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Riconoscere la politica

La campagna elettorale è finita. Se cinicamente possiamo perdonare l’abuso di promesse, di parole e di carezze agli oscurantismi durante la sfida elettorale (e qui no, non lo perdoniamo) ora sarebbe il caso di riconoscere che ciò che accade è tutta politica in purezza. Ora i gesti, i voti e le parole sono azioni che modificano il Paese.

Ieri nel Consiglio regionale della Liguria Fratelli d’Italia (il partito più pesante nel Parlamento che viene) si è astenuto su un ordine del giorno che sottolineava il diritto «di effettuare questa scelta senza dover superare alcuna difficoltà nell’accesso alle strutture che effettuano l’interruzione volontaria di gravidanza». L’ordine del giorno impegnava anche a «sostenere nelle sedi più opportune la richiesta del Parlamento europeo di inserire il diritto all’aborto legale e sicuro nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea».

Abbiamo passato settimane ascoltando Giorgia Meloni giocare sul diritto all’aborto come se fosse una bazzecola delle femministe, un privilegio che le donne si erano conquistato per vezzo. Abbiamo finto di credere a Giorgia Meloni che la lotta all’aborto non sia connaturata all’identità del suo partito, perfino non ci siamo accorti che la consigliera comunale che a Roma aveva esposto lo striscione con scritto “Potere alle donne. Facciamole nascere”, sia stata eletta senatrice sconfiggendo Emma Bonino (con l’aiuto santo di Carlo Calenda).

Non siamo più nella melassa elettorale. I voti di Fratelli d’Italia – anche quelli sparsi nelle amministrazioni locali – sono i voti consapevoli del primo partito d’Italia. Qui non siamo più nel campo dell’allarme democratico usato per propaganda. Non riconoscere la politica ora sarebbe un dolo. Giorgia Meloni – oggi concentrata nel recitare la parte della rassicurante – aveva promesso che avrebbe aggiunto diritti senza toglierne. Non riusciamo a vedere dove siano le aggiunte, in Liguria.

Buon mercoledì.

 

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Salvini commissariato dai governatori. Avviso di sfratto da Zaia

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Dal tweet subito dopo i primi exit poll per ringraziare gli elettori del Centrodestra, al grande silenzio figlio della débâcle del Carroccio che poco a poco prendeva corpo. Che queste elezioni non siano andate nel modo in cui Matteo Salvini sperava è chiaro e non lo nega lo stesso segretario della Lega che ieri mattina ha interrotto il suo personalissimo – nonché stranissimo – silenzio post elettorale.

Nonostante la sonora débâcle, Matteo Salvini non intende cede la poltrona

“Ieri sera sono andato a letto incazzato ma stamattina mi sono svegliato carico” ha spiegato il Capitano, aggiungendo che “commentiamo un dato, il 9 per cento che non mi convince ma con il nove per cento saremo in un governo che mi soddisfa”.

Insomma se qualcuno si aspettava un passo indietro o almeno una qualche forma di mea culpa, è rimasto piuttosto deluso. Anzi a sentire il Capitano sembra quasi che il peggio sia alle spalle e che il futuro non potrà che essere roseo. Pure a chi gli chiedeva lumi sul disastro nei territori del Nord, ormai ex roccaforti che sono state espugnate dagli alleati-rivali di Fratelli d’Italia, Salvini sembra avere una teoria tutta sua con cui vuole dipingersi un po’ come un martire e un po’ come un patriota che ha sacrificato consensi per il bene del Paese dando vita ai governi gialloverde e successivamente a quello di Mario Draghi.

Parole che a ben vedere sembrano essere anche una stoccata indiretta a Giorgia Meloni che invece ha scelto una strada diametralmente opposta, nonché più remunerativa alle urne, mettendosi all’opposizione per l’intera legislatura. In altre parole le cause del tracollo del Carroccio che non è arrivato al 9 per cento, secondo il segretario, andrebbero ricercate soprattutto nella partecipazione al governo di larghe intese guidato dal premier Draghi.

“Lo rifarei? Sì. Ci è costato? Si” ma quel che conta è che “ora gli italiani avranno un governo scelto da loro e con la maggioranza di Centrodestra”. A chi gli chiede se intenda rassegnare le dimissioni, Matteo risponde secco: “Non ho mai avuto così tanta voglia di lavorare per disegnare la linea della Lega per i prossimi cinque anni. Io già domani (oggi per chi legge, ndr) ho convocato il Consiglio federale della lega, ascolteremo tutti. E farò un giro di ascolto provincia per provincia di tutta la Lega” perché, spiega, “il mio incarico è in mano ai militanti, non a due o tre dirigenti di partito. Chi è militante della Lega da trent’anni, è stato abituato da Umberto Bossi – ed è sano – a ragionare nelle sedi opportune, non al vento”.

Peccato che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, anzi il Nord Italia. Già perché a chiedere la testa di Salvini non sono prezzolati commentatori ma gli stessi big del partito che non hanno digerito la linea politica del segretario. Del resto si è vociferato a lungo dei mal di pancia interni al Carroccio e che fino ad ora sono stati tenuti – con non poca difficoltà – a bada ma che sembrano destinati ad esplodere a breve.

A lasciarlo intendere in modo piuttosto chiaro è il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, che da tempo è in rotta di collisione con Salvini e ieri commentando i risultati ha spiegato che “il voto degli elettori va rispettato, perché, come diceva Rousseau nel suo contratto sociale, ‘il popolo ti delega a rappresentarlo, quando non lo rappresenti più ti toglie la delega’. È innegabile come il risultato ottenuto dalla Lega sia assolutamente deludente”.

Un’analisi schietta e in cui non manca una risposta a distanza a Salvini che ha provato a dare la colpa del flop della Lega alla sua partecipazione al governo Draghi. Secondo Zaia, infatti, “non ci possiamo omologare a questo risultato elettorale trovando semplici giustificazioni” perché, questa è la tesi del governatore, il problema è molto più radicato.

E che si stia andando verso una resa dei conti che in via Bellerio è stata rimandata per troppo tempo, appare evidente anche da altri leghisti come l’europarlamentare trevigiano, Gianantonio Da Re, che senza girarci intorno ha spiegato che “questa disfatta ha un nome e cognome, Matteo Salvini” che “dal Papeete in poi ha sbagliato tutto, ha nominato nelle segreterie delle persone che hanno solo ed esclusivamente salvaguardato il proprio sedere. Quindi si dimetta, passi la mano a Massimiliano Fedriga e fissi in anticipo i congressi per la ricostruzione del partito”.

L’ex Segretario Maroni ha già in mente il sostituto

Sui risultati della Lega alle elezioni è intervenuto anche l’ex segretario Roberto Maroni che in un contributo pubblicato sul Foglio ha dichiarato di avere già in mente il possibile sostituto di Salvini alla segreteria: “Il congresso straordinario della Lega ci vuole. Io saprei chi eleggere come nuovo segretario. Ma, per adesso, non faccio nomi. Stay tuned”.

Insomma, la rivoluzione nella Lega è pronta così come i suoi rappresentanti. “Le avvisaglie c’erano tutte: destrutturazione del partito sui territori, abbandono frettoloso dei temi sui quali la Lega è nata e cresciuta per andare in cerca di un facile consenso a latitudini in cui l’alta volatilità del voto è da sempre cosa nota”, ha scritto in un duro post su Facebook il deputato varesino Matteo Bianchi, vicinissimo a Giancarlo Giorgetti. “Non si può pensare di ricondurre le responsabilità del disastro a Draghi e un partito non può reggersi sulla fede, sui commissariamenti e sulla criminalizzazione del dissenso. Noi siamo nati per far crescere i nostri territori: per questo invito i militanti a chiedere la convocazione immediata dei congressi tramite i propri segretari/commissari di sezione”.

 

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Letta molla il Pd, ma con comodo

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Tanto tuonò che piovve. Nel Pd c’è stato giusto il tempo di superare il trauma del risultato ed è già partita la rincorsa alla testa del partito. Enrico Letta sceglie di presentarsi da solo in conferenza stampa e non è un caso.

Prima di lasciare la segreteria del Pd Letta vuole blindarsi nel partito. Con i fedelissimi alla guida dei Gruppi parlamentari

Comunque la si pensi il segretario del Pd ci ha messo la faccia in tutta la campagna elettorale e ora vuole assumersi da solo la responsabilità della sconfitta. L’analisi a caldo però lascia piuttosto a desiderare se è vero che si innesta sulla linea di tutta la campagna: il fuoco amico, la demonizzazione di Giorgia Meloni e perfino il fantasma di Giuseppe Conte come responsabile della sua confitta.

Letta parla di “un giorno triste” e preannuncia “tempi duri” promettendo “un’opposizione intransigente”. “Se Meloni è a Palazzo Chigi questo è figlio della prima scelta, quella di Conte di far cadere Draghi”, dice il segretario democratico. Ma siamo alle solite: nemmeno la sonora sconfitta riesce a spostare Letta dallo sventolare inutile (se non dannoso) di un governo che è uscito sconfitto dal risultato elettorale.

Poi ce n’è per Calenda (“Sono rimasto amareggiato dai risultati del collegio senatoriale di Emma Bonino per il fuoco amico di Calenda che ha aiutato l’elezione della candidata di destra”) fino al vero annuncio, l’unico che interessa ai dirigenti: il prossimo congresso anticipato. Chi si aspettava le dimissioni immediate del segretario però è rimasto deluso. “In spirito di servizio assicurerò la guida del partito fino al congresso”.

Tradotto significa che vuole essere lui ad assegnare i ruoli parlamentari del governo che viene. Base riformista, la corrente guidata da Lorenzo Guerini e Luca Lotti, prende la notizia come un ulteriore schiaffo: dopo essere stata indebolita dalle scelte del segretario nella composizione delle liste ora rischia di rimanere fuori anche dai ruoli che contano in Parlamento.

L’ex ministro Guerini, sempre silenziosissimo tanto da apparire omeopatico, si lascia sfuggire lo struggimento per l’alleanza con Calenda andata in fumo e prepara i suoi uomini nel partito (molti gli ex renziani, chissà se davvero ex) per affilare le armi in vista del prossimo congresso che non può permettersi di sbagliare.

Per indovinare il candidato non ci vuole troppa immaginazione: il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini ha già soffiato sulla sua candidatura e ai libdem del partito non dispiace per niente. Chi conosce Bonaccini però assicura che difficilmente accetterebbe di farsi tirare i fili da un’unica corrente rischiando di apparire un nome divisivo. Non è un caso che proprio Bonaccini nei giorni scorsi abbia ribadito di come il dialogo con il Movimento 5 Stelle sia “un filo di riprendere” lo scorso 17 settembre.

Nell’ala sinistra del partito, guidata dall’ex ministro Orlando, per ora non c’è ancora un nome da buttare nella mischia. Il sindaco di Bari Antonio Decaro (con molti sindaci del partito) chiede di “smantellare il modello fondante del Pd”. Letta ha parlato di “un Pd nuovo” e in molti hanno pensato a Elly Schlein, che al partito per ora non è nemmeno iscritta ma che politicamente arriva proprio dal Pd, nella corrente che fu di Pippo Civati.

Schlein rischia però di essere un “papa straniero”, troppo pericoloso per gli equilibri della nomenclatura interna (e forse a questo Letta si riferiva). Il pericolo è che ancora una volta la resa dei conti però appaia agli elettori come l’ennesimo assestamento di cabotaggi personali senza nessun reale cambiamento. “Per il Pd ci vuole una scossa – dice un parlamentare rieletto al nord – magari anche dirci che ormai il marchio non funziona e conviene sciogliersi sul serio”. Anche questa, se ci pensate, l’abbiamo già sentita.

Leggi anche: Congresso del Pd, chi sarà il nuovo segretario dem che rimpiazzerà Letta dopo la sconfitta alle urne? Tra i nomi papabili Bonaccini e Schlein

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Ministeri, per Matteo uno vale uno. Parte il Bestiario di governo

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È vero, non c’è più spazio per il bestiario elettorale essendo arrivate le elezioni. In compenso sono già iniziate le bestialità di un governo che deve mettersi in piedi in fretta per arrivare in tempo alla Legge di Bilancio e il materiale, ahinoi, abbonda. Eccoci al primo appuntamento del nostro bestiario di governo.

BUSSANO, NESSUNO APRE
Dopo la batosta presa alle elezioni e dopo essere riuscito nella mirabile impresa di twittare ancora una volta a pochi minuti dalla chiusura dei seggi portandosi sfiga da solo Matteo Salvini ora fa finta di niente e fischiettando vorrebbe sedersi al tavolo delle trattative del prossimo governo come se non fosse un cucciolo bagnato fuori sullo zerbino. “Con Giorgia ci sentiamo oggi per ragionare presto e bene del nuovo governo”, dice Salvini.

“C’è una squadra di governo e vedremo di comporla al meglio. Avrò l’onore di essere protagonista nei ragionamenti che si faranno”, ha aggiunto Salvini, ricordando che “l’ultima squadra di governo mi è stata comunicata al telefono la sera prima” (tanto per dire che contava come il due di picche già quando di voti ne aveva parecchi). Il segretario della Lega ha poi detto di “contare che il centrodestra coinvolga tutti, anche ‘Noi moderati’. Tutti siamo coinvolti. C’è bisogno di tutti. Anche nella composizione della squadra di governo”. Sono passate poche ore e fa già tenerezza.

PRONTI VIA PRIMA BUGIA
“Tu comincia a fare quello che è necessario, poi quello che è possibile. Alla fine, ti scoprirai a fare l’impossibile”… Bella la frase citata da Giorgia Meloni nel discorso della vittoria. Ma San Francesco non l’ha mai detta. Parola degli storici francescani”. A rilevarlo in un tweet è Lucio Brunelli, storico vaticanista.

MARTA FASCINA ELETTA IN DAD
La compagna di Berlusconi, Marta Fascina, è riuscita a farsi eleggere nel collegio di Marsala senza nemmeno passarci per sbaglio in tutta la campagna elettorale. “Ci sono andata da bambina”, racconta. Ah, ok, allora siamo a posto. Ora non vediamo l’ora di vederla all’opera. “Mi occupo di Difesa e vi dico che il conflitto si può fermare” aveva detto. Siamo in una botte di ferro.

PILLON (FORSE) ESCLUSO
“Il mio seggio non è scattato, ma io non mi arrendo”, ha detto il candidato della Lega Simone Pillon (nella foto) che ha perso nel plurinominale in Umbria contro Valeria Alessandrini. Pillon è stato spesso criticato per le sue idee anti aborto e a difesa della cosiddetta famiglia tradizionale. Ma c’è il terribile sospetto che le sue idee siano maggioranza in Parlamento, anche senza di lui.

HEIL HITLER
L’avevamo scritto nel bestiario elettorale ed è successo: Calogero Pisano, ex segretario provinciale di Fratelli d’Italia ad Agrigento, nonostante fosse sospeso (prima per finta poi davvero) per avere inneggiato a Hitler è stato eletto nel collegio uninominale in cui era candidato. Ora facciamo un’altra scommessa facile: vedrete che si iscriverà nel gruppo parlamentare di Giorgia Meloni e tutto sarà dimenticato. Tranne la grandezza di Hitler, ovviamente.

VIVA GIORGIA
Gente felice per la vittoria di Meloni: l’ungherese Orbán (“I popoli arrabbiati cambiano i governi pro-sanzioni”), ovviamente la Russia (“Siamo pronti a dare il benvenuto a qualsiasi forza politica in grado di mostrarsi maggiormente costruttiva nei rapporti con la Russia”), il Brasile di Bolsonaro (“Come il Brasile, ora l’Italia è Dio, patria e famiglia”) e Le Pen. Manca solo Satana.

1-segue

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Conte, missione compiuta. L’Agenda sociale M5S ha cancellato quella di Draghi

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Giuseppe Conte apre la conferenza stampa con gli auguri a Giorgia Meloni “per il compito che le spetta. Noi saremo pronti a difendere i nostri valori e principi costituzionali, consapevoli della rimonta straordinaria della nostra forza politica con questa investitura popolare”, dice il presidente del Movimento 5 Stelle.

Il leader M5S Giuseppe Conte non fa sconti al capo dei dem: “Non cerchi capri espiatori per il suo fallimento”

Ma Conte risponde anche deciso alle accuse del segretario del Partito democratico Enrico Letta (che durante la giornata aveva accusato i 5S di essere la causa della vittoria del centrodestra) invitandolo a “non cercare capri espiatori a cui addossare le sue responsabilità”.

Conte si presenta in conferenza stampa con la consapevolezza di avere compiuto un piccolo capolavoro resuscitando un M5S che molti davano per finito: “Il voto ha testimoniato una grande investitura dei cittadini – dice Conte – nei confronti del Movimento, nonostante dopo la caduta del governo Draghi tutte le forze politiche ci abbiano attaccato e tutti ci dessero fuori gioco. In questo contesto un risultato oltre il 15% è un grande successo che ci dà grande coraggio e determinazione per affrontare questa legislatura senza fare sconti a nessuno”.

Promette un’opposizione “dura, durissima, senza sconti” contro chi vorrebbe cancellare il Reddito di cittadinanza (Giorgia Meloni ieri l’ha messo come priorità della sua azione di governo) rimandando però l’inevitabile dialogo con il Partito democratico: “Con l’agenda Draghi Letta ha venduto un progetto politico che non c’era. Come avevamo detto in campagna elettorale non ci sarà alcun dialogo. Non è una questione personale o di gruppo dirigente, ma di un’agenda: bisogna capire che Pd verrà fuori dal confronto interno che ci sarà. All’esito di quello vedremo se ci saranno le condizioni per riallacciare il dialogo”, spiega ai giornalisti.

Per questo ritiene opportuno spiegare per l’ennesima volta che non si sente responsabile della caduta del governo Draghi rivendicando anzi la natura “progressista” delle sue 9 richieste presentate a Mario Draghi.

“Noi avevamo solo una stella polare nella scorsa legislatura, mantenere il programma elettorale del 2018 e ne abbiamo realizzato l’80% senza fare compromessi al ribasso – spiega Conte – e abbiamo lasciato il governo Draghi perché combattiamo per le nostre battaglie”. L’ex presidente del Consiglio confessa anche di temere con un governo guidato da Giorgia Meloni “una corsa al riarmo”.

Come in campagna elettorale Giuseppe Conte non nasconde di voler tenere il Movimento 5 Stelle nell’arco progressista, svestendosi ancora di più dell’apolitica che fu (“né di destra né di sinistra”) e provando a cambiare pelle ancora una volta. Questo giro in Parlamento avrà dalla sua una truppa più fedele e già testata ma il Movimento 5 Stelle dovrà imparare di nuovo a muoversi da forza dell’opposizione, evitando (come dicono anche alcuni parlamentari) di cadere nel populismo dei tempi del “vaffanculo”.

Passata la luna di miele del recente risultato favorevole il presidente del Movimento 5 Stelle dovrà però fare i conti con la distribuzione delle cariche parlamentari e con la costruzione di un’asse d’opposizione in cui ritagliarsi un ruolo da protagonista. Il progetto evidentemente è quello di ritrovarsi un Pd con una nuova dirigenza pronta a riaprire i discorsi chiusi dopo la caduta di Draghi. Conte ha dimostrato di essere performante in campagna elettorale ora deve smentire il giudizio di essere molto meno bravo a gestire un partito. Gli sciossionisti non ci sono più. Ora non ci sono più scuse.

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La solitudine di Matteo

Il centrodestra ha vinto ma Matteo Salvini ha perso. Ha perso già nella Lega che guida. Ora bisognerà vedere chi avrà il coraggio di dirglielo in faccia e, soprattutto farglielo capire. Le vie sono due: confidare nella presa di responsabilità – forse anche di coscienza – dei suoi collaboratori fidati e vicini, magari con la mediazione del solito Giorgetti, oppure andare allo scontro e accendere l’esagitazione.

Matteo Salvini non sarà presidente del Consiglio (non ci ha mai creduto nessuno, nonostante lo slogan elettorale) ma non sarà molto probabilmente nemmeno ministro agli Interni. Su di lui grava il processo Open arms e Giorgia Meloni non ha intenzione di spendere una forzatura con il Presidente Mattarella per il suo alleato e per quella casella. La leader di Fratelli d’Italia, anzi, sta pensando di presentarsi al Quirinale con una lista di nomi quasi “tecnici”, poco “politici” per ruoli di partito, anche per guadagnare credibilità nazionale. «Non deve sembrare un attacco alla diligenza, deve essere un governo credibile per il Paese, non per i partiti», dice un dirigente di Fratelli d’Italia.

Matteo Salvini, anche questo non l’ha capito, non avrà nemmeno lo spazio per cannoneggiare da oppositore interno come ha già fatto nel primo governo Conte e con Mario Draghi. L’idea che si sta provando a percorrere è quella di responsabilizzare Silvio Berlusconi per calmierare l’alleato leghista, magari spostando anche l’asse delle alleanze interne: non più Silvio-Matteo ma un filo diretto tra Giorgia e il presidente di Forza Italia.

Matteo Salvini, anche se fa finta di non sentirlo, ha intorno un partito che non vede l’ora di scendere dal suo carro, rovesciare la sua segreteria e correre per l’incoronazione di un nuovo leader. Quando ieri ha detto che prima di pensare a un congresso nazionale bisogna «completare i quadri provinciali» è sembrato un vecchio democristiano che vorrebbe ingolfare la sua caduta con un po’ di burocrazia.

La destra è molto più sfilacciata di quello che dicono i numeri delle elezioni e la distribuzione del potere, si sa, può essere colla o tritolo.

Buon martedì.

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Le “sinistre” non sfondano. Dov’è la sinistra

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«Avevamo avvisato il Paese del rischio di una destra sovranista, estrema», contro la quale sarebbe stato necessario «riuscire a raggiungere la massima coesione possibile, e se questo obiettivo fosse stato perseguito ora probabilmente staremmo commentando un risultato diverso». Ha detto così Angelo Bonelli, leader dei Verdi dal comitato elettorale dell’alleanza VerDi-SI durante la maratona Mentana.

Sinistra Italiana e Verdi hanno ottenuto il minimo sindacale

«Ora avremo un ruolo molto importante – ha aggiunto – per difendere le conquiste sociali. Saremo pronti, forti a difendere la Costituzione e i diritti». L’alleanza tra Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli incassa un risultato che rientra tra i parametri sperati. Non c’è entusiasmo dalle parti della costola di sinistra del Partito Democratico ma rimane comunque la soddisfazione di avere portato persone in Parlamento.

La campagna elettorale, del resto, ha pagato in primis l’alleanza con il Partito Democratico (Bonelli si è ritrovato in coalizione con nuclearisti, solo per fare un esempio), ha pagato poi gli attacchi a palle incatenate del cosiddetto terzo polo (che invece è il sesto) di Renzi e Calenda e ha scontato il pessimo risultato del progetto politico di Enrico Letta.

Forse è proprio per questo che Fratoianni a poche ore dalla chiusure delle urne chiede di rimettere in piedi la coalizione con il M5S: «Intendiamo farci carico della ricostruzione a partire dall’opposizione di un quadro di relazioni e convergenze di tutte le forze alternative a questa destra estrema.  – ha detto il leader di SI parlando al tg3 – Non è una buona notizia ci siamo battuti contro questo scenario e avremmo voluto farlo con una coalizione più larga. I numeri dicono che un’alleanza più larga avrebbe reso la vita molto più difficile” alla destra.

Ma com’è andata la “sinistra” in Italia Questa è la domanda al di là dei calcoli di questa pessima legge elettorale. Se la “sinistra” è l’alleanza tra Verdi Europei, Sinistra Italiana e Possibile non è andata per niente bene, bisognerebbe avere il coraggio di dirselo. Non è immaginabile che in un’alleanza di centrosinistra lo spazio sia solo di qualche punto percentuale sopra la soglia di sbarramento e non può bastare l’elezione di qualche nome importante e simbolico come Ilaria Cucchi.

La sensazione convinta è che con un Partito Democratico così in affando sia veramente difficile risultare credibili come forza di “sinistra” e “alternativa” a tutto quello che abbiamo visto in questi ultimi anni. Non è un caso che Letta si apparso più di una volta in evidente difficoltà per i voti contrari al governo Draghi che Nicola Fratoianni e i suoi hanno espresso in più di un’occasione.

Unione Popolare ha un senso se è l’inizio di un progetto

Fuori dalla coalizione c’è invece Unione Popolare. Il cartello elettorale messo in piedi in poche settimane da De Magistris, Rifondazione Comunista e Potere al Popolo si arena su percentuali ben lontani della soglia di sbarramento che era l’obiettivo di tutti. A differenza di Verdi e Sinistra Italiana in questo caso pesa sicuramente il poco tempo a disposizione e una stampa tutt’altro che benevola che ha fatto di tutto per oscurare la loro offerta politica. Il terrore da quelle parti ora è che il cartello elettorale non si evolva in un progetto con lo sguardo lungo ma si dissolva come accaduto dai tempi della Sinistra Arcobaleno in poi. Loro ripetono che questo sia solo l’inizio ma anche questa è una frase che abbiamo ascoltato spesso. 

O forse bisognerebbe fare i conti con un fatto evidente: molti dei voti di questa sinistra sempre sparpagliata in questo momento se li tiene in panca il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. Averne coscienza sarebbe un buon inizio.

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Conte ha dimostrato che il M5S è vivo e vegeto

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Il M5S non è morto. È morta, in compenso, la credibilità di chi anche in questa campagna elettorale ha giocato a fare il forte con i presunti deboli (che deboli invece non lo erano). Il Movimento 5 Stelle che molti davano come praticamente scomparso incassa un risultato elettorale. Arrivare sopra il 15% per il partito di Giuseppe Conte fino a poco tempo fa sembrava un miraggio.

Il M5S non è morto. Arrivare al 15% per il partito di Giuseppe Conte fino a poco tempo fa sembrava un miraggio

Solo che tutti gli accadimenti che sembravano punti di debolezza in realtà si sono rivelati punti di forza. La caduta del governo Draghi (con il premier che ha deciso di rassegnare piccato le dimissioni senza voler discutere le richieste di Conte) è stato capito molto di più dagli elettori rispetto ai cosiddetti prestigiosi editorialisti di casa nostra.

“Il Pd è responsabile vittoria centrodestra, era il partito che doveva contribuire alla realizzazione del campo progressista e che invece l’ha sfasciata”. Lo dice il vicepresidente del M5s, Riccardo Ricciardi. “Raccontare al Paese dell’agenda Draghi significa che poi il Paese non ti segue. Queste scelte del Pd purtroppo le pagheranno gli italiani”, ha aggiunto. In effetti i risultati parlano chiaro: “L’agenda Draghi” è un feticcio che interessa a certi giornali e a certi gruppi di potere ma non ha riscontro nella realtà.

Il M5S lo davano per morto e invece è vivo, vivissimo, e anche se ha parecchi voti in meno rispetto al boom delle scorse elezioni politiche rischia di essere molto più capace di incidere nella politica del Paese. Nel Movimento in molti hanno imparato la lezione dell’imbarcare parvenu e inetti. Giuseppe Conte questa volta ha voluto controllare le liste, verificare le competenze e soprattutto ha scelto di prendersi la responsabilità di rappresentare una precisa parte politica.

Non è un caso che molta gente rappresentativa a sinistra (da Tomaso Montanari a Loredana De Petris passando per Fassina) abbia deciso di preferire il partito di Conte alla coalizione di centrosinistra. In un tempo in cui l’aporofobia (il disprezzo per i poveri) sembra avere infettato anche pezzi ritenuti progressisti (oltre ad avere infervorato diversi giornali) tenere la barra dritta alla fine ha premiato: quello che qualcuno definiva “voto di scambio” per gli elettori è stata semplicemente una scelta di campo. Il Movimento 5 Stelle non ha “abolito la povertà” (come ingenuamente detto dal balcone dal transfugo Di Maio) ma ha scelto comunque di farsene carico.

Ha funzionato il No all’invio di altre armi all’Ucraina

Poi c’è la guerra. Anche in questo caso bastava leggere meno alcuni giornali e di più i numeri: la guerra in Ucraina che Usa, Nato e industria bellica saluta come una benedizione economica è osteggiata dalla maggioranza degli italiani. Il trucco di far apparire come “amici di Putin” chi persegue itinerari di pace funziona solo in certi editoriali. La perseveranza con cui Giuseppe Conte si è assunto la responsabilità di dire che non saranno le armi a trovare la soluzione in Ucraina evidentemente funziona molto di più di quel che si creda.

Conte ora deve dimostrare abilità politiche oltre che elettorali, nella sconosciuta posizione dell’opposizione

Ora, raggiunto disperato risultato, resta da capitalizzare la propria posizione. Giuseppe Conte (che ha letteralmente salvato il Movimento Cinque Stelle) deve dimostrare abilità politiche oltre che elettorali, nella sconosciuta posizione dell’opposizione. Nel frattempo i grillini osservano compiaciuti il disfacimento di Di Maio che pensava di poter mettere Conte alla presidenza del Consiglio manovrandolo, poi a capo del partito manovrandolo, poi ha pensato di poter svuotare il partito scindendosi e invece è finito a piedi. Il Movimento 5 Stelle è molto più solido di quel che pensava. Ora bisognerà vedere se riuscirà a essere più maturo.

Leggi anche: Dalle urne escono due vincitori. La Meloni si avvia verso il governo mentre Conte diventa il vero leader dell’opposizione

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L’epoca della Desistenza italiana

Lì dove molti vedono una donna a capo del governo per la prima volta c’è il governo più destrorso dalla seconda guerra mondiale. La destra in Italia non esiste, è solo una stampella dell’estrema destra dove Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni ha svuotato il suo vaso comunicante, la Lega di Matteo Salvini. La destra, al massimo, è quel sedicente terzo polo che invece è sesto (un’altra truffa lessicale in piena regola durata per l’intera campagna elettorale) che nonostante i proclami (e gli scherani tra i media) è riuscito a sommare i risultati dei due partiti personalistici, senza niente di più.

Nel Partito democratico si dicono stupiti che gli italiani abbiano visto in Luigi Di Maio un “pacco” in piena regola senza cascarci, si domandano attoniti perché Carlo Cottarelli non scaldi i cuori nemmeno nella sua città (è riuscito a perdere contro Daniela Santanchè, qualche genio democratico pensava di vincerci le elezioni regionali). Il capolavoro politico di chi ha passato settimane invocando “un fronte comune contro la destra” mentre non è riuscito nemmeno a tenere il fronte minimo facendo franare il “fronte largo” sia a destra che a sinistra. Come spesso accade da quelle parti la tentazione al Nazareno sarà di addossare tutte le colpe a Letta affilando i coltelli per il prossimo congresso e ricominciare di nuovo verso la prossima analisi della sconfitta.

E la sinistra Bella domanda. La sinistra se n’è stata come al solito sparpagliata nelle tasche di qualche esponente del Partito democratico (Peppe Provenzano e Elly Schlein, per fare qualche nome) che difficilmente riuscirà a dare le carte; sta con il risultato in linea con le aspettative di Bonelli e Fratoianni coalizzati nella coalizione (nulla di esaltante) e nel risultato (deludente, bisogna avere il coraggio di dirselo) di Unione popolare che ora deve decidere se essere l’ennesimo cartello elettorale fallito oppure essere la pietra di inciampo di una strada lunga da costruire.

Poi, svestendosi dallo snobismo, toccherebbe dirsi che la sinistra è andata nel bacino di voti del Movimento 5 Stelle (sarà perché hanno fatto una misura di sinistra – il Reddito di cittadinanza – mentre gli altri si crogiolano nella loro aporofobia). Come si potesse credere che un elettore di sinistra potesse scaldarsi di fronte agli inginocchiati dell’agenda Draghi è uno dei misteri di quest’ultima strategia elettorale.

Si registra che quelli che hanno sventolato la Resistenza in campagna elettorale (rispettandola pochissimo nelle occasioni di governo) sono i fautori della peggiore Desistenza italiana dalla seconda guerra mondiale in poi. Questa sconfitta ha molti padri, solo che essendo i cardini della nomenclatura del centrosinistra italiano finiremo per averli ancora tutti lì.

Buon lunedì.

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Disastro annunciato per il Pd. Spinto alla disfatta dal kamikaze Letta

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Una disfatta. Non ci sono alibi, non c’è appello: Enrico Letta ha confezionato una batosta storica per il Pd e ne deve rendere conto sia al Paese che ai suoi iscritti. Non è solo una questione di congresso di partito o di resa dei conti, qui siamo di fronte a una sconfitta che ha radici profonde, una sconfitta che certifica una campagna elettorale sbagliata su tutti i fronti.

Letta ha confezionato una batosta storica per il Pd e ne deve rendere conto sia al Paese che ai suoi iscritti

Si potrebbe ad esempio osservare come abbia fallito Carlo Cottarelli, sconfitto nella sua Cremona dalla pittoresca e pitonessa Daniela Santanchè: Cottarelli era, parole di Letta, “la punta di diamante” della coalizione. Non rendersi conto che un economista tiepido (e molto poco di sinistra) non avrebbe avuto nessuna connessione elettorale con gli elettori significa essere completamente estranei alle logiche sociali che si muovono nel Paese.

Un altro elemento significativo è la debacle di Luigi Di Maio e del suo (minuscolo) partito personale: in tutta la campagna elettorale anche l’elettore democratico più convinto non ha saputo spiegarsi che senso avesse imbarcarsi l’ex ministro degli Esteri con tutta la sua truppa. Dalle parti del Nazareno ripetevano di essere tranquilli, ci spiegavano che la candidatura di Di Maio fosse un “premio” per il suo senso di responsabilità nei confronti del governo Draghi e che il Paese avrebbe capito. Si sbagliavano.

Non sentire il Paese, questo continua a essere il grande problema di un partito che si porta il fardello della sua nomenclatura che nessuno vuole più vedere. Mentre Cottarelli perde contro Santanchè a Bologna Pierferdinando Casini vince per un soffio contro Vittorio Sgarbi: cosa altro serve? I punti politici da affrontare non sono pochi.

Il Pd ha parlato moltissimo in campagna elettorale di Resistenza (dipingendo Giorgia Meloni come concreto pericolo fascista) ma ha, nei fatti, scelto la desistenza nel momento in cui ha scelto di rinunciare all’alleanza con il Movimento 5 Stelle che avrebbe reso queste elezioni veramente competitive. Chiamare gli italiani al stingiamoci a coorte mentre non riesce a tenersi stretta un’alleanza costruita in mesi di lavoro è un bluff con pochi precedenti. Qualcuno potrebbe aver pensato che tra Conte e Renzi-Calenda il Partito democratico avesse deciso di accarezzare il suo lato liberale: fallito anche questo tentativo.

Il Pd alla fine si è ritrovato solo in coalizione con +Europa e Sinistra Italiana/Verdi con cui avrebbe veramente poco da spartire in caso di governo (l’ha scioccamente ribadito Letta in campagna elettorale) e così il blocco di liberazione nazionale alla fine era solo un semolino tiepido servito per cena.

Poi c’è l’agenda Draghi, ripetuta ossessivamente in campagna elettorale, che è stata pesata da queste elezioni: il premier più coccolato dalla stampa e dalla presunta intellighenzia riformista è una bolla che esiste solo negli editoriali e nei commenti di chi non ha a che fare con lavoro, bollette e via areale. Draghi nel Paese non esiste al di là delle prime pagine di certi giornali.

E chissà se Letta non rifletterà sul fatto che quello che voleva essere un partito con vocazione maggioritaria ha dovuto attaccarsi alle braghe di un capo di governo tecnico per guadagnare un po’ di credibilità. Il risultato alla fine è ai livelli di quello dell’odiato Renzi. Siamo alle solite, dalle parti del Pd la superiorità è solo sfoggiata e presunta. Gli elettori sono tutta un’altra storia.

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