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Il processo Open Arms e la guerra vigliacca tra i peggiori politici

Il processo Open Arms che vede imputato Matteo Salvini per non avere fatto sbarcare i 147 migranti a bordo dell’imbarcazione a bordo dell’Ong lo ricorderemo (o forse lo rimuoveremo) come la più alta confessione della bassezza della politica negli ultimi anni in Italia. Ricorderemo che una pessima stampa ha svolto un pessimo servizio alla verità mettendo sotto accusa Open Arms che invece sarebbe la parte lesa, in barba al pruriginoso garantismo che viene sventolato quando serve a proteggere qualche amico potente. Ricorderemo le parole dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte che in un’Aula di tribunale ha testualmente detto: «Il tema dell’immigrazione è stato sempre un tema di propaganda politica. Il ministro ha sempre avuto delle posizioni molto chiare per quanto riguarda la gestione del problema migratorio».

Conte-Salvini, la sfida tra il «debole» e il «rigoroso»

L’ex premier scrisse anche una missiva aperta al leader della Lega lamentando la diffusione non fedele del contenuto di una lettera del 14 agosto. «Siamo al 15 agosto, ci avviavamo verso la crisi di governo e una probabile competizione elettorale, il tema immigrazione è sempre stato caldo per la propaganda politica ed era chiaro che in quella fase Salvini, che ha sempre avuto posizioni chiare sulla gestione del problema, volesse rappresentare me come un debole e lui invece come rigoroso. Scrissi la lettera aperta perché mi infastidiva intanto che uno scritto da me inviato al ministro fosse stato diffuso dal destinatario senza la mia autorizzazione. Inoltre avrei gradito che fosse rappresentato per quel che era».

La disfatta di Salvini e Conte alle Amministrative preoccupano Draghi
Giuseppe Conte e Matteo Salvini (Getty Images).

Tutta una questione di «competizione elettorale»

Conte ha spiegato di essere infastidito dal «fatto che una lettera che era mirata a risolvere un problema fosse stata diffusa dal destinatario senza chiedere al mittente l’autorizzazione. Fermo restando che se il presidente del Consiglio scrive al ministro ci può stare, ma avrei gradito che fosse rappresentata nella sua puntualità. Qui invece colgo il clima incandescente rispetto a una competizione elettorale che poteva essere imminente e si voleva rappresentare un presidente del Consiglio debole sul fenomeno immigratorio, mentre il ministro dell’Interno aveva una posizione di rigore, questo era il clima politico di quel periodo».

Sofferenze inflitte dai politici a persone inermi

Basterebbero queste parole per comprendere in modo cristallino, al di là dell’aspetto giudiziario, che sulla pelle migranti si gioca una guerra vigliacca con politici che fanno a gara a chi ce l’ha più lungo. Non basta questo per vergognarsene? Come racconteremo ai nostri figli che c’è stato un tempo in Italia in cui le massime cariche dello Stato misuravano la propria autorevolezza sulle sofferenze che erano in grado di infliggere su persone inermi? Dov’è la Costituzione? Dov’è la carità cristiana che quelli indossano, baciano, venerano come un orpello elettorale?

Il processo Open Arms e la guerra vigliacca tra i peggiori politici
Migranti a bordo della Open Arms. (Getty)

Far sbarcare i minori? Solo per questioni legali

Sostiene Conte che sollecitò «il ministro Salvini a far sbarcare i minori a bordo della Open Arms perché secondo me era un tema da risolvere al di là di tutto. Cercai di esercitare una moral suasion sulla questione perché mi pareva che la decisione di trattenerli a bordo non avesse alcun fondamento giuridico». Capito? A spingerli non fu la normale pietà umana, ma il terrore di essere illegali. Il primato della politica (che dovrebbe arrivare “prima” della legge) si schianta contro il frugale terrore di incorrere in sanzioni. C’è qualcosa di più piccolo e vile?

Di Maio e i «taxi del mare», prima ancora Minniti

Poi magari ci permetteremo anche di ricordare che i “cattivi” di questa storia sono diventati avversari e in alcuni casi hanno addirittura invertito le proprie politiche. Magari ci ricorderemo che in quella brutta storia appare come comparsa anche quel Luigi Di Maio che parlò di «taxi del mare» e per un breve periodo è diventato simbolo dei “progressisti” con tanto di candidatura sostenuta dal Partito democratico. E ci verrà facile collegarci con quell’ex ministro dem, Marco Minniti, che diede il via a questa sciagurata discesa negli inferi. Verrà, verrà eccome, il giorno in cui si riconoscerà la responsabilità diffusa di una disumanità molto più bipartisan di come la vorrebbero raccontare.

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Valditara porta gli studenti in tribunale

Sul solco di un governo che per governare continua a fare opposizione si inserisce di gran lena anche il ministro dell’Istruzione e il Merito, Giuseppe Valditara, che non ha trovato di meglio da fare che impegnare gli avvocati del suo ministero per una denuncia contro gli studenti.

Il ministro dell’Istruzione Valditara non ha trovato di meglio da fare che impegnare gli avvocati del suo ministero per una denuncia contro gli studenti

Mercoledì scorso la Rete degli Studenti di Milano manifesta davanti agli uffici Inail per protestare contro il mancato risarcimento alla famiglia di Giuliano de Seta, morto durante un progetto di alternanza scuola-lavoro nel mese di settembre. Risarcimento negato per la “mancanza di qualifiche” dello studente, che non era quindi considerato stagista a tutti gli effetti.

Gli studenti hanno imbrattato con vernice rossa la targa dell’Inail e hanno scritto con vernice bianca la parola “vergogna”. Ci sarebbe da capirli visto il tragico susseguirsi di deplorevoli morti nell’odioso sistema del tirocinio lavorativo.

Accade però che sui loro social gli studenti scrivano in un comunicato che “le tre morti che si verificano ogni giorno” sul lavoro, “oltre ai tre studenti morti in stage, non sono morti bianche, bensì posseggono dei mandanti ben precisi: da Confindustria a Mario Draghi, dall’Inail a Valditara, tasselli che compongono il mosaico di un sistema ora più che mai schiavo del profitto e del tutto disinteressato al capitale umano utilizzato per generarlo”.

Si sa, i giovani sono quasi tutti incendiari (anche se poi molti diventano addirittura pompieri) e tra i peccati di giovinezza c’è quell’alzare i toni che è tipico dei pezzi di società che devono urlare per farsi sentire. Un po’ avranno anche contribuito questi mesi passati a cianciare di “merito” che trasforma in sfigati e indolenti coloro che faticano e questa paternalistica reprimenda come re di tutti i mali di una scuola che intanto cade a pezzi, non ha personale e fa i conti con i continui tagli.

“L’alternanza scuola-lavoro uccide”. I ragazzi all’attacco, il ministro li querela

Il ministro Valditara avrebbe potuto esercitare il suo ruolo di ministro (e di adulto) e cogliere l’occasione dell’invettiva studentesca per illustrare le sue intenzioni ma ha preferito indossare i panni dell’assediato, com’è abitudine dei suoi compagni di governo. Le parole degli studenti, che hanno ribadito la loro contrarietà all’alternanza scuola-lavoro definendola “educazione allo sfruttamento ed alla precarietà” hanno scatenato l’ira funesta del ministro.

“Ho dato mandato ai miei avvocati di querelare i responsabili di queste dichiarazioni infamanti e gravemente diffamatorie. Con gli autori di questi comunicati non voglio aver nulla a che fare”, ha così sbottato Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, commentando il comunicato stampa diramato da Rete Studenti Milano.

“Quella di un ministro della Repubblica che querela degli studenti di scuola superiore è davvero una brutta e inedita immagine. Non credo sia mai accaduto nella storia del nostro Paese”, dice Elisabetta Piccolotti dell’Alleanza Verdi Sinistra. “Un ministro ha ruolo, visibilità e potere – prosegue l’esponente rossoverde della commissione cultura di Montecitorio – e non dovrebbe mettersi sullo stesso livello di ragazzi minorenni, che magari possono pure aver esagerato nel lanciare accuse o individuare responsabilità su quanto accade nell’alternanza scuola-lavoro che sempre più si rivela un flop educativo e con conseguenze pure drammaticamente inaccettabili.

Ma un ministro può difendere le proprie tesi e la propria onorabilità attraverso interviste o altri strumenti che possono raggiungere milioni di persone, e per questo non dovrebbe sentire il bisogno di usare le querele per difendersi da un volantino scritto da studenti di scuola superiore e che immagino sia stato stampato in poche decine di copie”. Chissà se ora Valditara querela pure lei.

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Quelli che li aspettavano Ancona

Ad Ancona c’era qualcuno, al porto, che aspettava la nave Geo barents. L’associazione Ambasciata dei diritti Marche era lì. Centinaia di persone erano lì con il corpo e avevano qualcosa da dire. Il comunicato dell’associazione dice tutto quello che c’è da dire.

«È evidente – si legge nella nota – come il governo italiano nell’assegnare il porto di Ancona alle due navi da soccorso Geo barents e Ocean viking volesse esporre l’equipaggio, gli armatori ed i naufraghi al pubblico ludibrio. Nelle stanze al calduccio del ministero degli Interni chissà con quale sadico divertimento si sono immaginati il loro elettorato deridere e farsi beffe di clandestini e zecche costretti ad un viaggio tanto penoso quanto inutile. La lunga lista di commenti pieni di odio nei vari social alla notizia dell’arrivo delle navi sembrava dipingere una comunità tra l’indifferenza e l’ostilità nei confronti dei naufraghi e dei loro salvatori».

«Oramai da anni il Viminale si è trasformato in una macchina di propaganda che genera odio nei confronti di migranti, profughi e richiedenti asilo – prosegue il comunicato -. Da Minniti passando per Salvini fino a Piantedosi il modus operandi è sempre lo stesso, un enorme strumento di distrazione di massa e costruzione di false emergenze, con tanto di mass media pronti a fare da cassa di risonanza come in un gregge di pecore. Di fronte a questa potenza di fuoco la sensazione di impotenza e di incapacità di reazione sembrava pervadere un po’ tutti. Eppure…»

«Eppure – continua il contributo di Ambasciata dei diritti Marche – la notizia dell’arrivo in città delle due navi ha generato un tam tam positivo tra associazioni e singoli individui che ha avuto fin da subito la capacità di squarciare il pesante velo che la politica razzista governativa voleva stendere sul nostro Paese. Game over … la pacchia è finita continuavano a commentare nel mondo virtuale dei social. Ma come la storia insegna la propaganda spesso fallisce ed ecco nascere in varie parti della città assemblee vere, dal vivo partecipate al di la di ogni più rosea previsione, tutte coordinate e decise nel dare il benvenuto alle persone soccorse ed ai loro soccorritori, ma allo stesso tempo ferme a svelare l’infamia che sta dietro alla politica governativa. Il moto positivo è stato talmente strabordante da rendere impossibile una gestione sincrona di tutte le iniziative poiché la volontà di testimoniare la vicinanza era irrefrenabile».

Chiosano così gli attivisti marchigiani: «Questo è successo ieri sera e sta succedendo questi giorni, centinaia di persone si sono riversate al porto per essere una unica voce di solidarietà, un clima meraviglioso che non si respirava da tempo, le chat di coordinamento esplodono di foto e di appuntamenti per vedersi. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di una sola goccia, speriamo sia quella (parafrasando Orso) che innesca una tempesta. L’ingiustizia è talmente chiara che solo una rivolta potrà porre rimedio, non esiste un diritto al sopruso, non è possibile tollerare la violenza gratuita nei confronti di chi non si può difendere. Carola Rakete agì correttamente, lo dice pure una sentenza, forzò il blocco navale per portare in salvo i naufraghi ed aveva ragione. Non ci è dato sapere chi avrà la capacità di ribaltare il tavolo ancora una volta, se sarà un equipaggio, i naufraghi stessi o qualcuno a terra in solidarietà con loro, la cosa certa è che più gocce cadranno più la tempesta si avvicinerà».

Buon venerdì.


* In foto, il presidio di attivisti presenti durante l’arrivo della nave dell’ong Geo barents al porto di Ancona. Immagine pubblicata nella pagina Facebook di Ambasciata dei diritti Marche

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Temperature marine record e oceani in ebollizione

Mentre in Italia nei dibattiti politici e televisivi qualcuno ha il fegato di mettere in discussione l’esistenza del surriscaldamento globale e del cambiamento climatico, nonostante praticamente tutta la comunità scientifica lo certifichi, il 2023 si apre con la notizia di un nuovo record relativo al riscaldamento degli oceani accompagnato da un aumento della stratificazione e dalla variazione di salinità delle acque che prefigurano quale sarà il futuro del mare in continuo riscaldamento.

Il 2023 si apre con la notizia di un nuovo record relativo al riscaldamento degli oceani accompagnato dalla variazione di salinità delle acque

Secondo lo studio Another year of record heat for the oceans, pubblicato ieri sulla rivista Advances in Atmospheric Science, nel 2022, per il settimo anno consecutivo, il contenuto termico delle acque dell’oceano ha segnato un nuovo record. L’articolo firmato da un team internazionale di 24 ricercatori di 16 istituti, evidenzia un valore record di calore accumulato nei primi 2000 metri di profondità dell’oceano nel 2022.

Nello specifico, rispetto al valore record raggiunto nel 2021, il contenuto di calore dell’oceano (OHC, Ocean Heat Content), stimato nel 2022 tra la superficie e i 2000 metri di profondità, è aumentato di circa 10 zetta joule (ZJ), equivalenti a circa 100 volte la produzione mondiale di elettricità del 2021, circa 325 volte quella della Cina, 634 volte quella degli Stati Uniti e poco meno di 9.700 volte quella dell’Italia. Per dare un’idea della enormità del valore di energia accumulato, 10 ZJ di calore possono mantenere in ebollizione 700 milioni di bollitori da un litro e mezzo di acqua per tutta la durata dell’anno.

Lijing Cheng dell’Accademia Cinese delle Scienze, nonché primo autore del lavoro, ha così commentato questi risultati: “Il riscaldamento globale dell’oceano continua e si manifesta sia con nuovi record del contenuto termico delle acque, ma anche con nuovi valori estremi per la salinità. Le aree già salate diventano ancora più salate mentre le zone con acque più dolci diventano ancora meno salate: c’è un continuo aumento dell’intensità del ciclo idrologico”.

Tre indicatori chiave del cambiamento climatico relativi all’oceano confermano il continuo aumento della temperatura in abbinamento a livelli sempre più elevati di salinità e all’aumento della sua stratificazione, ovvero la separazione dell’acqua in strati che può ridurre fino ad annullare il rimescolamento e gli scambi tra la superficie e le zone più profonde. I dati del 2022 confermano che tutti questi fenomeni continuano su scala globale anche se non in modo omogeneo nei vari bacini.

Preoccupa l’alterazione dei livelli di salinità per la vita degli ecosistemi

Tra le tante conseguenze, l’aumento della salinità e della stratificazione dell’Oceano può alterare il modo in cui il calore, il carbonio e l’ossigeno vengono scambiati tra l’oceano e l’atmosfera. Questo è un fattore che può causare la deossigenazione all’interno della colonna d’acqua che suscita forte preoccupazione, non solo per la vita e gli ecosistemi marini, ma anche per gli esseri umani e gli ecosistemi terrestri.

Tutto ciò contribuisce a ridurre la biodiversità marina, inducendo ad esempio specie ittiche importanti a spostarsi, provocando situazioni critiche nelle comunità dipendenti dalla pesca e la loro economia, originando quindi un effetto a catena sul modo in cui le popolazioni interagiscono con il proprio ambiente circostante.

Al tempo stesso, anomalie a livello meteorologico sono state ben evidenti nel 2022, che sarà ricordato per le ripetute ondate di calore in particolare nell’Europa occidentale con nuovi record di temperature atmosferiche in molti periodi dell’anno combinate ad una significativa riduzione delle precipitazioni. La conseguente siccità in queste aree ha influito negativamente non solo sulle attività agricole ma anche sulla qualità della vita delle persone (per gli elevati consumi energetici, per la climatizzazione e per la produzione dell’energia elettrica stessa), aumentando anche il rischio di incendi.

In altre aree si sono verificate invece alluvioni spesso sostenute dall’incremento di evaporazione nei mari più caldi. Tutto questo contribuisce a modificare il ciclo idrologico, rimarcando il ruolo interattivo che rivestono gli oceani. Il nostro Mediterraneo si conferma il bacino che si scalda più velocemente tra quelli analizzati nello studio, ma il contenuto di calore nel 2022 si attesta allo stesso livello del 2021 secondo le stime dello IAP-CAS (Institute of Atmospheric Physics, Chinese Academy of Sciences). I dati del modello di rianalisi del Mediterraneo prodotti e distribuiti dal servizio marino europeo Copernicus indicano invece una sua diminuzione rispetto al 2021.

Tali differenze possono attribuirsi alle diverse tecniche di elaborazione dei dati e alla loro distribuzione spazio-temporale. Variazioni di breve periodo (inter-annuali) sono comunque parte caratteristica del sistema e ulteriori approfondimenti sono attualmente in corso. Anche l’Oceano, come l’Europa e le città italiane, bolle. Con una temperatura media di 16.9 °C e solo 392.3 mm di pioggia il 2022 a Milano è stato l’anno più caldo e meno piovoso dal 1897 a oggi.

Tra febbraio e marzo vi sono stati 42 giorni consecutivi senza precipitazioni

Tra febbraio e marzo vi sono stati 42 giorni consecutivi senza precipitazioni, ma in generale tutto l’anno è stato caratterizzato da un susseguirsi di lunghi periodi siccitosi. L’unico episodio grandinigeno si è registrato il 9 maggio, mentre non vi sono stati eventi nevosi.

Non agire a sostegno dell’ambiente rischia di rallentare la crescita economica

E ieri Deloitte ha lanciato l’allarme: non agire preventivamente a sostegno dell’ambiente rischia di rallentare la crescita economica e impattare negativamente i livelli di occupazione: sono 800 milioni i posti di lavoro in tutto il mondo – circa il 25% dell’attuale forza lavoro globale – altamente vulnerabili al cambiamento climatico e al suo impatto sull’economia. E tutto questo non si lava via con un po’ d’acqua come la vernice sul muro del Senato.

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Tutte le Fake news di Piantedosi sui migranti

Il ministro dirottatore Piantedosi insiste, mostrando però una certa confusione. Pur di dare un senso a un Decreto sicurezza illegittimo di fronte alle leggi internazionali negli ultimi giorni dilaga su giornali e televisioni per dire la sua sull’immigrazione e cade, troppo spesso, in errore.

Piantedosi è riuscito candidamente a dire che nei primi due mesi di governo sono diminuiti gli sbarchi. Ma non è così

Ospite della trasmissione L’aria che tira su La7 il ministro dell’Interno riesce candidamente a dire che “i primi due mesi di azione di questo governo hanno fatto segnare una flessione della curva di crescita degli sbarchi rispetto all’anno precedente”.

Da quanto si è insediato il governo Meloni sono sbarcati sulle coste italiane quasi 23.400 migranti

In studio ovviamente nessuno lo smentisce eppure a Piantedosi basterebbe leggere i dati del suo ministero, gli basterebbe aprire il cassetto del suo ufficio. Come fa notare Pagella politica secondo i dati del Ministero dell’Interno infatti, nei due mesi successivi all’insediamento del governo, ossia da quella data al 22 dicembre 2022, sono sbarcati sulle coste italiane quasi 23.400 migranti. Nello stesso periodo del 2021, durante il governo Draghi, gli sbarchi erano stati oltre 12.600.

Nell’intervallo di tempo indicato da Piantedosi c’è stato dunque un aumento degli sbarchi dell’85,7 per cento. La percentuale di crescita raggiunge il 98,7 per cento se si guarda il periodo tra il 22 ottobre 2022 e il 10 gennaio 2023, il giorno dell’intervista del ministro. In questi quasi tre mesi gli sbarchi in Italia sono di fatto raddoppiati (+98,7 per cento), passando a circa 31.200 dagli oltre 15.700 dello stesso periodo a cavallo tra il 2021 e il 2022.

Più nel dettaglio, nei primi 10 giorni di gennaio del 2023 i migranti sbarcati sono stati 3.709: nello stesso periodo del 2022 erano stati 378 e nel 2021 287. Nel solo mese di dicembre 2022 gli sbarchi sono stati quasi 10.800, contro gli oltre 4.500 di dicembre 2021. I numeri dicono quindi che gli sbarchi, con buona pace del ministro, siano in crescita rispetto al passato. Volendo provare a essere un po’ più seri di questa continua e feroce propaganda potremmo ricordarci per l’ennesima volta che le politiche dei governi hanno un’incidenza minima sul fenomeno.

Gli studi più recenti indicano chiaramente che i due fattori principali che contribuiscono alle partenze dal Nord Africa sono le condizioni meteo e l’instabilità politica della zona. Sul meteo appare difficile che il governo di cui Piantedosi fa parte possa fare qualcosa mentre per la stabilità politica del continente bisognerebbe fare qualcosa di più (e di meglio) dell’assoldare qualche banda travestendoli da sedicente Guardia costiera per compiere il lavoro sporco che l’Europa vergognosamente appalta.

Ong calamite di profughi? È una vecchia balla già smontata

Per completare la serie di sciocchezze il ministro ha ritirato fuori dal cilindro ancora una volta l’astrusa teoria del pull factor secondo cui dei disperati rischierebbero la vita in mare non per salvarsi la pelle ma perché invitati dalle navi delle Organizzazioni non governative. Che le Ong possano avere un “effetto calamita” sulle partenze è una panzana che usa solo la destra italiana.

Rapporti dell’Università di Oxford, dell’Università di Londra, dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze e dell’Istituto Italiano per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) hanno dimostrato che non esiste un nesso causale tra le traversate nel Mediterraneo centrale e la presenza di navi di soccorso delle ONG che si occupano di Search and Rescue. Lo dimostrano anche diversi esempi concreti: dopo l’interruzione dell’operazione di salvataggio Mare Nostrum nel 2014, il numero di partenze e arrivi in Italia non è diminuito.

Al contrario, è aumentato, così come il numero di morti: 3.165 persone morte nel 2014 secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), 3.232 nel 2015. Qualcuno consigli al ministro dell’Interno di applicarsi di più.

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La vera accisa è questo governo

Nella commedia dell’assurdo a cui stiamo assistendo con questo governo di partiti “pronti” che sono ogni giorno più farsescamente impreparati si aggiunge l’atto delle accise sui carburanti. Come negli episodi precedenti (e nei prevedibilissimi episodi successivi) la risata è amara, forse un po’ malinconica, sicuramente salatissima.

Tipicamente, quando si tratta di Salvini e Meloni, non serve nemmeno entrare nei tecnicismi. I due leader di Lega e di Fratelli d’Italia hanno passato gli ultimi anni a utilizzare le accise sul carburante come fermenti vivi della propaganda. L’equazione è facile: si tratta di qualcosa che usano praticamente tutti, è un’ottima semplificazione del “costo” dello Stato e di quanto pesi in termini percentuali, è di facile comprensione. Ci rimangono in memoria le scenette dell’attuale presidente del Consiglio con il benzinaio e la lavagnetta su cui Salvini prometteva l’abolizione delle accise in diretta televisiva mentre irrideva il centesimo per la guerra in Abissinia.

La destra che si ritrova al governo del resto ha riempito i granai di voti con la politica più facile, l’opposizione fitta e sconclusionata che disegna la politica come un gioco da ragazzi finito semplicemente nelle mani dei ragazzi sbagliati. Conquistare un voto distratto promettendo che il pieno costerà meno è molto più semplice del dover spiegare cosa si intenda per giustizia sociale e del dover progettare una pianificazione delle risorse dello Stato. Solo che per loro sfortuna Meloni, Salvini e compagnia cantante hanno vinto. E qui inizia la farsa.

Il governo interviene sul taglio delle accise e il costo della benzina si alza. Giorgia Meloni spudoratamente dichiara di non averne mai promesso il taglio. Viene sbugiardata. Salvini intanto prova a eclissarsi ma si ritrova costretto ad alzare i pedaggi autostradali e quindi finisce nel fango. Ieri il vice capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Salvatore Sallemi ci ha spiegato che «se il governo avesse tagliato le accise non ci sarebbero stati fondi a sufficienza per sanità e famiglie», sfoderando addirittura un ricatto morale. Quelli non sanno più che fare e provano a urlare che l’aumento dei carburanti è “solo speculazione”. Falso: i dati del ministero dell’Ambiente dicono che per entrambi i carburanti il rialzo è stato di circa 16-17 centesimi al litro, dunque in linea con l’aumento delle accise da 18 centesimi dopo la fine dello sconto.

Intanto la Cna di Padova fa i conti per gli autotrasportatori: per il settore dell’autotrasporto il 2023 si apre con un aumento dei costi che può arrivare ad incidere per 10mila euro all’anno per ogni singolo veicolo pesante. A pesare è soprattutto lo stop allo sconto sulle accise, che porta l’Italia al terzo posto nella graduatoria dei prezzi del gasolio alla pompa più alti d’Europa (secondo l’Osservatorio sui prezzi dell’energia della Commissione europea). Quelli impazziscono. Paroli (di Forza Italia) dice che «oggi le risorse servono a tutelare famiglie e imprese dai rincari delle bollette». Altro ricatto: volete il caldo o l’auto? Fenomenale Farolfi di Fratelli d’Italia: «Se il governo avesse mantenuto la sospensione delle accise – dichiara -, avrebbe compiuto un’ingiustizia sociale». Insomma, lo stanno facendo per noi. E poi si sa che la giustizia sociale è il primo dei loro pensieri. In serata interviene Paolo Trancassini, deputato di Fratelli d’Italia: «Sulle accise solo menzogne». Insomma, ce lo siamo inventati.

La vera insostenibile accisa sono loro al governo, in effetti.

Buon giovedì.

La foto ufficiale del governo Meloni (Quirinale.it, commons.wikimedia.org)

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Unione popolare denuncia a Fanpage.it: “Ci impediscono di raccogliere le firme per le regionali in Lombardia”


Secondo quanto denuncia la candidata di Unione popolare a Fanpage.it, sia alcuni sindaci di centrosinistra che di centrodestra starebbero impedendo al movimento di raccogliere le firme per presentare la loro lista alle elezioni regionali in Lombardia. “Far sapere che c’è una lista più piccola dà fastidio”, denuncia Mara Ghidorzi.
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Milano metropoli dei 30 all’ora

A Milano dal 2024 si viaggerà a 30 chilometri orari in tutta la città. Lo ha stabilito il Consiglio comunale che ha approvato un ordine del giorno della maggioranza che invita il sindaco, Beppe Sala, e la sua giunta a proclamare Milano ‘Città 30’, istituendo il limite di velocità in ambito urbano a 30 chilometri orari a partire dal 1° gennaio 2024.

A Milano via libera ai nuovi limiti di velocità. Si parte dal 2024. La misura voluta dal sindaco Sala sulla scia della normativa Ue

Si tratta di una vera e propria rivoluzione della mobilità urbana che riprende la strategia di molte città europee, tra le quali: Graz, Grenoble, Helsinki, Valencia, Zurigo, Lilla, Bilbao. Il primo firmatario della proposta, il consigliere Marco Mazzei della Lista Sala, ha spiegato in Aula che “l’impatto tra un’automobile che viaggia a 50 chilometri orari e un pedone o un ciclista è quasi sempre fatale per l’utente leggero della strada, e al contrario l’impatto a 30 chilometri non è quasi mai letale e offre ampie rassicurazioni sulla minore gravità delle conseguenze”.

Nelle città poi, secondo dati Aci-Istat, riportati nell’ordine del giorno, avvengono oltre il 70% degli incidenti in Italia e tra le prime cause in assoluto c’è proprio l’eccesso di velocità. Questi incidenti in ambito urbano provocano il 43,9% dei morti e il 69,7% dei feriti.

Non è questione di mera ideologia: già il Piano nazionale per la sicurezza stradale (Pnss) dice che “dove ci possono essere impatti che coinvolgono veicoli e pedoni, la velocità dovrebbe essere ridotta a trenta chilometri orari” e una risoluzione del Parlamento europeo (la 2021/2014) invita ad “applicare la velocità massima di trenta chilometri all’ora, come regola generale, nelle zone residenziali e nelle zone con un numero elevato di ciclisti e di pedoni”.

Nella risoluzione approvata a Bruxelles i deputati sottolineano che ogni anno circa 22.700 persone perdono la vita sulle strade dell’Ue e circa 120mila rimangano gravemente ferite. I progressi compiuti per ridurre il tasso di mortalità stradale si sono arrestati e, di conseguenza, l’obiettivo di dimezzare il numero delle vittime della strada tra il 2010 e il 2020 non è stato raggiunto (il numero di morti sulle strade è sceso del 36%).

“Per questo, – si legge nella risoluzione – la Commissione europea dovrebbe elaborare una raccomandazione per l’introduzione di limiti di velocità di 30 km/h nelle zone residenziali e nelle zone con un numero elevato di ciclisti e di pedoni”. In Europa Parigi e Bruxelles hanno imposto il limite urbano di 30 chilometri orari, la prima dall’agosto del 2021 e la seconda dal gennaio del 2021. Dopo il primo anno di sperimentazione i risultati ottenuti sono stati un aumento del rispetto dei limiti di velocità, i morti sulle strade che si sono più che dimezzati e si sono ridotti in modo significativo i feriti gravi.

Puntuali sono arrivate le critiche del centrodestra con il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana in testa: “Forse il limite dei 50 km credo potrebbe essere più utile per evitare che si rischi il blocco della circolazione”, ha detto ieri Fontana ai giornalisti. Peccato che sia falso. La velocità media di un’auto in città “è già sui 10-12 chilometri orari”, come ha spiegato il consigliere Mazzei.

Il report dell’Ufficio prevenzione infortuni mostra che la riduzione del limite di velocità in area urbana non ha “nemmeno un influsso significativo sui tempi di viaggio”: si parla di due secondi ogni cento metri, che scendono a zero nelle ore di punta. C’è in compenso un ulteriore aspetto positivo: la sperimentazione nella città di Bruxelles indica che la riduzione della velocità ha ridotto mediamente il rumore stradale di 1,6 dB (A) durante il giorno e di 1,7 dB (A) durante la notte. Molto meno degli strilli degli antiambientalisti.

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Enti locali, Pertici: “L’obiettivo di abolirli ha lasciato un vuoto”

Professor Andrea Pertici, la senatrice Licia Ronzulli ha annunciato di avere pronto il ddl per il ripristino delle Province. Da una nostra verifica con la riforma Delrio, con tutti i suoi difetti, si è passati da una spesa di 14 miliardi a circa 5. È davvero una priorità?
“Non partirei dai costi. Il tentativo di abolizione delle Province non è andato a buon fine. E non solo perché gli italiani hanno saggiamente respinto la riforma costituzionale del Governo Renzi, ma anche e soprattutto perché ci si è presto resi conto che lo svolgimento di alcune funzioni amministrative può essere adeguatamente svolto solo a livello di ente intermedio. Ma un ente che svolge rilevanti funzioni amministrative deve avere un’adeguata legittimazione e poter essere chiamato a rispondere delle proprie scelte dai cittadini. Adesso i cittadini non sanno neppure quando gli amministratori comunali si votano tra loro per andare negli organi provinciali. Questo sistema era pensato da una legge (la Delrio) che aveva come prospettiva l’eliminazione delle Province. Oggi, appurato che le Province servono, occorre ripensarne il modello in relazione alle loro funzioni che sono, da un lato, quelle di amministrazione attiva e, dall’altro, quelle di coordinamento dei Comuni e di supporto agli stessi”.

Nella proposta tra l’altro si parla anche di abolizione dei ballottaggi in caso di vittoria sopra il 40 per cento “per risparmiare soldi” e per “evitare il mercato delle vacche”. Che ne pensa
“Questo è già stato previsto per le elezioni comunali siciliane. Ma mi pare una forzatura: se un candidato non ha raggiunto la maggioranza assoluta è più ragionevole che affronti il ballottaggio. Di nuovo, guarderei altrove per i risparmi”.

Cosa pensa delle riforme e del dibattito sulle province in questi anni, da Delrio in poi?
“Penso che sia stato un dibattito spesso confuso, connotato più dall’emotività che dal pragmatismo. Se si fosse fatto un minimo di approfondimento ci si sarebbe resi conto che le Province rappresentano l’ente locale maggiormente omogeneo, imprescindibile in un assetto territoriale come il nostro che vede Comuni tanto disomogenei – da 30 abitanti fino a 3 milioni – e Regioni spesso distanti e certamente meno vocate a svolgere funzioni di amministrazione attiva. Senza considerare che l’ambito provinciale è stato storicamente anche quello di riferimento per il decentramento amministrativo, anche se pure su questo alcuni accorpamenti poco riflettuti hanno ormai creato confusione”.

Da costituzionalista come giudica il trattamento che sta ricevendo la Costituzione (con le promesse di modifiche e con le proposte politiche in corso) da parte di questo governo?
“Su questo per ora non ci sono abbastanza elementi. In generale, direi a Meloni ciò che dicevo a Renzi: quando si parla della Costituzione i banchi del Governo devono essere sgombri. Ci si affidi al dibattito nelle Camere. In ogni caso, mi pare che la nostra forma di governo debba rimanere parlamentare: possono semmai essere introdotti alcuni correttivi. Il potere non deve diventare più verticale, puntando sul “capo”, ma più orizzontale, puntando ad una maggiore partecipazione degli elettori. Un governo con una così chiara base popolare dovrebbe saperlo tenere in considerazione”.

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Dal mare al carcere. Anche nel 2022

Arci Porco Rosso, Borderline Sicilia e Borderline-Europe anche quest’anno hanno continuato il progetto “Dal mare al carcere” sulla criminalizzazione dei cosiddetti scafisti che con questo governo sono ovviamente saliti alla ribalta.

Si parte dalla dichiarazione di Giorgia Meloni che, di fronte alla crisi con la Francia scaturita dal tentativo dell’Italia di bloccare l’ingresso e lo sbarco delle navi Ong che avevano prestato soccorso a centinaia di persone, sostiene: «Meglio isolare gli scafisti, non l’Italia». Affermazioni odiose, che alimentano la demonizzazione di chi non fa altro che condurre oltre la frontiera imbarcazioni di persone in fuga, cercando di imporre nuovamente la figura dello scafista al centro della conversazione, come capro espiatorio universale a cui si possa addossare la responsabilità della morte e della violenza che avviene alla frontiera marittima italiana.

Nel report si legge che «nel 2022, abbiamo contato il fermo di 264 persone in seguito agli sbarchi. Questa cifra non è scientifica, ma si basa su quanto riportato dai giornalisti, soprattutto nella stampa locale. Usando lo stesso metodo, l’anno scorso abbiamo contato 171 fermi, a fronte dei 225 fermi rivendicati dalla Polizia di Stato nel loro report annuale uscito ad aprile. Se abbiamo mantenuto lo stesso livello di precisione, possiamo stimare che il numero di fermi complessivamente nel 2022 è di 350 persone circa».

Il numero di fermi rappresenta una persona ogni 300 persone arrivate, una proporzione simile al 2021, e complessivamente anche simile al periodo 2014-2017. «Molto diverse rispetto a questo periodo, però, sono le nazionalità delle persone fermate. Negli anni successivi all’apertura della rotta libica, tantissime persone provenienti dall’Africa occidentale sono state arrestate, circa un quarto di tutti i fermi. Negli ultimi due anni, abbiamo contato meno di 10 fermi che coinvolgono cittadini di questi Paesi».

Le associazioni hanno seguito nel dettaglio 84 persone criminalizzate, 54 delle quali sono in carcere. «Quasi metà di loro provengono dal Nord Africa, e un terzo dall’Africa Occidentale. Gli altri da paesi asiatici, dall’Africa Orientale o dall’Europa dell’Est. Tra le persone che seguiamo ci sono due donne detenute, una proveniente dalla Russia e l’altra dall’Ucraina».

«Fare uscire la voce delle persone sotto processo e detenute è fondamentale per sfidare la narrazione attualmente dominante che mira a demonizzare le persone accusate di essere scafisti. Per questo motivo negli ultimi mesi ci siamo messə a disposizione di giornalisti che hanno pubblicato articoli di cronaca e inchieste importanti a tal riguardo. Il lavoro del gruppo Lost in Europe ha contributo all’approfondimento della questione dei minori stranieri accusati di essere scafisti, pubblicato, fra altre testate, su L’Essenziale e ANSA. Il Post International invece ha pubblicato un esaustivo articolo che riporta il caso di due cittadini turchi condannati a 12 anni di carcere in primo grado; siamo ora in contatto sia con gli imputati che i difensori. Lorenzo D’Agostino ha scritto per il Domani del caso di Helmi El Loumi , un ragazzo tunisino condannato per l’orrendo naufragio di novembre 2019, condannato ad otto anni di reclusione e con il quale manteniamo una corrispondenza epistolare. In più, la situazione in Italia è stata paragonata a quella in Grecia e Regno Unito da diversi giornalisti: per il New Humanitarian in inglese, e per La Liberation in francese. Si possono leggere tutti questi articoli e altri ancora nel nostro sito”, scrivono gli autori del rapporto.

Tutte queste storie hanno la stessa morale. Come scrivevano gli autori nel loro rapporto precedente la persecuzione sotto il profilo penale dei cosiddetti scafisti in Italia andrebbe letta nel contesto sempre più ampio della criminalizzazione della migrazione verso l’Europa. Nel caso dei cosiddetti scafisti, si tratta della criminalizzazione dell’atto di guidare una barca con a bordo migranti che fanno ingresso in Europa senza visto; va ricordato che i procedimenti penali contro i guidatori delle barche si svolgono non solo in Italia ma anche in Grecia, Spagna, le Canarie e il Regno unito: le tragiche situazioni che emergono da questa ricerca rappresentano, quindi, un tassello di un fenomeno di scala internazionale. Allo stesso tempo, questi eventi devono essere visti e analizzati anche tenendo conto del contesto italiano, un Paese in cui gli atti di solidarietà alle persone migranti sono presi di mira dalle procure, come dimostrato dai procedimenti penali aperti contro gli equipaggi delle missioni civili di ricerca e soccorso (Iuventa, Mediterranea) e dalla condanna in primo grado del Sindaco di Riace.

La realtà è molto più complessa di come ci piacerebbe che fosse. In quelle sfumature di grigio c’è il senso di responsabilità della politica, della stampa e dei cittadini.

Buon mercoledì.

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