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Per Renzi i “migliori” sono diventati “inutili”

Renzi ci ha ripensato. La riforma Cartabia non gli piace e come al solito decide di comunicarlo con un tweet (a proposito della “politica che non si fa su twitter”) in cui scrive testualmente: «Non voteremo la riforma della giustizia perché non è una riforma. L’azione di Bonafede era dannosa, quella della Cartabia inutile. Meglio così ma ancora non ci siamo».

Poi con la sua newsletter si spiega più largamente (senza aggiungere molto): «Sulla riforma del Csm – scrive nella sua ultima E-news – siamo gli unici che non voteranno a favore. Lega e Pd, grillini e Forza Italia hanno trovato un compromesso con la riforma Cartabia. Voglio essere molto chiaro: l’azione di Bonafede era dannosa, quella della Cartabia semplicemente inutile. Dunque, un grande passo in avanti. Ma il vero problema dello strapotere delle correnti e del fatto che chi sbaglia non paga mai, con la riforma Cartabia non si risolve. Le correnti continueranno a fare il bello e il cattivo tempo nel Csm. Peccato, una occasione persa. La riforma arriverà, se arriverà, nella prossima legislatura. Questo è un pannicello caldo, anzi tiepido».

Poiché la politica è una cosa seria la sua ministra nel governo, Elena Bonetti, assicura la fiducia al governo. Un capolavoro portato avanti dal deputato di Italia Viva Cosimo Ferri (magistrato sotto procedimento disciplinare per avere brigato le nomine insieme a Palamara) che si correnti nella magistratura ne sa parecchio. E infatti Calenda non le manda a dire e critica la scelta di Renzi che definisce una posizione «sbagliata e anche paradossale», «visto che a prenderla è Cosimo Ferri, una persona di qualità, ma non propriamente estranea alle correnti del Csm e al sistema Palamara. Fate le persone serie. Tutta la magistratura sta cercando di affossare la riforma», dichiara rivolto al leader di Iv.

Del resto quando si fa politica con un occhio ai sondaggi e uno alle amministrative basta poco per smentirsi. Alla fine anche i “migliori” diventano “inutili” nel giro di poco.

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A proposito di sanzioni alla Russia e di aziende italiane

Come va con le sanzioni alla Russia Lo spiega bene l’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) che prova a fare chiarezza in mezzo a molta retorica. Partendo dal presupposto che le sanzioni sono una delle vie alternative al conflitto armato, si può registrare che, come spiega Ispi, «dopo 7 settimane di guerra, invece, solo il 19% degli Stati del mondo ha deciso di rispondere all’invasione dell’Ucraina imponendo sanzioni economiche alla Russia. Certo, questi Paesi rappresentano una grande fetta dell’economia mondiale (il 59%), e molti di loro costituiscono partner economici imprescindibili per Mosca. Tuttavia l’assenza di una condanna unanime lascia alla Russia la possibilità di espandere le proprie relazioni commerciali con i Paesi che non hanno aderito alle sanzioni». Quando vi capita di sentire “tutto il mondo condanna” ecco no, le cose non stanno proprio così.

Come si legge nell’articolo di Ispi «in mancanza di sanzioni secondarie (cioè quelle sanzioni che colpirebbero proprio i Paesi che, non sanzionando la Russia, decidessero di fare affari con essa nei settori colpiti da sanzioni altrui), al Cremlino rimane infatti un margine di manovra considerevole, che rappresenta il restante 41% dell’economia mondiale. E così i prodotti russi, pur colpiti, talvolta cambiano semplicemente acquirente. Ad esempio il greggio, che fino all’anno scorso era per circa la metà acquistato dall’Occidente (49% Ue, 3% Stati Uniti), viene oggi almeno parzialmente dirottato verso India e Cina».

E le aziende italiane? Scrive Ispi che «per quanto riguarda la presenza di imprese private estere in Russia, nessun Paese al mondo ha posto divieti stringenti. Un’impresa che lascia la Russia lo fa dunque per motivi politici o morali, e non legali. Malgrado ciò, il clima di indignazione per l’invasione russa ha già spinto quasi 500 imprese straniere a ritirarsi, annunciare il proprio ritiro o a sospendere le proprie operazioni in Russia. Si tratta di circa due terzi (il 63%) del totale delle 773 imprese censite a oggi dalla Yale School of Management. Va tuttavia notato che oltre un terzo di loro ha deciso di rimanere (17%), prendere tempo prima di una decisione (12%) o di ridurre soltanto la propria attività (8%). Inoltre, tra le imprese che hanno preso provvedimenti drastici circa la metà ha solo sospeso la produzione, tenendo dunque un piede in Russia in attesa di tempi migliori per riprendere le stesse attività a oggi messe in standby. Colpisce in particolare la scomposizione geografica delle aziende che decidono di restare. Dal grafico si nota infatti come le imprese cinesi abbiano deciso in tre casi su quattro di rimanere in Russia, magari anche allo scopo di approfittare della dipartita delle imprese occidentali (si pensi per esempio al ritiro di Apple ma alla mancata uscita di Huawei). Dall’altra parte dello spettro ci sono invece le imprese di quei Paesi che più di tutti hanno deciso di mandare un segnale netto a Mosca, come quelle canadesi, britanniche o americane. Sorprende che, in questa classifica “negativa”, la Francia (68%) e l’Italia (64%) si trovino sul podio con percentuali di “non disimpegno” dalla Russia molto vicine a quelle cinesi, e nettamente più elevate rispetto a quelle tedesche (46%)».

Quali sono le imprese? Restano in Russia: Buzzi Unichem, Calzedonia, Campari, Cremonini Group, De Cecco, Delonghi, Geox, Intesa Sanpaolo, Menarini Group, UniCredit, Zegna Group. Stanno prendendo tempo Barilla e Maire Tecnimont. Riducono operazioni Enel, Ferrero, Pirelli. Sospendono l’attività: Ferrari, Iveco, Leonardo, Moncler, Prada. Si ritirano Assicurazioni Generali, Eni, Ferragamo e Yoox.

Buon martedì.

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Embargo Ue al gas russo. No di Calenda per farsi notare. Preso d’assalto sui Social il leader di Azione si barcamena per giustificare il suo voto

Ogni mattina Carlo Calenda si alza dal letto e sa che nella giungla della politica deve trovare un pertugio per farsi notare. Ieri in Plenaria a Strasburgo, mentre si votava per l’embargo immediato al gas russo, il leader di Azione ha pensato bene che l’occasione fosse ghiottissima e così mentre tutti i partiti italiani (Lega, Pd, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle, Italia Viva e Verdi) votavano a favore l’ex ministro leader di Azione ha pensato bene di sedersi di sedersi dalla parte di quei 93 contrari (di fronte a 413 a favore e 46 astensioni) per apparire più realista del re.

Embargo immediato al gas russo, Calenda si barcamena sui Social per giustificare il suo voto

“Ho votato contro per manifesta impossibilità di realizzarlo”, spiega Calenda sui suoi social, indossando come spesso gli accade la maschera del dietino alzato per dare lezioni di politica a tutto il resto del mondo. Certo vederlo dalla parte degli amici di Vladimir Putin (l’ex leghista Francesca Donato, tanto per rendere l’idea, si è limitata ad astenersi) non deve essere stato piacevole per i suoi (ex?) elettori se è vero che in poco tempo si è ritrovato sommerso dalle critiche interne.

A chi gli fa notare che la mozione avesse semplicemente un valore di auspicio, Calenda risponde piccato: “Ma sono giorni che sto spiegando che non è possibile tagliare subito il gas. Sarebbe stato assurdo e incoerente votare un emendamento in senso contrario”.

Avete capito il giochetto logico? Dice Calenda che poiché c’era una parola che non gli tornava (esattamente un “immediatamente” al posto di un “prima possibile”) allora tutto l’emendamento è da buttare via, nonostante sia tra l’altro qualcosa di poco più che simbolico. E poiché al leader di Azione piace moltissimo il ruolo del maestrino comincia a ribattere colpo su colpo sul suo account twitter.

“In questi casi veramente ‘basita F4’ ci sta più che bene! Mah!”, scrive la sua probabile elettrice Valentina. E lui: “Basita è un bel sentimento. Ragionante è anche meglio. Guardati la nostra proposta su come diventare indipendenti sul gas. Il resto sono chiacchiere”. “Calenda, sei ridicolo”, gli fa notare un altro e lui, immediatamente, risponde: “No Gianfranco sei tu che sei un buffone. Quelli del no a tutto che la mattina si svegliano e vogliono tagliare 30 mld di metri cubi di gas senza sapere come sostituirli. Vi meritate Toninelli e compagni”.

Mentre i commenti (non proprio benevoli) si moltiplicano alla fine l’europarlamentare sbotta con un suo elettore che gli fa notare di non avere mai visto nessuno “impegnarsi così tanto per far morire il proprio partito”: “E io non ho mai visto tanti imbecilli – gli scrive Calenda – chiedere qualcosa senza prima leggersi mezzo numero per capire se è possibile e quali sono i costi. Non facciamo politica con la retorica. Anzi siamo nati per fare il contrario. Ma ti rimane un’ampia scelta di fuffa”.

E quando un certo Augusto gli dice che strapperà la tessera di Azione Calenda perde i freni: “Devi farlo Augusto. Io non voto risoluzioni per fare retorica”. Sfinito da un pomeriggio in cui la strategia di farsi notare ha fatto cilecca il leader di Azione rimarca di avere comunque votato la risoluzione finale (e ci mancherebbe) e poi ricorda di avere preparato con una squadra di “esperti” un piano per rinunciare al gas russo. Ed è a questo punto che si svela l’arcano: semplicemente ancora una volta Calenda avrebbe voluto votare per se stesso.

(scritto per La Notizia)

Francesca Donato nega la strage di Bucha per ottenere visibilità

A settembre dell’anno scorso l’eurodeputata Francesca Donato ha lasciato la Lega di Salvini dicendo di non potere «più stare in un partito che sostiene il governo Draghi»: «c’è una prevalenza della linea dei presidenti di Regione e dei ministri, capeggiati da Giorgetti, a favore delle scelte del governo Draghi», disse nel suo messaggio d’addio promettendo di diventare «punto di riferimento di tutti i no vax». Eppure Donato, eletta a Strasburgo nel 2019 alla sua seconda candidatura) non è certo famosa per la sua attività politica ma per le sue posizioni (espresse preferibilmente nel talk televisivi sempre alla ricerca di “fenomeni” da dare in pasto al pubblico) spesso al limite del buongusto.

Francesca Donato nega la strage di Bucha per ottenere visibilità

Per questo non stupisce che ieri in Aula abbia deciso di accarezzare come suo solito i negazionisti e complottisti mettendo in dubbio la veridicità della strage di Bucha sulla falsariga di quelli che in questi giorni hanno l’orribile sfrontatezza di parlare di una messinscena, persino cinematografica, accarezzando la propaganda russa. «Sulla veridicità dei fatti di Bucha riferiti dal governo ucraino – ha detto Donato – ci sono ancora molti dubbi. Oggi sento proporre addirittura un embargo totale del gas russo, nei fatti assolutamente insostenibile per la nostra economia, sulla base dei fatti di Bucha riferiti dal governo ucraino». Le parole di Donato hanno provocato la dura reazione dell’esponente del Pd Pina Picierno, per l’occasione presidente di turno del Parlamento europeo. «Il massacro di Bucha è sotto gli occhi di tutti e noi non possiamo accettare che venga messo in discussione. Quest’aula non è equidistante: c’è un aggressore, che è Putin, e c’è un aggredito, che sono i cittadini ucraini, che quest’aula e le sue istituzioni difendono».

Donato, come spesso accade ai negazionisti che vigliaccamente poi ritirano la mano, si è corretta dicendo di avere richiesto “un’inchiesta indipendente”, per provare a normalizzare.

Ma Francesca Donato è solo uno dei tanti sottoprodotti della politica diventata spettacolo in cui essere contro a prescindere, perfino negando la realtà, è la via più facile per non doversi prendere la briga di esprimere delle idee, limitandosi semplicemente ad andare contro corrente. Francesca Donato è una dei tanti che si preoccupa di “distinguersi dalla massa” senza voler assumere una posizione perché la si ritiene giusta ma semplicemente per il gusto di “distinguersi” ma in bassezza, mica una altezza. 

Franesca Donato ha cavalcato i complotti no-vax

Forse conviene ricordare che Francesca Donato è la stessa che ha cavalcato l’onda della pandemia (sulla pelle dei malati, dei morti e delle loro famiglie) insinuando che i vaccini uccidano più del Covid («secondo i dati del min. della salute Israeliano, i morti dopo il vaccino sono 40 volte maggiori di quelli che sarebbero morti da Covid (e loro usano Pfizer, quello buono» ritwittava allegramente sul suo profilo) e che a gennaio dell’anno scorso era arrivata a consigliare alle persone malate di Covid-19 di rivolgersi non al medico ma al sito ippocrateorg.org, riconducibile a Mauro Rango. Come ricostruito dai colleghi di Facta, Rango non ha alcuna qualifica medico-scientifica e le informazioni che diffonde si sono dimostrate in diversi casi non attendibili. Sul suo profilo Facebook Donato ha poi di diffuso diverse informazioni errate a proposito delle cure domiciliari e dell’idrossiclorochina, nonché dell’inutilità dei lockdown e delle misure restrittive secondo uno studio di Science (che in realtà aveva completamente frainteso, nella migliore delle ipotesi). Si è spinta perfino a scrivere: «poi quando sarà confermata la tesi ‘complottista’ per cui nei sieri obbligatori ci sono nanotecnologie che servono a raccogliere i nostri dati biometrici (e forse a condizionarli) tutti diranno ‘non ne avevamo idea!’».

A Donato (così come ai negazionisti che usano il complotto per ottenere un lembo di popolarità) della guerra, del Covid, della Russia e di qualsiasi altra cosa non interessa nulla. Donato, come gli altri, ha semplicemente bisogno di credere che su ogni tema “un complotto mondiale segreto” (che lei smaschera semplicemente andando su YouTube) governi il mondo per rivendersi come l’unica credibile. Ed è un doppio danno: per la credibilità della politica e per il dibattito sulla complessità che gente come Donato pialla per qualche voto e qualche clic in più.

(scritto per La Notizia)

Ucraina: colpire l’ANPI per educarne cento.

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La strategia è fin troppo prevedibile: dividere il mondo in buoni e cattivi, bianchi o neri e poi apparecchiare il discredito e la delegittimazione di chiunque non la pensi come loro. Roba vecchia, vecchissima, perfino noiosamente scontata se non fosse che i cantori del PUB (il Partito Unico Bellicista) sono rumorosissimi, nonostante i loro partiti prendano voti da prefisso telefonico e i loro giornali respirino appesi al finanziamento pubblico. 

Se la prendono con l’ANPI per attaccare chi chiede la pace

La vittima sacrificale in tempi di guerra è stata, fin dall’inizio, l’ANPI, quell’associazione così scomoda che a qualcuno tempo fa ha rovinato il referendum della carriera e che a qualcun altro ricorda tutti i giorni che no, che il fascismo (anche quello travestito da moderato) non è passato e non è mediabile. Con l’invasione dell’Ucraina l’ANPI è finita subito nel mirino: quando all’inizio del conflitto il presidente Pagliarulo si è permesso di dire di essere contro la guerra, qualsiasi guerra, i cantori del PUB l’hanno accusato di essere “equidistante”, hanno cianciato di nuova Resistenza (questi che la Resistenza non l’hanno nemmeno studiata) e qualcuno, come il quotidiano Il Tempo, ha avuto il coraggio di titolare a piena pagina “I partigiani dell’ANPI abbracciano Putin: legittime le bombe sull’Ucraina “. Tutto falso, ovviamente. Solo che attaccare l’ANPI era ed è il modo più immediato per attaccare chi si ostina a ripetere che nelle guerre accade sempre così: le decidono i potenti del mondo, ci guadagnano quelli già ricchi e ci mandano a morire i figli dei poveracci e i civili. 

Chi chiede la pace viene trattato come “amico di Putin”

Poi accade l’ANPI scriva un comunicato, dopo l’orrore della strage di Bucha, in cui chiede “una commissione per appurare le responsabilità” e un secondo dopo parte l’isteria. Non è un acceso contraddittorio, badate bene, è una vera e propria isteria che bersaglia chi ha opinioni appena discordanti o addirittura chi si suppone le abbia. Qui siamo tutti d’accordo che i russi (ma, ad esempio,  chi, su ordine di chi?) abbiano compiuto una strage ma se non si scrive che Putin dovrà morire giustiziato con un colpo alla nuca dopo essere stato torturato si diventa subito collaborazionisti. Siamo in mezzo a gente che crede di saperne di guerra dimenticandosi che non si vince con l’odio di Facebook: ci deve essere un’indagine, un processo e una condanna e una determinazione della pena, anche per il peggior criminale colto in flagranza di reato. Mica per niente il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha detto esattamente la stessa cosa affermando che «è essenziale che un’indagine indipendente porti a una responsabilità effettiva» dopo la strage di Bucha. Mica per niente Amnesty international chiede un’indagine «su quelli che appaiono crimini di guerra commessi dalle forze russe contro i civili nella città ucraina di Bucha». Ma l’obiettivo è screditare l’ANPI per screditare tutti coloro che non ci stanno ad usare le vittime per aggiungere odio all’odio e quindi si gioca a mettere nello stesso cassetto gli svalvolati complottisti a chi non crede nella guerra. Si mostrano i morti non per instillare nell’opinione pubblica un desiderio di mediazione, umanità e pace ma per sdoganare il diritto alla vendetta violenta. In tutto questo ci guadagnano quelli che stanno sotto le bombe o quelli che le vedono? La risposta è facile facile.

(il mio pezzo per La Notizia)

Imbarazzante silenzio sul conflitto nello Yemen. L’Occidente sanziona la Russia ma tace su Emirati e Arabia. In sette anni è costato la vita a 377mila civili

A proposito di sanzioni: chi vende le armi che stanno portando lo Yemen sull’orlo della catastrofe umanitaria? Il 26 marzo del 2015 iniziava in Yemen l’operazione “Decisive storm” con cui Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti (i protagonisti, secondo Matteo Renzi, del “nuovo rinascimento”) lanciavano l’offensiva contro i “ribelli” houthi e i militari fedeli all’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh (nella foto).

Secondo l’Unicef quella dello Yemen è “una delle più grandi crisi umanitarie al mondo”

In 7 anni di conflitto oltre 24.600 attacchi aerei hanno distrutto il 40% delle abitazioni nelle città causando almeno 377mila morti secondi i dati delle Nazioni Unite. Le vittime civili continuano ad aumentare esponenzialmente mese dopo mese, mentre un intero popolo – che per il 75% dipende dagli aiuti internazionali per sopravvivere – è costantemente minacciato dalla mancanza di cibo e acqua, dalle bombe che piovono dal cielo o dalle mine disseminate su campi e strade. Il conflitto in Ucraina inoltre sta facendo schizzare alle stelle i prezzi dei beni alimentari.

Una tragedia nella tragedia che lega nel dolore e nella sofferenza due paesi, solo apparentemente distanti. “Se le parti in conflitto non deporranno le armi nell’immediato futuro – dice Paolo Pezzati di Oxfam Italia – e la comunità internazionale non aumenterà gli aiuti, due terzi della popolazione si troverà in una condizione di grave insicurezza alimentare entro la fine dell’anno. Al momento la comunità internazionale ha stanziato solo il 30% di quanto richiesto dalle Nazioni Unite per rispondere all’emergenza nel 2022, in media appena 15 centesimi al giorno per singolo abitante”.

Al momento 17,4 milioni di persone soffrono la fame, ma entro la fine dell’anno potrebbero salire a 19 milioni (ossia il 62% della popolazione), con un aumento di oltre 8 milioni di persone colpite da malnutrizione dall’inizio del conflitto; da quando le Nazioni Unite hanno cessato il monitoraggio sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle parti in conflitto, lo scorso ottobre, il numero di vittime civili è raddoppiato.

Dal 2017, quando ha incominciato a funzionare il Civilian Impact Monitoring, si sono registrate 14.554 vittime civili; la guerra ha costretto oltre 4 milioni di persone a lasciare le proprie case in cerca di salvezza, oltre 1 milione al momento si trovano nel governatorato di Marib, spesso in alloggi di fortuna, divenuto l’epicentro del conflitto. Qui negli ultimi mesi sono aumentati morti e feriti a causa delle mine intorno alla città, disseminate dalle forze in ritirata per rallentare i loro avversari. Oggi 4,8 milioni di persone in più – rispetto al primo anno di conflitto – sopravvivono solo grazie agli aiuti umanitari.

“Molti di questi attacchi aerei non sarebbero stati possibili senza forniture di armamenti europei. Fino ad oggi i governi e le aziende europee hanno continuato a sostenere la coalizione a guida saudita esportando bombe, armi e pezzi di ricambio cosм come servizi di manutenzione e addestramento. Inoltre, si sospetta che questi armamenti siano stati utilizzati in potenziali crimini di guerra”, denuncia la Rete italiana pace e disarmo.

Le armi arriverebbero – secondo una denuncia presentata nel dicembre 2019 alla Corte penale internazionale dell’Aia – da Airbus defence e space, Bea System, Leonardo e Dassault aviation, Raytheon Systems, Mbda France, Mbda UK e Rheinmetall (con la sua succursale italiana RWM Italia) e Thales: “I responsabili in Europa che traggono profitto o alimentano il conflitto in Yemen devono essere ritenuti responsabili”, sottolinea la Rete italiana pace e disarmo. Che chiede di “esaminare sia la responsabilità penale dei dirigenti aziendali sia le pratiche e il coinvolgimento dei governi di Italia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito”.

L’Unicef descrive la situazione in Yemen come “una delle più grandi crisi umanitarie al mondo” ma il mondo, quando si tratta di Yemen, sembra non riuscire ad accorgersene. Forse questa popolare attenzione per la guerra in Ucraina potrebbe aiutarci ad allargare lo sguardo.

(scritto per La Notizia)

Non hanno imparato niente con Putin. Meloni e Salvini festeggiano Orbán in attesa di pentirsene. Rieletto in Ungheria Lega e FdI corrono a congratularsi

Il primo a congratularsi, manca a dirlo, è Matteo Salvini che sembra avere imparato poco dalle recenti figure barbine in mondovisione con le sue magliette che inneggiavano a Putin: “Bravo Viktor! – scrive il leader della Lega sui social riferendosi alla vittoria di Orbán in Ungheria -. Da solo contro tutti, attaccato dai sinistri fanatici del pensiero unico, minacciato da chi vorrebbe cancellare le radici giudaico-cristiane dell’Europa, denigrato da chi vorrebbe sradicare i valori legati a famiglia, sicurezza, merito, sviluppo, solidarietà, sovranità e libertà, hai vinto anche stavolta grazie a quello che manca agli altri: l’amore e il consenso della gente. Forza Viktor, onore al libero Popolo ungherese”. In allegato la sua foto sorridente con Orbán rieletto presidente dell’Ungheria.

Il primo a congratularsi con Viktor Orbán, manca a dirlo, è Matteo Salvini

A seguire anche Giorgia Meloni, di FdI, esprime tutta la sua soddisfazione. Non conta che Orbán sia la quinta colonna del putinismo in Italia, non conta nemmeno che il presidente dell’Ungheria abbia trascorso gli ultimi giorni accusando il presidente ucraino Volodimir Zelensky di voler interferire con la sua campagna elettorale. Dalle parti di Salvini e di Meloni sembrano non avere letto ieri Vladimir Putin che si è congratulato con il leader ungherese per la sua vittoria alle urne ed ha espresso il desiderio di rafforzare i legami tra Mosca e Budapest.

Mentre Salvini e Meloni non riescono a pronunciare il nome di Putin nonostante la guerra sia il tema principale dell’agenda politica da più di 40 giorni evidentemente non possono trattenersi dall’affetto verso gli amici del loro ex amico, attratti da quel sovranismo che proprio nella guerra in Ucraina sta dimostrando tutte le sue storture che ne decretano sul fallimento politico. Con Mosca, Orbán ha forti legami economici, ma in aggiunta, il regime di Putin è un modello per il quale il leader ultraconservatore ha costruito in Ungheria.

Orbán nel 2014 ha scelto di “rompere con i dogmi e le ideologie adottate dall’Occidente” e seguire il modello di “sistemi non liberali, non democrazie liberali e forse nemmeno democrazie”, tra cui ha menzionato Cina, India, Turchia e, naturalmente, Russia. Orban, che ha incontrato Putin 11 volte negli ultimi 12 anni al potere, secondo il Think Tank Political Capital, è stato ispirato da alcuni elementi del regime russo basati sull’estrema difesa della nazione, della famiglia e del cristianesimo. Secondo Camino Mortera, capo dell’ufficio di Bruxelles del Centro per la riforma europea.

“Entrambi (Orbán e Putin) usano lo stesso gioco: disinformazione, corruzione, i sistemi oligarchi che sono all’interno del governo e il tocco di identità nazionale conservatore”. È lo stesso Orbán condannato da organizzazioni come Freedom House e che condanna le Ong come “mercenari di Soros” (dimenticandosi di avere, anche lui, preso finanziamenti da Soros), colui che ora minaccia Bruxelles forte della sua conferma. C’è da scommetterci: la foto con Orbán sarà la prossima di cui vergognarsi per Salvini e Meloni che riescono sempre ad essere dalla parte sbagliata della storia.

(scritto per La Notizia)

Putin chiama la guerra in Ucraina “operazione militare” come noi chiamiamo i morti in mare “controllo delle frontiere”

Il mondo è giustamente sconvolto dalle immagini che arrivano da Bucha. Ci sono uomini, donne (e, per ora, un bambino di 14 anni) uccisi ai bordi delle strade, mentre tentavano di scappare oppure dopo essere stati legati e freddati con un colpo alla nuca. Tutto il mondo giustamente condanna Putin che ogni giorno di più trasforma questa guerra in un abisso. Ci sarebbero anche delle fosse comuni.

Qualcuno dice che la guerra fatta così è una barbarie, come se esistessero guerre “buone” o guerra “giuste”, dimenticando che nel ‘900 ile vittime civili passano dal 10% della Prima Guerra mondiale, al 60% della Seconda Guerra mondiale al 90% delle guerre recenti. Putin intanto continua a chiamare tutto questo “operazione militare speciale”.

I morti in mare

L’altro ieri l’equipaggio della nave panamense Alegria 1 ha soccorso 4 persone in mezzo al Mediterraneo che fuggivano dall’inferno libico. Erano in 100: 96 sono morti in mezzo al mare dopo essere stati alla deriva per 4 giorni. I sopravvissuti sono stati rispediti nella Libia delle torture già confermate dall’ONU e da tutte le organizzazioni internazionali, rimessi in mano alla cosiddetta Guardia costiera libica e ai miliziani svelati da decine di inchieste internazionali.

Anche in questo caso, in Libia come in Russia, si sa benissimo chi ha ordinato questa guerra. Poiché tra i fiancheggiatori degli assassini libici c’è l’Europa tutta (con l’Italia in testa) che profumatamente paga i carcerieri e che addirittura li addestra, lo sdegno è piuttosto smussato. Del resto queste sono vittime innocenti e “collaterali” di quella stessa Ue piuttosto strabica quando si tratta dei propri errori e dei propri orrori.

Curiosamente anche i morti in Libia e nel Mediterraneo vengono classificati con uno slogan apparentemente pulito: “controllo delle frontiere”.

Avere orrore delle guerre è un atto profondamente umano e un dovere etico. Notate sempre con attenzione che guerre sia declinato al plurale, si riferisca a tutte le guerre. Altrimenti spesso è una truffa.

(scritto per Le Notizia)

La scuola dei migliori (tagliata, ancora)

Il Documento di economia e finanza è stato pubblicato. Mario Draghi, quello che ci esortava a investire nel “capitale umano” ha tradito le promesse con un bel taglio sull’istruzione: dal 4% del 2020 al (se andrà bene) il 3,5%. Se volete avere un’idea di come agiscano gli altri nell’Ue su scuola e università vi basti pensare che nel 2019 la media era il 4,7% del Prodotto interno lordo dell’Unione, alcuni arrivano oltre il 6% del Pil  come Svezia, Danimarca, Belgio.

«La spesa per la scuola nell’arco temporale del Def 2022-2025, si vede ridotta di mezzo punto di Pil. Come si farà ad attivare le transizioni ecologiche, tecnologiche e digitali con risorse che cambiano importi e destinazione? La musica è sempre la stessa, scritta sullo spartito del neoliberismo che pensavamo, a torto, avesse mostrato tutti i suoi limiti dopo la pandemia e la guerra», è stato il commento a caldo del segretario generale della Uil Scuola, Pino Turi.

Tra l’altro anche nei prossimi decenni non c’è nessuna previsione di crescita perché il Governo dei migliori ci fa sapere che il crollo demografico farà il suo. Ecco quindi come lo racconteranno: ci saranno meno bambini quindi in fondo noi stiamo investendo di più.

Tutto questo dopo 2 anni di pandemia in cui ci hanno ripetuto che non si sarebbero ripetuti gli errori del passato tagliando i soldi alla scuole e all’università. Tutto questo mentre ci ripetono che l’Italia può allegramente aumentare le spese militari perché tutto il resto non ne risentirà. Quindi è tutto normale, va tutto bene. Stiamo a posto così.

Buon lunedì.

 

 

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Ucraina, così il Partito Unico Bellicista fomenta la voglia di guerra

Ogni mattina i funzionari e gli scherani del Partito Unico Bellicista si svegliano con la consapevolezza che anche oggi dovranno infantilizzare i loro (e)lettori per manutenere la necessità della guerra. Non è una missione difficile, basta accusare di scarso patriottismo (se non addirittura di collusione con il nemico chiunque provi a dire che l’unica soluzione per ogni guerra è quella di trovare un modo che la faccia cessare il prima possibile. I funzionari del PUB rovistano negli editoriali e nei commenti, come topi nei cassonetti, per additare chi non tifi per una carneficina finale che annienti l’esercito avversario. Tenere viva la guerra, del resto, consente ai signori delle armi di ingollarsi di soldi che a ricaduta accarezzano i partiti e gli editori. Tenere viva la guerra permette a qualche mediocre commentatore di ritagliarsi un posto nella schiera delle penne patriottiche per meritarsi i cinque minuti di celebrità di cittadinanza (come in tutte le guerre) e indossare il profilo dell’autorevole patriota belligerante.

Un palazzo distrutto a Borodianka, nel nord est di Kiev (Getty Images)

I nuovi eroi e le liste dei nuovi nemici

Sarà anche per questo che l’invasione dell’Ucraina (come già accaduto per la pandemia) ha arruolato nuovi eroi che si rivendono come vergini. Addirittura sul quotidiano degli Agnelli possiamo assistere all’iconizzazione dei giornalisti ora tutti nemici di Putin nonostante il giornale per ben 6 anni ospitasse l’inserto Russia Oggi curato (e pagato) dal Cremlino. Tra i miracoli del PUB c’è la miracolosa facoltà di verginizzare tutti gli amici mentre i nemici (basta anche solo che siano percepiti come potenzialmente nemici) vengono inseriti nelle liste degli arrivi. Se non ci fosse un’orribile guerra con le orribili morti che ogni guerra porta in dote, una lista di “buoni” e di “cattivi” pubblicata su un quotidiano provocherebbe strilli di putinismo ma la “normalizzazione” del PUB rende digeribili anche le sconcezze peggiori.

Nel furore bellicista si attaccano Avvenire e Limes

Così serve un comico come Crozza per fare notare che la presidente della Commissione europea in Ucraina, durante la sua visita di solidarietà, si è detta che “Kiev vincerà la guerra” presupponendo quindi che il conflitto debba continuare. Nel furore bellicista (ingrediente fondamentale per la sopravvivenza del PUB) finiscono coinvolti perfino giornalisti come Nello Scavo di Avvenire (a cui però non si dedica attenzione mentre documenta i crimini, finanziati dall’Italia, in terra libica), Nico Piro (che piace al PUB solo quando invoca la pace di qualche guerra che non sfiora le loro tasche) e per ultimo la rivista Limes accusata di essere talmente presuntuosa da voler raccontare il mondo prima dell’inizio di questa invasione. Poiché in guerra la memoria rischia di smutandare i falsi buoni del momento, allora anche sull’Ucraina, come già accaduto per la pandemia, si invoca “l’unità nazionale” (altresì detto “stato di emergenza”) che altro non è che un condono a costo zero.

Profughi in partenza da Kramatorsk (Getty Images)

Gli esperti della pandemia riciclati come esperti di guerra

Così passa inosservato un governo in cui l’aumento delle spese militari viene raccontato come un’inevitabile atto che “non intaccherà le tasche degli italiani”. Aumentare le spese riuscendo ad avere la faccia tosta di dichiarare che le spese non aumenteranno (e che quei soldi non avrebbero potuto essere usati per altro) è una sciocchezza che senza l’aiuto delle truppe del PUB verrebbe derisa da tutti. E invece funziona. “Allora diteci come la risolvereste?”, chiedono astiosi quelli che sono pagati per proporre soluzioni e invece in questi giorni le pretendono dai giornalisti: avere una classe dirigente che lavori per la soluzione della guerra e non per il suo rinverdirsi quotidiano sarebbe un buon primo passo, ad esempio. Ma se finisce il conflitto i funzionari e gli scherani del PUB sono costretti a rinunciare a questo sensualissimo struscio nel centro del dibattito. E notate come sono inconsolabili certi esperti di pandemia che, sarà un caso, si sono riciclati in fretta come esperti di guerra.

Una donna passeggia tra le macerie di Kharkiv (Getty Images)

I civili ucraini saranno lasciati presto a loro stessi

Chissà che ne dicono i civili ucraini devastati dalle bombe di questo mondo che gli promette di attrezzarsi in fretta per fornirgli nuove bombe migliori. Chissà che ne diranno i civili ucraini quando il furore del PUB si appiattirà un secondo dopo avere perfezionato gli ordini per i prossimi anni, con la sparizione tipica dei rappresentanti consapevoli che non si può spremere altro da quel cliente. Chissà che ne diranno i civili ucraini quando la loro disperazione in fuga si scontrerà con l’inevitabile “prima gli italiani” che già cova. Chissà come si convertiranno certi funzionari del PUB quando scopriranno che dell’Ucraina interessava solo la partita Iva per completare il modulo d’ordine.

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