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Un governo in carica solo per gli affari ricorrenti

Figurarsi se il ministro della guerra non rientra nell’ordinaria amministrazione di un governo che formalmente dovrebbe limitarsi solo agli “affari correnti”. O forse è una confessione: che Guerini aumenti le spese militari è una scena già vista così tante volte che ormai dalle parti del Parlamento (e della stampa) non ci fa più caso nessuno.

Così tra gli affari ricorrenti rientra anche un miliardo e duecento milioni in più che l’Italia spenderà per le sue Forze armate. Il Documento programmatico triennale firmato dal ministro Lorenzo Guerini porta la spesa per il 2022 a 18 miliardi, contro i 16,8 dello scorso anno. Come racconta Floriana Bulfon su Repubblica «la lista della spesa vede imporsi il futuro caccia Tempest, realizzato con la Gran Bretagna e la Svezia: un velivolo chiamato di sesta generazione a cui vengono destinati subito 200 milioni in più. C’è poi il piano per una serie di veicoli corazzati che vede crescere la dote di oltre un miliardo e mezzo: si prevede un investimento di 3,74 miliardi in tredici anni. Questo programma è presentato in chiave di collaborazione europea e influenzerà le trattative per la vendita di Oto Melara: nel Documento si specifica che le risorse serviranno pure per gli studi del nuovo “carro armato europeo”. Un altro elemento chiave è la task force navale per gli interventi dei “marines” italiani: la brigata San Marco della Marina e i Lagunari dell’Esercito. C’è uno stanziamento di 1.200 milioni per costruire due navi anfibie per le operazioni di sbarco. Le altre voci più rilevanti riguardano le quote annuali per i sottomarini U-212 (510 milioni), gli intercettori Eurofighter (1,4 miliardi) e i caccia invisibili F35 (1.270 milioni)».

Ma nel pieno della crisi climatica e di una guerra finanziata dai proventi di gas e petrolio, il governo italiano ha aumentato la spesa per le missioni militari a protezione delle fonti fossili. Lo denuncia Greenpeace: in un nuovo rapporto pubblicato ieri, Greenpeace Italia svela che nel 2022 la militarizzazione della nostra “sicurezza energetica” ci costerà 870 milioni di euro, il 9% in più rispetto al 2021 e ben il 65% in più  rispetto al 2019. Nel complesso, si tratta di una cifra pari al 71% dell’intero budget per le missioni militari del 2022.

La relazione governativa sulle missioni in corso, approvata ieri dalle commissioni Esteri e Difesa della Camera e ancora all’esame del Senato insieme alla delibera sulle nuove missioni, rimanda ripetutamente alla sicurezza dei nostri approvvigionamenti di fonti fossili. Anche i due ministri competenti, Lorenzo Guerini (Difesa) e Luigi Di Maio (Esteri), nella loro audizione davanti alle commissioni riunite del 26 luglio hanno citato più volte la questione energetica. In particolare, Guerini ha dichiarato che «l’impiego delle Forze armate nelle missioni internazionali» punta anche a prevenire e gestire «scenari di crisi conseguenti tanto alle minacce convenzionali, quanto a quelle ibride», come «le restrizioni all’approvvigionamento energetico».

Che l’Italia intendesse rispondere alla guerra in Ucraina puntando su una militarizzazione della diversificazione energetica era già stato anticipato da Guerini in occasione della sua comunicazione sul conflitto del 5 maggio: «Il dovere di rimodulare una situazione di dipendenza dalle forniture russe non può prescindere dal consolidamento delle condizioni di stabilità di quelle regioni che rappresentano una valida alternativa per l’approvvigionamento delle risorse energetiche a tutela della sicurezza energetica nazionale ed europea».

Oltre alle missioni militari che Greenpeace aveva già etichettato come “fossili” in un rapporto diffuso a dicembre (dallo Stretto di Hormuz all’Iraq, dalla Libia al Golfo di Guinea, fino al Mediterraneo orientale e al Corno d’Africa), quest’anno il governo ne ha aggiunte tre nuove, di cui due legate allo sfruttamento di fonti fossili: la missione bilaterale di supporto alle Forze armate del Qatar in occasione dei “Mondiali di calcio 2022” e la missione Eu in Mozambico. In audizione, Di Maio e Guerini hanno ricordato «gli importanti accordi in ambito energetico» stretti di recente con il Qatar. Già nel luglio scorso, inoltre, il ministro della Difesa aveva sottolineato che le violenze in corso nella provincia nord del Mozambico avevano causato «le interruzioni dell’attività estrattiva». Inoltre, le operazioni Gabinia nel Golfo di Guinea e Mare sicuro al largo della costa libica continuano ad avere come primo compito la «sorveglianza e protezione delle piattaforme ENI».

Mentre sempre più studi internazionali, compresi quelli dell’Onu e dell’Unione europea, segnalano che le disuguaglianze economiche e il deterioramento ambientale connessi all’attività estrattive sono tra le cause profonde di molte crisi che la comunità internazionale e l’Italia stanno tentando di risolvere con le loro missioni militari (dalla pirateria nel Golfo di Guinea all’instabilità dell’Iraq) il nostro governo continua a difendere asset fossili che alimentano quelle stesse crisi in un drammatico circolo vizioso che Greenpeace chiede di interrompere al più presto.

«Il nostro Paese deve smettere di proteggere militarmente gli asset e gli interessi dell’industria dei combustibili fossili, puntando con decisione sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico. Solo così potremo assicurarci una maggiore indipendenza energetica e tutelare davvero l’ambiente e la pace», dichiara Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.

Buon venerdì.

Nella foto: il ministro degli Esteri Di Maio, il presidente del Consiglio Draghi e il ministro della Difesa Guerini, Roma, 20 luglio 2022

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“Calenda è un politicante, vuole il nucleare ma non dice chi pagherà”. Parla Bonelli (Europa Verde): “Per fermare le destre serve anche Conte”

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Angelo Bonelli è Co-Portavoce di Europa Verde, assieme a Eleonora Evi. Ieri il suo partito ha ufficializzato la corsa alle prossime elezioni con Sinistra Italiana.

Bonelli, la domanda che si pongono tutti: ma davvero i Verdi con Calenda
“I Verdi nono finiscono proprio per nulla con Calenda. È lui che deve fare attenzione perché le questioni che noi portiamo sono maggioritarie nel Paese. C’è un problema di fondo, Calenda ha fatto della competenza il suo slogan ma in realtà si è trasformato in un politicante: sul nucleare, ad esempio, non dice all’Italia come lo finanzierà. Il nucleare attinge sempre dai soldi pubblici, tra l’altro molte centrali francesi sono ferme per siccità e il governo francese ha nazionalizzato Edf a causa dei debiti che non riesce più a reggere (13 miliardi di euro). Il programma di Calenda, per dividere e distinguersi, fa una proposta che mette le mani nelle tasche degli italiani, costringendoli a pagare l’energia ancora di più”.

Però l’alleanza che Letta ha in mente comprende voi e Calenda…
“È un’alleanza che viene proposta da Letta in questi termini. Noi, anche se Letta ha chiuso al M5s e il M5s ha annunciato di voler correre da solo, per tutti i giorni che mancano al deposito delle liste non ci rassegniamo e ci impegneremo a costruire un fronte democratico per fermare i sovranisti con dentro anche Conte. Ma solo noi sentiamo questa responsabilità? Fino a ieri Meloni bombardava il governo Draghi dove c’erano Salvini e Berlusconi. Oggi a destra litigano ancora sui posti da spartire. Questi hanno promesso a Berlusconi la presidenza del Senato. Ci rendiamo conto? Immaginiamo: se prendono 2/3 del Parlamento, cambiando la Costituzione? I nostri padri costituenti ci guarderebbero dicendoci “cosa state facendo?” Per questo bisogna insistere a tenere dentro il M5S fino alla fine”.

Ma voi non avete una posizione diversa dal PD su politiche energetiche e clima
“Su questo dissento. Sono molto severo da sempre con loro su infrastrutture e consumo di suolo. A proposito, ieri è uscito un rapporto drammatico del Sistema nazionale protezione ambiente. Dati terrificanti: 2,2 metri quadri al secondo che se ne vanno. Pezzi di territorio che se ne vanno, se li associamo a crisi climatica e desertificazione è un disastro. Ma il Pd si è schierato contro il nucleare, contro la tassonomia in Europa che è stata un vero e proprio regalo a Macron e all’industria francese. Ha votato con noi un piano che dà target importanti su rinnovabili e auto elettriche. Io penso che da questo punto di vista, forse anche grazie a noi, si sono ridotte molto le distanze. Piuttosto mi preoccupa Calenda. Ha fatto dei numeri e della competenza il suo modo di agire ma non dice come finanzierà il suo programma nucleare. Il modello per noi è la Germania che prende scelte dolorose per garantire il funzionamento del corpo economico e sociale ma dice entro che entro il 2030 l’80% dell’energia sarà rinnovabile”.

Che ne pensa di Cingolani?
“Quello che manca al governo – per questo sconsiglio di parlare di “agenda Draghi” – è un piano serio. Cingolani ci vuole rendere dipendenti per i prossimi decenni dal gas che costerà il 40% in più rispetto a quello che paghiamo. L’Eni lo scorso trimestre ha registrato un +3870% perché con l’aumento del gas ha fatto profitti incredibili che il Governo ha calcolato in 40 miliardi di euro. La strategia di Cingolani ci condannerà a bruciare fonti fossili, con costi altissimi per imprese e cittadini. Una vera e propria recessione. Poi mi chiedo: per rigassificatori è stato messo un commissario mentre 150GW di richieste di autorizzazioni dalle rinnovabili sono bloccate, perché?. Nei prossimi anni utilizzeremo il gas ma bisogna dire quando saremo 100% rinnovabili”. Del resto un ministro che dice che “la transizione ecologica è un bagno di sangue” è lampante che sia inadeguato”.

Che inverno ci aspetta
“Ho grande preoccupazione, siamo stati i primi a lanciare l’allarme. Abbiamo parlato di imporre un tetto al prezzo gas, per primi. Ci sono tre questioni: se il Consiglio d’Europa non decide allora lo faccia l’Italia come accaduto in Spagna e Portogallo. Non possiamo consentire che arrivino a pensionati e artigiani bollette decuplicate. Abbiamo il dovere morale di intervenire rapidamente. La seconda questione è quella degli extraprofitti. Nessuno vuole mettere in discussione gli utili ma qui stiamo parlando di profitti generati dalla speculazione. Quelli vanno integralmente restituiti alle famiglie e alle imprese. Il 25% di prelievo non è stato rinnovato, si è fermato marzo 2022. Noi chiediamo che il 100% sia restituito. Infine anche con un commissariamento abbiamo bisogno di sbloccare le autorizzazioni per l’energia pulita e per abbassare il costo dell’energia”.

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Manca la terra sotto i piedi

Tra il 2006 e il 2020 nell’Area metropolitana di Milano sono stati consumati 2153,2 ettari di territorio, mentre nell’area del Comune di Roma, il consumo di suolo ha riguardato 2023,66 ettari. Si tratta di una differenza di poco meno di 130 ettari quella che separa la capitale d’Italia dall’Area metropolitana di Milano. Sono i dati raccolti dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) nell’ambito del progetto europeo Soil4life che vede coinvolti Legambiente, come capofila, Cia, Ccivs, Crea, Ersaf, Politecnico di Milano, Roma Capitale e Zelena Istra con l’obiettivo di promuovere l’uso sostenibile del suolo in quanto risorsa strategica e non rinnovabile.

In questi 14 anni, in cui il tema del consumo di suolo ha cominciato ad assumere una notevole importanza non solo sotto il profilo scientifico e ambientale, ma anche e soprattutto, sociale e politico, gli ettari di suolo consumati per far posto alla crescita delle aree edificate delle due principali città italiane non si è mai fermato, neanche con l’emergenza Covid. Oltre 123 gli ettari consumati nella Capitale tra il 2019 e il 2020, mentre nell’Area Metropolitana di Milano, nello stesso periodo, sono stati impermeabilizzati 93,54 ettari di suolo. Complessivamente la percentuale di suolo ormai perso nel Comune di Roma è pari al 24 per cento del totale con un consumo procapite di 108 metri quadrati per abitante. Nella Città Metropolitana di Milano la percentuale scende al 32%

Nel periodo 2012-2020 l’incremento di consumo di suolo a Roma è stato di 697 ettari. A Milano salgono a 978.

La scelta del confronto tra Comune di Roma e Area metropolitana nasce da due considerazioni di fondo: Roma e Milano sono due città molto diverse tra loro con una storia diversa e con confini amministrativi differenti. Il Comune di Milano è molto più piccolo di quello di Roma, sia in termini di superficie che di popolazione. Per avere un aggregato simile a quello del Comune di Roma, almeno in termini di dimensioni, occorre guardare all’Area Metropolitana di Milano, almeno così come è definita all’interno dei confini dell’ex Provincia di Milano. C’è poi un’altra considerazione da fare come spiega Michele Munafò, dirigente di ricerca e responsabile scientifico per Ispra del progetto Soil4Life: «Guardando i dati emerge chiaramente come la gran parte del consumo di suolo degli ultimi 15 anni si concentri, nel caso della Città metropolitana di Roma, all’interno dei limiti del comune centrale (quasi la metà, con una tendenza alla crescita negli ultimi anni), mentre la situazione opposta si verifica a Milano, dove il 90% del consumo dello stesso periodo avviene nei comuni di cintura e non nel comune capoluogo (che negli ultimi due anni ha un consumo di suolo bassissimo, con un’evidente tendenza alla riduzione). Nei due comuni le percentuali di superfici già consumate sono molto diverse (Milano 58%, Roma 23,5%). Per questo a Milano (Comune) il poco suolo naturale rimasto andrebbe tutelato con molta attenzione. Basti pensare che nella città lombarda ogni residente ha oggi a disposizione poco più di 50 mq di aree non consumate, a fronte dei 350 mq per abitante disponibili invece nella capitale».

«La legge contro il consumo di suolo è una riforma non rinviabile, prevista anche dal Pnrr – ha dichiarato Stefano Ciafani, presidente di Legambiente che è capofila del progetto Soil4Life – e l’Italia la aspetta da troppi anni. Ora occorre impedire che la ripresa post-pandemica inneschi dina-miche speculative ai danni dei suoli liberi, cosa che stiamo già osservando nelle nostre campagne con la proliferazione di capannoni per la logistica e l’e-commerce. Il suolo è centrale per la transizione ecologica: occorre introdurre una speciale tutela per i suoli intatti, siano essi di foresta, di pascolo o zone umide, perché oggi sappiamo che questi sono i più preziosi giacimenti di carbonio organico e biodiversità del nostro Paese».

È un costo complessivo compreso tra gli 81 e i 99 miliardi di euro, in pratica la metà del Piano nazionale di ripresa e resilienza, quello che l’Italia potrebbe essere costretta a sostenere a causa della perdita dei servizi ecosistemici dovuta al consumo di suolo tra il 2012 e il 2030. Se la velocità di copertura artificiale rimanesse quella di 2 mq al secondo registrata nel 2020 i danni costerebbero cari e non solo in termini economici. Dal 2012 ad oggi il suolo non ha potuto garantire la fornitura di 4 milioni e 155 mila quintali di prodotti agricoli, l’infiltrazione di oltre 360 milioni di metri cubi di acqua piovana (che ora scorrono in superficie aumentando la pericolosità idraulica dei nostri territori) e lo stoccaggio di quasi tre milioni di tonnellate di carbonio, l’equivalente di oltre un milione di macchine in più circolanti nello stesso periodo per un totale di più di 90 miliardi di km. In altre parole due milioni di volte il giro della terra.

È la situazione attuale e quella futura analizzata dal Sistema nazionale per la protezione dell’Ambiente nell’edizione 2021 del Rapporto sul “Consumo di suolo in Italia”.

A livello nazionale le colate di cemento non rallentano neanche nel 2020, nonostante i mesi di blocco di gran parte delle attività durante il lockdown, e ricoprono quasi 60 chilometri quadrati, impermeabilizzando ormai il 7,11% del territorio nazionale. Ogni italiano ha a disposizione circa 360 mq di cemento (erano 160 negli anni 50).

L’incremento maggiore quest’anno è in Lombardia, che torna al primo posto tra le regioni con 765 ettari in più in 12 mesi, seguita da Veneto (+682 ettari), Puglia (+493), Piemonte (+439) e Lazio (+431).

Nelle aree a pericolosità idraulica la percentuale supera al 9% per quelle a pericolosità media e il 6 % per quelle a pericolosità elevata. Il confronto tra i dati 2019 e 2020 mostra che 767 ettari del consumo di suolo annuale si sono concentrati all’interno delle aree a pericolosità idraulica media e 285 in quelle a pericolosità da frana, di cui 20 ettari in aree a pericolosità molto elevata (P4) e 62 a pericolosità elevata. Le percentuali si confermano alte anche nei territori a pericolosità sismica alta dove il 7% del suolo risulta ormai cementificato.

Consumo di suolo e isole di calore. A livello nazionale superano i 2300 gli ettari consumati all’interno delle città e nelle aree produttive (il 46% del totale) negli ultimi 12 mesi. Per questo le nostre città sono sempre più calde, con temperature estive, già più alte di 2°C, che possono arrivare anche a 6°C in più rispetto alle aree limitrofe non urbanizzate.

Transizione ecologica e fotovoltaico, meglio sui tetti che a terra: solo in Sardegna ricoperti più di un milione di mq di suolo, il 58% del totale nazionale dell’ultimo anno. E si prevede un aumento al 2030 compreso tra i 200 e i 400 kmq di nuove installazioni a terra che invece potrebbero essere realizzate su edifici esistenti. Il suolo perso in un anno a causa dell’installazione di questa tipologia di impianti sfiora i 180 ettari. Dopo la Sardegna è la Puglia la regione italiana che consuma di più con tale modalità, con 66 ettari (circa il 37%).

E con la logistica l’Italia perde ancora più terreno. Invece di rigenerare e riqualificare spazi già edificati, sono stati consumati in sette anni 700 ettari di suolo agricolo e il trend è in crescita. In Veneto le maggiori trasformazioni (181 ettari dal 2012 al 2019, di cui il 95% negli ultimi 3 anni) dovute alla logistica, seguita da Lombardia (131 ettari) ed Emilia- Romagna (119).

Buon giovedì.

Sul consumo di suolo e la politica europea in materia, vedi articolo di Roberto Musacchio, su Left del 3 luglio 2020

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Da Calenda premier al Pd in ritardo. Il bestiario della corsa elettorale

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Quando Carlo Calenda si è reso disponibile per fare il Presidente del Consiglio “in mancanza di Draghi” in molti abbiamo pensato se il leader di Azione non avesse almeno un amico che gli tiri la giacca quando esagera con le panzane.

Letta, Sala, Tajani… è già gara per le gaffe migliori. Ma non è facile stare al passo con il leader di Azione

Poi il suo compagno di partito Giacomo Leonelli ci ha spiegato che “l’ironia sull’ipotesi Calenda premier” è fuori luogo perché il suo leader “è stato al Mise con innegabili risultati”. Il sogno dei calendiani è cancellare questa rottura di scatole del voto popolare e assegnare ruoli sul merito. Che si autocertificano da soli. Dalla meritocrazia alla meritomiocrazia.

CALENDA MAN
Sempre Calenda (in questi giorni è in gran forma) rispondendo a un suo elettore per difendere la nuova arrivata Mariastella Gelmini dice: “Tutti in passato abbiamo fatto errori”. Ha ragione, del resto chi di noi non è incappato per sbaglio per 28 anni alla corte di Berlusconi. Forse Di Maio per farsi perdonare deve fare un fine settimana con Tajani. Dal populismo siamo passati al perdonismo.

LETTA MANI DI FORBICE
Enrico Letta ci avvisa che l’incontro tra governo e parti sociali è stato “molto positivo”: “Fa davvero rabbia pensare – dice Letta – che se non fosse stata tolta la #fiducia al #governo sarebbe stato molto più positivo, a partire da una mensilità in più a fine anno per i lavoratori, frutto del taglio alle tasse sul #lavoro”. Eravamo a un passo dal toccare il cielo con un dito e non ce ne eravamo accorti. Un po’ come quando arrivi in un locale mesto e i tuoi amici ti dicono che fino a un minuto prima era stata una figata pazzesca. Tempo delle mele.

DI MAIO FA CENTRO
Luigi Di Maio ormai è pronto per essere un leader del “grande centro”: ieri ci ha spiegato che “bisogna fare il salario minimo ma non si può imporlo ai datori di lavoro”. Il salario minimo omeopatico, del resto, è uno dei punti forti del programma centrista in cui promettono una nuova linea di eau de toilette al gusto “Diritti”. Un flacone di cittadinanza per tutti.

AR-RUOCCO ANTI-IVA
La compagna di Di Maio nel nuovo partito “Insieme per il Futuro”, Carla Ruocco, ci avvisa che stanno lavorando “per azzerare l’Iva su pane e pasta e ridurre l’aliquota dal 10 al 5% su carne e pesce”. “Per noi, – dice Ruocco – non contano gli slogan ma le soluzioni concrete”. Sembra una puntata di Stranger Things, dove i protagonisti vengono risucchiati da un demogorgone che gli modifica l’identità. Hanno incrociato Sala e Tabacci e sono diventati adulti in un attimo.

GIRATO DI MELONI
Circola una foto. Nella sede di Fratelli d’Italia a Civitavecchia, circolo dedicato a Giorgio Almirante, sono appesi poster e vessilli della Xª Flottiglia MAS con la foto del golpista Borghese. Chissà se Giorgia Meloni anche in questo caso avrà bisogno di tutto il girato per individuare la “matrice” che infesta il suo partito. Fallo di simulazione.

SALA E I DUE LIOCORNI
Il sindaco di Milano Bebbe Sala (che non si candida ma è il nuovo baby sitter di Di Maio “per il bene del Paese”) dice che l’unico consiglio che ha dato a Letta “è di lavorare in questo momento affinché si azzerino i veti”. Il segretario del Pd avrà pensato che dopo avere imbarcato Calenda, Brunetta, Gelmini e forse Carfagna ormai mancano solo i due liocorni. Coalizione aperta quasi spalancata.

TAJANI MONARCHICO
Il coordinatore nazionale di Forza Italia Antonio Tajani viene impallinato dal meloniano Rampelli per escluderlo dalla corsa a Palazzo Chigi: “Era monarchico!”, dice Rampelli. Tajani si difende: “E che problema c’è?”. Te lo diciamo noi, Tajani: che vi candidate a guidare una Repubblica parlamentare. Questo è il problema.

1-Continua

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Il campo kamikaze già scoppia. La prima bomba è Calenda

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Enrico Letta traccia il solco: in nome del “voto utile” (questa volta contro la destra di Meloni e Salvini) bisogna costruire “un’alleanza elettorale” per battere la destra “nero fossile”. Per farlo il segretario del Partito democratico ammette che bisogna convincere “qualcuno che in passato ha votato per loro o noi questa sfida non la vinciamo”.

C’è per Letta un problema non da poco: Fratoianni e Bonelli non vogliono Calenda e Calenda pone il veto su Fratoianni e Bonelli

Letta fa anche i nomi e i cognomi: bisogna convincere gli elettori di Forza Italia. Che gli elettori di Forza Italia possano votare un’alleanza che – almeno sulla carta – vorrebbe essere di centrosinistra appare impervio ma per portarsi avanti intanto sembra più che pronto ad abbracciare Gelmini e Brunetta portati in dote da Calenda.

Matteo Orfini prova a sollevare il tema: “Non mettiamo veti sulle persone, ma se vogliamo fare pace con il mondo della scuola non potremo avere qualcuno che non ce lo fa fare”, dice riferendosi ovviamente all’ex ministra Gelmini ma i più maligni dell’assemblea non possono fare a meno di pensare anche a Lucia Azzolina, ministra del secondo governo Conte che ora Di Maio regala al Partito democratico.

Anche su Luigi Di Maio i malumori ci sono, eccome. Laura Boldrini non lo nomina ma fa riferimento a “chi parò del partito di Bibbiano e dei taxi del mare” mentre Goffredo Bettini avvisa che Calenda (ormai a un passo dall’ingresso in coalizione) “ha fatto della demolizione degli altri la sua cifra politica, si erge a giudice di ogni singola forza o personalità politica, non se ne salva nessuna, ha diviso fra i buoni e i cattivi”.

Lui, Calenda, intanto da fuori riesce a sfiorare il ridicolo dichiarandosi disponibile a fare il Presidente del Consiglio “se Draghi non sarà disponibile” (leggi l’articolo). Basterebbe anche solo questa frase per fare capire come, al di là dei numeri, la presenza del leader di Azione e dei suoi nuovi acquisti pescati dalla cesta di Berlusconi sarà ingombrante e faticosa. A sinistra intanto Nicola Fratoianni – che abbiamo intervistato su La Notizia di oggi (leggi l’articolo) – sembra pronto a fare parte del gruppo.

C’è per Letta un problema non da poco: Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (nella foto) non vogliono Calenda e Calenda pone il veto su Fratoianni e Bonelli. Del resto al di là delle questioni personali ci sarebbe da rendere compatibili programmi che su molti punti sono addirittura opposti: gli uni vogliono più stato sociale mentre l’altro lo cancellerebbe mettendolo sul mercato, questo vuole le centrali nucleari e i rosso-verdi sono contrari già al rigassificatore di Piombino.

Letta insiste chiarendo che “non c’è nessuna agenda Draghi” (ma era stato lui a sventolarla) e che “ciascuno potrà tenere i propri programmi”. La legge elettorale, del resto, rende ancora più difficile una campagna elettorale che si preannuncia durissima. “Il problema sarà anche come si sviluppa concretamente la campagna elettorale. Se dovessimo censurarci perché c’è uno che ti smentisce, rinunceremmo alle nostre potenzialità di fuoco», dice il ministro Orlando.

Poi c’è il problema delle liste: si voteranno il 9 o l’11 ma saranno i segretari regionali a farsene carico. Le donne per ora sono poche, troppo poche. E le deroghe sono già pronte per Fassino, Franceschini e i soliti noti. Il M5S è ufficialmente escluso. Di Renzi non parla nessuno ma un suo ingresso sembra molto improbabile.

Il vicesegretario Peppe Provenzano coglie il punto: «Bisogna evitare di dare l’impressione di voler costruire un’alleanza degli inclusi, sarebbe un regalo a Meloni”, dice. Eppure per ora da fuori sembra proprio così. Un centro-centro-centro-sinistra che cerca voti a destra.

Leggi anche: Benvenuti nel Campo kamikaze del Pd, dove i nuovi alleati di Letta già lo bocciano come candidato premier per Draghi forever

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Il punto di questa bislacca campagna elettorale

Questa legge elettorale è un disastro. Questa cosa va chiarita subito perché non è ben chiara: un partito deve avere almeno il 3% dei voti oppure presentarsi in una coalizione di partiti che ottengono insieme il 10% per eleggere i suoi in Parlamento. Ecco perché ieri Enrico Letta ha parlato di “alleanza elettorale” e non di “coalizione” ed ecco perché ha puntualizzato che gli eletti del Partito Democratico risponderanno al programma del Pd e non a un indefinito programma di coalizione.

Chiarito questo ieri il segretario del Pd ha illustrato la sua strategia: fingersi di centrodestra per prendere i voti del centrodestra e riuscire a battere la destra. Qualcuno dei suoi giustamente ha posto il tema dei voti che così si perderebbero a sinistra (quella che Calenda chiama amichevolmente “frattaglie”) ma il tema non sembra per ora molto sentito. Così sembra davvero probabile (a oggi, ma sono giorni convulsi in cui potrebbe cambiare il quadro) che Letta miri a una coalizione con Fratoianni e Bonelli a sinistra e Calenda a destra, compresi Gelmini e Brunetta e compagnia cantante. Fratoianni e Calenda si faranno la guerra fino all’ultimo ma poi in nome della “responsabilità” potrebbero decidere di andare fino in fondo, questa è la sensazione diffusa. Renzi, per ora, è fuori. Ma nei prossimi giorni ci sarà da preparare le liste e gli animi si scalderanno.

A sinistra Luigi De Magistris, Potere al Popolo e Rifondazione si avvicinano all’assemblea che darà il via a “Unione Popolare”. De Magistris vorrebbe coinvolgere il M5S (i contatti sono continui) ma Potere al Popolo non vede di buon occhio l’ingresso del partito che firmò i decreti sicurezza con Salvini (solo per citare uno dei tanti punti critici). Anche in questo caso la sensazione, a oggi, è che l’alleanza elettorale dovrebbe rimanere così. In attesa degli eventi.

Si fa strada l’ipotesi che il Movimento 5 Stelle corra da solo. L’idea è di far rientrare Di Battista, Raggi e Appendino. Tra le condizioni poste c’è quella di “tornare alle origini” e non allearsi con nessuno.

A destra invece si stanno scornando per la leadership. Giorgia Meloni sa di avere più voti ma teme l’asse Berlusconi-Salvini (immaginatevi tra l’altro lo scorno di essere comandati da una donna). Meloni ha chiesto che si chiarissero le modalità con cui il centrodestra sceglie il presidente del Consiglio. Berlusconi ha risposto senza rispondere. Tra l’altro da quelle parti c’è già profumo di festa e champagne. Ed è una leggerezza che potrebbero pagare cara.

Non male come inizio.

Buon mercoledì.

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Crepe a sinistra per il Pd, Nicola Fratoianni boccia l’Agenda Draghi

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Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, ha presentato il simbolo comune con Europa Verde con Angelo Bonelli e Eleonora Evi.

Fratoianni, le faccio la domanda che fanno tutti in queste ore: davvero Sinistra Italiana e Verdi staranno con Calenda
Sinistra italiana e Verdi stanno con il paese soffre che soffre una crisi sociale e ambientale. Credo che serva una proposta chiara, ambiziosa e radicale nelle soluzioni. Serve una proposta che comprenda la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario – per tenere insieme transizione e occupazione -, serve un serio percorso di digitalizzazione, serve una vera transizione. Siamo l’unico Paese in cui salari da 30 anni calano mentre i prezzi crescono. Penso a un Paese che per tornare competitivo investa sull’istruzione gratuita fino all’Università, nella ricerca pubblica, nella sanità, nelle energie rinnovabili e non fossili. Penso a un paese che ha bisogno di cambiare per aumentare i diritti. Noi lo faremo consapevoli che di fronte abbiamo una destra pericolosa per le sue ricette, non solo per la provenienza: sono gli amici di Trump, è la destra del negazionismo, che vuole la flat tax smantellando lo stato sociale considerato solo merce da spartire. Credo che tutti debbano porsi un problema: come impedire che questa destra vinca e ci condanni a un pericoloso passo indietro? Questo riguarda tutti. Per cui Fratoianni e Bonelli all’inizio di questa crisi determinata da una delle forze che sostenevano il governo propongono un progetto. Ricordo che io sono stato sempre all’opposizione, contro l’invio di armi, contro l’aumento delle spese militari, contro la delega fiscale senza progressività. Di fronte a una crisi che ha precipitato il Paese in una campagna elettorale mai vista, ad agosto, noi continuiamo a dire a coloro che oggi pensano che la ricetta della destra vada combattuta che sono tutti chiamati a un elemento di responsabilità. Questa volta la uso io questa parola che tante volte hanno scagliato contro di me. Si lavori alla più larga convergenza in difesa della Costituzione.

E quindi Fratoianni con Calenda
No, il loro programma è incompatibile. Non avrò mai un programma insieme a Calenda, non avrei un programma comune con quasi nessuna delle forze che ha governato con Draghi. Sono stato d’accordo solo raramente nel governo Conte 2.

Però Letta pensa a un’alleanza che vada da voi fino a Azione…
Ognuno la pensa come vuole. Discuteremo, ci confronteremo. Oggi inizia una campagna elettorale per i nostri contenuti. Il modo sarà l’oggetto della discussione dei prossimi giorni e delle prossime settimane. Io continuerò ad appellarmi all’impegno di tutti, a ripetere, verificare fino all’ultimo minuto, fino al 20 agosto quando ci sarà la presentazione delle liste. Del resto siamo di fronte anche a una pessima legge elettorale.

Quindi potrebbe essere il pontiere con il M5S?
Non pontiere, continuerò ad affermare quello che mi pare buonsenso: costruire con chiunque sia possibile una convergenza programmatica sui singoli temi. Come ho sempre fatto, all’opposizione e in maggioranza. Questo lo farò continuamente, lo ripeto: mi rivolgerò a tutti perché il tema della destra che avanza è un tema che non può essere agitato a corrente alternata, deve prevedere l’impegno di tutti. Ma non si fa una campagna elettorale “contro”. Una cosa posso dirla: chi vota per il nostro simbolo ha la certezza che chi verrà eletto e andrà in Parlamento continuerà a non votare per l’aumento della spesa militare, per l’invio di armi, continuerà a dire no al rigassificatore di Piombino. Gli elettori possono stare tranquilli. Possono misurare che quello che diciamo ha una certa corrispondenza: sono in parlamento da 9 anni credo che si difficile per chiunque indicare qualche passaggio in cui la mia correttezza e trasparenza sia stata messa in discussione.

Letta dice di puntare ai voti di Forza Italia, dopo aver agitato “l’agenda Draghi”…
Ognuno punta a prendere i voti che ritiene potenzialmente disponibili. Certo io penso che si debba lavorare per prendere voti ma anche per dare una speranza a chi in questo Paese ha continuato a soffrire. Lo dico chiaramente: non credo che esista un’agenda Draghi come possibile piattaforma per l’Italia nei prossimi decenni. Tra un po’ sarà Draghi a dirlo a chi continua a tirarlo per la giacchetta. L’agenda Draghi cos’è? Non esiste, era un governo d’eccezione per stessa definizione di chi l’ha fatto nascere (e io non sono tra loro). Il Presidente Repubblica disse “un governo che non risponde a nessuna formula politica”. Come si può pensare di farne una piattaforma Non si può. A meno che non si pensi di porre le basi per creare le condizioni per un governo simile al precedente. Quella formula richiede una trasversalità. L’altra garanzia che posso dare ai nostri elettori è: se per caso grazie a questa legge elettorale, si dovesse determinare la condizione per un trasversalismo per un governo come quello Draghi noi non ci saremo.

I sondaggi parlano chiaro: la destra stravince. Come si può pensare di batterla
Le campagne elettorali cambiano umori e percezioni. Io mi auguro che di fronte alla campagna della destra (Salvini posta già il suo faccione sorridente davanti a una barca di essere umani terrorizzati, impauriti e disperati) gli equilibri possano cambiare. Abbiamo visto le loro proposte. Io non vorrei che potessero applicarle con il bazooka del 60% dei voti. La destra italiana è questa roba qua: prende la sanità strappata a morsi per darla ai privati, è quella che taglia strutturalmente il finanziamento della ricerca pubblica perché non sa che dove non c’è ricerca non c’è innovazione anche del privato e dell’impresa. La gente sceglierà tra chi propone gratuità del trasporto pubblico locale per studenti (come in Germania e Spagna, in risposta a crisi energetica) e chi propone di cementificare, rimandare sine die la transizione all’elettrico Sono convinto che le persone sapranno scegliere.

De Magistris intervistato sul nostro giornale dice che “Sinistra Italiana potrebbe finire per fare la gamba sinistra di un PD che non c’entra niente con la sinistra”…
Io credo che a sinistra dovremmo liberarci di un’ossessione, guarire da una malattia: considerare quello che ti è più vicino il peggiore dei tuoi nemici. Luigi dice di voler lavorare per l’antisistema ma non ho capito cosa significhi. Io non sarò mai preoccupato che altri – che su molti temi hanno idee che considero condivisibili – possano essere al mio fianco. Credo che questi argomenti allontanino le persone che vorremmo. In bocca al lupo comunque a Luigi per la sua campagna elettorale.

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Stefano Bonaccini scambia l’Emilia-Romagna per Roma

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Voleva fare il calciatore e invece è finito presidente dell’Emilia Romagna. Stefano Bonaccini in queste ore è sulla bocca di molti per essere stato incoronato potenziale leader da Matteo Renzi (che per spaccare il Partito democratico sarebbe disposto a elogiare perfino Salvini).

Stefano Bonaccini in queste ore è sulla bocca di molti per essere stato incoronato potenziale leader da Matteo Renzi

Bonaccini, travolto dall’hybris, rilascia anche un’intervista in cui insegna al Pd come vincere le elezioni: “Dovremo fare a meno del Movimento 5 Stelle – spiega al Tg4 – perché cosa fatta capo ha e (testuale, sic!) non è possibile allearsi con chi ha cercato di mandarti a casa. Adesso dobbiamo costruire una alleanza di centrosinistra che a mio parere, come succede in Emilia-Romagna da sette anni, va, in questo caso, da Renzi e Calenda fino a Elly Schlein e che si contrapponga a questa destra che non vede nulla di centrodestra: Salvini e Meloni in Europa stanno con l’estrema destra non con i conservatori”.

Solo che usare il paradigma di quelle elezioni regionali alle prossime elezioni nazionali non ha senso, per una serie di motivi che Bonaccini strumentalmente dimentica. In quella campagna elettorale una grande mano alla sua vittoria gli arrivò dal fenomeno della Sardine (ormai annacquate in un posto nel consiglio comunale di Bologna del fu leader Mattia Santori) che incanalarono un importante movimento contro la Lega e la sua candidata Lucia Borgonzoni.

A proposito di Borgonzoni: fu una candidata convinta che l’Emilia Romagna confinasse con il Trentino, ipotizzò l’apertura al sabato e alla domenica degli ospedali senza sapere come funzionassero, andava in giro con la maglietta “Parlateci di Bibbiano!”, ha passato settimane a ripetere che non avrebbe festeggiato il 25 aprile.

Stefano Bonaccini ebbe gioco facile contro un’avversaria che nei sondaggi non sfondò mai (a differenza della destra nazionale che nei sondaggi esonda). In più Bonaccini potè godere dell’enorme contributo di Elly Schlein che collezionò 15.975 preferenze a Bologna, atre 3.896 a Reggio Emilia e ancora 2.227 a Ferrara con la sua lista “Coraggiosa” nata con la benedizione di Vasco Errani e Pierluigi Bersani.

Bonaccini insomma ama essere la cartina di tornasole della politica nazionale proponendo uno schema che non è ripetibile e che c’etra davvero poco. Ma per lui l’importante è che se ne parli.

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Operazione “Planning”: la ‘Ndrangheta su edilizia e supermercati. I nomi e cognomi.

C’è l’ex assessore e presidente del consiglio comunale di Reggio Calabria Dominique Suraci fra le 12 presone arrestate stamane dagli uomini del Centro operativo della Dia della città calabrese dello Stretto nell’ambito dell’operazione antimafia coordinata dalla Procura distrattuale reggina. Surace è coinvolto nella sua qualità di imprenditore legato, secondo l’accusa, alla ‘ndrangheta. Nell’indagine della Dia reggina compaiono i nomi di imprenditori molto noti, operanti nel settore della grande distribuzione alimentare e dell’edilizia legati, in particolare, ai clan De Stefano e Araniti, ma anche ad altri clan

Tra le dodici persone, presunti affiliati alla ‘ndrangheta ed imprenditori collusi, per l’operazione, denominata «Planning», che ha consentito di sgominare un’associazione criminale che avrebbe visto alleati imprenditori e famiglie di ‘ndrangheta finalizzata all’infiltrazione di alcune cosche nel settore edile e nella grande distribuzione alimentare.

Le dodici persone sono accusate, a vario titolo, di associazione mafiosa, concorso esterno, associazione per delinquere, impiego di denaro di provenienza illecita, autoriciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, tutti reati aggravati dalle modalità mafiose. Fra gli indagati risultano i fratelli Giampiero e Sergio Gangemi, Antonio Mordà, e Domenico Gallo. Alcuni degli arrestati sono stati coinvolti in altre operazioni.

Contestualmente – in Lombardia, Abruzzo, Lazio e Calabria – Dia e finanzieri stanno dando esecuzione al sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente, disposto dalla procura reggina, di 27 imprese, di cui una con sede legale in Slovenia e una in Romania, 31 unità immobiliari, quote societarie e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di oltre 32 milioni di euro.

Le mani sul settore edile e sulla grande distribuzione alimentare

L’operazione costituisce l’esito di un’indagine condotta dalla Dia e dal Nucleo di Polizia economico-finanziaria di Reggio Calabria. In particolare, sarebbero stati acquisiti elementi relativi all’esistenza di un’associazione a delinquere nel cui ambito imprenditori attivi nel settore edile e della grande distribuzione alimentare – alcuni dei quali già coinvolti in inchieste penali o destinatari di misure di prevenzione – avrebbero stretto una pluralità di accordi con famiglie di ‘ndrangheta, agevolando, secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’infiltrazione della consorteria in quei settori attraverso la compartecipazione occulta di loro esponenti alle iniziative economiche, gestite ed organizzate tramite imprese fittiziamente intestate a terzi, o mediante l’affidamento di numerosi servizi e forniture a imprenditori espressione dell’associazione criminale.

I soldi “dirottati” alla ‘ndrangheta

Parte dei profitti così accumulati sarebbe stata poi trasferita in maniera occulta, attraverso fittizie operazioni commerciali e fittizi rapporti giuridici – al fine di dirottare la liquidità verso i titolari effettivi delle operazioni economiche, incluse le cosche di ‘ndrangheta, e di ostacolare le indagini – eludendo l’applicazione delle misure di prevenzione patrimoniali e consentendo l’impiego e l’autoriciclaggio dei proventi illeciti. Nello stesso tempo, le cosche avrebbero agevolato l’espansione delle iniziative imprenditoriali sul territorio, a discapito dei concorrenti, tutelandone gli interessi anche con l’esercizio della forza intimidatoria.


Personale della Direzione investigativa antimafia e militari del Comando provinciale della Guardia di finanza di Reggio Calabria – sotto il coordinamento della locale procura reggina diretta da Giovanni Bombardieri – stanno dando corso a un’ordinanza di applicazione di misure cautelari emessa dal gip di Reggio nei confronti di 12 persone (8 in carcere e 4 agli arresti domiciliari) gravemente indiziate, a vario titolo, di associazione mafiosa, concorso esterno, associazione per delinquere, impiego di denaro di provenienza illecita, autoriciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, tutti comunque aggravati dalle modalità mafiose.

Le indagini, durate 2 anni, hanno avuto ad oggetto illeciti commessi dal 2011 al 2021 e sono state integrate e riscontrate da plurime e convergenti dichiarazioni di collaboratori di giustizia, formatesi autonomamente e in tempi diversi. Peraltro, le investigazioni – allo stato del procedimento e impregiudicata ogni diversa successiva valutazione nel merito – avrebbero consentito di svelare ulteriori ipotesi di impiego di denaro o beni o utilità di provenienza illecita e autoriciclaggio che coinvolgono la provincia di Pescara, ove taluni indagati avrebbero sostenuto, con proventi derivanti dall’attività criminale, un investimento finalizzato all’avviamento e alla gestione di due supermercati.

Nello specifico, gli imprenditori reggini coinvolti nell’iniziativa economica sviluppata in tale area sarebbero accumunati dai rapporti di solidarietà criminale con la cosca De Stefano, sebbene questo non sarebbe l’unico tratto collusivo con la ‘ndrangheta reggina, atteso come la gran parte di loro vanterebbe anche ulteriori rapporti di solidarietà criminale con altre cosche.

In manette l’ex assessore Dominique Suraci

C’è l’ex assessore di Reggio Calabria, Dominique Suraci, fra le 12 presone arrestate stamane dagli uomini del Centro operativo della Dia della città calabrese dello Stretto nell’ambito dell’operazione antimafia coordinata dalla Procura distrettuale reggina. Surace è coinvolto nella sua qualità di imprenditore legato, secondo l’accusa, alla ‘ndrangheta. Nell’indagine della Dia reggina compaiono i nomi di imprenditori molto noti, operanti nel settore della grande distribuzione alimentare e dell’edilizia legati, in particolare, ai clan De Stefano e Araniti, ma anche ad altri clan

I nomi delle persone colpite dall’ordinanza

Sono finiti in carcere Dominique Suraci, 54 anni; Francesco Armeni di 68 anni; Andrea Chilà di 57 anni; Domenico Gallo di 66 anni; Giampiero Gangemi di 53 anni; Sergio Gangemi di 48 anni, Fortunato Martino detto “Nato” di 59 anni e Antonino Mordà di 53 anni.

Agli arresti domiciliari Gaetano Coppola di 83 anni, Roberto Di Giambattista di 65 anni, Vincenzo Lo Giudice detto “Enzo” di 60 anni e Giuseppe Antonio Milasi detto “Pino” di 53 anni.

Indagati a piede libero Luigi Bagnato, 68 anni; Filippo Antonio Barcaiolo, 40 anni; Marcello Brunozzi, 71 anni; Francesco Cozza detto “Ciccio”, 48 anni; Carmelo Maria Romeo, 44 anni; Domenico Siclari, 63 anni; Tiziana Spina, 41 anni; Gianluca Taverniti, 44 anni.

(fonte)

Matteo Renzi chiede asilo politico al Pd. E boccia Letta premier

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Italia Viva bolle. Matteo Renzi che fino a qualche minuto prima della caduta del governo Draghi si aggirava con il mento all’insù per i corridoi del Parlamento convinto di tenere il boccino in mano ora annaspa alla ricerca di un pertugio.

Italia Viva bolle. Matteo Renzi annaspa alla ricerca di un pertugio

La “comunità di Italia Viva” intanto graficamente si scioglie nel nuovo logo di partito dove campeggia il nome del senatore fiorentino, a riprova che quel progetto politico può provare a rientrare in Parlamento solo grazie alla popolarità del suo padrone.

Ma la popolarità di Renzi, non è una sorpresa, è tutt’altro che fiorente. Negli uffici del Partito democratico girano sondaggi che indicano Renzi come portatore forse di un 2%, accettandolo nel “campo largo” che ha in mente Letta, ma peserebbero almeno un 4% gli elettori che si perderebbero. Il saldo è negativo.

Renzi dal canto suo prova a buttarla sul piano emozionale parlando di “astio” di Enrico Letta nei suoi confronti. È il suo solito trucco – che non funziona da tempo – di confondere il piano umano e il piano politico secondo la convenienza: Renzi che spara cannonate contro Conte e il Pd per tutti questi mesi dovrebbe essere un’arguta analisi politica, il Partito democratico che non vuole allearsi con lui invece dovrebbe essere isteria.

Non viene sfiorato nemmeno dall’idea che la sua continua delegittimazione di Letta (e del Pd), il suo continuo fare sponda alla destra, le sue continue offese agli elettori dei democratici e il suo avere fatto cadere un governo (il Conte 2) sostenuto anche da chi ora dovrebbe accoglierlo a braccia aperte, possano essere motivi più che sufficienti per accompagnarlo gentilmente alla porta.

Senza alleanza con i dem Italia Viva rischia l’estinzione

Certo gli brucia, eccome se gli brucia, assistere all’ingresso nel “campo largo” di Carlo Calenda con tutta la sua truppa di fuoriusciti berlusconiani (Brunetta e Gelmini novelli progressisti, una vera e propria distopia) mentre il suo partito galleggia intorno a un malinconico 1,8% nell’ultimo sondaggio di Youtrend per Sky Tg24.

A questo aggiungeteci che il partito di Luigi Di Maio (che probabilmente non esisterà mai, con l’ex ministro inghiottito nella lista di Letta) è dato al 2,6%: il “capolavoro politico” di Renzi sta tutto qui. Il suo “sono pronto a correre da solo” risuona come quei ragazzini che interrompono la partita urlando “il pallone è mio”, inconsapevoli che un pallone in giro lo si trova comunque.

Ma poiché Renzi non riesce a sfuggire alla sua natura nell’intervista al Corriere della Sera riesce ancora una volta a offendere Letta e i suoi e prova l’ennesima mossa del cavallo (perdente) proponendo Stefano Bonaccini come candidato alla Presidenza del Consiglio.

“Letta – dice Renzi – è il segretario del Pd: decida lui. Fossi al suo posto sceglierei uno bravo a vincere elezioni che sembravano già perse: Bonaccini. Ha preso il voto dei moderati e quello degli estremisti di sinistra e ha fermato Salvini nel momento in cui sembrava impossibile. Bonaccini ha fatto meno campagne elettorali di Letta, ma ne ha vinte qualcuna in più”. Non male provare a farsi aprire la porta dal Pd sputandogli sul campanello.

Ma non è finita qui. Mentre Bonaccini si ringalluzzisce per essere diventato una notizia – anche lui non riesce a dissimulare quanto si piaccia – Matteo Renzi cambia idea e dice di voler “riportare Draghi a Palazzo Chigi”. Stava scherzando. O forse – preoccupato com’è di piacere al Pd – prova a scimmiottare Calenda per ottenere la stessa benevolenza. Renzi continua a non capire che Calenda ha una caratteristica di cui lui è sprovvisto: i voti. E i voti in campagna elettorale contano, eccome, più di qualsiasi narcisistica narrazione di sé stessi.

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