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Chi semina vento: Giuli e l’aria che ha creato

Benedetta Fiorini è già stata deputata di Forza Italia poi passata alla Lega, senza precedenti nel settore cinematografico, nel CdA di Enac e appena eletta in quello di Eni. Fino a poche settimane fa era nella sottocommissione del Ministero della Cultura che ha bocciato i 131.000 euro chiesti dal film “Tutto il male del mondo” su Giulio Regeni. Ieri mattina al Quirinale il ministro Giuli ha…

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Le priorità Ue: l’Europa mette sul piatto 800 miliardi per le spese militari e un documento contro la povertà

Tredici milioni e duecentosessantacinquemila. È il numero di italiani a rischio di povertà o esclusione sociale nel 2025, secondo l’Istat. Il 22,6% della popolazione. Ieri la Commissione europea ha presentato la sua prima strategia per affrontare il problema. Zero euro aggiuntivi.

Roxana Mînzatu, vicepresidente esecutiva con delega ai diritti sociali, ha annunciato misure per l’esclusione abitativa, la povertà minorile, i diritti delle persone con disabilità. Solo che il documento, come ha anticipato Politico in esclusiva, non prevede nessun finanziamento fresco. La logica è questa: esistono già circa 100 miliardi nel prossimo bilancio UE destinabili a politiche sociali. Il problema, secondo un funzionario della Commissione che ha parlato in anonimato, è che i governi non usano bene i fondi disponibili. Niente soldi nuovi, più coordinamento.

Nella stessa settimana, l’Europa discute di portare la spesa militare a 800 miliardi entro il 2030. Il piano ReArm Europe, annunciato da von der Leyen il 4 marzo 2025, prevede fino a 150 miliardi in prestiti europei per la difesa, con altri 650 da bilanci nazionali esclusi dal Patto di Stabilità. Per la difesa si attiva la clausola di salvaguardia per 17 Stati membri. Per i poveri si chiede efficienza.

Il funzionario è onesto su un punto: prevenire la radicalizzazione e “mantenere la fiducia nell’Ue” sono tra le motivazioni che spingono Bruxelles sul tema della povertà. Il problema non è la sofferenza in sé. È che alimenta la destra. Marit Maij (S&D), vicepresidente dell’intergruppo del Parlamento europeo per la lotta alla povertà, lo dice esplicitamente: «Le persone che vivono in povertà sono troppo spesso ignorate, e questo alimenta una crescente sfiducia. La destra estrema sfrutta questo vuoto».

Obiettivi Ue mancati, numeri fermi

«Non c’è strategia senza soldi», ha detto Juliana Wahlgren, direttrice della Rete europea contro la povertà. Marie Toussaint (Verts/Ale), europarlamentare francese, ha chiesto «misure concrete e finanziamenti mirati» e che la Commissione «si assuma un ruolo guida». Il nodo è questo: delegare ai governi significa accettare le disuguaglianze tra i paesi. Romania e Bulgaria hanno ridotto di circa un terzo la quota a rischio nell’ultimo decennio. Germania, Francia e Austria hanno invece registrato aumenti. In Germania la quota è salita dal 17,3% del 2019 al 21,2% nel 2025.

L’obiettivo Ue era ridurre di 15 milioni le persone a rischio esclusione entro il 2030. A metà percorso la cifra è scesa di soli 3,4 milioni. Il dato europeo è fermo al 20,9%. In Italia i 13 milioni includono il 31,6% dei nuclei monogenitoriali, il 30,6% delle famiglie con tre o più figli. La grave deprivazione materiale è aumentata dal 4,6% al 5,2% in un anno. I redditi familiari reali restano inferiori del 4,9% rispetto al 2007. Nel frattempo l’Italia ha accettato al vertice Nato dell’Aia l’obiettivo del 5% del Pil in spesa militare entro il 2035, con quasi 23 miliardi aggiuntivi già programmati.

Burocrazia, carta, anonimato

Ema Popovici, progettista dell’Ong Bucovina Institute in Romania, ha raccontato il problema concreto: «È molto difficile accedere ai sussidi a causa della burocrazia. Il sistema in sé è molto difficile da navigare». Il documento di Mînzatu riconosce: «I progressi sono stati lenti e dobbiamo riconoscerlo». Un avviso preventivo: questo non basta, ma per ora è tutto.

Sulla carta, per l’appunto. La Commissione ha presentato un documento. I governi hanno ricevuto un invito a coordinarsi. I tredici milioni di italiani a rischio povertà hanno ricevuto ancora una volta una strategia senza copertura. Per i carri armati c’è la clausola di salvaguardia. Per il cibo, per la casa, per l’affitto, il sistema “in sé è molto difficile da navigare”: lo dice qualcuno che ci è dentro, non un funzionario che parla in anonimato da Bruxelles.

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Gli attacchi non fermano la Flotilla

Alla libreria Rizzoli di Milano, il 4 maggio, Ignazio La Russa ha trovato le parole. Per la Flotilla: «manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico». Per il sequestro in acque internazionali: «La fortuna» che ti permette di «gridare che sei stato torturato». Matteo Piantedosi ha sottoscritto «pienamente». Il ministro presentava il loro libro, Dalla parte delle divise.

Nella Striscia di Gaza la produzione di pane è scesa del cinquanta per cento. I tagli a farina e diesel hanno ridotto la produzione da trecento a duecento tonnellate al giorno, ha dichiarato a The National Abdel Al Ajrami, dell’Associazione dei proprietari di panifici. Se il Programma alimentare mondiale riduce i finanziamenti, come previsto, il prezzo potrebbe triplicare. Mohammed Al Majdhoub ha avvertito: «Stiamo tornando verso la carestia». Non è un’ipotesi: l’IPC aveva certificato la carestia nel Governatorato di Gaza nell’agosto 2025 e quella fase era finita grazie al sistema che ora si smonta.

La Russa ha chiesto quanti bambini siano rimasti in vita grazie alla Flotilla. Oxfam documenta come quello che la Corte internazionale di giustizia definisce genocidio abbia distrutto la capacità di Gaza di sfamarsi. I due ministri trovano le parole contro civili su barche; le perdono quando una marina militare abborda navi in acque europee, ferisce trentuno persone e trattiene attivisti nel carcere di Shikma senza accuse formali. Adalah ha documentato percosse fino alla perdita di conoscenza. Israele: «False e infondate affermazioni preparate in anticipo».

La Global Sumud Flotilla si riorganizza a Creta con nuovi equipaggi da tutta Europa e una ventina di imbarcazioni dalla Turchia. «Ripartiremo e saremo ancora di più rispetto a quando siamo partiti dalla Sicilia», ha dichiarato uno degli attivisti. Dalla parte delle divise è una scelta. Anche quella di salpare lo è.

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Nato, numeri non verificabili: il Sipri denuncia l’opacità dei conti sull’obiettivo del 5% del Pil in spese militari

Sono cinque miliardi ma manca la ricevuta. Il Canada spende in difesa cinque miliardi di dollari in più di quanto il Sipri riesca a calcolare. La Nato certifica la cifra ma non spiega nulla: nessun dato disaggregato, nessun dettaglio tecnico, nessuna categoria resa pubblica. Così la trasparenza diventa un optional.

Il rapporto annuale del Sipri, lo Stockholm International Peace Research Institute, pubblicato il 27 aprile 2026, registra un record: 2.887 miliardi di dollari di spesa militare globale nel 2025, undicesimo anno consecutivo di crescita. Ma la notizia che conta è in un box del documento tecnico: nel 2025 si sono registrate “notevoli divergenze” tra i calcoli del Sipri e quelli della Nato. E poiché l’Alleanza non pubblica dati disaggregati né dettagli tecnici, la verifica indipendente “sta diventando più difficile”. La traiettoria è quella.

Il problema dell’obiettivo impossibile da controllare

Il problema nasce al vertice dell’Aia del 24-25 giugno 2025: i 32 Paesi si impegnano al 5 per cento del Pil entro il 2035, con il 3,5 per la difesa e l’1,5 per spese legate alla sicurezza il cui confine è tutt’altro che delineato. Cifre che possono travisare la capacità militare reale, distorcere le valutazioni dell’equilibrio delle forze, influenzare la percezione delle minacce “sulla base di livelli di spesa che non riflettono accuratamente la capacità operativa”. L’impossibilità di controllo indipendente apre alla “contabilità creativa”: l’espressione è del Sipri stesso.

L’Italia conosce bene questa porta. Nel novembre 2024 il ministro Guido Crosetto (Fratelli d’Italia) dichiarava in audizione che la spesa si sarebbe attestata all’1,6 per cento del Pil nel 2025-2027. Il 15 maggio 2025 comunicava alla Nato il raggiungimento del 2 per cento: un salto di 0,4 punti, circa 12 miliardi, senza legge di bilancio. L’Osservatorio Cpi dell’Università Cattolica scompone i numeri: solo 0,1 punti vengono da un reale incremento; gli altri 0,4 da una riclassificazione: Guardia di finanza, Capitanerie, spazio e cyber, “ambiti che finora non avevamo calcolato”, ammissione di Crosetto stesso. L’Osservatorio Mil€x stima la spesa italiana nel 2025 all’1,5 per cento del Pil; il 2,01 per cento è un perimetro contabile allargato.

Il Ponte e il pattern

Il Ponte sullo Stretto è il caso emblematico: citato dal Sipri come tentativo di “militarizzazione di progetti civili”. Tredici virgola cinque miliardi di euro stimati, opera difesa con argomenti “dual use” da diversi esponenti del governo. L’ambasciatore statunitense alla Nato Matthew Whitaker ha risposto che il Ponte “non ha alcun valore strategico militare”. L’Italia non è sola: Belgio, Slovenia, Spagna, Canada erano tutti sotto il 2 per cento nel 2024 e tutti sopra nel 2025, con aumenti concentrati nella categoria residuale “altro”, la meno verificabile.

Nel 2025 la spesa europea sale del 14 per cento a 864 miliardi, la Germania tocca 114 miliardi (+24 per cento), la Cina 336 miliardi al trentunesimo anno consecutivo di crescita. L’Italia è dodicesima con 48,1 miliardi, +20 per cento, ma il Sipri la colloca all’1,9 per cento del Pil, non al 2 dichiarato a Bruxelles.

Un’alleanza che rappresenta il 55 per cento della spesa militare mondiale non pubblica i criteri con cui calcola i propri dati. I numeri sulla capacità militare servono a prendere decisioni reali: su dove allocare risorse, su chi si fida di chi, su quale minaccia giustifica quale risposta. Se non sono verificabili, le decisioni poggiano su basi che nessuno può controllare.

Cinque miliardi canadesi senza ricevuta. Un ponte siciliano diventato per qualche settimana spesa militare. Guardia di finanza e Capitanerie improvvisamente reclassificate come difesa. Dettagli, visti uno per uno. Messi insieme, raccontano un’alleanza che ha fissato obiettivi sempre più alti senza costruire un sistema di verifica all’altezza, e che chiede ai propri membri di spendere di più, in fretta, su definizioni che lei stessa non pubblica.

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Valditara e le piazze violente: equiparare gli Antifa ai comunisti “intolleranti”, che in Italia fecero la Resistenza e la Costituzione, non regge

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha rilasciato un’intervista a Libero nella quale afferma che i gruppi Antifa sono «intolleranti come lo furono i comunisti». L’occasione: ottant’anni dall’Assemblea Costituente. La tesi la firma un ministro nel giorno in cui si celebra la Costituzione. È cattiva storia e cattiva fede.

Il Partito Comunista Italiano (Pci) che Valditara cita non fu il partito che «sostituì le piazze alle urne». Organizzò il 60% delle formazioni partigiane nella Resistenza. Con la svolta di Salerno nel 1944 scelse di collaborare con tutte le forze democratiche. Con Umberto Terracini appose la firma alla Costituzione nel 1947. Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia, varò un’amnistia che liberò numerosi ex fascisti. Il Pci rimase all’opposizione per quasi cinquant’anni. Novecento.org lo definisce «strenuo difensore dei valori della Costituzione». Confondere il comunismo sovietico con il Pci italiano non regge sul piano storico: regge su quello polemico, per delegittimare l’antifascismo senza nominarlo.

Valditara cita Giacomo Matteotti, Carlo Rosselli, Piero Gobetti: Matteotti fu ucciso dai fascisti nel 1924, Rosselli in Francia nel 1937, Gobetti morì in esilio. Non uno fu colpito dagli Antifa. Usarli per equiparare i manifestanti ai fascisti che li assassinarono sfiora il falso storico. Il ministro denuncia «la sostituzione delle piazze alle urne» e «la demonizzazione dell’avversario»: applicate con la stessa misura, quelle parole descrivono bene il governo attuale.

Chi ha un problema con le regole

A marzo 2026 il referendum sulla separazione delle carriere è stato bocciato con il 53,74% dei No. La legge Calderoli sull’autonomia differenziata, a novembre 2024, è stata colpita in sette punti dalla Corte Costituzionale per violazione dei principi di unità della Repubblica e garanzia dei diritti fondamentali. Il «modello Albania» ha accumulato sconfitte sistematiche: il Tribunale di Roma, nell’ottobre 2024, non convalidò il trattenimento dei dodici migranti nei centri albanesi; il 1° agosto 2025 la Corte di Giustizia Ue, nelle cause C-758/24 e C-759/24, ha stabilito che la designazione dei Paesi sicuri deve poter essere contestata dai giudici. Gjader è rimasto praticamente vuoto. Meloni, dopo la sentenza, scrisse che la giurisdizione «rivendica spazi che non le competono». Le regole valgono finché danno ragione al governo.

Chi silenzia il dissenso

Nel luglio 2023, quattro puntate di «Insider» di Roberto Saviano, già registrate per Rai3, furono cancellate cinque giorni dopo che lo scrittore aveva definito Salvini «ministro della mala vita». Lega e Fratelli d’Italia presentarono formale richiesta in Commissione di Vigilanza. Le Federazioni internazionale ed europea dei giornalisti (IFJ e EFJ) definirono la cancellazione una lesione della libertà di espressione; il programma tornò in onda un anno dopo, sotto la pressione delle associazioni antimafia.

Il 25 aprile 2024 Antonio Scurati doveva leggere un monologo sul fascismo su Rai3: il contratto fu annullato all’ultimo minuto; Serena Bortone, che lesse il testo da sola, fu sospesa per sei giorni. I sindacati internazionali scrissero alla Commissione europea che il governo aveva «censurato programmi critici» ed «estromesso conduttori televisivi». Nello stesso anno l’Italia è scesa al 46° posto nell’indice di Reporters Sans Frontières. La querela di Meloni contro Domani è rimasta aperta fino al luglio 2024, quasi due anni dopo.

La Costituzione che Valditara evoca nacque dalla Resistenza. La scrissero comunisti, cattolici, liberali, azionisti. La firmò Terracini, dirigente del Pci. Il ministro la invoca mentre il governo accumula sconfitte. Il dissenso di piazza non è un pericolo per la democrazia: è il suo combustibile. Chi gestisce il potere e non sopporta il rumore non ha un problema con gli intolleranti. Ha un problema con chi non gli obbedisce.

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La legge che protegge i colletti bianchi della mafia. Ma va

Il 20 aprile il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha scritto ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e alla presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo (FdI): la riforma delle intercettazioni produce effetti “oltremodo gravi e allarmanti” sul contrasto alla criminalità organizzata. Una lettera che Colosimo avrebbe tenuto nel cassetto, stando alle accuse M5S.

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Pallottole contro pietre

Il maggiore generale Avi Bluth, comandante del Comando Centrale israeliano in Cisgiordania, ha dichiarato il 4 maggio a Haaretz che i soldati non sparano ai coloni ebrei che lanciano pietre perché farlo «ha profonde conseguenze sociologiche». Ai palestinesi si applicano norme di ingaggio allentate per creare un «effetto deterrente». Ha aggiunto: «Stiamo uccidendo come non uccidevamo dalla fine del 1967».

Ha parlato con un giornalista, non in sede riservata. Ha usato il 1967 come metro del fuoco attuale in Cisgiordania. Ha chiamato «monumenti zoppicanti nei villaggi» i palestinesi menomati in modo permanente: segnale deliberato del prezzo da pagare. Nessuna affermazione è stata smentita dall’esercito israeliano.

Amnesty International documenta che sparare a chi lancia pietre non è risposta proporzionata: il diritto internazionale ammette la forza letale solo davanti a minaccia imminente di morte o ferimento grave. Il Consiglio per i diritti umani ONU ha registrato dal 28 febbraio 2026 almeno 22 palestinesi uccisi in Cisgiordania da forze israeliane o coloni. Bluth non contesta: rivendica.

Il 9 aprile la Commissione d’inchiesta ONU sui Territori Palestinesi Occupati ha avvertito che Israele «continua a perpetrare atti genocidari a Gaza» e che la crisi cisgiordana è oscurata dall’attenzione internazionale. Il comandante ha scelto questo momento per esporre sulla stampa una dottrina di fuoco che discrimina per nazionalità.

Flotilla Sumud: il tribunale di Ashkelon ha prorogato al 5 maggio la detenzione di Thiago Avila e Saif Abukeshek. Il team legale ha depositato ricorso urgente alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro l’Italia come Stato di bandiera. La flottiglia si prepara a ripartire da Creta.

Haaretz, 4 maggio 2026: «Stiamo uccidendo come non uccidevamo dalla fine del 1967».

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Ici e imu alla Chiesa cattolica: dal decreto Salva-infrazioni alla proroga, i soldi che l’Italia non vuole incassare

Il governo Amato, nel 1992, introdusse l’Ici e già allora esentava gli enti non commerciali per le attività non lucrative. Poi arrivò Berlusconi.

Nel dicembre 2005 la legge 248 estendeva l’esenzione anche agli immobili con attività commerciali: alberghi, scuole paritarie, ospedali. Bastava che l’attività non fosse «esclusivamente commerciale». Da quella data al 2011 la Chiesa cattolica non paga l’Ici sugli immobili in concorrenza con operatori privati laici. Un albergo diocesano e un albergo privato sullo stesso isolato, stesso mercato, hanno tassazione diversa.

Il governo Monti introdusse l’Imu nel 2012, limitando le esenzioni agli immobili privi di finalità economiche. Il pregresso restava: sei anni di agevolazioni illegittime. La Commissione europea qualificò l’esenzione come aiuto di Stato, poi riconobbe all’Italia “l’assoluta impossibilità” di recuperare le somme, perché i dati catastali non consentivano di ricostruire l’imposta per ogni immobile. La vicenda sembrava chiusa.

Nel 2013 la scuola Montessori di Roma presentò ricorso, con il sostegno dei Radicali. Il 6 novembre 2018 la Grande Sezione della Corte di Giustizia Ue ribaltò tutto: l’impossibilità di riscossione erano «mere difficoltà interne» imputabili alle autorità nazionali. L’Italia doveva recuperare le somme per il 2006-2011. Le stime dell’Anci parlavano di 4-5 miliardi.

Cinque anni di silenzio bipartisan

Seguirono quasi cinque anni di silenzio. Nel marzo 2023 la Commissione europea intimò all’Italia di procedere almeno a un recupero parziale, pena una procedura di infrazione. Il governo Meloni era al potere da cinque mesi. Non fece nulla.

Nel settembre 2024 arrivò il decreto-legge 131, il «Salva infrazioni», convertito in legge il 14 novembre 2024. L’articolo 16-bis limitava il recupero agli enti che negli anni 2012 o 2013 avevano dichiarato un’imposta Imu/Tasi superiore a 50.000 euro annui. Sotto quella soglia: nessun obbligo. La maggior parte delle parrocchie rimase fuori. Dai 4-5 miliardi originari si scese, secondo il Corriere della Sera, a una forchetta tra 200 e 500 milioni. Un funzionario dell’Anci confessò al Post che il totale potrebbe attestarsi intorno ai 150 milioni.

Il software che non c’era

Il 23 dicembre 2025 un decreto della Presidenza del Consiglio fissò la scadenza: 31 marzo 2026. Il 26 marzo, cinque giorni prima, Palazzo Chigi firmò un nuovo decreto: proroga al 30 settembre 2026, per «limitata disponibilità di strumenti informatici adeguati». Il Ministero dell’Economia aveva approvato il modello di dichiarazione solo il 4 febbraio 2026. Era già il secondo rinvio: la prima scadenza era quella del settembre 2025, già slittata al 31 marzo. Otto anni dopo la sentenza, l’incasso reale potrebbe collocarsi in autunno 2026.

Ogni rinvio non è neutro. Sulle somme dovute maturano interessi calcolati secondo i criteri europei sugli aiuti di Stato, a partire dalla data in cui i benefici furono concessi.

La storia di questa vicenda disegna una continuità bipartisan che ha pochi eguali. Il privilegio fiscale lo creò Berlusconi nel 2005. Lo lasciò in piedi Prodi, modificandolo nel 2006. Lo smontò formalmente Monti nel 2012, ma solo per il futuro. Il silenzio post-sentenza del 2018 attraversò Conte I, Conte II, Draghi e i primi anni di Meloni. Il decreto Salva infrazioni del 2024 è intervenuto per ridurre l’esposizione degli enti religiosi, non per massimizzare il recupero.

Rimane una domanda che nessuno pone ufficialmente: quanto vale il rapporto con la Santa Sede rispetto a 200 milioni di gettito? La risposta implicita, iterata da maggioranza a maggioranza, è che vale di più. Ogni governo ha trovato la propria tecnica: chi invocando l’impossibilità oggettiva, chi approvando soglie protettive di fatto, chi certificando l’assenza di software a cinque giorni dalla scadenza. La forma cambia ma la sostanza no.

E il 30 settembre 2026? Si vedrà.

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Madia lascia il Pd e va a Italia Viva: chi sono i riformisti che lavorano contro Schlein

Diciotto anni dentro il Partito Democratico: dalla candidatura di Walter Veltroni nel 2008, quando era capolista nel Lazio 1, ai governi Renzi e Gentiloni come ministro per la Semplificazione. Marianna Madia lascia il Pd. Approda, da indipendente, al gruppo di Italia Viva. Per chi l’ha seguita, era questione di tempo.

Facciamo un passo indietro. L’11 marzo scorso, al Senato, un voto su una risoluzione di politica estera. Sul tavolo c’è anche la mozione di Italia Viva, Azione e Più Europa, che impegna il governo a rafforzare il sostegno all’Ucraina senza escludere la cessione di mezzi e basi militari ai partner del Golfo. Madia non firma la risoluzione dem. Firma quella del Terzo Polo, accanto a Pier Ferdinando Casini. Spiega: «Condivido tutto il testo, in vista del Consiglio Ue e di tutto ciò che sta accadendo nel mondo». Poche settimane prima era alla Leopolda di Matteo Renzi, accolta con calore fuori protocollo. Il segnale era già lì, ma nel Pd ci si era abituati a leggerlo come pressione interna. Il disagio ha un nome: il Movimento 5 Stelle. Madia lo ha detto senza circonlocuzioni: con il M5s esiste «una incompatibilità di cultura politica». Una posizione che equivale a contestare l’impianto stesso del “campo largo” di Elly Schlein.

Chi sta dentro e lavora contro

Madia non è sola. L’area che i giornali chiamano “riformista” si è data un logo, un account social e un nome: “I riformisti”. Lorenzo Guerini (Pd), presidente del Copasir, ne è il punto di riferimento. Giorgio Gori (Pd), europarlamentare ed ex sindaco di Bergamo, co-organizza gli eventi. Attorno a loro: Graziano Delrio (Pd), Pina Picierno (Pd), Lia Quartapelle (Pd), Sandra Zampa (Pd), Filippo Sensi (Pd), Simona Malpezzi (Pd). Da ottobre 2025 compaiono insieme a Milano, Prato, Modena, Roma. Il filo è invariato: il Pd ha sterzato verso posizioni incompatibili con una vocazione di governo, l’alleanza con M5s e Avs è tattica non politica, sulla difesa europea la linea è “ambigua”.

Alla direzione del 6 febbraio 2026, la prima in lungo tempo a non finire all’unanimità, la relazione di Schlein ha raccolto 162 voti e 11 astenuti. Prima di Madia aveva già lasciato Elisabetta Gualmini, europarlamentare, passata ad Azione, denunciando la mancanza di «agibilità politica»: stop alle presenze televisive, marginalizzazione in aula. Il ddl sull’antisemitismo di Delrio, che recepiva la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), ha reso il fossato visibile: la dirigenza ha preso le distanze dal proprio senatore. Quartapelle ha risposto: «Se chi ha il ruolo di fare sintesi risponde come un caporale di caserma, con un abuso di autorità». Sul referendum sulla separazione delle carriere del 22 e 23 marzo 2026, il Pd ha indicato il No; parte dei riformisti ha votato Sì.

La porta che si chiude

Guerini, Delrio, Gori, Quartapelle, Picierno, Sensi, Zampa, Malpezzi restano dentro, puntando al congresso di fine 2026. La loro permanenza non segnala una tregua: segnala un conflitto entrato in una fase più lunga, in cui ogni addio alleggerisce la pattuglia senza risolvere la questione di fondo.

Il tempo stringe. Le politiche sono previste nel 2027, Schlein costruirà le liste a propria immagine, riservando ai riformisti lo spazio “minimo indispensabile”. La legge elettorale in discussione, con liste bloccate su base proporzionale, elimina l’unica leva di autonomia per i parlamentari con radicamento locale.

Madia ha scelto di uscire prima che la porta si chiuda. Gli altri ragionano su quando farlo, o su come non doverlo fare. Dentro un partito in cui la minoranza descrive da mesi “aria irrespirabile”, l’alternativa all’uscita è diventare irrilevante. E l’irrilevanza, per chi è stato ministro della Repubblica, costa più di un cambio di casacca.

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Intelligenza artificiale: l’Europa spende 20 miliardi per l’AI e non costruisce niente. La sproporzione con gli investimenti delle Bight Tech Usa parla da sola

Ventiquattro mesi fa Ursula von der Leyen salì sul palco del vertice sull’intelligenza artificiale di Parigi e annunciò InvestAI: 20 miliardi di euro per fare dell’Europa “un continente dell’IA”. Di questi, 20 miliardi destinati alle “gigafactory”, supercalcolatori da oltre 100mila chip ciascuno. L’annuncio fu accolto con il consueto entusiasmo istituzionale. Poi arrivò la realtà.

Politico ha ricostruito i termini di quello che definisce uno spreco potenziale da 20 miliardi: l’accusa è che l’Ue stia costruendo infrastrutture di calcolo che rischiano di non servire allo scopo. Le gigafactory non esistono ancora. Il bando è slittato all’inizio del 2026. Nel frattempo Amazon ha annunciato per quest’anno una spesa da 200 miliardi per l’IA. Google 185. Microsoft e Meta rispettivamente 145 e 135.

I numeri non mentono mai quanto le promesse

La spesa europea per infrastrutture cloud sovrane è stimata a 10,6 miliardi nel 2026, un aumento dell’83 per cento anno su anno che resta una frazione rispetto agli investimenti americani. Arthur Mensch, Ceo di Mistral AI, la sola azienda europea in partita sui modelli linguistici avanzati, ha sintetizzato: «L’Europa sta costruendo un’eccellente regolamentazione con l’AI Act, ma non ci si regola fino alla supremazia computazionale».

Fabbriche, gigafactorie, ecosistemi

Su carta, InvestAI è un salto rispetto alle tredici AI Factory già selezionate, tre delle quali figurano tra i primi dieci al mondo: Jupiter a Jülich al quarto posto, Lumi a Kajaani al nono, Leonardo a Bologna al decimo. Un’analisi delle factory selezionate prima dell’ottobre 2025 rivela la tensione: adatte alla ricerca su modelli medi, non a generare innovazione commerciale a scala continentale.

I consorzi sono composti in larga parte da istituzioni di ricerca, il settore privato è quasi assente. La quota dell’Unione è fissata al massimo al 17 per cento dei costi di ogni gigafactory: il resto deve arrivare dai privati, che stanno a guardare.

Il fantasma di Gaia-X

Prima delle gigafactory c’era Gaia-X. Lanciata nel 2019 per sottrarre dati agli hyperscaler americani, è diventata il simbolo dell’impotenza travestita da ambizione strategica. Dispute interne e un’esecuzione lenta l’hanno ridotta a un palcoscenico per recitare la sovranità digitale senza realizzarla. Le aziende americane sono entrate nel progetto e lo hanno modellato: i tre grandi hyperscaler statunitensi gestiscono ancora il 70 per cento dei servizi digitali europei.

Il Chips Act 2 rilancia una strategia che nella prima versione non è riuscita ad aumentare la produzione continentale di semiconduttori. La spesa in ricerca e sviluppo nell’Ue è di 794 euro pro capite, contro i 2.051 degli Stati Uniti. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno prodotto circa quaranta modelli di fondazione avanzati, la Cina quindici, l’Ue circa tre.

L’AI Act e il freno a mano

L’AI Act, entrato in vigore nell’agosto 2024, stava già scivolando prima di applicarsi. La Commissione non ha rispettato la scadenza del 2 febbraio 2026 per le linee guida sui sistemi ad alto rischio e molti Stati membri non hanno ancora designato le autorità competenti. La risposta è stata il “Digital Omnibus”, presentato il 19 novembre 2025: rinvio delle norme da agosto 2026 a dicembre 2027. Peter Norwood, ricercatore di Finance Watch, lo chiama “deregolamentazione per accelerare”, con i consumatori a pagarne il prezzo. Con 62 iniziative su 96 prive di budget dichiarato, è impossibile verificare se le risorse corrispondano alle ambizioni.

Galileo arrivò tardi e fuori budget. Gaia-X è rimasta su carta. Il bando per le gigafactory ha già slittato, e gli hyperscaler pianificano quasi 700 miliardi di dollari di investimenti per il solo 2026. L’Europa risponde con 20 miliardi, in parte pubblici, in parte sperati.

Qui non si tratta di pessimismo. Si tratta di aritmetica.

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