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Migranti, tutte le bugie della propaganda di governo

Per fortuna parlano i numeri perché se dovessimo rimanere appesi alle parole oggi saremmo seppelliti dalle teorie con poco senso del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. A proposito di Piantedosi: se qualcuno ha pensato, anche solo per un momento, che togliere Salvini dal Viminale avrebbe garantito maggiore ragionevolezza oggi può mettersi il cuore in pace. Questo governo che ha finto di essere lontano dal sovranismo che l’ha riempito di voti è tornato a fare quello che sa fare meglio, sparando contro i migranti nei comunicati stampa, nei porti e nelle dichiarazioni dei membri del governo.

Migranti, tutte le bugie della propaganda di governo
L’opera dello street artist Laika (da Fb).

Nella classifica dei rifugiati accolti nel 2021 l’Italia è agli ultimi posti

Per fortuna che ci sono i numeri che sbriciolano il teorema che l’Italia sia lasciata sola nella gestione dei migranti. Leggendo i numeri – che Ispi ha messo in fila – si scopre per esempio che nella classifica dei rifugiati accolti nel 2021 l’Italia naviga negli ultimi posti con lo 0,2 per cento della popolazione. Dietro di noi stanno solo Ungheria e Polonia (con lo 0,1 per cento) mentre la Svezia è al 2,3 per cento, la Germania all’1,5 per cento, la Grecia all’1,1 per cento. L’odiata Francia, che nelle parole di Piantedosi appare come una nazione che vorrebbe scrollarsi di dosso le proprie responsabilità nell’accoglienza, sta allo 0,7 per cento, ben lontana dai numeri italiani. Perfino Danimarca, Paesi Bassi e Spagna fanno meglio di noi.

Migranti, tutte le bugie della propaganda di governo
L’arrivo dei migranti della Ocean Viking nel Sud della Francia (Getty Images).

Chi arriva in Italia non ci vuole restare

Dicono dal governo che l’Europa non ci aiuta e che rimangono tutti da noi. È falso. Anche la retorica sulle richieste di asilo non ha nessun fondamento. L’Italia ha lo 0,16 per cento della popolazione che richiede asilo, meglio di Danimarca e Polonia e Ungheria ma la Grecia ha lo 0,42, la Germania lo 0,36, la Spagna 0,34 per cento e l’odiatissima Francia, sempre lei, lo 0,32 per cento. Falso anche questo, segnatevelo bene. È vero che secondo il verbo sovranista noi avremmo poche richieste d’asilo perché i migranti rimarrebbero tutti qui come irregolari. Falso, falsissimo. Il numero degli irregolari non cresce da tempo dopo la cosiddetta “grande invasione”. Questo numero tra l’altro non dipende dagli sbarchi: chi arriva in Italia non vuole restarci. Aspetta solo il momento di avere i documenti in regola per andarsene.

C’è chi usa i migranti come randello per colpire gli avversari

La realtà è il contrario della narrazione: l’Italia sta facendo meno di altri Paesi dell’Ue. Semplicemente siamo bombardati dalle bugie di una parte politica che usa i migranti come randello per colpire gli avversari politici e come arma di distrazione di massa dai problemi reali. Bisogna partire da qui per analizzare il momento di stallo tra Italia e Francia, con i due Paesi pronti a rimpallarsi qualche centinaio di disperati che sottolineano come siano fragili gli equilibri dell’Europa su un tema che nei numeri non ha nulla di spaventoso ma che nelle diatribe politiche interne dei diversi Stati diventa un argomento incendiario.

Migranti, tutte le bugie della propaganda di governo
Un abbraccio sulla nave di SOS Méditerranée (Getty Images).

La propaganda crea l’allarme per potersi proporre come soluzione

Mentre da noi gridano all’emergenza per 88 mila persona arrivate via mare, nello stesso periodo 171 mila ucraini sono arrivati senza entrare nel tritacarne dell’invasione urlata. I numeri – sempre loro – dimostrano che mentre per chi arriva da Kyiv è stata adottata la direttiva 55 del 2001 per l’accoglienza e la protezione dei profughi per chi arriva dall’Africa (come per chi arriva dall’Afghanistan) la stessa normativa non vale. Solidarietà a due tempi, per chi è bianco e chi è nero, solidarietà come scelte politica, svicolata dal diritto. I migranti che arrivano in Italia si ricollocano da soli, aspirano a ben altri Paesi rispetto al nostro. Solo che questo feroce gioco sulla pelle dei disperati non ha nulla a che vedere con i fatti e con i numeri. È una propaganda continua che crea l’allarme per potersi proporre come soluzione. Mentre l’Europa si dimostra ben poco unita sul tema dell’accoglienza. E intanto qualcuno muore.

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Segni di vita a Sinistra. La Schlein in corsa per la segreteria Dem

Ora il percorso per il congresso iniziale del Partito democratico è iniziato davvero. Elly Schlein decide di parlare dopo settimane in cui quasi tutti parlavano di lei e annuncia di aderire “con grande piacere” al percorso costituente del Pd.

Elly Schlein decide di parlare dopo settimane in cui quasi tutti parlavano di lei e annuncia di aderire al percorso costituente del Pd

Di fatto è l’ufficializzazione della sua disponibilità a correre per la segreteria, dopo essere stata invocata fuori e dentro il partito. Dice di non voler correre da sola ma “con tante e tanti” che vorranno accompagnarla: “Ci sono ma serve un percorso collettivo”, precisa.

“Di sicuro non resto a guardare – dice – C’è già una nuova classe dirigente che aspetta una opportunità. Forse è proprio questa. Ascolterò le tante reti che ci sono in questa società. Non è oggi il momento di avanzare corse solitarie, ma è il momento di costruire una visione collettiva insieme. Diamoci un appuntamento. Riconciliamoci con i mondi fuori che non si sono sentiti accolti”.

Il suo è un intervento – in diretta dal suo canale Instagram – a tutto campo: “Finora – dice Schlein – non ho voluto alimentare un processo troppo schiacciato sui nomi. Ho visto anche il mio nome circolare e ho parlato con tante e tanti di voi di cosa serve per sciogliere i nodi irrisolti e le contraddizioni di questi anni. Io trovo molto significativa l’apertura di un processo costituente e ricostituente del Pd dopo la botta delle elezioni. è un gesto non scontato. Ora – prosegue – non serve solo una frettolosa corsa a cambiare il gruppo dirigente, ma una riflessione larga e aperta su cosa vogliamo diventare. A me interessa aderire a questo percorso per portare un contributo di proposte. Non certo da sola, ma con tante e tanti altri che hanno condiviso queste proposte”.

Proverà a fare ciò che ha già dimostrato di saper fare: mettere insieme movimenti, pezzi di società civile e disillusi che aspettano solo di riconciliarsi con la politica. La missione era già riuscita alle ultime elezioni regionali in Emilia Romagna quando la sua lista “Coraggiosa”.

Ora Elly Schlein vuole riportare quell’esperienza dentro il Pd, sfruttando anche la fase di apertura all’esterno prevista nel programma della costituente che prevede la possibilità di partecipare senza tesserarsi al partito: “Affolliamo questo percorso, – dice Schlein – dobbiamo essere parte del cambiamento. Qui si apre una occasione nuova. Nove anni fa non ci fu l’apertura e l’intelligenza di fare autocritica, per riconnettersi con i bisogni essenziali delle persone. Se si apre una opportunità di questo tipo che facciamo? Stiamo a guardare? Io credo di no. Dobbiamo rimettere in discussione tutto. L’unico modo per riuscirci è vivere questo cambiamento. Serve una casa comune”.

E, precisa Schlein, nessuna vicinanza alle correnti: “Scalziamo quelle dinamiche di cooptazione che abbiamo visto spesso: tra le tante ricostruzioni alcune mi hanno fatto sorridere. In questo Paese ancora si fa fatica a pensare che una donna possa farsi strada senza che ci sia un uomo che la spinge da dietro. Finora ho sempre rifiutato la cooptazione, non le seguirò certo adesso. C’è già una nuova classe dirigente, se le si da una occasione. Forse è proprio questa”.

Schlein nel suo intervento ha anche dedicato un passaggio alle prossime elezioni regionali augurandosi un’unità del fronte progressista: “è irresponsabile proseguire in queste divisioni, anche in vista degli appuntamenti regionali”.

E a proposito di regionali è attesa per oggi l’annuncio della candidatura di Pierfrancesco Maran per le primarie in vista delle elezioni in Lombardia. L’assessore del Comune di Milano al Teatro Franco Parenti lancerà un appello per “la grande impresa” di rovesciare l’egemonia del centrodestra. La candidatura di Maran è il risultato di un percorso di incontri che da mesi ha coinvolto i territori e i sindaci dei capoluoghi governati dal Pd. Sullo sfondo rimane anche l’europarlamentare Pierfrancesco Majorino che sarebbe tentato dal mettersi in gioco. Majorino che, tra le altre cose, ha già annunciato il suo sostegno per Schlein in vista del prossimo congresso.

 

Leggi anche: “Nel Lazio il Pd ha scelto Renzi. I 5 Stelle non si svenderanno”. Parla il capogruppo M5S alla Camera, Silvestri: “Aperti al dialogo con chi condivide i nostri valori”

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Altro che navi delle Ong. Dalla rotta balcanica superati i 100mila arrivi

I dati dell’Agenzia europea per il controllo delle frontiere, Frontex, lo dice chiaramente: dai primi di gennaio fino a settembre ci sono stati più di 106 mila attraversamenti “illegali” dai Balcani verso l’Unione europea.

Dai primi di gennaio fino a settembre ci sono stati più di 106 mila attraversamenti “illegali” dai Balcani verso l’Ue

Spostare la discussione delle migrazioni solo sul Mediterraneo può tornare utile per la propaganda dei sovranisti voi sparsi in giro per l’Europa ma i dati del 2022 indicano che via terra la cifra è del 170% più alta rispetto a quella dello stesso periodo del 2021 e sette volte più alta del 2019 (15 150 attraversamenti) – anno procedente ai lockdown per contenere la pandemia da Covid-19.

A essere porta d’ingresso è la Serbia, stato candidato a entrare nell’Ue, che ha un accordo di agevolazione per il rilascio dei visti per chi vuole soggiornare per un massimo di 90 giorni in uno o più Stati membri dell’Unione. Per questo è diventata meta di migranti siriani, afgani, turchi, indiani, burundesi, cubani che sfruttano la liberalizzazione degli ingressi per provare a raggiungere Croazia e Ungheria.

Austria, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno reintrodotto controlli di confine

Austria, Repubblica Ceca e Slovacchia (tutti e tre paesi che fanno parte dell’area di Schengen che non prevede controllo di documenti transfrontalieri) hanno reintrodotto controlli di confine, mentre la Bulgaria ha introdotto un parziale stato di emergenza sul suo territorio. Lo scorso agosto il Consiglio d’Europa ha scritto che “il numero dei rimpatri forzati in Serbia è aumentato considerevolmente, con oltre 75.000 casi segnalati solo nel 2022” e che “le accuse di maltrattamenti e uso sproporzionato della forza durante i respingimenti persistono”.

Per rotta balcanica si intende un percorso che dalla Turchia e dalla Grecia arriva fino ai confini orientali dell’Ue

Diversi report raccolgono le testimonianze di violenze su donne a bambini. Per rotta balcanica si intende un percorso che dalla Turchia e dalla Grecia arriva fino ai confini orientali dell’Unione europea. La percorrono persone proveniente da paesi instabili del medio oriente (come Siria e Iraq) e dell’Asia centrale (tra cui ovviamente l’Afghanistan).

La rotta collega questi Paesi con quelli che costituiscono l’estremo margine dell’Ue, come Croazia, Ungheria, Romania e Bulgaria. Dei punti di transito fondamentali per entrare nell’Unione. L’obiettivo finale del percorso sono solitamente gli Stati dell’Europa nord-occidentale e in particolare la Germania.

Via terra in Italia arrivano soprattutto pakistani. Ma anche afghani, bengalesi e nepalesi

Arrivano ovviamente anche in Italia. Sono soprattutto pakistani (2.576 persone, ovvero il 39,7% del totale). Seguono gli afghani (1.185). Tra le altre nazionalità ricorrenti rientrano anche i bengalesi (782) e i nepalesi (406). Questi dati, forniti dal Consorzio italiano di solidarietà, attivo in Friuli-Venezia Giulia, sono gli unici sugli arrivi via terra. Sono riferiti soltanto alle persone coinvolte nel sistema di accoglienza e quindi escludono tutte le persone che non vengono intercettate e transitano altrove, ma sono i dati più vicini a quelli, mancanti, sugli arrivi.

Il governo italiano infatti non mette a disposizione nessun dato a osservatori e studiosi

Il governo italiano infatti non mette a disposizione nessun dato a osservatori e studiosi. Questa mancanza di trasparenza ovviamente impedisce un reale monitoraggio e garantisce la copertura di eventuali abusi. Il numero di tentativi di ingresso registrato da Frontex aumenta di anno in anno:n el 2020 rispetto al 2019 l’aumento è stato pari al 92%, passando da 14mila a circa 27mila. Mentre nel 2021 rispetto al 2020 ha toccato il 125%, arrivando a oltre 60mila tentativi registrati.

Il 2022 sembra registrare un incremento ulteriore (circa 55mila tentativi solo nei primi sette mesi). In questa rotta di cui si parla sempre troppo poco non mancano gli episodi in cui la solidarietà viene criminalizzata, esattamente come accade nel Mediterraneo.

In Italia ad esempio c’è stato il caso di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, fondatori dell’organizzazione volontaria Linea d’Ombra, che offrono cibo, vestiti e cure mediche ai migranti di passaggio per Trieste, e che per aver ospitato una famiglia di migranti per una notte nel loro appartamento hanno dovuto affrontare un processo per favoreggiamento dell’immigrazione illegale.

 

Leggi anche: Le bravate sui migranti costano caro. Il teatrino del Governo sulle Ong ci si ritorce contro. E intanto in mare si continua a morire

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Regionali Lombardia, dopo il No di Pisapia i Dem costretti alle primarie

Saranno primarie. Primarie subito, primarie il prima possibile. “Primarie prima di Natale”, dice il segretario regionale del Partito democratico in Lombardia, Vinicio Peluffo (nella foto), ben consapevole che la coalizione di centrosinistra ora è in ritardo.

Saranno primarie il Lombardia. Lo ha annunciato il segretario regionale del Partito democratico Peluffo

Dopo l’abbandono di Carlo Cottarelli (che non convinceva tutti all’interno del Pd) ieri è arrivato anche il no ufficiale di Giuliano Pisapia. Di corsa il segretario Enrico Letta ha indetto una riunione in video-collegamento con i sindaci Beppe Sala (Milano), Giorgio Gori (Bergamo), Mattia Palazzi (Mantova), Mauro Gattinoni (Lecco), Davide Galimberti (Varese) e altri.

Il primo tentativo è stato quello di imporre il sindaco di Brescia Emilio Del Bono come soluzione condivisa per evitare lo scoglio delle primarie e per buttarsi subito in una campagna elettorale non facile contro Attilio Fontana e Letizia Moratti. Non è andata come speravano al Nazareno.

I membri del Pd lombardo da settimane invocano l’autonomia di scelta, non gradendo ingerenze da Roma. Primarie, quindi. Si ipotizzano già le date: il 18 dicembre potrebbe essere quella di inizio del confronto interno, per poter arrivare a febbraio con un candidato legittimato dal voto dei territori. In campo i nomi sono sempre gli stessi.

“Tutto molto milanocentrico”, fa notare un senatore Dem preoccupato dall’ipotesi che “le primarie sembrino all’esterno solo una resa dei conti interna al partito”. Continua a esserci Pierfrancesco Maran, assessore del Comune di Milano che le primarie le chiede fin dall’inizio, ci sarebbe il capogruppo del Pd in Consiglio Regionale Fabio Pizzul e c’è l’ex sindaca di crema Stefania Bonaldi.

Qualcuno sottolinea che all’ultimo momento potrebbe provare a giocarsi la partita anche l’europedeputato Pierfrancesco Majorino che potrebbe sparigliare le carte. Nella giornata di ieri si ventilava anche l’ipotesi della parlamentare milanese Lia Quartapelle come candidata. Ma è una voce senza riscontro. A sinistra invece è ufficiale la partecipazione alle primarie di Vittorio Agnoletto che sottolinea come la spaccatura a destra provocata dalla scelta di Letizia Moratti di candidarsi con il Terzo polo sia un’occasione irripetibile per sfilare la Regione.

A proposito di Moratti: mentre Calenda insiste per tirare la giacchetta al Pd (con pochissima considerazione da Letta e compagni) ieri è circolato un ipotetico sondaggio che darebbe l’ex vicepresidente con possibilità di vittoria. “Falso, falsissimo”, giurano gli esponenti Dem. L’unico sondaggio “serio” darebbe l’ex sindaca di Milano sotto al 15%.

“La partita è tra noi e Fontana”, dicono dal Pd, invitando a non cadere nella trappola di una narrazione senza nessun collegamento alla realtà del cosiddetto Terzo polo. È vero invece che qualcuno ancora cova la speranza che Moratti, rendendosi conto dell’impossibilità di puntare alla vittoria, possa decidere di fare un passo di lato e aprire la possibilità di un nuovo confronto con Renzi e Calenda. Chi conosce bene Moratti però sottolinea come la sua ormai sia diventata una battaglia “per il potere” (l’ha detto anche lo stesso Pisapia) che sfocia in una questione di prestigio personale.

Rimane però il problema del perimetro della coalizione. A oggi il Pd può contare su Sinistra Italiana, i Verdi, +Europa e qualche lista civica. Ieri Vinicio Peluffo ha invitato alla partecipazione alle primarie anche il Movimento 5 Stelle ma i grillini appaiono sempre più incagliati, in attesa che arrivino segnali da Giuseppe Conte.

Dal centro invece le suppliche di Calenda a ragionare sul nome di Moratti vengono stoppate con decisione. “È inutile che continuiamo a girarci attorno, abbiamo già spiegato che per noi non è pensabile sostenere Moratti. Il Terzo Polo ritiri l’appoggio a Moratti e si riapre il confronto”, dice Peluffo. Ancora più netto l’eurodeputato dem Majorino: “Calenda propone un confronto senza pregiudizi su Moratti. Ma noi tutti stiamo esprimendo un giudizio, non un pregiudizio”.

 

Leggi anche: Dopo Zingaretti, il Pd nel Lazio prepara un’altra Caporetto. Letta cede a Calenda e candida D’Amato. Ma senza l’intesa con il M5S l’esito del voto è già segnato

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Decreto Aiuti quater: a proposito di priorità

La norma urgente inserita nel decreto Aiuti quater dal governo è il rialzo del tetto del contante a cinquemila euro. Era talmente urgente che il governo non è riuscito ad aspettare la legge di Bilancio: Salvini cinguetta felice su Twitter e gli italiani saranno ben contenti di sapere che in questo momento di difficile congiuntura economica e di bollette salate potranno caracollare in giro con i contanti (che non hanno) nel borsello.

Per rendere il tutto ancora più grottesco il comma dei contanti è stato inserito nell’articolo che proroga gli incentivi sotto forma di credito di imposta per i commercianti che si dotano di strumenti per i pagamenti elettronici, con uno stanziamento di 80 milioni di euro. A proposito degli incentivi ai commercianti: si tratta di 50 euro (cinquanta euro) per ogni registratore telematico acquistato.

A sorpresa è stato rivisto il Decreto superbonus 110% che ora diventa al 90%. Sul punto il governo è riuscito perfino a scontentare partiti della sua stessa maggioranza, con Forza Italia che chiede a Giorgia Meloni se non fosse il caso di incontrare almeno le associazioni di categoria prima di prendere questa decisione. Non male.

Polemiche interne anche sul via libera alle trivellazioni. La Lega è contraria e ha nel presidente del Veneto, Luca Zaia, il suo primo oppositore: teme, per come è scritta nel decreto Aiuti quater presentato ieri, che apra la strada anche alle estrazioni nell’Alto Adriatico. Non male.

E per le bollette? Le imprese potranno rateizzare le bollette per i consumi registrati a partire dal primo ottobre scorso al 31 marzo 2023 e fatturati entro il 31 dicembre 2023 per un massimo di 48 rate mensili. La garanzia per i finanziamenti ai fornitori di gas sarà offerta da Sace e le banche non potranno imporre un tasso di interesse superiore «al rendimento dei buoni del Tesoro poliennali (Btp) di pari durata». E le famiglie? Niente.

In compenso nel giro di pochi giorni Giorgia Meloni è riuscita a scassare i rapporti diplomatici con la Francia e con l’Ue sull’immigrazione con il soldatino Piantedosi nella parte dello “stupito”. Ecco tutto, siamo messi così.

Buon venerdì.

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Le bravate sui migranti costano caro

Se riuscissimo a scrollarci di dosso la retorica che ammorba di propaganda queste prime settimane del nuovo governo dovremmo avere il coraggio di raccontare le storie di quella donna sbarcata troppo fredda per sopravvivere e di quel bambino di venti giorni arrivato già morto a Lampedusa.

Mentre la politica dai denti aguzzi di Meloni, Salvini e Piantedosi si lambicca sulla differenza tra migranti, profughi e clandestini, il Mediterraneo inghiotte vite

La prima aveva vent’anni e troppo gelo in corpo. Ha perso la vita al poliambulatorio di Lampedusa mentre inutilmente cercavano di rianimarla e stava su un barchino che trasportava un’altra donna ricoverata d’urgenza al nono mese di gravidanza, un ragazzo siriano piegato in due dalle fitte provocate dall’appendicite e una bambina di quattro anni stremata dalle convulsioni per una febbre troppo alta.

Il neonato invece allo sbarco ha trovato già pronta la sua bara bianca, pronta a essere impilata insieme a tutte le altre bare dei bambini morti nei giorni scorsi per un’esplosione sull’imbarcazione. Peggio è andata agli uomini e alle donne che non hanno nemmeno la dignità di restituire un cadavere e che stanno sotto al mare, sconosciuti ai vivi e ai morti, inghiottiti nel più famelico cimitero liquido dei nostri anni, il Mediterraneo.

Tra i vivi si potrebbe invece raccontare la storia di un quattordicenne silenzioso e piegato su se stesso che è rimasto a bordo della Geo Barents insieme ai trattenuti del “carico residuale”, dimenticato dai controlli che certificavano chi fosse degno per poter scendere e rimasto giorni in un angolo della nave senza le parole per raccontare la propria situazione. è stato notato durante l’ennesima ispezione.

È minorenne, si sono detti. E l’hanno fatto scendere. Si potrebbe partire da qui per provare a ribadire che su quelle navi ci sono persone. Gente con le loro storie, i loro dolori, i loro bisogni. Persone che spesso sono al limite tra la vita e la morte, con il pericolo del mare e del freddo. Mentre la politica dai denti aguzzi di Giorgia Meloni e dei suoi scherani Salvini e Piantedosi si lambicca sulla differenza tra migranti, profughi e clandestini, il Mediterraneo si inghiotte vite umane.

Anche la guerra alle Ong vista da qui, dal molo dell’umanità, assume un altro senso: i cadaveri che sbarcano sulle coste italiane, piaccia o no, sono quelli che non hanno avuto la fortuna di incrociare imbarcazioni che si prendono la briga di salvarli. Se finiscono intercettati dalla cosiddetta Guardia costiera libica (quel manipolo di criminali che l’Italia paga e addestra) finiscono dritti nelle camere di torture finanziate dall’Europa; se non incontrano imbarcazioni spesso finiscono nel mortale buco nero del Mediterraneo.

Il braccio di ferro umanitario dell’Italia contro l’Unione europea intanto sposta la nave Ocean Viking nel porto di Tolone, in Francia. “In via del tutto eccezionale”, precisa il governo francese che dopo avere litigato per 48 ore con il governo italiano sottolinea che “l’Italia era il primo beneficiario del meccanismo di solidarietà europeo di ricollocazione”.

Questo meccanismo, ha sottolineato il ministro dell’Interno francese Darmanin, deplorando l’atteggiamento dell’Italia, “prevede in particolare, delle ricollocazioni di persone rifugiate dai Paesi europei di primo ingresso, per rispondere, effettivamente, al diritto internazionale e al diritto del mare”.

La Francia blocca per ritorsione il patto sui ricollocamenti. L’Ue giustamente ricorda gli obblighi umanitari alla Meloni e ai suoi ministri. Piantedosi frigna ritenendo “incomprensibile” che gli altri Stati se la prendano con l’Italia se non rispetta i patti. Solo che il meccanismo europeo continua a non funzionare – nonostante sia funzionato benissimo per i profughi ucraini e bianchi – e alla fine basta uno Stato che decide di lucrare elettoralmente sui profughi per incagliare tutto. Quelli, intanto, muoiono.

 

Leggi anche: I migranti nel gioco delle destre. L’editoriale del direttore Gaetano Pedullà 

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Intesa tra M5S e Pd, il vero ostacolo è Letta

Giuseppe Conte aveva un sogno: poter affrontare le elezioni regionali nel Lazio e in Lombardia con un Pd senza più Enrico Letta. Un cambio al vertice del partito avrebbe reso molto più semplice superare la spaccatura per la caduta del governo Draghi e avrebbe permesso al M5S di costruire un rapporto nuovo senza rancori.

Finché il segretario uscente del Pd Letta resta al Nazareno ricucire i rapporti con il M5S è impossibile

Il congresso dei Dem però è un’operazione ancora lontana e i giochi in Lazio e Lombardia si devono sciogliere nel giro di pochi giorni. Dopo la conferenza stampa in cui Conte ha dettato le condizioni minime per poter ragionare su un’alleanza dal Pd sono partite due reazioni opposte: c’è chi non vede l’ora di dichiarare conclusa qualsiasi alleanza con i grillini (Letta incluso) e ne approfitta per provare a rompere e c’è chi, come Nicola Zingaretti, si sforza di riportare la discussioni su binari politici lasciando da parte gli screzi personali tra i i due leader.

L’assessora alla Regione Lazio Valentina Corrado spiega che “il presidente Conte ha rimarcato che si parte dai temi e non dai nomi. Come abbiamo sempre fatto. Fine dell’alleanza con il Pd? Per me – dice Corrado – non determinano la fine dell’alleanza se c’è la volontà di partire da quei temi. Spero si sgomberi il campo da interpretazioni varie”.

Il punto centrale è che nel M5S vedono impossibile la costruzione di un’alleanza che preveda la partecipazione del cosiddetto Terzo polo. “Il voto utile non ci porta da nessuna parte”, ha ribadito ieri Conte. Ed è il Pd a dover decidere cosa voler essere.

La situazione è molto più fluida in Lombardia dove Renzi e Calenda hanno già scelto di correre da soli con Letizia Moratti come candidata. Ma la partita delle prossime elezioni regionali è un filo che tiene insieme tutti gli irrisolti nazionali.

Al Pd viene chiesta la prova di una reale volontà di avvicinamento ma il Pd in questo momento è una barca guidata (poco) da una segreteria di fatto dimissionaria. “Può accadere di tutto”, dicono dal M5S. Tutto e il suo contrario. Solo che il tempo a disposizione è poco, pochissimo.

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Fontana fa il bis in Lombardia. Pisapia si tira fuori

“I leader del centrodestra, come a più riprese anche singolarmente dichiarato, riconfermano il presidente Attilio Fontana come candidato della coalizione per le prossime elezioni regionali in Lombardia.

Ora è ufficiale. Il governatore uscente Attilio Fontana è il candidato del centrodestra alle prossime elezioni regionali in Lombardia

Il valore del centrodestra unito, la nostra compattezza e la nostra coerenza sono la garanzia per proseguire il cammino comune di buongoverno, basato sulla centralità dei bisogni dei cittadini e delle comunità”. Ora è ufficiale. Il presidente uscente di Regione Lombardia Fontana è il candidato del centrodestra.

Lo affermano i leader che con un certo sprezzo del ridicolo ieri si sono lanciati in mirabolanti dichiarazioni che stridono con qualsiasi senso di realtà. “Fontana ha svolto un lavoro incredibile”, dice il coordinatore regionale lombardo della Lega Fabrizio Cecchetti elencando tra i meriti il “superamento della pandemia” come se i disastri di Fontana e Gallera fossero già dimenticati: “Ha svolto una campagna vaccinale da record, ha rilanciato la sua economia e il suo tessuto produttivo come confermano tutti gli indicatori economici, occupazionali e produttivi, ha avviato riforme sociali, per l’ambiente e il territorio.

Fontana sta facendo correre come una Formula 1 la nostra Regione”, spiega Cecchetti. Licia Ronzulli, presidente del gruppo Forza Italia al Senato e coordinatrice del partito in Lombardia, spiega la ricandidatura di Fontana come “conseguenza naturale del gran lavoro svolto negli ultimi cinque anni”.

Il copione è chiaro: ripetere bugie allo sfinimento sperando che nei prossimi mesi possano sembrare quasi vere. Intervengono in pochi (e poco rilevanti) dalle parti di Fratelli d’Italia: Giorgia Meloni ha da tempo deciso di lasciare la Lombardia al suo alleato Salvini per puntare alla presidenza della Regione Lazio e la leader di Fratelli d’Italia sa benissimo che sulla candidatura di Fontana si giocherà inevitabile battaglia interna della Lega con Zaia e Fedriga già pronti a fare pesare un eventuale passo falso del sempre più quasi ex segretario Matteo Salvini.

Così, mentre il cosiddetto Terzo polo anche ieri ha passato tutta la giornata a pestare i piedi perché il Partito democratico non ci è cascato al travestimento di Letizia Moratti da nuova stella del progressismo, ora rimane il campo del centrosinistra a dover ufficializzare i passi per le prossime elezioni regionali.

Con l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia poteva tornare l’asse giallorosso

Decaduta la possibilità di candidatura dell’economista Carlo Cottarelli che si è ritirato dalla corsa per l’apparentamento di Renzi e Calenda con Letizia Moratti in campo – ancora per qualche ora – rimaneva la possibilità che fosse l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia (ora europarlamentare) a mettere tutti d’accordo facilitando la formazione di un campo largo che poteva comprendere anche il Movimento 5 Stelle.

Non sarà così e il percorso si fa più tortuoso e presumibilmente servirà tempo prima che si organizzino le primarie, si ufficializzi un candidato e si riesca a costruire una base programmatica da “offrire” agli alleati da aggregare. I dirigenti regionali sono chiari: non c’è nessuna possibilità che il Pd pensi nemmeno lontanamente a un appoggio a Letizia Moratti, nonostante l’ex sindaca di Milano si affanni in queste ore a chiamare chiunque conosce implorando l’appoggio.

Pisapia: “Ci ho pensato seriamente. Ma credo che la soluzione migliore per il centrosinistra e per il civismo sia quella di cambiare schema”.

Giuliano Pisapia si è dichiarato non disponibile aprendo, dunque, la strada delle primarie, che nel partito chiedono da tempo. “Desidero ringraziare le tantissime persone che mi hanno manifestato la loro stima e il loro affetto. Ci ho pensato seriamente – dice al Corriere Pisapia – ma credo che la soluzione migliore per il centrosinistra e per il civismo sia quella di cambiare schema”.

Alcuni nomi sono già di fatto in campo da tempo. Pierfrancesco Maran, assessore al Comune di Milano, ha iniziato il suo tour della Lombardia con un’iniziativa dal titolo inequivocabile: “Cominciamo da capo”. Maran nonostante la giovane età, 42 anni si è occupato di deleghe pesanti come Mobilità e Urbanistica ed è stato uno dei protagonisti della svolta “arancione” che determinò la sconfitta di Letizia Moratti per mano di Giuliano Pisapia.

Impegnata in eventi regionali è anche Stefania Bonaldi, ex sindaca di Crema che non aveva lesinato critiche al Pd nelle ultime elezioni politiche dove era stata candidata in posizione praticamente impossibile. Al segretario regionale Vinicio Peluffo piacerebbe una discesa in campo anche del sindaco di Brescia Emilio Del Bono che è riuscito nella difficile impresa di arginare le destre in una città che era feudo della Lega.

Del Bono è un nome gradito anche alla dirigenza nazionale che vorrebbe provare a forzare – nel caso di un no da parte di Pisapia – il suo nome senza passare dalle primarie. “Opzione impossibile” fanno sapere però alcuni membri della segreteria. A sinistra Vittorio Agnoletto (di Medicina democratica) ha già dato la sua disponibilità per competere alle primarie.

Si attende invece la posizione del Movimento Cinque Stelle che da giorni continua a ripetere di “non voler ragionare sui nomi ma sui contenuti”. Pesa, va però detto, anche la mancanza di una decisione netta da parte di Giuseppe Conte che pure nella sua ultima conferenza stampa in cui ha parlato di elezioni regionali non ha preso posizione sulle vicende lombarde. Anche perché in Lombardia il M5S pesa molto meno del dato nazionale. E alla fine questo conterà.

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Il ministro della propaganda nelle scuole

Ieri a tutte le scuole d’Italia è arrivata una lezione sul comunismo. Solo che l’insegnante in questo caso si è dimostrato piuttosto ignorante. Non ci sarebbe nulla di male se la firma sotto quella lettera non fosse quella del ministro all’Istruzione Giuseppe Valditara che ha sfruttato l’occasione dell’anniversario della caduta del muro di Berlino per profondere propaganda: «La caduta del Muro, – scrive Valditara – se pure non segna la fine del comunismo – al quale continua a richiamarsi ancora oggi, fra gli altri paesi, la Repubblica Popolare Cinese – ne dimostra tuttavia l’esito drammaticamente fallimentare e ne determina l’espulsione dal Vecchio Continente. Il comunismo è stato – scrive Valditara- uno dei grandi protagonisti del ventesimo secolo, nei diversi tempi e luoghi ha assunto forme anche profondamente differenti, e minimizzarne o banalizzarne l’immenso impatto storico sarebbe un grave errore intellettuale. Nasce come una grande utopia: il sogno di una rivoluzione radicale che sradichi l’umanità dai suoi limiti storici e la proietti verso un futuro di uguaglianza, libertà, felicità assolute e perfette. Che la proietti, insomma, verso il paradiso in terra. Ma là dove prevale si converte inevitabilmente in un incubo altrettanto grande: la sua realizzazione concreta comporta ovunque annientamento delle libertà individuali, persecuzioni, povertà, morte».

Per concludere la lettera – inviata ai dirigenti di ogni istituto e pubblicata sul sito del ministero  il ministro usa queste parole: «Il crollo del Muro di Berlino segna il fallimento definitivo dell’utopia rivoluzionaria. E non può che essere, allora, una festa della nostra liberaldemocrazia. Un ordine politico e sociale imperfetto, pieno com’è di contraddizioni, bisognoso ogni giorno di essere reinventato e ricostruito. E tuttavia, l’unico ordine politico e sociale che possa dare ragionevoli garanzie che umanità, giustizia, libertà, verità non siano mai subordinate ad alcun altro scopo, sia esso nobile o ignobile. Per tutto questo il Parlamento italiano ha istituito il 9 novembre la “Giornata della libertà”. Su tutto questo io vi invito a riflettere e a discutere».

Come sottolinea giustamente il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo ieri era anche la giornata dell’Onu contro il fascismo e l’antisemitismo, in ricordo della Notte dei Cristalli ma evidentemente il ministro se n’è dimenticato. Intervistato da Daniela Preziosi su Domani Pagliarulo spiega: «Non convince l’invettiva contro il comunismo. Il comunismo – scrive il ministro – come “la via verso il paradiso in terra che si lastrica di milioni di cadaveri”. È come se io dicessi, per esempio, che la via del liberalismo, e più in generale, del capitalismo, è lastricata da milioni di cadaveri. Dei Paesi colonizzati. Delle guerre imperialiste. Dei morti sul lavoro. Per non parlare, appunto, dei nazisti e dei fascisti, come se non ci fosse mai stata la Shoah e la Seconda guerra mondiale. Le parole del ministro sono un modo scorretto e unilaterale per affrontare errori ed orrori del cosiddetto socialismo reale, che ci sono stati e meriterebbero ben altra e più obiettiva e imparziale riflessione. Si ignora inoltre, visto che il professor Valditara è ministro della Repubblica italiana, il ruolo determinante nel Pci nella Resistenza, nella conquista della democrazia, nella stesura della Costituzione, nella ricostruzione di un Paese semidistrutto dalla guerra nazifascista. Inoltre si deborda dalla legge che non parla di comunismo, ma di totalitarismo. Più in generale si dimentica il contributo di sangue che i comunisti di tutta Europa hanno versato per liberare i popoli dal nazifascismo. Infine ricordo che la Costituzione è dichiaratamente antifascista e non anticomunista, come il ministro. Questa lettera è soltanto un dotto manifesto anticomunista di estrema destra, una vecchia cosa, un armamentario del revisionismo storico. Ma ciò che preoccupa maggiormente è la lettera in sé, perché diventa elemento formativo verso gli studenti. Nella misura delle sue rimozioni e della sua tendenziosità, diventa elemento de-formativo».

Una lettera da vero Minculpop. Il ministero del merito diventa anche quello della propaganda. E intanto un’altra giornata politica è scivolata sulle bizze di un membro di governo che non è riuscito a trattenere la propria natura. Sullo sfondo ci sarebbero anche di problemi da risolvere. Ma quando affioreranno in tutta la loro gravità, vedrete, ci sarà sempre qualche migrante da usare come arma di distrazione. Propaganda e distrazione: la politica postfascista è anche nei metodi, oltre che nelle parole.

Buon giovedì.

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La Moratti in corsa toglie più voti alle destre che ai progressisti

In Lombardia bisogna invertire la narrazione. Anzi, per dirla meglio, occorre rimettere la realtà al suo posto scrollandosi di dosso le mistificazioni di Renzi e Calenda. Che Letizia Maria Brichetto Arnaboldi, vedova Moratti, sia un problema politico per il centrosinistra è una millanteria che non ha nessun senso.

In Lombardia bisogna invertire la narrazione. Che Letizia Moratti sia un problema politico per il centrosinistra è una millanteria che non ha nessun senso

Potranno metterci tutto l’impegno Matteo Renzi e Carlo Calenda ma la Moratti da queste parti è la sindaca di Milano che secondo la Corte dei Conti avrebbe avuto “il connotato della grave colpevolezza, ravvisabile in uno scriteriato agire, improntato ad assoluto disinteresse dell’interesse pubblico alla legalità e alla economicità dell’espletamento della funzione di indirizzo politico-amministrativo spettante all’organo di vertice comunale”.

È la presidente Rai che ci disse che l’ente pubblico doveva essere “complementare a Mediaset”. È la ministra all’Istruzione agli ordini di Berlusconi che smontò la legge Berlinguer per proporre una delle peggiori riforme della scuola. È la donna che a Milano sfilava contro gli immigrati con De Corato.

È la sindaca che rimediò una pessima figura da ricandidata accusando Giuliano Pisapia di un reato che non aveva mai commesso. Possono twittare anche tutto il giorno quelli del cosiddetto Terzo polo ma Letizia Moratti è una donna di destra per i lombardi. Una donna di destra perdente, un capolavoro negativo in Lombardia.

I voti di Letizia Moratti sono un problema per Attilio Fontana, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. E il centrosinistra deve rinsavire dal suo atavico senso di responsabilità e rendersene conto il prima possibile. Anche i sondaggi parlano chiaro: Moratti ha in mano una rilevazione che la immagina circa al 14%: niente. La sfida è e continuerà a essere con Fontana e ripetere l’errore già avvenuto alle elezioni politiche di perdere tempo con un sedicente polo che sculetta come se fosse il primo quando non ha nessuna possibilità di vittoria questa volta potrebbe costare molto caro.

Ha ragione il capogruppo al Parlamento Europeo Brando Bonifei che dice: “Ma che ci fa nel Pd chi vuole candidare Moratti?”. O come dice Andrea Orlando “sorprende la sorpresa per il rifiuto del Pd a sostenere la candidatura di Letizia Moratti. Il fatto che a qualcuno sia venuto in mente di proporlo deve farci però riflettere su quanto lavoro c’è da fare per restituire al Pd un’identità chiara e riconoscibile”. Gambe in spalla e lavorare.

Pisapia potrebbe mettere d’accordo realtà civiche, associazioni, disillusi e creare un fronte ampio, M5S incluso

La Regione è contendibile. Lo dice al telefono anche Giuliano Pisapia che in queste ore è sommerso dalle richieste di candidatura. Un nome che mette d’accordo tutti e che convincerebbe perfino la cordata del Pd che da mesi insiste per ottenere le primarie: Pisapia è l’ex sindaco di Milano che ottenne una vittoria a cui non credeva nessuno e che dimostrò come un’alleanza larga ma netta, con un’identità forte, può tranquillamente rovesciare le sorti di una Regione che sembrava irraggiungibile.

Pisapia, ora al Parlamento europeo, dice di essere molto impegnato nella sua attività a Bruxelles ma rispetto ai giorni scorsi ora si intravede qualche spiffero. Ora sono in molti a crederci all’interno del Pd e soprattutto tra quella marea arancione che si era attivata al suo fianco.

Anche perché Pisapia potrebbe mettere d’accordo realtà civiche, associazioni, disillusi e creare un fronte ampio, M5S incluso, nonostante la tattica. Sullo sfondo rimane l’ipotesi del sindaco di Brescia Emilio Del Bono (ma a quel punto le primarie verrebbero chieste e il M5S potrebbe sfilarsi) e una generazione che aspetta di avere la sua occasione (Majorino, Maran).

Ma ciò che conta ora è rendersi conto che la realtà è molto più rosea di quello che sembra. Agli amici del Terzo polo sfugge che candidare una personalità di centrodestra contro il centrodestra in Lombardia crea un problema al centrodestra. Mica a quegli altri. Anzi, offrono un’ottima opportunità al centrosinistra. Basta coglierla. Invertite la narrazione.

 

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