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Quando comincia il congresso del Pd?

Nella lingua italiana si definisce congresso un «raduno di diplomatici o di uomini politici o di affari, di cultura o di scienze per la messa a punto o la risoluzione di questioni importanti o di comune interesse». Nel caso del Partito democratico (ma vale per tutti i partiti) il congresso deve decidere quali siano le priorità dell’agenda politica italiana, come interpretarle e come farsene carico. Ce ne sono a bizzeffe.

In queste settimane di congresso del Partito democratico il governo a cui si oppongono ha deciso le misure finanziarie per il 2023 su fisco, sanità, scuola, cultura. Il ministro dell’inferno Piantedosi ha messo nero su bianco l’atteggiamento che l’Italia vuole avere nei prossimi anni nei confronti della violenza, della fame e della disperazione che innescano le migrazioni (perché sono le persone il tema principale, prima delle migrazioni). Il ministro Valditara sta disegnando un modello di scuola che divide i giovani in vincitori e sconfitti. La ministra Santanchè sta progettando un turismo come cerchia solo per gli altospendenti. Il ministro della Guerra, Guido Crosetto, sta intendendo la Difesa come rifocillamento di armamenti. Poi ci sono i poveri, i soliti poveri sempre più poveri a cui si aggiungono i nuovi poveri, che continuano a essere nemici. Ci sarebbe anche il ministro del Cemento Salvini che cerca l’immortalità in mausolei autostradali e ponti smisurati.

Il congresso così non va. Lo sanno dentro il Partito democratico, lo dicono i numeri di un partito in picchiata per cui non vale nemmeno l’antico adagio del “è facile aumentare il consenso mentre si sta all’opposizione”. C’è l’opposizione di base, ci mancherebbe, quella tiritera del non essere mai d’accordo ma manca la politica. Scorrendo le agenzie di stampa degli ultimi giorni si ritrovano lanci su Bonaccini che ci spiega come quello con Pina Picerno non sia “un ticket” ma “un tandem”. C’è la notizia di una “diaspora” in Areadem che “andrebbe verso Bonaccini”. C’è chi annuncia di appoggiare qualcuno per “un Pd più riformista, rigoroso e radicale”. C’è una diatriba sul numero degli iscritti. C’è Boccia che definisce Schlein “sinistra occidentale moderna e ambientalista”. C’è Ricci che avvisa che “il congresso non è un talent show”. Ci sono armamentari retorici che appaiono – a essere buoni – piuttosto vetusti.

Manca la politica comprensibile qui fuori. Tra la gente che non ha il tempo di seguire ogni giorno le sfumature politiche, le differenze tra i vari candidati si riducono nella maggioranza dei casi a una simpatia/antipatia o a una presunta appartenenza. Il congresso del Pd finora non ha prodotto un solo spunto di discussione tangibile su qualcosa che si dovrebbe fare urgentemente. La gente non sa cosa farebbero i candidati del congresso al posto di Piantedosi, di Salvini, di Valditara, di Nordio. In realtà non si è nemmeno capito quali siano gli errori – dico concretamente, elencandoli – che avrebbe compiuto Letta.

Questo non è un congresso finora: è una resa dei conti tra bande che hanno sempre meno peso nella politica nazionale, un’orchestra che suona mentre perfino il Movimento 5 Stelle gli sfila i temi storici. Quando comincia il congresso del Pd?

Buon giovedì.

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M5S, sinistra e liste civiche. Il laboratorio lombardo resta

L’apertura del M5S alle alleanze in Lombardia, anche con il Pd sul nome di Pierfrancesco Majorino (nella foto), ha già attivato sulla stessa lunghezza d’onda i territori.

L’intesa sui programmi con il M5S inizia a riprodursi nei Comuni. E il nome di Majorino cresce malgrado il Pd a pezzi

Non sembra a caso che in Comuni rilevanti, come Cologno Monzese, dove si andrà a votare per il sindaco poco dopo la Regione (a maggio prossimo) si siano già aperti tavoli di trattative con altre formazioni civiche e Sinistra Italiana sui programmi e le cose da fare per battere le destre. Ma se tutto questo – che lo si chiami campo largo o giù di lì) è retroguardia o un laboratorio politico per il futuro.

Fatto sta che a differenza del Lazio, dove i Cinque Stelle correranno contro il Pd, in Lombardia ingrana la campagna elettorale comune per portare Majorino alla presidenza di Regione Lombardia. Certo, non è stato facile scrollarsi di dosso le tossine della rottura prima delle elezioni politiche e non è stato breve: solo da qualche giorno Giuseppe Conte ha dato il via libera dopo un confronto sul programma con i dem e dopo avere parlato personalmente con l’eurodeputato del Pd.

Oltre alle scorie della rottura del “campo largo” sul piano nazionale, in Lombardia il Partito democratico ha dovuto trovare la quadra per votare la deroga alle primarie previste dallo Statuto del partito, decidendo di convergere sul nome di Majorino con un’alleanza che tiene insieme Sinistra Italia, Verdi, e Reti Civiche oltre al M5S.

A favorire tale matrimonio è stata indubbiamente anche la scelta del cosiddetto Terzo polo di convergere su Letizia Moratti che ha deciso di sfidare il leghista Attilio Fontana tentando un’inversione a U che riuscisse a sfondare anche nel campo del Centrosinistra. Missione evidentemente fallita visto che il segretario regionale Pd Vinicio Peluffo ha chiuso fin da subito le porte a qualsiasi tentativo di abboccamento.

La scorsa settimana a complicare la situazione c’è stato lo scandalo in Europa del cosiddetto Qatargate che ha agitato (per poco, a dire la verità) la coalizione più per le strumentalizzazione di Moratti e Centrodestra (con l’amplificazione dei giornali amici) che per un reale dubbio dei partiti nei confronti dell’esperienza di Majorino nell’Europarlamento. Ora comunque il legame è ben saldo.

Trovato l’accordo su sanità, trasporti e ambiente (i punti centrali della politica regionale) M5S e Partito democratico appaiono i due cardini del fronte del Centrosinistra, riproponendo lo schema previsto inizialmente da Letta per le elezioni nazionali, salvo poi gettare tutto a mare e regalare Palazzo Chigi alla destra, oltre che condannare il Pd alla deriva verso la quale sta andando in attesa di trovarsi un nuovo segretario.

Ma quanto influirà l’esperienza lombarda sul piano nazionale? Questa è la vera domanda. Ci sarà ovviamente da aspettare i risultati, però è evidente che i rapporti con il Movimento Cinque Stelle sono tra i grandi temi del congresso dem. Il candidato favorito, il presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, ha più volte ribadito la sua volontà, nel caso diventasse segretario, di riunire il campo del Centrosinistra con il partito di Conte e con il Terzo polo (senza spiegare per ora come conciliare moltissime posizioni radicalmente opposte.).

La candidata Elly Schlein (che non piace a Renzi e Calenda) ha parlato di “punti di contatto” con il partito di Conte mentre il suo coordinatore della campagna, il senatore Francesco Boccia è stato chiarissimo: “coordinerò la sua campagna e ricuciremo con il M5S”, ha detto qualche giorno fa a Repubblica. Di “alleanza imprescindibile” con il Movimento ha parlato anche l’ultimo candidato per la guida del Nazareno, Gianni Cuperlo.

Una mossa che ieri ha aggregato il politologo Piero Ignazi, secondo cui “Grazie al suo profilo, Cuperlo può alzare il livello del dibattito di queste primarie”, e se nel 2013 la sua posizione era molto debole, in un momento in cui la forza di Renzi era straripante, oggi è tutta un’altra cosa.

Per questo la campagna elettorale in Lombardia rischia di essere un vero snodo politico nazionale, più del muro contro muro con cui è finita l’esperienza di governo comune nel Lazio, dove dem e Cinque Stelle hanno lavorato fianco a fianco nella Giunta di Nicola Zingaretti, senza che nascesse l’inceneritore ora nei piani dell’erede dell’ex governatore, Alessio D’Amato. Dopo l’esperienza del secondo Governo Conte, la Lombardia è quindi il primo vero tentativo di allineamento tra dem e Cinque Stelle per immaginare un futuro di governo.

E nel territorio lombardo l’intesa potrebbe ripetersi anche per le prossime elezioni amministrative, come sembra fare da battistrada il tavolo di confronto aperto a Cologno Monzese per “dare vita a un fronte progressista inclusivo” per “un reale progetto di rinnovamento politico”. Il futuro potrebbe essere già qui.

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Intimidire i giornalisti non serve più. Fargli causa è più efficace

Prima era stato il Centro di coordinamento sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti del Ministero dell’Interno, con i propri dati sui minacciati nei primi 9 mesi nel 2022: “sono 84 gli episodi intimidatori commessi in Italia nei primi nove mesi del 2022 contro i cronisti, rispetto ai 162 registrati nello stesso periodo del 2021, con una flessione del 48%”, si legge nel rapporto.

Dai dati del Ministero emerge che per l’88% dei casi “le vittime sono 74 professionisti dell’informazione, tra i quali 21 donne (28%) e 53 uomini (72%). Il 19% delle segnalazioni totali è relativo ad episodi intimidatori perpetrati nei confronti di sedi giornalistiche o di troupe non meglio specificate”. Le regioni più colpite sono “Lazio, Lombardia, Campania, Calabria e Toscana, con 57 episodi complessivi, pari al 68% del totale”.

I dati di Ossigeno per l’informazione: Calano le minacce contro i giornalisti ma aumentano le querele e le azioni civili

Ma i nuovi dati pubblicati da Ossigeno per l’informazione, l’osservatorio non governativo sui giornalisti minacciati e le notizie oscurate con la violenza, fotografano una situazione ben più grave. Ossigeno tiene conto infatti anche delle querele e della cause per diffamazione promosse in modo temerario e strumentale, in violazione del diritto di informazione codificato dall’Articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo. Solo nei primi 9 mesi sono 173 gli episodi di intimidazioni e minacce nei confronti di 564 operatori di media (giornalisti, blogger, videoperatori), di cui il 29% è costituito da donne, colpite per il 36% da minacce gender based.

Questi dati di Ossigeno mettono in evidenza una crescita delle minacce rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: fra gennaio e settembre 2021 Ossigeno aveva infatti rilevato 288 minacciati, esattamente la metà di quest’anno.

L’osservatorio di Ossigeno per l’informazione che ha verificato 84 episodi su 173 rileva per il 57% degli attacchi una forma di “avvertimento”, nel 35% l’abuso di denunce e azioni legali e nell’8% dei casi vere aggressioni. Anche un’osservazione della matrice degli attacchi riserva sorprese.

Se è vero che nel 16% dei casi si tratta di segnali provenienti da ambienti criminali o mafiosi nel 18% (quindi con una percentuale superiore) gli attacchi provengono da autorità, enti pubblici e politici. Nel 54% dei casi sono persone o associazioni ad accanirsi contro i giornalisti, nel 6% i mittenti sono imprese e imprenditori privati. Tra le regioni svetta il 19% della Lombardia seguita da Toscana (17%), Lazio (14%), Piemonte (11%) e Puglia al 9%.

Aumentano le minacce ma diminuiscono le denunce. “ Perché? Hanno meno fiducia negli interventi delle autorità, o sono più rassegnati o semplicemente hanno più paura di prima e perciò subiscono più spesso senza reagire? Questo aspetto sarà oggetto di approfondimento. Certamente – scrive Ossigeno per l’informazione – però si può dire che la diminuzione delle minacce registrate dal Viminale non è una buona notizia, non è un segnale rassicurante. È anzi un ulteriore segnale di allarme”.

Un dato è certo: oggi per silenziare un giornalista basta avere i soldi per intentare una causa temeraria. Funziona molto più delle minacce fisiche, fa meno rumore e consente di sfruttare uno spazio legislativo che il mondo del giornalismo, le forze politiche, il Parlamento e il Governo sembrano non voler riequilibrare con le opportune contromisure.

Non serve più nemmeno la manodopera criminale, sono i colletti bianchi (e i loro avvocati) a poter indebolire la libertà di informazione. In attesa di stupirsi, come accade tutti gli anni, della posizione nelle retrovie dell’Italia nelle classifiche della libertà di stampa.

Leggi anche: Nel 2022 oltre 500 i giornalisti minacciati. Quasi il doppio rispetto al 2021. Aumentano anche querele e cause civili pretestuose o infondate

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Le lacrime di Giorgia e del coccodrillo

Niente, non ce la fanno. Fingono di essere rispettosi della Costituzione e dei ruoli che ora ricoprono avendo vinto le elezioni ma poi basta un debole soffio per svelare la natura di Giorgia Meloni e della classe dirigente del suo partito. Le celebrazioni della nascita del Movimento sociale italiano sono una cartina tornasole.

Prima è stato il turno di Isabella Rauti che cita Tolkien («le radici profonde non gelano») che fomenta la fiamma, la stessa che Giorgia Meloni definì simbolo del «riconoscimento del percorso fatto da una destra democratica nella nostra storia repubblicana» rispondendo a Liliana Segre. Ieri è spuntato anche Ignazio La Russa che, tra le altre cose, da presidente del Senato dovrebbe avere un equilibrio ancora maggiore. Furbescamente La Russa (come nel caso di Isabella Rauti) pone la questione con un po’ di condimento familiare e ricorda la fiamma riferendosi al padre «che fu fra i fondatori del Movimento sociale italiano in Sicilia e che scelse il Msi per tutta la vita, la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana». Il tutto con la fiamma tricolore, ovviamente.

«Signori, – ha scritto ieri il dem Emanuele Fiano – in questi giorni l’esaltazione dell’Msi, partito fondato dai fascisti reduci di Salò, come Almirante e Romualdi, è ormai ai massimi livelli, qui la seconda carica dello Stato. E voi? Ex colleghi in Parlamento? Tutti zitti?». Qualcuno giustamente protesta. La Russa si difende. Per fortuna rimette le cose a posto la presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni: «Si celebrano oggi – dice Di Segni –  i 75 anni dalla promulgazione della Costituzione repubblicana, l’affermazione della nostra democrazia antifascista. Eppure c’è chi ritiene di esaltare un altro anniversario – quello della fondazione del Msi – partito che, dopo la caduta del regime fascista, si è posto in continuità ideologica e politica con la Rsi, governo dei fascisti irriducibili che ha attivamente collaborato per la deportazione degli ebrei italiani. Grave che siano i portatori di alte cariche istituzionali a ribadirlo, legittimando quei sentimenti nostalgici». Netto anche l’Anpi. «Con tutto il rispetto per i suoi affetti familiari, l’Onorevole La Russa non ha ancora capito che è il Presidente del Senato della Repubblica antifascista e non il responsabile dell’organizzazione giovanile del Msi. Il suo post è uno sfregio alle istituzioni democratiche», fa sapere il presidente dell’associazione nazionale partigiani, Gianfranco Pagliarulo.

Chissà che ne dicono coloro che avevano scambiato le lacrime di Giorgia Meloni qualche giorno fa in occasione dell’Hannukkah, ricordando la deportazione degli ebrei. Chissà a cosa si riferiva la presidente del Consiglio quando nel suo discorso disse “non tradiremo”. Chissà cosa altro ci vuole per capire che Giorgia Meloni e i suoi compari sono quella roba lì, nient’altro. A proposito, il nome Msi fu scelto – lo dicono i fondatori stessi – perché  «M è l’iniziale per noi più chiara e significativa, non esprime solo Movimento, ma lo consacra con l’iniziale mussoliniana. Vi sono poi le due lettere qualificative della Rsi».

Buon mercoledì.

Nella foto: Giorgia Meloni alla cerimonia dell’Hannukkah (frame video YouTube Vista)

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Il presepe della ministra Roccella

Con la complicità dei luculliani pranzi che hanno offuscato la lucidità di questi giorni è passata quasi inosservata l’uscita della ministra alla Famiglia Eugenia Roccella che ha pensato bene di rimpinzare la propria pagina Facebook nelle ore natalizie con una storia recuperata dalla cronaca locale riuscendo a strumentalizzare contemporaneamente il Natale, la legge 194 e la povertà raccontata – per l’ennesima volta – dal lato sbagliato.

Il quotidiano Il Giorno racconta che a Milano una coppia di senzatetto è stata costretta dalle condizioni di povertà a rinunciare al riconoscimento di un figlio appena nato.  «Come farebbe a sopravvivere con me al gelo?», avrebbe detto la madre. La coppia vive in una tenda vicino a una stazione nei pressi di Milano. La ragazza non ha riconosciuto il bambino entro i dieci giorni previsti per legge, ma non l’ha fatto perché ha realizzato che non sarebbe stata in grado di accudirlo: «Mi hanno dato dieci giorni di tempo per riconoscere mio figlio – ha raccontato al quotidiano Il Giorno -. Ma come farebbe a sopravvivere con me al gelo?». Quindi, ha lasciato trascorrere, per necessità, il termine per riconoscere il neonato e dunque il parto è diventato anonimo e si è automaticamente avviata la procedura per l’adottabilità.

La ministra, come accade nei giorni in cui la politica è in vacanza, ha pescato dalla cronaca e ha rilanciato: «Fra le storie che il Natale ci racconta – scrive Roccella – c’è stata in queste ore quella di Sabrina e Michael, giovani genitori in condizioni di difficoltà economica estrema. La ragazza, nel dare alla luce il suo bimbo nato prematuro, ha scelto di lasciarlo in ospedale senza riconoscerlo»

«Una situazione – ha scritto la ministra Roccella – che determinerebbe uno stato di adottabilità. Di questa vicenda non conosciamo abbastanza, solo le notizie riferite dagli organi di informazione, fra cui le parole della ragazza. Non possiamo avere la certezza che in condizioni diverse Sabrina avrebbe tenuto il bambino, sappiamo però che queste sono le motivazioni addotte. E sappiamo che sono tante le Sabrina che rinunciano alla maternità per ragioni economiche». La ministra ha chiuso ricordando con forza che: «Non serve una legge, perché la legge c’è. È la 194, e andrebbe soltanto attuata. Perché anche tanti che a parole la difendono poi non la mettono in pratica nella sua interezza. Anche questo è un problema di libertà femminile».

L’intento è chiaro: mettere in discussione per l’ennesima volta la 194 lasciando intendere che qualcuno vorrebbe raccontarne solo una parte. La ministra sa e finge di non sapere che quella coppia non avrebbe tenuto il figlio in cambio di qualche bonus utile solo a fare bassa propaganda di basso spirito di “famiglia”. Si tratta, si badi bene, di una ministra di un governo che tra le poche misure prese finora può annoverare l’avere innescato l’ennesima guerra ai poveri oltre alla solita guerra agli invisibili. La coppia sventolata dalla ministra Roccella rappresenta il nemico perfetto per la propaganda del governo di cui fa parte: sono senza documenti e quindi non hanno accesso a nessun tipo di cure mediche, sono senza lavoro e quindi rientrano nei canoni dei “nulla facenti” contro cui si scagliano ogni giorno e sono senza documenti rientrando di fatto nel paradigma dei “clandestini”. Quei due genitori mancati fanno parte dell’esercito dei 100mila che non hanno una casa, non hanno soldi per un affittare un tetto sopra la testa e non sono iscritti nelle liste di nessun medico di base. Un buco legislativo che Emilia Romagna, Puglia e Piemonte hanno sanato con una legge regionale e che la ministra Roccella potrebbe risolvere molto velocemente con una legge semplice semplice che si occupi del diritto di iscrizione alle liste dei medici di base anche senza dimora e ripristinando fondi per il disagio abitativo, senza bisogno di masticare la legge 194 per sporcarla.

Buon martedì.

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Il record dei suicidi in carcere e le possibili soluzioni

A luglio sarebbe stato libero, ma i sei mesi mancanti non sono bastati per farlo desistere dal suicidio. Si è impiccato con un lenzuolo in cella nel carcere di Rebibbia. Era «un ragazzo di 30 anni», sottolinea la Garante dei detenuti di Roma Gabriella Stramaccioni, «con una pena breve». Il trentenne doveva scontare una condanna a meno di due anni per concorso in rapina e sotto i tre è possibile chiedere una pena alternativa al carcere. Il giovane, di origine bengalese, è l’82esima vittima di suicidio del 2022.

Sono 195 le vittime in totale: molte morti in corso di accertamento

Secondo il 
segretario generale del Sindacato di polizia penitenziaria (Spp) Aldo Di Giacomo «il suicidio a Rebibbia squarcia il velo del clima solo ritualmente natalizio per ristabilire il clima vero della “mattanza di Stato” che raggiunge il terrificante numero di 82 suicidi dall’inizio dell’anno. Mai un numero così alto da oltre 20 anni: tra suicidi e decessi sono 195 le vittime in totale, senza sottovalutare che per un buon numero le cause sono ancora in corso di accertamento». In realtà l’83esimo suicidio è quello di Giovanni Carbone, il 39enne originario di Matera che lunedì scorso ha ucciso a Miglianico (Chieti), la compagna Eliana Maiori Caratella.

Delitto Urso, l'ergastolo è stato annullato perché uno dei giudici superava il limite di età previsto per legge.
Carcere (facebook.com)

Serve un ripensamento della funzione della pena

Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe), il primo e più rappresentativo di questa categoria, spiega che «la via più netta e radicale per eliminare tutti questi disagi sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere». Capece ha richiamato un pronunciamento del Comitato nazionale per la bioetica che ha sottolineato come «il suicidio costituisce solo un aspetto di quella più ampia e complessa crisi d’identità che il carcere determina, alterando i rapporti e le relazioni, disgregando le prospettive esistenziali, affievolendo progetti e speranze».

Nel Carcere di Ivrea sono stati indagati 45 persone accusate di aver torturato numerosi detenuti con botte e altro.
Carcere (Unsplash)

Molti soffrono di disagi psichici e dipendenze

L’associazione Antigone che di questo si occupa da sempre non ha dubbi: «Ovviamente non è possibile ricondurre l’accelerazione del fenomeno di quest’anno a delle ragioni precise. Ogni storia è a sé, frutto di personali dolori e personali considerazioni. Quello che però possiamo sicuramente dire è che la maggior parte delle persone che entrano in un istituto di pena ha alle spalle situazioni già di ampia complessità: marginalità sociale ed economica, disagi psichici e dipendenze caratterizzano gran parte della popolazione detenuta. In questi ultimi anni, Antigone nelle sue visite ha raccolto un numero sempre crescente di segnalazioni relative all’aumento di persone detenute con patologie psichiatriche e alla difficoltà di intercettare e gestire queste situazioni, spesso per mancanza di risorse adeguate e per l’inadeguatezza del carcere come luogo per la loro collocazione».

Presente in Italia dagli anni Novanta, l'ergastolo ostativo impedisce ai mafiosi non pentiti di accedere ai benefici penitenziari.
Carcere (Getty Images)

Serve più attenzione al momento dell’ingresso e dell’uscita

Il 2022 è stato l’anno peggiore per i suicidi avvenuti in carcere da quando si registra il dato. Una mattanza. In carcere ci si uccide oltre 21 volte in più che nel mondo libero. Quando nel 2009 si suicidarono 72 persone, i detenuti erano circa 7 mila in più. Le proposte sono sul tavolo da anni: una particolare attenzione al momento dell’ingresso e dell’uscita dal carcere, entrambe fasi particolarmente delicate e durante le quali anche quest’anno sono avvenuti numerosi casi di suicidio; reparti ad hoc per i nuovi giunti, un servizio di accoglienza strutturato in cui vengono informati sui diritti e le regole all’interno del penitenziario, la fruizione di colloqui con psicologi e/o psichiatri e maggiori contatti con l’esterno; più telefonate (da poter effettuare in qualunque momento, direttamente dalla propria stanza detentiva, non solo ai familiari e alle persone terze che rappresentano legami significativi, ma anche alle autorità di garanzia) e allo stesso modo più colloqui. E magari avere carceri degne di un Paese degno. Che “custodia” è quella di uno Stato che non riesce a salvare i suoi custoditi?

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Pure Cuperlo corre nel Pd. Ma nella ressa di candidati spicca il vuoto delle idee

La domanda a cui si dovrebbe rispondere subito nel dibattito per il congresso del Partito democratico è “perché il Pd continua a perdere consenso?”. Forse così gli elettori potrebbero capire quali siano le differenze tra i quattro candidati in campo (Elly Schlein, Stefano Bonaccini, Gianni Cuperlo e Paola De Micheli) che si sfidano in questa prima fase in un confronto che appare farraginoso, effuso in principi astratti e inintelligibile ai più. Nel gioco degli equilibri interni (che tutti respingono pubblicamente e poi ricercano in privato) la Schlein punta su Francesco Boccia come coordinatore politico della mozione.

La scelta di un ex della Margherita non è un caso: Schlein vuole smussare le critiche di chi la dipinge come troppo spostata a sinistra e Boccia è il nome che può allargare anche ai non ex Ds. “Vogliamo cambiare gruppo dirigente: ma questo non basta, senza un’identità chiara e un blocco sociale di riferimento”, dice Schlein che ieri ha annunciato anche l’ex viceministro dell’Economia Antonio Misiani come coordinatore del programma, un orlandiano doc che a breve dovrebbe essere seguito da tutta la corrente dell’ex ministro.

Dal canto suo Bonaccini annuncia il sostegno della vicepresidente del parlamento europeo Pina Picierno. “Una donna giovane, del sud, e ha preso i voti mettendoci la faccia quando si è candidata alle Europee”, dice il presidente dell’Emilia Romagna che anche ieri ha provato a prendere le distanze da Matteo Renzi (il cui fantasma continua ad aleggiare su questo congresso) chiarendo di “non avere mai rottamato ma sempre unito perché questo è il compito di una classe dirigente”: “Non ho mai utilizzato il termine rottamazione – ha spiegato Bonaccini ospite a Rainews – neppure quando votai Renzi al congresso a fine 2013. Non mi è mai piaciuta come parola, non l’ho mai usata. è una espressione che rischia di essere non solo arrogante, ma anche non rispettosa di chiunque voglia stare in una comunità e in una famiglia”.

Ieri è stata anche la giornata della candidatura di Gianni Cuperlo: “Ci sarò con umiltà, nella chiarezza delle idee, fuori dai trasformismi che hanno impoverito l’anima della sinistra”, ha spiegato. “So che diversi pensano sia una follia – ha aggiunto Cuperlo – altri invece credono vi sia una ragione più forte di qualunque timore su quale potra essere il risultato”, ovvero evitare al Pd “l’incubo di una deriva greca come per il Pasok o francese con la tradizione socialista precipitata nell’irrilevanza” Mentre si assestano le alleanze interne i candidati continuano a ripetere di voler unire. È tanta la paura di spaccature irrimediabili. Ma siamo sempre alle discussione interne, sempre lì.

Ieri l’ex leader della Cgil Sergio Cofferati ha provato a dirlo, come lo dicono tutti. Quando gli hanno chiesto “Schlein o Bonaccini?” Cofferati ha sbottato: “è l’unica domanda a cui mi pare si sia ridotta la discussione, il problema è proprio questo. Il cittadino che ha passione o cerca risposte nella politica, nel Pd, non vede uno spazio dove discutere”.

Anche Cuperlo chiede di cambiare le modalità del congresso: “chiunque vinca – spiega nell’intervista all’Huffington Post con cui annuncia la sua candidatura – avrà bisogno di un confronto vero e di una partecipazione larga almeno se vogliamo capire perché in quindici anni abbiamo perso sei milioni di voti”.

È vero, la manovra del governo fa schifo ed è iniqua, come dicono tutti i candidati. È vero, ci sarebbe bisogno di un’alternativa. Ma la domanda è sempre la stessa: perché il Partito democratico continua a perdere consenso? A questo bisogna rispondere, urgentemente. Almeno che qualcuno sia stoltamente convinto che basti cambiare la segreteria.

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Il condono s’è mangiato i soldi promessi alla Sanità

Non è bastata una pandemia per alzare l’attenzione sulla sanità. Non sono servite nemmeno le promesse del governo. Nella prima manovra finanziaria del governo guidato da Giorgia Meloni sono scomparsi anche i due emendamenti che erano stati annunciati nei giorni scorsi.

Uno prevedeva l’anticipazione al primo gennaio 2023 dell’incremento di 200 milioni dell’indennità di pronto soccorso già riconosciuta al personale della dirigenza medica e al personale del comparto sanità, dipendente delle aziende e degli enti del Servizio sanitario nazionale operante nei servizi di pronto soccorso.

L’altro prevedeva l’istituzione nello stato di previsione del ministero della Salute di un fondo denominato “Fondo per l’implementazione del Piano Oncologico nazionale 2022-2027 – Pon”, con una dotazione pari a 10 milioni di euro per ciascuno degli anni 2023 e 2024, destinato al potenziamento delle strategie e delle azioni per la prevenzione, la diagnosi, la cura e l’assistenza al malato oncologico. Sulle indennità di pronto soccorso tuona Fabio De Iaco, presidente nazionale Simeu, la Società italiana di medicina di emergenza-urgenza: “l’aumento dell’indennità per gli operatori del pronto soccorso già dal prossimo anno era un segno di attenzione del Governo e rimaniamo in attesa che venga confermata dalla Manovra”, dice.

“Cosa si può dire di una legge di bilancio in cui ci sono condoni e sanatorie per 1 mld di euro? Condoni che se evitati avrebbero consentito di avere 1 mld in più per scuola e sanità che sono due settori su cui questa manovra taglia. Quando la destra arriva al governo prende soldi sempre dalle stesse voci: istruzione e salute”, afferma la presidente dei senatori del Pd Simona Malpezzi. Il segretario di Azione Carlo Calenda parla di “mance” per gli evasori e per il calcio mentre per la sanità “non c’è nulla”.

Duro anche il Movimento 5 Stelle: “Il Governo continua ad accanirsi contro la sanità pubblica, smentendo sé stesso e le promesse del suo ministro”, ha detto Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato. “Addirittura il sottosegretario Gemmato – ha affermato – rilasciava dichiarazioni sulla base di un emendamento mai presentato, per un incremento delle indennità che quindi non è mai esistito se non nelle dichiarazioni di una maggioranza dilettantesca e in totale confusione. Come se non bastasse lo stesso ministro Schillaci si era impegnato davanti al Parlamento per un Fondo per l’implementazione del Piano Oncologico nazionale 2022-2027 – Pon, con una dotazione pari a 10 milioni di euro per il 2023 e il 2024”.

Non c’è solo la pandemia. Ben prima la Fondazione Gimbe aveva rappresentato il Ssn come un paziente cronico affetto da varie patologie che ne compromettevano lo stato di salute”: l’imponente definanziamento pubblico di circa € 37 miliardi nel decennio 2010-2019; l’incompiuta del Dpcm sui nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) che aveva ampliato prestazioni e servizi a carico del Ssn senza la necessaria copertura finanziaria; gli sprechi e le inefficienze a livello politico, organizzativo, professionale; l’espansione incontrollata dell’intermediazione assicurativo-finanziaria.

Ieri ha perso la pazienza perfino il vicolo Matteo Bassetti (non certo ostile a Meloni): “I problemi del Ssn vanno affrontati, – ha detto – ma purtroppo anche oggi, come in passato, non si mettono le giuste risorse. Si sta scherzando col fuoco: il rischio di una implosione del sistema sanitario nazionale nei prossimi 3-4 anni è reale”. Anche nella sanità si registrano solo dichiarazioni d’intenti e provvedimenti simbolici a costo zero. Il Covid è scomparso nascondendo i dati. Rimettere in piedi il sistema sanitario nazionale non sarà così facile.

 

Leggi anche: “Addio Reddito di cittadinanza. Boom di manovalanza per i clan”. Il sociologo De Masi: Durigon non sa di che parla. “Una balla che gli occupabili trovino lavoro in 7 mesi”

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La Francia frena ancora su Kiev nella Nato

Nel dibattito internazionale interviene il presidente della Francia Emmanuel Macron. Che se fosse italiano sarebbe sicuramente ascritto alla lista dei putiniani. Per sua fortuna, e per fortuna del dibattito internazionale, in Europa tira un’altra aria e così è normale riflettere sugli equilibri europei e sui condizionamenti Usa e allo stesso tempo è ragionevole riflettere sui delicati equilibri internazionali che condizionano l’eventuale ingresso dell’Ucraina nell’Ue.

Dalla Francia una lezione pure all’Italia. Parigi non ci sta a provocare Mosca. Seguendo Biden la guerra non finirà più

Il presidente francese infatti ritiene che l’ingresso dell’Ucraina nella Nato sarebbe vissuto dalla Russia come un’azione conflittuale e che non sia lo “scenario più probabile”. Lo ha affermato in un’intervista a diversi media ieri, all’indomani della visita di Zewlensky a Washington. “L’ingresso dell’Ucraina nella Nato sarebbe percepito dalla Russia come qualcosa di conflittuale. Non è con questa Russia che si può immaginare”, ha detto ai quotidiani francese Le Monde, americano Wall Street Journal e libanese An Nahar e ha insistito sulla necessità di concedere “garanzie di sicurezza” all’Ucraina ma anche alla Russia alla fine del conflitto ucraino, posizione che gli è valsa forti critiche da Kiev e dall’est Europa.

“Alla fine, dovremo mettere tutti intorno ad un tavolo. E allora tutti gli europei e gli occidentali che danno lezioni di morale mi spieghino con chi saranno seduti intorno al tavolo”, ha detto. “Non voglio che siano solo i cinesi e i turchi a negoziare il giorno dopo”, ha detto, riferendosi in particolare agli sforzi di mediazione della diplomazia turca. Il presidente francese ha anche nuovamente invocato l’autonomia strategica dell’Europa, all’interno della Nato, ma con una minore dipendenza dagli Stati Uniti. “Non c’è architettura di sicurezza europea senza autonomia strategica, nella Nato e con la Nato, ma non dipendente dalla Nato”, ha sottolineato.

“Un’alleanza non è qualcosa da cui dipendo, è qualcosa che scelgo (…) Dobbiamo ripensare la nostra autonomia strategica”, ha insistito. “L’Europa deve guadagnare in autonomia tecnologica, capacità, anche nei confronti degli Stati Uniti”, ha ripetuto il presidente francese. Secondo il presidente francese l’Europa per essere più forte deve riuscire a dipendere meno dalla Nato. Un’Europa più forte consentirà al continente di diventare più autonomo all’interno dell’Alleanza atlantica, agendo “all’interno della Nato, con la Nato, ma anche non dipendendo dalla Nato”, ha affermato Macron al Wall Street Journal.

“Un’alleanza non è qualcosa da cui dover dipendere. È qualcosa che posso scegliere, qualcosa con cui lavoro… Dobbiamo ripensare la nostra autonomia strategica”, ha dichiarato. “Un’alleanza non è qualcosa su cui dovrei fare affidamento. è qualcosa che dovresti scegliere, qualcosa con cui lavorare. Dobbiamo ripensare la nostra autonomia strategica”, ha affermato il capo dell’Eliseo.

Alle dichiarazioni di ieri del presidente Macron non ha riposto praticamente nessuno. Accade sempre così quando qualcuno prova a riflettere sul ruolo dell’Europa all’interno dell’Alleanza atlantica. Ogni volta che qualcuno si permette di mettere in discussione gli equilibri della Nato viene tacciato di antiamericanismo o, peggio, di vicinanza con Putin. Eppure questa vergognosa invasione russa sta dimostrando come l’Europa sia troppo spesso un’appendice di decisioni prese da altri. Non si tratta di essere “meno amici dell’Ucraina”, come strumentalmente accusa qualcuno, ma semplicemente più europeisti nel senso più pieno del termine. Avrebbe voluto farlo Giorgia Meloni e invece spicca solo, malinconico, Emmanuel Macron.

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La Libia non esiste, lo dice pure l’Onu

Ma con chi stiamo trattando in Libia? Qual è quella Libia che il governo Meloni (come tutti i governo precedenti, da Minniti in poi) continua a dipingere come un partner indispensabile? La Libia non esiste. Non esiste un governo, non esiste la democrazia ma nemmeno esiste il banale meccanismo della politica.

Il Governo imita Minniti per frenare l’immigrazione. Senza referenti credibili in Libia però non si può fare

Se servissero altre prove ieri i membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Uniti hanno espresso profonda preoccupazione per il perdurare della crisi politica in Libia e la loro delusione per la mancanza di progressi. In un comunicato rilasciato ieri e ripreso dai media libici, i Paesi membri hanno affermato il loro forte sostegno all’inviato delle Nazioni unite, Abdoulaye Bathily, per dare nuovo slancio “al vacillante processo politico e migliorare la stabilità nel Paese”.

Il Consiglio di sicurezza ha invitato tutte le parti libiche e le principali parti internazionali interessate a dialogare con l’inviato Onu “in uno spirito di compromesso e in modo trasparente e inclusivo”, ribadendo l’impegno a sostenere il dialogo tra libici, allo scopo di formare un governo unificato riconosciuto in tutto il Paese e in grado di rappresentare l’intero popolo libico. Da febbraio ormai la Libia divisa tra due coalizioni politiche e militari rivali: da una parte il Governo di unità nazionale con sede a Tripoli del premier Abdulhamid Dabaiba (nella foto), riconosciuto dalle Comunità internazionale e appoggiato dalla Turchia; dall’altra il Governo di stabilità nazionale guidato dal premier designato Fathi Bashagha, di fatto un esecutivo parallelo basato in Cirenaica, inizialmente da Egitto e Russia ma oggi apparentemente abbandonato a sé stesso.

I Paesi membri del Consiglio di sicurezza hanno invitato tutte le parti a mantenere la calma sul terreno, dove è in vigore un cessate il fuoco dall’ottobre 2020, affermando di sostenere la volontà del popolo libico di scegliere chi lo governa attraverso nuove elezioni. Gli Stati membri del Consiglio di sicurezza hanno poi sottolineato l’importanza di condurre un dialogo nazionale complessivo e hanno incoraggiato gli sforzi del Consiglio di presidenza, con il sostegno della Missione delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana, per raggiungere la riconciliazione nazionale.

I membri del Consiglio di sicurezza sottolineano nel comunicato l’importanza di istituire un meccanismo guidato dalla Libia per determinare le priorità di spesa e garantire che le entrate derivanti dal petrolio e dal gas siano gestite in modo trasparente e responsabile. L’organismo del Palazzo di vetro di New York ha sollecitato a sostenere l’accordo di cessate il fuoco nell’ambito del piano d’azione approvato dal Comitato militare congiunto 5+5 (formato da cinque alti ufficiali dell’est e altrettanti dell’ovest del Paese).

Infine, i membri hanno chiesto il “ritiro senza ulteriori indugi di tutte le forze, combattenti e mercenari stranieri dal Paese”, e la necessità di compiere progressi verso la smobilitazione, il disarmo e il reinserimento dei gruppi armati come concordato dal comitato militare congiunto 5+5. La domanda rimane sempre la stessa. Se la Libia come Stato non esiste cos’è la Libia di cui tutti parlano per risolvere il problema – dicono loro – dell’immigrazione?

Esattamente a chi stiamo dando i soldi per gestire i centri in cui – lo dice l’Onu e lo dicono le organizzazioni internazionali – vengono illegalmente trattenuti i migranti? Chi sono i referenti del programma dell’Ue Frontex? Se la Libia non esiste significa che non esiste nemmeno la retorica degli ultimi governi. Qualcuno se n’è accorto?

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