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Disabili fatti scendere dal treno: così deraglia il “treno” della dignità

Disabili fatti scendere dal treno: ventisette ragazzi sono stati costretti a scendere da un treno regionale diretto a Milano da Genova perché i loro posti regolarmente prenotati erano occupati da altri passeggeri che si sono rifiutati di farli scendere. La scena si è svolta di fronte al personale di Trenitalia e a agenti della Polfer. Prevedibile l’indignazione della politica con il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti (che ha reso pubblica la vicenda) che parla di episodio “vergognoso” e “da stigmatizzare” che “segna la totale mancanza di rispetto e sensibilità verso le persone disabili”.

La ministra per le Disabilità Erika Stefani in un post su Facebook scrive: “L’inclusione è una battaglia che ci vede tutti uniti ed episodi del genere vanno stigmatizzati all’unanimità, altrimenti avremo perso tutti. Per fortuna ci sono tante persone nel nostro Paese che rispettano i diritti delle persone con disabilità: a loro sembrerà assurdo quanto accaduto sul treno Genova-Milano”. 

Disabili fatti scendere dal treno: brutta pagina

Quando c’è da prendere posto di fianco ai disabili i politici e i benpensanti sono sempre in prima fila. È veloce, facile e non costa niente. Uscendo però dalla narrazione forse conviene fare alcune riflessioni. Sì, è vero che non credere il posto a persone con disabilità è qualcosa di sconcio e riprovevole ma sorge il dubbio che sia fin troppo facile personalizzare con un pizzico di moralismo un problema che probabilmente più ampio. Lo pensa anche Giulia Boniardi, la presidente dell’associazione Haccade, che accompagnava i ragazzi che infatti scrive: “Non ha senso la pretesa di far scendere dal treno delle persone che avevano un biglietto con prenotazione come lo avevamo noi, prescindendo dalle loro esigenze: era una competenza che non spettava ai passeggeri, non era un problema risolvibile da noi clienti ma da Trenitalia”. Il viaggio infatti, racconta Boniardi, “era fisicamente impossibile perché erano tutti ammassati. A quel punto c’è stata un’escalation di nervosismo, con manifestazioni di disappunto ma nei confronti della situazione e non dei disabili”. “Quello che vogliamo fare notare – dice la presidente dell’associazione – è come non sia stato tutelato il diritto di spostamento per tutti nelle stesse condizioni: la verità è che non si è stati in grado di garantire un servizio a tutti i clienti.”

Un cattivo servizio

Non sarebbe il caso di interrogarsi su un servizio che (non solo in Lombardia e Liguria) rende impossibile usufruirne senza enormi disagi, ovviamente ancor più difficili per chi ha problemi di deambulazione? Il sospetto è che indignarsi, ancora una volta, sia la vita più facile, fin troppo facile, per rendere patologico una situazione che invece è fisiologica in tutta Italia.

Per questo mentre l’associazione per la tutela dei consumatori Assoutenti annuncia un esposto in Procura per violenza privata contro i passeggeri che si sono rifiutati di cedere il loro posto (proponendo un inesistente ‘daspo’ a vita su tutti i treni italiani) sarebbe interessante chiedere ai politici che fomentano l’odio seriale come arma di propaganda se davvero sono stupiti che quelle persone che sui social negano le stragi di Bucha o augurano la morte ai migranti e agli avversari politici poi esistano anche nella vita reale, frequentino treni e bar e uffici e riversino quella stessa sprezzante maleducazione nella quotidianità. A furia di premiarli e adorarli i prepotenti sono diventati un paradigma. Davvero ci stupisce?

(da La Notizia)

Attaccare i Måneskin per difendere Putin? Fuck!

I Måneskin si esibiscono sul palco di Coachella, in California. È l’ennesimo appuntamento di prestigio e di successo della giovane band rock italiana, dopo avere vinto l’Eurovision I gusti musicali sono soggettivi, discutibilissimi, e prevedono fan e detrattori. È il gioco delle parti, si sa. Quello che non si può non riconoscere alla band è la voglia di esporsi anche per temi che spesso infiammano il dibattito politico (è accaduto ad esempio per il Ddl Zan) e proprio per questo non stupisce che nella loro ultima esibizione abbiano espresso sostegno all’Ucraina con il cantante Damiano che dal palco ha urlato ‘Ucraina libera, fuck Putin’.

I Måneskin prendono posizione: ‘Ucraina libera, fuck Putin’.

Apriti cielo. Dopo la presa di posizione del cantante dei Måneskin è partita una raffica di insulti. Si va dal più tenero “chi è Damiano dei Måneskin?”, al paternalistico “So ragazzi, plagiabili, ricattabili, non sanno che c…  dicono!!si fanno trasportare dall’onda!” passando per il complottismo no vax (“Il governo ha stanziato milioni perché la stampa (tutta) facesse propaganda per i vaccini. Anche il mondo artistico (???) si è adeguato nel ripetere la cantilena (Gassman). Damiano è ottimo medium per influenzare gli stessi giovani che si sono punti solo per tornare a bere spritz”) fino a chi li paragona ai “servitori di Satana” lanciando un appello a Putin per liberarcene.

Difendere Putin? Reclamare la complessità della guerra non ha nulla a che vedere con la normalizzazione di un tiranno.

Qui siamo al punto: in Italia i tifosi di Putin – coloro che ancora lo sostengono dopo i morti ammazzati che riempiono le fosse comuni, dopo la tragedia umanitaria che è in corso in Ucraina con milioni di persone che nel giro di qualche ora hanno dovuto mettere tutta la propria vita dentro una valigia per sperare di salvarsi, dopo le centinaia di testimonianza- sono un folto gruppo. Attenzione, non parliamo di chi legittimamente espone le proprie tesi su una storia che non è certo iniziata il 20 febbraio, si tratta in questo caso di gente che di Putin condivide la mortifera visione del mondo, di gente che crede che qualsiasi motivazione geopolitica possa giustificare uno scenario di morte come quello che si è abbattuto a Mariupol o Kharkiv. Ci sono, anche nel nostro Paese, persone che non mettono in dubbio l’inevitabile propaganda di guerra (e in guerra, si sa, la prima vittima è la verità) ma addirittura si prendono la briga di credere che tutto sia finto, tutto una montatura, che i bambini ucraini si ammazzino da soli oppure che le città sventrate visibili su tuti i giornali e da tutti i satelliti siano delle sofisticatissime rielaborazioni cinematografiche. Come è già avvenuto in pandemia la negazione della realtà (che non ha niente a che vedere con il rivendicarne la sua complessità) sfocia in in un’adorazione per il male. Per questo dobbiamo avere il coraggio di ribadire che Putin (che era Putin ben prima dell’Ucraina, mentre molti nostri leader lo leccavano) ha in testa un mondo fatto di oligarchi straricchi per amichevoli privatizzazioni, crede in un mondo in cui la politica si fa con le armi e usa il terrore come arma di governo. Allora lo scriviamo forte che Putin sarà un criminale giudicato dalla storia, come avvenne per Stalin, che cadrà miseramente in disgrazia appena perderà il controllo di un gioco da cui non riuscirà a uscirne. E non solo rivendichiamo il diritto di dirlo ma difendiamo anche il diritto di ascoltarlo, perfino dai Måneskin. Reclamare la complessità della guerra non ha nulla a che vedere con la normalizzazione di un tiranno. Fuck Putin, bello forte.

(da La Notizia)

A proposito di interviste a Hitler: Indro Montanelli

Mentre tutti danno lezioni di giornalismo non si può non ricordare che un valente giornalista (qui da noi venerato come un idolo) intervistò un dittatore, proprio Hitler in persona, con un solo piccolo particolare: l’intervista se l’è completamente inventata. Che Indro Montanelli fosse un giornalista (e un uomo) più bravo a raccontarsi che a raccontare è cosa nota ma l’intervista a Hitler è un episodio imperdibile.

Lo racconta su Twitter Dark: «Un cazzaro compulsivo, Montanelli, di quelli che infestano molte compagnie di amici, generalmente tollerati quando il loro aneddoto è divertente e presi per il culo quando la sparano troppo grossa. I più bravi e istrionici riescono talvolta persino a declinare questo “difetto” in ambito professionale, diventando dei veri e propri artisti della cazzata. Tra i casi più emblematici vi è quello di Richard Benson, poliedrico personaggio dotato di una comicità travolgente che da anni sbarca il lunario con i suoi racconti clamorosi.

Sfortunatamente, con Montanelli la sorte è stata beffarda, preferendo ricompensarlo per il sopravvalutato (e spesso servile) contributo al giornalismo anziché farlo assurgere agli allori per quella che indubbiamente fu la sua dote migliore: la stronzata epistemologica. (parlo ovviamente della nostra, di sorte, visto che a lui è andata ovviamente meglio così). Un vero peccato, personalmente avrei preferito che nei vari corsi ed esami che mi è toccato dare all’università Montanelli venisse presentato e descritto come il precursore del gossip, delle fake news e dei titoli click-bait, oltre che ovviamente come il pedofilo razzista che ben sappiamo essere stato, anziché come uno dei padri del giornalismo italiano. Sfortunatamente (per noi, ribadisco) non è andata così, motivo per cui negli atenei si tende a non menzionare la rilevantissima sequela di bugie ed esagerazioni raccontate dal nostro mitomane preferito durante tutta la sua ricca e fin troppo lunga vita, tra cui:

  • la presenza in piazza Venezia nel giorno in cui Mussolo annunciò l’entrata in guerra dell’Italia.
  • – la presenza, che in taluni casi tende a sfiorare l’ubiquità, in tutti i più importanti teatri di invasione del fronte orientale durante la WW2: Polonia, Estonia, Finlandia, Norvegia. Per carità, che ci sia stato è (quasi) fuor di dubbio, ma il presenzialismo sistematico che il nostro riesce a manifestare in tutti i POI dove si sono consumati gli episodi chiave del conflitto più che un cronista di guerra ricorda un antesignano di Forrest Gump.
  • la presenza a P.le Loreto, per sua fortuna da astante, durante i fatidici giorni della Liberazione.

Ma la fandonia più clamorosa che il nostro abbia mai raccontato, quella che più di ogni altre merita di farlo salire nel palmarès dei fantacazzari, è quel capolavoro dell’intervista a Adolf Hitler, da lui narrata innumerevoli volte e che adesso non mancherò di ricordare. Il racconto è ambientato l’1 settembre del 1939, giorno in cui la Wehrmacht invase la Polonia: il nostro, neanche a dirlo, era lì, forte del suo carnet di biglietti per un posto in prima fila agli Appuntamenti con la Storia stagione 1939-1945. Secondo alcune (sue) testimonianze si trovava “semplicemente” nel pubblico, presumibilmente appena fuori dal campo della celeberrima foto dei soldati tedeschi che sollevano la sbarra del confine. Secondo altre (sue) versioni, invece, stava orinando in un cespuglio nei pressi. La variante del “cespuglietto” è quella che preferisco perché consente di mettere a fuoco le doti da fanfaluchiere del nostro, che era solito aggiungere curiosi e talvolta imbarazzanti aneddoti ancillari per conferire maggiore verosimiglianza ai suoi mirabolanti racconti. Ma non divaghiamo: Montanelli era proprio lì, a un passo dalla sbarra, intento a curiosare (o a compiere atti osceni) sul luogo del misfatto, quando a un certo punto viene avvicinato da un soldato tedesco che, comprensibilmente, gli chiede a quale titolo si trovasse lì. “Sono un giornalista!” tuona il nostro a quel punto in perfetto italiano, dimostrando notevole acume: praticamente una condanna a morte. In un attimo si trova con la schiena rivolta contro un albero, presumibilmente lo stesso che aveva inopinatamente battezzato poco prima. Ma proprio in quel momento, un attimo prima che il soldato potesse risolvere sul nascere un problema di maschilismo tossico che sarebbe durato 60+ anni, avviene il miracolo: il portello di un Panzer che stava nei pressi si apre di scatto ed esce nientemeno che lui, baffetto. Come in ogni buon racconto revisionista che si rispetti, il bad guy per antonomasia è in realtà un personaggio positivo: non soltanto Adolf grazia Indro ma, saputo che trattasi nientemeno che un giornalista, decide di cogliere la palla al balzo e lo apostrofa così: “Prendi il taccuino, Indro, che ti spiego come mai la Germania sta entrando in guerra”. E così Montanelli, senza neanche aver avuto il tempo di lavarsi le mani, si ritrova a realizzare la prima intervista rilasciata da Hitler in assoluto. E che intervista! “Parlò a lungo e sempre lui, non mi lasciò il tempo di fargli domande, sembrava invasato. Poi, girò i tacchi e se ne tornò nel Panzer, riprendendo l’avanzata”. Il racconto, sfortunatamente, termina con un fine non troppo lieto: Montanelli riesce a telegrafare l’intervista al Corriere, ma gli allora poteri forti (il MinCulPop di Alessandro Pavolini, futuro fondatore delle Brigate Nere) ne bloccarono la pubblicazione. “Mussolini in persona intervenne per porre il veto”, dichiarerà in seguito Montanelli, giusto per aggiungere l’ennesima iperbole. Termina così quello che, a mio modesto parere, è senza ombra di dubbio il lascito più grande di Indro Montanelli: una fiaba breve ma ben costruita, forte di una morale populista e revisionista che ne sussume efficacemente l’esistenza e l’apporto che ha dato alla professione».

Buon martedì.

Nella foto: la statua di Indro Montanelli ricoperta di vernice rossa durante una manifestazione di Black Lives Matter, Milano, 13 giugno 2020

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Perché l’invio di armi italiane in Ucraina non può essere un affare segreto

Ci deve essere stata una trattativa da qualche parte in cui i partiti in Parlamento hanno deciso di affidare a Mario Draghi, insieme alle chiavi della presidenza del Consiglio, anche i comandi del pilota automatico per non essere troppo infastidito da Camera e Senato. Non c’è altra spiegazione per leggere i fatti di queste ultime settimane con decisioni fondamentali per il posizionamento geopolitico del nostro Paese che sono passate direttamente dalle indiscrezioni giornalistiche ai decreti, senza nemmeno prendersi la briga di fingere di rispettare la natura stessa della democrazia.

Perché è un errore il segreto sull'invio di armi italiane in Ucraina
Armi italiane in mano russa (da Twitter).

Così Draghi ha bloccato il dibattito parlamentare sull’invio di armi all’Ucraina

La Camera ha approvato l’invio delle armi all’Ucraina il 18 marzo, basandosi su un decreto ovviamente urgente del 28 febbraio. Le armi quindi, lo sappiamo e abbiamo visto tutti con i nostri occhi i pacchi con il loro contrassegno, sono state spedite una settimana prima del dibattito. Qualcuno farà notare, con qualche ragione, che la guerra richiede una velocità di risposta che ogni tanto non collima con i tempi dei meccanismi della nostra democrazia. Solo che il dibattito che ci si aspetterebbe viene immediatamente bloccato dal Presidente del Consiglio che secreta il tutto e annuncia serafico che per i prossimi invii non ci sarà più bisogno del sì del Parlamento. Se qualcuno prova a far notare che una democrazia sana, quella stessa che giustamente si contrappone a Putin e a tutti i suoi sgherri amici sparsi in giro per il mondo e in Europa, dovrebbe prendersi la briga di discutere di un invio delle armi per consentire una valutazione a tutto tondo viene subito tacciato come collaborazionista filorusso. Eppure qui non si tratta solo della lista della spesa, che comunque sarebbe interessante sapere perché se è così segreta compare poi spifferata su alcuni quotidiani più vicini al governo, ma si tratta di coinvolgere il Paese (attraverso i partiti, quello è il loro compito) in una decisione che inevitabilmente ha a che fare con le risorse pubbliche e che coinvolge tutti i cittadini. La trasparenza che si chiede su una decisione del genere è sugli effetti previsti o desiderati, sui limiti che ci si impone, sulla strategia che l’Italia ha intenzione di adottare. Sento già le critiche di chi dice che la guerra è imprevedibile e non si può immaginare come andrà: benissimo, qualche esponente del governo che lo dica di fronte ai parlamentari sarebbe già un passo in avanti.

Il segreto sull'invio di armi in Ucraina è un errore
Mario Draghi parla alla stampa estera (Getty Images).

Il governo non è un consiglio di amministrazione e il premier non è un ad

Perché l’opinione pubblica italiana non può sapere quante e quali armi spediamo? Ragioni di sicurezza, risponde qualcuno, e a dimostrare quanto la giustificazione sia strumentale ci sono decine di articoli retroscenisti e addirittura la Russia che ci fa sapere di conoscere già tutto. Tra l’altro non si capisce perché in Usa sarebbero così sprovveduti da passare dal Congresso per illustrare tutte le informazioni. «Sa tutto il Copasir», ci dicono. La trasparenza per via indiretta non esiste, è una lapalissiana questione giuridica. Anche questa spiegazione non vale. Anche perché vedere i soldati russi che usano i mortai pesanti italiani dopo averli scippati agli ucraini riapre la delicata questione (di cui si discute apertamente in Usa e molti altri Paesi europei) delle misure adottate per evitare che le armi cadano nelle mani sbagliate. Da settimane sentiamo esperti (molto poco ascoltati) che esprimono le loro preoccupazioni su questa enorme disponibilità di armi che potrebbero tornare utili alla criminalità organizzata e a guerriglieri con cui potremmo avere a che fare tra qualche anno. Non è come potrebbe sembrare una questione di lana caprina. È rispetto per il ruolo che si ricopre. Perché nonostante la cosa non piaccia a qualcuno il governo non è un consiglio di amministrazione e il presidente del Consiglio non è l’amministratore delegato. Questa è altra roba.

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Patrick Zaki insultato sui social per un tweet sulla Juventus: per difendere ciò che tifiamo rimpiccioliamo i mali del mondo

È un caso minimo ma è emblematico. Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna che si ritrova ancora sotto il processo accusato dl regime di Al-sisi, dopo avere passato quasi due anni in carcerazione preventiva, ovviamente non avendo nemmeno la possibilità di difendersi come si conviene al regime egiziano, si è ritrovato sommerso in una discussione calcistica con alcuni tifosi di calcio.

Fin qui nulla di strano visto che in Italia il pallone è l’oppio dei popoli e visto che gli italiani, come disse Churchill, perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio. Zaki, tifoso del Bologna, ha contestato l’arbitraggio nella partita della sua squadra contro la Juventus e ha scritto (piuttosto incautamente) di una presunta corruzione da parte dei bianconeri.

Patrick Zaki sommerso da odio per un tweet sulla Juventus

Ma la vicenda calcistica ci interessa poco, in questo momento in cui questioni molto più importanti e orrori drammatici riempiono le cronache. Vale la pena notare però che tra i commenti di tifosi arrabbiati ci siano persone che augurano a Zaki di tornare in galera, di finire sotto le grinfie di Al-sisi, fino alle immancabili minacce di morte.

Vero e proprio odio verso una persona non ancora libera, dopo mesi in cui non ha avuto diritto di difesa e di parola, che improvvisamente si merita tutto ciò che gli è accaduto per una frase scritta su twitter, come se i diritti, la libertà e le sofferenze fossero valori negoziabili o addirittura negabili per antipatia personale. Accade che per difendere ciò che tifiamo siamo disposti persino a rendere universale un nostro minuscolo dissidio da cortile e rimpicciolire i mali del mondo.

Non solo non c’è misura (tenere il senso della misura nel dibattito pubblico ormai è una virtù che avvicina alla santità) ma addirittura si perdono di vista gli ideali per cui si è combattuto fino a qualche secondo prima, poiché sono sicuro che tra quegli juventini incazzati ci sia qualcuno che a Zaki ha espresso nei mesi scorsi la sua solidarietà.

Anche la guerra tra Russia e Ucraina viene usata come manganello contro i propri avversari

Questo è il veleno tossico di questo tempo, in cui assistiamo da più parti al piegare la realtà per compiere le proprie vendette personali: siamo nell’epoca in cui l’invasione dell’Ucraina non viene usata dibattere sulla soluzione migliore ma per manganellare il nostro minuscolo nemico. Accade così che i morti servano per sputare sul giornale concorrente, sul politico avversario oppure siano fruste da sbattere in faccia all’intellettuale che si aspettava ardentemente di punire. 

Solo che perdere il senso delle proporzioni è il cedimento più irresponsabile e immorale che possa accadere in un Paese sotto stress per la pandemia prima e una guerra dopo. So che viene difficile provare a rimanere alti mentre dai cunicoli arriva il frastuono delle sberle ma la lucidità è un dovere, ancor di più della classe dirigente di un Paese. Provate a filtrare le voci di questi giorni lasciando fuori i tifosi forsennati. Ne rimangono pochissime. E militarizzare un dibattito (per di più su una guerra) e quanto di più populista possa capitarci.

(per La Notizia)

Se la Regione Veneto ha bisogno di una condanna per capire che non si possono discriminare gli stranieri

La Corte d’appello di Venezia ha accolto un ricorso per discriminazione collettiva proposto da Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), dichiarando discriminatoria la prassi adottata dalla Regione con la delibera della Giunta n.753/2019, che nega l’iscrizione obbligatoria al Servizio Sanitario Nazionale ai familiari extracomunitari a carico di cittadini italiani, imponendo viceversa la cosiddetta “iscrizione volontaria” che comporta mediamente il pagamento di 1.500-2.000 euro annui pro capite. Ancora una volta, a qualche leghista serve un tribunale per capire che la discriminazione è una prassi non consentita dalla legge (oltre che dall’etica, ma questo è un altro discorso). E, ancora una volta, gli elettori leghisti (in questo caso di Zaia) devono fare i conti con promesse che non hanno nulla a che vedere con le nostre leggi e la nostra Costituzione.

La Corte d’Appello di Venezia è intervenuta smentendo completamente l’Amministrazione regionale e affermando il diritto di iscrizione al Sistema sanitario dei genitori extracomunitari a carico di cittadini italiani e di cittadini comunitari a parità di trattamento con i cittadini italiani come imposto dalla direttiva europea 38/2004. I giudici hanno così ricordato a Zaia che le disposizioni contenute nell’Accordo Stato-Regioni hanno carattere vincolante e che “l’autonomia” del Veneto è roba buona solo per la propaganda. E hanno chiarito che l’assistenza sanitaria ai familiari a carico del soggetto economicamente attivo che versa i contributi al Servizio Sanitario Nazionale è prevista dall’articolo 63 della legge 833/78, e che quindi negarla ai familiari stranieri di cittadini italiani costituirebbe addirittura discriminazione verso il contribuente di cittadinanza italiana. Ovviamente la notizia di Zaia che negava le cure agli stranieri è rimbalzata su tutti i giornali (con gli urrà di alcuni giornalisti tifosi) mentre la sua goffa bocciatura difficilmente la leggerete in giro. La propaganda del resto attira i voti e i clic, la realtà molto meno.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Prigioni incivili: Paese incivile

Come tutti gli anni il XVIII Rapporto annuale dell’associazione Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia dipinge un quadro desolante.

In Italia il tasso ufficiale di affollamento delle carceri risulta del 107,4% ma il dato reale racconta di una Puglia al 134,5%, la Lombardia al 129,9%, il carcere di Canton Mombello al 185%, Varese al 164%, e Bergamo e  Busto Arsizio al 165%.

I detenuti con condanne in via definitiva erano il 69,6% dei presenti al 31 dicembre 2021, mentre 10 anni prima erano il 56,9%. Una crescita di 10 punti percentuali in 10 anni. Da tempo infatti si registra una costante tendenza alla riduzione del ricorso alla custodia cautelare e dunque in proporzione alla crescita tra i presenti di persone con una condanna definitiva. Ancora però i numeri sono altissimi.

Sono 1.810 gli ergastolani, di cui 119 stranieri. Nel 2012 erano 1.581, nel 2002 erano 990, nel 1992 erano 408. Sono cresciuti di 1.402 unità in trent’anni.

Dei detenuti in carcere alla fine del 2021, il 3% stava scontando una pena inflitta fino ad un anno, il 19% fino a 3 anni, il 18% da 10 a 20 anni, il 7% oltre 20 anni, il 5% l’ergastolo. Quanto alla pena residua, il 18% aveva un residuo pena fino ad un anno, il 52% fino a 3 anni, il 6% da 10 a 20 anni, l’1% oltre 20 anni (cui si aggiunge il 5% che scontava l’ergastolo). Un numero enorme di detenuti dunque, per la precisione 19.478, deve scontare una pena residua pari o inferiore a 3 anni. Una gran parte di loro potrebbe usufruire di misure alternative.

Per quanto riguarda i servizi sanitari e igienici, dei 24 istituti con donne detenute visitati da Antigone nel 2021 il 62,5% disponeva di un servizio di ginecologia e il 21,7% di un servizio di ostetricia. Solo nel 58,3% degli istituti visitati le celle erano dotate di bidet, come richiesto dal regolamento di esecuzione da più di vent’anni.

Al 31 marzo 2022, erano 19 i bambini di età inferiore ai tre anni che vivevano insieme alle loro 16 madri all’interno di un istituto penitenziario. Di questi, il gruppo più consistente è composto da 8 bambini ospitati nell’Istituto a custodia attenuata per madri detenute di Lauro, unico Icam autonomo e non dipendente da un istituto penitenziario. A questo segue un gruppo di 4 bambini all’interno della sezione nido della Casa Circondariale di Rebibbia Femminile. Ospitano poi due bambini ognuno gli Icam interni alla Casa Circondariale di Milano San Vittore e di Torino e la Casa Circondariale di Benevento. Un solo bambino si trova invece all’interno dell’Icam della Casa di Reclusione Femminile di Venezia. A fine 2021 i bambini in carcere erano 18, il numero più basso registrato negli ultimi decenni. Dopo i picchi raggiunti nei primi anni 2000, quando si sono arrivati a contare anche più di 70 bambini in carcere, negli ultimi dieci anni i numeri sono complessivamente diminuiti seppur con un andamento piuttosto altalenante.

Gli stranieri, nonostante la narrazione, non sono i “più pericolosi delinquenti”: la pena residua dei detenuti stranieri (dati al 31 dicembre 2021) è generalmente più bassa rispetto alla media: il 24,3% degli stranieri sconta infatti un residuo di pena tra 0 e 1 anno, a fronte di una percentuale generale del 18%. Il 42,2% degli stranieri sconta tra 0 e 5 anni di residuo pena, a fronte del 37,6% del totale della popolazione detenuta che sconta lo stesso residuo. Solo il 2,6% dei detenuti stranieri ha una pena inflitta a più di 20 anni di carcere, a fronte del 6,6% della popolazione totale detenuta. l’1% dei detenuti stranieri sconta la pena dell’ergastolo, a fronte del 4,8% del totale della popolazione detenuta.

Nel 2020 il tasso di suicidi era pari a 11.4, ben superiore alla media europea annuale attestatasi a 7.2 casi ogni 10.000 persone detenute. Il Paese con il tasso più alto è la Francia (27,9), seguita da Lettonia (19,7), Portogallo (18,4) e Lussemburgo (18). Importante notare inoltre come l’Italia sia tra i Paesi europei con il più alto tasso di suicidi.

«A proposito del regolamento di esecuzione del 2000, di cui sarebbe urgente un aggiornamento, questo prescriveva che le “camere detentive” fossero dotate di doccia, riscaldamento adeguato ed acqua calda. In molti degli istituti da noi visitati – si legge nel rapporto di Antigone – ci sono ancora celle che non rispettano queste condizioni. Nel 5% degli istituti visitati ci sono ancora celle in cui il wc non è in un ambiente separato, isolato da una porta, ma in un angolo della cella. A Carinola ad esempio, nel reparto destinato ai protetti, manca qualsivoglia divisorio tra il water, il lavabo ed il letto. A San Severo in Puglia il bagno è separato dal resto della stanza esclusivamente tramite un pannello dell’altezza di circa 3 metri».

Sono quasi 17.000 i detenuti che lavorano per l’amministrazione penitenziaria in attività domestiche. Molti lavorano per poche ore al giorno o pochi giorni al mese. Il budget non consente la piena occupazione e si cerca di distribuire il benefit. I detenuti lavoranti non alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria, al 31 dicembre 2022 erano 2.305, rappresentando il 4,3% sul totale dei detenuti. Tra questi i semiliberi erano 799 e le persone in articolo 21 erano 551. Lavoravano in istituto per imprese 242 detenuti e 713 detenuti lavoravano per cooperative. Scrive Antigone: «Secondo la nostra rilevazione, in media nei 96 istituti visitati il 33% dei detenuti presenti era impiegato alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria; di questi buona parte è impiegato sempre in mansioni di tipo domestico. Solo il 2,2% dei presenti era invece in media impiegato alle dipendenze di altri soggetti. Il dato è peraltro molto disomogeneo. In Emilia-Romagna questa percentuale era del 4%, in Campania dello 0,3%. In 37 istituti visitati, più di un terzo del totale, non abbiamo trovato alcun detenuto impiegato per un datore di lavoro diverso dal carcere stesso. In un istituto importante come Poggioreale lavorano solo 280 detenuti sui 2.190 presenti, meno del 13%».

Questi sono solo alcuni dei punti critici del rapporto. «Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione», recita la frase attribuita a Voltaire. A voi il giudizio.

Buon venerdì.

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Sulla base militare di Coltano Guerini deve battere la ritirata

Quindi alla fine sapevano. Il governo fa una parziale retromarcia sulla costruzione di una base da 70 ettari per accorpare reparti specializzati dei Carabinieri a Coltano, nel Parco di San Rossore. Tramonta la brillante idea di usare i soldi del Pnrr per costruire una base militare nel cuore di un parco protetto, a san Rossore Migliarino Massaciuccoli in Toscana, che con i suoi 23mila ettari è importantissimo per la biodiversità, per il turismo che porta al territorio e per la sua storia che passa dagli etruschi agli antichi romani.

Nella foga bellica il ministro della guerra Guerini aveva pensato che non ci fosse nulla di più simile a una “ripresa” di un piano da oltre 440mila metri cubi di nuove edificazioni da costruire dentro il territorio protetto del parco, su una area complessiva di 730mila metri quadrati dove dovrebbero sorgere villette a schiera, poligoni di tiro, edifici, infrastrutture di addestramento, magazzini, uffici e autolavaggi.

Con un ordine del giorno del Movimento 5 Stelle ora il governo ci ripensa. Del resto il Pd toscano era sobbalzato sulla sedia e perfino Letta aveva ritenuto l’idea sbagliata. Ora si valuterà un altro luogo (sempre lì in provincia di Pisa) dove costruire comunque questa bella colata di cemento militare.

Rimangono però almeno due dubbi. Innanzitutto sarebbe bello conoscere il motivo per cui il Pd non sa cosa fa la sua mano destra (il ministro Guerini) mentre parla di ambientalismo con la mano sinistra. Come racconta Riccardo Ricciardi del M5S (che ha presentato l’ordine del giorno): «Il governo ha chiarito che il Pd, tramite il presidente Parco, sapeva da molti mesi di Coltano». Il secondo dubbio sta nell’esultanza generale per uno “spostamento” di un progetto che si ritiene sbagliato. Se è sbagliato perché farlo?

Buon giovedì.

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A proposito degli immigrati come risorse

Afana Bella Dieudonne è arrivato dal Camerun il 5 ottobre del 2014, sbarcato da una nave della guarda costiera, dopo essere stato salvato da una imbarcazione della ong Migrant Offshore Aid Station (Moas). È riuscito a vivere nei primi anni grazie a 5.200 euro annui di una borsa di studio per i migranti (in servizi di biblioteca, mensa e alloggio) tra Pistoia e Cerignola. Ad aprile 2019 è finito sui giornali per aver soccorso una ragazza di origini nigeriane picchiata da un suo connazionale risiedente al Cara. C’erano tante persone durante l’aggressione ma solo Afana l’ha aiutata e poi ha convinto la giovane a sporgere denuncia scortandola fino in Questura. Sognava di  finire le scuole magistrali e prendere un dottorato in cooperazione internazionale.

Il 22 aprile si è laureato per la terza volta con il massimo dei voti a Bari. Afana è anche l’amministratore delegato della Società Cooperativa Terra Nostra. La sua terza laurea magistrale è in Relazioni internazionali e studi europei. Titolo ottenuto dopo la laurea triennale in Comunicazione linguistica e interculturale all’Università di Bari e dopo aver anche conseguito in master in Risorse umane e organizzazione all’Università Cattolica sacro cuore di Milano.

Nella foto pubblicata su Facebook scrive: «110 e Lode… 3 volte dottore in Italia ma di questo non parleranno i media. Se invece un immigrato sbaglia c’è il mainstream». «Posso essere considerato come un immigrato integrato?», chiede Afana. La domanda sembra una provocazione e invece è il sintomo di un Paese che cambia nonostante i razzisti, i conservatori sconnessi dalla realtà e una politica che guarda il mondo con gli occhi di decenni fa.

Buon mercoledì.

Foto dalla pagina facebook di Afana Bella Dieudonne

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Intanto gli altri morti continuano a morire

Le autorità tunisine hanno dichiarato domenica (24 aprile) che 17 corpi sono stati recuperati dopo che quattro barche si sono capovolte nel Mar Mediterraneo vicino alla costa tunisina. Mourad Turki, un portavoce a Sfax, ha affermato che le barche erano in cattive condizioni e che erano partite dalla città portuale durante la notte da venerdì a sabato (22-23 aprile).

Le vittime includevano una donna e “almeno un bambino”, ha detto Turki, ma il bilancio potrebbe aumentare. I sopravvissuti hanno detto che “c’erano tra le 30 e le 32 persone a bordo di ogni barca”. La maggior parte proveniva da Paesi dell’Africa subsahariana, tra cui Costa d’Avorio, Mali e Somalia.

La marina tunisina ha dichiarato di aver salvato 98 sopravvissuti dalle quattro piccole imbarcazioni. Un portavoce della Guardia nazionale tunisina a Sfax, Ali Ayari, ha confermato che le barche erano dirette in Italia.

Domenica scorsa, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’immigrazione Iom in Tunisia ha twittato che erano stati recuperati 12 corpi.

L’agenzia di stampa Reuters ha riferito domenica che i corpi di tre persone sono stati recuperati in Tunisia e altre 155 persone sono state detenute, secondo l’agenzia di stampa statale tunisina. Lo stesso rapporto afferma anche che 76 migranti sono stati soccorsi al largo della costa tunisina a Mahdia, a circa 100 chilometri a nord di Sfax. Non sono disponibili ulteriori dettagli.

Muoiono così tante persone nel mare che non c’è più spazio nei cimiteri, ha detto Mourad Turki all’agenzia di stampa dpa domenica.

I corpi vengono distribuiti tra vari cimiteri in altre regioni, secondo Turki. Fonti dell’ospedale locale di Sfax hanno detto che circa 50 corpi di coloro che erano morti in passati naufragi sono rimasti negli obitori in attesa di sepoltura.

Al largo della costa libica, secondo quanto riferito, almeno sei persone sono morte quando la loro barca è affondata nel fine settimana. Nel frattempo, domenica le autorità libiche hanno arrestato e detenuto più di 540 persone, per lo più cittadini del Bangladesh, mentre provavano a partire per l’Europa.

L’Oim afferma che il Mediterraneo centrale, dalla Libia e dai Paesi del Maghreb all’Italia e a Malta, è la rotta migratoria più pericolosa al mondo. L’agenzia delle Nazioni Unite stima che più di 1.500 persone siano morte o scomparse nel Mediterraneo centrale nel 2021, e oltre 500 finora nel 2022.

Buon lunedì.

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