Vai al contenuto

Messina Denaro, de Magistris: “Inquietante l’annuncio di Baiardo”

Luigi de Magistris, il giorno dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro che idea si è fatto?
“In primo luogo che, con successo magistrati e carabinieri hanno assicurato alla giustizia l’ultimo boss dell’ala stragista di cosa nostra. Poi penso alle coperture di cui ha goduto dalla borghesia mafiosa per 30 anni. Poi al fatto che si chiude in modo simbolico ed eclatante una fase della strategia politica di cosa nostra, quella dell’attacco militare allo Stato, che dal 1992/1993 è stata sostituita dalla trattativa durante le bombe per passare alla convivenza stato-mafia”.

Una certa politica si è ovviamente presa i meriti. Quanto possono influire i governi in operazioni così lunghe e complicate?
“Un governo appena insediato quasi per nulla, semmai l’arresto di Messina Denaro potrebbe essere un segnale che qualcuno vuole dare al nuovo governo. Quando cambiano equilibri politici e si prefigura anche una nuova stagione di riforme strutturali sulla giustizia diversi possono avere interessi a posizionarsi”.

Ma a che punto è la lotta alla mafia nel nostro Paese?
“C’è un calo di tensione preoccupante, a tutti i livelli. Il Palamaragate ha fatto scendere ai minimi storici la fiducia in una parte della magistratura. Le riforme normative e da ultimo la “Cartabia” spuntano le armi di contrasto e delineano sempre più un magistrato burocrate e conformista. Le mafie che abbandonano la strategia militare di attacco al cuore dello Stato e decidono di infiltrarsi con il silenziatore abbassano anche il livello di attenzione dell’opinione pubblica. Per non parlare delle motivazioni del processo d’appello sulla trattativa stato-mafia dove nell’assolvere importanti uomini delle istituzioni i giudici arrivano a dire che trattare non è reato se il fine è scongiurare le stragi. Siamo alla legittimazione giudiziaria della convivenza”.

Cosa potrebbe cambiare nelle mafie dopo questo arresto?
“Si consolida definitivamente la strategia post-trattativa tra pezzi di stato e mafia che è penetrata sempre di più nella politica, nell’economia e anche nelle istituzioni a tutti i livelli. Il Paese senza i capitali delle mafie andrebbe in default e le collusioni arrivano fino agli apparati di controllo delle istituzioni, magistratura compresa”.

Fa molto discutere l’intervista di Salvatore Baiardo che preannuncia l’arresto. Che ne pensa
“Inquietante per lucidità e preveggenza. Del resto più di un indizio lascia sospettare che ci sia altro. Questo altro bisogna capire cos’è”.

Ma Stato e mafia trattano ancora
“Credo siamo alla fase finale della trattativa, potremmo vedere altri atti che sono il prodotto della trattativa, siamo alla convivenza non traumatica e il fiume di denaro pubblico che si sta riversando sul nostro Paese è il miglior cemento del rapporto tra mafie e pezzi di Stato. La mafia dei colletti bianchi vuole avere mani libere per mettere le mani in pasta”.

Che ne pensa delle polemiche sulla riforma delle intercettazioni?
“Le riforme che il governo vuole attuare sulla giustizia, in particolare ridimensionando l’uso delle intercettazioni anche per reati gravi, come quelli contro la pubblica amministrazione, renderà più difficile anche contrastare il rapporto tra mafia ed istituzioni. Invece di rafforzare l’azione della magistratura la si vuole indebolire e metterla sotto l’orbita del potere esecutivo ed allora addio ad indagini come quelle sulla trattativa stato-mafia”.

 

Leggi anche: Messina Denaro, i vertici dei Carabinieri: “Lo abbiamo sempre cercato in Sicilia. Non ci sono misteri, né segreti inconfessabili”

L’articolo Messina Denaro, de Magistris: “Inquietante l’annuncio di Baiardo” sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il senso del ridicolo su Matteo Messina Denaro

Era inevitabile che l’arresto del latitante più ricercato d’Italia scatenasse l’euforia che smutanda i vizi. Come la virologia e la geopolitica anche l’antimafia è un tema divertente su cui scannarsi, facile da strumentalizzare perché ricco di misteri e comodo per riempire le pagine dei giornali.

Sull’attribuzione del merito al governo Meloni (come vale da sempre per qualsiasi governo) tocchiamo le prevedibili vette della banalità della propaganda. Il governo che su qualsiasi argomento da giorni si difende spiegandoci che i problemi sono ereditati “dal governo precedente” e che “in tre mesi non si può risolvere tutto” vorrebbe convincerci di essere riuscito a risolvere l’arresto di Messina Denaro prima del problema di accise e bollette. Basta un po’ di logica per cogliere l’inganno. Ma è notevole anche l’orda di editorialisti che hanno il fegato di scrivere che “con il governo Meloni sono cadute le protezioni del boss”. I fatti – mica le opinioni – dimostrano che la latitanza di Matteo Messina Denaro è stata coperta da famiglie politiche appartenenti a una precisa area politica (in primis quella dell’ex senatore berlusconiano D’Alì). Va bene l’entusiasmo ma almeno evitiamo di cancellare la storia.

C’è poi il solito vizio di romanticizzare il boss e di raccontarlo come corpo alieno alla borghesia, alla politica e all’imprenditoria. Anche questo è già accaduto sia per Totò Riina sia per Bernardo Provenzano. Raccontarne i profumi, gli orologi, gli abiti, i profilattici è un errore di spostamento di attenzione. Ciò che ci interessa di Matteo Messina Denaro è capire chi lo ha protetto così a lungo, con chi ha fatto affari, chi ha fatto eleggere, con chi ha riciclato i suoi soldi. Volendo ci sarebbe anche da sapere chi fossero i veri mandanti dell’uccisione di Falcone e di Borsellino. Questi sono i punti. A meno che la romanticizzazione del boss non sia utile a indorare la sua prossima facoltà di non rispondere. Meno letteratura, più pressante richiesta di verità. Sarebbe meglio per tutti.

La latitanza. Ah, la latitanza. Matteo Messina Denaro frequentava il quartiere («usciva, salutava, faceva una vita normale», racconta un vicino di casa), era in cura nella clinica più prestigiosa di Palermo, scattava selfie insieme agli infermieri, scambiava messaggi con le pazienti della clinica per corteggiarle. Questo significa qualcosa in particolare? Troppo presto per arrivare a conclusioni. Un cosa è certa: che certi politici e commentatori vadano su giornali e televisioni a spiegarci che l’impunità e la libertà con cui si muoveva Matteo Messina Denaro lo rendessero ancora più difficile da individuare è una bestemmia illogica che non si può sentire.

Un po’ di serietà, per favore, sull’antimafia.

Buon mercoledì.

Nella foto: Matteo Messina Denaro nel 1993 (identikit della Polizia di Stato)

L’articolo proviene da Left.it qui

Corsa a saltare sul carro dell’Antimafia. E a frenare la Commissione

Chissà se questa nuova passione per l’antimafia dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro dalle parti del governo li convincerà finalmente a muoversi per istituire quella Commissione Antimafia che era stata tutt’altro che prioritaria fino a ieri.

Chissà se l’arresto di Messina Denaro dalle parti del governo li convincerà finalmente a muoversi per istituire la Commissione Antimafia

Lo scorso 27 dicembre con una lettera firmata da Luigi Ciotti inviata al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al Presidente della Camera Lorenzo Fontana e del Senato Ignazio La Russa e a tutti capigruppo della Camera e del Senato, Libera e le associazioni aderenti alla rete, hanno chiesto al Parlamento l’istituzione in tempi brevi della Commissione Bicamerale d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e delle altre organizzazioni criminali.

La Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali – scriveva Libera nell’appello – non è una commissione parlamentare permanente, ma necessita di essere istituita con legge ad ogni nuova legislatura. Per questa ragione fin dal primo giorno dell’insediamento delle Camere, numerosi senatori e deputati hanno depositato il disegno di legge per la sua istituzione, consci che sia una priorità per il nostro Paese.

Meloni e i suoi hanno promesso di esaminare alla Camera la proposta di legge sull’istituzione della Commissione il prossimo 27 gennaio. Come ribadisce Libera i tratta di un primo passo importante che risponde alla richiesta avanzata dalla rete di associazioni aderenti a Libera. La calendarizzazione è una buona notizia ma è importante che si lavori velocemente per l’istituzione della Commissione e che questa lavori alacremente per leggere ciò che sta avvenendo sui territori e avanzi accanto alla denuncia delle proposte utili a liberare il Paese dalla morsa degli interessi criminali e dalle troppe connivenze di cui godono.

Le numerose inchieste portate avanti da magistrati e forze dell’ordine dimostrano con chiarezza che mafie e corruzione sono ancora forti e che c’è bisogno di uno scatto, di un sussulto di coscienza prima che sia troppo tardi.

“La pandemia e la crisi economica – scrive l’associazione fondata da don Ciotti – che stiamo vivendo conducono molte persone ad occuparsi delle emergenze quotidiane da affrontare, ma c’è un filo rosso che tiene unite le grandi diseguaglianze globali, le speculazioni finanziarie, le mafie e la corruzione. È il filo della criminalità dei potenti, delinquenti che trovano il modo di stringere sodalizi a scapito di ampie fasce della popolazione, che rischia di sentirsi sempre più impotente e di essere in via crescente impoverita. Le numerose inchieste portate avanti da magistrati e forze dell’Ordine dimostrano con chiarezza che mafie e corruzione sono ancora forti e che c’è bisogno di uno scatto, di un sussulto di coscienza prima che sia troppo tardi. Nella politica del Paese il problema delle mafie è un argomento messo da parte: è giunto il momento di diventare più presenti in quei contesti scomodi e lontani dove le mafie proliferano”.

Ieri l’arresto di Messina Denaro sembra finalmente avere svegliato qualcuno: “È urgente l’istituzione della commissione antimafia. Credo che questa straordinaria cattura imponga ai partiti un’assunzione di responsabilità. Occorre che anche in questa legislatura venga istituita, con legge e con la massima urgenza, la commissione antimafia”, ha dichiarato ieri il senatore Pierantonio Zanettin, capogruppo di Forza Italia in commissione Giustizia al Senato, dimenticando di essere al governo con il suo partito.

Noi siamo qui ad aspettare. Scoprire chi ha protetto per trent’anni il più importante latitante di Cosa nostra è già il primo interrogativo per la commissione che verrà.

Leggi anche: Un colpo al cuore della mafia. Ma la guerra non è affatto vinta. La cattura di Messina Denaro non è la fine. Troppe le domande senza risposta per poter festeggiare

L’articolo Corsa a saltare sul carro dell’Antimafia. E a frenare la Commissione sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il vero problema: la disuguaglianza che cresce

In Italia, i super ricchi con patrimoni superiori ai 5 milioni di dollari (lo 0,134% degli italiani) erano titolari, a fine 2021, di un ammontare di ricchezza equivalente a quella posseduta dal 60% degli italiani più poveri. È quanto emerge dai nuovi dossier di Oxfam diffusi per l’apertura del World economic forum di Davos

«Nel biennio pandemico ’20-’21 – si legge nel report dedicato alle sperequazioni globali, La disuguaglianza non conosce crisi – l’1% più ricco ha visto crescere il valore dei propri patrimoni di 26.000 miliardi di dollari, in termini reali, accaparrandosi il 63% dell’incremento complessivo della ricchezza netta globale (42.000 miliardi di dollari), quasi il doppio della quota (37%) andata al 99% più povero della popolazione mondiale. Battuto dunque il record dell’intero decennio 2012-2021, in cui il top-1% aveva beneficiato di poco più della metà (il 54%) dell’incremento della ricchezza planetaria. Per la prima volta in 25 anni aumentano inoltre simultaneamente estrema ricchezza ed estrema povertà».

«Mentre la gente comune fa fatica ad arrivare a fine mese i super-ricchi hanno superato ogni record nei primi due anni della pandemia, inaugurando quelli che potremmo definire i ruggenti anni 20 del nuovo millennio. – ha dichiarato Gabriela Bucher, direttrice esecutiva di Oxfam international – Crisi dopo crisi i molteplici divari si sono acuiti, rafforzando le iniquità generazionali, ampliando le disparità di genere e gli squilibri territoriali. Pur a fronte di un 2022 nero sui mercati a non restare scalfito è il destino di chi occupa posizioni sociali apicali, favoriti anche da decenni di tagli alle tasse sui più ricchi, che ne hanno consolidato le posizioni di privilegio. Un sistema fiscale più equo, a partire da un maggiore prelievo sugli individui più facoltosi, è uno degli strumenti di contrasto alle disuguaglianze. Un’imposta del 5% sui grandi patrimoni potrebbe generare per i Paesi riscossori risorse da riallocare per obiettivi di lotta alla povertà a livello globale affrancando dalla povertà fino a 2 miliardi di persone».

«Tra il 2020 e il 2021 cresce la concentrazione della ricchezza in Italia», spiega poi una nota di Oxfam dedicata alle disuguaglianze nel nostro Paese intitolata Disguitalia. «La quota detenuta dal 10% più ricco degli italiani – prosegue la nota – (6 volte quanto posseduto alla metà più povera della popolazione) è aumentata di 1,3 punti percentuali su base annua a fronte di una sostanziale stabilità della quota del 20% più povero e di un calo delle quote di ricchezza degli altri decili della popolazione. La ricchezza nelle mani del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41,7% della ricchezza nazionale netta) a fine 2021 era superiore a quella detenuta dall’80% più povero dei nostri connazionali (il 31,4%). I super ricchi con patrimoni superiori ai 5 milioni di dollari (lo 0,134% degli italiani) erano titolari, a fine 2021, di un ammontare di ricchezza equivalente a quella posseduta dal 60% degli italiani più poveri».

«Nonostante il calo del valore dei patrimoni finanziari dei miliardari italiani nel 2022, dopo il picco registrato nel 2021, il valore delle fortune dei super-ricchi italiani (14 in più rispetto alla fine del 2019) mostra ancora un incremento di quasi 13 miliardi di dollari (+8,8%), in termini reali, rispetto al periodo pre-pandemico – si legge ancora in Disguitalia -. Seppur attenuata fortemente dai trasferimenti pubblici emergenziali, cresce nel 2020 – ultimo anno per cui le dinamiche distributive sono accertate – la disuguaglianza dei redditi netti, per cui l’Italia si colloca tra gli ultimi paesi nell’Ue. La povertà assoluta, stabile nel 2021 dopo un balzo significativo nel 2020, interessa il 7,5% delle famiglie (1 milione 960 mila in termini assoluti) e il 9,4% di individui (5,6 milioni di persone). Un fenomeno allarmante che ha visto raddoppiare in 16 anni la quota di famiglie con un livello di spesa insufficiente a garantirsi uno standard di vita minimamente accettabile e che oggi vede quelle più povere maggiormente esposte all’aumento dei prezzi, in primis per beni alimentari ed energetici.

«Nuovi accordi tra le parti sociali sono particolarmente necessari per i circa 6,3 milioni di dipendenti del settore privato (oltre la metà del totale dei dipendenti privati) in attesa del rinnovo dei contratti nazionali alla fine del mese di settembre 2022» si legge nel comunicato Oxfam dedicato al nostro Paese. «Lavoratori che rischiano, con le regole di indicizzazione attuali, di vedere un adeguamento dei salari, calati in termini reali del 6,6% nei primi nove mesi del 2022, insufficiente a contrastare l’aumento dell’inflazione. Se il miglioramento del mercato del lavoro italiano nel 2022 dovrà essere valutato alla luce dei rischi di una nuova recessione, restano irrisolti i nodi strutturali della “crisi del lavoro” nel nostro Paese: la ridotta partecipazione al mercato del lavoro della componente giovanile e femminile, marcate e crescenti disuguaglianze retributive, il crescente ricorso a forme di lavoro non standard e conseguente diffusione del lavoro povero».

Ecco il primo punto di programma di un partito di sinistra.

Buon martedì.

* Foto di Manuel Alvarez da Pixabay

L’articolo proviene da Left.it qui

L’arresto di Messina Denaro non è una fine, è un inizio

Quando gli si sono avvicinati i carabinieri nella clinica Maddalena di Palermo in cui era arrivato con il suo fiancheggiatore Giovanni Luppino a bordo di un’auto ha risposto: “Sono Matteo Messina Denaro”· U Siccu sapeva di essere in trappola, perfino quell’allontanamento verso il bar della clinica privata mentre gli uomini del Ros lo cercavano è uno stanco tentativo di allontanarsi che, raccontano, non è durato più di qualche secondo.

La cattura di Matteo Messina Denaro non è la fine della lotta alla mafia. Troppe le domande senza risposta per poter festeggiare

L’arresto dell’ultimo boss degli stragisti di Casa Nostra è già stato consegnato come fine di un’epoca dalle agenzie di stampa. L’ultimo capo dei capi, l’uomo che Riina aveva allevato con tanta cura prima di rimanerne deluso nei suoi ultimi anni di vita (arrivò perfino a dargli dello “sbirro”, anche questo è un mistero che aspetta di essere spiegato), viene catturato smagrito e stanco.

L’immagine dei carabinieri che lo portano fuori dalla caserma lo mostrano smagrito e stanco. Non c’è nulla mitologia di belle donne, isso e auto veloci. È un anziano uomo che mostra molto di più dei suoi sessant’anni. Gli è stata fatale sulla seduta di chemioterapia fissata da tempo. L’arresto di Messina Denaro è un fatto storico: 30 anni di latitanza sono un peso sulla coscienza che solo per qualche ora potrà essere lenito dalla soddisfazione del momento.

Fedelissimo dell’ala stragista di Cosa nostra, quella dei corleonesi, sarebbe stato presente al summit voluto da Riina, nell’ottobre del 1991, in cui fu deciso il piano di morte che aveva come obiettivi Falcone e Borsellino. I pentiti raccontano, poi, che faceva parte del commando che avrebbe dovuto eliminare Falcone a Roma, tanto da aver preso parte ai pedinamenti e ai sopralluoghi organizzati per l’attentato. Da Palermo, però, arrivò lo stop di Riina. E Falcone venne ucciso qualche mese dopo a Capaci.

Deve scontare diverse condanne per altrettanti omicidi, tra cui quello feroce del giovane Giuseppe Di Matteo strangolato e sciolto nell’acido dopo due anni di prigionia e le stragi in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. “Con le persone che ho ammazzato io, potrei fare un cimitero”, confidava a un amico. Ma l’arresto di Messina Denaro non è una risposta. È la prima di una serie di domande. La storia è tutt’altro che finita. La storia inizia adesso. Adesso sarà il tempo di capire come possa un latitante ricercato da tutti aver goduto di trent’anni di impunità, scarrozzando tra la sua Castelvetrano dove aveva i suoi affetti e le sue protezioni.

Chi ha protetto Matteo Messina Denaro finora Questa è la vera domanda

Ora si potrà rispondere alla pm Teresa Principato che nel 2012 era convinta di esserci arrivata vicinissima ma venne intralciata dai suoi stessi colleghi. A proposito: ieri quasi tutti hanno dimenticato il furto delle chiavette usb di Principato che le vennero sottratte dal suo ufficio, contenevano i numeri telefonici tenuti sotto controllo e tutti gli atti d’indagine. Chi ha protetto Matteo Messina Denaro finora Questa è la vera domanda.

Quella rete di protezione, fatta non solo di mafiosi, è ancora là, intatta, pronta a mettersi in moto per inseguire i propri interessi e per riattivarsi anche senza il padrino. Ci vuole memoria, oggi più che mai. Sui giornali e tra i commentatori, presunti esperti, ci si sgola per sottolineare l’applauso dei pazienti nella clinica palermitana al momento dell’arresto. Le scene di gioia le abbiamo viste in occasione degli arresti di Bernardo Provenzano e Giovanni Brusca. Perfino Falcone una volta disse a Borsellino «la gente comincia a fare il tifo per noi». Poi sappiamo com’è finita.

Sarò anche per questo che il fondatore di Libera don Luigi Ciotti avverte: “Ciò che però un po’ preoccupa è rivedere le stesse scene e reazioni di trent’anni fa: il clima di generale esultanza, l’unanime plauso dei politici, le congratulazioni e le dichiarazioni che parlano di “grande giorno”, di “vittoria della legalità” e via dicendo. Non vorrei si ripetessero pure gli errori commessi in seguito alla cattura di Riina, e di Provenzano. Le mafie non sono riducibili ai loro “capi”, non lo sono mai state e oggi lo sono ancora di meno, essendosi sviluppate in organizzazioni reticolari in grado di sopperire alla singola mancanza attraverso la forza del sistema”.

Matteo Messina Denaro ha modernizzato la mafia e ne ha fatto un partner dell’Italia apparentemente pulita. Ci è riuscito sicuramente a livello imprenditoriale, trasformando un elettricista di Alcamo, Vito Incastri, nel re della pale eoliche o mettendo le mani sui supermercati Despar e su un’etichetta di vino che s’è preso perfino un premio durante un Vinitaly.

A livello politico sappiamo dei suoi rapporti di lunga data con l’ex senatore berlusconiano Antonio D’Alì (condannato a sei anni di carcere). Ma i padrini veri non li conosciamo ancora. O forse semplicemente fingiamo di non volerli conoscere. Lo straordinario successo delle forze dell’Ordine e della magistratura non ha niente a che vedere con la politica che forsennata esulta.

“L’arresto di Matteo Messina Denaro, dopo 30 anni di latitanza e di ricerca senza sosta da parte delle Forze dell’Ordine, dimostra ancora una volta che lo Stato è più forte e la mafia non vincerà”, ha detto ieri Silvio Berlusconi. Come se la mafia non avesse già vinto, presentando il conto delle sue vittime sconfitte per la vigliaccheria della politica. Siamo sicuri che un arresto dopo 30 anni di latitanza sia una vittoria Questa è la domanda che bisognerebbe avere il coraggio di porsi. Non è stata sconfitta la mafia, per niente.

È stato inferto un duro colpo con l’arresto di un capo vecchio e malato, come è accaduto per il suo predecessore. La vera lotta alla mafia si può fare se Matteo Messina Denaro non diventerà, come quelli prima di lui, un feticcio da mostrare al mondo ma una chiave con cui aprire le porte.

Due mesi fa l’ex persona di fiducia di Messina Denaro, Salvatore Baiardo, profetizzò che con il nuovo governo sarebbe potuto arrivare “un regalino”: “Magari presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato e faccia una trattativa per consegnarsi lui stesso per fare un arresto clamoroso?”, disse intervistato da Giletti. Probabilmente è solo una coincidenza. Ma non è tempo di troppi festeggiamenti: la lotta alla mafia inizia ora.

L’articolo L’arresto di Messina Denaro non è una fine, è un inizio sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Non sono le pistole a uccidere le donne

Martina Scialdone aveva 34 anni. Era un’avvocata specializzata in diritto di famiglia, si occupava di donne vittime di violenza. Aveva deciso di incontrare il suo compagno al ristorante Brado, a Roma, zona Tuscolana. Voleva dirgli che era arrivato il momento di chiudere la loro relazione. Lui, Costantino Bonaiuti, 60 anni e un impiego all’Enav, è un appassionato di armi. In tasca aveva una pistola, la pistola che tutti guardano e descrivono come se fosse la vera colpevole del terzo femminicidio in questo primo scampolo di 2023.

La storia di Martina Scialdone. La 34enne uccisa a Roma dall’ex compagno appassionato di armi

Quella pistola l’ha estratta Bonaiuti, dopo un litigio che s’è fatto sempre più chiassoso e nervoso dentro il ristorante e si è trascinato sul marciapiede all’esterno. Un colpo a bruciapelo, al petto, alle 23.15. Lui ha provato a scappare, è durato poco, si è arreso quasi subito. Un uomo che incontra la propria compagna con aka consapevolezza che quello sarà l’incontro che sancirà la fine della relazione e lo fa con una pistola in tasca è il centro della storia che si dovrebbe raccontare in questi giorni.

Prima un uomo di 82 anni, Vittorio Cappuccini, ex agente della Polizia Municipale in pensione ha ucciso una donna di 70 anni, Oriana Brunelli, sparandole in un parcheggio a Bellaria e poi si è suicidato. I due pare avessero una relazione. Il 5 gennaio a Genova, Andrea Incorvaia, guardia giurata di 32 anni, ha ucciso con la pistola di servizio la fidanzata di 23 anni, Giulia Donato, mentre dormiva e si è suicidato. Incorvaia faceva uso di psicofarmaci ma l’azienda di GPG ne era all’oscuro. In 14 giorni, 3 femminicidi nel 2023.

Tutti commessi da legali detentori di armi. Le armi detenute legalmente di rado servono per la legittima difesa. Vengono invece più spesso usate per commettere omicidi e femminicidi. Come si chiede giustamente Giorgio Beretta, che di armi si occupa da una vita, perché i politici tacciono? Luca Traini, autore della tentata strage a Macerata nel 2018, ottenne la licenza per tiro sportivo (TaV) in 18 giorni. Era un legale detentore di armi ma non praticava nessuna disciplina sportiva. Gli sono bastati due bolle da 16 euro e un modulo prestampato.

Da tempo in molti chiedono l’introduzione di controlli psichiatrici e test tossicologici annuali sui legali detentori. Si discute di rilasciare le licenze solo a chi ne ha effettiva necessità o pratica realmente discipline sportive. Perché assistiamo inermi a una liberalizzazione nei fatti di cui non si è mai discusso? Le pistole non uccidono. A uccidere sono le persone che le impugnano.

L’articolo Non sono le pistole a uccidere le donne sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ci avevano già provato i fascisti ad arruolare Dante

L’imbarazzante ministro alla Cultura Sangiuliano continua a nuotare nel ridicolo. «So di fare un’affermazione molto forte, io sono convinto che Dante Alighieri sia il fondatore del pensiero di destra nel nostro Paese». Lo ha detto dal palco della convention di Fratelli d’Italia a Milano. «Quella visione dell’umano, della persona, delle relazioni interpersonali, ma anche la sua costruzione politica, credo siano profondamente di destra» ha aggiunto il ministro.

Non è uno scivolone e non è una novità. Come ricorda giustamente in un tweet il direttore di Oggi Carlo Verdelli «i fascisti del Ventennio, nella loro scenografia di cartapesta, #Dante lo avevano già arruolato: precursore del Duce. Proprio vero che la Storia si ripete: la prima volta come farsa, la seconda pure».

Ne scrisse in un articolo Nicolò Crisafi, che insegna letteratura italiana all’Università di Cambridge. La sua monografia Dante’s Masterplot and Alternative Narratives in the Commedia è in stampa per i tipi di Oxford University Press. «Dante era a un divario: da una parte era stato il simbolo dell’idealismo, delle speranze, e delle ansie risorgimentali per una patria da creare; dall’altra era diventato lo strumento retorico dello Stato liberale che l’aveva incarnata tradendone le aspettative più alte. Fu – scrive Crisafi –  tra queste delusioni e polemiche che il fascismo mise mano a Dante. Nel momento in cui si impadronì del potere, lo Stato fascista non si fece problemi a sfruttare il nazionalismo del Dante risorgimentale epurandone però con cura il lato vulnerabile e oppresso e facendone invece a sua volta uno strumento per opprimere, confinare, esiliare, ed arrestare. In un suo scritto dantesco del 1928 (dedicato proprio all’Italo Balbo celebrato dai manifesti di mio zio Carlo) il capitano della Regia Guardia di Finanza Pietro Jacopini faceva di Dante uno strumento del potere: “Dante […] è un precursore del Fascismo e, se fosse vissuto ai giorni nostri, ci avrebbe onorato sicuramente della sua compagnia, impugnando il manganello contro tutti i socialisti e i comunisti rinnegatori e disgregatori della Nazione”».

Aldo Cazzullo in risposta a una lettera al Corriere ricorda come «il fascismo ovviamente rivendicò Dante per sé, fin da quando nel 1921, a seicento anni dalla morte, Italo Balbo guidò una “marcia su Ravenna” conclusa davanti alla fatidica tomba. E Margherita Sarfatti, la donna che creò Mussolini, venerava Dante, al punto che quando si interrogava sul futuro apriva la Divina Commedia, leggeva una terzina a caso e vi cercava un’indicazione per quel che doveva fare o una profezia per quel che sarebbe accaduto».

Non avviene nulla per caso. Nulla.

Buon lunedì.

La foto del monumento a Dante Alighieri a piazza Santa Croce a Firenze (1865), Jörg Bittner (Unna) – Opera propria

L’articolo proviene da Left.it qui

Lacrime di coccodrillo sulla legge Cartabia, chi l’ha votata ora è pentito

Eccoli che si sono svegliati. Il primo effetto della riforma Cartabia è quello di seminari pentiti politici che cominciano a sbocciare dappertutto. Il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove in un’intervista lancia un allarme tardivo: “è vero, la legge dice che ci sono due anni di tempo, ma i fatti di Palermo ci dicono che non possiamo aspettare così a lungo”, ha affermato il sottosegretario.

Disastri a raffica

Il riferimento è a Giuseppe Calvaruso e ai sodali Giovanni Caruso e Silvestre Maniscalco accusati del sequestro e del pestaggio a sangue di due mafiosi per una rapina non autorizzata da Cosa Nostra per i quali la procura ha dovuto chiedere l’inefficacia della custodia cautelare perché le vittime non hanno confermato le accuse.

“Non possiamo pensare di mantenere l’obbligo di querela di parte per una serie di reati. E se la vittima non ha il coraggio di presentarla perché e’ stata contattata o si sente in pericolo? E se la ritira perché ha subito minacce? Questa norma riguarda anche reati gravi”. “Penso che per una serie di reati che stiamo valutando non debba essere necessaria la querela per le condanne”, ha sottolineato Delmastro.

Peccato che il sottosegretario (di Fratelli d’Italia) dimentichi le proprie responsabilità politiche. Così tocca alle deputate del M5S Stefania Ascari, Valentina D’Orso, Carla Giuliano e la coordinatrice del comitato Giustizia del Movimento cinque stelle, Giulia Sarti ricordarglielo.

Memoria corta

“Nelle affermazioni rilasciate oggi ad un quotidiano, il sottosegretario alla Giustizia di Fratelli d’Italia Delmastro dimostra di non conoscere i fatti nonché gli atti parlamentari. Quando gli viene ricordato che Fratelli d’Italia si astenne sul parere favorevole al decreto legislativo che stabiliva quali reati diventavano procedibili a querela anziché d’ufficio, il sottosegretario afferma candidamente di non ricordare questo fatto e di dover fare una verifica.

Gli agevoliamo noi il lavoro: il 15 settembre in commissione Giustizia alla Camera fu il deputato Vinci ad annunciare l’astensione di Fratelli D’Italia. Venne invece ignorato il parere alternativo proposto dal Movimento cinque stelle, che chiedeva proprio di cancellare quella e altre parti del testo che a nostro avviso si sarebbero rivelate estremamente pericolose. Purtroppo siamo stati facili profeti”.

Nel pomeriggio di ieri perfino la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno ammette di condividere “l’allarme del Preside del Tribunale di Palermo Antonio Balsamo sulla riforma Cartabia noi abbiamo fatto parte di un governo e io più volte, in interventi pubblici, ho fatto presente che una serie di interventi del ministro Cartabia avrebbero potuto avere quelle conseguenze che adesso si sono verificate”, dice. “Tutto quello che ora sta succedendo era stato indicato da me come possibile conseguenza”, spiega.

Errare è umani ma è umano ma…

Se ne sono accorti tutti oggi, dopo avere passato mesi a chiunque osasse avanzare anche una timida critica. A dire il vero si sono convinti quasi tutti. Il Pd continua imperterrito a sostenere Cartabia come candidata al Csm. Qualcuno avanza l’ipotesi che all’ex ministra spetti il ruolo di vicepresidente.

Nessuna smentita dei Dem, un’assenza che suona come una quasi conferma. E nessuno riflette sulle porte girevoli (a proposito di separazione dei poteri) di un’ex giudice della Corte Costituzionale che diventa ministra (apolitica, sì, del partito di Mattarella) e ora andrà al Csm per difendere la Giustizia dalle intromissioni della politica. Ma anche questo, vedrete, tra qualche tempo diventerà un pentimento generale su cui convergeranno quasi tutti.

L’articolo Lacrime di coccodrillo sulla legge Cartabia, chi l’ha votata ora è pentito sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Gratteri contro la riforma Cartabia: “Un disastro annunciato”. Il magistrato aveva messo in guardia sui rischi, ma è stato ignorato

La riforma Cartabia Un disastro. Non usa mezze parole il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri che, ospite a The Breakfast Club su Radio Capital, ha voluto dire la sua:  “Tre presunti mafiosi a Palermo sequestrano, picchiano e minacciano una persona. Questa persona terrorizzata non denuncia e allora contro questi mafiosi non si può procedere. A Jesi un albergo è stato svaligiato, il proprietario non si trovava, era in ferie e i ladri non sono stati arrestati. E questi sono solo i primi esempi. La criminalità organizzata andrà a svaligiare alberghi gestiti da stranieri, che vivono all’estero e che non si troveranno per fare le denunce. Il senso di questa norma è ridurre il numero dei processi, ma non si riducono così i tempi della giustizia. Così semplicemente non si fanno i processi. Cambiare la riforma Basta un decreto legge. È solo questione di volontà politica e penso che ci sia questa volontà. Qualche politico ha già preso posizione. Anche le opposizioni si adegueranno, dal Movimento 5 stelle al Pd, anche se i parlamentari del Pd sono stati i primi a votare la riforma Cartabia. Sono preoccupato per questa riforma, come cittadino e come magistrato”, aggiunge. 

Senza appello

Il giudizio di Gratteri nei confronti della gestione Cartabia, del resto, era tutt’altro che positivo fin dall’inizio. Già lo scorso settembre aveva lanciato l’allarme: “Le riforme di quest’ultimo anno non le avrei mai immaginate possibili – affermava il magistrato – a cominciare dall’improcedibilità. Con queste leggi, il 50% dei processi non arriveranno alla conclusione, non si celebreranno. Come se nulla fosse avvenuto. Questa la grande riforma che ha chiesto l’Europa No. L’Europa ci ha chiesto di velocizzare i processi, non di non celebrarli”.

Secondo Gratteri, queste riforme non hanno nulla a che vedere con il funzionamento della macchina giudiziaria. “A 30 anni da mani pulite è arrivato il momento della resa dei conti della politica – avvertiva – Quale momento migliore ora che la credibilità è ai minimi termini?”. Oggi il suo giudizio non cambia: “molte, ma veramente molte disposizioni vanno radicalmente cambiate”, ripete Gratteri in ogni intervista. E ora cominciano a pensarlo in tanti.

L’articolo Gratteri contro la riforma Cartabia: “Un disastro annunciato”. Il magistrato aveva messo in guardia sui rischi, ma è stato ignorato sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui