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Qualcosa si muove su Francesca Albanese

Il 6 febbraio 2025, settantanove paesi firmatari dello Statuto di Roma si erano riuniti alle Nazioni Unite per difendere la Corte penale internazionale dalle sanzioni di Donald Trump. Tra i firmatari quasi tutti i membri dell’Ue: Francia, Germania, Spagna, Austria, Polonia. Non l’Italia. Il governo non spiegò il perché. Tajani aveva detto che bisognava forse «aprire un’inchiesta sulla Corte penale». Nordio l’aveva attaccata in Parlamento. Quella firma non era assenza distratta: era una posizione.

Il 6 maggio 2026, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha inviato una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen chiedendo l’attivazione del regolamento n. 2271/1996, lo «statuto di blocco». Lo strumento, nato per neutralizzare sanzioni extraterritoriali di paesi terzi, era già servito contro le misure Usa sull’Iran. Sánchez vuole che protegga i giudici della Cpi e Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, sanzionata da Washington nel luglio 2025. Ha scritto a von der Leyen che le sanzioni «compromettono il funzionamento indipendente di istituzioni essenziali per la giustizia internazionale» e che il meccanismo deve «superare la logica commerciale con cui è stato creato». Il dossier andrà al Consiglio europeo del 18 giugno.

Chi attiva lo «statuto di blocco» vieta ai soggetti europei di rispettare le sanzioni straniere e consente loro di recuperare i danni davanti ai tribunali dell’Unione. La Cpi ha emesso mandati d’arresto per crimini di guerra commessi a Gaza. Albanese documenta quegli stessi fatti ed è sanzionata per questo. Sánchez, nella lettera, usa la parola genocidio. Dall’Italia nessuna presa di posizione. Il governo che aveva scelto di non firmare si trova fuori da questo secondo perimetro. Roma tace.

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La causa di Nordio è un messaggio alla famiglia Berlusconi. Dentro la coalizione le scuse si chiedono, e se non arrivano si paga

Il ministro della Giustizia porta in tribunale l’emittente del proprio alleato di governo. La vicenda che genera la mossa – la grazia a Nicole Minetti, la puntata di Cartabianca, le scuse di Ranucci e il silenzio di Berlinguer – è già nota. Quello che vale capire è altro: perché il bersaglio è Mediaset e non Sigfrido Ranucci. Ranucci si era scusato. Bianca Berlinguer no. Fin qui la cronaca.

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La Lega a Bruxelles a protestare contro se stessa

Qualche decina di sindaci della Lega ieri era a Bruxelles, cartelli in mano, davanti al Parlamento Europeo. La causa: difendere i fondi di coesione dalla riforma che li centralizza. Per la sola Lombardia si rischierebbero circa 4,4 miliardi di euro. Un problema c’è: il commissario europeo con delega alla Coesione e alle Riforme si chiama Raffaele Fitto. È di Fratelli d’Italia. Il governo di cui la Lega fa parte ogni giorno, con ministri, viceministri e sottosegretari.

La delegazione lombarda, guidata dal senatore Massimiliano Romeo e dall’assessore Guido Guidesi, prendeva di mira un alleato di coalizione. Era anche previsto un incontro con Fitto in persona, nel medesimo pomeriggio della manifestazione. Si protestava davanti al Parlamento europeo e poi si andava a stringergli la mano nell’ufficio accanto.

Facciamo un passo indietro. La riforma riguarda il Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. La proposta della Commissione punta a ridurre gli attuali circa 540 programmi regionali a 27 Piani nazionali, uno per stato membro, togliendo alle regioni la programmazione diretta dei fondi. Il modello è il Pnrr: fondi gestiti centralmente, regioni a eseguire. Contro questa impostazione si sono schierate 149 regioni di venti paesi, il Comitato europeo delle Regioni, e ora anche i sindaci leghisti. Fitto è però un alleato, il commissario scelto dal governo Meloni, che ha indicato in più sedi il metodo Pnrr come strada per la coesione post-2027. La Lega lo sa. Eppure eccoli a fare opposizione a una politica che il loro governo produce.

Il perché non è oscuro. Serve un nemico per l’elettorato del nord: il centralismo, i burocrati, lo Stato che sottrae risorse ai territori virtuosi. Che quel centralismo abbia oggi il volto di Fratelli d’Italia è scomodo, e quindi si aggira. Si alzano i cartelli, si fa scena, si torna a Roma e si vota la fiducia.

È la fotografia di questa maggioranza. Partiti che si fanno opposizione tra loro per nutrire le rispettive propagande, poi governano insieme. Fa rumore, non fa danni e non disturba il sistema ma vi partecipa.

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L’Onu mette l’Italia alla sbarra in 47 paragrafi: carceri, tortura e respingimenti nel rapporto del Comitato Cat

Il documento arriva il primo maggio. Dentro ci sono le osservazioni conclusive del Comitato Onu contro la tortura (Cat) sull’Italia, settima revisione periodica, 47 paragrafi. L’ultima volta era il 2017. In mezzo ci sono stati tre governi e la stabilizzazione di ciò che un tempo si chiamava postfascismo.

A metà aprile una ventina di funzionari di Palazzo Chigi era a Ginevra, davanti alla 84esima sessione del Cat. Antigone e Medici Senza Frontiere portavano le osservazioni della società civile. La presenza governativa, insolitamente folta, segnalava che le domande sarebbero state pesanti. Non è bastata: quasi tutti i rilievi iniziali sono entrati nel documento finale. Si percepiva, ha scritto Antigone, «l’amarezza di fronte a un’antica e solida democrazia europea oggi incurante dell’idea universalista dei diritti umani».

Il punto d’ingresso è tecnico: il reato di tortura esiste nell’ordinamento italiano dal 2017. L’art. 613-bis del Codice Penale rimane inadeguato: omette intenzionalità e scopo, e configura la tortura come reato commettibile da chiunque, non da un pubblico ufficiale come richiede la Convenzione. Il Cat registra quindi la preoccupazione per i tentativi parlamentari di abolire il reato. A Ginevra la delegazione aveva rassicurato: i disegni di legge erano fermi dal 2023. Rassicurazione accantonata.

Il carcere come misura della civiltà

Al 7 aprile 2026 nelle carceri italiane erano detenute 63.940 persone a fronte di 46.331 posti disponibili: sovraffollamento al 138%, con punte del 246% a Lucca e del 231% a Milano San Vittore. Il piano di edilizia penitenziaria varato nel 2025 ha prodotto 460 posti in meno. Il Cat segnala un numero “persistentemente alto di morti durante la detenzione” e indagini sui suicidi condotte con “ritardo significativo”. Le carceri minorili sono sovraffollate per la prima volta. Due processi per tortura a carico di minorenni sono aperti, uno a Milano e uno a Roma.

Il reato di rivolta penitenziaria, introdotto dalla legge 80/2025, è configurabile anche in caso di resistenza passiva a un ordine. Il Cat ne ha chiesto la depenalizzazione: serve a togliere la parola ai detenuti, a impedire denunce. Sulla stessa legge le riserve sono più ampie: 14 nuovi reati, poteri di polizia rafforzati, criminalizzazione della resistenza civile nonviolenta. Lo stesso impianto del cosiddetto “decreto flussi” (legge 15/2023), che ha criminalizzato le Ong nei salvataggi in mare. Il Cat li legge in sequenza.

Il confine come tortura esternalizzata

Il governo era andato a Ginevra con un documento redatto insieme alla Danimarca: le garanzie dell’art. 3 della Convenzione europea, quello che vieta tortura e trattamenti inumani, non dovrebbero valere allo stesso modo per i migranti. Il Cat ha chiesto, con stupore dichiarato, se questo significasse rispedire persone verso paesi dove rischiano torture.

Il memorandum con la Libia del 2017, più volte rinnovato, finanzia la cosiddetta “guardia costiera libica” per intercettare i migranti. Che in Libia tortura e pestaggi siano prassi è stato sancito dall’esito di alcuni processi. L’elenco dei “paesi sicuri” include Tunisia, Egitto e Bangladesh. I Cpr in Albania finiscono nel documento come luoghi dove il diritto d’asilo viene esternalizzato. All’interno del territorio italiano le strutture di trattenimento registrano molteplici accuse di violenza eccessiva.

I 47 paragrafi non hanno forza vincolante. Il governo può leggerli e continuare. Il Garante nazionale dei detenuti è stato bacchettato dallo stesso Cat per la tendenza alle presenze cerimoniali senza incidenza: una garanzia diventata ufficio stampa. Il diritto internazionale, aveva detto il ministro Tajani, vale “fino a un certo punto”. Il Comitato non ha la forza di un tribunale. Sa però come si chiama quello che ha trovato, e lo ha scritto in 47 paragrafi che l’Italia avrebbe preferito non ricevere.

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Piano casa europeo, la crisi degli affitti che il piano Ue non risolve: tra gap salariale e rischio speculazione

Duecentodiciotto euro. Tanto manca, in media, ogni mese, al salario minimo legale per coprire l’affitto di un appartamento con due camere in una capitale europea. Lo certifica la Ces, la Confederazione europea dei sindacati, il 5 maggio, mentre la Commissione europea e il Parlamento si riunivano a Bruxelles per discutere dell’European Affordable Housing Plan: il primo piano dell’Unione sulla crisi abitativa, presentato a dicembre 2025 dal commissario Dan Jørgensen e già emendato nella plenaria di marzo 2026. Un piano che rischia di essere la risposta sbagliata a una domanda giusta.

A Praga, Lisbona e Dublino il divario tra affitto e salario minimo supera i 700 euro al mese. Ad Atene e Bratislava va oltre i 400. In cinque paesi, Malta, Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo ed Estonia, i lavoratori a basso reddito spendono più della metà dello stipendio per un tetto. In un decennio i prezzi delle abitazioni nell’Ue sono saliti di oltre il 60 per cento, gli affitti di oltre il 20. Nel 2024 mancano 9,6 milioni di alloggi. L’Italia non compare: il salario minimo legale non esiste, e l’incidenza dell’affitto sul reddito da lavoro è incalcolabile perché il riferimento manca.

Piano casa, il modello sbagliato

Il piano risponde con quattro pilastri: semplificazione burocratica, revisione degli aiuti di Stato, piattaforma paneuropea di investimento, regolamentazione degli affitti brevi. L’obiettivo è aggiungere 650.000 alloggi l’anno per un decennio, a 150 miliardi annui di costo stimato. La Commissione ha mobilitato 43 miliardi nell’attuale ciclo di bilancio e prevede 10 miliardi tramite InvestEU per il biennio 2026-2027. Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha fissato la cifra reale davanti al Parlamento: servono almeno 153 miliardi l’anno. Con 10 miliardi si copre meno del 7 per cento del fabbisogno. Il problema non è la contabilità: è il modello. Denaro pubblico come leva per mobilitare fino a 375 miliardi dal settore privato entro il 2029. Giusi Milazzo del Sunia nazionale ha detto che «non si garantisce la casa a chi ha redditi medio-bassi» affidandosi agli investitori. Sorcha Edwards di Housing Europe ha ricordato che la crisi dipende da «investimenti speculativi mal concepiti», non da carenza di capitali.

La speculazione che resta

Dal 20 maggio 2026 è in vigore il regolamento europeo sugli affitti brevi, che obbliga le piattaforme a condividere i dati sulle locazioni con le autorità nazionali. Un passo, non una soluzione. Gli affitti brevi sono cresciuti del 93 per cento tra il 2018 e il 2024. In alcuni quartieri di Barcellona, Parigi e Roma occupano tra il 17 e il 25 per cento di tutte le unità disponibili. La risoluzione del Parlamento di marzo chiede di analizzare le «prove disponibili di speculazioni potenzialmente abusive». Chiede.

L’europarlamentare Benedetta Scuderi di Alleanza Verdi e Sinistra ha votato contro perché «non c’è traccia del diritto all’abitare». Il governo Meloni ha approvato il 30 aprile un piano casa da 10 miliardi per 100.000 alloggi in dieci anni: stessa logica privata, stessa reticenza sul ruolo dello Stato. Daniela Barbaresi della Cgil ha avvertito che il partenariato pubblico-privato «non può avere una funzione sostitutiva» rispetto all’edilizia residenziale pubblica.

La Ces chiede che il denaro pubblico rafforzi la contrattazione collettiva, non sovvenzioni l’insicurezza. Solo 6 studenti fuori sede su 100 accedono a posti letto a prezzi convenzionati in Italia. Esther Lynch della Ces ha chiesto che il denaro smetta di essere «sottratto attraverso la speculazione finanziaria sulle case». Il commissario Jørgensen ha concluso esortando a non perdere la determinazione. Duecentodiciotto euro di distanza ogni mese, tra un salario e un affitto. La piattaforma paneuropea di investimento si costruisce lo stesso.

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Quando portare aiuti diventa un crimine

Il 6 maggio il Times of Israel pubblica un documento firmato da Nickolay Mladenov, alto rappresentante del Board of Peace, e da Aryeh Lightstone, funzionario del Dipartimento di Stato. Indirizzato ad Ali Shaath, capo del Comitato per l’amministrazione di Gaza, contiene questa frase: “Il rifiuto di Hamas renderà tali impegni nulli e privi di effetto.”

I “tali impegni” sono quelli di Israele: sospendere le operazioni, garantire gli aiuti, aprire Rafah, ritirare le truppe fino alla Linea Gialla. Sono gli obblighi della prima fase del cessate il fuoco dell’ottobre 2025, dichiarati subordinati al disarmo di Hamas. Se Hamas rifiuta, Israele non è tenuto a rispettarli.

Il documento elenca otto punti in cui Israele si è “nuovamente impegnato”. “Nuovamente” riconosce che quegli obblighi non erano stati onorati. Il Board of Peace non certifica la violazione: ne chiede la ripetizione come garanzia. Hamas ha risposto che nessuna trattativa può cominciare finché la prima fase non è eseguita. Un alto funzionario ha detto alla BBC che Mladenov deve fornire un calendario degli obblighi israeliani inevasi. Israele ha comunicato che non si ritirerà oltre la Linea Gialla. Fonti di sicurezza israeliane, citate da KAN News: «Se Hamas non si disarma, l’IDF tornerà a combattere a Gaza.»

La Global Sumud Flotilla aggiorna: Ávila e Abukeshek restano detenuti a Shikma. Il 5 maggio è morta Teresa Regina de Ávila e Silva, madre di Thiago; la famiglia ha chiesto il rilascio per il funerale, prorogato all’11 maggio. L’OHCHR ha chiesto il 6 maggio la liberazione immediata: «Non è un crimine portare aiuti alla popolazione di Gaza.» I due «continuano a essere trattenuti senza accusa».

“Nulli e privi di effetto”: formula del Board of Peace, applicata non alle violazioni di Israele ma al rifiuto di Hamas.

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Chi semina vento: Giuli e l’aria che ha creato

Benedetta Fiorini è già stata deputata di Forza Italia poi passata alla Lega, senza precedenti nel settore cinematografico, nel CdA di Enac e appena eletta in quello di Eni. Fino a poche settimane fa era nella sottocommissione del Ministero della Cultura che ha bocciato i 131.000 euro chiesti dal film “Tutto il male del mondo” su Giulio Regeni. Ieri mattina al Quirinale il ministro Giuli ha…

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Le priorità Ue: l’Europa mette sul piatto 800 miliardi per le spese militari e un documento contro la povertà

Tredici milioni e duecentosessantacinquemila. È il numero di italiani a rischio di povertà o esclusione sociale nel 2025, secondo l’Istat. Il 22,6% della popolazione. Ieri la Commissione europea ha presentato la sua prima strategia per affrontare il problema. Zero euro aggiuntivi.

Roxana Mînzatu, vicepresidente esecutiva con delega ai diritti sociali, ha annunciato misure per l’esclusione abitativa, la povertà minorile, i diritti delle persone con disabilità. Solo che il documento, come ha anticipato Politico in esclusiva, non prevede nessun finanziamento fresco. La logica è questa: esistono già circa 100 miliardi nel prossimo bilancio UE destinabili a politiche sociali. Il problema, secondo un funzionario della Commissione che ha parlato in anonimato, è che i governi non usano bene i fondi disponibili. Niente soldi nuovi, più coordinamento.

Nella stessa settimana, l’Europa discute di portare la spesa militare a 800 miliardi entro il 2030. Il piano ReArm Europe, annunciato da von der Leyen il 4 marzo 2025, prevede fino a 150 miliardi in prestiti europei per la difesa, con altri 650 da bilanci nazionali esclusi dal Patto di Stabilità. Per la difesa si attiva la clausola di salvaguardia per 17 Stati membri. Per i poveri si chiede efficienza.

Il funzionario è onesto su un punto: prevenire la radicalizzazione e “mantenere la fiducia nell’Ue” sono tra le motivazioni che spingono Bruxelles sul tema della povertà. Il problema non è la sofferenza in sé. È che alimenta la destra. Marit Maij (S&D), vicepresidente dell’intergruppo del Parlamento europeo per la lotta alla povertà, lo dice esplicitamente: «Le persone che vivono in povertà sono troppo spesso ignorate, e questo alimenta una crescente sfiducia. La destra estrema sfrutta questo vuoto».

Obiettivi Ue mancati, numeri fermi

«Non c’è strategia senza soldi», ha detto Juliana Wahlgren, direttrice della Rete europea contro la povertà. Marie Toussaint (Verts/Ale), europarlamentare francese, ha chiesto «misure concrete e finanziamenti mirati» e che la Commissione «si assuma un ruolo guida». Il nodo è questo: delegare ai governi significa accettare le disuguaglianze tra i paesi. Romania e Bulgaria hanno ridotto di circa un terzo la quota a rischio nell’ultimo decennio. Germania, Francia e Austria hanno invece registrato aumenti. In Germania la quota è salita dal 17,3% del 2019 al 21,2% nel 2025.

L’obiettivo Ue era ridurre di 15 milioni le persone a rischio esclusione entro il 2030. A metà percorso la cifra è scesa di soli 3,4 milioni. Il dato europeo è fermo al 20,9%. In Italia i 13 milioni includono il 31,6% dei nuclei monogenitoriali, il 30,6% delle famiglie con tre o più figli. La grave deprivazione materiale è aumentata dal 4,6% al 5,2% in un anno. I redditi familiari reali restano inferiori del 4,9% rispetto al 2007. Nel frattempo l’Italia ha accettato al vertice Nato dell’Aia l’obiettivo del 5% del Pil in spesa militare entro il 2035, con quasi 23 miliardi aggiuntivi già programmati.

Burocrazia, carta, anonimato

Ema Popovici, progettista dell’Ong Bucovina Institute in Romania, ha raccontato il problema concreto: «È molto difficile accedere ai sussidi a causa della burocrazia. Il sistema in sé è molto difficile da navigare». Il documento di Mînzatu riconosce: «I progressi sono stati lenti e dobbiamo riconoscerlo». Un avviso preventivo: questo non basta, ma per ora è tutto.

Sulla carta, per l’appunto. La Commissione ha presentato un documento. I governi hanno ricevuto un invito a coordinarsi. I tredici milioni di italiani a rischio povertà hanno ricevuto ancora una volta una strategia senza copertura. Per i carri armati c’è la clausola di salvaguardia. Per il cibo, per la casa, per l’affitto, il sistema “in sé è molto difficile da navigare”: lo dice qualcuno che ci è dentro, non un funzionario che parla in anonimato da Bruxelles.

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Gli attacchi non fermano la Flotilla

Alla libreria Rizzoli di Milano, il 4 maggio, Ignazio La Russa ha trovato le parole. Per la Flotilla: «manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico». Per il sequestro in acque internazionali: «La fortuna» che ti permette di «gridare che sei stato torturato». Matteo Piantedosi ha sottoscritto «pienamente». Il ministro presentava il loro libro, Dalla parte delle divise.

Nella Striscia di Gaza la produzione di pane è scesa del cinquanta per cento. I tagli a farina e diesel hanno ridotto la produzione da trecento a duecento tonnellate al giorno, ha dichiarato a The National Abdel Al Ajrami, dell’Associazione dei proprietari di panifici. Se il Programma alimentare mondiale riduce i finanziamenti, come previsto, il prezzo potrebbe triplicare. Mohammed Al Majdhoub ha avvertito: «Stiamo tornando verso la carestia». Non è un’ipotesi: l’IPC aveva certificato la carestia nel Governatorato di Gaza nell’agosto 2025 e quella fase era finita grazie al sistema che ora si smonta.

La Russa ha chiesto quanti bambini siano rimasti in vita grazie alla Flotilla. Oxfam documenta come quello che la Corte internazionale di giustizia definisce genocidio abbia distrutto la capacità di Gaza di sfamarsi. I due ministri trovano le parole contro civili su barche; le perdono quando una marina militare abborda navi in acque europee, ferisce trentuno persone e trattiene attivisti nel carcere di Shikma senza accuse formali. Adalah ha documentato percosse fino alla perdita di conoscenza. Israele: «False e infondate affermazioni preparate in anticipo».

La Global Sumud Flotilla si riorganizza a Creta con nuovi equipaggi da tutta Europa e una ventina di imbarcazioni dalla Turchia. «Ripartiremo e saremo ancora di più rispetto a quando siamo partiti dalla Sicilia», ha dichiarato uno degli attivisti. Dalla parte delle divise è una scelta. Anche quella di salpare lo è.

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Nato, numeri non verificabili: il Sipri denuncia l’opacità dei conti sull’obiettivo del 5% del Pil in spese militari

Sono cinque miliardi ma manca la ricevuta. Il Canada spende in difesa cinque miliardi di dollari in più di quanto il Sipri riesca a calcolare. La Nato certifica la cifra ma non spiega nulla: nessun dato disaggregato, nessun dettaglio tecnico, nessuna categoria resa pubblica. Così la trasparenza diventa un optional.

Il rapporto annuale del Sipri, lo Stockholm International Peace Research Institute, pubblicato il 27 aprile 2026, registra un record: 2.887 miliardi di dollari di spesa militare globale nel 2025, undicesimo anno consecutivo di crescita. Ma la notizia che conta è in un box del documento tecnico: nel 2025 si sono registrate “notevoli divergenze” tra i calcoli del Sipri e quelli della Nato. E poiché l’Alleanza non pubblica dati disaggregati né dettagli tecnici, la verifica indipendente “sta diventando più difficile”. La traiettoria è quella.

Il problema dell’obiettivo impossibile da controllare

Il problema nasce al vertice dell’Aia del 24-25 giugno 2025: i 32 Paesi si impegnano al 5 per cento del Pil entro il 2035, con il 3,5 per la difesa e l’1,5 per spese legate alla sicurezza il cui confine è tutt’altro che delineato. Cifre che possono travisare la capacità militare reale, distorcere le valutazioni dell’equilibrio delle forze, influenzare la percezione delle minacce “sulla base di livelli di spesa che non riflettono accuratamente la capacità operativa”. L’impossibilità di controllo indipendente apre alla “contabilità creativa”: l’espressione è del Sipri stesso.

L’Italia conosce bene questa porta. Nel novembre 2024 il ministro Guido Crosetto (Fratelli d’Italia) dichiarava in audizione che la spesa si sarebbe attestata all’1,6 per cento del Pil nel 2025-2027. Il 15 maggio 2025 comunicava alla Nato il raggiungimento del 2 per cento: un salto di 0,4 punti, circa 12 miliardi, senza legge di bilancio. L’Osservatorio Cpi dell’Università Cattolica scompone i numeri: solo 0,1 punti vengono da un reale incremento; gli altri 0,4 da una riclassificazione: Guardia di finanza, Capitanerie, spazio e cyber, “ambiti che finora non avevamo calcolato”, ammissione di Crosetto stesso. L’Osservatorio Mil€x stima la spesa italiana nel 2025 all’1,5 per cento del Pil; il 2,01 per cento è un perimetro contabile allargato.

Il Ponte e il pattern

Il Ponte sullo Stretto è il caso emblematico: citato dal Sipri come tentativo di “militarizzazione di progetti civili”. Tredici virgola cinque miliardi di euro stimati, opera difesa con argomenti “dual use” da diversi esponenti del governo. L’ambasciatore statunitense alla Nato Matthew Whitaker ha risposto che il Ponte “non ha alcun valore strategico militare”. L’Italia non è sola: Belgio, Slovenia, Spagna, Canada erano tutti sotto il 2 per cento nel 2024 e tutti sopra nel 2025, con aumenti concentrati nella categoria residuale “altro”, la meno verificabile.

Nel 2025 la spesa europea sale del 14 per cento a 864 miliardi, la Germania tocca 114 miliardi (+24 per cento), la Cina 336 miliardi al trentunesimo anno consecutivo di crescita. L’Italia è dodicesima con 48,1 miliardi, +20 per cento, ma il Sipri la colloca all’1,9 per cento del Pil, non al 2 dichiarato a Bruxelles.

Un’alleanza che rappresenta il 55 per cento della spesa militare mondiale non pubblica i criteri con cui calcola i propri dati. I numeri sulla capacità militare servono a prendere decisioni reali: su dove allocare risorse, su chi si fida di chi, su quale minaccia giustifica quale risposta. Se non sono verificabili, le decisioni poggiano su basi che nessuno può controllare.

Cinque miliardi canadesi senza ricevuta. Un ponte siciliano diventato per qualche settimana spesa militare. Guardia di finanza e Capitanerie improvvisamente reclassificate come difesa. Dettagli, visti uno per uno. Messi insieme, raccontano un’alleanza che ha fissato obiettivi sempre più alti senza costruire un sistema di verifica all’altezza, e che chiede ai propri membri di spendere di più, in fretta, su definizioni che lei stessa non pubblica.

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