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A che serve la guerriglia verbale? Accuse di genocidio alla Russia. Biden soffia ancora sul fuoco. Ma non è una gaffe: l’obiettivo è una guerra lunga

Se c’è qualcosa che manca in questo momento storico mentre il conflitto in Ucraina si incattivisce e Vladimir Putin continua ad alzare la posta è il doveroso principio di sobrietà che servirebbe in ogni guerra se davvero si vuole trovare una soluzione che non passi solo dalle armi. Rispondere agli eccidi di Putin con minacce verbali non sortisce nessun effetto pratico al di là di infiammare gli animi, incattivire i protagonisti e inevitabilmente affilare i soldati. Qualcuno prima o poi dovrebbe farlo presente al presidente USA Joe Biden che ieri, ancora una volta, è intervenuto senza freni come un tifoso qualsiasi di passaggio accusando Putin di “genocidio”, gettando ulteriore benzina sul fuoco.

L’uscita del capo della Casa Bianca fa il paio con le sue precedenti accuse di “macellaio” a “criminale di guerra“, passando per “quest’uomo non può rimanere al potere”, tutte pronunciate con un’evidente irresponsabilità per il ruolo che Biden ricopre non solo negli USA ma anche nella NATO e nello scacchiere internazionale. «Non si può dipendere da un dittatore che dall’altra parte del mondo commette un genocidio», ha detto Biden durante un evento pubblico per poi ribadire il concetto qualche ora dopo ai reporter in Iowa spiegando che «sta diventando sempre più chiaro che Putin cerca di cancellare persino l’idea di essere ucraini.

Lasceremo decidere agli avvocati come qualificarlo a livello internazionale, ma di sicuro è quello che sembra a me», ha detto. Tutto questo mentre l’amministrazione USA sta per annunciare altri aiuti militari all’Ucraina per 750 milioni  che secondo la Reuters – che cita una fonte del Congresso USA – consisterebbero in obici, sistemi di artiglieria pesante in grado di colpire un obiettivo fino a 70 chilometri di distanza.

Joe Biden getta benzina sul fuoco: “Putin colpevole di genocidio”

Inevitabile la reazione del Cremlino che attraverso il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, definisce «inaccettabili» le parole di Biden. Dall’altra parte il presidente ucraino Volodymyr Zelensky loda le parole del presidente USA definendole «parole vere di un leader vero». «Chiamare le cose col loro nome è essenziale per combattere il male. Siamo grati per l’aiuto che gli Usa ci hanno fornito finora e chiediamo con urgenza nuove armi pesanti per combattere le atrocità russe», scrive Zelensky.

Ma la guerriglia verbale non è piaciuta al presidente francese Emmanuel Macron: «È accertato che sono stati commessi crimini di guerra da parte dell’esercito russo – spiega il presidente impegnato nella volata finale della campagna elettorale per la sua conferma – ma genocidio, ha un significato» Macron ricorda che «il popolo ucraino, il popolo russo sono popoli fratelli», definisce «una follia quello che sta accadendo» ma precisa che «genocidio, ha un significato».

«Guardo i fatti e voglio cercare il più possibile di continuare a lavorare per fermare questa guerra e quindi non sono sicuro che l’escalation delle parole serva alla causa della pace». Per misurare la tensione (e l’inutilità della lotta verbale) basta leggere la reazione stizzita alle parole di Macron del portavoce del ministero degli Esteri ucraino Oleg Nikolenko quando dice che «la riluttanza del presidente francese a riconoscere il genocidio degli ucraini dopo tutte le dichiarazioni esplicite della leadership russa e le azioni criminali dell’esercito russo è deludente». 

Francia e Cina invitano Biden al senso di responsabilità

Le parole di Biden accendono la reazione anche del portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian, citato da Tass: «la Cina ha sempre sostenuto che sull’Ucraina la massima priorità per tutte le parti interessate è mantenere la calma e la sobrietà, cessare il fuoco e fermare la guerra il prima possibile, evitando una crisi umanitaria su larga scala», dice il funzionario cinese che avverte: «tutti gli sforzi della comunità internazionale dovrebbero mirare alla riduzione dell’escalation, non aggiungere benzina sul fuoco, e spingere per una soluzione diplomatica, non aggravare ulteriormente gli scenari».

La scorsa settimana inoltre il consigliere Usa per la sicurezza Nazionale Jake Sullivan aveva affermato: “Abbiamo visto crimini di guerra, ma non abbiamo visto un livello di eliminazione sistematica degli ucraini che arrivi a livello di genocidio”.

Se la guerra fa già schifo di suo, con i suoi morti civili e con le città devastate dalla violenza funesta di Putin, non si capisce perché ci si debba aggiungere un masochista godimento nel provocare l’invasore con cui nel frattempo si tratta per canali diplomatici. A meno che, questo è il dubbio più spaventoso, a qualcuno questa guerra piaccia così tanto da non poterne fare a meno.

(il mio pezzo per La Notizia)

Buona fortuna ai francesi e anche a noi. La Francia trema di fronte a Le Pen. E l’Italia si prepara a una falcata vittoriosa di Meloni e Salvini

Definire ciò che sta accadendo in Francia una “sorpresa” significa essersi persi gli ultimi vent’anni di storia politica d’Oltralpe: per la terza volta negli ultimi 20 anni, domenica 24 aprile, l’estrema destra si gioca le elezioni presidenziali al secondo turno. Marine Le Pen e Emmanuel Macron dopo avere incassato al primo turno rispettivamente il 23,15% e il 27,84% (leggi l’articolo) sono già nel pieno delle due settimane di campagna conclusiva prima del ballottaggio.

E la candidata Le Pen potrà spingere ancora più forte sulla xenofobia, sull’antieuropeismo e su un conclamato sovranismo che nonostante i danni sotto gli occhi di tutti (l’invasione di Putin è solo lo zenit di una pandemia sovranista che da anni infetta il mondo) continua a godere di ottima salute. Il clan Le Pen (un partito familistico è solo uno dei tanti indizi) dall’inizio del secolo ha raggiunto gli stessi ballottaggi della destra moderata e uno in più della sinistra. Ogni volta le percentuali sono cresciute: dal 19% del 2002, si è passati al 26% del 2017 e poi al 32% di oggi, se si aggiungono i voti ottenuti dal candidato del Rally Nazionale e quelli di Eric Zemmour e Nicolas Dupont-Aignan.

E se nel 2017 le proiezioni elettorali immaginavano 20 punti di distacco per Macron, eletto poi con il 66% dei voti, le proiezioni odierne danno al presidente francese con al massimo un 8% di differenza, di fronte a un’avversaria che lui ha superato al primo turno (anche se non con la facilità che ci si immaginava fino a qualche giorno fa) ma che potrebbe avere una riserva di voti per il ballottaggio senza confronti con il passato. Sembrano lontani i tempi in cui al secondo turno vinceva Chirac sull’estrema destra con l’82% dei voti. Ora tutti gli analisti sono d’accordo con una sfida serrata, nonostante resti più probabile la conferma di Macron. I numeri sostanzialmente ci dicono che il risultato dell’estrema destra rientra quindi in una naturale crescita addirittura prevedibile e, per molti, pericolosa.

L’elezione di Marine Le Pen a Presidente della Repubblica sarebbe un attacco allo Stato di diritto, una regressione nella lotta al cambiamento climatico e un’inversione di visione nelle alleanze internazionali, tra l’altro in un momento storico delicato come questo, con la guerra alle porte. Macron ha 14 giorni per riuscire a concentrare su di sé i voti del terzo blocco che esce fortificato dal primo turno, quel Melenchon che con il 21,95% ha sfiorato il ballottaggio e che ancora dalle nostre parti viene visto come “estrema sinistra” senza rendersi conto (o senza volersi rendere conto) che raccoglie il voto di chi contesta il paradigma economico e sociale esistente senza scivolare verso autoritarismi.

Il gioco di continuare a dipingere Melenchon come l’effetto di una “radicalizzazione”, come se fosse un Zemmour all’opposto significa insistere nel banalizzare o addirittura infantilizzare le voci dei giovani (che mica per niente hanno votato molto più Melenchon di Macron) che chiedono una maggiore equità sociale e una maggiore attenzione alle persone, anche a scapito del profitto.

Ieri il segretario del Pd Enrico Letta (pronto a candidarsi subito come fulgido esempio del paternalismo tiepido che concima i fascismi di ritorno) in un’intervista è riuscito a paragonare i nostri amici di Putin (Salvini, Meloni e Berlusconi) a Le Pen (che dalla banca di Mosca ha attinto allegramente con un prestito milionario), Zemmour (candidato razzista che ha irritato perfino i razzisti francesi) e quello stesso Melenchon che diventa fondamentale per provare a vincere al secondo turno. “Sinistra-sinistra”, dice Letta rivolgendosi a quel 21,95% di francesi che sono stufi di un liberismo travestito da sinistra omeopatica interpretato da Macron come accade qui da noi con diversi personaggi politici, tra cui un’ex Presidente del Consiglio.

La lezione è sempre la stessa: mentre la destra pericolosa e oscurantista continua a guadagnare posizioni (nonostante la passata amicizia con quel Putin criminale agli occhi del mondo) i cosiddetti progressisti sono tutti concentrati nel normalizzare il pericolo della destra al potere e nel demonizzare la cosiddetta “sinistra” in cui infilano tutti coloro che osano mettere in discussione lo status quo.

Sapete dove ci porterà questa miopia? Esattamente nel punto in cui siamo, con la Francia che trema di fronte a Le Pen e con l’Italia che si prepara a una falcata vittoriosa di Meloni e Salvini (ormai in quest’ordine) per spendere poi paginate di sorpresissimi commentatori e segretari di partito incapaci di leggere la realtà. Buona fortuna alla Francia e buona fortuna anche a noi.

(il mio pezzo per La Notizia)

Sarà un brutto 25 aprile


Il copione di questo 25 aprile è già scritto. Mancano alcune correzioni che arriveranno all’ultimo momento ma la struttura del soggetto è chiara. Sarà l’anno in cui tutto quello che si è detto nell’ultimo periodo non vale più. L’hanno deciso gli stessi che da tempo provano a convincerci che fascismo e antifascismo siano categorie del passato ormai superate dalla Storia. Dopo avere scritto quintali di articoli e scritto centinaia di comunicati stampa in cui ci spiegavano che essere antifascista e celebrare il 25 aprile significasse incagliarsi in malinconici tempi che furono ora quegli stessi ci dicono che il 25 aprile si dovrà scendere in piazza, tutti ma proprio tutti con la bandiera ucraina per non destare il sospetto di essere filo-Putin e hanno inventato un nuovo modello di Resistenza che gli torna utilissimo per sistemare le beghe interne. Un 25 aprile in cui gli annoiati dall’antifascismo scenderanno belli carichi in piazza per impartire lezioni di Resistenza agli antifascisti è un finale di un film dell’orrore che non avremmo mai osato immaginare. 

Ascolteremo lezioni di Liberazione da chi ci diceva fino a ieri che l’antifascismo non ha più senso

Quindi che Liberazione si festeggerà? Non c’è nemmeno bisogno di dirlo, sono belli pronti a utilizzare la Resistenza come roncola per inneggiare alla liberazione ucraina, la stessa su cui da giorni dibattono seri e preparati studiosi in un confronto che non ha nulla a che vedere con le ciance scalmanate a cui siamo condannati da una classe politica che riesce perfino a strumentalizzare la Storia. La Resistenza, quella nostra, fiaccata da un decennio di normalizzazione dei fascisti e di mostrificazione dei partigiani, rimarrà sullo sfondo, semplice scenografia di un dibattito interno in cui ciò che conta è fingere di parteggiare per Zelensky per rendere popolare l’amore per la guerra (nonostante tutti i sondaggi indichino una tendenza opposta tra gli italiani che, ahinoi, però non hanno un foglietto pagato con i contributi di Stato per poter dire la loro). 

Nessuno farà notare il rischio di Terza Guerra Mondiale

A nessuno verrà in mente di far notare quanto sia pericoloso leggere l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri mentre dice di tornare «da Kiev con la lista delle armi di cui c’è bisogno». Nessuno oserà far notare che mentre l’Ucraina doverosamente si difende dalla criminale invasione di Putin una soluzione militare del conflitto (che questi tronfi chiamano “vittoria”) sia praticamente irraggiungibile a meno che non si entri ufficialmente in una Terza guerra mondiale (che qualcuno sogna di festeggiare proprio il 25 aprile). A nessuno viene in mente che il presidente dell’Ucraina Zelensky, messo all’angolo dal conflitto e dal senso di responsabilità del proprio ruolo, interpreti un personaggio che è ben diverso dai modi e dai toni che l’Ue può permettersi di usare. Pochi sembrano essersi accorti che la Cina sta armando la Serbia con 6 aerei carichi di missili e che la Serbia nello scacchiere internazionale sta tra le braccia di Putin. 

Così il 25 aprile che dovrebbe essere la Liberazione dalla guerra rischia di trasformarsi nel suo inno, come se non avessimo imparato dopo 77 anni che la guerra non è bella anche se fa male e che tutte le energie dovrebbero essere concentrate nell’evitarla. Sempre che in questi 15 giorni non succeda che ci finiamo dentro più di quello che già siamo, anche se ci riteniamo assolti perché tifiamo per la parte giusta.

(il mio pezzo per La Notizia)

I soldi del PNRR per costruire una base militare a Pisa

Non basta l’aumento delle spese militari. Il governo dei migliori ha deciso di utilizzare i soldi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (il famigerato PNRR che dovrebbe far ripartire il Paese) per costruire una cittadella militare che evidentemente in quest’epoca di furore bellico è un ottimo presepe per presentarsi all’Europa.

Ma se già è ignobile pensare ai fondi per la “ripresa” utilizzati per armi e soldati risulta incredibile che l’opera sia stata pensata nel cuore di un parco protetto, a san Rossore Migliarino Massaciuccoli in Toscana, che con i suoi 23mila ettari è importantissimo per la biodiversità, per il turismo che porta al territorio e per la sua storia che passa dagli etruschi agli antichi romani.

Una base militare con i soldi del PNRR. Dove? In un parco protetto.

Come spesso accade per queste brillanti idee tutti erano all’oscuro del provvedimento (del resto la cultura del dibattito è caduta da un bel po’, in questo Paese): la notizia è diventata di dominio pubblico perché il consigliere comunale a Pisa di Diritti in comune, Ciccio Auletta, l’ha scoperta per caso scorrendo la Gazzetta ufficiale. Perfino il presidente del parco, Lorenzo Bani, racconta di non avere saputa nulla di più di un’ipotesi che gli era stato presentato nell’aprile del 2021 ma di cui non aveva avuto più notizia fino alla notizia ufficiale. 

Si tratta di un piano da oltre 440mila metri cubi di nuove edificazioni da costruire dentro il territorio protetto del parco, su una area complessiva di 730mila metri quadrati dove dovrebbero sorgere villette a schiera, poligoni di tiro, edifici, infrastrutture di addestramento, magazzini, uffici e autolavaggi.

Legambiente sulla base militare nel parco protetto: «I danni sarebbero gravissimi»

Legambiente attraverso Michele Imbrendà racconta l’oscenità: «Questa cittadella militare sorgerà nel centro di un’area agricola, già tenuta medicea e poi regia, bonificata dalle aree palustri ai primi del Novecento, con fasce boscate originarie e piccoli poderi che ne fanno un paesaggio unico e un’oasi di ripopolamento faunistico. Qui nidificano rapaci sulla lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn). I danni sarebbero gravissimi» spiega.

Mentre sembra ormai tardi per poter intervenire sul caso sarebbe però interessante chiedere a Draghi e ai suoi in che parte del PNRR siano previste strutture militari da costruire scavalcando gli enti locali interessati e ricordare che nel PNRR non sia menzionata da nessuna parte la possibilità di prevedere sussidi da destinare ai parchi naturali che sono evidentemente visti come semplici spazi da deturpare con nuovo cemento alla faccia del consumo di suolo.

E pensare che nela Costituzione hanno messo la tutela dell’ambiente. Sta funzionando, eccome.  

(il mio pezzo per La Notizia)

Per l’Onu è la politica il maggior ostacolo alla lotta contro il riscaldamento globale

Il principale ostacolo per affrontare il cambiamento climatico? La politica. Meglio, l’insensibilità e gli interessi trasversali che la politica preferisce mantenere piuttosto che mettere in campo azioni concrete al di là della solita retorica acchiappa voti. C’è scritto nero su bianco nel rapporto del Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite (Ipcc) sui cambiamenti climatici: ben 3mila pagine che contengono l’analisi più completa su ciò che si può fare per scongiurare pericolosi livelli di riscaldamento da quando è stato raggiunto l’Accordo di Parigi sul clima nel 2015. La buona notizia è che molto di ciò che è necessario è in corso. Lo studio mostra che i prezzi delle alternative verdi ai combustibili fossili non solo sono diminuiti, ma sono precipitati. Tra il 2010 e il 2019, i costi dell’energia solare e delle batterie agli ioni di litio sono diminuiti dell’85%, mentre l’energia eolica è diminuita del 55%.
I pannelli solari e le turbine eoliche possono ora competere con la produzione di energia da combustibili fossili in molti luoghi e lo sviluppo delle tecnologie verdi è aumentato vertiginosamente. La cosa più incoraggiante è che la crescita delle emissioni di gas serra è rallentata, da una media annuale del 2,1% all’inizio di questo secolo all’1,3% tra il 2010 e il 2019. Ma questo non è abbastanza. I progressi in alcuni Paesi sono stati controbilanciati dall’aumento vertiginoso delle emissioni altrove. Per avere la possibilità di raggiungere l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5 gradi, le emissioni devono raggiungere il picco al più tardi entro il 2025 e diminuire di un 43% senza precedenti entro il 2030. Il problema più grande – si legge nel rapporto – è la politica. Quella stessa politica che con le sue dispute tra i 195 Paesi del Gruppo ha ostacolato la stesura del rapporto. Alcuni Stati dipendono fortemente dai combustibili fossili oppure non hanno risorse da investire nell’energia verde e avrebbero voluto delle conclusioni “più morbide”. La politica che si occupa di come narrare i problemi invece di risolverli. Siamo sempre lì.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Per l’Onu è la politica il maggior ostacolo alla lotta contro il riscaldamento globale

Il principale ostacolo per affrontare il cambiamento climatico? La politica. Meglio, l’insensibilità e gli interessi trasversali che la politica preferisce mantenere piuttosto che mettere in campo azioni concrete al di là della solita retorica acchiappa voti. C’è scritto nero su bianco nel rapporto del Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite (Ipcc) sui cambiamenti climatici: ben 3mila pagine che contengono l’analisi più completa su ciò che si può fare per scongiurare pericolosi livelli di riscaldamento da quando è stato raggiunto l’Accordo di Parigi sul clima nel 2015. La buona notizia è che molto di ciò che è necessario è in corso. Lo studio mostra che i prezzi delle alternative verdi ai combustibili fossili non solo sono diminuiti, ma sono precipitati. Tra il 2010 e il 2019, i costi dell’energia solare e delle batterie agli ioni di litio sono diminuiti dell’85%, mentre l’energia eolica è diminuita del 55%.
I pannelli solari e le turbine eoliche possono ora competere con la produzione di energia da combustibili fossili in molti luoghi e lo sviluppo delle tecnologie verdi è aumentato vertiginosamente. La cosa più incoraggiante è che la crescita delle emissioni di gas serra è rallentata, da una media annuale del 2,1% all’inizio di questo secolo all’1,3% tra il 2010 e il 2019. Ma questo non è abbastanza. I progressi in alcuni Paesi sono stati controbilanciati dall’aumento vertiginoso delle emissioni altrove. Per avere la possibilità di raggiungere l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5 gradi, le emissioni devono raggiungere il picco al più tardi entro il 2025 e diminuire di un 43% senza precedenti entro il 2030. Il problema più grande – si legge nel rapporto – è la politica. Quella stessa politica che con le sue dispute tra i 195 Paesi del Gruppo ha ostacolato la stesura del rapporto. Alcuni Stati dipendono fortemente dai combustibili fossili oppure non hanno risorse da investire nell’energia verde e avrebbero voluto delle conclusioni “più morbide”. La politica che si occupa di come narrare i problemi invece di risolverli. Siamo sempre lì.

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Borghese e i giovani fannulloni, tormentone e miopia dell’Italia

Esce il primo sole e insieme ai consigli di bere molta acqua e di non uscire nelle ore più calde arrivano i ruspanti imprenditori italiani (meglio se stellati o televisivi) che lanciano l’allarme perché non riescono a trovare giovani virgulti per le loro cambuse. La sceneggiatura in fondo è sempre la stessa dal 2012, quando a margine di un convegno l’allora ministra Elsa Fornero disse che «i giovani non devono essere troppo choosy», inaugurando di fatto un genere letterario.

Salvini e Renzi fuoriclasse del paternalismo

L’anno scorso, manco a dirlo, tra i fuoriclasse del paternalismo fuori luogo ci siamo sorbiti Salvini che ammoniva i giovani di voler «stare sul divano a guardare gli Europei» piuttosto che lavorare. Manco a dirlo a ruota si ritrovano ogni volta tutti i liberali che si definiscono liberali ma non sono altro che agenti infiltrati della parte peggiore di Confindustria con una sola semplice regola d’ingaggio: demolire il mondo del lavoro per poter lavorare più selvaggiamente, fottendosene dei diritti. Indimenticabile, va detto, anche Matteo Renzi che giusto un anno fa ci informava che la “sofferenza” è un irrinunciabile elemento di crescita, cultore di un’educazione siberiana in salsa italica che consiste nell’ingagliardirsi facendo per un po’ lo schiavo.

il tormentone dei giovani fannulloni torna puntuale anche quest'anno
Alessandro Borghese (da Facebook).

Quest’anno la stagione l’ha inaugurata Alessandro Borghese

Quest’anno il primo gol lo mette a segno Alessandro Borghese, noto chef e conduttore di diversi programmi televisivi, che intervistato dal Corriere (sempre così appassionato delle analisi sociologiche di gente che fa tutt’altro nella vita) ci racconta l’ultimo tragico evento a cui dover far fronte: «Sa cosa è successo lo scorso weekend?», esordisce il cuoco nella sua intervista, «quattro defezioni tra i ragazzi della brigata, da gestire all’ultimo minuto, e nessuno disposto a sostituire. Così a cucinare siamo rimasti io e il mio braccio destro: 45 anni io, 47 lui». Un episodio che capita a molti tra quelli che lavorano (chiedere a aziende e uffici in questi due anni di pandemia) ma che spinge Borghese a tirare le somme: secondo lo chef i ragazzi «preferiscono tenersi stretto il fine settimana per divertirsi con gli amici. E quando decidono di provarci (a lavorare, nda) lo fanno con l’arroganza di chi si sente arrivato». Così, netto come un taglio di una cipolla, ecco il manifesto della gioventù italica, l’etichetta pronta e servita. Come se non bastasse il cuoco dice che essere pagati è un accessorio a cui si può rinunciare («Sarò impopolare ma non ho alcun problema nel dire che lavorare per imparare non significa essere per forza pagati», spiega al giornalista) e che lui è diventato Borghese perché ha «lavorato sodo» e fatto »sacrifici». Insomma, siamo alle solite: i “vincenti” (incuranti della loro provenienza) chiedono ai “falliti” di inseguire il sogno americano e mettersi proni a servire.

Il mantra è accettare qualsiasi mestiere a qualsiasi stipendio 

Insuperabile, a ruota, la stellata Michelin Viviana Varese, del ristorante Viva di Milano, che spiega di incontrare «gente che ha bisogno di lavorare, ma non ha la voglia né l’umiltà per farlo. E quindi cosa propone la chef? «Proprio per questo», spiega, «sono fermamente convinta che si debba in qualche modo generare fame». Sì ad aiuti statali alle donne e agli over 40. No agli under 35. Ovvero a quella fascia di età, per quel che noto io, senza mordente, senza maturità, senza un obiettivo nella vita perché iper tutelata e accudita in famiglia. Non si tratta di voler punire, ma di cercare di creare una classe lavoratrice strutturata. Il lavoro c’è, bisogna solo avere fame. Se uno non l’ha dentro, allora la si induce». Creare povertà per fare accettare qualsiasi mestiere con qualsiasi stipendio è la strategia di parecchia industria italiana: Viviana Varese ha il coraggio (o l’ingenuità) di dirlo chiaro e tondo.

Borghese e i giovani fannulloni
Il rapporto di Migrantes sugli italiani all’estero rileva che dai 3,1 milioni del 2006 si è passati ai 5,5 milioni attuali.

Quei cervelli in fuga in cerca di qualsiasi lavoro che nessuno vuole vedere

Ora, statene certi, arriveranno a ruota tutti gli altri, ripartiranno anche le cannonate sul Reddito di cittadinanza e sui giovani “mammoni”. Come ogni estate assisteremo alle lagne di imprenditori turistici che accuseranno i giovani di “rovinare la stagione” pronti per essere smentiti dai dati ufficiali come è accaduto l’anno scorso (anche se nessuno dei lamentosi ha avuto modo di chiedere scusa). E nessuno si interroga sui dati Istat del 2019 che dicono che il numero di giovani italiani trasferitisi all’estero in cerca di opportunità è in continuo aumento (+4.5 per cento, 122 mila unità nel 2019), mentre il rapporto di Migrantes sugli italiani all’estero rileva che dai 3,1 milioni del 2006 si è passati ai 5,5 milioni attuali (+76.6 per cento). E la maggior parte di essi è composta da diplomati «in cerca di un qualsiasi lavoro».

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Per l’Onu è la politica il maggior ostacolo alla lotta contro il riscaldamento globale

Il principale ostacolo per affrontare il cambiamento climatico? La politica. Meglio, l’insensibilità e gli interessi trasversali che la politica preferisce mantenere piuttosto che mettere in campo azioni concrete al di là della solita retorica acchiappa voti. C’è scritto nero su bianco nel rapporto del Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite (Ipcc) sui cambiamenti climatici: ben 3mila pagine che contengono l’analisi più completa su ciò che si può fare per scongiurare pericolosi livelli di riscaldamento da quando è stato raggiunto l’Accordo di Parigi sul clima nel 2015. La buona notizia è che molto di ciò che è necessario è in corso.

Lo studio mostra che i prezzi delle alternative verdi ai combustibili fossili non solo sono diminuiti, ma sono precipitati. Tra il 2010 e il 2019, i costi dell’energia solare e delle batterie agli ioni di litio sono diminuiti dell’85%, mentre l’energia eolica è diminuita del 55%. I pannelli solari e le turbine eoliche possono ora competere con la produzione di energia da combustibili fossili in molti luoghi e lo sviluppo delle tecnologie verdi è aumentato vertiginosamente. La cosa più incoraggiante è che la crescita delle emissioni di gas serra è rallentata, da una media annuale del 2,1% all’inizio di questo secolo all’1,3% tra il 2010 e il 2019. Ma questo non è abbastanza. I progressi in alcuni Paesi sono stati controbilanciati dall’aumento vertiginoso delle emissioni altrove. Per avere la possibilità di raggiungere l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5 gradi, le emissioni devono raggiungere il picco al più tardi entro il 2025 e diminuire di un 43% senza precedenti entro il 2030. Il problema più grande – si legge nel rapporto – è la politica. Quella stessa politica che con le sue dispute tra i 195 Paesi del Gruppo ha ostacolato la stesura del rapporto. Alcuni Stati dipendono fortemente dai combustibili fossili oppure non hanno risorse da investire nell’energia verde e avrebbero voluto delle conclusioni “più morbide”. La politica che si occupa di come narrare i problemi invece di risolverli. Siamo sempre lì.
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In Russia inizia la repressione del movimento femminista contro la guerra

Il 13 aprile un tribunale di San Pietroburgo ha ordinato la detenzione preventiva, almeno fino all’1 giugno, di Aleksandra Skochilenko, attivista del movimento Resistenza femminista contro la guerra.

Skochilenko, arrestata l’11 aprile, è accusata del nuovo reato di «discredito delle forze armate russe» per avere, il 31 marzo, sostituito i cartellini dei prezzi sugli scaffali di un supermercato con scritte contro la guerra. L’artista avrebbe inoltre lasciato sugli scaffali dei prodotti alcuni pezzetti di carta sull’attacco aereo dello scorso 16 marzo al teatro di Mariupol, violando così la legge contro le fake news imposta da Mosca. Secondo il suo avvocato, a chiamare la polizia era stato un cliente del supermercato. La 31enne non è nuova alle autorità, che anche lo scorso 24 febbraio l’avevano multata per aver preso parte alle proteste in piazza a seguito dell’invasione delle truppe di Putin nel territorio ucraino. A seguito delle sue azioni era stata sanzionata con una multa di 10 mila rubli (110 euro) e aveva trascorso una notte in cella. «Sono stata appena rilasciata», aveva scritto su Instagram, lamentando il trattamento dei secondini. «Ci hanno svegliato continuamente di notte, le celle erano sporche e imbrattate di escrementi, inoltre non avevamo biancheria o coperte».

La Resistenza femminista contro la guerra ha assunto la guida del movimento di protesta in Russia. Il gruppo, costituitosi il 25 febbraio, utilizza volantini e graffiti, distribuisce copie di articoli di portali indipendenti messi al bando dal governo e stampa slogan contro la guerra su banconote e su altri oggetti. Ha aperto un numero telefonico di emergenza per fornire sostegno psicologico alle attiviste e ha istituito la Fondazione contro la guerra, che assiste le persone multate o espulse dalle università per essersi opposte alla guerra.

«La guerra è contraria a tutti gli obiettivi del movimento femminista», ha dichiarato ad Amnesty International Ella Rossman, una delle fondatrici della Resistenza femminista contro la guerra.

Il movimento ha installato 500 croci di legno in 41 città per commemorare le vittime civili della guerra. Almeno 3000 attiviste hanno preso parte ai cosiddetti “picchetti silenziosi”, indossando vestiti che riportavano scritte contro la guerra.

Finora almeno 100 attiviste di Resistenza femminista contro la guerra sono state arrestate, perquisite o minacciate. Il 30 marzo Yevgenia Isaeva, un’artista di San Pietroburgo, è stata multata di 45.000 rubli (circa 500 euro) e in seguito posta in stato di detenzione per otto giorni per “vandalismo” a causa delle sue performances artistiche.

Un’altra artista, Yulia Kaburkina, è stata arrestata il 2 aprile a Cheboksary per «discredito nei confronti delle forze armate russe» per avere, come Aleksandra Skochilenko, tolto i cartellini dei prezzi dagli scaffali di un supermercato sostituendoli con immagini di persone che manifestavano contro la guerra.

Buon venerdì.

Nella foto da Amnesty (Arseny Vesnin / Twitter): Aleksandra Skochilenko

Per approfondimenti sulla Resistenza femminista vedi Left del 18-24 marzo 2022

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SOMMARIO

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Come stiamo messi

Scorrendo solo un po’ di notizie, al di là di quelle terribili sulla guerra. Cosa è accaduto negli ultimi giorni?

Il segretario del Pd Enrico Letta ha scelto Il Foglio (giornale con più bonifici dallo Stato che lettori) per farci dono del suo manifesto politico. L’ha fatto sul giornale dei liberali che sono dalla parte delle libertà delle imprese e intanto mantengono la loro con i sussidi, l’ha fatto sul giornale che nega il cambiamento climatico e che concima l’aporofobia. Il Foglio, per ringraziarlo, il giorno successivo (cioè ieri), ha pubblicato un pubblico elogio del battaglione nazista ucraino Azov.

Quindi, in sostanza, mentre si massacra l’Anpi si normalizzano i nazisti. Lo so, è un copione già visto.

A proposito: ieri Giorgia Meloni ha detto di avere “punti in comune” con Enrico Letta. Avanti così.

Nel frattempo si scopre che con i soldi del Pnrr si costruisce una base militare in un’area protetta. Pd e Lega si sono svegliati e dicono che non sono d’accordo. Troppo tardi. Che sbadataggine curiosa.

Nel frattempo aumentano le spese militari ma chi si oppone è considerato un disertore. Roba già vista, basterebbe studiare un poco:«Tutto quello che c’è da fare è dire alla gente che sta per essere attaccata, denunciare i pacifisti per mancanza di patriottismo e perché mettono in pericolo il Paese. Funziona allo stesso modo in ogni Paese», disse il “maresciallo del Reich” Hermann Göring al processo di Norimberga.

In Francia la sinistra di Melenchon viene dipinta come pittoresco populismo. Esattamente come accade da noi.

Stiamo messi così. Buon giovedì.

 

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