Vai al contenuto

Le convinzioni di La Russa e Fontana sono note da anni e ci si indigna solo adesso?

Dunque il Parlamento ha scelto come suoi più illustri rappresentanti Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana. Del primo s’è detto tutto quello che c’era da dire ma il gioco della politica confida sempre nella memoria breve degli italiani quindi non è stato difficile riaccendere lo scandalo. Dicono che La Russa sia un fascista mai pentito – verissimo – anzi rilanciano sulla sua abitazione zeppa di busti di Mussolini e ripetono le sue frequentazioni giovanili. Tutto grave e desolante, sicuro. Ma non può non saltare all’occhio come La Russa fosse lo stesso anche 10, 20 anni fa. Per onestà intellettuale si potrebbe dire che è parlamentare dal 1992, non un infiltrato esagitato arrivato per caso alle ultime elezioni. Ignazio La Russa è stato ministro alla Difesa nel quarto governo Berlusconi, vicepresidente alla Camera dal 1994 al 1996, presidente di Fratelli d’Italia nel 2013, prima presidente di Alleanza Nazionale nel 2008, vicepresidente del Senato eletto in occasione del primo governo Conte, fino all’altro ieri.

La normalizzazione di La Russa, dagli anni in Parlamento ai salotti tv

Chi ha normalizzato La Russa Mica noi, qui fuori, che in questi anni abbiamo sempre fatto notare – meritandoci gli insulti – che la matrice del centrodestra italiano (che solo in Italia si ostinano a chiamare centrodestra mentre sui giornali di tutto il mondo viene presentato come di estrema destra) aveva in pancia nostalgici naturalizzati democratici dai loro stessi oppositori. Un parlamentare di lungo corso proprio ieri al telefono mi spiegava che secondo lui dietro l’elezione di La Russa con i voti dell’opposizione non ci sarebbe alcun disegno politico organizzato, «semplice frequentazione per tanti anni in Parlamento», mi ha detto. È la stessa partecipazione dei salotti televisivi, degli occhiolini di certi giornali progressisti e degli inchini di certi liberali. L’allarme fascismo per l’elezione di La Russa è una fiction data in pasto ai giornali a cui non crede nessuno. Non ci hanno creduto gli elettori il 25 settembre e non per colpa loro: tutto diventa edibile se viene descritto come accettabile.

Lorenzo Fontana, un filorusso alla presidenza della Camera
Lorenzo Fontana e Matteo Salvini con le magliette pro Russia.

Davvero fingiamo di stupirci del Fontana pensiero?

Alla Camera dei Deputati lo stesso sconcerto sventolato in prima pagina accade anche per Lorenzo Fontana. Su Fontana ce n’è da dire, eccome. Un ultracattolico (si vanta di recitare 50 Ave Maria al giorno anche se incredibilmente non deve mai averne colto il significato profondo) che è riuscito a pronunciare frasi come «la famiglia naturale è sotto attacco. Vogliono dominarci e cancellare il nostro popolo» (i dominatori sarebbe la comunità LGBTIQ+); «da un lato l’indebolimento della famiglia e la lotta per i matrimoni gay e la teoria del gender nelle scuole, dall’altro l’immigrazione di massa che subiamo e la contestuale emigrazione dei nostri giovani all’estero. Sono tutte questioni legate e interdipendenti, perché questi fattori mirano a cancellare la nostra comunità e le nostre tradizioni. Il rischio è la cancellazione del nostro popolo»; «a sinistra vorrebbero compensare il calo demografico importando immigrati, ma la società multiculturale ha fallito». Rilanciava le maratone di preghiere di riparazione contro il Gay Pride, definisce l’aborto «uno strano caso di diritto che prevede l’uccisione di un innocente» e politicamente si è schierato con i nazisti (sciolti perché illegali) di Alba Dorata, con Orbàn e soprattuto con Putin.  E qui siamo al secondo caso di insostenibile dimenticanza nel giro di due giorni: un uomo con queste idee e con questi punti di riferimento internazionali è stato ministro per gli Affari europei. Uno legittimamente si domanda: avrà fatto più paura Fontana in quel ruolo, più rappresentativo e più operativo, no? E il suo amore per Putin era già sotto gli occhi di tutti da anni, no? Invece i giornalisti che da mesi si strappano gli occhi per cercare putinisti tra i pacifisti, nelle associazioni storicamente dedite alla pace e tra gli ininfluenti giornalisti (solo perché considerati vicini ai loro avversari politici), si erano persi che questa brutta destra (che loro chiamano centrodestra) è amica dell’assassino del Cremlino. Chissà che brutto risveglio avranno avuto stamattina, loro così impegnati a truccare Giorgia Meloni da campionessa di europeismo e di atlantismo (che solo da noi sono due concetti inscindibili) quando si sono accorti che mentre passavano alla lente di ingrandimento i manifesti dell’ANPI i potenti che si ritroveranno a leccare di Putin hanno sempre amato tutto, sia in guerra che in pace.

L’articolo Le convinzioni di La Russa e Fontana sono note da anni e ci si indigna solo adesso? proviene da Tag43.it.

Opposizione fai da te. La destra piange ma la sinistra non ride

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

“Da oggi siamo ancora più convintamente all’opposizione”. Si potrebbe partire dalla dichiarazione del segretario del Partito democratico Enrico Letta, pronunciata qualche minuto dopo l’elezione alla presidenza della Camera di Lorenzo Fontana, per avere contezza della situazione.

Dal Pd a Calenda non c’è dialogo. E così la maggioranza può stare serena

A Letta evidentemente non è bastata la piattaforma politica di Giorgia Meloni in campagna elettorale, non erano bastate le promesse di Matteo Salvini e non bastava la storia politica e giudiziaria di Silvio Berlusconi per rendersi conto della gravità della situazione. L’opposizione dura e pura e compatta era da fare prima del 25 settembre per non regalare il Paese a questa destra (la peggiore e la più estremista di sempre).

Dolersi ora è fuori tempo massimo, quasi fastidioso. Il difetto di sempre: istituzionalizzare anche le forze politiche più indigeribili quando si tratta di raggiungere il potere e poi demonizzarle (con pochissima credibilità) quando quelle il potere te l’hanno strappato. Il centrodestra non sta benissimo con Ignazio La Russa eletto con la stampella di un pezzo dell’opposizione e con una trattativa di governo che si arena decine di volte al giorno, ma il campo del centrosinistra (chiamarla opposizione, per ora, sembrerebbe un regalo sulla fiducia che non si meritano) non è messo meglio.

Troppo comodo e semplicistico usare Matteo Renzi come capro espiatorio per l’elezione del presidente del Senato (mancano almeno una decina di nomi che si annidano nel Pd e nel M5S, molto probabilmente) e troppo facile dire ora di avere fatto tutto il possibile.

Al Senato, ad esempio, sarebbe bastata un po’ di furbizia politica per scegliere di convergere su un nome condiviso per imbrigliare i franchi tiratori. Non è una finezza politeista, è l’abc della grammatica parlamentare. “Peggio di così nemmeno con L’immaginazione più sfrenata.

L’Italia, non merita questo sfregio”, scrive Enrico Letta Facebook, “da responsabile esteri della Lega, ha promosso la Lega come ‘cerniera’ tra Donald Trump e Vladimir Putin e ha guidato l’avvicinamento a Marine Le Pen e al gruppo di destra omofoba e oltranzista al Parlamento europeo”, scrive la deputata Lia Quartapelle. Tutto vero, certo, ma Fontana è il responsabile esteri del partito con cui questo centrosinistra ha governato sotto la guida di Mario Draghi.

Fontana era addirittura ministro del primo governo Conte (che infatti tiene per ruttala giornata un profilo basso). Mentre a destra litigano ma vincono le elezioni e fanno eleggere i loro uomini alla Camera e al Senato ieri la convergenza tra Pd e M5S (cercata fino all’ultimo) non è stata resa possibile. Il centrosinistra va in ordine sparso da un bel pezzo, da quando Enrico Letta ha deciso che i putinisti erano i suoi ex alleati del Movimento 5 Stelle fingendo di non vedere e di non sapere quale fosse la trama dall’altra parte.

Mentre Pd, Sinistra Italiana, Verdi e +Europa convergono su Cecilia Guerra come anti-Fontana il M5S va per conto suo con Cafiero De Raho e i calendiani e renziani scelgono Luigi Marattin. Questo è il punto di partenza. L’opposizione non è unita, non esiste. E non servirà fingere di non sentire Roberto Calderoli mentre spiega che “non c’è solo centrodestra, c’è una maggioranza più ampia” riferendosi a Renzi e Calenda.

Non servirà assistere alle recriminazioni tra Letta e Conte mentre si accordano nei territori per le regionali. Tra qualche giorno Giorgia Meloni presenterà la sua squadra di governo e gli elettori non avranno ancora idea di quale squadra sia possibile dall’altra parte. Così ancora una volta la forza della destra sarà soprattutto la debolezza di quegli altri.

L’articolo Opposizione fai da te. La destra piange ma la sinistra non ride sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

Silvio barcolla ma non molla. Continua il Bestiario di Governo

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Era ovvio che appena avessero messo le scarpe nel Parlamento avrebbero dato il peggio di sé. Eccoci al nostro quotidiano bestiario di governo.

CHE BEL PRESIDENTE
Simone Alliva lo dice in poche parole: “Quando #Meloni non era ancora nata Ignazio Benito Maria #LaRussa era già fascista. Avvocato, senatore, già ministro. In parlamento dal 1992 (prima consigliere regionale in Lombardia). Nel 2017 fa il saluto romano mentre si discute il disegno di legge Fiano. Responsabile del Fronte della Gioventù nel 1971, il 12 aprile 1973 è in piazza – insieme al fratello Romano e a Stabilini – in quello che sarà definito il “giovedì nero” di Milano. Ha 25 anni, organizza un corteo non autorizzato che finisce con l’uccisione dell’agente Marino. La scena in cui arringava gli anti-antifascisti: “Italiani che non hanno rinunciato all’appellativo di uomini” apre Sbatti il mostro in prima pagina, film girato in quei giorni da Marco Bellocchio. Vicepresidente – alla Camera – lo è da sempre. La sua nomina sigillò l’ingresso degli ex fascisti nei posti chiave delle istituzioni, al tempo del primo governo Berlusconi (1994). Oggi è il fascista che fu. Dettagli: è il capogruppo di An che nel giugno 2001 organizza la ronda dei parlamentari a protezione delle forze di polizia al G8 di Genova. Si fa festeggiare per il compleanno a palazzo Venezia con vista sul famoso balcone”.

FONTANA FA SEMBRARE LA RUSSA
Chi è Fontana ce lo spiega invece perfettamente l’ex parlamentare di Forza Italia Elio Vito: “Lorenzo Fontana, Lega, oggi Presidente della Camera, voleva abolire la legge Mancino (“usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano”, diceva) e sostenne il Congresso delle famiglie a Verona, con tesi antiaborto e antiLgbt. Di bene in meglio”.

IL CODICE BEFFA
La scena la racconta il giornalista di Repubblica Matteo Pucciarelli: “Diversi ex parlamentari dimaiani stazionano in Transatlantico. Sono cambiate le password del wi-fi della Camera – dove la linea non prende bene – e non le hanno più. Allora le chiedono a Riccardo Ricciardi, rieletto con il M5S, vice di Conte. “La password? Provate con impegnocivico0.7”.

DAI SELFIE AI VAFFA
Racconta Adnkronos: “L’aula del Senato era stata tutta un fermento da primo giorno di scuola: saluti, abbracci e selfie-ricordo. Massimiliano Romeo chiede alle colleghe della Lega di mettersi in posa e a Claudio Borghi di spostarsi per non impallarle. Ma i più attivi sono quelli di FdI, che poi si fotograferanno a vicenda all’uscita dal catafalco. Alessio Butti immortala un ‘cheese’ di Daniela Sanantanchè. La foto copertina è di Isabella Rauti, autrice dello storico scatto del futuro presidente Ignazio La Russa mentre imbuca la scheda nell’urna. Alla prima pausa dei lavori un capannello si forma davanti al leader di FI. Il leghista Giorgio Maria Bergesio gli chiede un selfie, mentre Matteo Renzi e Mario Monti si imbucano e stringono la mano al Cavaliere. Ma il leader di FI ha altri pensieri, entra e esce dall’aula, le trattative per la formazione del governo vanno male per FI. Forse per questo, ripreso dagli smartphone, si lascia scappare un ‘vaff…’ verso La Russa che gli passa davanti. E forse per questo, al momento del voto salutato dall’applauso dei suoi senatori, si alza, caracolla un po’ e riceve il provvidenziale aiuto di Daniela Santanchè. Poi vota ma esce dal lato sbagliato del catafalco, si gira, perde per un attimo l’equilibrio e ha bisogno dell’intervento dei commessi”. Era iniziata bene. È finita malissimo.

PRECOX
Scrive Stefano Mazzurana su Twitter: “Votare già con l’estrema destra a governo non ancora formato per i renzisti di IV e Pd tecnicamente è ejaculatio praecox”.

14-segue

L’articolo Silvio barcolla ma non molla. Continua il Bestiario di Governo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

Una politica che fa già schifo

Pronti non erano pronti. L’hanno scritto sui manifesti e l’hanno ripetuto per giorni arrabbiandosi con i giornalisti ma è bastato mettere leghisti, berlusconiani e meloniani nella stessa stanza per assistere all’indecenza che prima stava solo sui giornali. Non sono serviti gli incontri dei giorni precedenti tra Berlusconi, Meloni e Salvini, con fotografie sorridenti al seguito per nascondere una destra che oltre a essere impreparata è anche spaccata.

Silvio Berlusconi appena ha sentito profumo di potere ha limato le unghie per arraffare Giustizia e televisioni, secondo la sua antica ossessione di esercitare il potere per proteggere la sua flebile credibilità. Se a questo si aggiunge la sua proverbiale egomania che gli fa traslare in politica le sue piccole questioni private si capisce come sia riuscito a fare di Licia Ronzulli uno scoglio per un governo nel pieno della tempesta economica, della crisi energetica e della guerra alle porte dell’Europa.

Matteo Salvini è troppo occupato nel cercarsi un posto al sole. Per il leader della Lega il governo che viene continua a essere una questione personale. Perfino la scelta del ministero da occupare in questo momento è più funzionale alla sopravvivenza della sua leadership all’interno del suo partito, più che a un progetto a lungo raggio. Poi c’è lei, Giorgia Meloni, immersa nel suo percorso di travestimento politico, impegnata in un corso di buone e rassicuranti maniere che si è già sbriciolato con alla presidenza del Senato uno che è stato responsabile del Fronte della Gioventù e un putiniano di ferro (uno vero, mica uno di quelli che certi pessimi giornalisti vedono dappertutto) che forse oggi sarà presidente della Camera. L’atlantismo di Giorgia Meloni è una bugia appassita sugli scranni più alti del Parlamento.

A questo si aggiungono almeno 17 voti arrivati dalla presunta opposizione (ricca di politici che s’offrono fin dal minuto dopo i risultati delle elezioni). Troppo facile raccontarsi che la colpa sia tutto del sedicente terzo polo (che invece è il quarto). Anche se l’ipotesi fosse realistica (e non se la prendano Calenda e Renzi se dalle loro parti la credibilità è una qualità che gli riconoscono in pochi) tra i favoreggiatori di La Russa ci sono voti che arrivano anche da altro (Pd, M5s o entrambi). Gente che è disposta a pagare qualsiasi prezzo pur di poter servire. Senatori che nella loro prima votazione sono riusciti già a tradire il mandato elettorale, rendendo possibile il capolavoro politico di una destra che elegge il suo presidente senza averne i numeri. Qualcuno con il candelabro in mano – come nei libri gialli dal finale scontato – dice che la mossa “ha evidenziato la spaccatura nella destra”. Un vero capolavoro politico concorrere al fine degli avversari mettendo a disposizione i propri mezzi, in effetti.

Una cosa è certa, della prima seduta al Senato rimane il senso di vertigini tra le parole di Liliana Segre (applaudita anche da coloro che non hanno provato vergogna a scrivere La Russa qualche minuto dopo) e lo spessore della classe dirigente. Siamo sempre qui, siamo ancora qui. Siamo al potere per il potere perseguito con ogni mezzo, con qualsiasi comportamento. E viene fin troppo facile immaginare che la giornata di ieri contribuisca a qualche mezzo punto in più alle prossime elezioni. E come al solito grideranno “al fuoco al fuoco” coloro che hanno appiccato l’incendio.

Buon venerdì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Doppia fumata nera alla Camera. Impallinato il leghista Molinari

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La tentazione è scoccata l’altra sera, dopo l’incontro tra Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Appare ormai evidente che il disegno della leader di Fratelli d’Italia sia limitare il più possibile il suo malsopportato alleato Matteo Salvini e da qui la tentazione è di spostare l’asse, rompere il rapporto privilegiato tra Lega e Forza Italia e mostrare i muscoli già per l’elezione della Camera.

Veti e colpi bassi nel Centrodestra fanno saltare l’intesa alla Camera. Questa mattina la quarta votazione per l’elezione del presidente

Lo schema è molto semplice: Meloni offre a Berlusconi garanzie sui ministeri che gli interessano davvero (Giustizia e Sviluppo, per le televisioni), magari rinunciando a Sisto e Casellati che sono ritenuti troppo compromessi ma con un nome che comunque garantirebbe i desiderata dell’ex Cavaliere.

In cambio Meloni propone un cappotto già all’elezione del presidente della Camera, offrendo a Forza Italia la possibilità di scipparlo alla Lega salviniana, suggellando così un’asse per il futuro. In Fratelli d’Italia e in Forza Italia molti sono convinti che lo strappo non sarebbe vissuto come tradimento dalla componente leghista che ormai aspetta solo di poter impallinare il suo segretario.

Anzi, a pensarci bene, si dicono, potrebbe addirittura essere un’accelerazione alla detronizzazione di Salvini. Sia Berlusconi che Meloni sono infastiditi – non lo nascondono – dalle bizze dell’alleato sul Viminale per sé stesso e sul voler disconoscere Giorgetti come ministro in quota Lega. Ne parlano, ci pensano, si consultano. La candidatura del leghista Riccardo Molinari come presidente della Camera traballa. Restava da decidere cosa osare ma la realtà è molto diversa da quella che si immaginano i leader, tutte e tre i leader (Berlusconi, Salvini e Meloni) e accade tutt’altro.

Salvini lo dice chiaramente: “C’è’ l’accordo per votare La Russa e poi un nome indicato dalla Lega alla Camera”. Anche li il vicesegretario della Lega, Giancarlo Giorgetti, arrivando al Palazzo dei Gruppi di Montecitorio, a chi gli domandava se si andava verso l’elezione del leghista Molinari alla presidenza della Camera risponde sulla stessa linea: “Mi sembra importante capire l’esito del voto del Senato, poi qui” alla Camera “va di conseguenza”, dice ai giornalisti. L’accordo di cui parla Salvini però non esiste.

Al Senato accade che Ignazio La Russa venga eletto presidente ma non nei modi convenuti: servono i voti dell’opposizione. Così lo strascico della prima crisi nella maggioranza (nel primo giorno in Parlamento) si trasferisce alla Camera dei deputati. La prima votazione è una fumata nera. Anche la seconda si conclude con un nulla di fatto.

Come era prevedibile, del resto. Se in mattinata l’Aula di Montecitorio aveva fatto “melina” in attesa del voto di Palazzo Madama – per poi dare seguito all’accordo che sembrava raggiunto nel centrodestra che prevedeva La Russa al Senato e un leghista alla Camera -, nel primo pomeriggio il passaggio dei deputati sotto il catafalco è stato condizionato proprio da quel voto. Ma in maniera diversa rispetto alle aspettative.

Nel Pd qualcuno propone di votare un nome, uno qualsiasi, per la presidenza della Camera per non incorrere in sospetti come avvenuto al Senato. Ma tutta l’attenzione è su Forza Italia che sbatte (letteralmente, come accade per Berlusconi a Palazzo Madama quando manda aff… Ignazio La Russa. Non serve indagare per capire quale sia il motivo. Berlusconi è scontento, eccome, per il no a Licia Ronzulli come ministra. “Non ci piacciono i veti”, continua a ripetere ai giornalisti, e così l’asse della maggioranza è già naufragato dai propositi di prima mattina.

Nel tardo pomeriggio si prova a trattare su un altro nome. Non più il capogruppo uscente della Lega Molinari ma il vicesegretario del partito (e ex ministro) Lorenzo Fontana. Qualcuno sussurra anche il nome di Giorgetti, che però Meloni continua a vedere bene al ministero dell’Economia. Meloni e Salvini si incontrano alla Camera in vista dello scrutinio di oggi. La terza votazione ormai è una formalità dall’esito negativo scontato. Non servirà più la maggioranza di due terzi ma basterà una maggioranza semplice.

I numeri comunque non tornano: la maggioranza alla Camera è a quota 237, di cui 45 sono i deputati forzisti. Sottraendo i voti del gruppo azzurro, ci si fermerebbe a 192. Sotto il quorum. Ci sono, ragiona qualcuno, comunque i voti dei franchi tiratori nascosti nell’opposizione, ma non sarebbe un grande messaggio quello di una maggioranza di governo che ha bisogno di stampelle in entrambe le Camere per riuscire a eleggerne i presidenti.

Giorgia Meloni sfila ostentando sicumera: “L’importante è il risultato”, dice ai giornalisti. Ma in politica, e lei lo sa bene, il modo conta eccome. Intanto si sprecano le accuse su chi nell’opposizione ha votato con la destra. Sarà facile scoprirlo osservando le elezioni delle presidenze nelle Commissioni. L’altro ieri il berlusconiano Mulè diceva: “Se domani non ci saranno i presidenti delle camere alle 10.30, siete tutti legittimati a darci dei pagliacci”. Pagliacci, appunto.

Leggi anche: Fumata nera alla Camera. Domani il quarto voto per l’elezione del presidente

L’articolo Doppia fumata nera alla Camera. Impallinato il leghista Molinari sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

La tentazione di Giorgia e di Silvio di far saltare l’accordo sulla presidenza della Camera a Salvini

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La tentazione è scoccata ieri sera, dopo l’incontro tra Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Appare ormai evidente che il disegno della leader di Fratelli d’Italia sia limitare il più possibile il suo mal sopportato alleato Matteo Salvini e da qui la tentazione è di spostare l’asse, rompere il rapporto privilegiato tra Lega e Forza Italia e mostrare i muscoli già per l’elezione della Camera.

È ormai evidente che il disegno della Meloni sia limitare il più possibile il suo alleato Salvini mostrando i muscoli già per l’elezione della Camera

Lo schema è molto semplice: Meloni offre a Berlusconi garanzie sui ministeri che gli interessano davvero (Giustizia e Sviluppo, per le televisioni), magari rinunciando a Sisto e Casellati che sono ritenuti troppo compromessi ma con un nome che comunque garantirebbe i desiderata dell’ex Cavaliere.

In cambio Meloni propone un cappotto già all’elezione del presidente della Camera, offrendo a Forza Italia la possibilità di scipparlo alla Lega salviniana, suggellando così un’asse per il futuro.

In Fratelli d’Italia e in Forza Italia molti sono convinti che lo strappo non sarebbe vissuto come tradimento dalla componente leghista che ormai aspetta solo di poter impallinare il suo segretario.

Sia Berlusconi che Meloni sono infastiditi dalle bizze del leader della Lega sul Viminale

Anzi, a pensarci bene, si dicono, potrebbe addirittura essere un’accelerazione alla detronizzazione di Salvini. Sia Berlusconi che Meloni sono infastiditi – non lo nascondono – dalle bizze dell’alleato sul Viminale per sé stesso e sul voler disconoscere Giancarlo Giorgetti come ministro in quota Lega.

Ne parlano, ci pensano, si consultano. La candidatura del leghista Riccardo Molinari come presidente della Camera traballa. Ora resta da decidere se osare così tanto.

 

Leggi anche: Votazioni Camera e Senato: come si eleggono i presidenti dei due rami del Parlamento e quali sono i quorum previsti

L’articolo La tentazione di Giorgia e di Silvio di far saltare l’accordo sulla presidenza della Camera a Salvini sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

Romanzo Viminale su Salvini. Continua il Bestiario di Governo

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Salvini che frigna, bugie su bugie e il parlamento pronto a partire. Eccoci al nostro bestiario di governo.

ORMAI SALVINI FA TENEREZZA
In piena notte Matteo Salvini non riesce a dormire e quindi si mette a fare una diretta su TikTok. A un certo punto qualcuno tocca il nervo scoperto del Viminale, la risposta di Salvini è un manuale di gnegneismo: “In quale ministero andrò io? – dice Salvini -. Non lo so, non ho ambizioni personali. Ho fatto il ministro dell’Interno per parecchi mesi, con buoni risultati a detta di tanti, e quindi sarei pronto a tornare domani a fare il ministro dell’Interno, non avrei problemi a tornare a farlo, però se la maggioranza di governo, se con Giorgia e Silvio decideremo di impegnarsi anche su altri fronti, per carità. Per me il destino personale viene dopo il gioco di squadra e l’interesse nazionale”. Come un bambino che vuole le caramelle.

AMBIENTALISTI, TRANQUILLI!
All’Italia “serve anche il nucleare, e conto di riuscire ad essere al governo in una posizione che mi permetta di riportare l’Italia nel futuro, perché il nucleare significa energia pulita, sicura e bollette della luce meno care”. Così il segretario della Lega, Salvini, nella stessa diretta notturna su TikTok. Se ci pensa lui, stiamo tranquilli. Deve arrivare prima la secessione, no?

CON CHI CE L’HANNO?
Giorgia Meloni e i suoi alleati stanno provando a mettere insieme un governo. Non va benissimo, c’è da dire, se ormai litigano anche sui portaombrelli. Ieri il capogruppo alla Camera di fratelli d’Italia Francesco Lollobrigida da vero patriota prende il telefono in mano e twitta: “Nessuno si illuda: non cambieremo idee e obiettivi. Il nostro sarà il governo più politico di sempre”. Ma con chi ce l’ha, di preciso? Lollobrigida, vedi altre persone in questa stanza

MULÈ LO AMMETTE
Da giorni la Meloni dice che nella sua coalizione non ci sono screzi e che vanno tutti d’amore e d’accordo. Ieri a Roma sbuca Giorgio Mulè di Forza Italia che dice ai giornalisti: “Stanotte un bagno di sangue nel centrodestra È il bello della politica. Domani avremo i presidenti”. Mulè aggiunge: “Se domani non ci saranno i presidenti delle camere alle 10.30, siete tutti legittimati a darci dei pagliacci”. Beh, perché non oggi?

ETTORE MANO TESA
Il presidente di Italia Viva Ettore Rosato spiega in un’intervista a La Prealpina: “Siamo all’opposizione, ma opposizione non vuole dire sperare che chi governa faccia male. Semmai, vuol dire aiutare chi governa a non commettere errori e denunciare le cose che non vanno. In una fase difficile come questa, gli italiani si aspettano soluzioni e non comizi”. Insomma, è un’opposizione omeopatica.

SBUGIARDATI PURE DA SGARBI
Tra le molte cose che pervicacemente continuano a negare nel centrodestra c’è lo scoglio Ronzulli che avrebbe agitato il rapporto tra Meloni e Berlusconi. I giornali lo scrivono e Giorgia Meloni si offende, i suoi compagni di partito se la prendono con i giornali. Poi sbuca Vittorio Sgarbi che dice: “Legittima la pretesa di #Berlusconi d’indicare la #Ronzulli per un ministero”. Ah, guarda un po’.

CHE CERCA?
“Uno dei ministeri di cui spero potremo occuparci come Lega è quello dell’Università e della ricerca per aprire le porte degli atenei al merito”. Sempre Salvini in diretta notturna su TikTok. In realtà vorrebbe un ministero per la ricerca di ministeri. Una roba così.

CHE RIDERE
Siparietto tra la capogruppo Pd alla Camera Debora Serracchiani e il vicepresidente del Senato di Fdi Ignazio La Russa. Incrociandolo sulle scale di Montecitorio, l’esponente dem chiede a La Russa: “Devo chiamarla presidente?”. “Sì, sono presidente dell’Inter Club. Chiamatemi presidente”, risponde quello. Che ridere, in effetti.

13-segue

L’articolo Romanzo Viminale su Salvini. Continua il Bestiario di Governo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

Pietà l’è in carcere

Mentre Silvio Berlusconi, dopo essere stato giudicato da molti come papabile presidente della Repubblica, ieri si è registrato in Senato e prova a mettere le mani sul ministero alla Giustizia (per non rischiare di essere condannato al processo Ruby ter?), l’associazione Antigone racconta una storia che arriva dal carcere milanese di San Vittore.

Da circa due settimane una donna di 85 anni è detenuta presso il carcere milanese. La sua condanna definitiva è di soli 8 mesi, scaturita dall’occupazione abusiva di un alloggio.
Nonostante il reato non sia di grande pericolosità sociale e la pena comminata di brevissima durata, la donna è stata tuttavia condotta nel carcere del capoluogo lombardo. Ad aggravare la situazione il fatto che la signora non è autosufficiente, richiedendo perciò un’assistenza personale e una gestione sanitaria costante da parte di altre detenute e degli operatori. Fino ad oggi, nonostante i ripetuti solleciti dell’istituto e un’istanza di scarcerazione, la signora si trova ancora ristretta nell’istituto.

«La vicenda – sottolinea Valeria Verdolini, responsabile della sede lombarda di Antigone – investe due questioni: la sempre maggior frequenza con cui persone anche ultrasettantenni o ultraottantenni entrano in carcere, e la questione centrale della residenza, che impedisce una vera e propria presa in carico da parte dei servizi, lasciando al penitenziario l’onere di gestione residuale. La richiesta che facciamo è che per questa anziana donna si trovi il prima possibile una soluzione che le consenta di scontare la pena in un luogo più confacente e sicuro, per la sua età e le sue condizioni di salute».

«Al 30 giugno 2022 si contavano 1.065 detenuti che hanno più di 70 anni, rappresentando
questi quasi il 2% della popolazione detenuta. Un numero che negli anni recenti è in costante crescita. Serve grande attenzione per la loro condizione e, dinanzi pene brevi da scontare o residue, è fondamentale trovare alternative alla detenzione» sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. «Questo passa anche dal creare strutture di sostegno sociale e abitativo che consentano a queste persone anziane (e non solo a quelle anziane) di poter accedere a misure alternative, senza che proprio la condizione sociale di partenza diventi un ulteriore elemento discriminante» conclude Gonnella.

La legge esclude che la detenzione domiciliare si possa applicare alla persona che abbia superato i settant’anni quando la condanna riguardi uno dei seguenti reati: delitti contro la libertà individuale, come la riduzione o il mantenimento in stato di schiavitù o servitù, la prostituzione minorile e tutti i delitti contro i minori (pedopornografia, ecc.); violenza sessuale, violenza sessuale di gruppo e atti sessuali con minorenne; associazione per delinquere di stampo mafioso e narcotraffico; gravi delitti contro la pubblica amministrazione, come peculato, concussione e corruzione.

Oppure si va in carcere, semplicemente, se si è poveri.

Buon giovedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Berlusconi torna a dettare legge su Giustizia e televisioni

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Sono i quotidiani del 13 ottobre del 2022 ma sembra un incubo di 28 anni fa. Nel governo che viene non c’è solo l’estrema destra che si accinge a governare per la prima volta nella sua storia ma c’è sempre lui, Silvio Berlusconi, che punta dritto al ministero della Giustizia per cercare impunità e al ministero dello Sviluppo economico per sistemare le sue televisioni.

Berlusconi torna a dettare legge su Giustizia e televisioni. Smontare la Severino e tutelare le aziende. Da 28 anni il Cav punta ai soliti obiettivi

Non ci vuole troppa fantasia per capire che il ministero della Giustizia per Silvio Berlusconi significa avere un fidato alleato in via Arenula per i processi che ha ancora in corso (nonostante, l’avete notato?, non se ne parli più) per cancellare l’odiosa legge Severino che fece decadere il leader di Forza Italia nel 2013 per il processo Mediaset. Quella legge incombe ancora. Dovrebbe arrivare a inizio del 2023 la sentenza sul processo Ruby ter in cui Berlusconi è imputato con l’accusa di avere pagato le ragazze delle sue cene “eleganti” affinché testimoniassero il falso.

Il leader di Forza Italia rischia una pena fino a sei anni ed è molto probabile che entro la fine della legislatura si arrivi in Cassazione poiché entro il 2026 il processo dovrebbe terminare. In caso di condanna Berlusconi decadrebbe per la seconda volta, esponendo sé stesso – e l’Italia, ma questo per lui non è mai stato un problema – all’ennesima figuraccia internazionale.

Ecco perché Forza Italia vorrebbe che Francesco Paolo Sisto o Maria Elisabetta Alberti Casellati occupassero quella poltrona: il primo, sottosegretario uscente proprio alla Giustizia, è avvocato fedele all’ex Cavaliere (a Villa Romanazzi Carducci durante la convention del centrodestra lo scorso settembre si è messo al pianoforte per dedicare una canzone al suo capo partito) mentre la ormai ex presidente del Senato Casellati fu colei che l’11 aprile 2011 difese la versione di Silvio Berlusconi su Ruby “Rubacuori” spiegandoci, ospite a Otto e mezzo, che Berlusconi ritenesse la ragazza nipote di Hosni Mubarak, data la telefonata ricevuta dal presidente egiziano, e che le avrebbe dato del denaro solo “per permetterle di lavorare e quindi di non prostituirsi”. Questo è il livello.

Per le televisioni il discorso è lo stesso. Sui giornali Berlusconi ripete, come fa dal 1994, che Mediaset è stata soltanto penalizzata dal suo ingresso in politica ma i numeri raccontano un’altra realtà: nel quinquennio del secondo e terzo governo Berlusconi i ricavi pubblicitari lordi di Mediaset passarono da 2.467 a 2.955 milioni, con un aumento del 19,8%; quelli della Rai scesero invece da 1.273 a 1.217, meno 4%. Considerando l’intero periodo 2001-2011, durante il quale Berlusconi ha governato per circa nove anni, La Rai ha avuto una flessione del 30,5%, contro una limatura del 3,8% subita dal concorrente privato nonostante la crisi devastante.

Non si tratta solo di soldi, oggi la crisi dell’editoria ha portato la pubblicità (sempre più concentrata) a dettare l’agenda editoriale più delle notizie. Oltre all’arricchimento personale Berlusconi ottiene, oggi ancor di più con la crisi, un’agibilità d’informazione che inevitabilmente condiziona e inquina il dibattito politico.

Ma tutto questo non è soltanto merito suo. Se siamo ancora in un incubo lungo 28 anni i demeriti dei suoi avversari (tutti, dalla sinistra ai 5 Stelle) sono evidenti. Una seria legge sul conflitto di interessi in questo Paese torna a galla nelle promesse a intervalli regolari, ma poi non si trova mai il tempo (e la voglia) di farla davvero. A marzo 2008 D’Alema disse: “Una legge andrà fatta, ma le priorità sono altre come il lavoro e la sicurezza”. A fine 2022 il lavoro e la sicurezza sono ancora un problema, non c’è la legge e Silvio è tornato.

L’articolo Berlusconi torna a dettare legge su Giustizia e televisioni sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

Come s’offrono Boschi e Casini. Riecco il Bestiario di Governo

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

C’è la Meloni che da giorni ripete le solite cose, sempre e solo quelle, che contano come promesse. C’è Berlusconi che si immola (un’altra volta) per il bene del Paese facendosi ministro e ci sono quelli che s’offrono, con l’apostrofo, come sempre. Eccoci al quotidiano bestiario di governo.

QUALCUNO AVVISI GIORGIA
Giorgia Meloni, la presidente del Consiglio in pectore del prossimo governo, da giorni continua a ripetere che il suo sarà un “governo forte”, “un governo competente”, “un governo all’altezza”. Ieri su Twitter ha pubblicato una foto di lei tutta abbarbicata a una bandiera italiana con il sorriso da televenditrice scrivendo: “Siamo consapevoli del risultato che abbiamo ottenuto e sentiamo la responsabilità di dover affrontare un’importante sfida nella condizione più difficile nella quale l’Italia potesse trovarsi. Pronti a riscrivere le sorti della Nazione con un Governo forte, unito e autorevole”. Qualcuno le dica che la campagna elettorale è finita, non deve promettere niente. La vera sorpresa sarebbe una prossima presidente del Consiglio che dice “scusatemi, mi è venuto fuori un governo che fa schifo”.

LA BUSTA UNO, LA DUE O LA TRE?
“Stiamo lavorando per Roberto Calderoli al Senato”. Così Riccardo Molinari, presidente del gruppo della Lega alla Camera dei deputati. Pochi metri più in là Fratelli d’Italia spiega: “Per la partita di Palazzo Madama il nome resta quello di Ignazio La Russa. Si tratta di una candidatura che oggi si è rafforzata”. Lorenzo Cesa, Forza Italia: “Si arriverà ad un nome condiviso per la presidenza di Camera e Senato”. Compatti, mi raccomando.

BASILICATA CAPUT MUNDI
Voci poi smentite sullo scandalo in Basilicata. Il sottosegretario Moles (FI), Pittella (Azione) e il deputato Casino (FI) non sono indagati, come ipotizzato in giornata. La Regione resta però un laboratorio politico.

GIORGETTI, PENSA NOI…
Giancarlo Giorgetti risponde a chi gli chiede se farà il ministro dell’Economia: “Mi sentivo più giovane quando sono entrato la prima volta. Ho tutti i dolori articolari”. Pensa come stiamo noi qui fuori, Giorgetti…

IL NODO RONZULLI
Lo so, sembra incredibile ma siamo messi così. Centrodestra, sale la tensione. Berlusconi alla Meloni: “Se non ci vieni incontro su Ronzulli chiediamo anche Mef e Mise.” Il Cavaliere pronto a sacrificare Antonio Tajani, diventando lui ministro degli esteri, pur di nominare Ronzulli alla salute. Che poi Berlusconi ministro immaginiamo che per lui sia un sacrificio enorme. Sì, come no.

AMOROSI SENSI
Maria Elena Boschi: “Noi del Terzo Polo siamo alternativi alla destra. Faremo opposizione seria, senza evocare guerre civili come il M5S. Ma non faremo sconti al Governo. Li incalzeremo sulle priorità del Paese a cominciare dal caro bollette”. Pierferdinando Casini: “L’atteggiamento di quello che sarà il presidente del Consiglio incaricato mi sembra improntato alla responsabilità e alla consapevolezza che le difficoltà sono tante. L’atteggiamento mi sembra sia responsabile e giusto”. A proposito, complimenti a Letta per avere riportato Casini in Parlamento.

LO SA SOLO DIO
“Io ministro? Per fare il ministro ti devi affidare alla Provvidenza, io mi sono sempre affidato alla provvidenza che conosce bene i disegni. Certo la devi anche aiutare con l’impegno, la dedizione, la fiducia nelle istituzioni”. Così prima di accreditarsi in Senato il sottosegretario alla Giustizia uscente, Francesco Paolo Sisto che con FI passa dalla Camera al Senato, tra i nomi per il ministero della Giustizia. Siamo messi bene, affidati alla Provvidenza.

12-Segue

L’articolo Come s’offrono Boschi e Casini. Riecco il Bestiario di Governo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.