molti, dentro e fuori il Pd, è che finisca con una vittoria di Bonaccini, un posto di prestigio per Schlein e qualche spazio per gli altri due candidati.

Sarebbe sostanzialmente una suddivisione di potere che darebbe adito alla sensazione di un’immutata natura con modificati equilibri. Nulla di diverso da quello che il Pd già è, fiaccato dalle correnti e da logiche interne incomprensibili ai più e respingenti per gli elettori. “Siamo l’unica forza che discute al proprio interno”, fa notare qualcuno. È vero. Il punto è che i partiti, tutti i partiti, dovrebbero parlare anche fuori e, nel migliore dei casi, essere convincenti.

Leggi anche: Il Congresso del Partito Democratico per salvare la nave che affonda con i soliti discorsi. Per Letta c’è bisogno di un nuovo partito e non di un nuovo segretario

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E alla fine la legge 194 è sotto attacco

Ieri la ministra alla Famiglia, le Pari opportunità e al Ritorno al Medioevo Eugenia Roccella è ripartita all’attacco spiegandoci che «per quanto riguarda la proposta di legge sullo statuto del concepito, sono stata la prima a fare una dichiarazione sul tema, ma comunque autorevolmente l’ha fatta subito il capogruppo di FdI, il senatore Malan, e in tutto il percorso della campagna elettorale la presidente del Consiglio ha più e più volte in modo reiterato dichiarato la posizione del partito e del Governo sulla questione della legge 194», ha detto la ministra.

Varrebbe la pena sottolineare che qualche tonto ci aveva ammonito perché “i diritti non saranno toccati” e aveva additato come allarmisti chi sommessamente aveva segnalato il rischio. Invece siamo qui. Come sottolineano le senatrici del Pd Cecilia D’Elia, portavoce della Conferenza delle donne democratiche e Valeria Valente «la ministra Eugenia Roccella in Senato ha confermato una visione propria della destra, distante anni luce dalla nostra, che continua a vedere le donne esclusivamente come madri e che pensa di combattere la denatalità aiutando le donne sostanzialmente a stare a casa per fare figli».

E ora Tra le voci giustamente sdegnate di ieri vale la pena sottolineare quella di Anna Pompili, ginecologa e socia fondatrice di Amica-Associazione medici italiani contraccezione e aborto: «C’è un peccato originale in tutta questa storia: quando si parla di aborto si ragiona sempre come se ci fossero due individualità, due soggetti di diritto uguali e contrapposti. Questo – aggiunge – è un falso biologico e una distorsione della realtà. Siamo abituati a pensare al feto come se fosse un individuo contrapposto a una donna e dimentichiamo una cosa fondamentale, la realtà materiale biologica: ossia il fatto che c’è un organismo, un embrione, dentro l’utero di una donna. E non si può quindi pensare di forzare una donna a portare avanti una gravidanza che non desidera, perché è proprio quel legame a darle il diritto e la libertà di decidere. Quando parliamo di diritto all’aborto, dobbiamo tenere presente che non si può vietare l’aborto. Al massimo si può vietare l’aborto sicuro perché, come vediamo nei Paesi in cui non è consentito, le donne che vogliono interrompere una gravidanza lo fanno lo stesso, clandestinamente, con il conseguente aumento del tasso di mortalità da aborto»

«Daremo alle donne il diritto di non abortire» diceva Giorgia Meloni a settembre dell’anno scorso. Qualcuno ha fatto finta di non cogliere il messaggio. Ora eccoci qua.

Buon mercoledì.

Nella foto: frame del video dell’audizione in commissione al Senato della ministra Roccella, 24 gennaio 2023

PER APPROFONDIRE LEGGI LEFT

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I piani di Silvio e Salvini: scatenare Nordio per logorare la Meloni

Una cosa è certa: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni maledice il giorno in cui il suo ministro Carlo Nordio ha deciso di agitare le acque del governo tirando fuori la questione delle intercettazioni, aggiungendo un problema di cui non c’era bisogno.

Forza Italia blinda il ministro della Giustizia Nordio, la Lega lo molla. Ma il bersaglio è lo stesso: Giorgia

Anche se Meloni insiste nel fingere che “tutto va bene” le critiche e le polemiche nella sua maggioranza non si placano. Per questo la sua promessa di “incontrare tutti i ministri per definire il cronoprogramma del governo” annunciata da Meloni suona come una messa in riga.

“Il clima in Consiglio dei ministri è ottimo e tutti i ministri lavorano in piena sinergia con Palazzo Chigi. Nello specifico, la presidente Meloni ribadisce la sua piena fiducia nel Guardasigilli, che ha fortemente voluto a Via Arenula e con il quale mantiene contatti quotidiani”, ribadiva qualche giorno fa una nota dal Palazzo Chigi.

Ma come stanno veramente le cose? Di sicuro nel dibattito sulle intercettazione Matteo Salvini ha visto uno spiraglio per logorare la sua rivale interna. Le stoccate non mancano. Salvini invita a evitare “lo scontro con la magistratura e viceversa” e puntualizza che la magistratura “ha al lavoro persone perbene che sono in tribunale non per fare politica o per intercettare a casaccio”.

“Abbassare i toni”, ripete Salvini, ma chi lo conosce bene sa che è un invito alla carica ai suoi. Sfiduciare Nordio e rubare a Fratelli d’Italia la fetta di elettorato più legalitaria è l’obiettivo facile da scorgere. In questo quadro si inserisce anche lo schierarsi del sottosegretario leghista alla Giustizia, Andrea Ostellari, contro il “bavaglio” ai giornalisti che pubblicano le intercettazioni paventato dal suo parigrado al ministero Delmastro di FdI: “La qualità di una democrazia si misura anche dalla libertà della stampa di pubblicare notizie e opinioni scomode. Servono delle regole, perché non può esistere il diritto alla gogna. La soluzione tuttavia va individuata senza mettere il bavaglio ai tanti professionisti dell’informazione che contribuiscono a rendere la nostra società più informata e vigile”, ha tuonato nei giorni scorsi.

Il dibattito sulle intercettazioni disegna un quadro diverso dalla maggioranza parlamentare. A difendere Nordio (o meglio, a martellare le intercettazioni) sono inevitabilmente Forza Italia, con Berlusconi che intravede la possibilità di compiere ciò che non gli è riuscito nel 2008, e, manco a dirlo, il sedicente Terzo polo. Ieri Calenda ha rilanciato la favola delle “intercettazioni che divulgate ovunque spesso distruggono la vita delle persone” accusando Fratelli d’Italia di “giustizialismo”.

“Nordio è una persona colta e libera e se Fratelli d’Italia proverà a bloccarlo avranno dei problemi”, avvisa Calenda, mentre Renzi ripete il mantra berlusconiano “il problema non è l’uso ma l’abuso”. Per fortuna, a proposito di abusi, l’ex ministro Orlando con un’interpellanza al ministro della Giustizia proprio ieri ha ricordato a Nordio e al governo che le “violazioni” gli permettono di esercitare i suoi diritti ispettivi oltre a farne carne da propaganda e da dichiarazioni alla stampa.

“Appare, dunque, urgente e necessario vigilare sulla corretta applicazione delle norme già approvate in materia ed evitare assolutamente – conclude Orlando – di utilizzare questo tema come terreno di scontro ideologico, provocando guerre e delegittimazione tra poteri dello Stato”, scrive Orlando. Vittoria Baldino, vicecapogruppo M5S a Montecitorio ieri l’ha spiegata così: “Il punto reale è che Nordio è passato da tecnico a ministro, esattamente come questo governo è passato da opposizione a maggioranza. Una maggioranza tanto composita con posizioni non chiare che si riflettono in modo evidente nelle teorie contraddittorie di Nordio”.

Audito in commissione Giustizia in Senato il Garante per la protezione dei dati personali, Pasquale Stanzione ieri ha spiegato che la legge vigente coniuga privacy e informazione, basterebbe attuarla. Il dibattito in corso, quindi, è una resa dei conti su tutt’altro.

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Ultimatum di Bruxelles all’Italia. Sui balneari Giorgia tira a campare

Una soluzione “a livello strutturale”, che “non sia temporanea”, per “mettere in sicurezza” le concessioni balneari e gli imprenditori che le detengono, di fronte a una direttiva Ue sbagliata. A margine della sua visita a Algeri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni mette in scena il solito spettacolo: equilibrismo tra le regole che impone l’Europa e le intemperanze dei partiti della sua maggioranza che per fare il pieno di voti hanno fatto promesse che non potranno mantenere.

Il piano “strutturale” di cui parla Meloni è un pavido procrastinare. L’obiettivo è semplicemente quello di riuscire ad evitare una proroga della messa a gara delle concessioni e lo smantellamento della riforma sulla Concorrenza voluta dall’ex premier Mario Draghi, che alzerebbero la tensione con Bruxelles. Ci sono da salvare, intanto, le concessioni in scadenza per il 2023, che il governo vorrebbe blindare alla faccia delle norme europee.

Da qui la decisione di ‘accantonare’ gli emendamenti sul tema presentati da FdI al decreto Milleproroghe. Ma non sarà facile convincere gli alleati di Forza Italia e Lega a fare altrettanto, prospettando loro una strada diversa. Alla finestra rimane l’Europa, che oggi ribadisce all’Italia la necessità di rispettare gli impegni pur precisando che questi ultimi non sono legati all’attuazione del Pnrr, concedendo così all’esecutivo uno spiraglio di manovra.

“Non ho cambiato idea sul tema della difesa dei nostri imprenditori Balneari da una direttiva che secondo me non andava applicata su quel settore”, assicura Meloni, spiegando che “la questione è molto complessa, il punto è capire quale sia, nell’attuale situazione, la soluzione più efficace a livello strutturale: quello a cui io sto lavorando è una soluzione che non sia temporanea”, continua la premier, annunciando la convocazione dei “partiti di maggioranza per ragionare insieme” e poi delle “associazioni dei Balneari, prima che gli emendamenti siano votati, per capire se la proroga sia la soluzione più efficace. Però il mio obiettivo è mettere in sicurezza questi imprenditori”.

L’Ue, dal canto suo, segue “molto da vicino le recenti discussioni in Italia sulla riforma della concorrenza che è stata adottata lo scorso anno”, sottolinea la portavoce della Commissione europea Sonya Gospodinova, spiegando che “siamo in contatto con le autorità italiane anche in vista dell’attuazione dei loro impegni” e ricordando che “abbiamo una procedura d’infrazione in corso”.

Finale già scritto

Nel governo qualcuno vede come occasione le parole di Veerle Nuyts, per la quale “le concessioni Balneari non sono formalmente incorporate nelle pietre miliari e negli obiettivi del piano di ripresa e resilienza”.

Maurizio Gasparri ci si butta a pesce dicendo che il discorso di Nuyts “dimostra quanto sia percorribile la strada di una proroga per chiarire lo stato delle cose. Gli imprenditori interpretano le parole di Bruxelles come “giustizia alla battaglia contro le menzogne”, secondo il presidente di Assobalneari Italia Federturismo Confindustria Fabrizio Licordari. Le opposizioni non la vedono così. Di “gioco delle tre carte” parla il vicecapogruppo del Pd alla Camera Piero De Luca, Osvaldo Napoli di Azione vede un “balletto molto poco dignitoso”.

“Non ho cambiato idea”, ripete a tutti Giorgia Meloni. Ma lo schema, ci vuole poco per capirlo, ormai è la fotocopia delle puntate precedenti: simulare una guerra all’Europa per poi allinearsi sommessamente e rimangiarsi le promesse. Solo che il gioco durerà finché i partiti di maggioranza accetteranno di fare la figura degli utili idioti rimessi a cuccia dalla neostatista Meloni. E c’è chi giura che la pazienza avrà un limite molto più vicino di quanto si pensi.

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La politica (e Gianni Cuperlo)

Gianni Cuperlo di sicuro non vincerà queste stanche primarie del Partito democratico. Il deputato del Pd ha troppa esperienze sulle spalle per non sapere che la sua candidatura serve più che altro a fomentare la politica in un dibattito congressuale che molti temevano incagliato in questioni di caminetti e di equilibri interni. Finora sta andando esattamente così.

«Perché la mia candidatura è arrivata in ritardo? Se avessi potuto non l’avrei fatto. E non per mancanza di passione, ma al contrario per troppa passione per questo congresso, che pensavo che fosse l’occasione per fare discussioni che non abbiamo mai fatto», ha detto ieri Cuperlo a un incontro del partito alla sala Candilejas a Bologna.

Ieri con un mazzo di rose bianche Gianni Cuperlo ha portato il suo omaggio alle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Nella prima giornata emiliano-romagnola della sua campagna per il congresso Pd, e prima dell’iniziativa in programma sotto le Due torri, ha voluto far visita alla lapide con i nomi delle 85 vittime nella sala d’aspetto della stazione. E da lì critica la proposta di una commissione parlamentare di inchiesta sugli anni di piombo, arrivata nei giorni scorsi in Parlamento su iniziativa di Fdi, che ha preoccupato subito l’associazione dei familiari delle vittime. «Non vorrei che la destra al potere volesse rileggere la storia di questo Paese – attacca Cuperlo – le pagine gloriose e le pagine tragiche. Usare il potere che si ha per condizionare la lettura storica di fatti che sono da decenni di fronte all’opinione pubblica è un qualcosa che confligge con il nostro senso di verità e giustizia, ma anche di etica pubblica e di memoria condivisa». La lapide in sala d’aspetto, afferma il candidato alla guida del Pd, «è un luogo simbolico di questa città, del dolore e della sofferenza di Bologna. Ma è anche il luogo dove la città ha mostrato la sua dimensione e il suo orgoglio, la sua passione civile e la matrice antifascista dei bolognesi. Il 2 agosto è uno spartiacque e questo luogo è il simbolo della richiesta di verità e giustizia, rivendicata ogni anno. Non potevo che partire da qui».

Leggendo le parole di Cuperlo mi sono tornate in mente le critiche di chi accusa il Partito democratico di cose del passato. Sono gli stessi che vorrebbero insegnarci il progressismo intendendo come una tiepida pulsione a non esagerare mai nei progetti e nelle proposte. In fondo la strage di Bologna a molti farebbe comodo archiviarla come “storia passata”. E invece la politica è anche la perseveranza della memoria usata come arma bianca per scegliere la resistenza mentre tutti ci invitano alla resilienza. E l’ho trovata un’uscita politicissima, questa di Cuperlo.

Buon martedì.

Nella foto: frame del video dell’incontro con Gianni Cuperlo, sala Candilejas, Bologna, 23 gennaio 2023

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Altro che verità per Regeni. Con l’Egitto pure la salute è un affare

Ma che ci è andato fare il ministro degli Esteri Antonio Tajani in Egitto? Se davvero è passato dal al-Sisi per ricordare che forma abbiano i diritti civili la missione possiamo tranquillamente certificarla come fallita.

Nonostante il ministro ci dica che il presidente egiziano “è disposto a rimuovere tutti gli ostacoli” per accertare la verità sull’omicidio dello studente italiano Giulio Regeni e su un giusto processo per lo studente egiziano dell’università di Bologna Patrick Zaki qualcuno non gli deve avere insegnato che “gli ostacoli” sono i silenzi di quel al-Sisi a cui ha sorridentemente stretto la mano.

Presi in giro

Ieri, perciò, hanno perso la pazienza, per l’ennesima volta, anche i genitori di Regeni, Claudio e Paola Effendi, che hanno dichiarato di non avere “aspettative” di nessun tipo: “Basta, per favore, basta finte promesse – hanno spiegato -. Pensiamo sia oltraggioso questo mantra sulla ‘collaborazione egiziana’ che invece è totalmente inesistente.

Fiducia in chi? Se rivolta alla Istituzioni, siamo costretti ad averla, viviamo in Italia – rispondono – Questa è una domanda che ci pongono spesso tutti i giovani che incontriamo e che osservano e valutano il mondo politico. Rispondere è sempre molto complicato”.

La famiglia Regeni sottolinea come “nessun componente del governo attuale” si sia degnato di fargli visita, nonostante sia un viaggio più breve e più comodo di un volo fino al Cairo. Siamo, per ora, nell’ennesima puntata di quella che i genitori di Giulio Regeni descrivono come una sequela di “tutte le promesse mancate, l’ipocrisia, le strette di mani come mera esibizione, la retorica di certi discorsi o comunicati” che evidenziano, come dicono loro, “la chiara prevalenza degli interessi sulla tutela dei diritti umani, alla parola interessi sarebbe da sostituire il termine interessamento che pone una vera attenzione alle persone”.

Davvero Tajani non conosce i questi 7 anni di depistaggi, di false informazioni e di boicottaggi del governo egiziano? I risultati che Tajani avrebbe dovuto riportare in Italia, come ha scritto bene ieri l’onorevole Laura Boldrini, avrebbero dovuto essere “il domicilio degli indagati per far ripartire il processo”.

Tajani è andato in Egitto per le questioni energetiche? Difficile da credere se è vero che il piano energetico è già definito da tempo. È andato davvero, come ha ripetuto ieri per tutta la giornata, per “stabilizzare la Libia”? Bah. Una cosa è certa.

Con un tempismo perfetto proprio ieri il Gruppo San Donato (uno dei più importanti gruppi di sanità privata, con l’ex ministro Angelino Alfano alla presidenza) ha annunciato la firma col ministero della Salute e della Popolazione egiziano e con Gksd Investment Holding di un importante (e fruttuoso) memorandum per la gestione di ospedali in Egitto, il primo dei quali sarà lo Sheikh Zayed, uno dei principali istituti sanitari a Il Cairo.

“L’Italia possiede tra i migliori sistemi sanitari pubblici al mondo e l’erogazione di prestazioni gratuite sia da ospedali pubblici sia da ospedali privati convenzionati, efficienti e di altissima qualità, è una delle pietre angolari di esso”, ha detto Paolo Rotelli, vicepresidente del Gruppo San Donato spiegando che l’obiettivo “è far riconoscere le nostre competenze sanitarie con i fatti, direttamente nelle strutture egiziane, aiutando così il Paese a consolidare il proprio sistema sanitario e a preparare il futuro della medicina insieme”.

Un coincidenza Può essere. “A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”, diceva l’ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Intanto i genitori di Regeni e Zaki possono aspettare.

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Morti che non noterà nessuno

Il luogo è quello già letto e sentito altre volte. Sentito solo di sfuggita perché si tratta di una di quelle notizie che sfioriamo e ricordiamo solo per assonanza. Borgo Mezzanone. Borgo Mezzanone, nel foggiano, è un buco d’umanità in cui buttiamo i rifiuti che non vogliamo vedere: il ghetto dei braccianti che valgono solo per i chili che riescono a raccogliere o a trasportare.

A Borgo Mezzanone sono stati ritrovati stamattina un uomo e una donna morti probabilmente per le esalazioni provenienti dal braciere che avevano acceso durante la notte per soffiare una tiepidezza utile almeno a non congelarsi. Da queste parti il ristoro non esiste, al massimo è consentito sopravvivere. E anche sopravvivere è un privilegio.

A Borgo Mezzanone però non vive un pugno di braccianti che questo Paese ha dimenticato. A Borgo Mezzanone sono in 1.500, pronti a sparpagliarsi ogni mattina per fare gli schiavi e imbandire le tavole del “Made in Italy” che esportiamo con fierezza nel mondo, sempre attenti a lavarlo dal colore del sangue e dall’odore della fatica senza diritti.

Borgo Mezzanone non è un’eccezione.

Sono 150 i ghetti presenti sul territorio italiano. La prima indagine, voluta dal ministero del lavoro e politiche sociali, in collaborazione con l’Anci, l’Associazione nazionale dei comuni italiani, intitolata Le condizioni abitative dei migranti che lavorano nel settore agroalimentare, li definisce “insediamenti informali”. Ma di fatto sono ghetti, formati da baracche, casolari abbandonati, tende e malmesse roulotte, dove abitano oltre 10mila persone di origine straniera che lavorano nelle campagne. Manodopera fondante il comparto dell’agroalimentare.

150 ghetti, sparsi in 38 comuni, divisi in undici regioni lungo lo Stivale. Presenti per lo più tra Puglia e Sicilia, Calabria e Campania. Foggia, la provincia con il numero maggiore di insediamenti (8 i comuni coinvolti, oltre il 20% del totale), seguita dalla provincia di Trapani (4), Reggio Calabria (3), Andria-Barletta-Trani (2), Caserta (2), Cuneo (2) e Rovigo (2). Realtà dalle dimensioni diverse (gli insediamenti più grandi, quelli che superano il migliaio di persone, sono a Borgo Mezzanone, frazione di Manfredonia, dove si contano 4 mila presenze, e nel gran ghetto di Rignano a San Severo, dove sono oltre 2mila presenze), in cui lo Stato consente che si viva nel totale degrado, senza servizi sanitari e igienici.

Dove mancano interventi finalizzati all’integrazione, la mediazione culturale, l’alfabetizzazione. Dove spesso è presente il caporalato e il lavoro irregolare è all’ordine del giorno. Insediamenti che, nel 41,3% dei casi, hanno carattere stabile e permanente. Basti pensare che undici, tra questi, esistono sul territorio da oltre 20 anni; 16 fino a dieci anni, 21 da sei, 27 da uno a tre anni. Luoghi dove manca lo Stato e dove i morti non li nota nessuno.

Buon lunedì.

Nella foto: frame del trailer del film One Day One Day di Olmo Parenti sul ghetto di Borgo Mezzanone

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