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Spari del 25 aprile a Roma: chi è il 21enne che ha preso di mira gli attivisti Anpi fermato per tentato omicidio

Stava cercando una gelateria. Aveva appena mangiato con il compagno in un ristorante lungo via Ostiense, i fazzoletti rossi dell’Anpi ancora al collo. È in quel momento che Rossana Gabrieli ha visto fermarsi lo scooter. Honda Sh bianco. Casco integrale. Giubbotto mimetico. «Ho visto quel giovane puntare la pistola con il braccio teso. Ci siamo messi a correre mentre lui sparava. Lo avrà fatto almeno quattro volte».

Era il pomeriggio del 25 aprile 2026 nei pressi di Parco Schuster. Nicola Fasciano, il compagno di Rossana, colpito al collo e a una mano. Lei alla spalla. Pallini ad aria compressa ad altezza d’uomo, da meno di dieci metri. I due, militanti di Sinistra Italiana ad Aprilia, avevano partecipato al comizio del corteo per la Liberazione.

Quattro giorni dopo la Digos ha fermato Eithan Bondì, 21 anni, viale Marconi. Tentato omicidio, porto e detenzione abusiva di armi. Fermo disposto dal procuratore capo Francesco Lo Voi, indagini coordinate dall’antiterrorismo. In casa diversi coltelli sequestrati. La pistola softair non è stata trovata: avrebbe detto di essersene disfatto. Ha confessato.

Come lo hanno preso

Decisivi i frame delle telecamere. Una ripresa in via delle Sette Chiese immortala il momento degli spari. Una seconda, sul Lungotevere di Pietra Papa, inquadra la targa dello scooter. Quel dato incrociato con le banche dati della motorizzazione ha portato al proprietario. Determinante anche una busta di un’azienda di delivery visibile nelle immagini. Studente in architettura, agente immobiliare part-time.

Durante la perquisizione ha dichiarato di appartenere alla Brigata Ebraica. Smentita in poche ore: Davide Riccardo Romano, direttore del Museo della Brigata di Milano, ha dichiarato che l’associazione «ribadisce con forza di non conoscerlo» e di non avere «alcun rappresentante né iscritto nella città di Roma».

Il silenzio che pesa

Quello che Bondì dichiari di sé è dato processuale. Quello che il gesto racconta del clima è già scritto. Rossana Gabrieli ha detto al Corriere: «Non provo odio ma provo tanta tristezza al pensiero di un giovane di 21 anni già così imbevuto d’odio. Questo è il risultato dell’odio nel confronto politico.»

L’Anpi ha segnalato qualcosa di più largo: “Da tempo assistiamo a una deriva estremistica e intimidatoria di parte di alcuni esponenti della Comunità ebraica di Roma. In passato dirigenti nazionali Anpi hanno ricevuto minacce dalla sigla GSE, Gruppo Sionistico Giovanile”. L’associazione ha chiesto alla magistratura di accertare eventuali mandanti e aprire un’inchiesta sui “presunti gruppi paramilitari”, al governo di andare fino in fondo, alla presidente del Consiglio di “prendere posizione, dopo il suo colpevole e gravissimo silenzio”.

Quel silenzio è documentato. Dopo il 25 aprile Meloni aveva trovato parole per la solidarietà a Trump, aveva condannato l’allontanamento della Brigata ebraica da Milano. Sui due manifestanti Anpi a Roma: zero. Il giornalista Gad Lerner ha scritto su Facebook: «Da tempo denunciamo una degenerazione squadristica di elementi che minacciano chi individuano come nemico di Israele. Basta omertà dall’alto.» Ha chiesto lo scioglimento dei “nuclei paramilitari” e ha concluso: «Chi ha accusato l’Anpi di antisemitismo chieda scusa.»

Nel pomeriggio centinaia di persone davanti alla Basilica di San Paolo. Natale Di Cola, segretario Cgil Roma e Lazio: «Quando ci attaccano reagiamo unendoci, alla luce del sole». Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica di Roma, ha condannato il gesto chiedendo di «evitare ogni strumentalizzazione». Gli inquirenti lavorano ancora: Bondì ha agito da solo? I fazzoletti dell’Anpi come bersaglio dichiarato. Il 25 aprile 2026 si chiude così: una pistola ad aria compressa, dieci metri, due sessantenni col fazzoletto partigiano al collo.

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Venezi e l’egemonia culturale della destra

Beatrice Venezi chiama da Los Angeles con la serenità di chi ha già perso tutto e sa esattamente di chi è la colpa. «Se tornassi indietro non cederei alla richiesta insistente di Meloni di suonare a un convegno di FdI», dice al Corriere della Sera. «Sono stata fatta carne da macello, nessuno mi ha tutelata». La direttrice d’orchestra, defenestrata il 27 aprile 2026 dalla Fondazione Teatro La Fenice con un’e-mail del sovrintendente Nicola Colabianchi, offre la mappa di un abbandono che in questo governo ha già una logica consolidata. È la storia di un simbolo esaurito.

La meccanica è sempre la stessa. Prima il riconoscimento: Venezi riceve dalle mani di Federico Mollicone (Fratelli d’Italia), presidente della commissione Cultura alla Camera, il premio Atreju 2021. Nel novembre 2022 l’allora ministro Gennaro Sangiuliano la nomina consigliera per la Musica. Meloni definisce le sue parole sulla cultura identitaria «orgogliose e coraggiose». A marzo 2025 figura tra i relatori di «Spazio Cultura», la due giorni di FdI a Firenze, sul palco accanto a Mollicone e al sottosegretario Gianmarco Mazzi. Poi, quando il licenziamento diventa imbarazzante, il ministro Alessandro Giuli certifica l’abbandono: la decisione è «insindacabile, pur condivisa appieno». Il governo prende le distanze e al tempo stesso le sposa.

Pantheon usa e getta

Venezi ha una lucidità che le fa onore: «Questa destra aveva bisogno della mia faccia pulita e mi ha utilizzata e poi buttata via». Descrive il modo in cui questo governo ha sempre inteso la cultura: un arsenale di simboli da agitare nella guerra all’egemonia immaginaria della sinistra, da riporre nello sgabuzzino quando diventano scomodi.

Il caso Venezi non è il primo. Vittorio Sgarbi, nominato sottosegretario alla Cultura come bandiera dell’anticonformismo di destra, lascia l’incarico nel febbraio 2024 dopo che l’Antitrust giudica incompatibili le sue attività esterne. Il governo osserva senza intervenire. Poi tocca allo stesso Sangiuliano, demolizionista in carica dell’«egemonia culturale della sinistra»: le dimissioni arrivano il 6 settembre 2024, quando la storia con l’imprenditrice Maria Rosaria Boccia travolge ogni argine. Meloni lo ringrazia per «lo straordinario lavoro svolto» e lo sostituisce con Giuli, lo stesso che oggi condivide il licenziamento di Venezi.

La grammatica del simbolo

L’ossessione per l’egemonia gramsciana, storpiata fino all’irriconoscibilità, ha prodotto una politica culturale che assomiglia a una gestione di palinsesto: si mettono in onda certi volti e si tolgono dall’aria quando gli ascolti calano. Venezi lo dice con franchezza: «Perché il governo non mi ha difesa Perché io non ho tessere e non sono funzionale». La parola «funzionale» è la più precisa di tutta l’intervista. La cultura, in questa visione, non ha autonomia: è funzionale o non è.

Il meccanismo non si ferma alla cultura. Daniela Santanchè, ministra del Turismo e simbolo della fedeltà identitaria al melonismo, viene difesa per tre anni contro ogni mozione di sfiducia. Poi, il 25 marzo 2026, Meloni le chiede le dimissioni via comunicato pubblico. Santanchè si adegua con una lettera in cui scrive «obbedisco» e aggiunge di essere «abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri». Tre anni di scudo, poi un comunicato. La fedeltà non è mai stata un investimento: è una cambiale con scadenza mobile.

Nella stessa mattinata del licenziamento, Giuli interviene in diretta da Fiorello su Radio 2 e promette che, se il ministero riuscirà ad acquistare il Teatro delle Vittorie, «nominerò Beatrice Venezi alla direzione». Il cerchio si chiude? Scaricata dalla Fenice via e-mail, riciclata come pedina su un palco radiofonico poche ore dopo? Si vedrà. Di sicuro, per ora, c’è che l’avvocato di Venezi sta già valutando la causa contro la Fondazione.

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Strappa un manifesto per Ramelli, giovane pestato a Milano. De Corato (FdI): “Se l’è cercata”. Poi arriva il dietrofront

Un uomo di 33 anni ieri strappa un manifesto in via Amadeo, zona Città Studi, poco prima di mezzanotte. Una Golf si ferma. Alcune persone scendono. Lo circondano e lo colpiscono con calci, pugni e colpi di casco fino a spaccagli il sopracciglio. Poi risalgono in macchina e ripartono. Fin qui, una spedizione punitiva come se ne vedevano in certi anni che ci siamo raccontati chiusi.

La colpa della vittima

Il giorno dopo, a margine della commemorazione di Sergio Ramelli, Riccardo De Corato (Fratelli d’Italia) spiega l’accaduto: «È stato picchiato perché ha voluto andarsele a prendere. Uno che va a strappare i manifesti di Ramelli già è grave, che lo faccia il giorno in cui è stato ammazzato… non aggiungo altro». De Corato non aggiunge altro, appunto. Ha già detto tutto.

La logica è limpida: strappi un manifesto, ti picchiano, te la sei cercata. Una grammatica che altrove si chiama giustificazionismo; qui circola tranquillamente davanti alle telecamere, senza bisogno di abbassare la voce.

Nel pomeriggio lo stesso deputato fa dietrofront: aveva «erroneamente compreso» che l’aggressione fosse «solamente qualche parola grossa». Aveva capito male.

Alessandro Capelli, segretario metropolitano del Partito democratico, ha definito l’aggressione «un fatto grave e inaccettabile», ricordando che da anni Città Studi viene tappezzata di manifesti firmati «i camerati», con corteo che chiude ogni anno coi saluti romani. Quest’anno c’è stata la novità del pestaggio.

Quando un parlamentare dice che chi viene picchiato se l’è cercata perché ha strappato un manifesto, la soglia è già oltre.

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La storia che non vuoi leggere sul caso Minetti

Il bambino nasce nel 2017 a Maldonado, Uruguay. Padre in carcere. Madre indigente: così povera da non permettersi un avvocato, tanto che il tribunale le riconosce l’ausiliatoria de pobreza. Il giudice dispone l’affido all’Inau con un mandato: ricongiungere madre e figlio. Un bambino con una famiglia, non un orfano. Questa è la notizia. Quasi sepolta sotto lo scontro Nordio-Quirinale. Nell’…

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L’Italia dei giornalisti sotto scorta: non solo Ranucci, in venti sotto tutela. Ecco il rapporto europeo che ci mette tra i “dismantlers”

Il 17 ottobre 2025, qualcuno ha piazzato quasi un chilo di esplosivo sotto l’auto di Sigfrido Ranucci a Pomezia. L’ordigno ha distrutto anche la macchina della figlia. La Procura di Roma ha concluso che non era un avvertimento: era un tentativo di omicidio. Gli investigatori della Dda seguono la pista dei Casalesi.

Ranucci vive sotto scorta dal 2021. Il Liberties Media Freedom Report 2026, uscito il 28 aprile, lo colloca in una statistica che dovrebbe far discutere: venti giornalisti italiani vivono sotto protezione a tempo pieno. Il numero più alto d’Europa.

Il rapporto, il quinto della Civil Liberties Union for Europe con 43 organizzazioni civili in 21 paesi, analizza il 2025 in 22 stati membri. Classifica l’Italia tra i “dismantlers”: governi che sistematicamente indeboliscono lo stato di diritto, insieme a Bulgaria, Croazia, Ungheria e Slovacchia. Per Orbán vale un discorso a parte; il deterioramento è così avanzato da non fare più paragoni. L’Italia occupa la fascia di mezzo di questa classifica che nessuno vorrebbe guidare.

Giornalisti nel mirino

Sul fronte della sicurezza, Mapping Media Freedom ha registrato 118 violazioni della libertà di stampa in Italia nel 2025: in maggioranza verbale, in 15 casi di violenza fisica. A maggio Luciana Esposito, giornalista che scriveva di criminalità nella zona est di Napoli, ha ricevuto la scorta: sesta giornalista campana sotto protezione. Sul capitolo spyware: Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it, e Ciro Pellegrino, capocronaca dello stesso giornale, sono stati spiati con Graphite, il software israeliano di Paragon Solutions venduto esclusivamente a governi. Il Citizen Lab dell’Università di Toronto ha certificato entrambi gli attacchi. Il Copasir ha confermato l’uso di Graphite su attivisti di Mediterranea ma ha negato di aver preso di mira Cancellato. Paragon ha rescisso il contratto con l’Italia. Le indagini delle procure di Roma e Napoli restano aperte.

L’Italia è il paese europeo con il maggior numero di cause strategiche contro il giornalismo nel 2025, secondo la coalizione Case. Il capo di gabinetto di Meloni, Gaetano Caputi, ha intentato causa contro Report e contro Domani. Anche il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha depositato azioni legali contro entrambe le testate. Il recepimento della Direttiva Anti-Slapp, con scadenza al 7 maggio 2026, è apparso come intenzione di governo solo a dicembre 2025, dopo le mozioni parlamentari seguite all’attentato Ranucci. Anni di silenzio, poi qualche settimana prima della scadenza.

Rai, Agcom e il pluralismo di carta

Sulla Rai, il modello di finanziamento viola i requisiti di sostenibilità dell’Emfa, l’European Media Freedom Act entrato in vigore nell’agosto 2025. La nomina della presidente sostenuta dal governo, Simona Agnes, è rimasta bloccata: la Commissione di Vigilanza non ha raggiunto il quorum dei due terzi per la ratifica. La Rai ha operato per mesi senza un presidente nominato. L’emendamento alla legge di bilancio 2026 prevede un taglio di 30 milioni di euro nei contributi pagati dalle imprese commerciali tra il 2026 e il 2028.

L’Agcom ha pubblicato il report sul pluralismo del 2022 nel 2024. Il rapporto Liberties lo registra senza sconti: l’autorità non tratta l’indipendenza editoriale come un concetto distinto dal pluralismo. Due cose separate nella realtà, fuse nel regolamento. La fiducia degli italiani nei media era al 34% nel 2024, è risalita al 36% nel 2025. Chi si informa sui social scende al 27%.

Venti giornalisti sotto scorta. Nessuna legge contro le cause bavaglio. Una Rai senza presidente. Uno spyware militare puntato sulle redazioni. Il rapporto descrive l’Italia senza perifrasi: un Paese in cui esercitare il giornalismo è diventato strutturalmente pericoloso. Agcom pubblica i numeri con due anni di ritardo. Il governo assicura di rispettare le leggi.

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Processo OpenAI, Musk contro Altman: scelti i nove giurati chiamati a decidere su una trasformazione societaria da 852 miliardi di dollari

Nove giurati selezionati, nessun imputato in aula, e il proprietario della piattaforma che pubblica insulti mentre i suoi avvocati preparano gli argomenti introduttivi. Il processo Musk v. Altman è cominciato ieri a Oakland, California, esattamente come ci si aspettava: con l’aria di una rissa tra miliardari travestita da questione di principio.

Elon Musk, cofondatore di OpenAI nel 2015, ha scelto di restare fuori dall’aula durante la selezione dei giurati. Ha preferito il suo social network. “Scam Altman and Greg Stockman stole a charity. Full stop,” ha scritto lunedì mattina, mentre la giudice Yvonne Gonzalez Rogers sedeva i nove cittadini nel collegio. Oggi, martedì 28 aprile, iniziano gli argomenti introduttivi.

Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, era in aula con Greg Brockman, cofondatore e presidente. OpenAI ha risposto su X: “We can’t wait to make our case in court where both the truth and the law are on our side. This lawsuit has always been a baseless and jealous bid to derail a competitor.”

La geometria di una causa

Il processo chiede a nove persone comuni di giudicare una trasformazione societaria da 852 miliardi di dollari. OpenAI è stata fondata nel 2015 come organizzazione no-profit per sviluppare l’intelligenza artificiale “a beneficio dell’umanità.” Musk vi ha investito 38 milioni di dollari tra il 2015 e il 2017. Nel marzo 2019, tredici mesi dopo la sua uscita dal consiglio, la società ha costituito una controllata commerciale. Musk sostiene di essere stato ingannato: avrebbe finanziato un ente caritatevole, salvo vederlo trasformarsi in una macchina da profitto.

Le accuse rimaste sono due, unjust enrichment e breach of charitable trust, dopo che le ventiquattro restanti sono cadute nell’istruttoria. I danni richiesti, da devolvere al ramo no-profit, oscillano tra 134 e 150 miliardi di dollari. OpenAI replica che Musk era coinvolto nelle discussioni sulla conversione, che avesse spinto per diventare amministratore delegato, e che la causa serva a sostenere xAI, la sua impresa rivale. Il processo si svolge in due fasi: verdetto consultivo della giuria, poi la giudice deciderà sui rimedi. A ciascuna parte sono state assegnate 22 ore.

I documenti che non si dovevano trovare

Il materiale più imbarazzante proviene dall’interno di OpenAI. Tra le migliaia di pagine ottenute dai legali di Musk tramite citazione giudiziaria nel 2025 figurano i diari di Greg Brockman. Nell’autunno del 2017 annotava: “This is the only chance we have to get out from Elon. Is he the ‘glorious leader’ that I would pick?” E ancora: “Financially, what will take me to $1B? Accepting Elon’s terms nukes two things: our ability to choose… and the economics.”

La giudice Gonzalez Rogers, nella decisione del 15 gennaio 2026, ha citato quelle pagine come “ample evidence” sufficiente al rinvio a giudizio, avvertendo che la stima dei danni è “pulled out of the air”. Sono attesi Ilya Sutskever, già capo degli scienziati di OpenAI, e Satya Nadella, amministratore delegato di Microsoft, citato come convenuto.

Sam Brunson, professore di diritto no-profit alla Loyola University Chicago, ha sintetizzato per Fortune la difficoltà di Musk: chi dona a un ente caritatevole perde il controllo su quel denaro. L’unica via è dimostrare la frode nel momento della donazione. Il che è ciò che Musk ha tentato per due anni, salvo poi chiedere lui stesso di stralciare le accuse di frode prima dell’udienza.

La causa ha una dimensione performativa che nessuno nasconde. Musk vuole umiliare Altman. Altman vuole umiliare Musk. “Can’t wait to start the trial. The discovery and testimony will blow your mind,” aveva scritto Musk a gennaio. Altman a febbraio: “Really excited to get Elon under oath in a few months, Christmas in April.”

Oggi è aprile. Gli argomenti introduttivi iniziano.

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Dal 2023 arrestati 1.800 minori palestinesi

Il Palestine Centre for Prisoners’ Studies ha pubblicato il 28 aprile un rapporto che documenta 1.800 arresti di minori palestinesi dall’ottobre 2023. Tra i detenuti ci sono bambini di dieci anni. Un neonato di sette mesi è nato in carcere da una madre detenuta. Trecentocinquanta minori restano nelle prigioni di Megiddo e Ofer: 90 in detenzione amministrativa, senza accusa né processo.

I minori riportano percosse e privazione di cibo e cure. Walid Ahmad, diciassette anni, di Silwad, è morto a Megiddo per mancanza di assistenza medica. Defense for Children International-Palestine, che documentava questi casi dal 1991, ha cessato le attività il 7 aprile. Human Rights Watch imputa la chiusura alla “criminalizzazione israeliana delle organizzazioni per i diritti palestinesi”. Il monitoraggio si interrompe mentre i numeri toccano il record storico.
Al 31 dicembre 2025 il 51 per cento dei minori era in custodia senza accusa, secondo Al Jazeera: la percentuale più alta dal 2008, quando DCIP aveva cominciato il conteggio. HaMoked certifica che ad aprile 2026 i detenuti classificati come “sicurezza” sono 8.309, di cui 3.532 senza processo.

La Global Sumud Flotilla, partita il 26 aprile da Augusta con sessanta imbarcazioni, naviga nello Ionio. Abbiamo già raccontato come il 27 aprile la portavoce UE Eva Hrncirova ha dichiarato che Bruxelles “sconsiglia” la missione giacché “mette a rischio la sicurezza dei partecipanti”. Olof Gill, vice portavoce, interpellato su cosa Bruxelles chiedesse a Israele, ha risposto: “Sull’argomento non abbiamo altro da dire.”

l Centre for Prisoners’ Studies conclude che le pratiche “violano il diritto internazionale a tutela dei minori e possono costituire crimini di guerra”. L’organismo che per 35 anni aveva reso quella valutazione verificabile è stato chiuso da tre settimane.

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Il giornalismo, il dito e la luna

Il Quirinale ha scritto al ministero della Giustizia. Vuole sapere se i fatti su cui si è fondato il decreto di grazia a Nicole Minetti, condannata per peculato e favoreggiamento della prostituzione, siano veri. La domanda viene da un’inchiesta del Fatto quotidiano: bambino uruguayano, adozione opaca, madre scomparsa, due avvocati morti che la procura di Garzón indaga per duplice omicidio.

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Addio ai fossili, in Colombia la conferenza che l’Onu non ha saputo fare: 56 Paesi presenti tra cui l’Italia

Santa Marta, nel quinto paese al mondo per produzione di carbone, ospita la prima conferenza internazionale dedicata all’uscita dai combustibili fossili. La scelta non è decorativa: portare il dibattito là dove il problema ha carne e ossa. Dal 24 al 29 aprile, Colombia e Paesi Bassi convocano cinquantasei nazioni per costruire quello che l’Onu non ha saputo costruire in trent’anni: una roadmap per abbandonare petrolio, gas e carbone.

Il contesto è istruttivo. Lo Stretto di Hormuz è chiuso, o quasi. L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran ha prodotto il terzo shock energetico in meno di un decennio. La spesa di una famiglia italiana ha già superato i duemila euro annui, secondo Arera. È in questo scenario che arriva la delegazione italiana: senza annunci, confermata solo sotto interrogazione parlamentare.

Il tabù che nessuna COP ha rotto

Per trent’anni i negoziati sul clima si sono concentrati sulle emissioni, schivando la causa principale: l’estrazione di petrolio, gas e carbone. Solo alla Cop28 di Dubai, nel 2023, l’espressione “transitioning away from fossil fuels” è entrata nel linguaggio multilaterale, senza meccanismi vincolanti né date. Alla Cop30 di Belém, a novembre 2025, il testo finale non nomina i combustibili fossili. I petrostati sfruttano la regola del consenso Onu, dove bastano le obiezioni di uno dei centonovantotto partecipanti per bloccare tutto.

Santa Marta nasce da quella frustrazione: una coalizione su soluzioni concrete, percorsi legali, strumenti finanziari. Il documento finale andrà alle presidenze di Cop30 e Cop31, con una seconda conferenza già annunciata per il 2027 a Tuvalu. Al tavolo siedono grandi produttori come Australia, Canada e Norvegia. Assenti, per scelta, Stati Uniti e Russia.

L’anomalia italiana

L’Italia è tra i cinquantasei. La presidenza colombiana ne ha confermato la presenza. Il 22 aprile, in un question time alla Camera, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha risposto che «l’Italia sostiene un approccio realistico alla transizione che coniughi ambizione climatica, sostenibilità economica e sicurezza degli approvvigionamenti».

“Approccio realistico” è la formula con cui questo governo descrive la propria immobilità. Il Decreto-Legge n. 21 del febbraio 2026, approvato con voto di fiducia il 31 marzo, ha prorogato il phase-out dal carbone al 31 dicembre 2038: tredici anni oltre l’obiettivo precedente. Lo stesso decreto ha trasferito in bolletta i costi del sistema Ets ai produttori da gas. Nei primi tre mesi del 2026 il gas ha fissato il prezzo dell’elettricità in Italia per l’89% delle ore; in Spagna per il 15%. Il capo economista dell’Ocse Stefano Scarpetta ha avvertito che l’Italia «è molto esposta» ai fossili, con «ricadute sulle famiglie, soprattutto quelle meno abbienti». Cgil, Greenpeace Italia e WWF Italia, con altri otto organismi, hanno chiesto ai parlamentari con quale mandato il governo parte.

La scienza al tavolo

I primi due giorni hanno prodotto lo “Scientific Panel on Global Energy Transition”, organismo indipendente con sede all’Università di San Paolo. La ministra Irene Vélez Torres lo ha presentato con Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research, e il climatologo Carlos Nobre. Mandato: roadmap applicabili paese per paese. Rockström ha ricordato che nel 2024 oltre il 90% dell’espansione globale della capacità elettrica è venuta da rinnovabili: il freno è politico. Oltre il 60% delle guerre è legato al controllo di petrolio, gas e carbone. Lo Stretto di Hormuz è la conferma più cara.

Domani (29 aprile) Santa Marta chiuderà con un documento destinato ai negoziati verso la Cop31 in Turchia. L’Italia arriverà con un carbone prorogato al 2038 e una bolletta da duemila euro. “Approccio realistico”, ha detto il ministro. Realistico è una parola.

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Venezi-Minetti: storie diverse, stesso metodo

Domenica La Fenice di Venezia ha annullato le collaborazioni future con Beatrice Venezi, difesa per mesi dalla maggioranza di governo, poi scaricata dopo un’intervista al quotidiano argentino La Nación in cui aveva accusato i musicisti di tramandare i posti «di padre in figlio». Il sovrintendente Nicola Colabianchi ha preso le distanze con la stessa velocità con cui si era accorto che il vento era cambiato. Palazzo Chigi: Meloni «non è stata coinvolta in alcun modo».

Venezi era arrivata alla Fenice per linea diretta: consigliera musicale del ministero della Cultura sotto Sangiuliano, ospite di Atreju, premiata da Federico Mollicone (FdI) «per il suo immenso talento». Il governo aveva trasformato quella vicinanza in titolo di merito. Mesi di proteste, volantini in sala: tutto resistito. Poi un’intervista a Buenos Aires e la copertura è evaporata.

Mentre Venezia festeggiava, ieri saltava fuori l’altra storia: Nicole Minetti, ex consigliera regionale lombarda condannata in via definitiva doveva a una pena complessiva di tre anni e undici mesi per favoreggiamento della prostituzione nel Ruby-bis e per peculato nella rimborsopoli lombarda, aveva ottenuto la grazia presidenziale il 18 febbraio 2026 su proposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Motivazione: le condizioni di salute di un minore affidatole in Uruguay. Il Fatto Quotidiano ha ricostruito che il bambino aveva entrambi i genitori viventi, e che il San Raffaele e l’ospedale di Padova, citati come strutture che avrebbero sconsigliato di operarlo in Italia, hanno smentito: quel nome non risulta nei loro terminali. Il Quirinale ha scritto a Nordio: verificare con urgenza «la fondatezza di quanto rappresentato». L’istruttoria che il ministero avrebbe dovuto fare prima di firmare il parere, la sta aprendo adesso. Anche se ieri Minetti ha liquidato come notizie “false” gli scoop del Fatto.

Sono due storie diverse. Eppure entrambe mostrano un governo convinto di gestire questioni di rilievo istituzionali con metodi decisamente poco istituzionali. La logica è la stessa: si trova il modo, si firma il parere, si reggono le posizioni finché si può. Poi arriva il momento in cui non regge più. E allora si dice che i vertici non erano coinvolti. O si apre un’istruttoria su una grazia firmata due mesi fa.

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