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Caldo anomalo, l’Italia è in una morsa

Il vero imbrattamento per cui strillare è quel rosso sulla cartina dell’Europa. No, non c’entra la vernice e non è opera di giovani attivisti. Quel rosso anomalo è il fallimento della politica internazionale che finge di non vedere il Capodanno 2023 come giornata più calda mai registrata nel mese di gennaio in molte nazioni del Continente.

La colonnina di mercurio ha raggiunto valori da inizio estate. Nell’Europa centro-settentrionale il Capodanno è stato segnato da centinaia di nuovi record di caldo

La colonnina di mercurio infatti ha raggiunto valori da inizio estate, frantumando centinaia di record. I dati più sconvolgenti arrivano dall’Europa centro-settentrionale, dove il giorno di Capodanno è stato segnato da centinaia di nuovi record di caldo.

L’Italia ormai da settimane è nella morsa dell’anticiclone, responsabile di temperature ben al di sopra della norma con punte che frequentemente si spingono anche oltre i 20 gradi al Centro-Sud e soprattutto sulle Isole maggiori.

I suoi effetti si fanno sentire anche nelle condizioni meteo stabili, con precipitazioni quasi del tutto assenti in uno dei periodi dell’anno che dovrebbero rappresentare invece un momento chiave per “fare scorta” di risorse idriche preziosissime.

L’Italia è colpita da una grave siccità con drammatici effetti per l’ambiente

Nell’ultimo anno sono caduti circa 50 miliardi di metri cubi di acqua in meno lungo la Penisola colpita da una grave siccità con drammatici effetti per l’ambiente, l’agricoltura ma anche per il turismo della neve. Lo afferma anche la Coldiretti in riferimento alle previsioni di tempo stabile fino all’Epifania in Italia dove si registrano insolite alte temperature ma anche l’assenza di neve
sull’Appennino con difficoltà per turismo e campagne.

“Se le piste da sci nel centro Italia sono deserte con un pesante danno per l’economia locale, la caduta della neve in questa stagione – sottolinea la Coldiretti – è infatti determinante per il recupero delle risorse idriche nelle montagne e favorire la produzione agricola, secondo il vecchio adagio contadino ‘sotto la neve il pane’”. Invece il 2022 si classifica fino ad ora tra i più siccitosi degli ultimi trent’anni con la caduta del 30% di acqua in meno rispetto alla media storica del periodo 1991-2020, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Isac Cnr relativi ai primi undici mesi dell’anno.

A preoccupare, sostiene la Coldiretti, è il caldo anomalo con le coltivazioni ingannate da una finta primavera che si stanno predisponendo alla ripresa vegetativa con gemme e fioriture anomale, dalle mimose ai limoni. Il rischio concreto è che, conclude la confederazione agricola, nelle prossime settimane le repentine ondate di gelo notturno brucino fiori e gemme di piante e alberi, con pesanti effetti sui prossimi raccolti futuri. Gli effetti del cambiamento climatico sono tutti già qui.

L’innalzamento delle temperature aumenta le malattie legate al caldo

L’innalzamento delle temperature aumenta le malattie legate al caldo e può rendere più difficile lavorare e spostarsi. Gli incendi scoppiano più facilmente e si diffondono con maggiore rapidità. I cambiamenti delle temperature provocano variazioni nell’andamento delle precipitazioni. Di conseguenza, si verificano tempeste più intense e frequenti che causano inondazioni e frane, distruggendo case e comunità, e che comportano costi del valore di miliardi di dollari. L’acqua sta diventando più scarsa in un maggior numero di regioni.

Le siccità possono scatenare tempeste di sabbia e polvere distruttive che sono in grado di spostare miliardi di tonnellate di sabbia da un continente all’altro. I deserti si stanno espandendo, riducendo il suolo destinato alla coltivazione del cibo. Su molte persone ora incombe la minaccia di non avere regolarmente a disposizione acqua e cibo a sufficienza.

L’imbrattamento per cui dovrebbe costituirsi parte civile il presidente del Senato, Ignazio La Russa, il Parlamento tutto e il governo è questo qui.

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Erano pronti. Per la stangata

Il prezzo del gas è sceso sensibilmente nei mercati internazionali ma continua a salire nelle case degli italiani. L’aggiornamento mensile dell’authority Arera segnala che i clienti del mercato di maggior tutela (per un tragico gioco di parole) subirà a dicembre un aumento medio del 23,3% rispetto al mese di novembre che determina per il 2022 un esborso cresciuto del 64,8%.

«Una Caporetto. Al rincaro di novembre del 13,7% si aggiunge ora quello di dicembre. Bollette da infarto, insostenibili per troppi italiani», commenta Marco Vignola, responsabile del settore energia dell’Unione nazionale consumatori. «Se il prezzo del gas sale del 23,3% rispetto a quello di novembre 2022, aumenta del 55,9% rispetto a un anno fa, ossia rispetto a dicembre 2021 e del 125% nel confronto con dicembre 2020. Il governo si sta dimostrando del tutto inadeguato ad affrontare questa emergenza nazionale, limitandosi a riciclare quanto fatto da Draghi nonostante la situazione sia nel frattempo profondamente peggiorata».

Il costo di benzina e gasolio è salito di circa 20 centesimi al litro rispetto al 30 dicembre. Questo perché il 2023 si è aperto con l’aumento delle accise su benzina, gasolio e Gpl. Poi ci sono i costi autostradali: le tariffe dal primo gennaio sulla rete di Aspi – ora è controllata dalla Cassa depositi e prestiti con i fondi Macquarie e Blackstone – sono aumentate del 2%. E a luglio è previsto un ulteriore rincaro dell’1,34%. In base alle elaborazioni di Assoutenti, per andare da Roma (sud) a Milano (ovest), ad esempio, il pedaggio sale dai 46,5 euro del 2022 a 47,3 euro. A luglio, in tempo per le vacanze estive, arriverà 48 euro a luglio, con un aumento di 1,5 euro. Da Napoli (nord) a Milano si spendevano lo scorso anno 58,6 euro: ora servono 59,7 euro (60,5 euro a luglio, +1,9 euro). Per la tratta Bologna-Taranto la spesa sale da 55,1 euro a 56,1 euro del 2023 (56,9 euro da luglio, +1,8 euro).

L’assicurazione delle auto aumenta per 815mila automobilisti che hanno peggiorato la propria classe di merito. Ma non solo: l’Osservatorio Facile.it rileva che «il dato assume ancora maggior gravità se si considera che, a dicembre 2022, il premio medio Rc auto registrato in Italia è stato di poco superiore ai 458 euro, vale a dire ben il 7,23% in più rispetto ad un anno prima». Secondo l’analisi del comparatore – su un campione di oltre 720mila preventivi raccolti su Facile.it a dicembre – il numero di automobilisti colpiti dai rincari è in crescita del 2% rispetto allo scorso anno. In un Paese, tra l’altro, in cui più di 700mila italiani hanno saltato il pagamento della polizza auto. Nel 2023 i morosi sono destinati ad aumentare visto, secondo il rapporto, che «sono oltre 1,5 milioni gli italiani che hanno ammesso di poter essere obbligati a saltare il prossimo rinnovo in caso di ulteriori rincari».

A Milano dal 9 gennaio il biglietto ordinario Atm passerà da 2 a 2,20 euro, il carnet da dieci corse da 18 a 19,50 euro, il giornaliero da 7 a 7,60 euro e il biglietto valido per tre giorni da 12 a 13 euro. Anche a Roma sono in arrivo rincari: il Contratto di servizio per il trasporto pubblico ferroviario di interesse regionale e locale siglato tra Regione Lazio e Trenitalia prevede che da luglio 2023 il biglietto integrato a tempo, che dura 100 minuti, salga da 1,50 a 2 euro, mentre gli abbonamenti mensili saliranno da 35 a 46,70 euro e gli annuali da 250 a 350 euro.

Per l’elettricità, secondo le stime dell’authority per l’energia, la spesa della famiglia-tipo nell’anno compreso tra il 1° aprile 2022 e il 31 marzo 2023 sarà di circa 1.374 euro,+67% rispetto ai 12 mesi equivalenti dell’anno precedente. Nonostante il calo del 19,5% del prezzo di riferimento per il primo trimestre.

La manovra modifica le aliquote di accisa sui trinciati, prevedendo un aumento di quella di base dal 59 al 60% e di quella minima da 130 euro a 140 per kg per ottenere un maggior gettito di 50,1 milioni. Con il risultato che le sigarette fai-da-te costeranno fino a 40 centesimi in più. Per quanto riguarda le bionde, l’accisa passa da 23 a 28 euro al kg. Un pacchetto che nel 2022 costava 5 euro rincara dunque di circa 10-12 centesimi.

Buon mercoledì.

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La Geo Barents deve ignorare Piantedosi

Sarebbe bello guardarli negli occhi i governanti mentre impugnano l’ennesimo decreto Sicurezza, questa volta firmato dal ministro dell’Inferno, Matteo Piantedosi (nella foto), per multare tronfi la nave Geo Barents che non ha rispettato le regole mentre viaggiava verso il porto di Taranto.

La colpa della nave di Medici senza frontiere? La Geo Barents ha commesso la terribile sregolatezza di ripescare 85 disperati

La colpa della nave di Medici senza frontiere? Ha commesso la terribile sregolatezza di ripescare altri 44 disperati oltre ai 41 che già avevano salvato seguendo la richiesta dell’Imrcc, Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo. Piantedosi e la sua cricca hanno deciso che non si può compiere più di un salvataggio per volta. E perché non posso soccorrere qualcuno mentre sto portando in salvo qualcun altro?, si potrebbe chiedere qualsiasi lettore attento: semplicemente per scoraggiare i salvataggi, ovvio.

Usare la burocrazia come fardello da scaricare sui “nemici” perché non esistono regole per poterli fermare è solo l’ennesima vigliaccheria, del resto. Sarebbe bello guardarli negli occhi, questi governanti, mentre ascoltano i sopravvissuti raccontare cosa stia restare su un barchino a caracollare in mezzo al mare per 3 giorni mentre usavano i loro abiti per tappare i buchi da cui imbarcavano acqua.

Sarebbe utile osservare il ministro e i suoi colleghi mentre sentono i racconti di quel ragazzo che ha visto ammazzare persone in Libia perché non avevano i soldi per potersi imbarcare. “Questa è la realtà di quello che avviene in Libia, di quello che avviene nel Mediterraneo centrale in cui ogni momento è importante tra la vita e la morte”, spiega la responsabile dei soccorsi a bordo della Geo Barents, Fulvia Conte.

Ma anche questo lo sappiamo tutti, da anni. Ciò che accade in Libia è scritto nei report delle autorità internazionali. Anche negli uffici del governo conoscono bene la situazione. Sarà per questo che si affannano a scrivere norme che sono omeopatia giuridica utile solo a sfamare gli istinti dei propri elettori.

Questo ennesimo decreto Sicurezza è carta straccia. Non rispetta la nostra Costituzione che all’articolo 10 riconosce il diritto d’asilo allo straniero “al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”, contraddice tutti i trattati che impongono l’obbligo di prestare soccorso alle persone in pericolo o in difficoltà in mare, dalle Convenzioni Solas del 1914, Sar del 1979, Unclos del 1982 e Salge del 1989. Lì dentro c’è scritto nero su bianco che gli Stati responsabili della zona di ricerca e soccorso (la cosiddetta Sar) devono adoperarsi perché le persone salvate in mare siano sbarcate nel più breve tempo ragionevolmente possibile in un luogo sicuro dove “le operazioni di soccorso si considerano concluse” e in cui “la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita non è più minacciata e dove le loro necessità umane primarie possano essere soddisfatte”.

Concetto ripetuto da una sentenza della Corte di giustizia Ue dello scorso agosto (processo Sea Watch) e dalla sentenza di Cassazione, la 6626 del 2020, quella che diede ragione a Carola Rackete. Chissà che occhi avranno Piantedosi e la sua ciurma di politici che lo appoggiano quando per l’ennesima volta le Ong non rispetteranno le sue disposizioni che non valgono nulla e si innescheranno i soliti contenziosi davanti a un giudice che verrà a sua volta accusato di non agire secondo il “buon senso”.

Così ancora una volta scriveremo articoli in cui ricorderemo che l’immigrazione è un tema politico che richiederebbe visioni politiche mentre noi continuiamo ad avere a che fare con azzeccagarbugli e l’invenzione di regole illegittime. Ancora una volta.

 

Leggi anche: La bolletta del gas sarà più cara del 23,3%. Nonostante il prezzo del metano stia scendendo, le misure del Governo sono già un fallimento

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Majorino: “In Lombardia sfida apertissima. Ma Fontana è impresentabile”

Pierfrancesco Majorino, il candidato della coalizione di centrosinistra e Movimento Cinque Stelle alle prossime elezioni regionali in Lombardia, ha presentato ieri la lista civica a suo sostegno. L’allargamento della coalizione, di cui tutti i partiti parlavano, è evidente nelle candidature di nomi di primo piano di +Europa (come il consigliere in carica Michele Usuelli), l’ex parlamentare europea Monica Frassoni, i candidati di Possibile (il partito fondato da Pippo Civati) e alcuni amministratori locali come la sindaca di Arese Michela Palestra. Intanto circolano i sondaggi che indicano la coalizione molto vicina a quella del presidente uscente Attilio Fontana: il sondaggio Izi per La7 indica un distacco di 5 punti.

Majorino, quindi i sondaggi dicono che la partita è apertissima. Sente un cambio di consapevolezza
“Colgo un clima molto positivo. Un mese fa si diceva che la corsa fosse tra me e Letizia Moratti su chi potesse arrivare secondo. Ora è chiaro che la corsa è tra me e Fontana. Ovviamente sono consapevole di quanto sia una sfida molto difficile ma non è una sfida a perdere: è una sfida aperta”.

Una campagna elettorale cortissima con elezioni già a febbraio può essere un vantaggio o uno svantaggio per voi?
“Sapevamo da subito che sarebbe stata una corsa contro il tempo. Diciamo che quando siamo partiti alla fine di novembre sembrava un’impresa folle. Adesso finalmente si sta capendo che non è così. Preferisco non valutare se i tempi così ristretti siano o meno un vantaggio, preferisco dire che siamo totalmente in partita. E quando dico noi lo faccio non retoricamente: sono il portavoce di una grande squadra collettiva fatta di liste e di candidati significativi”.

A proposito di questo: la accusavano di non riuscire a coprire politicamente l’area più progressista e liberale dell’elettorato invece dalla presentazione della sua lista civica sembrerebbe il contrario…
“La mia è un’alleanza ampia. Se non fosse così non avremmo Pregliasco, ad esempio, capolista, che è la dimostrazione di questa apertura che va al di là della rappresentazione politica e interpreta il protagonismo, insieme a altri, della società civile. Sul territorio sono davvero tanti a rappresentare un’apertura appassionante. Ci sono diversi esponenti del mondo di + Europa, radicali, tanti amministratori locali che diremmo ‘moderati’ e che rappresentano il fatto che noi in Lombardia stiamo costruendo un laboratorio assolutamente originale”.

Ieri è uscita la sentenza relativa alla vicenda di acquisto di mascherine “fantasma” da parte di Aria Spa Regione Lombardia che parla di “gestione del tutto disordinata e mossa dalla ricerca dell’immediato dividendo politico di una conferenza stampa”. Che ne pensa
“Una vicenda che lascia allibiti. Una tragedia trasformata in show per lucrare consensi. Ora i giudici hanno stabilito la verità processuale. Quella politica è che Fontana non può di nuovo essere a capo della Regione. Una vicenda come questa non lascia adito a dubbi”.

Sui sui social ha scritto di “Giulio Gallera, emblema della gestione improvvisata e tragica del Covid in regione Lombardia” confrontandolo con il suo candidato Emilio Del Bono. Qualcuno la accusa di portare avanti una campagna elettorale denigratoria. Come risponde?
“Quel confronto parla di storie diverse. Ognuno si sceglie compagni di strada. Io ho la grande fortuna di avere come candidato nella provincia di Brescia Del Bono che è uno dei sindaci migliori d’Italia che si mette a disposizione di un cambiamento deciso in Lombardia, oppure la sindaca di Arese Michela Palestra”.

Ma come si cambia il modello della sanità lombarda
“Abbiamo bisogno di un cambio radicale di passo. Penso a un provvedimento nei primi 100 giorni per risolvere il problema delle liste d’attesa e poi una grande riforma con il mondo delle professioni sanitarie, con l’università, la ricerca e il terzo settore, gli enti locali perché nel corso del mandato si riorganizzi il sistema sociosanitario attraverso l’interesse pubblico e la medicina territoriale”.

Non teme che le polemiche del congresso del suo partito a livello nazionale, il Pd, possano fiaccare la vostra campagna
“Credo che noi qui stiamo facendo un laboratorio interessante e ambizioso. Il congresso non avrà nessun impatto negativo. I quattro candidati alla segreteria (Bonaccini, Schlein, Cuperlo, De Micheli), li ho sentiti fin dall’inizio molto vicini nei miei e nei nostri confronti. Anche il quinto (il bergamasco Antonio Guizzetti, ndr) spero di conoscerlo presto”.

I consulenti dei social di Letizia Moratti le hanno consigliato di pubblicare video per “avvicinarsi alla gente”. È ormai celebre quello in cui la ex vice di Fontana prepara una torta. Che sorprese ci riserverà Majorino?
“Mi metterò a seguire la ricetta della torta di Letizia Moratti. Anche perché contenendo pochi zuccheri è particolarmente indicata a me per una questione di linea”.

C’è qualcosa che l’ha stupito della sua campagna fin qui?
“Mi aspettavo molta più rassegnazione e invece sto trovando tanta voglia di cambiare le cose. Questo mi emoziona e mi carica di responsabilità”.

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Non hanno voglia di lavorare! Sicuri? Il caso Cospalat

È una storia piccola che dice molto e per questo merita di essere raccontata. Accade a Valvasone Arzene, in provincia di Pordenone, dove sulla vetrina del negozio della Cospalat è apparso un cartello che ripete un mantra che da mesi si ritrova nelle dichiarazioni di certi politici e nelle righe di certi editoriali: “Con grande rammarico ci troviamo obbligati a comunicare che sospendiamo l’attività nello spaccio di Valvasone per mancanza di personale che abbia un minimo di voglia di lavorare”, si legge, affisso all’ingresso.

A Pordenone, sulla vetrina del negozio della Cospalat, un cartello che ripete un mantra che da mesi si ritrova nelle dichiarazioni di certi politici e nelle righe di certi editoriali

Le motivazioni di quel cartello (fin troppo facile da prevedere) le spiega a Il Gazzettino il consigliere di Cospalat Friuli Venezia Giulia Renato Zampa: “le candidature sono rappresentate quasi solo da over 50. Poi iniziano i problemi – ha detto Zampa – lavorare il sabato non va bene, iniziare il turno alle otto è troppo presto, gli spostamenti sono troppo lunghi. Ecco perché con quel cartello abbiamo voluto provocare. Sarà un caso, ma da quando è comparso il messaggio ho ricevuto tre telefonate”.

Fin qui è la favola nera perfetta per buttare fango sui lavoratori che non vogliono lavorare, sui giovani indolenti e perfino sull’odiosissimo Reddito di cittadinanza. Solo che all’improvviso il giochino si rompe e interviene il sindaco di Valvasone Arzene, Markus Maurmair che chiede al negozio di raccontare ai giornali anche quanto sarebbe lo stipendio e aggiunge: “da anni l’attività funziona soprattutto grazie alla buona volontà delle persone che vi lavorano. Non vorrei fosse una sorta di giustificazione per una chiusura preventiva collegata al fatto che nelle vicinanze aprirà a breve un’altra attività similare”.

Non ci vuole molto per capire che il sindaco sa particolari che preferisce non proferire ma che si possono facilmente immaginare, ovvero che anche alla Cospalat il lavoro è un privilegio che si deve scontare cedendo dignità e diritti.

Senza bisogno di essere giornalisti d’inchiesta del resto basta scorrere la pagina Facebook dell’attività per trovare commenti di cittadini evidentemente ben informati che raccontano di lavoratori “che fanno 12 ore al giorno ma in busta paga il minimo” e si augurano che “la gente possa sapere come stanno le cose”.

Su Indeed, uno dei siti più conosciuti per leggere le opinioni sulle aziende di dipendenti e di ex dipendenti un lavoratore in prova a novembre del 2020 racconta di “pessima amministrazione dei punti vendita mancanza di rispetto verso il personale” mentre un altro ex dipendente è ancora più preciso: “Non lo consiglio a nessuno, – si legge – la paga é sempre in ritardo e vengono ingiustamente sottratte giornate e ore di lavoro anche se svolte regolarmente, vengono sottratte anche permessi e ferie inoltre non viene nemmeno stipendiata la 13esima e 14esima anche se prevista dal contratto, impossibile avere delle risposte dal datore di lavoro in merito a tutto questo”.

Ci deve anche essere qualche problema di correttezza degli orari se è vero che tra le risposte a chi domanda come sia organizzata la flessibilità qualcuno risponde: “40 ore settimanali ma non rispettate dall’azienda. Ne fanno fare meno a loro piacimento senza nemmeno una comunicazione”.

Di Cospalat si ritrova, tra le altre cose, un vecchio articolo del Messaggero Veneto che racconta di 16 patteggiamenti per il reato di associazione per delinquere, finalizzata alla frode in commercio e commercio di sostanze alimentari nocive nel 2014. C’è anche “il provocatore” autore del cartello Renato Zampa che al tempo patteggiò una pena di 1 anno, 5 mesi e 10 giorni di reclusione (sospesa con la condizionale).

Ed è proprio Zampa che, mentre si sollevava il polverone, ha deciso di rispondere al sindaco scrivendo: “questo Paese sta regredendo e bisogna fare qualcosa per cambiare la mentalità delle persone. Basta assistenzialismo. È tempo di tornare alla cultura del dovere, del sacrificio e della responsabilità”. Iniziare l’anno sfidando il senso del ridicolo, schiacciando sempre le solite corde.

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Nel congresso del Pd irrompe il candidato Guizzetti e vale la pena raccontarlo

Il bergamasco Antonio Guizzetti, un passato alla Banca mondiale, si fa avanti per la segreteria del Pd con la sfida di raccogliere a tal fine 4mila firme. Lo annuncia lui stesso in un’intervista su repubblica.it. «Mi considero un underdog, uno sfavorito. Non appartengo a nessuna corrente interna né a gruppi di potere, ma credo che la mia trentennale esperienza internazionale possa dare un contributo importante al Pd». «Avverto nel percorso congressuale una certa improvvisazione, mancanza di competenze e progettualità», continua. «Bonaccini è sicuramente un ottimo amministratore. Per le idee mi sento più vicino a Schlein, ma ho anche una grande stima per Gianni Cuperlo. Credo che il Pd abbia bisogno di un rinnovamento totale della classe dirigente, di abbattere le correnti. Il segretario non lo decidono Bettini e Franceschini». Negli anni Novanta, quando ha iniziato a lavorare alla Banca Mondiale, riferisce di essere stato «a stretto contatto con Draghi – racconta -. Credo che abbia interpretato molto bene il suo ruolo: è riuscito a dare una boccata di ossigeno alla Banca mondiale». Come capo del governo, a suo avviso, Draghi invece «non è stato capace di interpretare quel ruolo di mediazione e compromessi che un politico italiano deve fare per poter gestire la cosa pubblica. Non ha potuto dare quel contributo che un uomo del suo valore avrebbe potuto dare ad un Paese come l’Italia».

Tutti si chiedono: ma chi è Guzzetti? Cercare tra il suo passato è un viaggio che provoca vertigini. Dal Messaggero Veneto scopriamo che a gennaio del 2011 «si è autoinvitato con una semplice mail, direttamente dall’America» alla cerimonia per il Premio Nonino e spiegare che «l’Italia si salverà attraverso le capacità imprenditoriali di famiglie come i Nonino». In un’intervista a BergamoNews dice di sé: «Bergamo mi è sempre stata un po’ stretta. Sono un po’ sessantottino, nel senso che appartenevo al movimento studentesco. Dopo il Liceo decisi di frequentare la Bocconi perchè già allora ero molto interessato alle problematiche dei Paesi in via di sviluppo. Io non volli mai entrare nel business di mio padre perchè anche se era buono, generoso e cattolico, per me era un capitalista, quindi stava dall’altra parte della barricata. Andai a fare un dottorato alla London School of Economics, perchè pensai che la carriera universitaria mi potesse offrire un buon compromesso per quello che volevo fare: aiutare la società e guadagnarmi da vivere. Poi feci un altro dottorato a Parigi, Doctorate d’Etat, e quando tornai in Italia, il rettore della Bocconi mi contattò dicendomi che c’era una richiesta da parte della Banca Mondiale di mandare dei giovani economisti a Washington…».

Molto si evince dalla sua pagina Facebook. E qui si rischia di avere le vertigini. Di certo non amava molto il presidente della Repubblica Mattarella se è vero che il 30 gennaio del 2015 scriveva «Incantatore di Serpenti: Come ha fatto “Renzie” a sdoganare – rendendolo “credibile” e quindi “presidenziabile”, come la “embedded” stampa italiana oggi applaude all’unisono – un personaggio come Sergio Mattarella (quelli che – secondo “Renzi I” – dovevano essere tutti rottamati per favorire un ricambio della “classe politica italiana”) definito “Umille Servitore dello Stato” (ahahaha!) e farlo – forse (D’Alema pensaci tu!) – diventare Presidente della Repubblica Italiana Massoneria, Logge, Tri – Lateral, Grande Vecchio, Please help me!». Per ribadire il concetto scriveva «JE NE SUIS PAS SERGIO MATTARELLA !». Ma nel suo profilo parla di tutto. Chiedeva di “annullare Expo”, inneggiava alla “rivoluzione proletaria” («In talia non ci sono i soldi per la cultura, la scuola, la sanità, le pensioni, eccetera ma le infrastrutture costano mediamente 30% in più del loro costo “reale” di mercato con personaggi che hanno case, ville, conti all’estero, non pagano le tasee, hanno vitalizie da decine di migliaia di Euro, eccetera e impuniti rapinano le casse pubbliche»), se la prendeva con le cooperative («Le cooperative sono un sistema di malaffare che paga tangenti per ottenere lavori, commesse,eccetera, per di più legate a partiti di sinistra. VERGOGNA»).

Opinioni sulla geopolitica Nel 2015, commentando la dichiarazione di Obama dopo l’uccisione di Giovanni Lo Porto, Guizzetti scriveva: «Stessa Storia di Sempre: Obama si scusa e promette un risarcimento in dollari (gli USA comperano tutto con i dollari, anche il dolore delle persone) alla famiglia di una morte avvenuta 4 mesi fa (ne aveva parlato a Renzi in occasione della recente visita del nostro PM alla Casa Bianca Se No: colpevole Obama, Se Si: colpevole Renzi). Poi, quale diritto hanno gli USA di invadere, uccidere, bombardare in qualsiasi angolo del mondo per combattere il terrorismo (quale?). Mondo Cane». Una candidatura “frizzant”, non c’è che dire.

Buon martedì.

Nella foto Antonio Guizzetti (dal suo profilo facebook)

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Il sangue iraniano e noi che arriviamo tardi

Un giovane poco più che trentenne è morto in Iran dopo venti giorni di coma a seguito di torture. Era stato arrestato, pestato a sangue e poi rilasciato. L’hanno fatto tornare a casa perché avevano paura che morisse in cella. E infatti è morto a casa.

Si chiamava Mehdi Zare Ashkzari, era un ex studente di farmacia all’Università di Bologna e due anni fa era tornato in patria. Ed è Amnesty International Italia a diffondere le prime informazioni sul caso. Poi il messaggio di Patrick Zaki che, con la scomparsa del trentenne iraniano, sottolinea come l’Università di Bologna abbia «ora una nuova vittima della libertà di espressione». Zaki, che di anni di carcere se n’è già fatti due in Egitto per un “reato d’opinione”, lo dice benissimo: «Purtroppo, questa volta, era troppo tardi per salvarlo».

Mehdi Zare Ashkzari «era uno di noi», dice all’Ansa Sanam Naderi, iraniana che vive a Bologna. «Era conosciutissimo, molti studenti sono stati da lui, hanno mangiato la pizza dove lavorava. Era sempre sorridente». Mehdi si era iscritto all’università nel 2015 e per un periodo aveva lavorato come fattorino, per mantenersi agli studi, poi come aiuto-cuoco in una pizzeria.

Secondo l’ultimo aggiornamento di Hrana, l’agenzia di stampa iraniana per i diritti umani, ammonterebbero a 508 le persone uccise durante le proteste divampate nel Paese, inclusi 69 bambini. Un dato impressionante, che si è aggiunto al numero di arrestati (oltre 18mila). Il report, peraltro, ha segnalato che al momento sono andate in scena più di 1.200 manifestazioni di contestazione in 161 città. I dati forniti dall’agenzia, per la cronaca, fanno riferimento al periodo dal 26 settembre al 7 dicembre.

Buon anno nuovo.

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L’Arabia Saudita è il prossimo Qatar

Ci siamo lasciati alle spalle i mondiali di calcio del Qatar che si è ripulito la faccia agli occhi del mondo usando il pallone come cipria e ungendo con i soldi la politica e le organizzazioni internazionali. Dei mondiali in cui i diritti umani sono stati solo un passaggio obbligato che si è ridotto a qualche scenetta (spesso poco credibile) e alle parole incredibilmente false delle autorità.

L’Arabia Saudita può imparare dal Qatar come usare il calcio (e forse la corruzione) per sembrare un partner politico credibile

Alla fine, come sanno benissimo i professionisti dello sportwashing, ci ricorderemo della partita finale, di Leo Messi e il regime qatariota potrà apparire democratico perché ha avuto accesso alle cerchie che contano.

Qualche tempo fa il principe bin Salman, il “grande amico” di Matteo Renzi (secondo le parole dello stesso Renzi) aveva lanciato “Visione 2030” per rilanciare l’immagine delle’Arabia Saudita. Anche da quelle parti il lavoro spesso non è altro che una schiavitù legalizzata e in più c’è l’omicidio commesso ai danni del giornalista Jamal Kashoggi che, secondo l’intelligence USA, sarebbe stato compiuto proprio su ordine del principe.

Ora le cose sono cambiate: Biden ha ammorbidito le sue posizioni, bin Salman può contare sulla feconda attività di pro loco esercitata da un ex presidente del Consiglio italiano e come è avvenuto con l’acquisto della squadra di calcio del Paris Saint Germain per il Qatar anche i sauditi hanno deciso di buttarsi nel calcio internazionale comprando il Newcastle.

C’è di più: la squadra saudita dell’Al Nassr si è regalata l’ex campione Cristiano Ronaldo che per una cifra stratosferica (si parla di un miliardo di euro per 7 anni) sarà più testimonial che calciatore.

Qui si arriva al bivio: per i mondiali di calcio del 2030 tra i Paesi candidati a ospitare le partite c’è proprio l’Arabia Saudita. Un’Arabia Saudita arretrata come (se non peggio) il Qatar che può imparare dai qatarioti come usare il calcio (e forse la corruzione) per sembrare un partner politico credibile. È quello che proprio Renzi chiamava “nuovo Rinascimento” (ricordate?), sta avvenendo in diretta sotto i nostri occhi. Con la risata complice (e ricca) di Cristiano Ronaldo come testimonial.

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Clima, l’aumento degli eventi meteo estremi e l’immobilismo dell’Italia

Non c’è un bel clima, no, nell’anno che passa. Alluvioni, ondate di caldo anomalo e di gelo intenso, frane, mareggiate, siccità, grandinate: il 2022 è stato un anno nero per il clima, segnato da un’accelerazione degli eventi meteo estremi nel mondo e anche in Italia, segnata quest’anno da più caldo e siccità. Come raccontano i dati di bilancio dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente, realizzato in collaborazione con il gruppo Unipol, e sintetizzati nella mappa del rischio climatico. Nel 2022 la Penisola ha registrato un incremento del 55 per cento di casi rispetto al 2021: 310 fenomeni estremi che quest’anno hanno provocato impatti e danni da Nord a Sud e causato 29 morti. Nello specifico si sono verificati 104 casi di allagamenti e alluvioni da piogge intense, 81 casi di danni da trombe d’aria e raffiche di vento, 29 da grandinate, 28 da siccità prolungata, 18 da mareggiate, 14 eventi con l’interessamento di infrastrutture, 13 esondazioni fluviali, 11 casi di frane causate da piogge intense, 8 casi di temperature estreme in città e 4 eventi con impatti sul patrimonio storico.

Clima, l'aumento degli eventi meteo estremi e l'immobilismo dell'Italia
I danni degli eventi meteo estremi in Italia. (Getty)

Il Nord Italia l’area più colpita, in particolare la Lombardia

Molti gli eventi che riguardano due o più categorie, per esempio casi in cui esondazioni fluviali o allagamenti da piogge intense provocano danni anche alle infrastrutture. Nel 2022 sono aumentati, rispetto allo scorso anno, i danni da siccità, che passano da 6 nel 2021 a 28 nel 2022 (+367 per cento), quelli provocati da grandinate da 14 nel 2021 a 29 nel 2022 (+107 per cento), i danni da trombe d’aria e raffiche di vento, che passano da 46 nel 2021 a 81 nel 2022 (+76 per cento), allagamenti e alluvioni, da 88 nel 2021 a 104 nel 2022 (+19 per cento). A livello territoriale, quest’anno il Nord della Penisola è stata l’area più colpita, seguita dal Sud e dal Centro. A livello regionale, la Lombardia è la regione che registra più casi, 37, seguita dal Lazio e dalla Sicilia, con rispettivamente 33 e 31. Rilevanti anche i casi registrati in Toscana, 25, Campania, 23, Emilia-Romagna, 22, e Piemonte, 20, Veneto, 19, Puglia, 18. Tra le province, quella di Roma risulta quella più colpita con 23 eventi meteo-idro, seguita da Salerno con 11, Trapani con 9, Trento, Venezia, Genova e Messina con 8 casi. Tra le città, Roma (13) e Palermo (4).

Nella lotta alla crisi climatica siamo in grave ritardo

Per Legambiente, «i dati del bilancio dell’Osservatorio CittàClima indicano ancora una volta l’urgenza per l’Italia di un deciso cambio di passo nella lotta alla crisi climatica attraverso politiche climatiche più ambiziose e interventi concreti non più rimandabili. A tal riguardo l’associazione ambientalista, tra le azioni urgenti da mettere in campo, chiede l’approvazione in tempi rapidi del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici aggiornato e pubblicato nei giorni scorsi sul sito del Mase, e che ora dovrà essere oggetto di consultazione pubblica secondo quanto previsto dalla procedura di valutazione ambientale strategica». Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, sottolinea che «la fotografia scattata dal nostro Osservatorio CittàClima ci restituisce un quadro preoccupante di un anno difficilissimo, concluso con le notizie sulle temperature primaverili di fine dicembre in Italia, sulla tempesta artica che ha colpito il Nord America, causando decine di morti, e sull’ondata di freddo in Giappone. Nella lotta alla crisi climatica il nostro Paese è ancora in grave ritardo, rincorre le emergenze senza una strategia di prevenzione, che farebbe risparmiare il 75 per cento delle risorse spese per riparare i danni».

Clima, l'aumento degli eventi meteo estremi e l'immobilismo dell'Italia
Acqua alta a Venezia. (Getty)

Meno gas, impianti eolici, Piano nazionale: le cose da fare

Quindi l’appello al governo Meloni: «Al posto di nuovi investimenti sul gas, chiediamo cinque azioni urgenti da mettere al centro dell’agenda dei primi mesi del 2023: a una veloce approvazione del Piano nazionale di adattamento climatico, devono seguire lo stanziamento di adeguate risorse economiche per attuarlo, non previste dalla legge di bilancio approvata; l’aggiornamento del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) agli obiettivi europei di riduzione dei gas climalteranti del RePowerEu, dimenticato dal governo Draghi; nuove semplificazioni per tutti gli impianti a fonti rinnovabili, a partire dal repowering per gli impianti eolici esistenti; la velocizzazione degli iter autorizzativi con nuove linee guida del ministero della Cultura per le Sovrintendenze e una forte azione di sostegno e sollecitazione alle Regioni per potenziare gli uffici che autorizzano gli impianti». Tutti i dati dell’Osservatorio Città Clima sono raccolti nella mappa online del rischio climatico, aggiornata nel layout e nella grafica e con un focus sul progetto europeo Life+AGreeNet che ha l’obiettivo di rendere le città della costa del Medio Adriatico più resilienti al cambiamento climatico attraverso vari interventi. Intorno a tutto questo ci sono i negazionisti climatici, che scrivono pensosi editoriali su presunti autorevoli giornali, che non hanno ancora imparato la differenza tra clima e temperature, che usano una bufera di neve per dirci che il surriscaldamento non esiste. Intanto un altro anno è passato.

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Le bugie di fine anno

Sia benedetta Pagella Politica che tutti i santi giorni si prende la briga di verificare la veridicità di quello che affermano i politici nostrani. In un Paese normale, a ben vedere, sarebbe un compito della stampa ma poiché il leaderismo dalle nostre parti è un virus che fiacca molti giornalisti tocca ai cosiddetti siti di fact-checking.

Si scopre così che Meloni mente quando dice «I condoni non ci sono nella nostra legge di Bilancio» poiché la legge di Bilancio contiene la cosiddetta “tregua fiscale”, che raccoglie alcuni provvedimenti come lo stralcio automatico delle cartelle esattoriali fino a mille euro, relative al periodo 2000-2015, e la possibilità di ripagare tutto il dovuto al fisco, con uno sconto però sulle sanzioni e gli interessi. Poiché secondo l’enciclopedia Treccani, un condono fiscale è un «provvedimento legislativo che prevede un’amnistia fiscale e ha lo scopo di agevolare i contribuenti che vogliano risolvere pendenze in materia tributaria» e nella letteratura scientifica internazionale, il “condono” (in inglese tax amnesty) è definito come «l’opportunità data ai contribuenti di saldare un debito con il fisco, inclusi gli interessi e le more, pagandone solo una parte» quello del governo Meloni è un condono.

È falsa anche la frase «la morale da chi, oggi all’opposizione, ma quando era al governo ha liberato i boss mafiosi al 41-bis con la scusa del contagio da Covid […], non me la faccio fare». Giuseppe Conte (a cui si riferisce Giorgia Meloni) ha approvato un decreto per favorire il ricorso alla detenzione domiciliare per una serie di detenuti. Tra questi, però, non rientravano le persone condannate per reati particolarmente gravi, tra cui quelli di stampo mafioso.

È una bugia anche quella di Giorgia Meloni che dice «l’estensione della tassa piatta per le partite Iva con fatturato fino a 85 mila euro non discrimina i lavoratori dipendenti». Almeno tre organismi indipendenti, durante le audizioni in Parlamento sul disegno di legge di Bilancio, hanno sollevato critiche verso il provvedimento difeso da Meloni. Stiamo parlando della Banca d’Italia, della Corte dei Conti e dell’Ufficio parlamentare di bilancio.

Ovviamente bugie anche su contanti e evasione. «Negli ultimi dieci anni quando c’è stata meno evasione fiscale è quando c’era il tetto al contante a 5 mila euro», dice Giorgia Meloni. Come fa notare Pagella politica «qui Meloni ha ripetuto lo stesso errore già commesso durante il primo video della rubrica “Gli appunti di Giorgia”. A sostegno di questa tesi, la presidente del Consiglio aveva mostrato un grafico realizzato da Unimpresa secondo cui nel 2010, quando il tetto al contante era a 5 mila euro, l’evasione fiscale stimata in Italia aveva avuto un valore pari a circa 83 miliardi di euro, il dato più basso registrato fino al 2019. Il grafico in questione, così come la dichiarazione di Meloni, è però impreciso e fuorviante. Da un lato, il dato sull’evasione del 2010 è parziale, perché non tiene conto dell’evasione di alcune imposte e di quella dei contributi previdenziali, calcolati invece nelle stime degli anni seguenti. Dall’altro lato, ha poco senso valutare l’efficacia del tetto al contante nel contrasto dell’evasione comparando i valori annuali dell’evasione con quelli dei limiti all’uso del contante. Per valutare il contributo del tetto al contante servono studi scientifici. Come hanno spiegato nelle audizioni sul disegno di legge di Bilancio per il 2023 la Banca d’Italia, la Corte dei Conti e l’Ufficio parlamentare di bilancio, alcuni studi hanno mostrato che in Italia il tetto al contante può contribuire a ridurre il fenomeno dell’economia sommersa e dell’evasione».

Buon venerdì.

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