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Carlo Calenda esiste solo quando riesce a dividere

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Carlo Calenda ha partecipato alla sua prima campagna elettorale nel 2012, tra le fila di Scelta Civica di Mario Monti. Non venne eletto ma Enrico Letta lo premiò con un posto da viceministro dello sviluppo economico.

Da Scelta Civica in poi Carlo Calenda ha collezionato una carriera di polemiche e rotture

Poi Matteo Renzi subentrò a Letta e l’allora segretario del Partito Democratico decise di lasciarlo lì. Nel 2015 annuncia di lasciare Scelta Civica e di aderire al Pd. Ci ha messo un po’: nel 2018. Passano pochi mesi e lancia il suo contenitore all’interno del Partito democratico, “Siamo Europei”. Poi siamo al presente: Calenda lascia il Pd e fonda il suo partito personale, Azione. 

Basta questo per capire facilmente che Carlo Calenda esiste quando riesce a dividere. «Il cattivo gusto e la maleducazione di Calenda si commentano da soli. Oltre ad essere confuso, è un ragazzino viziato e cafone», disse di lui Mara Carfagna, ora sua compagna di partito.

Nell’alleanza elettorale che ha in mente Enrico Letta, suggellata oggi con un patto sottoscritto insieme a +Europa, Calenda nel giro di pochi giorni di campagna elettorale è riuscito ad attaccare il Pd per avere «abbandonato troppo presto l’agenda Draghi». Poi se l’è presa con i Verdi e con Bonelli per il loro «ambientalismo ideologico». Poi ha chiamato la comunità di Sinistra Italiana «frattaglie di sinistra» non disdegnando almeno un attacco al giorno a Nicola Fratoianni.

Calenda non ha mai smesso nemmeno di menar colpi anche al suo ex amico Matteo Renzi, colpevole, secondo lui, di lavorare per un polo di centro in cui Calenda non abbia il ruolo di unica guida. 

Calenda si è auto-candidato a Presidente del Consiglio, dimenticandosi di essere un piccolo partito all’interno di un’alleanza elettorale di cui il Partito Democratico è baricentro (lo dicono i voti). Quando qualcuno gli ha fatto notare che voler prendere il posto di Mario Draghi fosse un eccesso tragicomico di narcisismo Calenda ci ha spiegato che «la politica si fa candidandosi».

A modo suo ha ragione: per lui la politica è tutt’uno con il potere. Nel frattempo se l’è presa con Tabacci che ha regalato a Di Maio la possibilità di candidarsi senza raccogliere le firme. Di Maio e Tabacci, cale la pena sottolinearlo, dovrebbero essere nell’alleanza di Calenda, insieme a Bonelli e Fratoianni.

Si è dimenticato Calenda che lui ha usato lo stesso trucco: il simbolo di +Europa gli permette di saltare a piè pari la raccolta delle firme. Ma Calenda è fatto così: ciò che fa lui è incontestabile, sempre. Del resto perfino l’ex ministra Gelmini, protagonista della distruzione della scuola in Italia, ora è diventata una statista. 

Ieri ha passato tutta la giornata a sputare veleno sul PD e sui suoi ipotetici alleati per la campagna elettorale. Il “grande pericolo della destra sovranista” si è rimpicciolito di colpo perché Calenda vuole sapere che si fa sul rigassificatore di Piombino. Intanto ha sempre in tasca la sua proposta sul nucleare che ha fatto sbellicare dalle risate (per tempi e costi) anche i nuclearisti. Il PD, dopo una giornata frenetica, ha chiesto di non porre veti. Come ha risposto Calenda «Enrico Letta sei troppo intelligente per considerare questo appello una risposta». La risposta passivo-aggressiva del resto è una delle sue specialità. 

Non è nemmeno importante sapere come andrà a finire, alla fine si rimetterà a cuccia. Ciò che conta, soprattutto in campagna elettorale, è l’idea di unità di intenti – se non di programmi – di ogni alleanza che si presenta alla corsa. Ieri il “campo largo” di Letta non aveva “occhi di tigre” ma sbrodolava picche e ripicche. Gli unici punti di programma sono l’inossidabile narcisismo di Carlo Calenda e il PD che si umilia inseguendolo.

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Fate qualcosa di sinistra

Sì, lo so bene, questo è il tempo degli appelli e probabilmente degli appelli tardivi. Forse andrebbe anche detto che gli appelli di questo tipo risultano sempre “tardivi” anche perché in questo Paese solo il profumo di elezioni sembra capace di trasformare la realtà e di alimentare l’iniziativa.

Lo scrive il gruppo di Qualcosa di sinistra:

«Lettera aperta a

Aboubakar Soumahoro, DeMa, Europa Verde, Gruppo ManifestA, Possibile, Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, Sinistra Italiana

Siamo persone che il 25 settembre andranno a votare con la consapevolezza dell’ennesima sconfitta. Ci conoscete bene: siamo il popolo di sinistra stanco, arrabbiato, disilluso, stremato dalla situazione politica, economica, sociale e culturale di questo paese.

Sono decenni che, a un rafforzamento costante del blocco politico neoliberista, corrisponde la lenta frammentazione di quello socialdemocratico, ecologista e comunista.

Il 25 settembre questo paese sarà costretto a scegliere tra la coalizione più a destra della storia repubblicana e quella che farà esclusivamente gli interessi della classe dominante economica e finanziaria.

Abbiamo scritto questo appello in preda alla rabbia e alla disperazione, per chiedervi di mettere da parte opportunismi e ostilità e fare l’unico gesto di responsabilità nei confronti del Paese, del vostro popolo.

Per chiedere ad alcuni un passo indietro e ad altri un passo avanti.

Fate la cosa più ovvia, che per troppi anni è sempre stata la più difficile da realizzare: trasformate i valori in cui credete e crediamo in azione politica e costituite un’alleanza elettorale di sinistra alle prossime elezioni. Altrimenti sarà l’ennesima occasione sprecata per avviare un processo di rinnovamento strategico verso un progetto unitario.

E senza unità, il destino della sinistra italiana è uno solo e si chiama estinzione.

Non abbiamo più tempo da perdere.

Iniziate subito questo percorso di dialogo, mediazione e sintesi politica per contrastare l’ignobile agenda Draghi e quella ancora più violenta dell’estrema destra.

Un altro orizzonte comune è fattibile e urgente, per ridare speranza a milioni di persone schiacciate da politiche antipopolari, da echi di un nero passato mai superato e da un futuro chiamato collasso climatico.

Ormai è chiaro a chiunque che il ricatto del voto al meno peggio non porta alcun miglioramento politico, sociale ed economico alle fasce di popolazione più deboli e sempre più numerose.

E le recenti elezioni cilene, colombiane e francesi hanno tracciato la strada da percorrere per costruire la rinascita di una sinistra popolare, ecologista, transfemminista, antirazzista e anticolonialista.

Basta con i festeggiamenti per le vittorie della sinistra di altre nazioni.

Basta con egocentrismi e integralismi che portano solo all’eterna irrilevanza.

Basta con i campi larghi senza futuro e compromessi con i nemici di classe.

Pretendiamo l’unità socialista per ridare al popolo di sinistra e al Paese qualcosa in cui credere. Qualcosa per cui lottare.

Ascoltate la nostra voce per costruirne una sola.

Che la sinistra si unisca e faccia finalmente la sinistra!».

Buon martedì.

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Salvini e Meloni litigano già per le poltrone

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Non ce la fa Matteo Salvini a tenere a freno la lingua, come gli consigliano anche i suoi più fedeli compagni di partito. C’è da capirlo. Ha passato anni a sognare questo momento, vedendosi incoronato come leader della Lega primo partito in Italia  dopo averla raccolta mentre era di pochi spiccioli percentuali e invece ogni giorno che passa vede l’obiettivo sempre più improbabile, praticamente impossibile.

Giorgia Meloni incassa ogni giorno endorsement sempre più convinti e ha adottato la strategia di apparire la responsabile del gruppo, tra Berlusconi e Salvini (e lo so, fa già ridere così) e come avviene spesso in questo Paese un pezzo della stampa e dell’imprenditoria è pronta a ad asservirsi. Salvini osserva Meloni che si staglia all’orizzonte come europeista e atlantista, pronta a calcare i consessi internazionali, mentre a lui non resta che lucrare sugli sbarchi, sulle tasse e sulla propaganda trita e ritrita che ormai non funziona più.

Matteo Salvini si è autocandidato ministro dell’Interno

«Mancano 55 giorni al voto. – dice Salvini in tour elettorale a Chioggia (Venezia) – Noi ci siamo impegnati a fare campagna elettorale basata solo sulle proposte. Più la sinistra insulta, più noi dobbiamo rispondere con i fatti e il sorriso. Di là sono terrorizzati dal fatto di perdere la poltrona. Se va come va, tra un mese e mezzo il centrodestra governerà per cinque anni questo paese e la Lega sarà alla guida di questo centrodestra».

Le proposte di Salvini? «Azzerare l’Iva, le tasse sui beni di prima necessità, pane, pasta, latte, frutta, verdura», che è poi una proposta di quasi tutti i partiti e magari – dice il segretario della Lega – farlo togliendo il reddito di cittadinanza: «io penso che potrebbero essere meglio spesi una parte di quei quattrini», spiega strizzando l’occhio a Renzi. 

Ma il centrodestra non è tranquillo e non finge nemmeno troppo bene. «Sul tavolo del programma la Lega chiederà agli alleati di firmare, per poi essere omogenei dopo una eventuale vittoria, alcuni accordi», ha detto Matteo Salvini a Radio anch’io, facendo intendere che manca l’intesa su alcuni punti. «Il centrodestra è compatto.

I litigi li lasciamo a Letta, Calenda, Renzi e Conte», dice Salvini, che subito dopo aggiunge «se va come va, tra un mese e mezzo il centrodestra governerà per cinque anni questo paese e la Lega sarà alla guida di questo centrodestra», provando a rivendicare ancora una leadership nella coalizione a cui non crede più nessuno. Giorgia Meloni intanto si gode l’ultimo sondaggio di Youtrend per Sky Tg24 che vede ill suo partito al 24,2%, (sette giorni fa era al 23,8%) e si limita a qualche messaggio sui social contro Letta, provando a non cadere nelle trappole dei suoi alleati.

Salvini e Meloni litigano sulle poltrone già prima del voto

Il centrodestra comunque da giorni bolle per la scelta delle poltrone del nuovo governo che ha già in mente di presiedere. L’ordine all’interno della coalizione è quello di non lasciare trasparire tensioni che non sono nient’altro che spartizioni di potere ma Giorgia Meloni ha già prenotato Palazzo Chigi e Salvini, per non essere da meno, si è già intestato il Viminale, provando a ripetere la scenetta dell’uomo forte al Ministero dell’Interno per guadagnare autorevolezza.

«Al Viminale? Io mi vedo dove gli italiani mi vedono», dice Salvini in un’intervista radiofonica e non è un caso che i suoi attacchi alla ministra Lamorgese si siano intensificati. Alla fine, come al solito, prova a calmare gli animi il coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani che ai microfoni di Radio24 spiega: «se tutto il centrodestra è d’accordo, si può indicare qualche nome anche se non si può indicare tutta la lista. Berlusconi sta riflettendo su alcune personalità importanti. Ovviamente nel rispetto del ruolo del presidente della Repubblica».

Secondo Tajani per la scelta dei ministri, anche di quello dell’Economia, «ci vuole la qualità e l’esperienza, non è indispensabile sia parlamentare. Ma – aggiunge – ci vogliono persone capaci e competenti nei diversi settori». «Io il ministro per un annetto l’ho fatto – ribadisce Salvini -. Se ci ridarete fiducia torneremo a proteggere i confini del nostro Paese e portare sicurezza nelle nostre città, perché non è possibile vedere migliaia di sbarchi incontrollati».

«Solo nel mese di luglio di quest’anno – ha aggiunto – sono sbarcati più clandestini che tutto il 2019 quando c’era la Lega al governo con 6 milioni di italiani poveri che devono scegliere tra il pranzo e la cena».

Ha un grande appetito questo centrodestra che vorrebbe sembrare adulto. È l’appetito per le posizioni di potere di chi appare convinto di poter governare senza bisogno di stampelle o all’interno di governi di “unità nazionale”. Ed è quella fame che fa spavento, questo loro spartirsi la Repubblica ancora prima delle elezioni, noncuranti delle elezioni e del Presidente della Repubblica. Del resto è la loro natura. 

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Il bestiario elettorale: Letta morso dai quasi alleati

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Il segretario del Partito Democratico Enrico Letta al Tg2 rilancia una proposta di maggio 2021: dare i soldi ai diciottenni alimentandola con un incremento delle tasse sulle successioni. C’è da rallegrarsene, se la campagna elettorale esce dai personalismi e comincia a proporre soluzioni è un bene per tutti.

SCUSATEMI, MI È SCAPPATA UNA COSA DI SINISTRA
Solo che il (forse) alleato Calenda si inalbera: «ai diciottenni non serve una dote ma un’istruzione di qualità e meno tasse sul lavoro», dice. Del resto per Calenda l’unica istruzione che serve a un diciottenne è quella che insegna a entrare in fabbrica e a timbrare il cartellino senza troppe pretese. L’altro (forse) alleato del PD Matteo Renzi si indigna: «la sinistra apre la campagna elettorale parlando di tasse», dice. L’equazione sinistra=tasse era un’invenzione di Berlusconi poi rimasticata dai suoi camerieri Meloni e Salvini. Finché non l’ha cominciata a usare un ex segretario del PD. Alleanze coese.

DI MAIO A BIBBIANO
Il “campo largo” di Letta avrebbe intenzione di candidare Luigi Di Maio in un collegio blindato a Modena. La capogruppo Dem alla Camera Debora Serracchiani alla Festa Regionale del Pd di Villalunga ha spronato i suoi compagni di partito con una frase piena di ottimismo: «quindi se serve al Paese sono pronta a ingoiare un rospo enorme e a farmi venire mal di testa tutti i giorni». Non male come prospettiva futuro. In quel collegio, tanto per aggiungere pieghe tragicomiche a una situazione già poco seria, c’è anche il comune di Bibbiano. Aveva ragione Di Maio: il PD è il partito di Bibbiano e Di Maio è il suo ambasciatore. Cortocircuito.

GIURIN GIURETTA CALENDA
Era il 18 giugno, non molto tempo fa, alle ore 22 e 39 quando il leader di Azione Carlo Calenda estraeva dalla tasca il suo iPhone e sdegnato twittava: “Oggi ho ricevuto alcune telefonate da giornalisti per chiedere se stessi lavorando ad un partito con Di Maio, Sala, Carfagna e Gelmini. Di Maio. Giuro”. Giurava, Calenda, che fosse un’ammucchiata improponibile. E in effetti si era dimenticato Brunetta. Spergiuro.

NON C’È PARAGONE
Gianluigi Paragone presenta i primi candidati della sua creatura Italexit. Tenetevi forte. C’è Stefano Puzzer, l’ex leader dei portuali di Trieste, diventato il simbolo delle mobilitazioni contro il Green pass obbligatorio. Puzzer è lo stesso che si è presentato Ginevra per denunciare l’Italia all’ONU ma non gli ha aperto nessuno. In compenso i suoi adepti erano cascati in una foto falsa di un pagina satirica in cui Puzzer stringeva la mano a Kofi Annan, ex Segretario generale dell’ONU morto nel 2018.

Tra i candidati c’è anche Stramezzi, dentista no vax che dice di saper curare il Covid senza nemmeno visitare i clienti, semplicemente con Bisolvon, Aspirina, Plaquenil, Enterogermina. Gaviscon e altro. Dice Puzzer: «il programma politico è la battaglia contro il vaccino obbligatorio, contro il Green pass e contro l’invio di armi all’Ucraina, con una particolare attenzione ai problemi finanziari dell’Italia, che sembra tutti sottovalutino». Chissà se al Senato candideranno Trump.

CROSETTO CI INSEGNA LA LIBERTÀ
Guido Crosetto (fondatore di Fratelli d’Italia) manganella l’ex senatore Elio Vito, uscito da Forza Italia e inspiegabilmente non atterrato da Calenda (che ci combini, Elio!): «Per FI è stato capogruppo e Ministro. – dice Crosetto – Era un ortodosso, un negriero come capogruppo, intollerante verso la libertà di voto in aula».

Crosetto che dà del “negriero” a un suo ex alleato e si scaglia contro gli “intolleranti verso la libertà” è un cappottamento della realtà. «Ecco perché mi preoccupano al potere, li conosco», risponde Vito. Caro Elio, se avevi bisogno di una mano per capire avresti potuto farci una telefonata vent’anni fa.

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L’effetto spettatore e il video di Alika Ogochukwu

Il 13 marzo del 1964 a New York, nel quartiere New Gardens, Kitty Genovese rientrava a casa. Era tardi, le tre e un quarto di notte, e venne accoltellata Winston Moseley, che le corse dietro e la raggiunse in breve tempo, accoltellandola alla schiena per due volte. L’articolo del New York Times che raccontava quell’omicidio uscì parecchi giorni dopo (era il 27 marzo) e iniziava con la frase «Per più di mezz’ora trentotto rispettabili cittadini, rispettosi della legge, hanno osservato un killer inseguire e accoltellare una donna in tre assalti separati a Kew Gardens.» Successivamente le indagini che una dozzina di vicini (quasi certamente non i 38 citati dall’articolo del New York Times) avevano avuto modo di udire o osservare parti dell’attacco senza intervenire.

Gli psicologi sociali Bibb Latané e John Darley iniziarono una serie di ricerche sui motivi per cui non sempre le persone intervengono di fronte alle emergenze. Si chiama “effetto spettatore” e, come spiega bene Wikipedia, «è un fenomeno della psicologia sociale che si riferisce ai casi in cui gli individui non offrono alcun aiuto a una persona in difficoltà, in una situazione d’emergenza, quando sono presenti anche altre persone. La probabilità d’intervento è inversamente correlata al numero degli spettatori. In altre parole, maggiore è il numero degli astanti, minore è la probabilità che qualcuno di loro presterà aiuto. Numerose variabili intervengono nel determinare l’effetto spettatore. Esse comprendono l’ambiguità, la coesione sociale e la diffusione della responsabilità».

Le scoperte successive di Mark Levine e Simon Crowther (nel 2008) illustrarono che la dimensione crescente del gruppo inibiva l’intervento in uno scenario di violenza stradale quando gli spettatori erano estranei, ma incoraggiava l’intervento quando gli spettatori erano amici. Essi trovarono anche che quando l’identità di genere era rilevante la dimensione del gruppo incoraggiava l’intervento quando gli spettatori e la vittima condividevano l’appartenenza alla categoria sociale.

Alika Ogochukwu è stato ucciso a mani nude da Filippo Ferlazzo. Ha suscitato molta indignazione il fatto che Alika morisse mentre alcuni riprendevano con il proprio cellulare la scena e nessuno interveniva. Chi ha reso i neri “estranei” agli altri? Chi addirittura ha soffiato sulla guerra tra “noi” e “loro”? L’odio non nasce per caso. Quando poi intorno all’odio (e alla sua violenza) galleggia l’indifferenza significa che molti lo considerano fisiologico, nemmeno più una patologia. Così tutto è spiegato come semplice “esasperazione”. E invece c’è un criminale e una vittima. E ci sono dei mandanti morali.

Buon lunedì.

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Atlantista con i filoputiniani in casa, la Meloni alleata degli amici dello Zar. La linea di Giorgia pro Usa e Nato in Ucraina non regge. Tutta colpa della passione di Berlusconi e Salvini per Mosca

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Finalmente, addì 30 luglio, la politica e la stampa si accorgono che i filoputiniani di cui preoccuparsi non sono i pacifisti. Sia chiaro, è solo l’utilità del momento, nessuna reale presa di coscienza, però il gioco delle elezioni ha fatto tornare la memoria a molti e ora ci si finge sorpresi di scoprire che Matteo Salvini e Silvio Berlusconi (ma anche Giorgia Meloni, che ora gioca a fare l’atlantista perché sente profumo di Palazzo Chigi) sono amici di Putin.

Giorgia Meloni atlantista con i filoputiniani in casa

Si accende il dibattito sui rapporti tra Matteo Salvini e uomini dell’ambasciata russa – roba che alcuni quotidiani scrivevano due mesi fa ma si sa che qui da noi l’amichevolezza del mezzo conta più del contenuto – per i colloqui avvenuti a maggio tra Antonio Capuano e Oleg Kostyukov, il capo dell’ufficio politico dell’ambasciata russa, nei quali si sospetta che si sia parlato della situazione politica italiana.

Se fossimo stati meno distratti avremmo potuto ricordarci che Antonio Capuano per Salvini aveva già incontrato l’ambasciatore in persona, Sergey Razov, con il quale aveva brigato per organizzare la trasferta russa proprio di Matteo Salvini. Il viaggio è poi saltato per l’evidente inopportunità.

Salvini risponde piccato: “Secondo La Stampa Putin ha fatto cadere il governo, – dice il leader della Lega – secondo La Repubblica Putin sta mandando i barconi di immigrati dall’Africa. Ci aspettiamo domani degli scoop su altri giornali di sinistra: c’è Putin dietro la siccità, c’è Putin dietro l’invasione di cavallette e cinghiali e c’è Putin dietro la monnezza che sta impestando le strade di Roma. Ragazzi, non scherziamo: la sinistra ha una paura incredibile di perdere poltrone ed elezioni”.

Giorgia Meloni intanto prova a parare il colpo e spiega alle agenzie che “l’eventuale governo di centrodestra, con la prima donna presidente del Consiglio (se mai sarà), non potrà che essere atlantista e rispettoso delle sovranità delle nazioni che non possono arrendersi, ma devono essere aiutate a difendersi. I leader della coalizione che avessero ‘dubbi’ sulla sua posizione sono avvisati”. Peccato che nessuno le ricordi che essere atlantisti e europeisti appoggiando in toto la linea di Orban sia una contraddizione politica. Ma certo giornalismo, si sa, ama esibire la propria mansuetudine al potere in pectore.

Ingerenze straniere

Giorgia Meloni non fa in tempo a terminare la sua dichiarazione che emerge l’altro amico di Putin, l’amico di lettone Silvio Berlusconi. Secondo una ricostruzione di Tommaso Ciriaco su Repubblica nelle concitate ore che precedono la caduta di Draghi Berlusconi avrebbe rivelato ai suoi “ho parlato con l’ambasciatore russo in Italia Razov. Mi ha spiegato le loro ragioni, cosa ha fatto Zelensky”.

E avrebbe aggiunto: “Mi ha raccontato che è stata l’Ucraina a provocare ventimila vittime nelle zone contese. E che l’invasione era necessaria perché il rischio era che l’Ucraina attaccasse la Russia”. Anche in questo caso non serve capire se il fatto circostanziato sia reale o meno: Berlusconi fin dall’inizio della guerra ha dimostrato di pendere dalla parte della Russia, spingendosi a ipotizzare che l’Ucraina dovesse assecondare i desiderata di Putin per porre fine alla guerra.

Intanto dal Copasir sbuca una lettera (leggi l’articolo qui sotto) alle capigruppo di Camera e Senato che avvisa sul “pericolo di ingerenze russe nella campagna elettorale”. Del resto le ingerenze hanno nomi e cognomi, fin dall’inizio della guerra. Ora è stato utile accorgersene.

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Carfagna in Azione e Silvio gretino, il bestiario della corsa elettorale. Tana per La Russa: in aula con la Gazzetta dello Sport. Lacrime di coccodrillo per De Luca orfano dei 5S

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In campagna elettorale non c’è la settimana corta e anche il sabato c’è lo spazio per farcire un nuovo bestiario.

La Russa dello sport

Spunta un video in Senato, seduta del 28 luglio, in cui il vicepresidente Ignazio La Russa (che presiedeva la seduta) sfoglia la Gazzetta dello Sport. L’aveva già fatto (meglio: era già stato pizzicato) a settembre dell’anno scorso. Ora finalmente ci ha dato la spiegazione: “Leggo durante la pausa dei lavori”, dice. E poi aggiunge: “Dovrebbero farmi una statua gli editori visto che sono uno dei pochi che ancora oggi acquista almeno 5 giornali”. Caro La Russa, il problema sono gli elettori che ti leggono sui giornali solo per imprese così. La Gazzetta Ufficiale.

Carfagna in… Azione

In Azione arriva anche Mara Carfagna. Ormai il partito di Calenda è il sacco dell’umido di Forza Italia. Alla conferenza stampa dei suoi due nuovi acquisti (Gelmini e Carfagna) Calenda prova a indossare i panni del democratico e annuncia: “Qualsiasi decisione prenderemo nei prossimi giorni (sulle alleanze, ndr), la prenderemo insieme. Azione ha fatto i Congressi, ha degli organi. Mara e Maria Stella entrano nella segreteria di Azione, decideremo insieme”. Al di là del fatto di chiamare le donne per nome (avete mai sentito Calenda chiamare Draghi “Mario”?), Calenda ha promesso che darà alle ministre la possibilità di essere d’accordo con lui. Uomo vero.

Vieni avanti gretino

Silvio Berlusconi ha trovato la soluzione per il cambiamento climatico. “Il mio sogno – dice il leader di Forza Italia – è di creare intorno alle città dei boschi e all’interno delle città dei corridoi verdi che uniscano tutte le parti verdi dei parchi delle stesse città, perché la natura è straordinaria, ci salva da tante malattie, ci fa vivere anche molto meglio”. Si è dimenticato solo di dire che le città in mezzo ovviamente le vuole costruire lui. Vieni avanti, gretino.

Al miglior offerente/1

Sulla fuga dal partito Berlusconi si supera: “I transfughi di FI? Sono amareggiato perché non pensavo che trovassero un vantaggio ad andare altrove”. Gli brucia perché non è più il miglior offerente. Il Cav inesistente.

Al miglior offerente/2

Sempre Berlusconi (ieri è tornato smagliante come ai vecchi tempi): “Garantiremo e abbiamo già fatto i conti su dove trovare i fondi naturalmente necessari, 1.000 euro al mese per tredici mensilità a tutte le nostre nonne e a tutte le nostre mamme”. Del resto sul reperimento di fondi Silvio ha sempre avuto un naturale talento.

Avanti, Savoia!

Il coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani, dopo essersi dichiarato monarchico, in un punto stampa vicino a Montecitorio: “Io credo nei risultati che Berlusconi ha avuto in campagna elettorale, sempre. E questo è nel pieno rispetto della regola che ci siamo dati. Chi prenderà più voti indicherà al capo dello Stato un nome. Il capo dello Stato poi deciderà con la libertà che gli concede la Costituzione cosa fare”. Troppa grazia, monarca Tajani.

Impara l’arte e…

Nel programma elettorale di Fratelli d’Italia – lo denuncia l’associazione “Mi riconosci?” – è previsto un “affitto a lungo termine” a musei esteri del patrimonio artistico italiano. Per Meloni e i suoi del resto l’identità nazionale va difesa ma il patrimonio culturale può essere ceduto in scioltezza. Siamo alle solite: sono patrioti al miglior offerente.

Lacrime di Masaniello

Il presidente della Regione Campania del Pd Vincenzo De Luca dice che non gli fa “piacere questa rottura del Pd con il Movimento 5 stelle” e che avrebbe preferito una “collaborazione, per rendere realistica la battaglia elettorale in tempi rapidi”. Ma dai? Lui che ha fatto di tutto per cacciarli. Lacrime di Masaniello.

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Calenda e il bluff del grande centro che di nuovo non ha nulla

Hanno passato gli ultimi mesi a ripeterci che finalmente il terreno era pronto, dicevano che dopo tanti tentativi miseramente falliti “il grande centro” avrebbe fatto irruzione nel panorama politico italiano e avrebbe fatto sfaceli alle elezioni. Calenda e Renzi su questo sono sempre stati d’accordo: tra il campo largo di Letta, il campo giusto di Conte, il campo di sinistra e il solito campo di destra che non cambia protagonisti e copione, il loro campo era quello di cui l’Italia ha bisogno. Tra i due Calenda si era spinto perfino oltre (superando Renzi per narcisismo) e negli ultimi mesi aveva deciso di auto-assegnarsi il marchio doc dell’unico vero centro inimitabile e possibile. Per mesi il leader di Azione ha imperversato sui social – che maneggia con costanza per sembrare “in mezzo al popolo” senza bisogno di sgualcirsi – ripetendo che il suo progetto fosse talmente cristallino che nessuna alleanza avrebbe mai potuto ingolosirlo. «Noi corriamo da soli», ripeteva Calenda. «Noi corriamo da soli», ripeteva Renzi (che però in uno spiraglio da Calenda ci sperava in fondo in fondo).

Calenda e il grande centro che di nuovo non ha nulla
Matteo Renzi (Getty Images).

Anche Renzi si siederà al suo posto senza fare più capricci (per ora)

Poi è caduto Draghi. Come sia caduto non c’è nemmeno bisogno di ripeterlo perché questi primi giorni di campagna elettorale sono la scia lunga della fine precedente, anche se non si scorge l’araba fenice ma sembra più un ruzzolare tra macerie. Appena caduto il governo dalle parti di Italia Viva si è acceso un fremito che qualsiasi osservatore ha potuto annusare come un irrefrenabile bisogno di accasarsi e così Renzi e la sua combriccola hanno adottato la tecnica passiva aggressiva. Oscillano tra «il Pd non ci vuole» e «il Pd non ci sta bene e non lo vogliamo» in un fluttuare di dichiarazioni da giramenti di testa che ogni giorno si accavallano. Ovviamente le trattative, quelle vere, rimangono riservate ai componenti della chat di Whatsapp più ristretta perché, si sa, la politica da queste parti è più la narrazione di ciò che si ha bisogno di far accadere che un franco posizionamento leale con gli altri partiti e con i proprio elettori. Enrico Letta, sfiancato da una campagna elettorale che si preannuncia un inno all’egomania, ha tolto il veto a Renzi e Italia Viva. Ora Renzi cincischierà un po’ e infine si siederà al suo posto senza fare più i capricci (per ora).

Calenda e il grande centro che di nuovo non ha nulla
Carlo Calenda con Mariastella Gelmini e Mara Carfagna (da Instagram).

Calenda nuovo faro degli ex berlusconiani

Carlo Calenda, bisogna riconoscerlo, almeno è stato lineare. Come no. Dopo avere detto che c’era bisogno di una forza nuova sul panorama politico ha cominciato a imbarcare il meglio (secondo lui, altri la vedono in maniera opposta) di Forza Italia, da Gelmini a Brunetta e a Carfagna. Gli ex berlusconiani rilasciano interviste in cui esultano perché si sentono finalmente a casa e Calenda li accoglie come figlioli prodighi. Una scena commovente che nei fatti appare una scalata a Forza Italia senza nemmeno la fatica di doversi tesserare, svuotandola dall’interno. Letta così riesce nella miracolosa operazione di prendere il peggior trasformismo del Movimento 5 stelle (con Di Maio novello Churchill) e il peggior trasformismo di Forza Italia liberandosi però di quegli scomodi simboli. In un’epoca di giornalismo sincero leggeremmo in giro che stiamo assistendo, dopo la legislatura con il peggior opportunismo, alla campagna elettorale più funambolica che si potesse immaginare. Invece niente. Ma il punto più interessante riguarda il “grande centro”. Il “grande centro” che giurava di avere imparato a camminare con le proprie gambe anche questo giro adotta la solita strategia: si è attaccato alla sottana degli altri, si farà eleggere con i loro voti e infine li accuserà di essere troppo poco di centro. E quegli altri per l’ennesima volta ci sono cascati, ancora.

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Dal Renzusconi a Tajani anti-Greta. Il bestiario della corsa elettorale

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Siamo nel 2022 ma la campagna elettorale dalle parti della destra sembra quella di 20 anni fa. C’è addirittura il ponte sullo Stretto. E anche oggi il bestiario di questa estate elettorale si ingrossa.

TANA PER GIORGIA
Giorgia Meloni non ci sta. Per non sembrare fascista riunisce i suoi e li avvisa: “Se qualcuno pensa di poter, sotto le nostre insegne, avere comportamenti che consentono alla sinistra di dipingerci come nostalgici da operetta quando noi stiamo costruendo un grande partito conservatore, sappia che ha sbagliato casa e che lo tratteremo come merita: uno che fa gli interessi della sinistra, e dunque un traditore della nostra causa”. Sapete chi usava il termine “traditori” per bollare i nemici? Proprio loro. La leader di FdI prova a scollarsi di dosso il passato ma non riesce a trattenere la sua natura. Tana per Giorgia.

POPULISMO ALLA CALENDA
All’assemblea di Coldiretti intanto si assiste alla sfilata dei politici in piena campagna elettorale. Carlo Calenda spiega che “le cose da fare non sono di destra o di sinistra. Sono semplicemente di buonsenso”, usando inconsapevolmente lo stesso “buonsenso” in nome del quale Salvini ci bombarda di anni con le sue idiozie. Il populismo dei migliori.

BOMBA O NON BOMBA
Matteo Renzi come al solito brilla per lo spessore politico dei contenuti: “Un primo ministro mi ha detto che durante il consiglio europeo quando parlava Draghi prendevano appunti, quando parlava Conte prendevano il caffè”, dice per poi parlare dell’unico argomento su cui è fortissimo, sé stesso: “Io ho perso la poltrona per cambiare la costituzione, lasciamo stare…”. Chissà gli elettori come saranno interessati. Infine la bomba, solita: “Italia Viva da sola vale almeno il 5%. Ma io non faccio politica per un seggio”. Renzi, vota te ipsum.

BRACCIA RUBATE ALL’AGRICOLTURA
Sempre in Coldiretti Matteo Salvini urla che “a ora di pranzo non si possono vedere insetti, scarafaggi, formiche e locuste” e che “l’Italia è ferma dai no e non si possono fare gli invasi perché c’è Legambiente, la sovraintendenza, il comitato, Pinco, Pluto, Pallino…”. A dargli manforte arriva anche Antonio Tajani di Forza Italia che chiarisce: “Abbiamo una visione dell’ambiente che non è quella di Greta, non è la religione della nuova papessa”. La conclusione è di Salvini: “Lunga vita agli agricoltori italiani, lunga vita a Coldiretti!”. Braccia rubate all’agricoltura.

TI SPIEZZO IN DUE
Dalle parti del Pd molti iscritti disorientati si chiedono esattamente cosa siano gli “occhi di tigre” che Letta chiede ai suoi elettori. Un po’ come “una campagna elettorale con colori ben definiti come un quadro di Van Gogh”, solo che Van Gogh era affetto da xantopsia, una distorsione della percezione che gli faceva vedere il mondo intorno più giallo della realtà e questo spiegherebbe l’ossessione per il colore che caratterizzava i suoi quadri. Ieri Matteo Ricci, sindaco di Pesaro e coordinatore dei sindaci del Pd, ha sfidato il ridicolo e ha dato la sua spiegazione: “Noi sindaci siamo già oltre gli occhi di tigre di Rocky III, siamo pronti a Rocky IV e a ti spiezzo in due”. Forse sarebbe meglio darsi una calmata con le metafore e cominciare a parlare di programmi e contenuti, che dite?

RENZUSCONI
Renzi su Berlusconi: “Vederlo staccare la spina al governo Draghi mi spiace, chi gli sta accanto dovrebbe consigliarlo meglio. Berlusconi ha guidato più governi di tutti, ha una sua riconoscibilità a livello internazionale, lo vuoi rimettere nell’agone politico?”. E poi: “Berlusconi va aiutato a fare il padre nobile”. Per Renzi Berlusconi è un “padre nobile”. Sostanzialmente una confessione. La guerra scompare dalla campagna elettorale. Visto? Ubi maior minor cessat.

2- Continua – qui la prima puntata

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Nel Pd cade il veto su Renzi. Ed è rissa per i seggi blindati

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In casa Pd ora il primo pensiero sono le liste. Il segretario Enrico Letta ha dato mandato ai segretari regionali di preparare le liste che verrano votate il 9 o l’11 agosto. Però c’è un problema non da poco: tra i rivoli delle correnti all’interno del Partito democratico Base riformista ha una prevalenza che a molti – anche tra i parlamentari – sembra non rispecchiare i reali valori di forza all’interno del partito.

In casa Pd ora il primo pensiero sono le liste. Letta ha posto come regola che nessuno può fare più di 3 mandati di fila

Appartengono a Base riformista la maggioranza dei segretari regionali e in molti chiedono a Letta di “svolgere le funzioni da segretario, sta lì per quello”. È il solito bilico difficile tra federalismo e centralismo democratico dell’organizzazione interna. Ma l’appartenenza di corrente dei candidati non è l’unico problema: nella prima bozza delle candidature la presenza femminile si aggirerebbe intorno al 30% e in molti hanno fatto notare che così non va.

La riduzione dei parlamentari però pesa eccome sul nervosismo con sui si preparano le liste e l’equilibrio di genere è un ulteriore ostacolo che Letta dovrà riuscire a superare per tenere compatto il partito che si prepara alla campagna elettorale.

Qualcuno contesta anche le deroghe per le candidature. Nel suo discorso in direzione nazionale il segretario Letta ha posto come regola che nessuno può fare più di 3 mandati di fila (15 anni) in Parlamento. Da regolamento però vengono derogati “coloro i quali ricoprono o abbiano ricoperto la carica di Segretario nazionale, di presidente del Consiglio dei ministri e di ministro della Repubblica” e in un partito che da anni si ritrova al governo inevitabilmente gli ex ministri fioccano: spazio aperto quindi a Franceschini ma anche a Fassino e altri che in Parlamento ci stanno da una vita.

Letta ha promesso però che gli ex ministri con più di tre legislature dovranno farsi eleggere trovando i voti, nei collegi uninominali. E dentro il Pd sono in pochi a crederci. Sul fronte esterno invece la notizia è l’apertura di Letta a Renzi, che fino a ieri sembrava fuori dall’alleanza. Letta lo ha detto chiaramente a margine della festa dell’Unità a San Miniato (Pisa), rispondendo a chi chiedeva se ci siano veti nei confronti di Matteo Renzi.

“L’ho già detto, noi non mettiamo veti nei confronti di nessuno”, ha risposto il segretario dem. La discussione sulle alleanze è basata su “tre criteri fondamentali – ha aggiunto – costruiremo alleanze con chi porta valore aggiunto, chi arriva con spirito costruttivo e chi si approccia senza porre veti”.

A Renzi non sembra vero e ospite ad Agorà si lancia: “Vorrei fare un appello – dice – a tutti i partiti: qui c’è una situazione serissima, sono molto preoccupato. C’è un problema d’inflazione, il costo della bolletta è sempre più alto, la campagna elettorale deve continuare sui battibecchi, le discussioni, o su quello da fare? Prima si deve decidere cosa fare”.

Si finge di parlare di contenuti ma ora ciò che interessa al leader di Italia Viva è trovare un approdo sicuro per non rischiare di rimanere fuori dal Parlamento. Poi ritira fuori l’agenda Draghi. «La politica oggi sembra impazzita, forse è il caldo – ha aggiunto l’ex premier -. Io partirei prima dai contenuti per fare la coalizione, però se mi chiedono un nome dico che ripartirei da Draghi. Se ci sarà una situazione di pareggio, è chiaro che se la destra stravince vorrà decidere lei”.

Insomma, non è ancora entrato ma già compie azione di disturbo. E così mentre anche Beppe Sala da Milano chiede che “l’alleanza sia la più larga possibile, senza veti di nessun tipo” il deputato renziano Gabriele Toccafondi non riesce a trattenersi e attacca Nicola Fratoianni e Sinistra Italiana (che nell’alleanza con il Pd ci sono da tempo): “Il Pd apre le porte all’alleanza con Sinistra Italiana, quel partito che ha definito il governo Draghi ‘delle banche e dei poteri forti’, il partito che ha votato 55 volte contro la fiducia al governo di unità nazionale. Questo Pd è lo stesso che si dice ‘riformista’ e che vuole seguire l’agenda Draghi?”, scrive sul suo profilo Facebook il deputato Iv.

Non male come spirito costruttivo per convincere Letta a farsi imbarcare sull’ultima scialuppa di salvataggio disponibile. Il coordinatore toscano di Italia Viva Nicola Danti rincara la dose e in un’intervista al Corriere fiorentino spiega: “Noi vorremmo portare avanti l’agenda Draghi nel futuro parlamento, la cosa importante in politica è aver un programma condiviso: il Pd sta facendo un’accozzaglia di sigle.

Vedo che Fratoianni (Sinistra Italiana, ndr) dice già no al rigassificatore di Piombino. Come si fa”. Già, come si fa Se lo chiedono in molti dentro (e fuori dal Pd). Vale davvero la pena imbarcare Renzi e i suoi spiccioli di voti per turbare un’alleanza che già non si prospetta tranquilla Una cosa è certa: gli stessi che ieri assicuravano che fosse impossibile l’ingresso di Renzi in coalizione oggi rispondono con laconici “non so”. Qualcuno a Letta dovrà spiegare la favole della rana che muore annegata dallo scorpione che sta trasportando: lei gli chiede “ma perché mi uccidi sapendo di morire anche tu?w, e lui sornione risponde “perché è la mia natura”.

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