Vai al contenuto

Un Paese sempre più precario e sempre più povero

Terminata l’emergenza Covid-19 il mercato del lavoro appare ancora intrappolato nella precarietà: dei nuovi contratti attivati nel 2021 sette su dieci sono a tempo determinato, il part time involontario coinvolge l’11,3% dei lavoratori (contro una media Ocse del 3,2%), solo il 35-40% dei lavoratori atipici passa nell’arco di tre anni ad impieghi stabili, i lavoratori poveri rappresentano ormai il 10,8% del totale. Il nostro poi è l’unico Paese dell’area Ocse nel quale, dal 1990 al 2020, il salario medio annuale è diminuito (-2,9%), mentre in Germania è cresciuto del 33,7% e in Francia del 31,1% e dove le politiche in tema di sostenibilità sono state adottate appena dall’8,6% delle imprese, di queste la gran parte solo per il miglioramento nella gestione dei rifiuti, dove invece resta una chimera la creazione di filiere ecosostenibili (appena 1,2%) e per la produzione/consumo di energie da fonti rinnovabili (3,1%).

È quanto emerge dal “Rapporto Inapp 2022 – Lavoro e formazione, l’Italia di fronte alle sfide del futuro” presentato ieri alla Camera dei deputati dal professor Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp (Istituto nazionale per l’Analisi delle politiche pubbliche). All’evento è intervenuta la ministra del Lavoro e delle politiche sociali, Marina Calderone.

«Malgrado alcuni segnali confortanti – ha affermato Sebastiano Fadda – alcune debolezze del nostro sistema produttivo sembrano essersi cronicizzate, con il lavoro che appare intrappolato tra bassi salari e scarsa produttività. Per questo occorre pensare ad una “nuova stagione” delle politiche del lavoro, che punti a migliorare la qualità dei posti di lavoro, soprattutto per i neoassunti e per i lavoratori a basso reddito, per le posizioni lavorative precarie e con poche possibilità di carriera, dove le donne e i giovani sono ancora maggiormente penalizzati. Le politiche del lavoro devono integrarsi con le politiche industriali e con le politiche di sviluppo, in una strategia unitaria orientata al rafforzamento della struttura produttiva, alla crescita del capitale umano e dell’innovazione tecnologica, al rafforzamento della coesione e della sicurezza sociale. Una strategia che deve essere disegnata ed attuata a tutti i livelli territoriali con un coordinamento capace di rispondere alle sfide del profondo cambiamento strutturale in atto».

In Italia il tasso di occupazione, sceso dal 58,8% al 56,8% all’inizio della pandemia, ha ripreso a crescere solo nel 2021 e – come si legge nel rapporto – ha impiegato 18 mesi per tornare ai livelli pre-crisi. Nei Paesi Ocse la risalita era già consistente nel secondo trimestre 2020 e si è completata in 15 mesi. Nel 2021 sono stati 11.284.591 le nuove assunzioni, con prevalenza della componente maschile: 54% contro il 46% per le donne.

Nel 2021 il 68,9% dei nuovi contratti sono a tempo determinato (il 14,8% a tempo indeterminato). Nell’insieme il lavoro atipico (ovvero tutte quelle forme di contratto diverse dal contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato full time) rappresenta l’83% delle nuove assunzioni con un aumento del 34% negli ultimi 12 anni.

«Il tema del crescente aumento dei contratti non standard – ha precisato Fadda – rappresenta una costante del modello di sviluppo occupazionale italiano, che ha attraversato la prima crisi 2007-2008, sino a diventare requisito “strutturale” della ripresa post Covid». A dimostrazione di ciò l’analisi comparata longitudinale per i periodi 2008-2010, 2016-2018 e 2018-2021 di chi svolgeva un impiego precario. In tutti questi periodi la “flessibilità buona” ha portato a un’occupazione stabile tra il 35 e il 40%. Dei rimanenti, sempre a distanza di tre anni, una quota ha continuato a svolgere un lavoro precario (tra il 30 e il 43% a seconda del triennio), un’altra ha perso l’impiego ed è in cerca di lavoro (16-18%), un’altra ancora è uscita dalla forza lavoro dichiarandosi inattiva (17% nel 2021, nel 2010 era il 3%).

Nel 2021 – si legge ancora nel report – il part time involontario (la quota di lavoratori che svolgono un lavoro a tempo parziale non per scelta) rappresenta l’11,3% del totale dei lavoratori contro il solo 3,2% nell’area Ocse. Allo stesso tempo la tendenza alla riduzione dell’orario di lavoro sembra non arrestarsi e il prodotto per singola ora è bloccato dal 2000 rispetto a tutti i Paesi, non solo membri dell’Ue.

Ci sono poi quanti, pur lavorando (dipendente o autonomo) sono in una famiglia a rischio povertà, cioè con un reddito disponibile equivalente al di sotto della soglia di rischio povertà. Nell’ultimo decennio (2010-2020) il tasso di “lavoro povero” è stato pressoché costante con un valore medio pari a 11,3% e una distanza rispetto all’Unione europea superiore mediamente del 2,1%.

L’8,7% dei lavoratori (subordinati e autonomi) percepisce una retribuzione annua lorda di meno di 10mila euro mentre solo il 26% dichiara redditi annui superiori a 30mila euro, valori molto bassi se comparati con quelli degli altri lavoratori europei. Se consideriamo il 40% dei lavoratori con reddito più basso, il 12% non è in grado di provvedere autonomamente ad una spesa improvvisa, (quindi non ha risparmi o capacità di ottenere credito), il 20% riesce a fronteggiare spese fino a 300 euro e il 28% spese fino a 800 euro. Quasi uno su tre ha dovuto posticipare cure mediche.

Tutto questo in un contesto generale in cui il nostro Paese nel corso degli ultimi 30 anni (1990-2020) è l’unico ad aver registrato un calo dei salari (-2,9%) a fronte di una crescita media dei Paesi Ocse del 38,5%. Nello stesso periodo la produttività è cresciuta del 21,9%, non sembrano dunque aver funzionato i meccanismi di aggancio dei livelli salariali alla performance del lavoro. Nell’ultimo decennio (2010-2020), in particolare, i salari sono diminuiti dell’8,3%.

«Questa condizione di stagnazione dei salari è resa più preoccupante dalla ripresa dell’inflazione – ha concluso il presidente dell’Inapp – per cui si torna a porre il problema dei meccanismi idonei a contrastare la riduzione del potere d’acquisto di tutti i redditi fissi. Le cause di una dinamica salariale così contenuta sono diverse, una di queste è il meccanismo di negoziazione dei salari. Resta bassa la quota di imprese che dichiarano di applicare entrambi i livelli di contrattazione (4%); Inoltre, in sette anni si è ridotto il numero di aziende che dichiarano di applicare un Contratto collettivo nazionale (-10%), mentre si è più che duplicata la quota di imprese che dichiarano di non applicare alcun contratto (dal 9% nel 2011 al 20% nel 2018)».

È una discesa lenta che sembra inarrestabile. Si parla di “identità della sinistra” che sarebbe andata persa: la sfida da raccogliere è questa.

Buon mercoledì.

 

* In foto: una protesta dei lavoratori precari del Consiglio nazionale delle ricerche davanti alla sede del Cnr a Roma, 22 settembre 2021

L’articolo proviene da Left.it qui

Majorino: “L’accoglienza selettiva è una pratica oscena”

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Pierfrancesco Majorino, dopo essere stato assessore per il Partito democratico alle politiche sociali del Comune di Milano con il sindaco Giuliano Pisapia e poi con il sindaco Beppe Sala è sbarcato all’Europarlamento con 93.175 voti. In entrambi i ruoli si è impegnato per la tutela delle persone contro ogni discriminazione, per il contrasto alla violenza di genere e contro la tratta degli esseri umani.

Anche per questo l’immigrazione e la situazione del Mediterraneo sono tra i punti centrali della sua attività politica. L’abbiamo intervistato su quello che è accaduto al porto di Catania, con i migranti relegati sulle navi e “selezionati” in base all’età, al sesso e alle condizioni di salute.

Majorino, cosa ne pensa di questa nuova “accoglienza selettiva” voluta dal governo che decide chi far sbarcare e cni no?
“Mi pare sinceramente una cosa oscena. Siamo di fronte a un tentativo micidiale di dividere buoni e cattivi tra disperati, a prima vista. E penso che il salvataggio in mare sia un obbligo, al di là delle regole (tema che pure esiste e che dice tutt’altro) per ua questione umanitaria”.

Il governo, per bocca dei ministri Nordio e Piantedosi, ripete che il Trattato di Dublino si applica già sulle navi e che il primo Stato di accesso è quello di bandiera della nave. È corretto?
“È una modalità totalmente impraticabile oltre a essere disumana. La verifica dello status di rifugiato si deve riuscire fare. Il problema semmai è realizzarla in tempi molto brevi. Le persone che chiedono asilo devono essere nelle condizioni di farlo, riuscendo a interloquire con i legali e con le associazioni che si occupano di questo”.

Intanto tra i primi a complimentarsi con il governo c’è Orbàn. È già finita la favola di Giorgia Meloni improvvisamente diventata “europeista”?
“È molto chiaro il posizionamento di Giorgia Meloni in Europa. Oggi mi pare assolutamente evidente. Lei sta con l’Europa di Orbàn. E quella è un’Europa a sovranità limitata nella quale i nazionalismi fanno da padrone”.

È deluso dalla reazione del segretario del Pd, Letta
“Tutt’altro. La delegazione parlamentare del Pd ha seguito la vicenda sul campo. Letta ha espresso l’opinione uguale e identica espressa da tutti i componenti del partito. Il problema vero è che questo è solo un episodio di una strategia molto più ampia e molto più forte del nuovo governo”.

Pesano gli errori compiuti dal Pd ai tempi di Minniti ministero dell’Interno?
“Siamo ormai ben oltre quella impostazione. Impostazione ampiamente condivisa ai tempi dal gruppo dirigente a cui io mi sono opposto fin da subito. La strategia di Minniti si è rivelata inefficace e ha portato risultati molto peggiori di quelli che riteneva anche lo stesso Minniti”.

Forse nell’opposizione pesano anche le scelte compiute da Conte nel suo primo governo con Salvini?
“Non riesco mai a capire perché Conte non abbia il coraggio di dire con chiarezza che i decreti Salvini sono stati un disastro. Per altro gli viene riconosciuto da molti in questa fase una linearità e una coerenza su tanti temi. Questo è un buco nero. Oggi dobbiamo concentrarci sul futuro, sulle regole a livello europeo e italiano: servono canali legali, serve la capacità di riuscire a cambiare completamente approccio. L’immigrazione non è un danno da ridurre, stiamo parlando di persone. Credo che noi dobbiamo lavorare per un governo fermo, trasparente (e non parlo di un generico “porte aperte”) che gestisca i flussi in maniera ordinata. Insieme a questo dobbiamo ricordarci che prima della questione prima politica ci sono delle persone da salvare in mare e terra che vanno velocemente tolte dal rischio della propria vita. Per questo abbiamo portato avanti una battaglia in Ue di cui sono molto fiero chiedendo l’azzeramento della missione Frontex e la sua totale ridefinizione”.

I fatti di Catania sono l’inizio di una strategia di governo che durerà a lungo?
“Questo governo darà in pasto periodicamente al proprio elettorato più duro e più radicale degli esempi di disumanità per evitare che si parli meno possibile dei problemi economici e sociali a cui il governo non dà risposta. Ne sono convinto”.

 

Leggi anche: Ci mancava pure il diritto creativo di Piantedosi. Il Trattato di Dublino non si applica a bordo ma al Paese di sbarco. La linea del Viminale smentita anche dalla Corte europea

L’articolo Majorino: “L’accoglienza selettiva è una pratica oscena” sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

Ci mancava pure il diritto creativo di Piantedosi

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il neo ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, calatosi subito nel ruolo del mangia migranti per compiacere il governo, rilascia un’intervista al Corriere della Sera in cui dice sostanzialmente: queste quattro navi battono bandiera norvegese e tedesca quindi sono quei Paesi che dovrebbero “farsi carico dell’accoglienza” dei migranti soccorsi, poiché questi ultimi hanno “messo piede per la prima volta” proprio in quei Paesi, salendo sulle rispettive navi.

Il Trattato di Dublino non si applica a bordo ma al Paese di sbarco. La linea di Piantedosi smentita anche dalla Corte europea

Il Trattato di Dublino non si applica a bordo ma al Paese di sbarco. La linea del Viminale smentita anche dalla Corte europea. Il Trattato di Dublino non si applica a bordo ma al Paese di sbarco. La linea del Viminale smentita anche dalla Corte europea

Matteo Salvini sgrana gli occhi. Il ragionamento fila, funziona ed è uno spot perfetto per diventare slogan sui suoi social. Quindi rilancia: “Dove dovrebbe andare una nave norvegese? Semplice, in Norvegia”. Applausi, sorrisi e pacche sulle spalle. Che bravi che siamo, si dicono. Il ragionamento è sbagliato e falso.

“Dublino si applica nel momento in cui si arriva a terra, Dublino non è applicabile a bordo delle navi, il caso Hirsi lo dimostra, unità governative che non hanno personale specializzato a bordo per poter fare lo screening non possono essere considerate la frontiera d’ingresso per l’applicazione della Convenzione di Dublino”, spiegava in audizione parlamentare già nel 2017 il contrammiraglio della Guardia costiera italiana Nicola Carlone.

Ci sarebbe anche una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo risalente al 2012. Solo che quella sentenza condannò l’Italia dell’ultimo governo Berlusconi per i respingimenti in mare e quindi è stata dimenticata in fretta. Vi si legge chiaramente che è impossibile esaminare la situazione dei migranti a bordo delle navi prima dello sbarco.

Le norme sul soccorso marittimo sono chiare: gli sbarchi devono avvenire nel primo “porto sicuro” disponibile. E per “primo porto sicuro” si intende un luogo in cui venga garantito il rispetto dei diritti umani (quindi no, la Libia non è un porto sicuro) e il più vicino dal punto di vista geografico. Come ribadito anche dall’ambasciata norvegese in una nota diffusa dalla trasmissione Il Cavallo e la torre: “La responsabilità primaria nel coordinamento dei lavori per garantire un porto sicuro alle persone in difficoltà in mare è di competenza dello stato responsabile dell’area di ricerca e di salvataggio in cui è stata prestata tale assistenza. Anche gli Stati costieri confinanti hanno una responsabilità in tali questioni. La Norvegia non ha alcuna responsabilità ai sensi delle convenzioni sui diritti umani o del diritto del mare per le persone imbarcate a bordo di navi private battenti bandiera norvegese nel Mediterraneo”.

Come fa notare la giurista Vitalba Azzollini “il ministro Piantedosi e gli altri firmatari del decreto pensano che per evitare l’accusa di respingimento, vietato dall’art. 33 Convenzione di Ginevra (e non solo), basti l’eufemismo “assicurare l’assistenza occorrente per l’uscita dalle acque territoriali”? Il concetto è uguale”.

“Oltre il danno, la beffa. Persone rimandate in mezzo al mare, senza assistenza di traduttori, mediatori culturali, legali che spieghino loro come difendersi da questo respingimento, come possono fare ricorso al Tar? Una presa in giro. Svuotare il diritto di difesa: ecco fatto”, spiega Azzollini. Le leggi non si piegano alla propaganda. Anche se sei il ministro preferito di Salvini.

Leggi anche: Dal Governo zero fatti. Così ci distraggono col solito allarme sui migranti. Contro il caro-bollette non si sa che fare. E i profughi sono un classico delle destre per sviare l’attenzione

L’articolo Ci mancava pure il diritto creativo di Piantedosi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

Letta tiene in ostaggio il Pd

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

A qualcuno viene il dubbio che voglia fare la fine di Sansone con tutti i filistei. Il segretario del Pd Enrico Letta continua imperterrito nella sua difficile marcia da segretario dimissionario provando a tenere un partito che gli scivola dalle mani e che ieri in un sondaggio per Affari Italiani viene dato ormai al 16,9%, in caduta libera.

L’ultimo disastro del segretario del Pd Letta alla marcia contro la guerra. Mezzo partito da Calenda e lui a prendere fischi a Roma

Forse sarebbe il momento che qualcuno gli dicesse senza troppi giri di parole che l’errore di non essersi dimesso subito e di avere programmato il prossimo congresso in un lasso temporale così lungo comincia a essere pericoloso.

Sarà per questo che proprio Letta ieri ha scritto che “più la fase della chiamata e della discussione saranno efficaci più si potranno anche contrarre i tempi della fase del confronto tra i candidati, in modo da poter anticipare la data attualmente fissata dalla Direzione nazionale del Pd per il 12 marzo”, incassando la lapidaria risposta del candidato in pectore alla segreteria Stefano Bonaccini che risponde con un “servono tempi rapidi perché il Pd rimanga in vita”.

Solo negli ultimi giorni infatti il segretario ha incassato il contraccolpo della marcia per la Pace di Roma con i suoi parlamentari che hanno deciso di andare in ordine sparso, dividendosi tra la manifestazione ufficiale convocata da più di 600 associazioni nella Capitale e la combriccola milanese guidata da Calenda.

Enrico Letta con molto coraggio – questo gli va riconosciuto – ha deciso di sfilare a Roma beccandosi anche gli insulti dei presenti ma non avere trovato una parola ferma per difendere la strumentalizzazione del pacifismo operata da Renzi, Calenda e un manipolo di liberali l’ha lasciato per l’ennesima volta in un mondo di mezzo che lo espone (insieme al Pd) agli attacchi per troppa tiepidezza.

A questo si aggiunge il nodo della Lombardia, con Letizia Moratti improvvisamente assurta al ruolo di interprete della politica “nuova” (fa ridere solo a scriverlo) del cosiddetto Terzo Polo ormai sempre più impegnato a riciclare i rottami della destra e ripulirli vestiti a puntino.

La scelta di puntare su Cottarelli (inimicandosi anche una bella fetta del partito lombardo) per tenere “dentro” Renzi e Calenda si è rivelata completamente sbagliata. Ancora una volta il Partito democratico si ritrova a dover rincorrere le scelte degli altri, per di più con un cammino di avvicinamento alle elezioni regionali difficile da controllare con l’autorevolezza traballante di una segreteria dimissionaria però pienamente operativa.

Il problema, inutile girarci intorno, è che il Pd si ritrova tra la morsa del cosiddetto Terzo polo e del Movimento 5 Stelle e in questo momento senza un leader legittimato e forte la sua tiepidezza non fa nient’altro che favorire i suoi avversari. Enrico Letta non può pensare che il partito tenga fino a marzo, superando tra l’altro l’inevitabile scontro congressuale che scalderà ancora di più gli animi e alimenterà le divisioni interne.

Occorre fare presto, il più presto possibile perché gli elettori e gli iscritti sappiano quale direzione intenda prendere il partito e per poter legittimare una nuova classe dirigente che tenga la barra dritta sulle proprie scelte e sulla comunicazione. Il bivio del resto è sempre lo stesso: decidere se svoltare verso la socialdemocrazia lasciando perdere destre omeopatiche travestite da riformisti oppure se aderire a una piattaforma di centro (destra) accontentando l’anima più liberale. Si può condire il tutto con qualsiasi affermazione ma il punto è sempre qui.

L’articolo Letta tiene in ostaggio il Pd sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

Come si assomigliano Giorgia Meloni e Al Sisi

La Cop 27, il negoziato dell’Onu sui cambiamenti climatici, ieri ha vissuto la sua prima giornata dedicata alla politica. La giornata più utile per capire cosa si intenda per transizione energetica nei Paesi del mondo, per sondare le posizioni dei Paesi e per testare la reale volontà di agire per il clima.

Giorgia Meloni è arrivata a Sharm el-Sheikh con la ripartenza delle trivelle in tasca nel mare Adriatico. Non male arrivare all’importante vertice con un’azione politica contraria alle linee guida dell’Ipcc (l’organo scientifico delle Nazioni Unite) e dell’Agenzia internazionale dell’energia che prevede la riduzione di tutte le fonti fossili (gas compreso) già dal 2025.

Il segretario del’Onu António Guterres dice senza troppi giri di parole che il cambiamento climatico è «la sfida centrale del nostro secolo» e noi «la stiamo perdendo». Dice sostanzialmente le stesse cose che ripetono coloro che qui da noi vengono bollati come bigratisti ambientali, inutili allarmisti. Ma non si riesce ad uscire dalla falsa cortesia. Secondo l’Onu, si dovrebbe «mettere fine alla dipendenza dai combustibili fossili e dalla costruzione di centrali a carbone, eliminando gradualmente il carbone nei Paesi dell’Ocse entro il 2030 e ovunque entro il 2040». È esattamente il contrario di ciò che pensano (e che vogliono fare) quelli che stanno al governo in Italia.

Basta andare un centimetro più in là delle dichiarazioni di intenti per accorgersi della realtà: secondo un’analisi del sito specializzato Carbon Brief citata ieri dal Guardian, Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia non hanno raggiunto la loro “giusta quota” di finanziamenti per il clima a favore dei Paesi in via di sviluppo. I Paesi ricchi si erano impegnati a fornire 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020, ma l’obiettivo è stato mancato.

La presidente del Consiglio ha incontrato il presidente Al Sisi e i due si sono accorti con piacere di assomigliarsi. Entrambi puntano sul gas come elemento di futuro di prosperità nonostante l’Agenzia internazionale dell’energia non lo consideri nemmeno possibile elemento di transizione. Così l’Egitto che possiede un quinto delle riserve del gas di Eni e la presidente del Consiglio non potrebbero non andare d’accordo, non potevano evitarsi un incontro bilaterale a porte chiuse in cui – dicono loro – avrebbero parlato di “energie e migranti” nella lingua in cui Italia e Egitto si parlano da anni: quella dei soldi.

Figurarsi se avevano voglia e tempo di parlare di Giulio Regeni. L’omicidio dello studente italiano è un altro di quei discorsi che si estrae dal cassetto delle buone intenzioni quando serve ma non entra mai negli incontri che contano davvero. Giorgia Meloni ieri ha parlato di “forte attenzione al caso Regeni” (una frase retorica che non significa nulla) e oggi Giuliano Foschini su Repubblica ci fa sapere che nelle scorse settimane il capo dipartimento del Ministero della Giustizia Nicola Russo ha fatto sapere ai nostri magistrati che “per gli egiziani nessun processo e nessuna collaborazione sono possibili”.

Tutto come prima, quindi. L’unica differenza è che ora non si vergognano nemmeno di fotografarsi sorridenti e felici.

Buon martedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Il campo stretto. Anche in Lombardia. Arriva la Moratti

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

È una storia regionale ma si porta addosso i segni, gli errori, le pessime abitudini e l’incaglio nazionale. Per questo conviene parlare delle prossime elezioni di Regione Lombardia. Ieri è accaduto che Letizia Moratti per l’ennesima volta ha confermato la sua intenzione di candidarsi alle prossime elezioni regionali.

Ieri Letizia Moratti per l’ennesima volta ha confermato la sua intenzione di candidarsi alle prossime elezioni regionali in Lombardia

Qualche giornale molto distrattamente o molto poco furbescamente titola che Moratti “annuncia la sua candidatura”. È falso. Tutti i bene informati sanno che l’ex vice di Attilio Fontana è partita per la campagna elettorale già da un pezzo, con uno staff già funzionante da mesi e con un impegno economico già considerevole.

La novità politica è che ora Letizia Moratti ufficializza di avere al suo fianco Azione e Italia Viva a suo sostegno. Con Renzi l’accordo c’era già da tempo mentre Calenda si deve essere convinto nel privé della sua marcetta per la pace a modo suo. Non sono d’accordo con i negoziati per far smettere la guerra ma hanno chiuso il negoziato per le elezioni regionali.

Il Partito Democratico ha quindi, per l’ennesima volta, inseguito il sedicente Terzo Polo per ritrovarsi con un pugno di mosche. In realtà ci sarebbero stati anche 5 anni per presentarsi almeno una volta nella vita con un progetto politico che non li costringesse a cercare un nome dell’ultim’ora ma evidentemente non ci sono riusciti.

Ora che accade? Il segretario regionale Vinicio Peluffo nell’assemblea regionale di ieri mattina cha ribadito che «Moratti non è un’opzione». Lo ripete anche chi, come il senatore Alessandro Alfieri, ha provato fino all’ultimo a costruire un’alleanza con renziani e calendiani cercando di farli convergere sul nome di Cottarelli.

A proposito di Cottarelli: l’ex punta di diamante della campagna elettorale del PD, diventato senatore grazie al paracadute della lista plurinominale dopo essere stato sonoramente sconfitto nella sua Cremona niente di meno che da Daniela Santanché, continua ad avere idee piuttosto confuse se è vero che si è presentato a Milano all’evento di Calenda per «farsi vedere da queste parti» (ha detto proprio così). Qualcuno dica al senatore del PD che allearsi con la destra per batterla è una scena che gli elettori dem hanno già visto e non è andata benissimo.

Il Partito Democratico ha deciso di aprire alle primarie per scegliere il candidato

La notizia vera è che il Partito Democratico ha deciso di aprire alle primarie per scegliere il candidato, coinvolgente +Europa, Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana, Verdi e tutti coloro che vogliono starci. Non è molto ma è già qualcosa. Del resto voler sconfiggere il Palazzo con manovre da Palazzo (perdente) non era una grande idea.

E chissà che la lezione lombarda, dopo l’ultima esperienza elettorale e dopo le decine di lezioni a livello locale, non serva una volta per tutte per capire che il sedicente Terzo Polo legittimamente gioca la sua partita politica e che considerarlo un alleato strutturale sia una miopia ormai intollerabile.

L’articolo Il campo stretto. Anche in Lombardia. Arriva la Moratti sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

Le bestie sono sulla terraferma

Lo chiamano “sbarco selettivo” ma è bestiale razzismo. Scegliere chi far sbarcare a Catania in base a «salute, genere ed età», come spiega Petra Krischok, tuttora a bordo della nave Humanity, e portavoce di Sos Humanity non è solo contrario a qualsiasi legge ma è una selezione di “degni e non degni” tra i disperati. Se non sono disperati, come credono questi al governo, allora non si capisce perché non mandarli indietro tutti.

«I naufraghi sono sfiniti», sottolinea a LaPresse la Ong, facendo presente che uno di loro ha avuto un esaurimento nervoso. E Sos Humanity avverte: «Non ci è stato chiesto di partire, noi restiamo nel porto e abbiamo intenzione di sbarcare anche gli altri 35 naufraghi ancora a bordo». Intanto la procura di Catania ha aperto un’inchiesta sulla possibile presenza di scafisti su nave: le indagini della Squadra mobile mirano ad individuare eventuali componenti dell’equipaggio delle due barche soccorse dalla Ong nel Mediterraneo. “Carico residuale”, hanno chiamato gli altri. Come se fossero merci rispedite al mittente.

Intanto a Catania è arrivata la nave Geo Barents di Msf: la storia si ripete. A bordo ci sono 572 naufraghi, e secondo quanto riporta Candida Lobes di Msf, che è sulla nave, «ci sono donne incinte, bambini, la più piccola di 11 mesi, persone che hanno subìto ripetute violenze in Libia, e hanno bisogno di sbarcare in un posto sicuro».

A Meloni, Piantedosi e Salvini arrivano i complimenti di Orbàn e questo è un ottimo indizio per capire come l’europeismo mimato da Meloni fosse tutto uno schifoso bluff. A Orbàn piacerebbe anche sapere che ai giornalisti è stato impedito di assistere alle operazioni di sbarco e di soccorso. Ricardo Gutièrrez, segretario generale della Federazione europea dei giornalisti, fa sapere che «casi simili si sono verificati in Grecia, Polonia e Ungheria» e la giurisprudenza ha sempre «confermato il principio di libertà di accesso per i giornalisti, soprattutto se intervengono forze dell’ordine. Ciò che accade in Italia non mi pare normale».

Come fa notare la giurista Vitalba Azzollini «il ministro Piantedosi e gli altri firmatari del decreto pensano che per evitare l’accusa di respingimento, vietato dall’art. 33 Convenzione di Ginevra (e non solo), basti l’eufemismo “assicurare l’assistenza occorrente per l’uscita dalle acque territoriali”? Il concetto è uguale». «Oltre il danno, la beffa. Persone rimandate in mezzo al mare, senza assistenza di traduttori, mediatori culturali, legali che spieghino loro come difendersi da questo respingimento, come possono fare ricorso al Tar? Una presa in giro. Svuotare il diritto di difesa: ecco fatto», spiega Azzollini.

Benvenuti nel governo Meloni.

Buon lunedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Ong e migranti: il senso di Piantedosi e Salvini per le leggi e la geografia

Ci risiamo. In mezzo al mare caracollano quattro navi strapiene di disperati slavati dall’annegamento nel Mediterraneo. Sono tre navi di Ong, il boccone perfetto per il nuovo governo affamato di disperati da bastonare per distogliere l’attenzione da quello che ci sarebbe da fare. Sono 1000 migranti in tutto. Clandestini, li chiamano molti membri dell’esecutivo che nemmeno nel loro nuovo ruolo riescono a sciacquarsi la bocca. Del resto l’assioma è banale, anche se non hanno il coraggio di ammetterlo: se sono neri sono clandestini, se sono poveri sono clandestini, se sono inutili sono clandestini.

Il ragionamento di Piantedosi diventa uno spot perfetto per Salvini

Il neo ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, calatosi subito nel ruolo del mangiamigranti per compiacere il governo, rilascia un’intervista al Corriere della Sera in cui dice sostanzialmente: queste quattro navi battono bandiera norvegese e tedesca quindi sono quei Paesi che dovrebbero «farsi carico dell’accoglienza» dei migranti soccorsi, poiché questi ultimi hanno «messo piede per la prima volta» proprio in quei Paesi, salendo sulle navi. Matteo Salvini sgrana gli occhi. Il ragionamento fila, funziona ed è uno spot perfetto per diventare slogan sui suoi social. Quindi rilancia: «Dove dovrebbe andare una nave norvegese? Semplice, in Norvegia». Applausi, sorrisi e pacche sulle spalle. Che bravi che siamo, si dicono.

Il regolamento di Dublino non è applicabile a bordo delle navi

Peccato che sia tutto un’enorme sciocchezza. Una sciocchezza, tra l’altro, sulla pelle di vite umane. È vero che le navi rappresentano un’estensione territoriale dei rispettivi Stati di bandiera. Lo stabilisce la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare fin dal 1982: navi che battono la bandiera di un solo Stato, salvo casi eccezionali, in mare “sono sottoposte alla sua giurisdizione esclusiva”. Per dare credito alla loro sciocchezza dalle parti del governo si cita anche il Regolamento di Dublino (che curiosamente in Europa proprio la destra non ha mai voluto modificare) secondo il quale se “il richiedente asilo ha varcato illegalmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da un Paese terzo, la frontiera di uno Stato membro” allora è quello Stato a essere “competente per l’esame della domanda di protezione internazionale”. Si legge così nell’articolo 13. Le leggi però bisogna conoscerle tutte. «Dublino si applica nel momento in cui si arriva a terra, Dublino non è applicabile a bordo delle navi, il caso Hirsi lo dimostra, unità governative che non hanno personale specializzato a bordo per poter fare lo screening non possono essere considerate la frontiera d’ingresso per l’applicazione della Convenzione di Dublino», spiegava in audizione parlamentare già nel 2017 il contrammiraglio della Guardia costiera italiana Nicola Carlone. Ci sarebbe anche una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo risalente al 2012. Solo che quella sentenza condannò l’Italia dell’ultimo governo Berlusconi per i respingimenti in mare e quindi è stata dimenticata in fretta. Vi si legge chiaramente che è impossibile esaminare la situazione dei migranti a bordo delle navi prima dello sbarco. Cade così anche l’idea di Giorgia Meloni di procedere alla richiesta dello status di rifugiato in mezzo al mare.

Il decreto anti rave party subirà almeno due modifiche dal Parlamento: le criticità riguardano intercettazioni e definizione del reato.
Matteo Piantedosi (Getty Images).

Le leggi e la geografia non possono piegarsi alla propaganda

Le norme sul soccorso marittimo sono chiare: gli sbarchi devono avvenire nel primo “porto sicuro” disponibile. E per “primo porto sicuro” si intende un luogo in cui venga garantito il rispetto dei diritti umani (quindi no, la Libia non è un porto sicuro) e il più vicino dal punto di vista geografico. Come ribadito anche dall’ambasciata norvegese in una nota diffusa dalla trasmissione Il Cavallo e la torre: «La responsabilità primaria nel coordinamento dei lavori per garantire un porto sicuro alle persone in difficoltà in mare è di competenza dello stato responsabile dell’area di ricerca e di salvataggio in cui è stata prestata tale assistenza. Anche gli Stati costieri confinanti hanno una responsabilità in tali questioni. La Norvegia non ha alcuna responsabilità ai sensi delle convenzioni sui diritti umani o del diritto del mare per le persone imbarcate a bordo di navi private battenti bandiera norvegese nel Mediterraneo». L’Italia sta lì, in mezzo al Mediterraneo, e di quella posizione se ne deve fare carico con oneri e onori. Le leggi e la geografia non possono piegarsi di fronte alla propaganda. Ai ministri e alla presidente del Consiglio tocca fare politica, politica sul serio, e cercare una soluzione mediando con l’Ue. Oppure possono fottersene e giocare con la vita delle persone. Non è difficile immaginare come andrà a finire.

L’articolo Ong e migranti: il senso di Piantedosi e Salvini per le leggi e la geografia proviene da Tag43.it.

Roma caput pacis, in marcia per dire basta all’orrore del conflitto in Ucraina. La classe politica ha fallito, ora ascolti il popolo della pace

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La pace non c’è mai stata per davvero. Di guerre ne abbiamo viste e ne vediamo tante ma questa guerra in Ucraina ha alimentato una virulenza contro i pacifisti che difficilmente si era vista in giro dopo le guerre mondiali. Pacifisti traditori della patria, pacifisti che sono i migliori alleati del nemico, pacifisti dipinti come irresponsabili naïf da trattare con superficialità e da ricoprire di paternalismo. È una storia vecchia, è vero.

Fate… strada

Siamo il Paese che ha avuto uno dei già grandi testimoni contro le guerre come Gino Strada e l’abbiamo infangato da vivo tutti i giorni della sua vita, pronti a piangere lacrime di polistirolo solo dopo la sua morte. I pacifisti in questo Paese funzionano e piacciono solo quando stanno dentro qualche libro di storia o vengono commemorati in qualche celebrazione.

Così il furore bellico che in Ucraina stupra le donne, uccide i bambini, bombarda i civili, e ha strappato la libertà a un’intera nazione dalle nostre parti si è trasformato in una clava per sistemare i conti aperti con gli avversari politici, con i giornalisti ritenuti ostili. Usare una strage alle porte dell’Europa per farne polemica politica interna: anche questo non stupisce in un Paese con una classe dirigente che non ha visioni più larghe del proprio orto e del recinto dei suoi interessi personali.

C’è Calenda che usa la guerra per svilire Conte, c’è Renzi che usa la guerra per prendere a schiaffi Letta, c’è Giorgia Meloni che la guerra la usa per fiaccare le polemiche del suo alleato Berlusconi, c’è la guerra che Salvini usa come fondotinta per rivendersi come “mai stato amico di Putin”.

Basterebbe solo questo per dare un senso a una marcia per la pace che tra le altre cose chiede alla classe politica di provare a essere un po’ più alta di così. Parlare di pace in Ucraina oggi, come accade per tutte le guerre, significa anche rivendicare il diritto di una politica che faccia il suo dovere, che sappia accordare gli equilibri internazionali senza bisogno di accedere alla violenza come ultimo rifugio degli incapaci.

Perché odiano così tanto i pacifisti? Semplice: perché sono lo specchio del loro fallimento. I pacifisti, è sempre stato così, stanno in piazza a ricordare che la pace richiede una maturità diplomatica e politica che non ha niente a che fare con le prove muscolari, niente a che vedere con l’indegna compagine dei signorotti delle armi. La politica non ha niente a che vedere con la fame insaziabile dei signori della guerra che in questi anni hanno lasciato in giro per il mondo macerie che vorrebbero farci credere siano mattoni per la ricostruzione.

Partito unico bellicista

Fanno il deserto e lo chiamano pace, accade sempre così. C’è da credere che scotti ancora al cosiddetto Occidente – quello che recita altisonante i suoi principi giuridici ma poi fatica tantissimo a metterli in pratica – quell’Afghanistan abbandonato a se stesso che ci osserva dopo essere ripiombato nell’incubo di com’era prima dell’ennesima guerra inutile.

L’Afghanistan sta lì a dirci che in guerra ci perdono tutti tranne i signori della guerra, in guerra ci muoiono i figli dei poveri mentre i ricchi si fanno ancora più ricchi. Fare la guerra a chi non vuole la guerra oggi è il comandamento del Partito Unico Bellicista. Vorrebbero apparire come i più strenui difensori dell’Ucraina e invece sulla pelle degli ucraini giocano una partita che ai pacifista non interessa, anzi fa schifo.

Che tacciano le armi, in primis, e che la politica svolga il suo ruolo. La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci, diceva Asimov. Essere capaci: ecco quello che serve per far smettere la guerra. Più capaci di quel violento di Putin.

L’articolo Roma caput pacis, in marcia per dire basta all’orrore del conflitto in Ucraina. La classe politica ha fallito, ora ascolti il popolo della pace sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

Le bombe non fermano la guerra, solo il negoziato può riuscirci. Parla il coordinatore della Tavola della Pace, Flavio Lotti: “Alziamo la voce contro il partito unico bellicista”

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace, è incastrato tra gli ultimi appuntamenti perché sia tutto pronto. Da sempre impegnato per la pace è tra le menti (e i cuori) dell’evento di Roma. Riusciamo a rubargli una chiacchierata.

Iniziamo con la domanda delle domande: a che serve una marcia per la pace?
“Questa manifestazione è necessaria, direi terribilmente necessaria, per fermare la guerra. Per chiedere alle nostre istituzioni, a tutti i responsabili della politica nazionale e internazionale, di fare quello che non hanno ancora fatto: mettere in campo tutte le iniziative che possono togliere la parola alle armi e restituirla alla politica. Perché tutte le guerre finiscono solo se la politica riesce a prendere il sopravvento sulla forza. Anche in questo caso rischia di essere l’unica reale possibilità”.

Qui arriva subito la prima obiezione: non è Putin che deve fermarsi?
“Sono quasi 9 mesi che i governi dell’Ue e dell’Occidente hanno deciso di fare la guerra per fermare la guerra di Putin. Alcuni risultati sul piano militare li hanno ottenuti ma nel contempo la guerra non si è per niente fermata. Anzi, si è aggravata e sta diventando sempre di più devastante. Questa guerra sta ammazzando ogni giorno gli ucraini e allo stesso tempo sta distruggendo quel Paese e allo stesso tempo sta distruggendo la nostra economia. Le nostre vite diventano sempre più esposte alle drammatiche conseguenze della guerra. Una guerra che ci sta devastando. E qui non è come il Covid che quando è passato ci permette di pensare di poter ricominciare: questa guerra finirà per alimentare altre guerre fino a trascinarci in una guerra mondiale dove anche l’impossibile diventa più probabile, cioè lo scoppio di guerra atomica. Dunque la guerra non è stata capace di fermare la guerra, lo vediamo, e non ha nessuna possibilità di fermarla. Dicono che vogliono combattere contro Putin fino alla vittoria ma la vittoria non porterà la pace. La vittoria porterà un’escalation, ci può trascinare nella guerra mondiale, nell’abisso dell’apocalisse atomica. Abbiamo bisogno di trovare una via d’uscita da questa guerra ed è per questo che la marcia serve per chiedere alla politica di ritrovare se stessa e di riprendere nelle mani il nostri futuro, quello dell’Ucraina e del mondo”.

Essere pacifisti oggi non rischia di essere un piacere a Putin?
“In realtà quelli che stanno facendo il gioco di Putin sono i signori che continuano a proporre la guerra come unica soluzione. Putin ha scelto di fare il gioco della guerra e noi stiamo partecipando al suo gioco. L’unico modo per contrastare Putin è smettere di giocare al suo gioco. Dobbiamo fermare Putin attraverso l’unico strumento che può avere successo ovvero l’iniziativa della politica, il negoziato politico. Nessuna guerra ha mai fermato un’altra guerra. Tutte le guerre negli ultimi 20 anni che ci hanno visto coinvolti non si sono mai concluse, anzi hanno sempre generato altre guerre di cui non si vede la fine: Afghanistan, Iran, Siria, Libia, Yemen. Noi siamo andati in Somalia agli inizi degli anni ’90 con un’operazione che si chiamava “Restore hope”, per restituire speranza, e dopo 30 siamo ancora in guerra. L’unica speranza è quella degli affaristi delle armi e dei signori della guerra”.

Come mai assistiamo a questa violenta criminalizzazione dei pacifisti questa volta
“Noi abbiamo due problemi. Il primo è che quello che possiamo chiamare il partito della guerra chela vede come unica strada possibile per fermare Putin. Guerra come unica soluzione. Il secondo problema è il pensiero unico della guerra che oggi controlla tutti i principali mezzi di comunicazione e che non tollera opinioni difformi. Viviamo in un Paese democratico in cui però il diritto di parola e il confronto democratico su cui si basa la democrazia sono azzerati, con pochissime preziose eccezioni. Oggi siamo in questa drammatica condizione che indebolisce la nostra democrazia: soffocare le voci di chi propone altre soluzioni non è solo un grave danno inferto alla possibilità di ritornare in pace ma è un grave danno inferto alla democrazia”.

Ma come si può arrivare alla pace se Putin non tratta
”Non è vero che Putin non vuole trattare, lo ripete in occasioni sempre più frequenti. Certo vuole trattare da posizioni di forza ma noi abbiamo dalla nostra parte il diritto e la legalità internazionale che è il nostro faro e la nostra bussola. Noi abbiamo il nostro obiettivo di fermare la guerra perché sta facendo strage di vite umane, di risorse, di energia. Primo passo: fermare le armi, raggiungere un cessate il fuoco. Secondo obiettivo: riprendere il dialogo a tutto campo, su tutte le questioni aperte. Non c’è solo il problema del ritiro di Mosca dall’Ucraina, che è obiettivo necessario, c’è anche quello di ricostruire le condizioni della sicurezza e della stabilità in Europa e di conseguenza nel mondo. Possiamo avere l’opinione che vogliamo ma la Federazione Russa è una superpotenza quindi il negoziato deve essere su scala planetaria, coinvolgere tutti i paesi del mondo, il Consiglio Sicurezza dell’Onu, gli Usa ormai pienamente coinvolti (100 miliardi spesi da Biden per continuare a combattere, cifre immense). L’obiettivo non può essere negoziare solo quello che accade sul campo di battaglia, dobbiamo negoziare la ricostruzione delle condizioni su scala europea e planetaria. Possono sembrare obiettivi utopistici ma oggi tutto è profondamente interconnesso e non c’è possibilità di risolvere un problema se non risolviamo anche tutte le altre dimensioni. Qual è il primo problema Stiamo precipitando verso guerra mondiale e dobbiamo impedirla”.

Che giornata ti aspetti?
Spero che gli uomini e le donne siano tanti e che possano far vibrare questa domanda di pace che Papa Francesco ha cercato di alimentare, dandole una voce straordinaria. Spero che riusciamo a parlare anche a coloro che non hanno voluto sentire fino a d’ora. Spero che sia l’inizio di un cammino. Quello di domani è un punto di partenza, perché non basterà, servirà altro”.

L’articolo Le bombe non fermano la guerra, solo il negoziato può riuscirci. Parla il coordinatore della Tavola della Pace, Flavio Lotti: “Alziamo la voce contro il partito unico bellicista” sembra essere il primo su LA NOTIZIA.