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L’Italia dei giornalisti sotto scorta: non solo Ranucci, in venti sotto tutela. Ecco il rapporto europeo che ci mette tra i “dismantlers”

Il 17 ottobre 2025, qualcuno ha piazzato quasi un chilo di esplosivo sotto l’auto di Sigfrido Ranucci a Pomezia. L’ordigno ha distrutto anche la macchina della figlia. La Procura di Roma ha concluso che non era un avvertimento: era un tentativo di omicidio. Gli investigatori della Dda seguono la pista dei Casalesi.

Ranucci vive sotto scorta dal 2021. Il Liberties Media Freedom Report 2026, uscito il 28 aprile, lo colloca in una statistica che dovrebbe far discutere: venti giornalisti italiani vivono sotto protezione a tempo pieno. Il numero più alto d’Europa.

Il rapporto, il quinto della Civil Liberties Union for Europe con 43 organizzazioni civili in 21 paesi, analizza il 2025 in 22 stati membri. Classifica l’Italia tra i “dismantlers”: governi che sistematicamente indeboliscono lo stato di diritto, insieme a Bulgaria, Croazia, Ungheria e Slovacchia. Per Orbán vale un discorso a parte; il deterioramento è così avanzato da non fare più paragoni. L’Italia occupa la fascia di mezzo di questa classifica che nessuno vorrebbe guidare.

Giornalisti nel mirino

Sul fronte della sicurezza, Mapping Media Freedom ha registrato 118 violazioni della libertà di stampa in Italia nel 2025: in maggioranza verbale, in 15 casi di violenza fisica. A maggio Luciana Esposito, giornalista che scriveva di criminalità nella zona est di Napoli, ha ricevuto la scorta: sesta giornalista campana sotto protezione. Sul capitolo spyware: Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it, e Ciro Pellegrino, capocronaca dello stesso giornale, sono stati spiati con Graphite, il software israeliano di Paragon Solutions venduto esclusivamente a governi. Il Citizen Lab dell’Università di Toronto ha certificato entrambi gli attacchi. Il Copasir ha confermato l’uso di Graphite su attivisti di Mediterranea ma ha negato di aver preso di mira Cancellato. Paragon ha rescisso il contratto con l’Italia. Le indagini delle procure di Roma e Napoli restano aperte.

L’Italia è il paese europeo con il maggior numero di cause strategiche contro il giornalismo nel 2025, secondo la coalizione Case. Il capo di gabinetto di Meloni, Gaetano Caputi, ha intentato causa contro Report e contro Domani. Anche il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha depositato azioni legali contro entrambe le testate. Il recepimento della Direttiva Anti-Slapp, con scadenza al 7 maggio 2026, è apparso come intenzione di governo solo a dicembre 2025, dopo le mozioni parlamentari seguite all’attentato Ranucci. Anni di silenzio, poi qualche settimana prima della scadenza.

Rai, Agcom e il pluralismo di carta

Sulla Rai, il modello di finanziamento viola i requisiti di sostenibilità dell’Emfa, l’European Media Freedom Act entrato in vigore nell’agosto 2025. La nomina della presidente sostenuta dal governo, Simona Agnes, è rimasta bloccata: la Commissione di Vigilanza non ha raggiunto il quorum dei due terzi per la ratifica. La Rai ha operato per mesi senza un presidente nominato. L’emendamento alla legge di bilancio 2026 prevede un taglio di 30 milioni di euro nei contributi pagati dalle imprese commerciali tra il 2026 e il 2028.

L’Agcom ha pubblicato il report sul pluralismo del 2022 nel 2024. Il rapporto Liberties lo registra senza sconti: l’autorità non tratta l’indipendenza editoriale come un concetto distinto dal pluralismo. Due cose separate nella realtà, fuse nel regolamento. La fiducia degli italiani nei media era al 34% nel 2024, è risalita al 36% nel 2025. Chi si informa sui social scende al 27%.

Venti giornalisti sotto scorta. Nessuna legge contro le cause bavaglio. Una Rai senza presidente. Uno spyware militare puntato sulle redazioni. Il rapporto descrive l’Italia senza perifrasi: un Paese in cui esercitare il giornalismo è diventato strutturalmente pericoloso. Agcom pubblica i numeri con due anni di ritardo. Il governo assicura di rispettare le leggi.

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Processo OpenAI, Musk contro Altman: scelti i nove giurati chiamati a decidere su una trasformazione societaria da 852 miliardi di dollari

Nove giurati selezionati, nessun imputato in aula, e il proprietario della piattaforma che pubblica insulti mentre i suoi avvocati preparano gli argomenti introduttivi. Il processo Musk v. Altman è cominciato ieri a Oakland, California, esattamente come ci si aspettava: con l’aria di una rissa tra miliardari travestita da questione di principio.

Elon Musk, cofondatore di OpenAI nel 2015, ha scelto di restare fuori dall’aula durante la selezione dei giurati. Ha preferito il suo social network. “Scam Altman and Greg Stockman stole a charity. Full stop,” ha scritto lunedì mattina, mentre la giudice Yvonne Gonzalez Rogers sedeva i nove cittadini nel collegio. Oggi, martedì 28 aprile, iniziano gli argomenti introduttivi.

Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, era in aula con Greg Brockman, cofondatore e presidente. OpenAI ha risposto su X: “We can’t wait to make our case in court where both the truth and the law are on our side. This lawsuit has always been a baseless and jealous bid to derail a competitor.”

La geometria di una causa

Il processo chiede a nove persone comuni di giudicare una trasformazione societaria da 852 miliardi di dollari. OpenAI è stata fondata nel 2015 come organizzazione no-profit per sviluppare l’intelligenza artificiale “a beneficio dell’umanità.” Musk vi ha investito 38 milioni di dollari tra il 2015 e il 2017. Nel marzo 2019, tredici mesi dopo la sua uscita dal consiglio, la società ha costituito una controllata commerciale. Musk sostiene di essere stato ingannato: avrebbe finanziato un ente caritatevole, salvo vederlo trasformarsi in una macchina da profitto.

Le accuse rimaste sono due, unjust enrichment e breach of charitable trust, dopo che le ventiquattro restanti sono cadute nell’istruttoria. I danni richiesti, da devolvere al ramo no-profit, oscillano tra 134 e 150 miliardi di dollari. OpenAI replica che Musk era coinvolto nelle discussioni sulla conversione, che avesse spinto per diventare amministratore delegato, e che la causa serva a sostenere xAI, la sua impresa rivale. Il processo si svolge in due fasi: verdetto consultivo della giuria, poi la giudice deciderà sui rimedi. A ciascuna parte sono state assegnate 22 ore.

I documenti che non si dovevano trovare

Il materiale più imbarazzante proviene dall’interno di OpenAI. Tra le migliaia di pagine ottenute dai legali di Musk tramite citazione giudiziaria nel 2025 figurano i diari di Greg Brockman. Nell’autunno del 2017 annotava: “This is the only chance we have to get out from Elon. Is he the ‘glorious leader’ that I would pick?” E ancora: “Financially, what will take me to $1B? Accepting Elon’s terms nukes two things: our ability to choose… and the economics.”

La giudice Gonzalez Rogers, nella decisione del 15 gennaio 2026, ha citato quelle pagine come “ample evidence” sufficiente al rinvio a giudizio, avvertendo che la stima dei danni è “pulled out of the air”. Sono attesi Ilya Sutskever, già capo degli scienziati di OpenAI, e Satya Nadella, amministratore delegato di Microsoft, citato come convenuto.

Sam Brunson, professore di diritto no-profit alla Loyola University Chicago, ha sintetizzato per Fortune la difficoltà di Musk: chi dona a un ente caritatevole perde il controllo su quel denaro. L’unica via è dimostrare la frode nel momento della donazione. Il che è ciò che Musk ha tentato per due anni, salvo poi chiedere lui stesso di stralciare le accuse di frode prima dell’udienza.

La causa ha una dimensione performativa che nessuno nasconde. Musk vuole umiliare Altman. Altman vuole umiliare Musk. “Can’t wait to start the trial. The discovery and testimony will blow your mind,” aveva scritto Musk a gennaio. Altman a febbraio: “Really excited to get Elon under oath in a few months, Christmas in April.”

Oggi è aprile. Gli argomenti introduttivi iniziano.

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Dal 2023 arrestati 1.800 minori palestinesi

Il Palestine Centre for Prisoners’ Studies ha pubblicato il 28 aprile un rapporto che documenta 1.800 arresti di minori palestinesi dall’ottobre 2023. Tra i detenuti ci sono bambini di dieci anni. Un neonato di sette mesi è nato in carcere da una madre detenuta. Trecentocinquanta minori restano nelle prigioni di Megiddo e Ofer: 90 in detenzione amministrativa, senza accusa né processo.

I minori riportano percosse e privazione di cibo e cure. Walid Ahmad, diciassette anni, di Silwad, è morto a Megiddo per mancanza di assistenza medica. Defense for Children International-Palestine, che documentava questi casi dal 1991, ha cessato le attività il 7 aprile. Human Rights Watch imputa la chiusura alla “criminalizzazione israeliana delle organizzazioni per i diritti palestinesi”. Il monitoraggio si interrompe mentre i numeri toccano il record storico.
Al 31 dicembre 2025 il 51 per cento dei minori era in custodia senza accusa, secondo Al Jazeera: la percentuale più alta dal 2008, quando DCIP aveva cominciato il conteggio. HaMoked certifica che ad aprile 2026 i detenuti classificati come “sicurezza” sono 8.309, di cui 3.532 senza processo.

La Global Sumud Flotilla, partita il 26 aprile da Augusta con sessanta imbarcazioni, naviga nello Ionio. Abbiamo già raccontato come il 27 aprile la portavoce UE Eva Hrncirova ha dichiarato che Bruxelles “sconsiglia” la missione giacché “mette a rischio la sicurezza dei partecipanti”. Olof Gill, vice portavoce, interpellato su cosa Bruxelles chiedesse a Israele, ha risposto: “Sull’argomento non abbiamo altro da dire.”

l Centre for Prisoners’ Studies conclude che le pratiche “violano il diritto internazionale a tutela dei minori e possono costituire crimini di guerra”. L’organismo che per 35 anni aveva reso quella valutazione verificabile è stato chiuso da tre settimane.

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Il giornalismo, il dito e la luna

Il Quirinale ha scritto al ministero della Giustizia. Vuole sapere se i fatti su cui si è fondato il decreto di grazia a Nicole Minetti, condannata per peculato e favoreggiamento della prostituzione, siano veri. La domanda viene da un’inchiesta del Fatto quotidiano: bambino uruguayano, adozione opaca, madre scomparsa, due avvocati morti che la procura di Garzón indaga per duplice omicidio.

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Addio ai fossili, in Colombia la conferenza che l’Onu non ha saputo fare: 56 Paesi presenti tra cui l’Italia

Santa Marta, nel quinto paese al mondo per produzione di carbone, ospita la prima conferenza internazionale dedicata all’uscita dai combustibili fossili. La scelta non è decorativa: portare il dibattito là dove il problema ha carne e ossa. Dal 24 al 29 aprile, Colombia e Paesi Bassi convocano cinquantasei nazioni per costruire quello che l’Onu non ha saputo costruire in trent’anni: una roadmap per abbandonare petrolio, gas e carbone.

Il contesto è istruttivo. Lo Stretto di Hormuz è chiuso, o quasi. L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran ha prodotto il terzo shock energetico in meno di un decennio. La spesa di una famiglia italiana ha già superato i duemila euro annui, secondo Arera. È in questo scenario che arriva la delegazione italiana: senza annunci, confermata solo sotto interrogazione parlamentare.

Il tabù che nessuna COP ha rotto

Per trent’anni i negoziati sul clima si sono concentrati sulle emissioni, schivando la causa principale: l’estrazione di petrolio, gas e carbone. Solo alla Cop28 di Dubai, nel 2023, l’espressione “transitioning away from fossil fuels” è entrata nel linguaggio multilaterale, senza meccanismi vincolanti né date. Alla Cop30 di Belém, a novembre 2025, il testo finale non nomina i combustibili fossili. I petrostati sfruttano la regola del consenso Onu, dove bastano le obiezioni di uno dei centonovantotto partecipanti per bloccare tutto.

Santa Marta nasce da quella frustrazione: una coalizione su soluzioni concrete, percorsi legali, strumenti finanziari. Il documento finale andrà alle presidenze di Cop30 e Cop31, con una seconda conferenza già annunciata per il 2027 a Tuvalu. Al tavolo siedono grandi produttori come Australia, Canada e Norvegia. Assenti, per scelta, Stati Uniti e Russia.

L’anomalia italiana

L’Italia è tra i cinquantasei. La presidenza colombiana ne ha confermato la presenza. Il 22 aprile, in un question time alla Camera, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha risposto che «l’Italia sostiene un approccio realistico alla transizione che coniughi ambizione climatica, sostenibilità economica e sicurezza degli approvvigionamenti».

“Approccio realistico” è la formula con cui questo governo descrive la propria immobilità. Il Decreto-Legge n. 21 del febbraio 2026, approvato con voto di fiducia il 31 marzo, ha prorogato il phase-out dal carbone al 31 dicembre 2038: tredici anni oltre l’obiettivo precedente. Lo stesso decreto ha trasferito in bolletta i costi del sistema Ets ai produttori da gas. Nei primi tre mesi del 2026 il gas ha fissato il prezzo dell’elettricità in Italia per l’89% delle ore; in Spagna per il 15%. Il capo economista dell’Ocse Stefano Scarpetta ha avvertito che l’Italia «è molto esposta» ai fossili, con «ricadute sulle famiglie, soprattutto quelle meno abbienti». Cgil, Greenpeace Italia e WWF Italia, con altri otto organismi, hanno chiesto ai parlamentari con quale mandato il governo parte.

La scienza al tavolo

I primi due giorni hanno prodotto lo “Scientific Panel on Global Energy Transition”, organismo indipendente con sede all’Università di San Paolo. La ministra Irene Vélez Torres lo ha presentato con Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research, e il climatologo Carlos Nobre. Mandato: roadmap applicabili paese per paese. Rockström ha ricordato che nel 2024 oltre il 90% dell’espansione globale della capacità elettrica è venuta da rinnovabili: il freno è politico. Oltre il 60% delle guerre è legato al controllo di petrolio, gas e carbone. Lo Stretto di Hormuz è la conferma più cara.

Domani (29 aprile) Santa Marta chiuderà con un documento destinato ai negoziati verso la Cop31 in Turchia. L’Italia arriverà con un carbone prorogato al 2038 e una bolletta da duemila euro. “Approccio realistico”, ha detto il ministro. Realistico è una parola.

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Venezi-Minetti: storie diverse, stesso metodo

Domenica La Fenice di Venezia ha annullato le collaborazioni future con Beatrice Venezi, difesa per mesi dalla maggioranza di governo, poi scaricata dopo un’intervista al quotidiano argentino La Nación in cui aveva accusato i musicisti di tramandare i posti «di padre in figlio». Il sovrintendente Nicola Colabianchi ha preso le distanze con la stessa velocità con cui si era accorto che il vento era cambiato. Palazzo Chigi: Meloni «non è stata coinvolta in alcun modo».

Venezi era arrivata alla Fenice per linea diretta: consigliera musicale del ministero della Cultura sotto Sangiuliano, ospite di Atreju, premiata da Federico Mollicone (FdI) «per il suo immenso talento». Il governo aveva trasformato quella vicinanza in titolo di merito. Mesi di proteste, volantini in sala: tutto resistito. Poi un’intervista a Buenos Aires e la copertura è evaporata.

Mentre Venezia festeggiava, ieri saltava fuori l’altra storia: Nicole Minetti, ex consigliera regionale lombarda condannata in via definitiva doveva a una pena complessiva di tre anni e undici mesi per favoreggiamento della prostituzione nel Ruby-bis e per peculato nella rimborsopoli lombarda, aveva ottenuto la grazia presidenziale il 18 febbraio 2026 su proposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Motivazione: le condizioni di salute di un minore affidatole in Uruguay. Il Fatto Quotidiano ha ricostruito che il bambino aveva entrambi i genitori viventi, e che il San Raffaele e l’ospedale di Padova, citati come strutture che avrebbero sconsigliato di operarlo in Italia, hanno smentito: quel nome non risulta nei loro terminali. Il Quirinale ha scritto a Nordio: verificare con urgenza «la fondatezza di quanto rappresentato». L’istruttoria che il ministero avrebbe dovuto fare prima di firmare il parere, la sta aprendo adesso. Anche se ieri Minetti ha liquidato come notizie “false” gli scoop del Fatto.

Sono due storie diverse. Eppure entrambe mostrano un governo convinto di gestire questioni di rilievo istituzionali con metodi decisamente poco istituzionali. La logica è la stessa: si trova il modo, si firma il parere, si reggono le posizioni finché si può. Poi arriva il momento in cui non regge più. E allora si dice che i vertici non erano coinvolti. O si apre un’istruttoria su una grazia firmata due mesi fa.

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Flotilla in rotta su Gaza, solita ambiguità dall’Ue

Domenica 26 aprile, sessanta imbarcazioni della Global Sumud Flotilla lasciano Augusta, in Sicilia, con attivisti di più nazionalità e con carichi di prima necessità. La nave Arctic Sunrise di Greenpeace garantisce il supporto tecnico. Destinazione Gaza, per sfidare il blocco navale israeliano.

La risposta della Commissione europea arriva il 27 aprile a Bruxelles. La portavoce Eva Hrncirova usa una formula che merita lettura: «Pur rispettando l’impegno umanitario di tutte le persone a bordo della Flotilla, scoraggiamo questo tipo di consegne perché mettono a rischio la sicurezza dei partecipanti». Il diritto di navigazione in acque internazionali va rispettato. La Commissione chiede «costantemente un accesso senza ostacoli» per gli aiuti a Gaza.

Si tratta di contraddizione strutturale. Bruxelles vuole accesso senza ostacoli e scoraggia l’unica azione civile che tenta di forzare quell’ostacolo. Il blocco navale israeliano non viene nominato come problema: il problema, nella formula ufficiale, sono i rischi per i partecipanti. La sicurezza di chi sfida il blocco, non il blocco.

Questa è la grammatica diplomatica europea applicata a Gaza: solidarietà all’intenzione, scoraggiamento dell’azione, rinvio al dialogo con lo Stato che impone il blocco. Una formula che non produce pressione né accesso. Il carico dell’ong Music for Peace per la missione precedente è bloccato in Giordania da sei mesi per veto israeliano.

Il 27 aprile, mentre la Flotilla naviga verso la Grecia, le forze israeliane uccidono quattro palestinesi nella Striscia: due uomini al Kuwait Roundabout a Gaza City, uno vicino alla moschea Saqqa, una donna quarantenne a Khan Younis. Lo riportano gli ospedali Shifa e Nasser. Dall’ottobre 2025, secondo Ocha, i morti nel cessate il fuoco sono già 786: 226 bambini, 179 donne.

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Corte dei Conti, la riforma delle destre finisce alla Consulta: impugnato il tetto al danno erariale

A Sestri Ponente, durante un intervento neurochirurgico, qualcosa va storto. Il paziente si sveglia paraplegico. La Asl di Genova risarcisce un milione e 350mila euro, li chiede indietro ai tre medici. Uno di loro, condannato dalla Corte dei conti a versare 945mila euro, fa ricorso invocando la legge di riforma della stessa Corte: la sua esposizione scende a 170mila. Il resto rimane a carico della collettività.

Da questa vicenda la Seconda sezione centrale d’appello della Corte dei conti ha costruito l’ordinanza n. 9/2026, depositata il 23 aprile, rimettendo alla Consulta la verifica sulla riforma. Ottanta pagine, undici articoli della Costituzione in bilico. Il tetto al 30% del danno, entro il doppio della retribuzione lorda, è “in contrasto insanabile con le norme che governano la sana e corretta gestione delle risorse pubbliche.”

Il sistema nel mirino

La legge n. 1/2026, in vigore dal 22 gennaio, porta il nome di Tommaso Foti, capogruppo di Fratelli d’Italia all’epoca, oggi ministro per gli Affari europei. Obiettivo dichiarato: combattere la “paura della firma”. Meccanismo: riduzione obbligatoria al 30% del danno, secondo tetto al doppio della retribuzione lorda. Vale il più basso. Per danni grandi, il parametro retributivo abbatte le cifre in quella che la dottrina chiama “risibile condanna.” I giudici: il sistema “premia l’amministratore incapace e colloca a carico della comunità i due terzi del danno, in piena contraddizione con i principi di eguaglianza” ex articolo 3 e di solidarietà ex articolo 2.

L’effetto retroattivo

Il punto più controverso è la retroattività. La legge vale per i procedimenti in corso al 22 gennaio senza sentenza definitiva. Danni già accertati: tutto riscritto a vantaggio del convenuto. La Cassazione aveva segnalato che tetti risarcitori non possono operare retroattivamente, incidendo su diritti già maturati. La Sezione pugliese, dal canto suo, aveva sollevato separata questione con l’ordinanza n. 11/2026: l’elenco tassativo delle condotte rilevanti rischia di escludere gravi negligenze, con ricadute in sanità.

Ieri pomeriggio, Donato Centrone, presidente dell’Associazione magistrati della Corte dei conti, ha dichiarato piena condivisione “nel merito e nel metodo”. Il tetto “riduce l’efficacia dell’azione di responsabilità”.  E sulla retroattività: “Incide su procedimenti in corso.” Il chiarimento della Consulta “è quanto mai necessario”.

La riforma chiude un disegno: abrogazione dell’abuso d’ufficio, interventi sulla magistratura ordinaria, ora il controllo sulla spesa pubblica. Un “controllore addomesticato”. Il referendum del marzo 2026 aveva respinto la separazione delle carriere con il 53,24% dei no. A Sestri Ponente, il paziente è ancora paraplegico. La legge ha già deciso chi paga.

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Un uomo in scooter spara. Il resto è rumore

Un uomo su uno scooter, casco integrale e mimetica verde, si è fermato in via delle Sette Chiese a Roma e ha sparato tre colpi contro una coppia con il fazzoletto dell’Anpi. Cercavano un bar dopo il corteo. Questa è la fotografia del Paese. Il resto è chiacchiera. C’è un esercizio di moda: il lamento. Per la festa sporcata, la piazza indisciplinata, i toni da abbassare.

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Il governo Meloni e la storia che smonta il momento storico: i dati smentiscono la promessa di rompere il tetto di cristallo

Il tetto era pesante. Giorgia Meloni lo disse esattamente così, il 25 ottobre 2022, rivolgendosi alla Camera per chiedere la fiducia al suo governo: bisognava «rompere il pesante tetto di cristallo posto sulle nostre teste». La prima presidente del Consiglio della storia repubblicana, il discorso di investitura, il momento storico. Il problema è che dopo un momento storico viene la storia, e la storia ha il vizio di misurarsi con i fatti.

Le nomine del governo Meloni che fotografano tutto

A metà aprile 2026 il governo ha rinnovato i vertici di Enel, Enav, Eni e Leonardo: sette uomini e una donna. Un rapporto coerente con i dati generali: secondo i calcoli di Pagella Politica, su 73 persone tra presidenti e amministratori delegati delle società a partecipazione statale, 65 sono uomini e 8 sono donne, meno dell’11 per cento. In 32 aziende su 39 non c’è nemmeno una donna ai vertici. Il dato colpisce perché nelle partecipate lo Stato non segue un mercato libero: sceglie direttamente. Il governo presieduto dalla prima donna nella storia della Repubblica sceglie quasi sempre un uomo.

Il governo più femminile della storia che non lo è

Al momento della formazione, nell’ottobre 2022, il governo Meloni contava 6 ministre su 24 ministeri: il 25 per cento. Meno del governo Draghi (34,8 per cento), meno del secondo governo Conte (34,9 per cento), meno di tutti gli ultimi esecutivi. Secondo Pagella Politica, era dal governo Monti del 2011 che un esecutivo non scendeva così in basso. Poi è andata peggio: dopo le dimissioni di Daniela Santanchè, le ministre sono diventate cinque su ventiquattro. Il 20,8 per cento.

Il minimo storico degli ultimi sette governi. Le cinque rimaste guidano i ministeri della Famiglia, della Disabilità, del Lavoro, dell’Università, delle Riforme istituzionali. I ministeri economici, quelli della sicurezza, quello degli esteri: tutti al maschile. Nelle regioni, su venti presidenti, le donne sono due, Alessandra Todde in Sardegna e Stefania Proietti in Umbria, entrambe elette con il centrosinistra, cioè fuori dalla maggioranza che avrebbe rotto il tetto.

Il lavoro che non cambia

Il mercato del lavoro continua a fotografare una struttura immobile. Secondo il Rendiconto di genere dell’Inps del febbraio 2026, nel 2024 il tasso di occupazione femminile si è fermato al 53,3 per cento, contro il 71,1 per cento degli uomini: quasi diciotto punti di distanza, quasi il doppio della media europea. Le donne sono il 67,2 per cento dei lavoratori a tempo parziale, in larga parte involontario. Il divario retributivo complessivo supera i 25 punti percentuali. Solo il 21,8 per cento dei ruoli dirigenziali è occupato da una donna. Nel 2025, una madre su cinque ha lasciato il lavoro dopo la nascita del primo figlio, secondo la ricerca condotta dall’Osservatorio Elle Active! con l’Università Cattolica di Milano.

Quello che è stato tagliato

C’è un capitolo che riguarda non l’assenza di politiche ma la loro riduzione deliberata. Secondo il report dell’organizzazione indipendente ActionAid, il governo Meloni ha tagliato del 70 per cento i fondi per la prevenzione della violenza di genere rispetto all’esecutivo precedente: dai 17 milioni stanziati dal governo Draghi per il 2022 a 5 milioni per il 2023. Il taglio ha colpito soprattutto la prevenzione primaria: educazione, sensibilizzazione, intervento prima che la violenza avvenga. Già storicamente la voce più sacrificata. Il governo ha contestato questa lettura. I dati di ActionAid restano.

Il tetto di cristallo che Meloni disse di aver rotto nel 2022 aveva un valore simbolico che sarebbe sciocco negare. Solo che un simbolo non è una politica. Nei ministeri e nelle partecipate le donne comandano in meno di un caso su dieci. Nei salari perdono oltre 25 punti percentuali. Il tetto è ancora lì.

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