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Sulla Giustizia torna in onda lo stesso film del 2008. Bavaglio stampa e stretta sulle intercettazioni: riecco il piano di Silvio

C’è lo stesso odore del 2008, quelli sono sempre gli stessi ma forse siamo peggiorati noi. Il 7 giugno del 2008 Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, a Santa Margherita Ligure disponeva il divieto di ordinare ed eseguire intercettazioni, anche nell’ambito di indagini giudiziarie. Un provvedimento da cui avrebbero dovuto essere escluse, secondo Berlusconi, “solo le inchieste che riguardano la criminalità organizzata, la mafia, la camorra e il terrorismo”.

Indietro tutta

Sembra tutto uguale a oggi, vero? Certo in quell’epoca i toni erano diversi: Berlusconi presidente del Consiglio aveva un’agibilità di manovra molto più ampia della sua attuale collega Giorgia Meloni, l’Ue pesava molto meno nei propositi politici dei governi e il berlusconismo sembrava un’onda inarrestabile.

A quel tempo Berlusconi prometteva “5 anni di carcere per chi le eseguirà e per chi le propagherà” promettendo anche “una forte penalizzazione economica per gli editori che le pubblicano”. La sostanza quindici anni dopo però è la stessa. Il giochino di lasciare intonse le indagini di criminalità è lo stesso.

“Guai a cancellare le intercettazioni L’apporto fornito nella cattura di Messina Denaro, per esempio, è indiscutibile. Di contro, guai a pensare che ci sia sempre uno scrupoloso rispetto delle leggi: in alcuni casi è emersa la ricerca dei reati ‘purchessia’ e ‘a ogni costo’. E questo non va”, ha detto ieri la presidente della commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno. Tradotto è lo stesso identico discorso.

Nell’occhio del ciclone ci sono, ancora, i giornalisti seppur con toni più furbi e apparentemente sfumati: “Bisogna intervenire da una parte con l’Ispettorato generale per verificare che non vi siano fuoriuscite di notizie dalle Procure stesse, dall’altra parte con una norma più stringente. E poi lo dico onestamente, sì, anche sui giornali” ha detto ieri Andrea Delmastro, parlamentare di Fratelli d’Italia e sottosegretario della Giustizia.

Tira una brutta aria

In quel 2008 dovette intervenire il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per frenare gli insaziabili appetiti di impunità. “Sulle intercettazioni servono soluzioni bipartisan”, disse il presidente della Repubblica. Il berlusconismo provò addirittura la strada del decreto legge, stoppato per intervento del Quirinale. C’è lo stesso odore del 2008 solo che in quel caso la sollevazione contro il vergognoso attacco alle indagini fu ampissima.

Non solo i partiti d’opposizione (che invece oggi tentennano) ma anche gran parte della stampa sottolineava come quel garantismo fosse solo un travestimento della voglia di impunità. Oggi il governo Meloni riesce a essere più liquido, apparentemente benevolo, e gli è più facile ottenere un appannamento della memoria.

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Perché la storia della bidella pendolare è un’occasione persa

Quando le notizie non servono per raccontare storie ma diventano martelli per fracassare le idee avversarie accade che giornali, televisioni e social media sia avviluppino in uno sconcertante gioco endogamico che non parla a nessuno. È il caso della bidella Giuseppina, assurta all’onore delle cronache per una presunta e incredibile avventura di pendolarismo estremo che la porterebbe a svegliarsi alle 4 di mattina per prendere un treno da Napoli e presentarsi in orario al suo luogo di lavoro a Milano, pronta a tornare indietro entro mezzanotte.

Giuseppina è diventata il randello da usare contro gli indolenti che si cullano sul RdC

Nel giro di poco tempo, manco a dirlo, Giuseppina è diventata il randello con cui dare addosso ai presunti indolenti che insozzerebbero l’economia di questo Paese cullandosi sul Reddito di cittadinanza e rifiutandosi di percorrere qualche chilometro per una naturale inclinazione al divano. La notizia in fondo conta poco per gli avversari che usano la cronaca solo come spunto per soffiare sullo scontro. Così una storia minore diventa pietra dello scandalo e per giorni ci si rincorre per confermarla o smentirla, assiepati nei dintorni dell’istituto per accogliere testimonianze e rivelazioni. Qualsiasi giornalista di lungo corso sa, tra le altre cose, che con un microfono acceso in mezzo alla gente inebriata dalla ribalta si possono raccogliere voci di ogni tipo e così la straniante inchiesta del giornalismo al servizio delle ideologie si trascina con allievi, genitori e baristi che offrono versioni opposte: Giuseppina è gentile e cara e presente tutti i giorni, Giuseppina è una furba che sarebbe in congedo permanente, assenteista diventata senza meriti un feticcio di laboriosità.

Iniziano a delinearsi i contorni della riforma del reddito di cittadinanza: verrà fissato un termine oltre il quale non si riceverà più il sussidio.
Reddito di cittadinanza (Getty Images)

Le radici della propaganda fatichista e la demolizione dei diritti

Nessuno, quasi nessuno, che si interroghi sul fatto che la propaganda fatichista di novelli Stakanov come salvatori del prodotto interno lordo abbia radici ormai profonde. Furono i tempi dei manager che si licenziavano in tempi di lockdown per vivere felici, rilasciando interviste in cui lodavano la flessibilità e il salutismo di far consegne in bicicletta. Un genere letterario che ci ha ammorbato per mesi prima di scoprire che gli intervistati non erano mai stati manager ma, soprattutto, erano specchietti per le allodole delle azione di consegne. Poi è stato il turno dell’elogio quotidiano del sacrificio, con qualche politico – anche un ex presidente del Consiglio – che elevava la sofferenza a ingrediente necessario per essere buoni lavoratori. Anche in quel caso pochissimo fu lo spazio dato a chi sommessamente faceva notare che un lavoro che diventa sacrificio è il viatico per la demolizione dei diritti, è una chiacchierata da fare a tavola tra genitori e figli ma non può diventare un paradigma.

Perché la storia della bidella pendolare è un'occasione persa
Il bosco verticale a Milano (Getty Images).

I veri problemi ignorati: dai costi invivibili di Milano agli stipendi da fame della scuola

Eppure se ci prendessimo la responsabilità di non strattonare Giuseppina avremmo modo di discutere dei costi invivibili di Milano che insegue solo inquilini altospendenti ma li paga con stipendi periferici. Avremmo anche potuto discutere dello spropositato aumento (destinato a salire ancora) degli spostamenti necessari per sopravvivere. Potremmo perfino discutere dello stipendio di tutte le Giuseppine d’Italia (1.100 euro al mese) che fotografano una realtà praticamente assente dai dibattiti di politici e giornalisti completamente scollegati dalla realtà. E potremmo aggiungere un mondo della scuola in cui gente come Giovanni ha dovuto viaggiare tutti i giorni da Caserta a Siena come personale aggiuntivo Covid per rimanere ora disoccupato (la sua e le altre storie sono qui).

Perché la storia della bidella pendolare è un'occasione persa
Pendolari a Cadorna, Milano (Getty Images).

L’Italia pendolare non ha bisogno di testimonial per rendere credibile lo sfacelo

Avremmo potuto, insomma, far cadere l’ossessione per Giuseppina e cogliere lo spunto per raccontare un’Italia pendolare che non ha bisogno di testimonial per rendere credibile lo sfacelo. Le macerie di un Paese in cui lo schiavizzato (si trovano facilmente, senza bisogno della bidella) viene premiato con una pacca sulla spalla e con l’esposizione agli altri come esempio. A meno che i politici barzotti per la storia della bidella pendolare non pensino davvero di risollevare il Paese facendo percorrere 1000 chilometri al giorno agli italiani in cambio di pochi spicci. Anche questa, pensandoci bene, sarebbe stata un’ottima domanda da porre.

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“In Sicilia molti politici conniventi con i clan. Negarlo è impossibile”. Parla il nipote di Messina Denaro: “Lo Stato non freni l’Antimafia”

Giuseppe Cimarosa ha 40 anni e fa l’istruttore di equitazione e il regista di teatro equestre. È nipote di Matteo Messina Denaro ma ha scelto l’antimafia. La madre Rosa Filardo è cugina di primo grado del superlatitante e il padre Lorenzo collaborò con la giustizia fino al 2017, anno in cui morì. E l’ultima foto di Messina Denaro è stata scattata proprio al matrimonio dei suoi genitori.

Cimarosa, la sua sensazione dopo l’arresto di Messina Denaro?
“Da subito sollievo, gioia felicità e orgoglio. Perché era qualcosa che si sperava di ottenere anche se non ci credevo affatto che sarebbe venuto questo giorno”.

Nei giorni scorsi ha organizzato un presidio a Castelvetrano, nel feudo di Messina Denaro. Com’è andata
“Non benissimo. L’ho voluto fare lì perché volevo invitare i cittadini a manifestare coraggio. Ora serve coraggio. Dobbiamo toglierci la cappa di mafiosità. La mafia e Matteo Messina Denaro erano operativi perché la gente ha paura. Lo volevo fare nella piazza di fronte alla famiglia Messina Denaro perché ha un valore diverso, lì viene fuori il coraggio, ispirandomi a Peppino Impastato e i suoi 100 passi dal boss Badalamenti”.

Come legge la poca partecipazione?
“Sicuramente molti hanno paura”.

30 anni di latitanza nei suoi luoghi. Chi lo proteggeva
“Lui è stato protetto dalla rete di fiancheggiatori, dagli amici di infanzia, quelli che si considerano fratelli. È stato protetto da rapporti che sono rimasti sempre solidi e inviolati di gente che avrebbe fatto carte false per proteggerlo”.

Cosa pensa del dibattito dopo l’arresto?
“Prima tutti erano virologi e ora sono tutti esperti di mafia. Penso che non si debba dire niente. Non si possono fare previsioni. Bisogna affidarsi alle forze dell’ordine che stanno cercando prove e elementi. Sono stanco di sentire ipotesi e illazioni. Serve verità”.

Il ministro Piantedosi ha detto che “le protezioni politiche” di Messina Denaro sono roba vecchia…
“Non sono d’accordo. Una persona come lui non può generalizzare: è sbagliato a prescindere. Bisogna essere ponderati, razionali. Lo dicono i fatti degli ultimi anni con i tanti comuni sciolti qui in Sicilia. Quanta gente della nostra politica era connivente con la mafia Moltissima”.

Come vede questo risveglio dell’antimafia in Italia
“È un ciclo, l’argomento è caldo e si parla di questo. Invece qui c’è bisogno di attenzione vera, dalla politica, con persone che la Sicilia la capiscono, ci devono essere ragionamenti di chi conosce le dinamiche di questi territori”.

Dal punto di vista personale, dopo la collaborazione di suo padre, cosa significa questo arresto?
“Noi abbiamo chiuso un capitolo, abbiamo dato un senso alla sofferenza di questi anni, alla collaborazione di mio padre, e alla sua morte. Abbiamo fatto il nostro dovere di cittadini, niente di speciale. Lo Stato dovrebbe far fiorire storie come queste, molto di più, invece di ostacolarle e lasciare le persone al loro destino”.

Intanto si sta mettendo in discussione l’uso delle intercettazioni…
“Sono imbarazzato. In modo romantico e ingenuo direi che proprio grazie alle intercettazioni abbiamo catturato Messina Denaro. Ma come si può metterle in discussione? A chi giova Se nessuno ha niente da nascondere perché si vuole questa cosa”.

Se dovesse spiegare la mafia ai ragazzi, dopo averla vissuto così da vicino, cosa direbbe?
“Farei leva sui sentimenti e le coscienze. Li metterei davanti a quelle intercettazioni inascoltabili in cui si progettano i delitti, davanti alle immagini delle stragi, agli omicidi, a quel bambino sciolto nell’acido. Per spiegare la mafia ai ragazzi bisogna metterli di fronte al grottesco, in modo crudo.

Ora come prosegue il suo attivismo?
“Io faccio quello che ho sempre fatto. Se la mia storia sarà utile continuerò a raccontarla”.

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Caselli: “La mafia va colpita nella zona grigia”

Dal 15 gennaio 1993 fino al 1999 Gian Carlo Caselli è stato Procuratore presso il Tribunale di Palermo negli anni più bui e sanguinosi della lotta alla mafia. Ammazzati da poco Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Caselli continuò la loro opera mettendo a segno importanti arresti (Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Gaspare Spatuzza e Pietro Aglieri) e seguendo la pista “politica” dei rapporti di Cosa Nostra, tra cui il famoso processo su quelli (accertati) tra la mafia e l’ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti.

Parla l’ex capo della Procura di Palermo, Gian Carlo Caselli: “Sottovalutati i rischi della convivenza con lo Stato”

Caselli era arrivato da pochissimo a Palermo quando venne arrestato Totò Riina al primo incrocio davanti alla sua villa, in via Bernini n. 54, insieme al suo autista Salvatore Biondino. Anche in quel caso si scoprì, come per Matteo Messina Denaro, che il boss non si era mai allontanato dalla Sicilia e dai suoi affetti. Anche in quel caso l’entusiasmo dei siciliani per l’arresto del “capo dei capi” sfumò negli anni a venire di fronte ai silenzi di Riina, di fronte al nuovo ruolo assunto da un altro latitante al suo posto nell’organizzazione criminale (Bernardo Provenzano) e di fronte ai misteri rimasti comunque irrisolti.

Per questo Gian Carlo Caselli è una memoria storica fondamentale per mettere a fuoco il dibattito di questi giorni. Una buona memoria di ciò che è stato è la chiave di lettura fondamentale per il presente e per il prevedibile futuro. Caselli, dopo la pensione dalla magistratura, è presidente del comitato scientifico della Fondazione “Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare” promossa ed istituita da Coldiretti e saggista.

Gian Carlo Caselli, la mafia torna su tutti i giornali…
“Il fatto è noto. Il il 16 gennaio a Palermo viene arrestato dai Carabinieri del Ros coordinati dalla Procura di Palermo, Matteo Messina Denaro”.

Ma le opinioni sono diverse, cosa ne pensa
“Il nostro è un Paese, come dire, dialettico e amante della discussione. Perché su questo fatto si sono avute letture diverse e confliggenti. la prima lettura ( che personalmente condivido) è quella di un successo storico di cui si deve essere grati a chi lo ha eseguito. Contrapposta è la lettura ( anche di persone ineccepibili come Salvatore Borsellino ) secondo cui l’arresto è una sconfitta, in quanto avvenuto dopo ben 30 anni di serena latitanza. Poi ci sono i dubbiosi, i prevenuti, gli ostili, i complottisti: tutti quelli che in un modo o nell’altro “sentono” puzza di marcio senza che neppure si affacci alla loro mente una possibile presunzione… di non colpevolezza degli “accusati”. Infine ecco gli opportunisti, che attribuiscono con toni trionfalistici alla loro parte politica (di governo) il merito della cattura. Ben diversa da questa lettura è quella delle “opportunità”, che si interroga se la cattura ( soprattutto in caso di “pentimento” dell’arrestato) possa servire per scoprire verità fin qui nascoste. Lo sperano soprattutto i familiari delle vittime, che di verità e giustizia ne hanno avuta fin qui piuttosto poca. Ripeto, la prima lettura è anche la mia”.

Qualcuno, più spericolato, la considera perfino una vittoria definitiva. Dopo la cattura di Messina Denaro, si può parlare di fine di Cosa nostra
“L’arresto di Matteo Messina Denaro è l’ultimo anello di una lunga catena di latitanti individuati che parte trent’anni fa con la cattura di Riina e prosegue poi con altre catture “eccellenti”: Brusca, Bagarella, Aglieri, Ganci, i fratelli Graviano, Vito Vitale, Gaspare Spatuzza, Provenzano,… per ricordare solo alcuni nomi dei tantissimi. è evidente che Cosa nostra stragista (quella dei Corleonesi) ha subito durissimi colpi: se non è finita, sembra in via di estinzione. Come una corazzata colpita più volte anche sotto la linea di galleggiamento, che però non affonda”.

E perché non affonda
“Non si deve dimenticare (mai!) che la mafia, tutte le mafie in verità, non sono “soltanto” una banda di gangster pericolosi. Esse sono anche e soprattutto un’organizzazione criminale strutturata, non una “semplice” emergenza. Vanno affrontate e colpite appunto come organizzazione, oltre che nelle singole componenti individuali. Va anche detto che le associazioni di tipo mafioso non operano nel vuoto. Sono inserite in un sistema di rapporti di complicità che coinvolgono professionisti, imprenditori, amministratori pubblici, uomini politici, soggetti che affiancano i capi della mafia e formano la “borghesia mafiosa” o “zona grigia”. È proprio questa a costituire la vera spina dorsale del potere mafioso”.

Siamo alle solite quindi: la forza della mafia è fuori dalla mafia
“La mafia è forte non solo per la sua organizzazione interna ma anche per le alleanze e gli appoggi esterni, e sono questi che ne spiegano la resilienza nel tempo oltre a favorire le lunghe latitanze. Quindi, oltre a perseguire i boss occorre colpire la zona grigia più di quanto non sia fin qui avvenuto”.

Ma secondo lei c’è la consapevolezza del fenomeno mafioso nella sua interezza
“Quel che si è sempre evidenziato e va evidenziato ancora oggi è un chiaro limite culturale. Quello di percepire la mafia come un problema esclusivamente di ordine pubblico, cogliendone la pericolosità soltanto in situazioni di emergenza, quando, cioè, la mafia mette in atto strategie sanguinarie; quello di trascurare i rischi della convivenza con la mafia quando essa adotta strategie “attendiste”, dimenticando la sua lunga storia di violenze e quella capacità di condizionamento che ha fatto di un’associazione criminale un vero e proprio sistema di potere criminale”.

E continuare a considerare la mafia semplicemente come un fenomeno criminale invece che un sistema di potere, alla fine, cosa potrebbe comportare?
“Di qui un andamento discontinuo, una specie di stop and go, dell’attenzione al problema mafia e delle reazioni ad esso”.

Anche nella politica
“In particolare nella politica (tutta, senza distinzioni di casacche) che è poco incline – al di là dei proclami di facciata – ad inserire la mafia in posizioni di rilevo della propria agenda”.

 

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A teatro si ride della mafia

Perché salire su un palco, come mi accade per tutti i giorni di questa settimana, al Teatro della Cooperativa di Milano per ridere di mafia Perché la realtà è tragica e perché la memoria ormai è diventata un rito. Quando abbiamo deciso di preparare lo spettacolo Il ridicolo onore.

Perché salire su un palco, come mi accade per tutti i giorni di questa settimana al Teatro della Cooperativa di Milano, per ridere di mafia

Falcone e Borsellino 30 anni dopo e le teste di minchia la criminalità organizzata per l’ennesima volta era diventata un ricordo da esporre come un feticcio. In occasione dei trent’anni dalla morte di Falcone e Borsellino abbiamo assistito a commemorazioni cariche di retorica ma mancava un punto fondamentale: com’è possibile commemorare una storia che non è stata raccontata per intero? Com’è possibile commemorare riuscendo a spegnere il desiderio di verità e giustizia

Noi siamo un Paese strano, al rovescio, e come ci insegnavano i giullari fin dal ‘500 (li abbiamo inventati noi, in Italia, li abbiamo esportati noi nel mondo) non c’è niente di più potente della risata per mostrare che il re è nudo. Con la rista possiamo raccontare quanto sia ridicolo il potere quando ha bisogno di fare il prepotente per governare secondo le regole. La storia delle mafie e dell’antimafia in questo Paese è una storia di omissioni (caratteristica fondante dell’etica mafiosa) ed è una questione di rovesciamenti.

Falcone e Borsellino da vivi furono oggetto di una delegittimazione e di un isolamento continui che accadde non per mano della mafia ma con l’atteggiamento di politici, giornalisti, intellettuali di quell’epoca. Alcuni sono gli stessi che ora li hanno trasformati in miti. È comodo così: i miti si adorano, non si interrogano, non possono parlare.

E così nel trentennale dalla loro morte non ci siamo accorti che Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri (due condannati per mafia che per percorsi diversi avevano incrociato la strada dei due magistrati) hanno avuto un ruolo rilevante nella scelta del candidato sindaco della Palermo di Paolo e Giovanni e poi nelle elezioni regionali siciliane. Noi siamo un Paese già pronto per diventare un canovaccio a disposizione dei giullari. Anche sulla narrazione dei cattivi.

Per decenni abbiamo dipinto Totò Riina come l’uomo che da solo era in grado di tenere sotto scacco una nazione e poi non l’abbiamo ascoltato quando di fronte a un giudice ha detto testualmente “Latitanza A me non mi ha mai cercato nessuno”.

Poi ci hanno detto che Riina era il braccio ma la mente era Provenzano. Provenzano l’abbiamo visto arrestato in un casale in mezzo alle capre mentre collezionava santini e ascoltava musicassette con la colonna sonora de “il padrino” e quella del cartone animato dei “Puffi”. Sarebbe bastato interessarsi a loro un po’ più a fondo senza stare sulla superficie del giornalismo scandalistico per capire che le menti stanno fuori dalla mafia. Ma non ci siamo interrogati.

Mark Twain scriveva che non dobbiamo avere paura di ciò che non conosciamo ma dobbiamo temere ciò che crediamo vero e invece non lo è

Lo stesso accade in questi giorni con Matteo Messina Denaro. Mark Twain scriveva che non dobbiamo avere paura di ciò che non conosciamo ma dobbiamo temere ciò che crediamo vero e invece non lo è. Mentre ci innamoravamo dei boss mafiosi le inchieste di questi anni hanno raccontato politici, imprenditori e professionisti al servizio della criminalità organizzata.

Mentre guardavamo le fiction sui “cattivi” i presunti buoni hanno nascosto i soldi trasformandoli in case costruite che non hanno bisogno di essere vendute, ipermercati che non hanno abbastanza clienti. Un riciclaggio che cambia la forma delle nostre città. Allora ridere diventa un’arma bianca per dire l’indicibile e per rivendicare un antiracket culturale. Come ci ha insegnato un altro meraviglioso giullare antimafioso: Peppino Impastato. Ci vediamo in teatro.

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Quel rapporto Italia-Grecia che infrange la legge da un quarto di secolo

Un rapporto congiunto di diversi media investigativi in ​​Europa ha rilevato che alcune persone che arrivano in Italia dalla Grecia nella speranza di presentarsi come richiedenti asilo vengono detenute in stanze buie negli scafi delle navi passeggeri e rispedite in Grecia. Vedrete che non ne parlerà quasi nessuno.

La detenzione illegale può durare a volte più di un giorno e, secondo quanto riferito, viene usata anche nei confronti di bambini e minori. In alcuni casi si scopre che rifugiati e migranti siano stati persino ammanettati. Tra le persone colpite negli ultimi 12 mesi c’erano decine di richiedenti asilo provenienti da Afghanistan, Siria e Iraq.

Lighthouse Reports , un’organizzazione senza scopo di lucro che si occupa di giornalismo investigativo afferma che «… alle persone che rischiano la vita nascondendosi sui traghetti diretti ai porti adriatici italiani di Venezia, Ancona, Bari e Brindisi nella speranza di chiedere asilo viene negato l’opportunità di farlo». «Invece, vengono trattenuti al porto prima di essere rinchiusi sulle navi su cui sono arrivati ​​e rispediti in Grecia», sottolinea l’organizzazione. I dati forniti dalle autorità greche mostrano che negli ultimi due anni almeno 157 persone sono state rimpatriate dall’Italia alla Grecia in questo modo, mentre si pensa che più di 70 abbiano subito la stessa sorte nel 2020. Tuttavia quasi tutti sono d’accordo che questi siano solo i numeri ufficiali.

I luoghi di detenzione illegale (fonte Lighthouse Reports)

Le navi, insomma, diventano prigioni non ufficiali in cui avvengono detenzioni illegittime sulla base di un accordo bilaterale tra Italia e Grecia fin dal 1999. Secondo l’accordo l’Italia è legalmente autorizzata a rimpatriare nel Paese i migranti privi di documenti arrivati ​​dalla Grecia. Tuttavia, secondo i principi dell’accordo, i richiedenti asilo sono esclusi e dovrebbero essere autorizzati a presentare la loro domanda e farla esaminare. L’Italia ha ripetutamente violato questa disposizione, portando a un contenzioso davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) quasi dieci anni fa: nel 2014, la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva già stabilito che questo tipo di rimpatrio dei richiedenti asilo in Grecia fosse illegittimo. Ma l’Italia ha continuato.

Un uomo illegalmente detenuto (fonte: Lighthouse Reports)

Un richiedente asilo dall’Afghanistan racconta di essere stato rinchiuso in «una stanza lunga due metri e larga 1,2 metri». «Hai solo una bottiglietta d’acqua e niente cibo […] Abbiamo dovuto rimanere in quella piccola stanza all’interno della nave e accettare le difficoltà», ha detto ai giornalisti. Dana Schmalz, Senior Research Fellow in Refugee Law presso il Max Planck Institute for Comparative Public Law and International Law, ha dichiarato all’agenzia di stampa AFP che l’inchiesta ha mostrato «una sistemazione chiaramente disumana» dei migranti a bordo delle navi sottolineando come questa pratica violi «sia il diritto dell’Ue che i requisiti della Convenzione europea dei diritti dell’uomo».

Buon venerdì.

Nella foto: una immagine dall’inchiesta Lighthouse Reports 

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Orioles: “Trent’anni per un arresto, non c’è nulla da festeggiare”

Riccardo Orioles di arresti e di speranze deluse ne ha visti. Nel 1982 ha fondato con Pippo Fava il mensile I Siciliani e da lì il suo fare giornalismo raccontando mafie, massoneria e potere non si è mai fermato.

Da conoscitore della mafia, come vede il dibattito dopo l’arresto di Messina Denaro?
“Tipico italiano, come il dibattito ipocrita sul fascismo. Vede, in Sicilia abbiamo una buona usanza, quella di eleggere il presidente della Regione. Dopo qualche mese che viene eletto di solito i carabinieri lo arrestano e finisce in galera. Da noi accade anche che quando escono dalla galera scelgano il sindaco di Palermo. L’ultimo sindaco l’hanno scelto Cuffaro e Dell’Utri. Questo è il clima siciliano. Questo succede nel profondo sud. In Italia abbiamo un presidente del Consiglio che non è finito in galera solo per questioni giuridiche. Era Giulio Andreotti. Il dibattito di questi giorni è surreale. Abbiamo preso un delinquente. Meritano belle parole i carabinieri e qualcun altro. L’abbiamo preso dopo 30 anni. Poteva capitare peggio. L’hanno preso a pochi metri dalla Dia, questa è scalogna. Ai tempi di Provenzano, che era anche lui un “bellissimo” mafioso siciliano, l’hanno preso con la bibbia sul comodino e seguendo la moglie che gli portava la biancheria pulita. I carabinieri l’hanno pedinata e l’hanno accalappiato. Dopodiché a casa di Provenzano hanno trovato 200 pizzini con richieste di aiuto di professori, medici, avvocati, imprenditori siciliani. Nessuno con la coppola, tutta gente per bene, come dicono qui. Significa che quando capita di andare a Palermo da un medico, un ingegnere o un avvocato è possibile che siano quelli che hanno chiesto aiuto a Provenzano. E, badi bene, non l’hanno fatto di nascosto ma hanno firmato con nome e cognome. Provenzano è morto in carcere ma questi 220 professionisti dove sono finiti? Sono stati inquisiti? Sono al confino? Tutto questo per dire che Provenzano è stato un pezzo di territorio per anni, non risulta che qualcuno lo abbia riconosciuto. Io vorrei sapere perché devo pagare le tasse per accendere le lampadine della strada in cui fanno finta di non conoscere il mafioso ricercato da 30 anni”.

Ma di chi è la responsabilità?
“La colpa sarà di un capro espiatorio. La colpa non è mai degli italiani. Nel caso della mafia non è di nessuno, la colpa sarà solo del mafioso che ha avuto la disgrazia di farsi beccare. E così ora abbiamo sconfitto la mafia”.

E poi?
“Aspettiamo il dibattito. Poi ci sarà la polemica sul perché non è giusto metterlo in galera, poi ci sarà da processarlo e qualcuno litigherà sull’ergastolo per uno che ha strangolato il bambino. La mia consolazione, che consola me, è che gli italiani sono tolleranti quando i guai succedono ma poi prima o poi si svegliano. Vediamo tra 10 anni quando qualcuno nessuno pagherà per la latitanza trentennale. E quando parlo di colpe non parlo di carabinieri o dei magistrati ma dei cittadini. Il tabaccaio del Paese che non l’ha riconosciuto. Che gli succede? Niente. Vede, nel nostro caso il pesce puzza dalla coda. Il senso comune è sempre lo stesso: mi faccio i cazzi miei”.

Si stanno dimenticando, nel dibattito, le cose più importanti?
“Non vedo alcun dibattito: è una barzelletta, è un varietà. Nel mese scorso ho avuto il problema di un ragazzo siciliano malato, che distribuisce volantini in Toscana perché qui morirebbe di fame. Questo è uno serio che ha fatto antimafia, uno dei miei redattori, questo giovane italiano è disoccupato ma è esiliato. Nel momento del bisogno gli sono arrivati dei denari da una sua amica, che insegna all’università in Canada. Se era per l’Italia poteva morire. Messina Denaro è storia di mafia e corruzione ma è soprattutto storia di indifferenza. In Sicilia noi abbiamo avuto un solo governo nostro fatto da siciliani responsabili, questo governo è stato nel 200 aC, c’era Dioniso, poi non abbiamo più avuto governi popolari”.

Come sta in questo momento il movimento antimafia
“Io faccio antimafia con ragazzi che alla sera tornano a casa, si levano il cravattino da cameriere e ascoltano la mia telefonata e hanno l’immensa pazienza di sentirmi e di farsi rimproverare. Facciamo il nostro dovere ma siamo soli. Ogni volta che propongo a un ragazzo di fare qualcosa ho paura. Più invecchio più ho paura: questo ragazzo così generoso tra 5 anni sarà un disoccupato e tra 10 un fallito perché nessuno gli perdonerà di essersi schierato. Il mondo è pieno di questa gente. Ma non è solo colpa dei politici, c’è la pigrizia di un cittadino che accetta di diventare un suddito e per questo Messina Denaro è uno dei minori problemi che abbiamo. Il prossimo bambino strangolato potrà avere giustizia forse tra 30 anni”.

Però l’arresto di un latitante rimane una buona notizia…
“In questi giorni mi sono incazzato con i miei compagni perché volevano andare in piazza per festeggiare la cattura di Messina Denaro. 30 anni di latitanza non si festeggiano, gli ho spiegato. Se proprio volete andate dal primo carabinieri che incontrate e stringetegli la mano”.

 

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Un’altra sentenza: il respingimento in Libia è illegale. E quindi quello italiano è favoreggiamento

È il 30 luglio del 2018. La Asso 28, rimorchiatore della società armatrice “Augusta Offshore” che operava a supporto della piattaforma Sabratha della società petrolifera “Mellitah Oil & Gas” – è stata allertata da personale della piattaforma della presenza di un gommone con 101 persone migranti in acque internazionali, tra cui donne e bambini. La Asso 28, dopo aver accolto a bordo un presunto agente libico, ha intercettato il gommone ed ha riportato i migranti in Libia, dove sono sbarcati al porto di Tripoli per essere poi nuovamente detenuti e sottoposti a trattamenti degradanti e violazioni dei propri diritti.

Dopo la condanna in primo grado di giudizio anche la Corte d’Appello all’esito dell’udienza del 10 novembre 2022 conferma la decisione del Tribunale di Napoli che aveva ritenuto che la condotta del capitano integrasse i reati di “sbarco e abbandono arbitrario di persone”, di cui all’art. 1155 del codice di navigazione, e di “abbandono di minore” di cui all’art. 591 del codice penale. Le motivazioni saranno disponibili a marzo 2023.

Scrive Asgi che «se finora queste prassi hanno goduto di un’effettiva impunità e sono state adottate in maniera sistematica dalle autorità italiane per impedire alle persone migranti di raggiungere le coste italiane, la conferma della condanna rafforza il principio che nessun capitano è esentato dal rispetto del diritto internazionale ed in particolare dalla necessità che i naufraghi siano condotti in un porto sicuro quale non è la Libia».

Ma c’è un altro particolare interessante. Il governo italiano con il suo memorandum con la Libia e con la silenziosa accettazione dell’Unione europea fornisce mezzi e addestramento alla cosiddetta Guardia costiera libica per accalappiare i disperati in mezzo al mare e riportarli all’inferno. Tecnicamente quindi l’Italia favorisce gli esecutori di un reato accertato da un tribunale italiano.

Buon giovedì.

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Tutti a parlare del Viagra e dei vestiti di Messina Denaro

Vi prego basta, per favore basta con i profumi e i vestiti di Matteo Messina Denaro. Nemmeno i tre giorni che ormai sono passati sono serviti per raddrizzare il tiro e focalizzarsi su ciò che di più conta: alcuni degli amici, anche potenti, di Matteo Messina Denaro li conosciamo già. Sappiamo i loro nomi e i loro cognomi e sarebbe il caso di scriverli, ripeterli, dirceli, almeno per smontare questa assurda narrazione del boss utile per farci un film o un libro ma alieno in questo nostro Paese.

Basta con i profumi e i vestiti di Matteo Messina Denaro. Alcuni nomi e cognomi ci sono già

Parliamo ad esempio di ciò che raccontano il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori e l’ex senatore Vincenzo Garraffa, che nel 1994 Messina Denaro si attivò per far votare Antonio D’Alì (rampollo della famiglia D’Alì Staiti per la quale il padre aveva lavorato), candidato nelle liste del Popolo della Libertà, per l’allora nuovo movimento politico “Forza Italia”: infatti alle elezioni politiche del marzo quell’anno D’Alì risultò eletto al Senato con 52mila voti nel collegio senatoriale di Trapani-Marsala, e venendo rieletto per altre tre legislature.

D’Alì nel 2001 venne nominato sottosegretario di Stato al Ministero dell’interno nei Governi Berlusconi II e III fino al 2006. Raccontiamo di Giuseppe Grigoli, proprietario dei supermercati Despar nella Sicilia orientale, condannato per mafia e riciclaggio (erano i soldi di Messina Denaro) e a cui hanno confiscato qualcosa come 700 milioni di euro. Raccontiamo di un elettricista diventato imprenditore in brevissimo tempo, Vito Nicastri, che tra il 2002 e il 2006 aveva ottenuto il più alto numero di concessioni in Sicilia per costruire parchi eolici e riciclare il denaro di Messina Denaro.

Raccontiamo di Carmelo Patti, proprietario di Valtur considerato anch’egli favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro: il sequestro di oltre un miliardo e mezzo di euro è stato eseguito nel novembre 2018. Ricordiamo che esponenti di una cosca vicina a Messina Denaro sono stati arrestati per aver trasferito in Sicilia una somma di denaro guadagnata con l’allestimento di alcuni stand dell’Expo di Milano del 2015.

Le indagini in quel caso hanno portato a indagare anche il vicepresidente di Unicredit Fabrizio Palenzona. Anche a San Marino si è trovato un legame: un professionista ha avuto contatti email con uno stretto collaboratore di Messina Denaro. E ancora. La Direzione Investigativa Antimafia ha sequestrato nel 2017 alcune società riconducibili a Gianfranco Becchina, che era stato indagato per traffico di reperti archeologici, che avrebbe avuto legami con lui.

Tra i beni sequestrati risulta anche un’ala del castello di Castelvetrano di Federico II del 1239, divenuto Palazzo ducale dei principi Pignatelli. Poche ore dopo il sequestro, scoppia un incendio nell’ala del palazzo appena sequestrato e alcuni documenti vengono distrutti. In seguito a ciò è stata avviata un’indagine.

Ancora: il 15 dicembre 2020 vengono arrestate 13 persone, molti dei quali fiancheggiatori di Messina Denaro tra cui Salvatore Barone, ex direttore dell’azienda dei trasporti Atm di Trapani, compresi numerosi imprenditori e uomini appartenenti alle famiglie mafiose di Alcamo e Calatafimi.

Tra gli indagati anche il sindaco di Calatafimi Segesta, Antonino Accardo, per corruzione elettorale. E poi c’è la massoneria: logge coperte come la “Scontrino”, di cui facevano parte persone di ogni livello sociale. Lo stesso si può dire per “La Sicilia”. Questi sono i nomi da fare. Di questo dobbiamo discutere. Un bel pezzo della rete di Messina Denaro è già sotto i nostri occhi. Ed è molto più importante dei profumi.

 

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L’ipocrisia del Governo sulle intercettazioni

Mentre tutti lo celebravano per l’arresto del boss Matteo Messina Denaro il procuratore di Palermo l’ha detto chiaro e tondo: “Le intercettazioni – ha spiegato il magistrato durante la conferenza stampa – sono state uno dei pilastri dell’inchiesta. Stiamo parlando di uno strumento indispensabile e irrinunciabile per il contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso. Senza le intercettazioni le indagini non si possono fare oppure non portano a nessun risultato. Questo è un discorso importante che deve essere chiaro una volta per tutte”.

Per Nordio i boss non usano il telefono. Ma con la cattura di Messina Denaro si rimangia tutto: “Le intercettazioni sono indispensabili”

Una volta per tutte, puntualizza Maurizio De Lucia perché fa un certo effetto assistere in queste alle celebrazioni delle stesse persone che da anni vorrebbero demolire le indagini antimafia (e non solo quelle) mettendo in discussione uno degli strumenti più proficui e importanti. Così ieri è bastato pochissimo tempo perché il ministro della Giustizia Carlo Nordio si sentisse chiamato in causa.

In diretta a Radio 24 non può fare a meno di accodarsi al clima festoso e dire che “le intercettazioni sono uno strumento indispensabile per il terrorismo e la mafia, ciò che va cambiato radicalmente è l’abuso che se ne fa per i reati minori con conseguente diffusione sulla stampa di segreti individuali e intimi che non hanno niente a che fare con le indagini”. Sarebbe curioso capire cosa intenda un ministro della Giustizia per “abuso”.

Basterebbe la sola parola “abusi”, ancora di più per un ministro della Giustizia, per capire che Nordio si riferisce a pratiche illegali. E le intercettazioni illegali, con buona pace di Nordio e del centrodestra più gelosamente garantista, lo sono per definizione.

Così serve qualcuno che ha dedicato la vita professionale alla lotta alle mafie, l’ex procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ora deputato del Movimento 5 Stelle per chiarire che “l’unico strumento che si utilizza per la mafia sono intercettazioni e collaboratori di giustizia. Quando si indebolisce l’uno e l’altro è evidente che si indebolisce tutta la lotta. Le intercettazioni – spiega De Raho – il più delle volte non nascono per il contrasto alle mafie. Alle mafie si arriva dopo. Perché le intercettazioni partono dalla corruzione e da altri reati e sviluppandosi su questo binario poi arrivano a tutto quello che c’è dietro”.

Non è così difficile da capire. Come spiega De Raho “le grandi indagini nascono da una diffusione del monitoraggio dei rapporti illeciti che sono tantissimi. Peraltro la corruzione è un momento di grande difficoltà del Paese, incide sulla democrazia, incide sulla concorrenza, sullo squilibrio economico, sulle disuguaglianze. Incide su tutto ciò che è invece la base del Paese. Quindi ridurre le intercettazioni è qualcosa di gravissimo”.

E anche se dalle parti di Forza Italia, come il vicepresidente della Camera Mulè, fingono di non avere “mai messo in discussione le intercettazioni”, confidando probabilmente nell’eccesso di entusiasmo di queste ore, è ancora limpidissima l’immagine di Nordio che con presuntuosa sicumera ci spiegava che “i mafiosi non parlano al telefono”: “Nordio smentisce se stesso”, ripete la senatrice del M5S Floridia.

E in effetti a guardare la scena da fuori diventa difficile darle torto. Nel dibattito interviene anche l’Ordine dei giornalisti che per bocca del presidente Carlo Bartoli ricorda a Nordio e al governo che “introdurre ulteriori limitazioni alla conoscibilità degli atti che sono comunque pubblici e già filtrati, vorrebbe dire sottrarre informazioni preziose per ricostruire vicende di importanza pubblica anche rilevante”.

Ma nella maggioranza insistono: “Basta abusi”, dice Maurizio Lupi, condannando “gli stralci che riguardano la vita privata e che non hanno nulla a che fare con il codice penale”. Il fatto è che questi garantisti a fasi alterne si devono essere persi i giornali di questi giorni impegnati a romanticizzare gli orologi, i gusti sessuali, lo stile degli abiti, le malattie e tutto il resto del Messina Denaro esposto come un trofeo di caccia, pronto per essere impagliato.

L’ipocrisia sta tutta qui. Il viceministro alla Giustizia, il berlusconiano Francesco Paolo Sisto, prova a buttarla sui costi auspicando “un ripensamento e una revisione di una spesa certamente eccessiva”. Intanto in commissione Giustizia al Senato, presiede Giulia Bongiorno: la maggioranza insiste per screditare le intercettazioni.

Nel pomeriggio arriva la proposta di rendere non intercettabili i numeri di telefono degli avvocati difensori. La fa il professore di procedura penale, Giorgio Spangher, uno che nei suoi interventi parla di “regime dei tabulati”, per capirsi. Sta all’ex pm Roberto Scarpinato, senatore M5S, ricordare che “ci sono avvocati che possono commettere reati impropri” come, ad esempio, “il summit di mafia che si svolse proprio nello studio legale di un difensore” e che venne scoperto grazie alle intercettazioni.

Il caso dell’avvocato nonché ex dirigente di Fratelli d’Italia, Giancarlo Pittelli, è lì sotto gli occhi di tutti, solo per citarne uno. Il punto è sempre lo stesso. Mentre il governo celebra e si appropria di un’operazione della magistratura con l’altra mano prova a demolire quella stessa magistratura che finge di onorare. La paura è sempre quella che le intercettazioni possano captare una frase sbagliata, magari di qualche potente che finisce nell’elenco delle telefonate di quei boss che molti vorrebbero descrivere come corpi estranei alla politica e all’imprenditoria.

E così non si accorgono che il loro timore, quella loro imbarazzata difesa, non fa che confermare l’utilità delle intercettazioni per svelare relazioni, convergenze di interessi e favoreggiatori che non avremmo mai sospettato. Intanto ieri a Foggia, grazie alle intercettazioni, è venuta alla luce un’ipotesi di concussione e corruzione in gare d’appalto dell’azienda ospedaliera universitaria Ospedali Riuniti. Alla fine, per fortuna, irrompe la realtà.

 

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