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Primo maggio, l’Italia dei mille morti l’anno

Per il quarto anno di fila, il governo ha scelto il Primo maggio per varare un decreto sul lavoro. Stessa data, stesso rito: conferenza stampa, miliardo, parola magica. Quest’anno è “salario giusto”. L’anno scorso era sicurezza. Prima gli incentivi, il cuneo. Ogni Primo maggio la sua formula, ogni formula più lontana dalla realtà.

Il decreto vale 934 milioni, quasi tutti alle imprese. Gli sgravi per chi assume giovani o donne nelle aree Zes li incassa il datore, non il lavoratore. L’adeguamento per i rinnovi scaduti è al 30% dell’inflazione: tre punti con inflazione al 10%. I contratti già scaduti aspettano il 2027. Il salario minimo legale rimane il “logoro vessillo della sinistra”. Il decreto “Primo maggio 2023” aveva allargato i contratti a termine, il reddito di cittadinanza è stato abolito. Quattro anni, quattro decreti, quattro operazioni di retorica della dignità che hanno coperto lo svuotamento delle garanzie.

Intanto si continua a morire. Nel 2025 le vittime sul lavoro sono state 1.093, tre in più del 2024: 148 nelle costruzioni, 117 nella manifattura, 110 nei trasporti. I lavoratori stranieri muoiono a un ritmo doppio: 72 decessi ogni milione di occupati contro 29. Questi numeri non compaiono nelle conferenze stampa.

Ieri mattina Meloni si è svegliata con un’altra urgenza. La Global Sumud Flotilla era stata intercettata dalla Marina israeliana in acque internazionali, a 960 chilometri da Gaza, davanti a Creta. Tra i fermati, 57 italiani. Palazzo Chigi ha convocato Tajani, Crosetto e Mantovano. La nota finale condanna “il sequestro” e chiede “il pieno rispetto del diritto internazionale”. La stessa premier che per mesi ha coperto ogni escalation con il silenzio, che ha votato contro la sospensione degli accordi commerciali con Israele in sede europea. FdI è sceso al 27-28% dopo il referendum perso. Il Mediterraneo è tornato a essere uno specchio in cui si vede l’opinione pubblica.

La logica è la stessa del lavoro. Si cambia idea quando la pressione costa consensi. Un abbordaggio in acque greche basta a spostare Netanyahu dalla lista degli alleati impliciti. Resta da capire quale arrembaggio serva nel mare dei diritti. Finora non è bastata la morte di oltre mille persone l’anno.

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Da Stellantis all’ex Ilva, mille lavoratori espulsi e cassa integrazione senza copertura: la crisi infinita dell’industria italiana

Dal 1906 alle Officine Meccaniche di Villar Perosa si producono cuscinetti a sfera. Adesso i 355 dipendenti in organico aspettano che finisca il contratto di solidarietà prorogato fino al 10 marzo 2027: nel frattempo l’impianto è passato di mano tra fondi finanziari finché non l’ha comprato il gruppo siderurgico bresciano Ori Martin. La storia dell’industria italiana, letta da qui, somiglia a un inventario di traslochi verso l’irrilevanza.

L’ultimo “Diario della crisi” pubblicato da Collettiva è un documento di sessanta voci, settore per settore: automotive, industria, chimica, tessile, servizi, alimentari. Ogni voce ha un nome d’azienda, un numero di lavoratori, una data d’inizio degli ammortizzatori e una di fine. Letti in fila, disegnano la mappa di un paese che smette di produrre.

Stellantis: mille uscite e nessun piano

I due simboli sono Stellantis e l’ex Ilva. Stellantis ha annunciato 305 uscite incentivate dallo stabilimento di Atessa (Chieti) e 425 da Melfi (Potenza). In entrambi i casi la Fiom Cgil ha rifiutato di firmare. «È inaccettabile proseguire sulla strada delle uscite senza una chiara prospettiva industriale», ha detto il sindacato per Atessa. Per Melfi: «Queste uscite si sommano a quelle già annunciate a Pomigliano, Mirafiori, Atessa e Termoli, sono più di 1.000 i lavoratori che verranno espulsi». Gli incentivi vanno da 20 mila euro più 12 mensilità per chi ha tra i 35 e i 39 anni a 30 mila euro più 33 mensilità per gli over 55.

Il ministro Adolfo Urso (Fratelli d’Italia), il 24 aprile, ha rivendicato i “primi segnali” del cosiddetto Piano Italia: la produzione nel primo trimestre 2026 è cresciuta del 9,5%, raggiungendo 120.366 unità. La Fiom-Cgil ha definito queste dichiarazioni «completamente slegate dalla realtà»: il Piano del dicembre 2024 prevedeva nuove produzioni a Cassino e la riattivazione della gigafactory di Termoli, nessuno dei due obiettivi si è concretizzato. Lo stabilimento di Cassino ha chiuso il primo trimestre con appena 17 giorni di attività effettiva e poco più di 2.500 vetture prodotte, contro i 19 mila dell’intero 2025.

Ex Ilva: i soldi finiscono a ottobre

L’ex Ilva è peggio. Il 22 aprile, al Ministero del Lavoro, la riunione sulla proroga della cassa integrazione straordinaria per Acciaierie d’Italia si è chiusa senza accordo. La cassa, fino a 4.450 addetti di cui 3.800 a Taranto, decorrerà dal 1° marzo 2026 al 28 febbraio 2027. Solo che gli 11,4 milioni stanziati dal decreto del dicembre 2025 coprono l’integrazione al 70% soltanto fino a ottobre: gli ultimi due mesi del 2026 e i primi due del 2027 restano scoperti. «Ancora una volta è stata esperita la procedura per la proroga della cassa per 4.450 lavoratori senza l’accordo con il sindacato», ha detto Guglielmo Gambardella della Uilm. Sono quattordici anni di ammortizzatori sociali, per gli operai di Taranto. Quattordici anni in cui ogni accordo è un rinvio verso il prossimo.

La Fiom chiede che si costituisca «una società pubblica»: «Se vogliono starci anche i privati, ci stiano», ha detto Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia. Urso annuncia investitori americani, del Qatar, sempre «in corso di negoziazione», mai arrivati.

Il segretario confederale Gino Giove della Cgil ha sintetizzato: «Quanto stiamo vivendo è il risultato di trent’anni di progressivo smantellamento di una vera politica industriale». La Confederazione chiede un «piano industriale nazionale» di tre anni. Intanto i bilanci familiari dei lavoratori in cassa integrazione vedono alimentari, energia e trasporti assorbire oltre il 45% delle uscite: nel Mezzogiorno la quota supera il 50%. La Banca d’Italia ha certificato che nel 2026 un recupero salariale capace di compensare l’inflazione è improbabile. A Villar Perosa come a Taranto, il conto non torna.

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Crisi energetica, l’estate si avvicina e l’Europa non sa quanto carburante ha: lo rivela un’inchiesta di Politico

Il 9 aprile una petroliera di 250 metri, la Rong Lin Wan, scivolava lenta verso il porto di Rotterdam. Era tra le ultime partite dal Golfo Persico prima che lo Stretto di Hormuz chiudesse – smettendo di esistere come rotta praticabile – e la crisi energetica deflagrasse. Quando ha deposto il carico, l’Europa ha cominciato a fare i conti con una domanda: quanto carburante abbiamo? La risposta, secondo Politico che ha ottenuto i verbali di un vertice ministeriale riservato, è che nessuno lo sa.

Crisi energetica: il deserto dell’informazione

La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, ha chiuso Hormuz, da cui transitava il 20% del greggio mondiale. Il Brent ha superato i 108 dollari al barile, il 50% in più dall’inizio del conflitto. La Commissione europea ha calcolato costi aggiuntivi di circa 500 milioni di euro al giorno, 27 miliardi in due mesi. I prezzi del jet fuel sono saliti dell’84%.

Quello che colpisce nell’inchiesta di Politico non è l’entità della crisi: è la struttura dell’ignoranza che la circonda. Un funzionario senior di un ministero dell’Energia europeo ha spiegato, anonimato richiesto, che “la conoscenza di mercato su gas e petrolio è molto limitata”. Un secondo: sapere cosa i Paesi hanno in stock “in un dato momento” è qualcosa che “non possiamo davvero conoscere”. Alain Mathuren, di FuelsEurope, ha aggiunto che si tratta “purtroppo di informazioni che i membri non condividono”.

Eurostat aggiorna i dati saltuariamente: l’ultimo set completo risale a gennaio 2026. Per il jet fuel è peggio: i dati arrivano quasi esclusivamente da comunicazioni volontarie. Un funzionario della Commissione ha detto a Politico che le informazioni “sono buone quanto quelle che ci vengono fornite”. La Grecia ha chiesto un canale WhatsApp o Signal tra Paesi membri e Commissione. È il livello della governance energetica europea nel 2026.

Il conto dell’Italia

L’Italia è il primo Paese in Europa per dipendenza dal gas, che copre il 35,1% del fabbisogno energetico totale. Il Qatar ha subito un danno grave al suo principale stabilimento nelle fasi iniziali del conflitto in Iran: il 54% del gas qatariota verso l’Europa arrivava qui. Oxford Economics proietta un’inflazione aggiuntiva dell’1,1% per il 2026, la più alta tra i grandi Paesi europei. Confindustria stima costi aggiuntivi per le imprese tra 7 miliardi, se la guerra terminasse a giugno, e 21 miliardi a fine anno.

Le scorte strategiche sono gestite dall’Ocsit, affidate ad Acquirente Unico spa. La norma europea prevede riserve per 90 giorni di prodotti petroliferi, senza obbligo specifico per il jet fuel. Il rifornimento degli aeromobili è gestito dal “into-plane fueling”, dominato da tre operatori: Carboil, Levorato Marcevaggi e Nautilus. A Brindisi, il 7 aprile, un fornitore ha esaurito le scorte. Salvini ha detto alla Camera, il 29 aprile, che le scorte tengono “fino a fine maggio”: l’Agenzia Internazionale dell’Energia stima carenza entro giugno se l’Europa sostituisce solo la metà delle forniture ricevute normalmente.

L’osservatorio di maggio

Il 22 aprile la Commissione europea ha presentato il piano AccelerateEu, annunciando un “Osservatorio sui carburanti” per maggio 2026, che mapperà produzione, importazioni, esportazioni e scorte nell’Unione. Il commissario Apostolos Tzitzikostas ha detto che il lavoro inizierà dai carburanti per aerei. Il modello dichiarato è la statunitense Energy Information Administration: l’Europa la cita come aspirazione nel 2026, mentre le scorte di cherosene si contano a settimane. La portavoce Anna-Kaisa Itkonen ha detto a Politico che è “troppo presto per dichiarare come funzionerà”. Quanto alle regole per obbligare i Paesi a informare Bruxelles in tempo reale, la risposta è: “Troppo presto per dire”.

Sulla Rong Lin Wan che il 9 aprile entrava a Rotterdam c’era l’ultimo cherosene ordinato prima della chiusura. L’osservatorio arriva a maggio. L’estate è a giugno.

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Flotilla abbordata in acque internazionali: Israele trasforma il Mediterraneo in zona di occupazione

Un soldato armato sale a bordo nel buio. L’equipaggio con le mani alzate. Le comunicazioni interrotte. Il Mediterraneo, a 960 chilometri da Gaza, trasformato in acque di occupazione israeliana. La Global Sumud Flotilla è stata abbordata nella notte. Mentre scrivo almeno 22 imbarcazioni intercettate, circa 50 sequestrate, 400 persone dichiarate «in arresto» dalla marina di Tel Aviv.

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Migranti, il rapporto che smonta la narrazione dell’invasione. Da ActionAid-Openpolis la foto dell’emergenza come metodo

Il documento si chiama “La frontiera, ovunque” e vale la pena partire dal titolo. La frontiera, per il governo italiano, ha smesso di essere un confine geografico: è diventata un metodo, un principio che attraversa l’intero sistema di accoglienza, dalla spiaggia di sbarco alla caserma dove un minore aspetta mesi un trasferimento che non arriva. Il report “La frontiera, ovunque. Centri d’Italia 2026”, prodotto da ActionAid con Fondazione Openpolis e pubblicato il 28 aprile, è costruito su oltre 70 richieste di accesso civico tra ministeri e prefetture, molte respinte, alcune ottenute per via giudiziaria.

I dati documentano una scelta politica coerente. Il numero da cui partire è 134.549. Le persone accolte nel sistema italiano al 31 dicembre 2024: lo 0,23% della popolazione residente, due ogni mille abitanti. Gli arrivi via mare nel 2025, 66.296, corrispondono allo 0,11%. Questi numeri non descrivono un’invasione. Descrivono un fenomeno gestibile che il governo ha scelto di trattare come emergenza permanente perché l’emergenza consente deroghe, opacità, irresponsabilità. La responsabilità rimane pubblica, è il prodotto di capitolati e proroghe.

Migranti: un sistema straordinario come norma

I centri di accoglienza straordinaria, i Cas, ospitano il 71,9% degli accolti. Il Sai, in capo ai comuni, si ferma al 24,7%. I Cas nascevano come risposta temporanea, da attivare solo a saturazione del sistema ordinario, che non è mai stato potenziato perché farlo avrebbe richiesto programmazione. Tra 2022 e 2024 i posti gestiti da soggetti for profit sono passati da 7.089 a 14.813, +109%, mentre il sistema cresceva del 38,6%. Medihospes gestisce il 54,61% dell’accoglienza nel solo comune di Roma: concentrazione che il report chiama “rischio di cattura istituzionale della Prefettura di Roma.” Su 6.024 strutture attive nel 2024, solo il 19,1% è stato ispezionato almeno una volta, contro il 40,5% del 2019. Trentatré prefetture senza controlli visibili, contro le 13 del 2019, e sanzioni ai gestori per 676.847 euro concentrate in pochi territori.

I minori come prova del fallimento

Il punto più grave riguarda i minori stranieri non accompagnati. Il decreto-legge 133/2023 ha introdotto la possibilità di collocare ultrasedicenni in centri per adulti per un massimo di 90 giorni, solo in caso di comprovata indisponibilità di strutture dedicate. ActionAid ha monitorato 29 prefetture: almeno 823 transiti fino a novembre 2025, di cui 138 prima che la legge entrasse in vigore. Il decreto non ha inventato la prassi: le ha dato una cornice di legalità. In almeno 16 prefetture le permanenze superano i 90 giorni consentiti; in 13 si va oltre i 150. I picchi: 1.413 giorni a Torino, 927 a Brescia, 883 a Imperia.

Questi numeri smontano la giustificazione dell’indisponibilità. Al 31 dicembre 2024, nelle stesse 29 prefetture, esistevano 91 posti liberi nel Sai-Msna e 35 nei Cas minori. In 9 prefetture c’erano posti dedicati liberi nello stesso comune. I minori finiscono nei centri per adulti non perché non esistano alternative, ma perché il sistema non è programmato per trasformare la disponibilità in presa in carico. Almeno 407 uscite per abbandono o revoca, 312 solo a Torino. Ragazzi scomparsi nel nulla perché il sistema li aveva già abbandonati prima.

Lo scenario 2026 stringe ancora. Il decreto-legge 23/2026 ha anticipato il Patto europeo su migrazione e asilo, rafforzando identificazione e gestione di frontiera in deroga fino al 2028. Il disegno di legge immigrazione dell’11 febbraio 2026 condiziona l’accoglienza alla permanenza nel centro assegnato, con revoca in caso di violazione. In un sistema già segnato da trasferimenti arbitrari e informazione legale assente, questo significa trasformare l’accoglienza in controllo sociale. La frontiera stringe ancora un po’.

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L’arma della sete contro Gaza

Il 17 aprile 2026, due autisti di autocisterne sotto contratto Unicef sono stati uccisi dal fuoco israeliano alla stazione di Mansoura, nel nord di Gaza. Altri due sono rimasti feriti. Le operazioni si svolgevano senza variazioni di percorso o procedura, ha attestato Unicef. Mansoura è l’unico punto di rifornimento per le autobotti della linea Mekorot che serve Gaza City. Dopo l’attacco Unicef ha sospeso le operazioni fino al ripristino della sicurezza, bloccando l’acqua a centinaia di migliaia di persone.

Non è un episodio isolato. MSF documenta, dall’ottobre 2023, la distruzione di 725 pozzi e 1.400 chilometri di tubature. Secondo Ocha, entro luglio 2025 l’89% dell’infrastruttura idrica era demolita o danneggiata. I relatori speciali Onu hanno scritto che Israele usa «la sete come arma per uccidere i palestinesi». Laureline Lasserre, responsabile Medici Senza Frontiere a Gaza, ha dichiarato il 28 aprile a The National: «È un problema creato bloccando le alternative».

Jad Isaac, direttore dell’Applied Research Institute–Jerusalem, ha definito la situazione «matrice di controllo»: «I palestinesi non hanno sovranità su un centimetro della propria terra, nemmeno sull’acqua. Tutto richiede l’approvazione israeliana». Zakariya Amayreh, del Norwegian Refugee Council, ha confermato che lubrificanti e ricambi per le pompe idriche «sono rarissimi». Israele ha respinto le accuse.

Dal 26 aprile la Global Sumud Flotilla — 59 imbarcazioni più Arctic Sunrise di Greenpeace — ha lasciato Augusta diretta verso le coste di Gaza via Grecia e Turchia, con arrivo previsto nelle prime settimane di maggio.

Al 22 aprile, secondo Ocha e il Ministero della Salute di Gaza, dall’annuncio del cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 sono stati uccisi 786 palestinesi e feriti 2.217. La stazione di Mansoura rimane chiusa.

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Spari del 25 aprile a Roma: chi è il 21enne che ha preso di mira gli attivisti Anpi fermato per tentato omicidio

Stava cercando una gelateria. Aveva appena mangiato con il compagno in un ristorante lungo via Ostiense, i fazzoletti rossi dell’Anpi ancora al collo. È in quel momento che Rossana Gabrieli ha visto fermarsi lo scooter. Honda Sh bianco. Casco integrale. Giubbotto mimetico. «Ho visto quel giovane puntare la pistola con il braccio teso. Ci siamo messi a correre mentre lui sparava. Lo avrà fatto almeno quattro volte».

Era il pomeriggio del 25 aprile 2026 nei pressi di Parco Schuster. Nicola Fasciano, il compagno di Rossana, colpito al collo e a una mano. Lei alla spalla. Pallini ad aria compressa ad altezza d’uomo, da meno di dieci metri. I due, militanti di Sinistra Italiana ad Aprilia, avevano partecipato al comizio del corteo per la Liberazione.

Quattro giorni dopo la Digos ha fermato Eithan Bondì, 21 anni, viale Marconi. Tentato omicidio, porto e detenzione abusiva di armi. Fermo disposto dal procuratore capo Francesco Lo Voi, indagini coordinate dall’antiterrorismo. In casa diversi coltelli sequestrati. La pistola softair non è stata trovata: avrebbe detto di essersene disfatto. Ha confessato.

Come lo hanno preso

Decisivi i frame delle telecamere. Una ripresa in via delle Sette Chiese immortala il momento degli spari. Una seconda, sul Lungotevere di Pietra Papa, inquadra la targa dello scooter. Quel dato incrociato con le banche dati della motorizzazione ha portato al proprietario. Determinante anche una busta di un’azienda di delivery visibile nelle immagini. Studente in architettura, agente immobiliare part-time.

Durante la perquisizione ha dichiarato di appartenere alla Brigata Ebraica. Smentita in poche ore: Davide Riccardo Romano, direttore del Museo della Brigata di Milano, ha dichiarato che l’associazione «ribadisce con forza di non conoscerlo» e di non avere «alcun rappresentante né iscritto nella città di Roma».

Il silenzio che pesa

Quello che Bondì dichiari di sé è dato processuale. Quello che il gesto racconta del clima è già scritto. Rossana Gabrieli ha detto al Corriere: «Non provo odio ma provo tanta tristezza al pensiero di un giovane di 21 anni già così imbevuto d’odio. Questo è il risultato dell’odio nel confronto politico.»

L’Anpi ha segnalato qualcosa di più largo: “Da tempo assistiamo a una deriva estremistica e intimidatoria di parte di alcuni esponenti della Comunità ebraica di Roma. In passato dirigenti nazionali Anpi hanno ricevuto minacce dalla sigla GSE, Gruppo Sionistico Giovanile”. L’associazione ha chiesto alla magistratura di accertare eventuali mandanti e aprire un’inchiesta sui “presunti gruppi paramilitari”, al governo di andare fino in fondo, alla presidente del Consiglio di “prendere posizione, dopo il suo colpevole e gravissimo silenzio”.

Quel silenzio è documentato. Dopo il 25 aprile Meloni aveva trovato parole per la solidarietà a Trump, aveva condannato l’allontanamento della Brigata ebraica da Milano. Sui due manifestanti Anpi a Roma: zero. Il giornalista Gad Lerner ha scritto su Facebook: «Da tempo denunciamo una degenerazione squadristica di elementi che minacciano chi individuano come nemico di Israele. Basta omertà dall’alto.» Ha chiesto lo scioglimento dei “nuclei paramilitari” e ha concluso: «Chi ha accusato l’Anpi di antisemitismo chieda scusa.»

Nel pomeriggio centinaia di persone davanti alla Basilica di San Paolo. Natale Di Cola, segretario Cgil Roma e Lazio: «Quando ci attaccano reagiamo unendoci, alla luce del sole». Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica di Roma, ha condannato il gesto chiedendo di «evitare ogni strumentalizzazione». Gli inquirenti lavorano ancora: Bondì ha agito da solo? I fazzoletti dell’Anpi come bersaglio dichiarato. Il 25 aprile 2026 si chiude così: una pistola ad aria compressa, dieci metri, due sessantenni col fazzoletto partigiano al collo.

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Venezi e l’egemonia culturale della destra

Beatrice Venezi chiama da Los Angeles con la serenità di chi ha già perso tutto e sa esattamente di chi è la colpa. «Se tornassi indietro non cederei alla richiesta insistente di Meloni di suonare a un convegno di FdI», dice al Corriere della Sera. «Sono stata fatta carne da macello, nessuno mi ha tutelata». La direttrice d’orchestra, defenestrata il 27 aprile 2026 dalla Fondazione Teatro La Fenice con un’e-mail del sovrintendente Nicola Colabianchi, offre la mappa di un abbandono che in questo governo ha già una logica consolidata. È la storia di un simbolo esaurito.

La meccanica è sempre la stessa. Prima il riconoscimento: Venezi riceve dalle mani di Federico Mollicone (Fratelli d’Italia), presidente della commissione Cultura alla Camera, il premio Atreju 2021. Nel novembre 2022 l’allora ministro Gennaro Sangiuliano la nomina consigliera per la Musica. Meloni definisce le sue parole sulla cultura identitaria «orgogliose e coraggiose». A marzo 2025 figura tra i relatori di «Spazio Cultura», la due giorni di FdI a Firenze, sul palco accanto a Mollicone e al sottosegretario Gianmarco Mazzi. Poi, quando il licenziamento diventa imbarazzante, il ministro Alessandro Giuli certifica l’abbandono: la decisione è «insindacabile, pur condivisa appieno». Il governo prende le distanze e al tempo stesso le sposa.

Pantheon usa e getta

Venezi ha una lucidità che le fa onore: «Questa destra aveva bisogno della mia faccia pulita e mi ha utilizzata e poi buttata via». Descrive il modo in cui questo governo ha sempre inteso la cultura: un arsenale di simboli da agitare nella guerra all’egemonia immaginaria della sinistra, da riporre nello sgabuzzino quando diventano scomodi.

Il caso Venezi non è il primo. Vittorio Sgarbi, nominato sottosegretario alla Cultura come bandiera dell’anticonformismo di destra, lascia l’incarico nel febbraio 2024 dopo che l’Antitrust giudica incompatibili le sue attività esterne. Il governo osserva senza intervenire. Poi tocca allo stesso Sangiuliano, demolizionista in carica dell’«egemonia culturale della sinistra»: le dimissioni arrivano il 6 settembre 2024, quando la storia con l’imprenditrice Maria Rosaria Boccia travolge ogni argine. Meloni lo ringrazia per «lo straordinario lavoro svolto» e lo sostituisce con Giuli, lo stesso che oggi condivide il licenziamento di Venezi.

La grammatica del simbolo

L’ossessione per l’egemonia gramsciana, storpiata fino all’irriconoscibilità, ha prodotto una politica culturale che assomiglia a una gestione di palinsesto: si mettono in onda certi volti e si tolgono dall’aria quando gli ascolti calano. Venezi lo dice con franchezza: «Perché il governo non mi ha difesa Perché io non ho tessere e non sono funzionale». La parola «funzionale» è la più precisa di tutta l’intervista. La cultura, in questa visione, non ha autonomia: è funzionale o non è.

Il meccanismo non si ferma alla cultura. Daniela Santanchè, ministra del Turismo e simbolo della fedeltà identitaria al melonismo, viene difesa per tre anni contro ogni mozione di sfiducia. Poi, il 25 marzo 2026, Meloni le chiede le dimissioni via comunicato pubblico. Santanchè si adegua con una lettera in cui scrive «obbedisco» e aggiunge di essere «abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri». Tre anni di scudo, poi un comunicato. La fedeltà non è mai stata un investimento: è una cambiale con scadenza mobile.

Nella stessa mattinata del licenziamento, Giuli interviene in diretta da Fiorello su Radio 2 e promette che, se il ministero riuscirà ad acquistare il Teatro delle Vittorie, «nominerò Beatrice Venezi alla direzione». Il cerchio si chiude? Scaricata dalla Fenice via e-mail, riciclata come pedina su un palco radiofonico poche ore dopo? Si vedrà. Di sicuro, per ora, c’è che l’avvocato di Venezi sta già valutando la causa contro la Fondazione.

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Strappa un manifesto per Ramelli, giovane pestato a Milano. De Corato (FdI): “Se l’è cercata”. Poi arriva il dietrofront

Un uomo di 33 anni ieri strappa un manifesto in via Amadeo, zona Città Studi, poco prima di mezzanotte. Una Golf si ferma. Alcune persone scendono. Lo circondano e lo colpiscono con calci, pugni e colpi di casco fino a spaccagli il sopracciglio. Poi risalgono in macchina e ripartono. Fin qui, una spedizione punitiva come se ne vedevano in certi anni che ci siamo raccontati chiusi.

La colpa della vittima

Il giorno dopo, a margine della commemorazione di Sergio Ramelli, Riccardo De Corato (Fratelli d’Italia) spiega l’accaduto: «È stato picchiato perché ha voluto andarsele a prendere. Uno che va a strappare i manifesti di Ramelli già è grave, che lo faccia il giorno in cui è stato ammazzato… non aggiungo altro». De Corato non aggiunge altro, appunto. Ha già detto tutto.

La logica è limpida: strappi un manifesto, ti picchiano, te la sei cercata. Una grammatica che altrove si chiama giustificazionismo; qui circola tranquillamente davanti alle telecamere, senza bisogno di abbassare la voce.

Nel pomeriggio lo stesso deputato fa dietrofront: aveva «erroneamente compreso» che l’aggressione fosse «solamente qualche parola grossa». Aveva capito male.

Alessandro Capelli, segretario metropolitano del Partito democratico, ha definito l’aggressione «un fatto grave e inaccettabile», ricordando che da anni Città Studi viene tappezzata di manifesti firmati «i camerati», con corteo che chiude ogni anno coi saluti romani. Quest’anno c’è stata la novità del pestaggio.

Quando un parlamentare dice che chi viene picchiato se l’è cercata perché ha strappato un manifesto, la soglia è già oltre.

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La storia che non vuoi leggere sul caso Minetti

Il bambino nasce nel 2017 a Maldonado, Uruguay. Padre in carcere. Madre indigente: così povera da non permettersi un avvocato, tanto che il tribunale le riconosce l’ausiliatoria de pobreza. Il giudice dispone l’affido all’Inau con un mandato: ricongiungere madre e figlio. Un bambino con una famiglia, non un orfano. Questa è la notizia. Quasi sepolta sotto lo scontro Nordio-Quirinale. Nell’…

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