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Dalla Flotilla alla Biennale, i crimini restano tali

La giuria della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia ha messo per iscritto quanto i tribunali internazionali hanno già stabilito. Il 23 aprile, la presidente Solange Farkas e le altre componenti hanno dichiarato che “si asterrà dal prendere in considerazione quei Paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale”. Il Leone d’Oro e il Leone d’Argento, cerimonia il 9 maggio, non potranno andare né alla Russia né a Israele.

Il mandato d’arresto della CPI contro Netanyahu è del novembre 2024. Da allora ha prodotto effetti in ambiti sempre più distanti dalle aule di giustizia. Una giuria culturale italiana, in piena autonomia, ha stabilito che quel mandato vincola anche le valutazioni estetiche. La Biennale si è limitata a precisare che la giuria “opera in piena autonomia e indipendenza di giudizio nell’esercizio delle sue funzioni”: né approvazione né sconfessione, solo la presa d’atto di una distanza.

Nel 2024 il padiglione israeliano era stato chiuso all’inaugurazione da Ruth Patir. Partecipa, espone, ma non concorre. La distinzione è netta: non è l’artista ad essere escluso, è lo Stato che lo rappresenta a diventare ineleggibile finché Netanyahu risponde all’Aja di crimini contro l’umanità.

La Global Sumud Flotilla — 63 imbarcazioni partite stamani da Siracusa — naviga verso Gaza. Maria Elena Delia, portavoce italiana della missione, ha dichiarato ieri: «A Gaza non è cambiato niente dall’anno scorso, eppure ci dicono che va tutto bene».

Anche la dichiarazione della giuria veneziana dice altro. I leader accusati dalla Corte Penale Internazionale di crimini contro l’umanità sono “attualmente” tali — non in astratto, non a titolo storico, ma adesso — nel momento stesso in cui si assegnano i premi.

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Schlein sotto assedio, dall’interno e dall’esterno: Franceschini che loda Salis, Costa andata e ritorno da Azione a FI e Calenda a braccetto con Crosetto

Riannodiamo il filo. Prima la sindaca di Genova Silvia Salis ha risposto a Bloomberg con una frase calibrata su una sua corsa a Palazzo Chigi per il centrosinistra: «Sarebbe una bugia dire che non ci penserei». Niente candidatura, solo disponibilità a investitura unitaria: ovviamente senza primarie. Al Nazareno hanno ostentato tranquillità. Poi hanno cominciato a contare i segnali e le altre interviste, a valanga. 

Un appunto che conta: Salis, eletta a Genova nel maggio 2025 con il 51,6 per cento senza tessera di partito, ha assunto Marco Agnoletti, già spin doctor di Renzi. Schlein le ha mandato un messaggio: «Così ti bruci». Più che un consiglio, una diagnosi.

L’uomo delle sinistre poltrone

A fine marzo 2026, Dario Franceschini si è presentato a Genova per un pranzo con Salis alla Locanda Spinola. Al Corriere della Sera ha poi detto che Salis «sarà uno dei leader di primo piano del nostro campo nei prossimi anni», precisando però che alle primarie appoggerà Schlein. Le smentite troppo precise indicano esattamente l’operazione che si cerca di non ammettere.

Salis non corre alle primarie. Franceschini non la candida ma la posiziona. Schlein aveva firmato due accordi di pace interna, con Franceschini nel 2023 e con la corrente bonacciniana a dicembre 2025. È lo stesso Franceschini che ora pranza con la candidata alternativa. Gli accordi di pace nel Pd del resto durano finché chi li ha firmati non trova qualcosa di più conveniente.

Costa, Calenda e la geometria variabile

Dall’altra parte il 14 aprile 2026, Enrico Costa è stato eletto per acclamazione capogruppo di Forza Italia alla Camera: già ministro con Renzi e Gentiloni, poi vicesegretario di Azione di Calenda, uscito da Azione nel settembre 2024, rientrato in Forza Italia. Pochi hanno ricordato, tra gli applausi, che alle ultime politiche era stato eletto con Calenda.

La nomina è arrivata in scia al vertice di Cologno Monzese, dove Marina e Pier Silvio Berlusconi hanno trascorso oltre quattro ore con Tajani e Gianni Letta. Risultato ufficiale: FI resta nel centrodestra, Tajani confermato. Ma quando un partito sente il bisogno di precisare dove si trova, significa che qualcuno ha cominciato a chiedersi dove potrebbe andare. Voci su un interesse di Marina Berlusconi per un polo centrista intorno a Salis: smentite ma mai del tutto dissolte.

Il 20 aprile Carlo Calenda ha presentato il suo libro con Guido Crosetto, ministro della Difesa, all’Acquario Romano. Crosetto: «Da ministro non posso parlare, ogni tanto ritwitto Carlo». Il tour prevede palchi con moderati proprio del Pd, tra Picierno, Gori e Gentiloni, e ovviamente con Salis a Genova. Li chiama «i volenterosi». Ha smentito «una virata a destra». Il che conferma che qualcuno la sta vedendo.

Il ritardo che si paga

Intanto Conte ha lanciato le primarie all’indomani della vittoria referendaria di marzo. Le vuole dopo un programma condiviso: «Il vincitore sarà colui che dovrà attuare il programma», dice. Sequenza logica, mai rispettata, perché il chi condiziona sempre il cosa. Salis si è sfilata: «Non voglio partecipare». Eppure i sondaggi Youtrend la accreditano al 25 per cento in un’ipotetica sfida ai gazebo, terza dietro Schlein al 41 e Conte al 26. Una candidata che non si candida è già terza in una gara che non esiste ancora.

Stando così le cose forse ogni settimana passata senza definire la coalizione lavora contro Schlein. Salis cresce senza muoversi. Franceschini manovra senza dichiararsi. Renzi, con lo stesso spin doctor di Salis, costruisce il suo posizionamento come leva per spostare il baricentro verso il centro. Conte spinge le primarie perché nei gazebo Schlein parte avvantaggiata, ma Salis, se entrasse, sottrarrebbe voti alla segretaria.

Quindi, prima il programma o prima la coalizione? Una coalizione si sta già formando: attraverso pranzi, tour di libri, cambi di partito, candidature che non sono candidature. Il rischio vero è che quando ci si metterà a tavolino, gli equilibri saranno già stati decisi altrove.

Il martello, nello sport, si lancia. In politica, spesso, viene usato per smontare qualcosa.

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Il catalogo delle vergogne. Tutto quello che il governo Meloni ha fatto il 25 aprile

Ottantuno anni. Corona, applausi, discorso. Poi il resto. Giorgia Meloni: tre 25 aprile da presidente del Consiglio, la parola “antifascismo” mai pronunciata. Nel 2023 scrisse al Corriere di “incompatibilità con qualsiasi nostalgia del fascismo.” Nel 2024 rispose: “Quello che ho da dire sul fascismo l’ho detto cento volte.” Nel 2025, un post. Tre anni, zero parola. Ignazio La Russa: 2018…

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25 aprile, salta il convegno di Forza Nuova a Predappio: il sindaco dichiara inagibile la location e la Prefettura vieta l’evento

Il 25 aprile 2026, nell’ex capannone Caproni di Predappio Alta, Forza Nuova aveva organizzato un convegno intitolato “La fine dell’antifascismo”. Ieri sera la prefettura di Forlì-Cesena ha vietato l’iniziativa: l’area, l’ex stabilimento L’Arte, «versa in condizioni di grave e generale degrado e pericolosità» ed è priva di agibilità. Il sindaco di Predappio ha adottato un’ordinanza. Il capannone fu voluto da Mussolini nel Ventennio, nella sua città natale, per insediarvi l’azienda aeronautica Caproni. L’immobile è di proprietà di Domenico Morosini, nome noto nelle adunate in camicia nera: fu lui ad acquistare Villa Carpena, casa di campagna dei Mussolini, e ad aprirvi un museo dedicato al dittatore. Il titolo era già un programma. Il luogo era già un manifesto.

Il palco dei condannati

Roberto Fiore, fondatore e segretario di Forza Nuova, sarebbe stato il padrone di casa. Il tribunale penale di Roma lo ha condannato in primo grado, nel dicembre 2023, a otto anni e mezzo di reclusione per devastazione aggravata in concorso e istigazione a delinquere: sentenza sull’assalto alla sede della Cgil di corso d’Italia, il 9 ottobre 2021. Nelle motivazioni i giudici certificano che da parte di Fiore ci fu “manifesta incitazione e manifesta approvazione” all’assalto. Il processo è pendente in appello. Tra i relatori annunciati c’era Nick Griffin, già presidente del Partito Nazionale Britannico, condannato nel 1998 per incitamento all’odio razziale. E Ioannis Zografos, avvocato di Alba Dorata, il movimento neofascista greco sciolto dopo la condanna come organizzazione a delinquere.

Tra i nuclei tematici, accanto a massoneria, sionismo e Mercosur, figurava il “9 ottobre 2021”. La sede della Cgil devastata come argomento di dibattito. Gli organizzatori preannunciavano 150 presenze. Il giorno dopo i militanti avrebbero marciato al cimitero per commemorare la morte di Mussolini.

Il piano inclinato

Il convegno bloccato arrivava alla fine di un piano inclinato fatto riconoscibile anno dopo anno. Quest’anno Ignazio La Russa, presidente del Senato, ha dichiarato a margine del Salone del mobile che da ministro della Difesa andava a rendere omaggio sia ai partigiani sia ai caduti della Repubblica Sociale Italiana al Campo X del cimitero monumentale. «Mi sembrava un momento doveroso di una pacificazione», ha spiegato. E lo rifarei. Partigiani e repubblichini sullo stesso piano: una formula che ritorna ogni aprile, ogni volta con un registro più alto.

Il governo Meloni ha ridotto i fondi ai luoghi della Memoria della Resistenza. Il contributo del ministero della Cultura, fissato per legge a 2,5 milioni di euro annui, è sceso con il decreto legge 33 del marzo 2026 a 1.819.738 euro: 363.947 euro per ciascuno dei cinque enti. Marzabotto, Fossoli, il Museo Cervi, Sant’Anna di Stazzema, la Risiera di San Sabba. Il campo di Fossoli perde quasi 87mila euro. Tagli inseriti in un decreto sui prezzi petroliferi, a marzo, a settimane dal 25 aprile.

Il presidente dell’Anpi di Forlì-Cesena, Miro Gori, aveva commentato: «Dire che l’antifascismo è finito è mettere una bomba a orologeria sulle basi di questa Repubblica». La portavoce di Forza Nuova Gloria Callarelli, piccata, aveva invece spiegato che a Predappio «vorremmo porre fine a questo algoritmo antifascista, che scatta tutte le volte che qualcuno la pensa diversamente». L’algoritmo. Il termine scelto per liquidare l’antifascismo dice di chi lo usa: non un valore fondante della Repubblica, non una scelta di campo costituzionale, ma un meccanismo da disattivare.

La Costituzione vieta la ricostruzione in qualsiasi forma del disciolto Partito fascista. Quella norma esiste. Il convegno è stato bloccato su parere unanime della prefettura, per inagibilità dell’edificio. Per ora il piano inclinato si è fermato su una questione di agibilità edilizia.

Il che, a pensarci, dice tutto.

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Gli aiuti fermi in Giordania e la Flotilla riparte per Gaza

Mercoledì sera, vicino alla moschea di Al-Qassam a Beit Lahia, nel nord della Striscia, un drone israeliano ha colpito un gruppo di civili. Cinque morti. Tre erano bambini. I corpi sono stati portati all’ospedale Al-Shifa di Gaza City. Ieri mattina, altri tre morti in un attacco a un’auto all’ingresso del campo profughi di Maghazi. Il Ministero della Salute di Gaza comunica: 6 morti e 18 feriti nelle ultime 24 ore. Il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 è formalmente in vigore. Da quella data sono stati uccisi più di 800 palestinesi. Cinque organizzazioni umanitarie internazionali — tra cui Oxfam e Save the Children — hanno scritto la settimana scorsa che il piano sta fallendo su tutti gli obiettivi dichiarati.

Ormai sono aggiornamenti, non sono nemmeno più notizie. Che è peggio.

Il governo italiano sa. Non è un sospetto: lo sa. Il deputato Marco Grimaldi (AVS) ha presentato un’interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Antonio Tajani (FI). Tajani ha risposto ammettendo che gli aiuti umanitari donati dagli italiani — raccolti da “Music for Peace”, consegnati a “Food for Gaza” — sono fermi in Giordania. Non in transito: fermi. Il governo non li sblocca, non interviene, non pretende. Grimaldi lo ha detto ieri alla Camera: «La risposta a chi chiede perché la Flotilla riparte è nella complicità del nostro governo con quello di Israele».

Oggi alle 10.00, la flotta salpa verso Gaza: oltre 50 imbarcazioni, circa 500 persone da decine di Paesi. Parte dall’Italia perché le istituzioni non fanno quello che cento barche di civili cercano di fare.

Il portavoce ONU Stéphane Dujarric, interrogato sulle scuse di Netanyahu per la profanazione di una statua di Gesù e sul silenzio israeliano rispetto alle moschee rase al suolo a Gaza, ha risposto: «Lascio a te trarre i parallelismi o l’ironia». Era la frase più dura che un portavoce ONU potesse pronunciare. Un atto d’accusa nascosto dentro una domanda retorica.

Oggi è la vigilia del 25 Aprile, la Liberazione. 

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Cittadinanza ai migranti che denunciano la criminalità organizzata: disegno di legge del Pd ispirato dal caso Prato

Luca Tescaroli, procuratore capo di Prato, ha un’idea semplice: se uno straniero rischia la vita per dire la verità allo Stato, lo Stato potrebbe almeno smettere di ignorarlo. Dal 20 aprile quella proposta ha un numero di protocollo parlamentare. Il Partito democratico ha depositato in entrambi i rami del Parlamento un disegno di legge che modifica l’articolo 9, comma 2, della legge n. 91 del 5 febbraio 1992: chi denuncia estorsioni e ricatti in contesti di criminalità organizzata può accedere a un percorso accelerato verso la cittadinanza italiana. A presentarlo: il capogruppo in commissione antimafia Walter Verini, il capogruppo in commissione giustizia Federico Gianassi, la responsabile Legalità Enza Rando e Debora Serracchiani.

Dal febbraio 2025 al febbraio 2026, a Prato, 190 lavoratori stranieri e alcuni imprenditori cinesi hanno collaborato con la magistratura senza alcun incentivo. In poche settimane dall’appello di Tescaroli si erano presentati in Procura oltre cinquanta tra cinesi e pakistani. Era la prima volta.

Prato come modello

Il distretto tessile pratese è il più grande polo manifatturiero europeo nel comparto dell’abbigliamento. Dentro, da decenni, funziona un circuito economico parallelo. Imprenditori inseriti in reti criminali di matrice cinese impiegano lavoratori sette giorni su sette, dodici-quattordici ore al giorno, senza ferie né garanzie, in dormitori precari.

La stessa dinamica che il 1° dicembre 2013 costò la vita a sette operai cinesi nel rogo della fabbrica in cui dormivano. Tescaroli chiama quel sistema con il nome che gli appartiene: una moderna forma di schiavitù. Il meccanismo “apri e chiudi” è collaudato: un’impresa funziona per due o tre anni senza pagare le imposte, poi viene abbandonata e se ne apre un’altra. Il 15 ottobre 2025 la Procura ha siglato un accordo che prevede canali preferenziali per i servizi linguistici e percorsi di protezione a costo zero.

Il muro di cui nessuno vuole parlare

La proposta del Pd nasce da un paradosso formale. L’Italia dispone di una normativa di protezione per i collaboratori e testimoni di giustizia, costruita nel 1991 dopo l’uccisione del giudice Rosario Livatino. Ma quella normativa presuppone la cittadinanza italiana. Chi collabora senza averla si trova fuori dal perimetro di tutela della legge 91 del 1992.

Il ddl interviene su quella stessa legge: i lavoratori stranieri regolarmente residenti, privi di misure di prevenzione, che presentino denunce attendibili su reati riconducibili alla criminalità organizzata, possono accedere a un percorso di cittadinanza accelerato. Se la collaborazione espone il dichiarante a rischi concreti, gli organismi preposti possono attivare i programmi di protezione già previsti per i testimoni italiani. C’è un limite: la misura vale solo per i regolari. Gli irregolari restano fuori.

Tescaroli aveva anticipato tutto sul Fatto Quotidiano: l’articolo 9 della legge 91 del 1992 già consente di concedere la cittadinanza allo straniero che fornisca eminenti servizi all’Italia, ovvero quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato. Una denuncia attendibile costituisce, scriveva il magistrato, uno straordinario fattore di giustizia che ben può integrare tali presupposti. Sufficiente per smettere di fingere che la legge non lo preveda già.

Il governo si muove nella direzione opposta. Il disegno di legge approvato l’11 febbraio 2026 punta a recepire il Patto europeo su Migrazione e Asilo inasprendo le condizioni di ingresso, ampliando le possibilità di espulsione e ripristinando il sistema Albania. Spazio per chi collabora con la giustizia, in quel testo, non ce n’è. Il governo cita Tescaroli ogni volta che serve. Poi non risponde alle sue richieste. Quasi tredici anni dopo il rogo del 2013, Prato lo dimostra ancora.

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Silvia Salis e l’operazione riformista: come nasce e chi c’è dietro all’ascesa politica e mediatica della sindaca di Genova come anti-Meloni

Quattro anni al Coni sotto Giovanni Malagò, un marito che ha girato i video della Leopolda di Renzi per tre edizioni, un comunicatore già portavoce dello stesso Renzi. E adesso il titolo di “anti-Meloni” su Bloomberg come se fosse nato spontaneamente dai sampietrini del porto vecchio. Silvia Salis è sindaca di Genova da meno di un anno e già proiettata verso Palazzo Chigi.

All’interno del Pd, in molti la raccontano così: un’operazione riformista. L’area che non ha mai digerito la stagione Schlein avrebbe trovato il suo contenitore. Giovane, mediatica, senza tessera, capace di far ballare la sinistra sulla techno di Charlotte De Witte e di comparire su Bloomberg nello stesso fine settimana.

Fausto Brizzi, marito di Salis, ha firmato i filmati della Leopolda 2012 per Renzi. Nel 2025 ha curato la comunicazione della campagna genovese della moglie. Il regista di “Notte prima degli esami” è il collegamento ideale tra la stagione renziana e il progetto Salis. Il Palazzo Ducale di Genova, partecipato dal Comune che lei guida, lo ha celebrato a febbraio scorso nella Sala del Maggior Consiglio. Sull’opportunità dell’evento era nata una polemica sollevata dai rilievi di Ferruccio Sansa e della Lega: Palazzo Ducale ha risposto chiarendo che i costi, inferiori a tremila euro, erano coperti da uno sponsor privato.

LA MACCHINA

A costruire l’immagine pubblica di Salis c’è Marco Agnoletti, portavoce di Renzi negli anni d’oro: Comune di Firenze, Nazareno, Palazzo Chigi. Da settembre gestisce la comunicazione della sindaca con un metodo preciso: sottrazione. Meno esposizione, immagine costruita con la pazienza di una campagna politica lunga.

Renzi ha già scelto. “Io voterei Silvia Salis”, ha dichiarato a La7. La sintesi è leggibile: l’ex premier spinge, il suo ex portavoce gestisce la comunicazione, il marito della sindaca ha girato la Leopolda. Chi vuole può non chiamarla operazione. Dovrebbe però spiegare con quale altro nome si chiama.

IL COPIONE DEL FEDERATORE

Salis ha detto no alle primarie, “tecnicamente sbagliate”. Poi, nell’intervista a Bloomberg del 10 aprile, ha aggiunto: “Di fronte a una richiesta unitaria non posso dire che non la prenderei in considerazione, sarebbe una bugia”. Il lessico è quello del federatore: figura che non si candida ma è disponibile, che respinge la corsa senza escluderla.

Il Pd è spaccato. Chiara Braga (Pd), capogruppo alla Camera: “Non mi pare che questo sia il tempo di federatori o di personalità esterne al perimetro dei partiti”. Dario Franceschini (Pd) invece la definisce “uno dei leader di primo piano dei prossimi anni”. Due posizioni incompatibili dentro lo stesso partito.

IL FOGLIO E LA CONTRADDIZIONE PALESTINA

Il quotidiano diretto da Claudio Cerasa le ha dedicato un ritratto ammirato. Lo stesso Foglio che non ha mai avuto tenerezze verso chi usa la parola “genocidio” per Gaza. Salis quella parola l’ha rivendicata, e alle manifestazioni pro-Palestina a Genova c’era. Eppure Il Foglio la celebra.

Sansa aveva posto la domanda: perché quella stampa che prima corteggiava Toti adesso punta su di lei? La risposta che circola è quella del contenitore: figura abbastanza nuova da non portare il peso del vecchio centrosinistra, abbastanza affidabile per un campo largo moderato che include Renzi e un pezzo di establishment che con Schlein non ha mai trovato pace.

Malagò non è sfondo ma struttura. Salis è diventata vicepresidente vicaria del Coni nel 2021 sotto la sua presidenza: “Silvia è una persona alla quale sono molto affezionato”, ha dichiarato. Il Comune di Genova gli ha poi conferito un Premio Internazionale dello Sport alle celebrazioni colombiane. Il cerchio si chiude: il mentore ottiene un’onorificenza dall’istituzione che il suo ex vice adesso governa. La questione era stata sollevata. È rimasta senza risposta.

L’operazione è costruita con intelligenza. La domanda che un centrosinistra credibile dovrebbe porsi è: per chi?

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La «modesta mazzetta» di un modesto governo

«Modestissima mazzetta»: due parole che il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha scritto nel suo libro, difeso ieri alla Camera con una logica semplice quanto rivelatrice. Se il nostro ordinamento parla di tenuità del fatto, se la legge prevede la “modesta quantità” per la droga, perché mai la corruzione dovrebbe fare eccezione? Il ragionamento fila. Fila talmente bene da far capire dove porta.

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Nessun voto, zero sanzioni

Il Consiglio Affari Esteri dell’UE ha chiuso il 21 aprile a Lussemburgo senza alcuna misura contro Israele. Nessun voto, nessuna sospensione dell’Accordo di Associazione del 2000. Kaja Kallas: «Non abbiamo visto un accordo politico, ma le discussioni continueranno». Spagna, Irlanda e Slovenia chiedevano la sospensione totale. Germania e Italia si sono opposte.

Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International, ha definito la decisione «un fallimento morale» che «resterà come un capitolo vergognoso nella storia dell’UE». Un milione di europei aveva firmato la petizione. Settantacinque ONG e quattrocento ex diplomatici avevano chiesto la stessa cosa. Nessun esito.

Lo scarto italiano è documentabile. Il governo Meloni ha sospeso a marzo il memorandum di cooperazione militare con Israele. Quello stesso governo, a Lussemburgo, ha bloccato l’unico strumento multilaterale disponibile. Albares: «L’Unione Europea deve dire oggi con chiarezza a Israele che è necessario un cambiamento». Wadephul, per Berlino: la proposta era «inappropriata».

Dal cessate il fuoco di ottobre 2025, oltre 740 palestinesi sono stati uccisi nella Striscia. Il West Bank Protection Consortium — guidato dal Norwegian Refugee Council — ha pubblicato Sexual Violence and Forcible Transfer in the West Bank: sedici casi di violenza sessuale in Area C della Cisgiordania occupata, attribuiti a soldati e coloni israeliani, su 83 interviste.

Cinque soldati della Force 100, accusati di aggressione sessuale su un detenuto a Sde Teiman, erano stati reintegrati la settimana precedente, dopo l’archiviazione. Amnesty International: «Un altro capitolo inconcepibile nell’impunità strutturale del sistema legale israeliano». Flotilla Sumud: la nave arriva oggi in Sicilia. Domani 24 aprile salpa da Siracusa verso Gaza.

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Giulio Cavalli: “Cairo ha educato la tifoseria alla mediocrità” – da TorinoGranata

Giulio Cavalli è un giornalista, teatrante e scrittore di Lodi, che tifa per il Toro soprattutto per un motivo, adora la figura di Gigi Meroni, che ha portato anche in teatro nelle sue varie opere, essendo un personaggio poliedrico. Tra le sue attività scrive per La Notizia, è editorialista di Left, collabora a Domani, per Tag24 e conduce una trasmissione per RadioCusano

La redazione di TorinoGranata l’ha intervistato per parlare del Toro e soprattutto chiarire i suoi pensieri sull’operato di Cairo.

A Torino molti tifosi non vogliono più Cairo. Qual è il suo parere?

“C’è un problema di fondo. Alla mediocrità ci si abitua, per quella vecchia storia della sindrome della rana bollita. Così il Torino che brillava per risultati e per tremendismo oggi è stato messo nel cassetto delle leggende da gustarsi mentre le raccontiamo ai nostri figli, come se fossero non più alla nostra portata. Cairo è riuscito nell’impresa di educare una tifoseria alla mediocrità, spinge a pensare che forse poteva andare peggio, che comunque ci si è salvati, che comunque abbiamo visto qualche manciata di minuti godibili. Ma l’acquiescenza non ha nulla a che vedere con il tifo. Ci si accontenta già nella vita, allo stadio ci si va per credere che Davide possa sconfiggere Golia, ci si va se c’è la convinzione che al di là del risultato si vedrà una squadra all’altezza della sua storia e dei suoi tifosi. Da anni invece il tifoso del Toro cova speranza solo quando il campionato si ferma, oppure per qualche giornata. Poi c’è l’improvvisa discesa nella realtà. Una cosa non perdono a Cairo: è riuscito a spaccare i tifosi, spaccandoli tra accontentabili e mai contenti che si sono messi a fare la guerra tra loro. E il Toro invece era una comunità, prima di tutto”.

Da tempo si dice che Cairo abbia guadagnato più di quanto abbia investito nel Toro, quindi è lecito domandarsi se ha giovato di più il Toro a Cairo che viceversa?

“Cairo da presidente del Toro ha lanciato la sua carriera, mentre la squadra (e la società) ha continuato a galleggiare sull’acquitrino. Al di là dell’aspetto economico c’è l’accreditamento personale che ha ottenuto grazie alla sua presidenza. Mi pare che continui a essere convinto che gestire una squadra di calcio – soprattutto questa squadra – equivalga a gestire una qualsiasi azienda. Ma il capitale sociale del Toro non sono i giocatori, volendo ben vedere non sono nemmeno le strutture. Il capitale sociale del Torino è la passione e quella vertiginosa storia che si porta sulle maglie. Se risparmi sulla passione il bilancio è sempre in rosso, anche se i conti tornano. Se invece vogliamo fare un discorso prettamente aziendale allora direi che siamo di fronte a un’impresa che non ha mai avuto continuità, che non ha mai avuto un respiro più lungo di un prestito con diritto di riscatto non esercitato. È una società che galleggia vendendo i suoi giocatori più forti, almeno uno all’anno e che intende la crescita dei suoi calciatori solo sotto l’ottica della plusvalenza. Il Torino era un giovane ragazzo precario, assunto con un traballante contratto prorogato di anno in anno, pieno di speranze. Sono passati vent’anni ed è sempre lì, sempre con quel contratto capestro…

Il calcio italiano è in crisi, come si deduce con l’Italia eliminata dai prossimi mondiali e il flop nelle coppe europee. Eppure per il dopo Gravina si parla di Abete, nuovamente, e Malago’. Come dire che non c’è voglia di cambiare.

“Il calcio è lo specchio del Paese: militarizzato contro i tifosi e con maglie larghissime invece per i furbi, gli accattoni, i furbastri. La nazionale è il suo specchio perfetto: come possono crescere giocatori italiani in un campionato in cui i presidenti usano le loro squadre per spostare soldi, costruire relazioni in altri settori o sfogare le loro ansie immobiliari? In tutto questo dov’è il calcio, quello con la palla a terra?”

Pensa che il Toro possa cambiare dirigenza a breve? A questo punto meglio un gruppo straniero?

“Spero di sì, temo di no. Cairo insiste nel dirci che per un passaggio di mano ci deve essere un’offerta convincente ma non è così: una transazione ha bisogno di volontà di sintesi da entrambe le parti. Per formazione professionale (il berlusconismo) lui è uno che non vuole lasciare se non da vincente, non tollera di dare l’impressione di lasciare da sconfitto nel suo rapporto con i tifosi. E così per narcisismo si rischia di logorarsi in una mediocrità sempre più stanca, sempre più mediocre. Eppure avrebbe una grande occasione: lasciare il Toro prendendosi la responsabilità di cedere la società a qualcuno che possa fare meglio di lui. Ma ci vorrebbe umiltà, la vedo dura”.

Non trova che il nostro calcio sia anche malato perché se ne parla troppo anche a sproposito? Da giornalista che ne pensa dei troppi opinionisti che parlano senza essere effettivamente esperti per farlo?

“Accade in tutti i settori. Il giornalismo sostituito dall’opinionismo, le notizie sostituite dalla viralità. Sembrano contare sempre meno i fatti e sempre più le narrazioni. Solo che nel calcio poi basta andare allo stadio per accorgersi che la propaganda lì fuori può funzionare per un promo, per un reel su Instagram ma intanto il calcio si è incagliato. E gli influencer del calcio quando non ci sarà più calcio finiranno in mutande. Guarda solo l’effetto delle domande del giornalista di Tuttosport di Marco Bonetto come hanno spezzato l’incantesimo delle conferenze stampa come cerimonie dell’autoincensarsi. Tutti stupiti, tutti disabituati a vedere un giornalista che fa il giornalista”.

qui https://www.torinogranata.it/primo-piano/giulio-cavalli-cairo-ha-educato-la-tifoseria-alla-mediocrita-185246