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Quel filo che lega dai complottisti No Vax ai golpisti brasiliani

Andrea Sales i processi psicologici di massa li conosce bene. Da psicoterapeuta e docente universitario li studia, li insegna e li “usa” per formare il personale delle aziende. Professor Sales, vedendo le immagini che arrivano dal Brasile la domanda sorge spontanea: cosa spinge delle persone a mettere in pericolo la propria libertà per seguire i deliri di idoli che sono pronti a scaricarli immediatamente?
“Il ragionamento è già nella domanda. Primo: queste persone agiscono proprio perché vogliono assicurarsi la libertà e, nella loro visione del mondo, il cattivo è quello che ha vinto illegalmente (Lula) e il buono è quello che può garantire loro la libertà. Il secondo fattore importante è la reciprocità e il supporto del gruppo. Il senso di appartenenza (è una dinamica studiata addirittura nel 1895 con la psicologia delle folle) porta le persone a trarre forza dagli altri che la pensano come loro, come accade per gli ultrà nel calcio. Poi c’è il livello di ignoranza, questo indipendentemente da destra e sinistra: maggiore è l’ignoranza e più l’essere umano ha bisogno di riferimenti solidi”.

Ma come è possibile che così tante persone cadano nell’errore di credere a ciò che non è credibile, nemmeno reale?
“Le statistiche ci dicono che nelle zone di maggior povertà culturale è più alta la presenza di credenze fideistiche. Quando non conosci le persone hai bisogno di affidarti a qualcosa, a un pensiero. C’è un bias di conferma: se ci riconosciamo tra simili tendo a fidarmi di più”.

C’è un filo rosso nel meccanismo psicologico che abbiamo visto in pandemia e poi tra gli assalitori di Capitol Hill negli Usa e ora in Brasile?
“A un certo punto c’è una situazione “x” che richiede una presa di posizione e questa presa di posizione richiede uno schieramento. Io scelgo lo schieramento a seconda dei bias di conferma e a seconda di quello che ritengo essere più utile ai miei obiettivi e ai miei interessi. Nel momento in cui sentiamo di appartenere a un gruppo, qualsiasi, è più facile che prendiamo per buone anche le nuove asserzioni o affermazioni di quel gruppo. Perché ci fidiamo”.

Ma i leader, da Trump a Bolsonaro, sono poi stati smentiti dai fatti. Perché credergli ancora
“Perché se sostengo la mia posizione sostengo anche il fatto che ci sia un complottismo contro la mia posizione. Nel momento in cui sostengo una persona molto forte quando viene smontata devo mantenere la mia posizione altrimenti crollerei con lei. Quindi la sostengo fino alla morte”.

Quindi sono schieramento impossibili da spostare…
“Impossibili”.

Dobbiamo convivere con gli irrazionali?
“È sempre stato così. La storia è piena di queste cose. I grandi leader riescono a manipolare per fare massa. Creano un gruppo oligarchico e poi usano gli altri per fare manovalanza. È un potere psicologico. Saper usare la parola è una competenza irraggiungibile”.

Quindi l’allarme populismo è falso….
“Esattamente”.

E sconfiggere il populismo?
“È un’utopia nella quale credo perché significherebbe elevare il livello di ragionamento”.

C’è da essere pessimisti quindi…
“Ma no… Io tutti i giorni a modo mio nel mio piccolo cerco di educare le persone e farle ragionare. Molti lo fanno con il proprio lavoro. Dobbiamo avere il senso delle proporzioni: noi oggi lottiamo per cose che fra 40 anni saranno possibili”.

E il ruolo dell’informazione?
“La gente legge e vuole leggere tutto ciò che è coerenza narrativa con i loro pensieri. L’informazione è nella bolla, ormai è tutto così. È rarissimo trovare una possibilità di scambio: esiste solo lo spazio di conferma o quello di negazione. Anzi: di completa conferma o di completa negazione. Invece dovremmo essere educati allo spazio intermedio: quello di confronto. A me succede spesso di avere a che fare con pazienti o conoscenti che arrivano da me per chiedermi un consiglio ma hanno una decisione già presa”.

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L’Autonomia nuoce alla Salute. E allarga il gap sanitario Nord-Sud

Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, cosa pensa del disegno di legge sull’autonomia differenziata
“In uno scenario di maggiori autonomie regionali la sanità rappresenta una cartina al tornasole, considerato che il diritto costituzionale alla tutela della salute – affidato sulla carta alla leale collaborazione tra Stato e Regioni – è nei fatti condizionato da 21 sistemi sanitari che generano gravi diseguaglianze. Una attuazione tout court delle maggiori autonomie richieste è dunque inevitabilmente destinata ad amplificare le diseguaglianze di un SSN, oggi universalistico ed equo solo sulla carta: in altre parole, senza un contestuale potenziamento delle capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni, il regionalismo differenziato rischia di legittimare normativamente il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nel diritto alla tutela della salute”.

E rispetto alle tipologie di autonomie richieste?
“Alcune richieste di maggiore autonomia rappresentano oggi strumenti per fronteggiare la grave carenza di personale sanitario da estendere idealmente a tutte le Regioni: abolizione dei tetti di spesa per il personale sanitario e istituzione di contratti di formazione-lavoro per gli specializzandi per anticipare il loro ingresso nel mondo del lavoro, se realmente intesi come contratti sostitutivi delle attuali borse di studio. Altre forme di autonomia rischiano di sovvertire totalmente gli strumenti di governance nazionale in un momento storico in cui la riorganizzazione dei servizi sanitari legata alle risorse del PNRR impone proprio di ridurre le diseguaglianze regionali: dal sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione al sistema di governance delle aziende e degli enti del SSR, all’autonomia nella determinazione del numero di borse di studio per la scuola di specializzazione e per il corso di formazione specifica in medicina generale”.

La maggiore autonomia legislativa, organizzativa e amministrativa in materia di fondi sanitari integrativi che effetti può provocare?
“È un ambito in cui non esiterei a definire francamente “eversiva” una maggiore autonomia (richiesta peraltro solo dalla Regione Veneto), che darebbe il via a sistemi assicurativo-mutualistici regionali totalmente sganciati dalla normativa nazionale. Una normativa frammentata e incompleta che ha consentito sia l’ingresso strisciante delle assicurazioni sanitarie in un ecosistema che era stato creato per enti no-profit, sia l’utilizzo di fondi pubblici provenienti dalla defiscalizzazione dei fondi sanitari per alimentare lasanità privata”.

Ma è vero che il SSN, come si sente dire da alcuni, è così piatto e “troppo uguale”? Non erano proprio le disuguaglianze il vero problema del SSN?
“Una simile affermazione è frutto di ignoranza e/o malafede, perché i dati documentano rilevanti diseguaglianze e iniquità tra le 21 Regioni e Province autonome, sia in termini di offerta di servizi e prestazioni sanitarie, sia di appropriatezza dei processi, sia soprattutto, di esiti di salute. In ogni caso, se il SSN fosse “piatto”, ovvero se garantisse il diritto alla tutela della salute in tutte le Regioni, farebbe esattamente il suo dovere: quello che gli assegna l’art. 32 della Costituzione”.

Quali dovrebbero essere invece le misure per diminuire il gap tra nord e sud?
“Aumentare le capacità di indirizzo e verifica dello stato sulle Regioni, nel rispetto delle loro autonomie e della legislazione concorrente, secondo quanto previsto dall’art. 117 della carta costituzionale”.

 

Leggi anche: Autonomia differenziata, Calderoli vuole spaccare l’Italia a colpi di Dpcm. Ma le destre attaccavano Conte per averli usati durante la pandemia

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Soumahoro e il delitto perfetto (della sinistra)

La notizia che tutti sapevano irrompe nel pomeriggio. Un’agenzia riporta le parole di Aboubakar Soumahoro: «Mi ha francamente stupito e amareggiato, ad eccezione di qualche parlamentare, l’assenza della solidarietà umana e del supporto politico da parte del gruppo parlamentare Alleanza Verdi-Sinistra, con quale sono stato eletto da indipendente. Dopo un’attenta e sofferta meditazione sul piano umano e politico, ho maturato la decisione di aderire al gruppo parlamentare Misto, lasciando il gruppo Avs, per proseguire la mia attività di parlamentare».
Qualcuno si potrebbe aspettare delle spiegazioni. Soumahoro dice che è stato frainteso sulla sua frase del “diritto all’eleganza”: «Mi spiace sinceramente che non sia stato compreso ciò che realmente intendevo dire quando ho parlato di diritto alla moda e all’eleganza, laddove intendevo riferirmi al diritto di chiunque di vestirsi come meglio crede», spiega il deputato. Sono passate settimane e ancora non si è centrato il punto. Incredibile. «Tuttavia trovo davvero singolare che mi si chieda di esprimere un giudizio di valore circa foto della mia compagna risalenti a 4 anni prima che io la conoscessi», aggiunge Soumahoro. Non ha tutti i torti però qualcuno dovrebbe spiegargli che accade così: si diventa una personalità pubblica e i giornalisti scavano nel passato. È uno dei compiti della stampa.
Nel dossier del deputato (che dovrebbe chiarire tutto) si legge che le foto di Liliane Murekatete sono state riprese «da quotidiani, siti e rotocalchi che hanno sottolineato e commentato il suo modo di vestirsi, la tipologia di abbigliamento e accessori utilizzati, etc». «Soprannominata provocatoriamente ‘lady Gucci’ – prosegue il dossier – la donna è stata al centro di una serie di pesanti commenti e insinuazioni da parte della stampa e di opinionisti di varia natura». Impossibile dargli torto: i nemici di Soumahoro sono i templari del patriarcato e l’occasione per loro era imperdibile.
Una riflessione merita un altro passaggio. Il deputato osserva che qui da noi una persona di colore «va bene finché è un ‘negro da cortile’, finché protesta con gli striscioni, che che peraltro ho fatto mille volte e non smetterò mai di fare, se è povero e sta ai margini. Ma se prova a fare un salto di qualità immediatamente disturba». Spiega di avere chiesto chiarimenti nel 2021 sulla cooperativa di famiglia: «A fine 2021 lessi da alcuni articoli di stampa sulla mancata retribuzione ad alcuni dipendenti della Karibu e – pur non avendo alcun interesse diretto nelle cooperative – chiesi immediati chiarimenti a riguardo. Venni informato del fatto che non erano ancora pervenuti tutti i soldi necessari per pagare gli stipendi, che si erano sollecitati gli Enti pubblici, e che – così mi venne detto – auspicabilmente tutto si sarebbe risolto in tempi ragionevoli». È consapevole però dell’errore: «Alla domanda del perché io non mi sia immediatamente attivato per intervenire a sostegno dei lavoratori della Karibu in difficoltà, posso rispondere due cose: la prima, a giustificazione del tutto parziale, è che mentre ero fortemente impegnato con le mie attività sindacali e sociali sul territorio nazionale, avevo speranza che la situazione potesse rapidamente risolversi una volta arrivati i fondi pubblici attesi; la seconda è porre le mie scuse incondizionate a quei lavoratori, che avrebbero meritato da parte mia – in ogni caso e a prescindere da quanto sopra – una più sollecita attenzione. Quando una persona sbaglia, anche se solo per sottostima del problema e non in malafede, esiste una sola soluzione: scusarsi, ed impegnarsi a fare meglio in futuro affinché non capiti mai più».
Passa qualche minuto e la capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra spiega di non avere mai avuto occasione di parlare con il suo deputato dopo l’esplosione del presunto scandalo. Mai, ripete. In compenso le sue dimissioni sono arrivati solo in copia alla mail spedita al presidente della Camera Lorenzo Fontana. «Diciamo che Aboubakar ha fatto tutto da solo, non abbiamo più avuto nessun confronto, ne sappiamo di dossier. Mi sarei aspettata una comunicazione più diretta e meno burocratica», spiega ai giornalisti. Passa un’ora e interviene il leader dei Verdi Angelo Bonelli. Spiega che il dossier di Soumahoro “non fa chiarezza”: «Se io fossi stato in lui avrei aspettato non più di 48 ore per tirare fuori tutti i documenti e chiarire tutto quello che c’era da chiarire. E invece c’è stato silenzio», dice Bonelli. E aggiunge: «Avrebbe dovuto spiegare. Avrebbe potuto farlo. Anche nei rapporti padre-figlio, mio padre mi dava solidarietà se mi comportavo bene, se mi comportavo male, mi dava uno schiaffone. Se voleva solidarietà doveva essere chiaro».
«Siamo cornuti e mazziati», dice Bonelli. Anche la sinistra. Pensa gli elettori. Una storia in cui ci hanno rimesso tutti mentre la destra gongola.
Buon martedì.

 

*L’immagine di apertura è tratta da uno dei video del Dossier dell’onorevole Soumahoro

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Alternanza scuola-armi

Il mondo che sognano alcuni anche se non hanno il coraggio di ammetterlo è già qua. I senatori dell’Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi e Peppe De Cristofaro presentano un’interrogazione al ministro dell’Istruzione (e del merito, eh già) in cui chiedono conto sull’alternanza scuola-lavoro presso la «MES S.p.A., con sede operativa a Roma, in via Tiburtina 1292, su di un’area di circa 22.000 m², di cui la metà è dedicata alle attività produttive. La società opera da 60 anni nel settore militare e spaziale, ed è specializzata nella produzione di armi, in collaborazione con AID (Agenzie Industrie Difesa), progetta e produce munizioni per impiego terrestre, navale e aeronautico di piccolo, medio e grosso calibro, sistemi di autoprotezione “Chaff and Flares”».

I senatori sottolineano come sia «inopportuno che il sistema scolastico autorizzi percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (Pcto) presso aziende che producono armamenti militari o che siano impegnate nelle produzione di componentistica militare, ciò tanto sul piano della sicurezza personale e della salute dei ragazzi e delle ragazze, ma anche sul piano della compatibilità di progetti di tal fatta con gli obiettivi pedagogici ed educativi promossi dalla scuola pubblica, e ancora della loro compatibilità con i valori e i principi costituzionali».

Non è una storia nuova. Come scrive Antonio Mazzeo nel suo studio Scuole armate «in un articolo pubblicato in Peacereporter (“L’ingresso di AgustaWestland nelle scuole medie inferiori del territorio ”), il giornalista Ferrario sottolineava come “un altro anello importante della catena della produzione militare ”fosse rappresentato dal “rapporto tra le aziende a prevalente produzione bellica e le scuole del territorio, con il coinvolgimento dei comuni, indipendentemente dal colore partitico dell’amministrazione comunale” . Il giornalista puntò il dito contro l’opera di “reclutamento” dei giovani all’interno delle aziende controllate al tempo dal gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo): “Facciamo l’esempio di alcune situazioni in provincia di Varese che ha un’alta concentrazione d’aziende aeronautiche con AgustaWestland (a Samarate, Vergiate, Somma Lombardo e altri nuclei minori in altri Comuni), Aermacchi (Venegono Inferiore) e l’indotto a loro collegato (come è un’altra storica azienda aeronautica, la Secondo Mona) e Novara, che avrà un polo aeronautico d’importanza internazionale, come l’aeroporto militare di Cameri, dove Alenia Aeronautica assemblerà i cacciabombardieri F35». Nel suo report sono citati decine di esempi.

Lo scorso mese di luglio, ad esempio, presso la caserma di Solbiate Olona si è tenuto l’International Day 2022, «evento di consolidamento dei legami e di coesione condivisa degli aspetti culturali tra le nazioni partecipanti al Corpo di armata di reazione rapida NATO». A collaborare nella gestione degli stand della manifestazione come hostess e camerieri 44 studenti dell’Istituto alberghiero “Giovanni Falcone” di Gallarate. «Con piacere il Dirigente scolastico ha ricevuto espresso apprezzamento degli alti ufficiali della NATO per il comportamento degli alunni presenti, che ringrazia ed ai quali annuncia che sarà loro conferito un segno di riconoscimento della Organizzazione Internazionale», si legge nella circolare pubblicata all’albo dell’Istituto. Alla cerimonia del Comando Nato era presente il dirigente dell’Ufficio scolastico territoriale di Varese, professor Giuseppe Carcano.

Così il quadro è completo: allevare schiavi e/o soldati. Se poi nell’alternanza scuola-lavoro ci muore qualcuno una bella commozione di Stato non si nega a nessuno.

Buon lunedì.

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Aneris: “Motori a benzina, no grazie. La rotta ormai è segnata”

Veronica Aneris è direttrice della sezione italiana di Transport & Environment, il principale gruppo europeo di campagne per i trasporti a emissioni zero. Costituito trent’anni fa T&E ha contribuito alle più importanti leggi europee, ha contribuito alla scoperta dello scandalo del dieselgate (che nel 2015 coinvolse il gruppo Volkswagen) e l’anno scorso con la sua campagna ha portato il Parlamento europeo e gli Stati membri ad accettare di porre fine alle vendite di nuove auto e furgoni a combustione entro il 2035.

Una ricerca Deloitte dice che il 78% degli italiani vuole abbandonare benzina e diesel e passare all’elettrico. Intanto il sindaco di Baripropone un abbonamento dei mezzi pubblici a prezzo simbolico. Sta davvero cambiando qualcosa nella mobilità?
“Sì, ormai siano nel pieno di un cambiamento che non si può arrestare”.

La politica è pronta al 2035 quando non sarà più possibile in Europa immettere sul mercato nuove auto e furgoni a combustione interna O siamo di fronte all’ennesima promessa che mancheremo?
“La politica europea è fatta dalle politiche dei suoi Paesi più importanti tra cui l’Italia. È stato fatto molto. Il 2035 aiuterà la politica ad andare nella giusta direzione, dà chiarezza all’industria, ai consumatori e alle amministrazioni che si devono occupare delle infrastrutture. C’è però da fare di più non solo dal punto di vista climatico e ambientale ma anche sulle politiche industriali perché l’Ue mantenga la sua competitività. Il mercato globale ha già deciso il futuro: abbandonare un motore inefficiente verso una tecnologia nettamente migliore. Ci sono ovviamente molti interessi in campo. È difficile far capire l’importanza che ha questa decisione perché è veramente l’inizio della fine dell’era del petrolio. Ricordiamo che il trasporto dipende dai combustibili fossili per più del 90% e l’auto è tra i maggiori responsabili dell’importazione del petrolio. Il 2035 può essere la fine di questa era”.

Quali sono i pregiudizi che ancora ci tengono incollati al fossile? Quali gli interessi?
“Gli interessi sono quelli del vecchio mondo. Ci sono anche i pregiudizi, come la paura del cambiamento alimentata da una narrativa catastrofica verso la transizione di cui Roberto Cingolani è stato il picco. Di transizioni ce ne sono sempre state e ce ne saranno sempre. Bisogna chiedersi come cogliere tutte le opportunità e in questo senso il passaggio dal tradizionale motore endotermico al motore elettrico è diventato un simbolo. Le industrie devono trasformarsi. Noi inizialmente producevamo molte auto, ora produciamo sempre meno auto e sempre più componenti: siamo i primi a dover cambiare. Tra un po’ quei componenti non li vendiamo più a nessuno. E non sarà colpa dell’Europa. È l’innovazione tecnologica, in questo caso indispensabile per mantenere la temperatura del pianeta nei limiti per evitare la catastrofe”.

Qualcuno (anche nel governo) dice che prima di passare all’elettrico sarebbe il caso di sperimentare altri combustibili. Che ne pensa
“I combustibili sintetici o i biocombustibili utilizzati nel trasporto su strada sono una grande
distrazione e una perdita di tempo. Sono altamente inefficienti e non ce ne sono abbastanza. È necessario utilizzare questa tecnologia dove non è possibile usarne una più efficiente. Hanno un ruolo nel processo di decarbonizzazione, certo, ma vanno usati dove la tecnologia elettrica non è disponibile e applicabile. Altrimenti sI tratta di un cavallo di Troia per rimanere più a lungo possibile nei fossili. Una scusa per giustificare immobilismo. Una scusa pericolosa”.

Rimane però un problema sulle auto elettriche: i costi. Come si può intervenire?
“Il discorso è sempre lo stesso sulle nuove tecnologie. Inizialmente costano di più ma poi intervengono le economie di scala. Uno studio di Bloomberg commissionato da noi individua parità di costo per le auto elettriche nel periodo 2025/2027 se le giuste politiche verrano messe in atto. Quali siano le giuste politiche si può capire dai comportamenti degli Stati e qui l’Italia è un campione negativo. Una nostra analisi sulle politiche fiscali degli Stati membri dell’Ue individua due punti importanti: il primo è che la politica fiscale applicata all’auto è un volano importante per la transizione. Il secondo è che la politica fiscale italiana è inadeguata a promuovere l’auto elettrica e anzi rappresenta un freno. Bisogna seguire le buone pratiche dei Paesi europei, come riformare la fiscalità delle auto aziendali. Le auto aziendali fanno molti chilometri (quindi vengono ammortizzati i costi) e nel giro di tre-quattro anni quelle auto confluiscono nel mercato dell’usato. Oggi in Italia quegli incentivi sono stati tagliati. Hanno incrementato gli incentivi per le famiglie meno abbienti che non compreranno un’auto, tantomeno elettrica. Il mercato è sostenuto dall’usato delle auto aziendali. Solo per mantenere le accise benzina abbiamo speso 11 miliardi di euro che potevamo spendere in modo più intelligente”.

A proposito di batterie. Tra gli oppositori dell’elettrico si dice che una transizione del genere
significherebbe consegnarsi mani e piedi alla Cina.
“L’Europa ha tutte le carte in regola per giocarsi la partita. A oggi sono 39 i progetti che stanno nascendo in tutta Europa. Già ora produciamo più della metà delle batterie, non solo per le auto. Possiamo arrivare all’indipendenza nel 2027. È un mercato enorme e c’è spazio per tutti. Lo spauracchio della Cina dipende da come giochiamo le nostre carte”.

Il Pnrr può essere utile per la transizione energetica
“Il Pnrr è stato un’occasione persa incredibile. L’Italia era già indietro e ha investito meno dell’1% del fondo”.

E infine, altra obiezione che si sente spesso: che fine faranno i lavoratori del mondo dell’auto?
“Timmermans ha detto poco prima di Natale: “The biggest challenge isn’t to create new jobs; it is to train workers to evolve from one job to the other”. La vera sfida non è creare posti di lavoro, ma saper riformare i lavoratori per metterli nei posti giusti”.

Leggi anche: Il futuro dell’auto è l’elettrico. Pronti otto italiani su dieci. Ma il nostro Pnrr dedica alla mobilità Green meno dell’1% delle risorse contro il 25% di Berlino

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Il futuro dell’auto è l’elettrico. Pronti otto italiani su dieci

Dicono dalle parti del governo e nei partiti di centrodestra che l’ambientalismo e la mobilità elettrica siano fissazioni di qualche sparuto esagitato. Sbagliano, di grosso. Il futuro è tracciato.

Lo dicono chiaramente le evidenze che emergono dal Global Automotive Consumer Study 2023, lo studio globale che Deloitte conduce ogni anno su oltre 26.000 consumatori in 24 Paesi con l’obiettivo di fare luce sulle tendenze e variabili più rilevanti nella trasformazione del settore automotive che parla di mobilità globale sempre più elettrica, anche se con importanti distinzioni a livello nazionale e con molte incognite legate allo scenario geopolitico, che tenderanno a rallentare la transizione ecologica del settore automotive.

Continua a crescere la preferenza per i veicoli elettrici, con l’Italia in testa alla classifica dei consumatori attenti alla sostenibilità

Secondo lo studio continua a crescere la preferenza per i veicoli alternativi a benzina e diesel, con l’Italia in testa alla classifica dei consumatori attenti alla sostenibilità: il 78% che vorrebbe passare all’elettrico. C’è, dicono i dati, un interesse crescente nei confronti della connettività a bordo di veicoli sempre più tecnologici e personalizzabili e c’è più pazienza per tempistiche di consegna dilatate a causa delle interruzioni della supply chain globale. Un italiano su 3 sarebbe oggi disposto ad aspettare 5 (o più) settimane per la consegna del veicolo.

“Come noto, l’industria automotive sta affrontando una delle fasi più complesse della propria storia, ma al tempo stesso continua ad evolvere e avanzare, cercando di trasformare le numerose sfide in nuove opportunità”, spiega Franco Orsogna, Automotive Leader di Deloitte Central Mediterranean, nel commentare i dati della ricerca.

“Anche l’edizione 2023 del GACS ci conferma come la strada verso il nuovo paradigma della mobilità elettrica sia ormai tracciata, sebbene i prezzi di listino ancora elevati rappresentino uno dei freni più importanti per la diffusione dei veicoli elettrici nel mercato. Tuttavia, al netto dei diversi eco-incentivi, il fattore prezzo può essere controbilanciato anche dal forte desiderio dei consumatori di ridurre sistematicamente i costi di rifornimento e utilizzo del veicolo, un aspetto amplificato dai rincari energetici che hanno contraddistinto il 2022”.

A livello globale la transizione verso la mobilità elettrica procede con decisione, spinta da nuove tecnologie e normative sempre più stringenti e vincolanti sul fronte ambientale. In Italia si registra anche quest’anno una delle percentuali più alte in assoluto per i veicoli alternativi a benzina o diesel (ovvero ibridi o full-electric), che messi insieme salgono dal 69% al 78%, distaccando nettamente altri Paesi avanzati come Germania (49%), Cina (55%) o Corea del Sud (62%).

Tuttavia, la diffusione dei veicoli ecologici potrebbe essere sensibilmente rallentata dalle rinnovate preoccupazioni dei consumatori su molteplici aspetti: in primis l’accessibilità economica, l’autonomia delle batterie e le tempistiche di ricarica dei veicoli.

Peccato che il nostro Piano nazionale di ripresa e resilienza alla mobilità elettrica dedichi meno dell’1% delle ingenti risorse disponibili, contro oltre il 25% circa della Germania ed il 10% della Spagna.

Sullo sfondo rimane la decisione storica del Consiglio dell’Unione europea con cui il 28 giugno scorso ha confermato che a partire dal 2035 non sarà più possibile in Europa immettere sul mercato nuove auto e furgoni a combustione interna. I trasporti rimangono la principale fonte di emissioni climalteranti. L’hanno capito tutti. Chissà quando se ne faranno una ragione anche dalle parti del governo.

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Migranti, il decreto di Piantedosi e la battaglia delle Ong

Un primo effetto il decreto del ministro dell’Interno Piantedosi sulle Ong l’ha ottenuto: è riuscito a mettersi tutti contro. Non c’è solo, come ripetono in molti da giorni, un problema di legittimità che cozza contro tutti i trattati e gli accordi internazionali: «Il nuovo decreto» del governo Meloni su migranti e Ong «ostacola il soccorso in mare e causerà un numero maggiore di morti». Questo è infatti il titolo di un documento unitario delle Organizzazioni non governative impegnate nelle attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale, diffuso giovedì.

Per le Ong, il dl renderà «ancora più pericoloso il Mediterraneo centrale, una delle rotte migratorie più letali al mondo. Il decreto è apparentemente rivolto alle Ong di soccorso civile, ma il vero prezzo sarà pagato dalle persone che fuggono attraverso il Mediterraneo centrale e si trovano in situazioni di pericolo». Tra i firmatari del documento, Emergency, Iuventa Crew Mare Liberum, Medecins sans frontieres, Mediterranea Saving Humans, Mission lifeline, Open Arms, Resq – People Saving People, Resqship, Salvamento Maritimo Humanitario, Sea-Eye Sea-Watch, Sos Humanity e Alarm Phone.

Migranti, il decreto sulle Ong di Piantedosi scontenta tutti
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (Getty Images).

Calpestato l’obbligo di assistenza immediata a chi è in difficoltà

Il governo italiano, continua il documento, «richiede alle navi di soccorso civili di dirigersi immediatamente in Italia dopo ogni salvataggio. Questo provocherebbe ulteriori ritardi nei soccorsi, considerato che le navi di solito effettuano più salvataggi nel corso di diversi giorni. L’ordine alle Ong di procedere immediatamente verso un porto, mentre altre persone sono in difficoltà in mare, contraddice l’obbligo del comandante di prestare assistenza immediata alle persone in difficoltà. Questo elemento del decreto è aggravato dalla recente politica del governo italiano di assegnare più frequentemente porti lontani, che distano fino a quattro giorni di navigazione dall’ultima posizione delle navi. Entrambe le disposizioni sono progettate per tenere le navi Sar fuori dall’area di soccorso per periodi prolungati e per ridurre la loro capacità di assistere le persone in difficoltà».

Migranti, il decreto sulle Ong di Piantedosi scontenta tutti
Migranti salvati a Pozzallo (Getty Images).

Le richieste d’asilo devono essere trattate sulla terraferma e non a bordo

E ancora: problematico è anche «l’obbligo di raccogliere a bordo delle navi di soccorso i dati dei sopravvissuti, che esprimono la loro intenzione di chiedere protezione internazionale, e di condividere queste informazioni con le autorità; è dovere degli Stati avviare questo processo e una nave privata non è il luogo adatto per farlo. Come recentemente chiarito dall’Unhcr, le richieste di asilo dovrebbero essere trattate solo sulla terraferma, dopo lo sbarco in un luogo sicuro, e solo una volta soddisfatte le necessità immediate. Il dl dunque «contraddice il diritto marittimo internazionale, i diritti umani e il diritto europeo, e dovrebbe quindi suscitare una forte reazione da parte della Commissione europea, del Parlamento europeo, degli Stati membri e delle istituzioni europee». «Noi, organizzazioni civili impegnate nelle operazioni Sar nel Mediterraneo centrale, esortiamo il governo italiano a ritirare immediatamente il decreto legge appena emanato. Chiediamo inoltre a tutti i membri del Parlamento italiano di opporsi al decreto, impedendone così la conversione in legge. Non abbiamo bisogno di un altro quadro politico che ostacoli le attività di salvataggio Sar, ma che gli Stati membri dell’Ue garantiscano che gli attori civili Sar possano operare, rispettando finalmente le leggi internazionali e marittime esistenti», concludono le Ong.

Migranti, il decreto sulle Ong di Piantedosi scontenta tutti
Migranti salvati dalla Geo Barents (Getty Images).

Il richiamo della Commissione Ue

«Piuttosto che aprire una riflessione sulle eventuali mancanze della legislazione internazionale e del mare, si preferisce», sottolinea la segretaria confederale della Cgil, Tania Scacchetti, «operare una stretta rispetto a chi mette in salvo le persone a rischio di vita, che siano vittime di guerra o di povertà. Una scelta che si pone drammaticamente in continuità con le sprezzanti parole della Presidente del Consiglio dei giorni scorsi, in cui sosteneva che l’accoglienza è destinata nel nostro Paese a chi è finanziatore degli scafisti». Perfino la portavoce della Commissione Ue, Anitta Hipper ha dovuto ricordare che le autorità italiane «devono rispettare le leggi internazionali e la legge del mare». E per rendersi conto della natura del decreto di Piantedosi si può ascoltare Roberto Ammatuna, sindaco di Pozzallo: «Mentre il governo Meloni continua con la sua propaganda anti-Ong a Pozzallo gli sbarchi aumentano. Negli ultimi due mesi abbiamo registrato più arrivi ma di navi di Ong non c’è traccia». In totale secondo i dati del Viminale dall’1 al 3 gennaio sono sbarcati sulle nostre coste 1.651  migranti. Benvenuti all’inferno. Di nuovo.

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Il decreto Piantedosi visto da un sindaco e dal suo porto

«Mentre il governo Meloni continua con la sua propaganda anti-Ong a Pozzallo gli sbarchi aumentano. Negli ultimi due mesi abbiamo registrato più arrivi ma di navi di Ong non c’è traccia».

A dirlo all’Adnkronos è Roberto Ammatuna, sindaco di Pozzallo, nel Ragusano, per il quale il decreto varato dall’Esecutivo di centrodestra è «incivile e disumano». «Norme chiaramente strumentali – dice -. È necessario che sia un tribunale a sancire eventuali contatti tra scafisti e organizzazioni non governative e sinora tutte le inchieste non hanno portato a nulla». Le ultime indagini, invece, hanno sgominato un’organizzazione criminale transnazionale sull’asse Tunisia-Sicilia che a bordo di gommoni veloci portava in Italia migranti in poche ore. «Su questi traffici bisognerebbe indagare, moltiplicare gli sforzi diplomatici nei Paesi del Nord Africa, lungo le rotte migratorie. Invece, siamo alla barbarie e chi salva vite umane viene criminalizzato». Per il primo cittadino, da sempre in prima linea sul fronte dell’accoglienza, è in atto «una vergognosa strumentalizzazione di un dramma umanitario per raccattare qualche voto».

«Le nuove norme varate dal governo non faranno altro che aumentare i morti nel Mediterraneo, il più grande cimitero d’Europa – avverte -. Tenere lontane le Ong da quel mare e costringerle a raggiungere porti distanti anche quattro giorni di navigazione dalla zona Sar è semplicemente assurdo». L’unico pull factor per lui è il meteo. «Con il mare piatto gli sbarchi aumentano. È un dato di fatto. Incontestabile. Lo sa chiunque si occupi di questa materia. A questo si aggiunge poi una situazione internazionale complessa che richiede un impegno a 360 gradi, lungo e difficile». Nell’hotspot di Pozzallo al momento ci sono 278 ospiti, nella struttura in località Cifali che accoglie i minori non accompagnati, invece, sono in 181. «Ma ogni giorno qualcuno esce e non fa più rientro, una lenta emorragia quotidiana», avverte Ammatuna. Da ieri a oggi di 32 migranti non si ha più traccia: in meno di 24 ore in 17 sono ‘spariti’ dai locali in contrada Cifali, 15 dall’hotspot.

Tutta fuffa. Solo propaganda. Però quelli muoiono davvero.

Buon venerdì.

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Il clima sta cambiando, perché noi no?

Mercoledì c’è stata una discussione intorno alla mancanza di neve sull’Appennino fortemente emblematica. Il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini (nonché candidato favorito al congresso del Partito democratico) e l’assessore al Turismo Andrea Corsini hanno chiesto di sostituire i vecchi cannoni spara neve con modelli più evoluti: «Quelli che permettono di mantenere la neve artificiale anche a temperature più elevate», chiedono al governo. Fanno riferimento alle tecnologie che verranno utilizzate nel 2029 per l’appuntamento dei Giochi invernali in Arabia Saudita.

La preoccupazione di tutti, ministra Santanchè compresa, è che i turisti cancellino come stanno già facendo i propri appuntamenti per mancanza di neve e l’economia locale ne risenta pesantemente. Investimenti, mutui e liquidità sono le richieste degli operatori. Il tutto con il plauso del sindaco di Lizzano, Sergio Polmonari, lo stesso che qualche giorno fa negava il cambiamento climatico («Io credo poco a questi scienziati che guardano al futuro») e teorizzava un «complotto contro la montagna».

La politica che si interroga su come sparare neve su una montagna drammaticamente calda è l’immagine di quest’epoca. Affidata a un tecnologismo disperato (e disperante), osserviamo la classe dirigente del Paese che usa un cerotto per coprire un burrone mentre in tutti i settori economici l’innalzamento delle temperature sta interferendo con il naturale svolgimento degli affari. Seguendo lo stesso macabro principio dell’occuparsi solo degli effetti negando le cause si potrebbe rispondere all’allarme di ieri della Coldiretti (che avvisava della fioritura a gennaio di mimose e limoni) affidandosi a mele fabbricate in laboratorio o pane estratto dal polistirolo.

L’imbarazzante ignoranza della classe politica italiana di fronte alla crisi climatica è l’elefante nella stanza che nessuno vede mentre una ciurma di benpensanti si accapiglia sulle pene da infliggere agli attivisti che sottolineano l’allarme. Si giunge così al paradosso di un presidente del Senato come Ignazio La Russa (quello che da giovane manifestante guidava il corteo del “giovedì nero” a Milano che con un bomba uccise il poliziotto Antonio Marino a Milano) che strepita per la vernice lavabile seguito da moralisti di destra e di sinistra. Si va avanti così per giorni senza che le ragioni dell’atto non violento vengano nemmeno discusse.

C’è un muro di gomma di gomma che avrà bisogno di molto di più di un secchio di vernice per essere abbattuto. La questione della giustizia climatica è stata sventolata dai partiti ma non trova nessun riscontro nei fatti. L’ambientalismo è uno spazio politico che non trova dimora nei partiti mentre l’elaborazione politica è molto più avanzata nei movimenti. La macchia (quella sì, indelebile) è il dislivello tra la consapevolezza che c’è nella base del movimento ambientalista e le moine nei partiti. E anche la questione politica, come quella ambientale, prima o poi ci scoppierà in mano.
Buon giovedì.

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Ecco le ragioni degli attivisti di Ultima Generazione

Bjork Ruggeri è un’attivista di Ultima Generazione che in questi mesi ha preso parte alle azioni del gruppo di attivisti di cui si parla molto in questi giorni. C’era anche lei nel gruppo che ha imbrattato (con vernice lavabile che è già stata tolta) la facciata del Senato, provocando l’indignazione di buona parte della politica. Tre attivisti (Davide Nensi, Alessandro Sulis e Laura Paracini) sono stati arrestati (e in seguito rilasciati) e sono accusati di danneggiamento. Gli attivisti avevano chiesto di derubricare il reato a semplice imbrattamento. Il giudice ha ritenuto giusto respingere la richiesta preliminare della difesa di derubricare l’accusa a imbrattamento, dando il via a un procedimento che prevede punizioni molto più gravi, in caso dicondanna. Il processo riprenderà il 12 maggio.

Al di là delle polemiche proviamo a tornare ai fatti e ai contenuti: perché gli attivisti di Ultima Generazione stanno protestando? Qual è l’allarme?
“Tutte le nostre azioni sono fatte per lanciare un allarme preciso: c’è in corso un’emergenza, una crisi climatica. L’Onu, non noi, dice che non c’è un modo credibile per cui entro fine secolo eviteremo l’aumento delle temperature e danni irreversibili. Se non agiamo ora per limitare questi danni rischiamo un futuro invivibile. Stiamo chiedendo al governo delle cose già decise, degli impegni presi e non rispettati: non riaprire le centrali a carbone, dismetterle entro il 2025 come deciso alla Cop26, attivare energie rinnovabili come eolico e solare”.

Come giudicate la reazione delle istituzioni e le parole delle massime cariche dello Stato? È legale ciò che è accaduto?
“La nostra è disobbedienza civile, non violenza. Sappiamo che le nostre azioni creano disturbo, infastidiscono. Sempre in maniera non violenta. E creiamo disagio senza fare male a nessuno. Da una parte è assurdo pensare che della vernice possa sconvolgere più dell’emergenza climatica e dei morti che ci sono e che ci saranno. D’altra parte non potevamo aspettarci altro da politici che non stanno facendo nulla. Sappiamo di fare azioni che infrangono la legge ma infrangiamo la legge di un governo che infrange una legge più grande, quella morale di proteggere i suoi cittadini. Tra l’altro parliamo di imbrattamento (non c’è stato nessun danneggiamento) e l’arresto non è obbligatorio. Invece abbiamo subito una vera e propria repressione. Siamo addirittura pedinati, scortati a casa”.

In molti sostengono che le proteste di questo tipo “allontanano gli ambientalisti più moderati”: bloccare le strade, imbrattare le opere d’arte e i palazzi delle istituzioni. Come rispondete?
“È sbagliato dire che i nostri metodi allontanano altri ambientalisti o movimenti. L’emergenza la stiamo vedendo tutti. Non si può non essere d’accordo con la questione. Chiaramente praticando disobbedienza civile non pretendiamo di essere amati da tutti, anzi rientra nei nostri metodi creare una polarizzazione. Con questa ultima azione si sono avvicinati altri movimenti a noi, come Fridays for Future che ci ha sostenuto”.

Ma esiste, secondo voi, un modo “giusto” per protestare?
“Io credo che non ci sia un metodo che funzioni al 100%. Quello che dobbiamo fare è fare tutto quello che è in nostro potere chiedere azioni, ognuno a proprio modo, ognuno scegliendo. Il modo giusto per protestare è farlo”.

Cosa dovrebbe fare la politica
“Mantenere gli impegni. Dovremmo attivare entro il 2030 70 GW di energie rinnovabili per rispettare gli obiettivi. Siamo in ritardo di 124 anni, coi tempi che ci stiamo mettendo. A luglio l’Europa ha aperto un’infrazione”.

La politica vi ascolta
“In occasione del nostro sciopero della fame Verdi e Sinistra italiana ci hanno espresso solidarietà ma non siamo stati ascoltati”.

Ora cambia qualcosa per voi? Cambierete strategia Avete nuove iniziative?
“Continueremo con la disobbedienza non violenta. Non escludiamo di aumentare il conflitto, il numero di azioni e il livello di pressione. La strategia rimane la stessa. Continueremo, sempre di più”.

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