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Tajani ci ha ripensato. Non incontrerà il ministro degli esteri dell’Iran

Antonio Tajani ci ha ripensato. Fonti del ministero dicono che il vice presidente del Consiglio, nonché ministro agli Esteri, non incontrerà il ministro degli esteri del regime della repubblica islamica dell’Iran che prenderà parte all’ottava edizione del Med (Mediterranean dialogues).

Fonti della Farnesina hanno riferito che il vice premier Antonio Tajani non incontrerà più il suo omologo della repubblica islamica dell’Iran

Come abbiamo scritto nell’edizione de La Notizia in edicola oggi l’Associazione Democratica degli Iraniani aveva scritto al ministro, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al Parlamento per chiedere “di stigmatizzare la partecipazione all’evento in questione del rappresentante del regime iraniano e di porre in atto tutti gli sforzi necessari atti a evitare l’incontro tra il Ministro degli Esteri Italiano con quello del regime iraniano”.

In Iran si sta consumando in queste settimane un eccidio delle libertà e della democrazia, con 470 morti dopo 70 giorni di protesta e con più di 15mila persone arrestate. I processi farsa (con l’accusa di “essere nemici di Dio”) si celebrano senza la presenza di avvocati difensori e coinvolgono anche minorenni. Spesso per quell’accusa viene accordata la pena capitale. È altresì noto a tutti che l’Iran sostiene e fornisce attrezzature militari alla Russia nella guerra con l’Ucraina.

La Comunità Europea, dove l’onorevole Tajani ha ricoperto il ruolo di Presidente del Parlamento, sta varando delle sanzioni contro la repubblica islamica, sia per il sostegno militare fornito alla Russia, sia per le continue violazioni dei diritti umani e civili in Iran. L’incontro bilaterale previsto molto probabilmente non avrà luogo, fanno sapere dalla Farnesina. Per una volta almeno non si stringeranno mani sporche di sangue.

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Testimone usa e getta. Così lo Stato ha abbandonato Angelo Niceta

C’è un testimone di giustizia che ha perso 14 chili in 15 giorni per uno sciopero della fame, con intorno il silenzio di quasi tutti per chiedere che sia rispettata la legge e chiedere spiegazioni sulle gravi e molteplici anomalie verificatesi mentre si trovava sotto protezione. Angelo Niceta è un ex importante imprenditore tessile palermitano che nel 2013 cominciò a rendere spontaneamente dichiarazioni all’autorità giudiziaria di Palermo.

Il testimone di giustizia Angelo Niceta ha fatto il suo dovere. Ma le istituzioni l’hanno lasciato da solo

In seguito alle sue dichiarazioni, ravvisando un grave pericolo per l’incolumità di Angelo e dei suoi congiunti, la Procura di Palermo chiese, nelle persone degli allora pubblici ministeri Antonino Di Matteo e Pierangelo Padova, l’inserimento di Angelo e della sua famiglia nel programma speciali misure di protezione del Ministero dell’Interno riservato ai Testimoni di Giustizia e l’immediato trasferimento in località protetta.

Ma inspiegabilmente, quando già si trovava in località protetta, a Niceta venne comunicato, senza che mai fino ad oggi sia stata fornita la motivazione di questa decisione, che la Commissione Centrale del Ministero dell’Interno, allora presieduta dal sottosegretario Filippo Bubbico, lo aveva inserito nel programma di protezione come Collaboratore di Giustizia. Un pentito, insomma. Ritenendo offensiva questa scelta nel 2015 decise quindi di rinunciare al programma di protezione e di tornare a Palermo.

Nel frattempo continuò a rendere dichiarazioni. Nel giugno 2017 decise di iniziare uno sciopero della fame per chiedere il rispetto dei suoi diritti. In quei giorni vennero presentate tre interrogazioni parlamentari. Il 4 luglio del 2017 la Procura di Palermo chiese nuovamente, nelle persone dell’allora Procuratore della Repubblica Franco Lo Voi e dell’allora Procuratore Generale presso la Corte d’Appello Roberto Scarpinato, il programma di protezione per Angelo e la Famiglia nella qualità di Testimone di Giustizia.

Tale richiesta vedeva anche il parere favorevole della dottoressa Franca Imbergamo per la Procura Nazionale Antimafia. Il 12 luglio del 2017, dopo 43 giorni di sciopero della fame, Angelo venne nuovamente trasferito insieme ai suoi familiari (la moglie e i 4 figli) in località protetta, stavolta in qualità di Testimone di Giustizia. Ma la storia non finisce qui.

Angelo e la famiglia, pur vivendo in località protetta, contrariamente a quanto previsto dalla legge, vengono lasciati formalmente senza un programma di protezione, in uno status provvisorio che impedisce l’accesso ad alcuni diritti e prerogative riconosciuti ai Testimoni di Giustizia titolari di un programma di protezione.

Solo nella primavera del 2019, con due anni di ritardo, il programma venne approvato dalla Commissione Centrale del Ministero dell’Interno il programma. Nel frattempo per due volte nell’abitazione del figlio Enrico nel 2019 (e poi quest’anno) entrano degli estranei. Nel secondo episodio la casa viene vandalizzata e per terra vengono lasciati escrementi.

Oggi Niceta chiede allo Stato di rispettare le regole, visto che, nonostante l’esiguità del mensile rapportato ad un nucleo familiare di 6 persone, negli ultimi anni non gli sono stati effettuati regolarmente i rimborsi per le spese mediche e legate allo studio e per chiedere allo Stato risposte sulle troppe anomalie capitate negli ultimi anni a lui e alla sua famiglia.

Quando Niceta ha raccontato dei rapporti dei suoi famigliari con il boss Guttadauro, con l’ex sindaco Ciancimino e con Bernardo Provenzano l’hanno ascoltato e usato. Ora forse semplicemente non serve più.

Leggi anche: La mafia sparita dalle news. Ecco la normalizzazione tanto temuta da Borsellino. Ogni giorno inchieste e blitz contro i clan. Ma su tv e giornali non se ne parla più

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Cosa hanno fatto finora

Dopo una legge di Bilancio, al di là del Parlamento, si possono stilare giudizi su un governo. Al di là dei numeri, commentati mirabilmente dagli economisti nostrani che negli ultimi giorni dicono tutto e il suo contrario, ci sono posizioni politiche che emergono con evidenza.

Le promesse mancate, ad esempio. Di solito sono le cose più banali, poco influenti sulla spesa generale, però sono utilissime per scardinare l’ipocrisia. Che ieri la benzina sia aumentata per la rimozione del taglio sulle accise è un contrappasso fantastico. Sono le stesse accise che Salvini ogni giro promettere di abolire del tutto, sono quelle accise su cui una giovane Giorgia Meloni aveva girato un bel video promozionale in cui ne prometteva la graduale abolizione. Nel computo generale si tratta di poca roba ma per i cittadini è una manifestazione immediata: basta recarsi al distributore.

La mano tesa agli evasori è talmente evidente che perfino le trasmissioni di destra lo confessano. Ieri sera su non so quale rete televisiva berlusconiana mi sono imbattuto (per sbaglio, eh) in una serie di interviste a artigiani che con laboriosa onestà ammettevano che non ci sia nessun altro possibile motivo all’innalzamento dei contanti fino a 5mila euro se non favorire il nero. L’Italia già oggi è fanalino di coda nei pagamenti digitali, ora è pronta per fare molto peggio. Un politico che tende la mano all’evasione usando la giustificazione delle “troppe tasse”, senza prendersi la briga di abbassarle è colpevole di concorso esterno, oltre che incapace.

Stessa cosa per ambiente e transizione energetica. Il governo Meloni ha tagliato i 94 milioni destinati alle piste ciclabili che erano rimasti nel Fondo per lo sviluppo delle reti ciclabili urbane istituito dalla legge di bilancio 160/2019. Figurarsi cosa accadrà sullo sviluppo di una mobilità sostenibile: Salvini, Meloni e Berlusconi vedono nel motore termico il salvadanaio del loro consenso. Non è nemmeno un caso che sia stato tagliato del 45% il fondo anti dissesto idrogeologico, nonostante i morti di Ischia. Loro sono questa roba qua, sempre sul bordo del conservatorismo al limite del complottismo.

Poi c’è il lavoro. Niente salario minimo (alla faccia dell’Europa), premi solo per (poche) donne con figli (perché non figliare è un demerito per un governo ipercattolico, ovviamente), reintroduzione dei voucher. Anche qui con due righe possiamo farci un’idea.

Bentornati nel passato.

Buon venerdì.

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La mafia sparita dalle news

Avete notato che la politica, i media non parlano più di mafia È scomparsa la mafia Tre giorni fa è sbarcato all’aeroporto di Fiumicino, proveniente dalla Spagna, Mario Palamara. Palamara ha 53 anni, è di Melito Porto Salvo ed è un importante broker di droga che operava in Toscana, soprattutto al porto di Livorno.

Avete notato che la politica, i media non parlano più di mafia È scomparsa la mafia È la normalizzazione tanto temuta da Borsellino

I suoi traffici erano al centro dell’inchiesta “Molo 13” che ha svelato un’operazione di importazione di cocaina del valore di un milione di euro, passata per l’Olanda. “Ora siamo entrati in ottica industriale”, lo informava uno dei suoi uomini, compiaciuto per il carico in partenza. Ne avete letto? Ne avete sentito parlare, magari da qual ministro che ogni giorno si dice contro la droga e che citofona ai presunti minuscoli spacciatori? Niente.

A Cosenza qualche giorno fa si è pentito Danilo Turboli. Coinvolto nei procedimenti “Testa del serpente” e “Reset“, il 27enne cosentino è considerato partecipe al gruppo Lanzino-Ruà e vicino ad uno dei maggiori esponenti, Roberto Porcaro. Le sue dichiarazioni potrebbero essere un terremoto per la ‘Ndrangheta nel cosentino, confederata in sette clan di cui Turboli sta facendo nomi, cognomi, anche dei referenti politici.

L’avete letto? I boss di Cosa nostra Francesco Pace e Girolamo “Luca” Bellomo stavano scontando una condanna, rispettivamente a 25 anni di reclusione il primo e a dieci il secondo. Entrambi vicini al boss superlatitante di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro, nelle settimane scorse sono tornati in libertà per buona condotta. Le nuove norme del codice antimafia, hanno impedito, infatti, l’applicazione dei provvedimenti di sorveglianza speciale e entrambi sono tornati liberi e senza alcun vincolo. Ne avete sentito parlare?

A Catania è stato smantellata la cosca mafiosa dei Cursoti Milanesi. Dall’inchiesta “Zeus” emerge che il gruppo comprava cocaina nel Napoletano, dal clan camorristico Sautto-Ciccarelli di Caivano, con il quale due affiliati al clan Cappello-Bonaccorso avrebbero avviato una joint venture per il traffico della sostanza stupefacente. ‘Ndrangheta e Camorra soci per riempire il Paese di cocaina. Nessun commento, nulla.

A Prascorsano, vicino a Torino, Polizia e Carabinieri hanno dovuto usare la forza per un provvedimento di confisca addirittura del 2017. Nella villa comodamente abitava ancora la famiglia di Domenico e Giuseppe Racco, padre e figlio, entrambi condannati per ‘Ndrangheta nell’ambito dell’inchiesta Minotauro, ritenuti membri della locale di ‘ndrangheta di Cuorgnè. Il prefetto di Torino, Raffaele Ruberto, spiega: “Anche un semplice ricorso può far slittare per anni l’esecuzione dei provvedimenti”.

A Roma ieri anche in Appello si conferma che i Casamonica sono mafia, in purezza. Su di loro si erano accapigliati tutti i conduttori, i politici. Oggi poco più della semplice cronaca. Vi ricordate l’assistente parlamentare di Giusy Occhionero (ex Leu poi passata a Italia Viva) che sfruttava la politica per parlare con i carcerati? È stato condannato a 15 anni in appello, l’altro ieri.

Sono solo alcune delle notizie di mafia solo in questi ultimi giorni. Le mafie sono scomparse dal dibattito pubblico, sono considerate una banale consuetudine giudiziaria. Sparite dai programmi politici e dai dibattiti. Vanno bene solo per qualche serie televisiva o videogioco. Paolo Borsellino temeva l’invocata “normalizzazione” della mafia.

Raccomandava il “meritorio compito di tenere ora come non mai desta l’attenzione dell’opinione pubblica sugli accennati problemi, affinché dietro il paravento della cosiddetta “normalizzazione” non si pervenga invece ad una frettolosa “smobilitazione dell’apparato antimafia”. E invece eccola qui.

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Salario al macero

Sono almeno 4 anni che i sindacati e i vari governi discutono di salario minimo. Si è partiti dalla proposta Catalfo (quando si diceva che 9 euro all’ora fosse la soglia minima per la decenza) e poi quella dell’ex ministro Orlando. Ieri si sono votate diverse mozioni sul salario minimo, quella di Andrea Orlando (Pd), di Giuseppe Conte (M5s) e di Marco Grimaldi (Verdi-Sinistra), e una (piuttosto minimale) di Matteo Richetti (Terzo polo).

È passata invece la mozione della maggioranza che, molto simbolicamente, è stata spinta dal nuovo sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon che ha deciso di fregarsene del recepimento della direttiva europea che chiede l’introduzione del salario minimo entro il 2024 (nei pochi retrogradi Paesi che ancora non adottano questa misura, tra cui l’Italia) parlando genericamente di un obiettivo di «tutela dei diritti dei lavoratori attraverso una serie di iniziative, a partire dall’attivazione di percorsi interlocutori tra le parti non coinvolti nella contrattazione collettiva» e facendo riferimento all’iniziativa di «monitorare e comprendere motivi della non applicazione, avviare un percorso di analisi rispetto alla contrattazione collettiva nazionale». Se vuole lo aiutiamo noi: il motivo, semplicissimo, è da ricercare tra l’insipienza dei nostri governanti.

Che tutto questo accada nei giorni in cui l’Istat certifica in Italia un’inflazione stabile alll’11,8% (record negativo di tutto l’Occidente) dice chiaramente quale sia la linea di questo governo. Non è un caso che ieri il governo sia stato criticato perfino dalla Cisl, che sul salario minimo è stata sempre più che tiepida. Che questo accada mentre è stata tagliata l’indicizzazione delle pensioni è un altro aspetto dirimente.

Sono arrivati e hanno cancellato il Reddito di cittadinanza (e non si sa sostituendolo con cosa). Hanno reintrodotto i voucher, ammennicolo indispensabile per lo schiavismo 2.0. Ora hanno bocciato il salario minimo. Tutto secondo programma.

Buon giovedì.

Nella foto: il sottosegretario al Lavoro Durigon a “Porta a porta”, 30 novembre 2022

 

 

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Toh, al Senato si rivede Renzi. Per attaccare 5S e magistrati

Che Matteo Renzi stia infastidendo qualche eletto e qualche dirigente di Azione non è un mistero. Il senatore toscano, dopo avere toccato il fondo con il suo partito personale Italia Viva, è riuscito a imbroccare il taxi che l’ha riportato in Parlamento con quel Calenda confuso che nel giro di qualche ora ha mollato il Partito democratico per costituire il Terzo polo.

Matteo Renzi ha annunciato che oggi interverrà in Senato. Prima per attaccare Conte e poi i magistrati

In campagna elettorale si è visto pochissimo e sempre con le solite parole d’ordine: Pd brutto, sporco e cattivo, Conte brutto sporco e cattivo. Poco altro. Qualcuno aveva pensato che il senatore fiorentino si fosse fatto momentaneamente da parte per lasciare spazio a Calenda che aveva voluto per sé i riflettori della campagna elettorale ma oggi, dopo qualche mese, la realtà è chiara: il “battitore libero” Renzi è riuscito a liberarsi ancora di più scaricando sulle spalle di Calenda il fardello dell’opposizione (tenue, amichevole, sostanzialmente un appoggio esterno) e dell’organizzazione del Terzo polo che dovrebbe farsi partito.

Lui intanto gongola nei suoi viaggi internazionali, rilascia qualche intervista qua e là (titolo facile: “Pd/Conte brutto, sporco e cattivo”) e promuove in gran cassa il suo ultimo libro. Conferenziere e scrittore con un seggio in Senato di cittadinanza, Renzi fa capolino ogni tanto per annunciare sornione che farà “cadere il governo nel 2023”, per dare una carezza pubblica a Calenda e per scagliarsi quotidianamente contro i suoi nemici.

L’altro ieri avrebbe dovuto essere in tribunale per il processo Consip (in cui suo padre è accusato di traffico di influenze, nonostante la procura di Roma abbia chiesto per ben due volte l’archiviazione) ma era assente. Era accaduto già il 10 ottobre, indisponibile anche in quel caso. Il suo avvocato assicura che sarà in Aula il 6 dicembre prossimo.

Ma dov’era Renzi? Lo racconta lui stesso nella sua newsletter settimanale dal gustoso titolo “come fare opposizione”: “ieri ero a Bangkok con il vice primo ministro della Thailandia al Business Forum tra aziende locali e aziende italiane. Oggi sono ad Atene dove intervengo a un Forum organizzato dall’Economist sulle questioni energetiche e del Mediterraneo”.

Nel corso delle conferenze l’ex presidente del Consiglio non ha mancato l’occasione di celebrare il suo “amico” saudita bin Salman. Anche questo ormai è scontato. Chissà che ne pensa Calenda che proprio sulle attività da conferenziere di Renzi si era detto ripetutamente in disaccordo prima di allearcisi: la memoria selettiva da quelle parti è una forma di sopravvivenza, per poter dire tutto e tutto il contrario.

Renzi però annuncia di tornare oggi. Per cosa Interverrà in Senato due volte, dice. Prima per attaccare Conte e il suo condono su Ischia poi per chiedere “al ministro Nordio – scrive – se ritiene corretto quello che ha fatto il Pm di Firenze Luca Turco quando ha deciso di inviare in Parlamento le carte di Carrai che aveva illegittimamente sequestrato e che la Cassazione aveva ordinato di distruggere”.

Insomma, Renzi torna in Senato per togliersi il solito sassolino nelle scarpe contro il M5S e per una questione giudiziaria personale. “Sono questioni che conoscono molto bene i lettori de Il Mostro, un libro che anche in questa edizione ha avuto un successo superiore alle mie previsioni”, scrive Renzi, riuscendo nel capolavoro di buttare in questioni personali rivendute come politica anche la promozione del suo ultimo libro.

E l’opposizione al governo? Niente da dire. Anzi, Matteo ci tiene a far sapere che adora come il suo compare Calenda e s’offre a Giorgia Meloni. Prima di rifare le valigie per il prossimo tour.

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Spunta pure un filoputiniano in lista con la Moratti

Preparatevi perché la corsa del cosiddetto Terzo polo in Lombardia sarà uno spasso. Prima c’è stato l’acquisto del consigliere leghista Gianmarco Senna, amico e sodale di Salvini ora illuminato sulla strada verso Letizia Moratti.

Un passaggio che, ovviamente, Renzi e Calenda hanno salutato con grande entusiasmo fingendo di non sapere (oppure non sapendo, che sarebbe ancora peggio) che Senna è lo stesso che 5 anni fa rilasciava interviste in cui ci spiegava “che lo stato nazione è finito, non ha futuro, la nazione è la conseguenza dello stato istituzione moderno ormai superato in ottica di un federalismo italiano ed europeo”, che Roma è “l’artefice storico dei mali del paese” e che l’Europa è “un nemico ancora peggiore”.

Non male per un partito che vorrebbe essere il più europeista di tutti. Nelle ultime ore, con la presentazione della candidatura della Moratti, abbiamo scoperto che tra i compagni di viaggio di Renzi e Calenda in Lombardia ci saranno il coordinatore lombardo di Grande Nord Davide Boni (ex leghista, ça va sans dire), il fondatore del movimento indipendentista Roberto Bernardelli, ex bossiani come Monica Rizzi, leghisti come Christian Borromini e c’è anche Luca Ferrazzi, già in Alleanza Nazionale.

Tra i futuri candidati in lista per la Moratti in Lombardia c’è anche un grande amico della Russia: Marco Tizzoni

Ma tra i futuri candidati c’è anche un grande amico della Russia: Marco Tizzoni, già esponente “civico” a Rho (fondò la lista Gente di Rho), poi consigliere regionale per la Lista di Roberto Maroni. Durante la cui presidenza il consigliere Tizzoni fu tra i promotori della mozione con cui la Lombardia chiedeva al governo italiano di riconoscere l’annessione (illegale e illegittima) della Crimea alla Russia.

In occasione di un convegno organizzato con l’allora eurodeputato di Forza Italia Stefano Maullu, ora deputato per Fratelli d’Italia, rivendicò la decina di viaggi fatti insieme ad alcuni colleghi per siglari accordi con imprese e università russe. Si dichiarò fermamente contrario alle sanzioni imposte a Mosca (a seguito dell’annessione della Crimea), in nome di “un’amicizia tra i due popoli” e appoggiò l’opinione dell’allora vicepresidente di Regione Lombardia Fabrizio Sala (FI) che vaneggiava di un futuro con “l’Eurasia”.

Facilmente immaginabile lo sgomento tra molti elettori del cosiddetto Terzo polo. Qualcuno fa notare che proprio sulla guerra Calenda sta centrando tutta la sua propaganda politica, a partire dalla sua contromanifestazione organizzata a Milano mentre migliaia di persone scendevano in piazza a Roma. Da parte sua Tizzoni fa sapere di avere cambiato idea (e ci mancherebbe) e che in occasione di quella famosa mozione non è “mai intervenuto in Aula” (come se firmarla non fosse un atto politico già considerevole).

Tra i dirigenti del sedicente Terzo polo provano a far notare che “il sostegno è a Letizia Moratti, non alle liste che comporrà” (non male come unghie sui vetri). Calenda e Renzi per ora tacciono, impegnati a scovare i filoputiniani nei partiti degli altri.

Ma forse non si devono preoccupare troppo: se sono riusciti a far passare per competente Letizia Moratti dopo i disastri al Comune di Milano e da ministra all’Istruzione, se sono riusciti a convincere i loro iscritti che Letizia sia addirittura quasi di sinistra, alla fine potranno anche dire senza vergogna che Tizzoni è sempre stato l’amico di cuore di Volodymyr Zelensky.

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L’amore per il supplizio non aiuta la solidarietà

Questa mattina fioccano gli articoli dei tre migranti che per 11 giorni hanno percorso 2.700 miglia nautiche aggrappati al timone di un’enorme petroliera. “Quando il Servizio di soccorso marittimo spagnolo li ha salvati, i tre uomini, probabilmente di origine senegalese, erano disidratati e indeboliti. Sono stati trasferiti negli ospedali di Las Palmas, sull’isola di Gran Canaria, per ricevere assistenza medica”, scrivono i comunicati ufficiali, riportati praticamente dappertutto.

Si tratta di una nave partita da Lagos, in Nigeria, il 17 novembre arrivata lunedì a Las Palmas. La foto dei tre rintanati in un pertugio che sarebbe stato una trappola mortale in caso di mare mosso riportano alla memoria le notizie simili di novembre del 2020 quando quattro persone erano state trovate aggrappate al timone della Ocean princess e nel mese precedente dello stesso anno altri quattro sulla petroliera Champion pula.

È normale che chiunque sia dotato di un minimo di empatia, al di là delle posizioni politiche personali, non possa non solidarizzare con quei tre poveri disperati che hanno sfidato una morte quasi certa pur di sperare in un porto. Avere a corredo della notizia una foto perfetta per aprire i giornali, i siti e i servizi giornalistici aumenta la golosità dell’episodio.

Eppure non sono meno disidratati, meno violentati, meno impauriti, meno sopravvissuti e meno disperati quelli che arrivano in Europa in altre rotte. Non sono barche ma spesso sono bare galleggianti i barchini che in scioltezza facciamo accalappiare in mezzo al Mediterraneo dalla cosiddetta Guardia costiera libica. Hanno addosso una simile traversata mortale quelli che con fastidio e con poca contezza delle proporzioni vengono bollati come fastidiosi invasori. Superano la morte per il gelo quelli che arrivano dalla rotta balcanica.

Non c’è un supplizio superiore che si deve attraversare per meritare salvezza e libertà. Se avessimo voglia di guardare (e di mostrare) le immagini degli strazi sulle rotte che l’Europa finge di non vedere avremmo lo stesso vertiginoso turbamento che proviamo di fronte ai tre sul timone della petroliera. Compiere l’errore di essere ospitali in modo direttamente proporzionale con la tortura subita significa trasformare i diritti in privilegi. E, come diceva Gino Strada, i diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini sennò chiamateli privilegi.

Buon mercoledì.

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Soumahoro, Fratoianni rischia la segreteria

“Uno dei tre deve lasciare l’incarico” dice una voce indignata in Sinistra Italiana che (“per ora”, specifica) non vuole uscire allo scoperto. I “tre” a cui si riferisce sono il suo segretario Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Aboubakar Soumahoro, il deputato eletto nelle liste di Alleanza Sinistra-Verdi che ormai da giorni è nell’occhio del ciclone.

Crescono i malumori sul caso Soumahoro. Dentro Sinistra italiana si comincia a parlare di dimissioni del leader Fratoianni

Di lui si parla da giorni: l’altalenante linea difensiva adottata da quando si è saputo che sua suocera e sua moglie erano coinvolte nelle attività di cooperative che si occupano di migranti con evidenti problemi di pagamenti dei dipendenti e con discutibili condizioni di accoglienza ormai è una una storia quasi vecchia. Su di lui ovviamente si accanisce la destra che ha trovato il boccone perfetto a proposito del “business dei migranti” e della “doppia morale” della sinistra, pilastri della propaganda salviniana.

Contestata alla suocera di Aboubakar pure la truffa

Difficile che Soumahoro possa riabilitarsi: al di là della questione giudiziaria c’è un’evidente problema di opportunità e di coerenza nel racconto che ormai ne hanno determinato la caduta. Ieri è uscita la notizia che ci sono anche la truffa aggravata e le false fatturazioni tra le ipotesi di reato contestate a Marie Thérèse Mukamitsindo, suocera del deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e rimane il fascicolo parallelo, senza indagati né ipotesi di reato, che riguarda invece le denunce di maltrattamenti arrivate dagli ospiti (soprattutto minorenni) delle strutture di accoglienza gestite dalle due coop.

Dal 2019 è inoltre in corso una terza indagine, aperta sempre nei confronti della suocera del deputato dopo un blitz dell’ispettorato del lavoro in una delle strutture della Karibu, che ipotizza la malversazione di erogazioni pubbliche.

La crisi ora si sposta su Bonelli e Fratoianni, segretari di Verdi e Sinistra Italiana

La crisi ora si sposta su Bonelli e Fratoianni, segretari di Verdi e Sinistra Italiana, che hanno provato a difendersi ospiti di Lucia Annunziata con poca convinzione. Su Fratoianni (che fino a ieri rivendicava ancora la candidatura di Soumahoro) pesa la lettera di dieci dirigenti del suo partito che fanno riferimento a un’altra missiva inviata al segretario da alcuni dirigenti pugliesi del partito, e lo accusano di essere stato “perfettamente a conoscenza, da molto tempo prima della candidatura”, di fatti controversi che riguardavano Soumahoro.

E dicono di averlo avvertito del fatto che l’ex sindacalista fosse una persona “discussa sui territori dove ha operato”, ma che lui “mostrò completa indifferenza alle notizie riferitegli”. Bonelli accusa di “non essere stato informato” e ieri ha raccontato di avere “sollecitato” l’autosospensione di Soumahoro: “Sono turbato da una vicenda bruttissima, siamo stati colti alla sprovvista, non avevamo alcun tipo di elemento quando abbiamo candidato Soumahoro. Si è garantisti quando c’è un procedimento giudiziario o una persona indagata. Nel momento in cui noi lo abbiamo candidato, Aboubakar era una persona molto stimata da sindaci e prefetti. Sulla base di quali elementi avremmo potuto dire non ti candidiamo?”, ha detto ieri a Un giorno da pecora su Radio Uno.

“Mi sento ingannato? – ha detto Bonelli – Lui sostiene di non sapere nulla di questa vicenda. Ma la questione è così drammaticamente importante per quei ragazzi sfruttati che si battono per i loro diritti, che non possiamo non impegnarci per fare chiarezza”.

“Uno dei tre deve lasciare l’incarico”, dicono nel partito

Ma il problema è tutto loro: “Uno dei tre deve lasciare l’incarico”, dicono nel partito. La debolezza di Fratoianni potrebbe essere usata per mettere in discussione la sua posizione da segretario del partito. Lo sanno tutti, semplicemente non credono che sia ancora l’ora di dirlo pubblicamente.

Ed è di oggi la notizia che Marie Terese Mukamitsindo, legale rappresentante della cooperativa Karibu e suocera di Soumahoro, ha riconosciuto “quanto rivendicato” da una sua lavoratrice e accetta di pagarle, a rate, circa 20 mila euro relativi a stipendi e tredicesime non versati tra il gennaio 2021 e l’ottobre del 2022, ma anche la tredicesima del 2020 e il tfr relativo al periodo 1 gennaio 2016-31 ottobre scorso. È quanto si legge nel verbale di conciliazione dell’Ispettorato del Lavoro di Latina, che stamattina ha ricevuto la donna, suocera del deputato Aboubakar Soumahoro e la lavoratrice, assistita dalla Uiltucs.

Leggi anche: Soumahoro in difesa della moglie su abiti e borse di lusso: ecco chi è Liliane Murekatete

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