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Quando Guerini voleva dimezzare le spese militari

Che la coerenza non sia una qualità di molta classe dirigente (non solo politica) in Italia lo sappiamo da tempo. Ma che il ministro della guerra Lorenzo Guerini provi a convincerci dell’ineluttabilità e addirittura della moralità che c’è nell’aumentare le spese militari è qualcosa che grida (pacifica) vendetta.

Era il 2014 quando Guerini (all’epoca vicesegretario del Pd) insieme all’allora sottosegretario Graziano Delrio con il gruppo Pd in commissione Difesa lavorava per equilibrare le «spese per la “funzione difesa” sulla base del paradigma 50-25-25, cioè 50 per cento per il personale, 25 per cento per l’esercizio e 25 per cento per gli armamenti». Se così fosse, si produrrebbero «risparmi nella spesa militare per armamenti non inferiori ad un miliardo di euro annui per il prossimo decennio». Avevano scritto proprio così.

Al tempo Guerini incassò anche gli applausi dell’allora Udc Pier Ferdinando Casini che disse testualmente: «Gli impegni militari servono ma io credo che faccia bene il governo, pur confermando gli impegni internazionali, ad alleggerire il programma previsto sugli F-35 perché siamo in una fase di difficoltà economiche e abbiamo necessità di dare ossigeno all’economia».

Era il periodo in cui il Pd veniva raccontato così su Huffington Post: «Rendere “sostenibile gli investimenti nel settore dei sistemi d’arma con le esigenze di finanza pubblica”. Nel mirino c’è il programma di acquisto dei cacciabombardieri americani F-35: da sospendere e ridurre. Ma c’è anche il programma “Forza Nec”, costo oltre 20 miliardi di euro: da sospendere. E poi ci sono anche le due portaerei in Marina militare: troppe, una delle due, via (probabilmente la Garibaldi). Creare “un organismo di controllo sulla qualità degli investimenti” perché al momento in Italia le spese le decidono i “singoli stati maggiori” senza coordinamento e spesso “in concorrenza” tra loro. Razionalizzare gli investimenti per i prossimi anni, che al momento risultano “superiori al 25 per cento del budget per la funzione Difesa”, mentre se questa quota fosse rispettata si produrrebbero “risparmi per un miliardo di euro all’anno per il prossimo decennio”».

Come si cambia, eh?

Buon venerdì.

Per approfondire: Left del 17 dicembre 2021

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SOMMARIO

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Caro Draghi, la realtà è molto più complessa del tuo populismo sulla pace e i condizionatori

E così ancora una volta il capo del “governo dei migliori” cade nella tentazione di spargere un po’ di populismo in conferenza stampa, proprio lui che il populismo avrebbe dovuto sconfiggerlo a colpi di serietà e di politica alta. Questa volta riesce ad essere superficiale e paternalistico allo stesso tempo, come uno di quei genitori che in piazza sgrida i propri figli per mostrare a tutti quant’è bravo a fare il genitori e ci inchioda con una domanda demenziale che non troverebbe sponda nemmeno al bancone di un bar: “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre”, chiede serafico Draghi, con l’espressione satolla di chi crede di avere indovinato una frase degna di un titolo.

Solo che Draghi, com’è nella sua natura, dimentica ancora una volta che la questione energetica è qualcosa che interessa anche l’industria italiana (nel consumo di gas siamo più o meno a pari misura con i consumi domestici) e gli eventuali contraccolpi agli apparati produttivi significano inevitabilmente ricadute negative sui lavoratori (che poi sarebbero anche cittadini, volendo).

La realtà è molto più complessa di come Draghi la rivende in conferenza stampa ma soprattutto compito del governo è trovare una soluzione all’allarme lanciato dal Financial Times che vede l’Italia come Paese più penalizzato in termini di crescita economica dallo stop alle fonti energetiche russe.

Sicuramente Draghi saprà che l’estate è quel periodo dell’anno in cui si rimpinguano le riserve per affrontare la stagione fredda e allo stato attuale l’Europa ha 15 miliardi di metri cubi di gas aggiuntivo che arriveranno dagli USA (ma parliamo di circa il 10% del gas fornito dalla Russia) e circa 2 miliardi di metri cubi in arrivo all’Italia dall’Algeria (con altri 3/4 in arrivo).

Draghi tra l’altro, con la sua solita disconnessione dal mondo reale, dimostra di non sapere che le difficoltà delle famiglie italiane sono ben più gravi dell’accendere o meno il condizionatore in casa (per chi se lo può permettere): due anni di pandemia e una sbagliata riforma dell’IRPEF stanno pesando sulle tasche delle famiglie molto di più della rinuncia di qualche conforto aggiuntivo. Assistiamo ancora una volta allo schema che già abbiamo vissuto in tempi di pandemia: perfino una guerra è scaricata come “responsabilità” degli italiani (che tra l’altro nei sondaggi hanno idee molto diverse da quelle del governo).

Draghi sa benissimo che qualsiasi persona senziente è ben disposta a fare rinunce per la sopravvivenza del popolo ucraino (e tutti gli altri popoli di cui Draghi non si è mai accorto, come gli yemeniti bombardati dai nostri “amici” arabi, come gli africani violentati dai libici che prontamente paghiamo o come i palestinesi strozzati da decenni dal nostro amico Israele) ma la sua domanda, posta in questi termini, è solo l’ennesima cretina provocazione. Il compito di Draghi e proporre risposte argute, non domande.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Caro Draghi, la realtà è molto più complessa del tuo populismo sulla pace e i condizionatori

E così ancora una volta il capo del “governo dei migliori” cade nella tentazione di spargere un po’ di populismo in conferenza stampa, proprio lui che il populismo avrebbe dovuto sconfiggerlo a colpi di serietà e di politica alta. Questa volta riesce ad essere superficiale e paternalistico allo stesso tempo, come uno di quei genitori che in piazza sgrida i propri figli per mostrare a tutti quant’è bravo a fare il genitori e ci inchioda con una domanda demenziale che non troverebbe sponda nemmeno al bancone di un bar: “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre”, chiede serafico Draghi, con l’espressione satolla di chi crede di avere indovinato una frase degna di un titolo.

Solo che Draghi, com’è nella sua natura, dimentica ancora una volta che la questione energetica è qualcosa che interessa anche l’industria italiana (nel consumo di gas siamo più o meno a pari misura con i consumi domestici) e gli eventuali contraccolpi agli apparati produttivi significano inevitabilmente ricadute negative sui lavoratori (che poi sarebbero anche cittadini, volendo).

La realtà è molto più complessa di come Draghi la rivende in conferenza stampa ma soprattutto compito del governo è trovare una soluzione all’allarme lanciato dal Financial Times che vede l’Italia come Paese più penalizzato in termini di crescita economica dallo stop alle fonti energetiche russe.

Sicuramente Draghi saprà che l’estate è quel periodo dell’anno in cui si rimpinguano le riserve per affrontare la stagione fredda e allo stato attuale l’Europa ha 15 miliardi di metri cubi di gas aggiuntivo che arriveranno dagli USA (ma parliamo di circa il 10% del gas fornito dalla Russia) e circa 2 miliardi di metri cubi in arrivo all’Italia dall’Algeria (con altri 3/4 in arrivo).

Draghi tra l’altro, con la sua solita disconnessione dal mondo reale, dimostra di non sapere che le difficoltà delle famiglie italiane sono ben più gravi dell’accendere o meno il condizionatore in casa (per chi se lo può permettere): due anni di pandemia e una sbagliata riforma dell’IRPEF stanno pesando sulle tasche delle famiglie molto di più della rinuncia di qualche conforto aggiuntivo. Assistiamo ancora una volta allo schema che già abbiamo vissuto in tempi di pandemia: perfino una guerra è scaricata come “responsabilità” degli italiani (che tra l’altro nei sondaggi hanno idee molto diverse da quelle del governo).

Draghi sa benissimo che qualsiasi persona senziente è ben disposta a fare rinunce per la sopravvivenza del popolo ucraino (e tutti gli altri popoli di cui Draghi non si è mai accorto, come gli yemeniti bombardati dai nostri “amici” arabi, come gli africani violentati dai libici che prontamente paghiamo o come i palestinesi strozzati da decenni dal nostro amico Israele) ma la sua domanda, posta in questi termini, è solo l’ennesima cretina provocazione. Il compito di Draghi e proporre risposte argute, non domande.

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L’ostacolo al cambiamento climatico? La politica. (E lo dice il Financial Times)

Il rapporto dell’Ipcc (Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) è composto da 3mila pagine fitte di analisi su quali azioni intraprendere per scongiurare i pericolosi livelli di inquinamento già discussi a Parigi nel 2015.

In questi giorni sui media italiani è stato raccontato come un concentrato di speranza per limitare il riscaldamento globale a 1,5°. Come al solito si è scritto e discusso di stili di vita più ecologici a cui tutti noi dobbiamo aderire quanto prima ma secondo gli esperti dell’Ipcc sono necessari cambiamenti strutturali più radicali: ad esempio il consumo di gas, petrolio e soprattutto carbone deve diminuire drasticamente, anche se di petrolio e di carbone qui da noi si è tornato a parlare in questi giorni sfruttando la guerra in Ucraina.

Lo studio mostra che i prezzi delle alternative verdi ai combustibili fossili non solo sono diminuiti, ma sono precipitati. Tra il 2010 e il 2019, i costi dell’energia solare e delle batterie agli ioni di litio sono diminuiti dell’85%, mentre l’energia eolica è diminuita del 55%. I pannelli solari e le turbine eoliche possono ora competere con la produzione di energia da combustibili fossili in molti luoghi e lo sviluppo delle tecnologie verdi è aumentato vertiginosamente.

Ma in quel rapporto c’è scritto anche molto chiaramente che il problema più grande rimane sempre lo stesso: la politica. Addirittura il Financial Times (non propriamente un quotidiano comunista) lo scrive chiaramente: «Il problema più grande è la politica, come ha mostrato lo stesso Ipcc. Il suo rapporto è stato ostacolato da dispute tra i 195 Paesi che lo hanno approvato, alcuni dei quali dipendono fortemente dai combustibili fossili o non hanno le risorse per costruire un’economia più verde. Dopo più di un secolo di energia e uso del suolo insostenibili, il mondo ha iniziato a girare. È ora necessario trovare nuovi modi per spostarsi ancora più velocemente».

La guerra in Ucraina tra l’altro sembra favorire i conservatorismi che frenano lo sviluppo delle rinnovabili. Si inventeranno che non è il tempo, che siamo in emergenza, che è un problema di costi ma nasconderanno sempre la realtà: manca la volontà politica. Se n’è accorto perfino il Financial Times.

Buon giovedì.

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Cosa diranno per spendere in armi

Repubblica titolava: “Perché l’aumento delle spese militari è un volano per l’economia”. La guerra per comprare armi è iniziata e trova i suoi scherani tra politici, giornalisti e presunti intellettuali. Ormai l’eccitazione è altissima.

Come scrive su Altraeconomia Lorenzo Guadagnucci «la logica di schieramento ha preso il sopravvento sul bisogno di riflessione. Le voci dissonanti, chi ha paventato un’estensione del conflitto, chi si è impegnato a ricostruire il ruolo della Nato dopo la fine dell’Urss con la sua discutibile espansione verso Est, chi ha fatto notare la discrepanza fra gli interessi della Nato a guida Usa e l’Unione europea, chi ha chiesto alla Ue di assumere un ruolo di mediazione anziché di parte in causa nel conflitto, chi ha parlato di resistenza civile da preferire a quella armata, è stato escluso dal dibattito, o relegato ai suoi margini. O, peggio ancora, è stato indicato come “amico di Putin”. La stessa manifestazione contro la guerra del 5 marzo è stata mal sopportata e quindi mal raccontata e poi espressamente attaccata (si è affermato nei media e in politica un esplicito antipacifismo). Un comodo “giornalismo di guerra” sembra avere preso il posto di un più difficile, ma necessario, “giornalismo nella guerra”. Comunque vada a finire, sarà difficile recuperare la credibilità perduta».

Ora partiranno i soloni a insegnarci che dobbiamo comprare armi per il nostro bene e Francesco Vignarca (di Rete italiana pace e disarmo) ha già suggerito cosa diranno: «Nonostante rapporti di forza in Parlamento non sarà così facile – scrive Vignarca – per governo (e fautori vari) concretizzare il “desiderato” aumento di spesa militare senza contrasto da opinione pubblica. Per cui, conoscendo i miei polli, ecco le “giustificazioni” pronte ad essere rilanciate: 1. “La spesa sociale e la spesa militare non sono in alternativa!” Forse a livello concettuale no (e ci sono vincoli che non permettono di trasferirla tutta…) ma ovviamente con risorse finite date se metti i soldi in una cosa non li hai più (o ne hai di meno) per l’altra… 2. “La spesa militare non è un costo ma un investimento!” Tutto da dimostrare, e comunque non vuol dire che si sa parlando di numeri astratti: sono soldi. In realtà è un gioco di parole (non si definisce nemmeno ambito semantico) per cambiare la “percezione”… 3. “La spesa militare conviene, ha ritorni economici!” Un “evergreen”, ampiamente smontato da numerosi studi… Certo qualsiasi spesa pubblica ha minimo ritorno economico e occupazionale (anche solo fordista) ma il problema è la minore efficacia e convenienza vs altri comparti. 4. “Aumento di spesa militare non è riarmo!” Certo c’è anche parte in uomini ed esercizio (pure missioni militari…) ma in media 25% va in nuovi sistemi d’arma (addirittura 30% per Italia recente). Quindi più spesa militare significa di certo più contratti per l’industria delle armi. 

Osservate bene i giornali e le dichiarazioni dei prossimi giorni e ci troverete dentro tutto.

Buon mercoledì.

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Migranti detenuti in Ucraina, sotto le bombe

Vicino alla città ucraina di Lutsk c’è un centro di detenzione per migranti finanziato anche dall’Unione Europea che sembra continui a trattenere un numero non precisato di migranti nonostante la guerra. Situato in una pineta nel nord-ovest dell’Ucraina, vicino al confine con la Bielorussia, il Zhuravychi Migrant Accommodation Center della regione di Volyn è un’ex caserma dell’esercito costruita nel 1961 che è stata trasformata in un centro di detenzione per migranti nel 2007 con fondi dell’Ue.

La moglie di un detenuto che è stato rilasciato la scorsa settimana ha detto che non c’erano rifugi antiaerei per i detenuti e che le guardie sono corsi giù per la strada quando è suonata la sirena. Un membro del personale di una Ong ha affermato di essere stata in contatto con diversi detenuti nelle ultime settimane. Al Jazeera ha visto i loro documenti d’identità e, in alcuni casi, i visti utilizzati per entrare in Ucraina. I detenuti provengono da Sudan, Pakistan e Bangladesh. Alcuni dei detenuti erano stati arrestati nei mesi precedenti all’invasione russa mentre cercavano di entrare nel territorio dell’Ue e sono stati riconsegnati alle autorità ucraine.

Niamh Ní Bhriain, coordinatrice del programma di guerra e pacificazione presso il Transnational Institute ha raccontato a Al Jazeera che il centro rientra nel programma di esternalizzazione delle frontiere dell’Unione europea. L’Ucraina ha ricevuto 1,7 milioni di euro per attrezzarne il sistema di sicurezza perimetrale e per le sbarre per porte e finestre. Negli ultimi anni vi sono state trattenute circa 150 persone. Fino alle ultime settimane vi erano detenute circa 45 persone.

I casi della storia rapidamente trasformano i popoli che concorrevano nel respingere i disperati in disperati che chiedono di essere accolti. Questa è l’ennesima lezione, solo che noi non impariamo mai.

Buon martedì.

Nella foto: bombardamento a Odessa

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“Attività umanitaria illegale”

Sei attiviste accusate di “attività umanitaria illegale”. «Pochi giorni fa sei nostre attiviste di sono state fermate e accompagnate in caserma da parte della polizia bosniaca mentre erano intente a fornire trattamenti sanitari contro la scabbia alle persone in movimento bloccate alla frontiera tra Bosnia e Croazia. Dopo ore di duro interrogatorio, le autorità bosniache hanno notificato sei decreti di espulsione dalla Bosnia per attività umanitaria illegale e tradimento della Costituzione bosniaca». Lo scrivono YaBasta Bologna e Laboratorio salute popolare , presenti in Bosnia ed Erzegovina da inizio anno nelle zone vicine al confine con la Croazia con il progetto B.u.r.n. – Health on the move promosso insieme a No name kitchen.

La decisione delle associazioni è quella di impugnare il decreto di espulsione per «smascherare l’ipocrisia delle politiche migratorie dell’Unione Europea, delle misure di contenimento, tutela e accoglienza delle persone che attraversano le sue geografie per sfuggire a guerra, miseria, schiavitù. L’intensificazione dei controlli delle zone informali di stanziamento delle persone respinte dall’Europa in Bosnia sta svelando il fallimento e l’incongruenza dell’immenso ammontare di risorse investite sulla sorveglianza dei confini e negli hub per migranti: Lipa è quasi del tutto vuota e militarizzata. Pur di non finire recluse, le persone in movimento, si adattano al meglio lungo la frontiera, sottoponendosi alle reiterate violenze dei respingimenti pur di farcela, mentre, dall’altra parte, le organizzazioni umanitarie subordinate all’Iom (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, ndr), distribuiscono quelle poche risorse che non sono state destinate all’equipaggiamento delle forze di sicurezza o alla costruzione di muri e torrette».

Le associazioni nella loro denuncia spiegano che «il pretesto è sempre legale e securitario, normalizzando forme di “razzismo istituzionale”, come il divieto di offrire un passaggio a persone senza documenti, l’impossibilità per Pom (people on movement, i migranti, ndr) di prendere mezzi pubblici, il divieto e la stigmatizzazione di azioni di solidarietà da parte dei locali, in forma organizzata o meno».

«L’ipocrisia dell’assetto securitario riscontrato qui sul confine croato-bosniaco svilisce il profuso impegno all’accoglienza delle donne e dei bambini in fuga dall’invasione Russa dell’Ucraina – chiosano le associazioni nella loro nota -. La politica differenziale adottata in questo caso segna l’ennesima inadempienza delle istituzioni europee nella tutela del diritto internazionale e della protezione umanitaria. Se è su questo che oggi l’Europa sta definendo se stessa, sulle frontiere, sulla militarizzazione dei confini, la sorveglianza e l’attraversamento differenziale delle sue geografie, dobbiamo opporre un contraltare che disegni una nuova geografia, una nuova protezione internazionale, una nuova rotta».

Buon lunedì.

 

* Nella foto di Laboratorio di salute popolare un intervento sanitario sul confine bosniaco-croato all’interno del progetto Burn – Health on the move

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L’esercito europeo rimane un miraggio. Su 27 Paesi, 23 sono nella Nato. Chi rema contro la Difesa unica dell’Ue

C’eravamo tanto armati ma alla fine non riusciamo mai a unirci nell’esercito europeo. Ogni volta che c’è una guerra da qualche parte (era accaduto anche con l’Afghanistan e ora con l’Ucraina), ogni volta che i signori delle armi spingono per staccare ancora più assegni, qualcuno prova a far notare che armare 27 eserciti in Europa è una follia.

Ogni volta che c’è una guerra da qualche parte si torna a parlare dell’esercito europeo

Non è questione di pacifismo, sarebbe una questione di razionalità e toglierebbe molti alibi a chi vuole ingrassare armi ed eserciti. Che di esercito europeo se ne parli fin dal 1954 (quando naufragò clamorosamente il progetto della Comunità europea della difesa) rende perfettamente l’idea di come l’argomento periodicamente ritorni senza mai un passo in avanti sostanziale.

In realtà un nucleo embrionale esiste già: sono gli European battlegroups istituiti nel 2007 e mai utilizzati in combattimento. Il primo nodo che bisognerebbe avere il coraggio di risolvere è la relazione strategica tra Ue e Nato (dominata dagli Stati Uniti): su 27 Paesi Ue ben 23 sono anche metri Nato (fanno eccezione Austria, Irlanda, Finlandia e Svezia).

Per l’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza comune Josep Borrell (nella foto) il rapporto tra Ue e Nato dovrebbe essere “stretto ma non troppo” e l’obiettivo dovrebbe essere un’autonomia strategica che permetta di difendersi anche senza gli Usa ma mentre la Francia di Macron (che definì la Nato “cerebralmente morta” nel 2019 anche se in molti sembrano averlo dimenticato) spinge per aumentare il peso dell’Ue nella Nato gli Stati dell’Europa centro-orientale frenano qualsiasi fuga in avanti che possa indebolire l’Alleanza atlantica.

Fortemente contrarii il Regno Unito (che dell’Unione europea comunque non fa più parte) e i Paesi Bassi e la Danimarca. Che gli Stati Uniti non vogliano un esercito europeo non c’è nemmeno bisogno di specificarlo.

Pesano poi i confliggenti interessi commerciali. In Francia, Germania, Italia e Spagna stanno le aziende che esportano il 68,4% della spesa militare europea e difficilmente riuscirebbero a trovare una sintesi comune sulla distribuzione delle eventuali commesse dell’Ue. Potremmo anche spingerci un po’ più in là ipotizzando che non siano nemmeno interessati a provarci. Esiste anche un nodo non sottovalutabile quando si parla di eserciti: chi comanda le truppe?

I Paesi Ue hanno divergenze che negli anni si sono inasprite, basti pensare a Italia e Francia sulla Libia o alle differenze tra Roma e Berlino sul Mediterraneo. Un esercito combatte insieme se ha un orizzonte comune che lo guida. Le forze armate non sono altro che uno strumento della politica estera e l’Ue sulla politica estera spesso non è unita per niente. Senza una visione comune tra l’altro diventa difficile immaginare una reale costruzione di una vera identità che convinca un soldato finlandese a indossare l’uniforme europea per andare a combattere

Immaginate poi le ambizioni personali e le gelosie degli Stati Maggiori militari e dei ministri degli esteri, veri e propri feudi inscalfibili: chi comanderebbe? Infine ci si dimentica sempre che i trattati Ue stabiliscono che in materia di difesa le decisione vanno prese con l’unanimità di tutti i Paesi membri. Qui si ritorna al punto di partenza: l’esercito unico europeo può arrivare solo dopo un’Europa unica nella politica estera, nella politica fiscale, nell’uguaglianza di diritti. Ci sarebbe da fare l’Europa, prima dell’esercito. Intanto nella disunità i signori della guerra incassano.

(per La Notizia)

I vincoli Ue bloccano ogni cosa. Tranne le spese militari. L’Europa impone l’austerity anche per respirare. Ma per onorare i patti con la Nato tutto è concesso

Hanno passato anni a ripeterci che lo scostamento anche solo dello 0,1% di deficit pubblico sarebbe stata una sciagura per la stabilità del nostro debito, per la credibilità della nostra economia e per l’equilibrio della nostra democrazia. Tutti, a partire da Draghi nelle vesti di banchiere, hanno insistito nel convincerci che la politica fosse un “far quadrare i conti” in cui qualsiasi slancio sarebbe stato utopistico e spericolato.

Spese militari, l’Europa impone l’austerity anche per respirare. Ma per onorare i patti con la Nato tutto è concesso

Hanno passato anni a descrivere le estenuanti trattative a Bruxelles per ottenere il via libera di qualsiasi spesa infinitesimale e ogni volta veniva raccontata come cortese concessione. Ci siamo sbagliati. Oggi scopriamo che se non rispetti il vincolo di bilancio non è vero che vai in default domani mattina, possiamo tranquillamente alzare in fretta e furia le nostre spese militari al 2% del Pil alla faccia di vincoli che erano più moraleggianti che “basati su dati macroeconomici” come ci raccontavano.

Che a spingere lo sdoganamento creativo sia il banchiere di ferro Mario Draghi rende il tutto ancora più stupefacente. Per giustificare l’aumento delle spese militari in questi giorni si agita lo spauracchio di un accordo preso otto anni fa, come se otto anni non cambiassero le priorità della politica (che altrimenti sarebbe semplicemente il ragioniere dell’economia) e come se in questi otto anni non ci sia di mezzo una pandemia mondiale, un aumento delle povertà e delle disuguaglianze difficilmente prevedibile nelle sue forme, come se non in questi anni non fosse accaduto che perfino i politici più incauti abbiano dovuto fare i conti con un disastro climatico e ambientale in continua accelerazione. Gli accordi si possono modificare e perfino annullare, basterebbe un po’ di cultura politica (ma basta anche un po’ di esperienza aziendale) per saperlo.

Anche perché tra i famosi accordi “che non possiamo permetterci di onorare ce ne sono molti che falliremo di sicuro, che spariscono dal dibattito pubblico e che sembrano interessare poco anche ai media. Per fare solo qualche esempio tra gli impegni non rispettati dall’Italia ci sarebbe il 3% del Pil da destinare alla ricerca che oggi rimane inchiodato all’1,4%. Nel settembre 2015 più di 150 leader internazionali (tra cui l’Italia) si sono incontrati alle Nazioni Unite per fissare obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030 (la famosa “Agenda 30) tra cui si legge lo 0,7% del Pil da destinare alla cooperazione internazionale (che insieme alle armi dovrebbe essere un tema di modi in questi giorni): sarà praticamente impossibile, come denunciano diverse associazioni tra cui la Caritas e il Forum nazionale del Terzo settore.

Sull’istruzione, tanto per fare un altro esempio lampante, con il suo 4,1% di spesa sul Pil (dato 2018, l’ultimo disponibile) il nostro Paese si attesta all’ultimo posto tra i Paesi europei, nonostante le promesse e gli accordi. Tra gli obiettivi di sviluppo sostenibili stabiliti dall’Onu, in Italia solo quelli riguardanti le coltivazioni biologiche e la riduzione dei tempi della giustizia sono stati raggiunti dalla maggior parte dei territori. Per altri obiettivi come la riduzione dei gas serra, l’efficienza energetica, il consumo di suolo e la protezione delle aree marine c’è ancora molto da fare. Decidere che le spese militari siano un priorità, sia chiaro, è una precisa scelta politica.

(per La Notizia)

Plebiscito nel M5S. Dai giornali critiche feroci per l’elezione di Conte. Continua l’ossessione a senso unico di tv e quotidiani nei confronti del leader del Movimento

Che ci sia una pandemia mondiale o che sia in atto una guerra alle porte dell’Europa per alcuni politici, giornalisti e opinionisti nostrani non conta, l’ossessione prima rimane sempre Giuseppe Conte.

Continua l’ossessione a senso unico di tv e quotidiani nei confronti di Conte

“Il voto online certifica che Conte è un leader debole di un partito debole”, twittava ieri Mario Lavia giornalista da cui è sempre utile passare per capire che odore avrà la propaganda liberal su un argomento qualsiasi, “il Movimento abbandona Conte, voto disertato e illegittimo nonostante il mail bombing”, titola Il Riformista, e poi via con i commenti sulle “buffonarie del M5S”, su “Conte che vince da solo” e sulla “democrazia diretta che non esiste” e così via.

Salta all’occhio subito un dato: Conte e il Movimento per essere “irrilevanti” (come vengono definiti dagli avversari) sono commentatissimi. A prima vista sembrerebbe un’ossessione. Ieri Pierluigi Bersani ospite a L’aria che tira su La7, interrogato sul tema, estrae dal cilindro una riflessione semplice semplice: “Conte ha preso il 94 per cento – spiega Bersani – e ora dicono che non aveva avversari. Ma perché Letta, Speranza, Salvini, Meloni che avversari avevano?”.

Appunto. Un po’ di memoria. Enrico Letta è diventato segretario del Partito Democratico il 14 marzo 2021 (dopo 7 anni di lontananza dal partito) con 860 voti favorevoli, 2 voti contrari, e 4 astenuti. Ve lo ricordate chi sfidava Letta? Nessuno. Ed era normale che fosse così, visto che l’elezione è servita solo a ratificare una decisione presa dalla maggioranza dei dirigenti del Pd.

Ma continuiamo. Vi ricordate il temibile avversario di Matteo Salvini per la segreteria della Lega? Molto probabilmente no, del resto Giovanni Fava era un candidato di bandiera sostenuto dalle briciole di Umberto Bossi. Risultato finale: 82% per Salvini e un 17% per Fava che non è mai riuscito a entrare in competizione.

Un’incoronazione in piena regola, con l’avversario senza speranze che è stato utile per simulare un dibattito interno che non esisteva. Siccome dalle parti della Lega poi ci tengono a rispettare le minoranze – anche quelle interne – Fava non venne ricandidato né alle elezioni politiche né alle regionali. Nel 2018 si dimette perfino da consigliere comunale. Ora è presidente della squadra di rugby di Viadana. Non male come pluralismo.

Il 23 e il 24 febbraio 2014 i 3.000 grandi elettori che sarebbero poi andati a formare il nuovo congresso nazionale di Fratelli d’Italia hanno eletto presidente Giorgia Meloni. I verbali dicono che la candidata unica Meloni ha preso il 100% dei voti. Al congresso successivo, siamo nel 2017, i giornali raccontano che la Meloni sia stata confermata presidente “per acclamazione”. Da nessuna parte si trovano dati su votanti e voti.

Nel I congresso di Articolo 1 il 6 e 7 aprile 2019 a Bologna contro Roberto Speranza era candidato David Tozzo, un attivista già in schiacciante minoranza in Possibile (il partito fondato da Pippo Civati) che inevitabilmente si è schiantato senza storia e senza gloria contro l’attuale ministro. Fra poco ci sarà il secondo congresso: Speranza sempre candidato e il solito Tozzo che ci prova, ma non viene nemmeno ammesso. Di Renzi, Berlusconi e Calenda non serve nemmeno parlarne. Loro hanno fondato il proprio partito personale e tutti i giorni sfidano solo il proprio ego. C’è da dire però che spesso ne escono sconfitti.

(per La Notizia)