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Flotilla in rotta su Gaza, solita ambiguità dall’Ue

Domenica 26 aprile, sessanta imbarcazioni della Global Sumud Flotilla lasciano Augusta, in Sicilia, con attivisti di più nazionalità e con carichi di prima necessità. La nave Arctic Sunrise di Greenpeace garantisce il supporto tecnico. Destinazione Gaza, per sfidare il blocco navale israeliano.

La risposta della Commissione europea arriva il 27 aprile a Bruxelles. La portavoce Eva Hrncirova usa una formula che merita lettura: «Pur rispettando l’impegno umanitario di tutte le persone a bordo della Flotilla, scoraggiamo questo tipo di consegne perché mettono a rischio la sicurezza dei partecipanti». Il diritto di navigazione in acque internazionali va rispettato. La Commissione chiede «costantemente un accesso senza ostacoli» per gli aiuti a Gaza.

Si tratta di contraddizione strutturale. Bruxelles vuole accesso senza ostacoli e scoraggia l’unica azione civile che tenta di forzare quell’ostacolo. Il blocco navale israeliano non viene nominato come problema: il problema, nella formula ufficiale, sono i rischi per i partecipanti. La sicurezza di chi sfida il blocco, non il blocco.

Questa è la grammatica diplomatica europea applicata a Gaza: solidarietà all’intenzione, scoraggiamento dell’azione, rinvio al dialogo con lo Stato che impone il blocco. Una formula che non produce pressione né accesso. Il carico dell’ong Music for Peace per la missione precedente è bloccato in Giordania da sei mesi per veto israeliano.

Il 27 aprile, mentre la Flotilla naviga verso la Grecia, le forze israeliane uccidono quattro palestinesi nella Striscia: due uomini al Kuwait Roundabout a Gaza City, uno vicino alla moschea Saqqa, una donna quarantenne a Khan Younis. Lo riportano gli ospedali Shifa e Nasser. Dall’ottobre 2025, secondo Ocha, i morti nel cessate il fuoco sono già 786: 226 bambini, 179 donne.

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Corte dei Conti, la riforma delle destre finisce alla Consulta: impugnato il tetto al danno erariale

A Sestri Ponente, durante un intervento neurochirurgico, qualcosa va storto. Il paziente si sveglia paraplegico. La Asl di Genova risarcisce un milione e 350mila euro, li chiede indietro ai tre medici. Uno di loro, condannato dalla Corte dei conti a versare 945mila euro, fa ricorso invocando la legge di riforma della stessa Corte: la sua esposizione scende a 170mila. Il resto rimane a carico della collettività.

Da questa vicenda la Seconda sezione centrale d’appello della Corte dei conti ha costruito l’ordinanza n. 9/2026, depositata il 23 aprile, rimettendo alla Consulta la verifica sulla riforma. Ottanta pagine, undici articoli della Costituzione in bilico. Il tetto al 30% del danno, entro il doppio della retribuzione lorda, è “in contrasto insanabile con le norme che governano la sana e corretta gestione delle risorse pubbliche.”

Il sistema nel mirino

La legge n. 1/2026, in vigore dal 22 gennaio, porta il nome di Tommaso Foti, capogruppo di Fratelli d’Italia all’epoca, oggi ministro per gli Affari europei. Obiettivo dichiarato: combattere la “paura della firma”. Meccanismo: riduzione obbligatoria al 30% del danno, secondo tetto al doppio della retribuzione lorda. Vale il più basso. Per danni grandi, il parametro retributivo abbatte le cifre in quella che la dottrina chiama “risibile condanna.” I giudici: il sistema “premia l’amministratore incapace e colloca a carico della comunità i due terzi del danno, in piena contraddizione con i principi di eguaglianza” ex articolo 3 e di solidarietà ex articolo 2.

L’effetto retroattivo

Il punto più controverso è la retroattività. La legge vale per i procedimenti in corso al 22 gennaio senza sentenza definitiva. Danni già accertati: tutto riscritto a vantaggio del convenuto. La Cassazione aveva segnalato che tetti risarcitori non possono operare retroattivamente, incidendo su diritti già maturati. La Sezione pugliese, dal canto suo, aveva sollevato separata questione con l’ordinanza n. 11/2026: l’elenco tassativo delle condotte rilevanti rischia di escludere gravi negligenze, con ricadute in sanità.

Ieri pomeriggio, Donato Centrone, presidente dell’Associazione magistrati della Corte dei conti, ha dichiarato piena condivisione “nel merito e nel metodo”. Il tetto “riduce l’efficacia dell’azione di responsabilità”.  E sulla retroattività: “Incide su procedimenti in corso.” Il chiarimento della Consulta “è quanto mai necessario”.

La riforma chiude un disegno: abrogazione dell’abuso d’ufficio, interventi sulla magistratura ordinaria, ora il controllo sulla spesa pubblica. Un “controllore addomesticato”. Il referendum del marzo 2026 aveva respinto la separazione delle carriere con il 53,24% dei no. A Sestri Ponente, il paziente è ancora paraplegico. La legge ha già deciso chi paga.

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Un uomo in scooter spara. Il resto è rumore

Un uomo su uno scooter, casco integrale e mimetica verde, si è fermato in via delle Sette Chiese a Roma e ha sparato tre colpi contro una coppia con il fazzoletto dell’Anpi. Cercavano un bar dopo il corteo. Questa è la fotografia del Paese. Il resto è chiacchiera. C’è un esercizio di moda: il lamento. Per la festa sporcata, la piazza indisciplinata, i toni da abbassare.

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Il governo Meloni e la storia che smonta il momento storico: i dati smentiscono la promessa di rompere il tetto di cristallo

Il tetto era pesante. Giorgia Meloni lo disse esattamente così, il 25 ottobre 2022, rivolgendosi alla Camera per chiedere la fiducia al suo governo: bisognava «rompere il pesante tetto di cristallo posto sulle nostre teste». La prima presidente del Consiglio della storia repubblicana, il discorso di investitura, il momento storico. Il problema è che dopo un momento storico viene la storia, e la storia ha il vizio di misurarsi con i fatti.

Le nomine del governo Meloni che fotografano tutto

A metà aprile 2026 il governo ha rinnovato i vertici di Enel, Enav, Eni e Leonardo: sette uomini e una donna. Un rapporto coerente con i dati generali: secondo i calcoli di Pagella Politica, su 73 persone tra presidenti e amministratori delegati delle società a partecipazione statale, 65 sono uomini e 8 sono donne, meno dell’11 per cento. In 32 aziende su 39 non c’è nemmeno una donna ai vertici. Il dato colpisce perché nelle partecipate lo Stato non segue un mercato libero: sceglie direttamente. Il governo presieduto dalla prima donna nella storia della Repubblica sceglie quasi sempre un uomo.

Il governo più femminile della storia che non lo è

Al momento della formazione, nell’ottobre 2022, il governo Meloni contava 6 ministre su 24 ministeri: il 25 per cento. Meno del governo Draghi (34,8 per cento), meno del secondo governo Conte (34,9 per cento), meno di tutti gli ultimi esecutivi. Secondo Pagella Politica, era dal governo Monti del 2011 che un esecutivo non scendeva così in basso. Poi è andata peggio: dopo le dimissioni di Daniela Santanchè, le ministre sono diventate cinque su ventiquattro. Il 20,8 per cento.

Il minimo storico degli ultimi sette governi. Le cinque rimaste guidano i ministeri della Famiglia, della Disabilità, del Lavoro, dell’Università, delle Riforme istituzionali. I ministeri economici, quelli della sicurezza, quello degli esteri: tutti al maschile. Nelle regioni, su venti presidenti, le donne sono due, Alessandra Todde in Sardegna e Stefania Proietti in Umbria, entrambe elette con il centrosinistra, cioè fuori dalla maggioranza che avrebbe rotto il tetto.

Il lavoro che non cambia

Il mercato del lavoro continua a fotografare una struttura immobile. Secondo il Rendiconto di genere dell’Inps del febbraio 2026, nel 2024 il tasso di occupazione femminile si è fermato al 53,3 per cento, contro il 71,1 per cento degli uomini: quasi diciotto punti di distanza, quasi il doppio della media europea. Le donne sono il 67,2 per cento dei lavoratori a tempo parziale, in larga parte involontario. Il divario retributivo complessivo supera i 25 punti percentuali. Solo il 21,8 per cento dei ruoli dirigenziali è occupato da una donna. Nel 2025, una madre su cinque ha lasciato il lavoro dopo la nascita del primo figlio, secondo la ricerca condotta dall’Osservatorio Elle Active! con l’Università Cattolica di Milano.

Quello che è stato tagliato

C’è un capitolo che riguarda non l’assenza di politiche ma la loro riduzione deliberata. Secondo il report dell’organizzazione indipendente ActionAid, il governo Meloni ha tagliato del 70 per cento i fondi per la prevenzione della violenza di genere rispetto all’esecutivo precedente: dai 17 milioni stanziati dal governo Draghi per il 2022 a 5 milioni per il 2023. Il taglio ha colpito soprattutto la prevenzione primaria: educazione, sensibilizzazione, intervento prima che la violenza avvenga. Già storicamente la voce più sacrificata. Il governo ha contestato questa lettura. I dati di ActionAid restano.

Il tetto di cristallo che Meloni disse di aver rotto nel 2022 aveva un valore simbolico che sarebbe sciocco negare. Solo che un simbolo non è una politica. Nei ministeri e nelle partecipate le donne comandano in meno di un caso su dieci. Nei salari perdono oltre 25 punti percentuali. Il tetto è ancora lì.

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Dalla Flotilla alla Biennale, i crimini restano tali

La giuria della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia ha messo per iscritto quanto i tribunali internazionali hanno già stabilito. Il 23 aprile, la presidente Solange Farkas e le altre componenti hanno dichiarato che “si asterrà dal prendere in considerazione quei Paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale”. Il Leone d’Oro e il Leone d’Argento, cerimonia il 9 maggio, non potranno andare né alla Russia né a Israele.

Il mandato d’arresto della CPI contro Netanyahu è del novembre 2024. Da allora ha prodotto effetti in ambiti sempre più distanti dalle aule di giustizia. Una giuria culturale italiana, in piena autonomia, ha stabilito che quel mandato vincola anche le valutazioni estetiche. La Biennale si è limitata a precisare che la giuria “opera in piena autonomia e indipendenza di giudizio nell’esercizio delle sue funzioni”: né approvazione né sconfessione, solo la presa d’atto di una distanza.

Nel 2024 il padiglione israeliano era stato chiuso all’inaugurazione da Ruth Patir. Partecipa, espone, ma non concorre. La distinzione è netta: non è l’artista ad essere escluso, è lo Stato che lo rappresenta a diventare ineleggibile finché Netanyahu risponde all’Aja di crimini contro l’umanità.

La Global Sumud Flotilla — 63 imbarcazioni partite stamani da Siracusa — naviga verso Gaza. Maria Elena Delia, portavoce italiana della missione, ha dichiarato ieri: «A Gaza non è cambiato niente dall’anno scorso, eppure ci dicono che va tutto bene».

Anche la dichiarazione della giuria veneziana dice altro. I leader accusati dalla Corte Penale Internazionale di crimini contro l’umanità sono “attualmente” tali — non in astratto, non a titolo storico, ma adesso — nel momento stesso in cui si assegnano i premi.

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Schlein sotto assedio, dall’interno e dall’esterno: Franceschini che loda Salis, Costa andata e ritorno da Azione a FI e Calenda a braccetto con Crosetto

Riannodiamo il filo. Prima la sindaca di Genova Silvia Salis ha risposto a Bloomberg con una frase calibrata su una sua corsa a Palazzo Chigi per il centrosinistra: «Sarebbe una bugia dire che non ci penserei». Niente candidatura, solo disponibilità a investitura unitaria: ovviamente senza primarie. Al Nazareno hanno ostentato tranquillità. Poi hanno cominciato a contare i segnali e le altre interviste, a valanga. 

Un appunto che conta: Salis, eletta a Genova nel maggio 2025 con il 51,6 per cento senza tessera di partito, ha assunto Marco Agnoletti, già spin doctor di Renzi. Schlein le ha mandato un messaggio: «Così ti bruci». Più che un consiglio, una diagnosi.

L’uomo delle sinistre poltrone

A fine marzo 2026, Dario Franceschini si è presentato a Genova per un pranzo con Salis alla Locanda Spinola. Al Corriere della Sera ha poi detto che Salis «sarà uno dei leader di primo piano del nostro campo nei prossimi anni», precisando però che alle primarie appoggerà Schlein. Le smentite troppo precise indicano esattamente l’operazione che si cerca di non ammettere.

Salis non corre alle primarie. Franceschini non la candida ma la posiziona. Schlein aveva firmato due accordi di pace interna, con Franceschini nel 2023 e con la corrente bonacciniana a dicembre 2025. È lo stesso Franceschini che ora pranza con la candidata alternativa. Gli accordi di pace nel Pd del resto durano finché chi li ha firmati non trova qualcosa di più conveniente.

Costa, Calenda e la geometria variabile

Dall’altra parte il 14 aprile 2026, Enrico Costa è stato eletto per acclamazione capogruppo di Forza Italia alla Camera: già ministro con Renzi e Gentiloni, poi vicesegretario di Azione di Calenda, uscito da Azione nel settembre 2024, rientrato in Forza Italia. Pochi hanno ricordato, tra gli applausi, che alle ultime politiche era stato eletto con Calenda.

La nomina è arrivata in scia al vertice di Cologno Monzese, dove Marina e Pier Silvio Berlusconi hanno trascorso oltre quattro ore con Tajani e Gianni Letta. Risultato ufficiale: FI resta nel centrodestra, Tajani confermato. Ma quando un partito sente il bisogno di precisare dove si trova, significa che qualcuno ha cominciato a chiedersi dove potrebbe andare. Voci su un interesse di Marina Berlusconi per un polo centrista intorno a Salis: smentite ma mai del tutto dissolte.

Il 20 aprile Carlo Calenda ha presentato il suo libro con Guido Crosetto, ministro della Difesa, all’Acquario Romano. Crosetto: «Da ministro non posso parlare, ogni tanto ritwitto Carlo». Il tour prevede palchi con moderati proprio del Pd, tra Picierno, Gori e Gentiloni, e ovviamente con Salis a Genova. Li chiama «i volenterosi». Ha smentito «una virata a destra». Il che conferma che qualcuno la sta vedendo.

Il ritardo che si paga

Intanto Conte ha lanciato le primarie all’indomani della vittoria referendaria di marzo. Le vuole dopo un programma condiviso: «Il vincitore sarà colui che dovrà attuare il programma», dice. Sequenza logica, mai rispettata, perché il chi condiziona sempre il cosa. Salis si è sfilata: «Non voglio partecipare». Eppure i sondaggi Youtrend la accreditano al 25 per cento in un’ipotetica sfida ai gazebo, terza dietro Schlein al 41 e Conte al 26. Una candidata che non si candida è già terza in una gara che non esiste ancora.

Stando così le cose forse ogni settimana passata senza definire la coalizione lavora contro Schlein. Salis cresce senza muoversi. Franceschini manovra senza dichiararsi. Renzi, con lo stesso spin doctor di Salis, costruisce il suo posizionamento come leva per spostare il baricentro verso il centro. Conte spinge le primarie perché nei gazebo Schlein parte avvantaggiata, ma Salis, se entrasse, sottrarrebbe voti alla segretaria.

Quindi, prima il programma o prima la coalizione? Una coalizione si sta già formando: attraverso pranzi, tour di libri, cambi di partito, candidature che non sono candidature. Il rischio vero è che quando ci si metterà a tavolino, gli equilibri saranno già stati decisi altrove.

Il martello, nello sport, si lancia. In politica, spesso, viene usato per smontare qualcosa.

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Il catalogo delle vergogne. Tutto quello che il governo Meloni ha fatto il 25 aprile

Ottantuno anni. Corona, applausi, discorso. Poi il resto. Giorgia Meloni: tre 25 aprile da presidente del Consiglio, la parola “antifascismo” mai pronunciata. Nel 2023 scrisse al Corriere di “incompatibilità con qualsiasi nostalgia del fascismo.” Nel 2024 rispose: “Quello che ho da dire sul fascismo l’ho detto cento volte.” Nel 2025, un post. Tre anni, zero parola. Ignazio La Russa: 2018…

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25 aprile, salta il convegno di Forza Nuova a Predappio: il sindaco dichiara inagibile la location e la Prefettura vieta l’evento

Il 25 aprile 2026, nell’ex capannone Caproni di Predappio Alta, Forza Nuova aveva organizzato un convegno intitolato “La fine dell’antifascismo”. Ieri sera la prefettura di Forlì-Cesena ha vietato l’iniziativa: l’area, l’ex stabilimento L’Arte, «versa in condizioni di grave e generale degrado e pericolosità» ed è priva di agibilità. Il sindaco di Predappio ha adottato un’ordinanza. Il capannone fu voluto da Mussolini nel Ventennio, nella sua città natale, per insediarvi l’azienda aeronautica Caproni. L’immobile è di proprietà di Domenico Morosini, nome noto nelle adunate in camicia nera: fu lui ad acquistare Villa Carpena, casa di campagna dei Mussolini, e ad aprirvi un museo dedicato al dittatore. Il titolo era già un programma. Il luogo era già un manifesto.

Il palco dei condannati

Roberto Fiore, fondatore e segretario di Forza Nuova, sarebbe stato il padrone di casa. Il tribunale penale di Roma lo ha condannato in primo grado, nel dicembre 2023, a otto anni e mezzo di reclusione per devastazione aggravata in concorso e istigazione a delinquere: sentenza sull’assalto alla sede della Cgil di corso d’Italia, il 9 ottobre 2021. Nelle motivazioni i giudici certificano che da parte di Fiore ci fu “manifesta incitazione e manifesta approvazione” all’assalto. Il processo è pendente in appello. Tra i relatori annunciati c’era Nick Griffin, già presidente del Partito Nazionale Britannico, condannato nel 1998 per incitamento all’odio razziale. E Ioannis Zografos, avvocato di Alba Dorata, il movimento neofascista greco sciolto dopo la condanna come organizzazione a delinquere.

Tra i nuclei tematici, accanto a massoneria, sionismo e Mercosur, figurava il “9 ottobre 2021”. La sede della Cgil devastata come argomento di dibattito. Gli organizzatori preannunciavano 150 presenze. Il giorno dopo i militanti avrebbero marciato al cimitero per commemorare la morte di Mussolini.

Il piano inclinato

Il convegno bloccato arrivava alla fine di un piano inclinato fatto riconoscibile anno dopo anno. Quest’anno Ignazio La Russa, presidente del Senato, ha dichiarato a margine del Salone del mobile che da ministro della Difesa andava a rendere omaggio sia ai partigiani sia ai caduti della Repubblica Sociale Italiana al Campo X del cimitero monumentale. «Mi sembrava un momento doveroso di una pacificazione», ha spiegato. E lo rifarei. Partigiani e repubblichini sullo stesso piano: una formula che ritorna ogni aprile, ogni volta con un registro più alto.

Il governo Meloni ha ridotto i fondi ai luoghi della Memoria della Resistenza. Il contributo del ministero della Cultura, fissato per legge a 2,5 milioni di euro annui, è sceso con il decreto legge 33 del marzo 2026 a 1.819.738 euro: 363.947 euro per ciascuno dei cinque enti. Marzabotto, Fossoli, il Museo Cervi, Sant’Anna di Stazzema, la Risiera di San Sabba. Il campo di Fossoli perde quasi 87mila euro. Tagli inseriti in un decreto sui prezzi petroliferi, a marzo, a settimane dal 25 aprile.

Il presidente dell’Anpi di Forlì-Cesena, Miro Gori, aveva commentato: «Dire che l’antifascismo è finito è mettere una bomba a orologeria sulle basi di questa Repubblica». La portavoce di Forza Nuova Gloria Callarelli, piccata, aveva invece spiegato che a Predappio «vorremmo porre fine a questo algoritmo antifascista, che scatta tutte le volte che qualcuno la pensa diversamente». L’algoritmo. Il termine scelto per liquidare l’antifascismo dice di chi lo usa: non un valore fondante della Repubblica, non una scelta di campo costituzionale, ma un meccanismo da disattivare.

La Costituzione vieta la ricostruzione in qualsiasi forma del disciolto Partito fascista. Quella norma esiste. Il convegno è stato bloccato su parere unanime della prefettura, per inagibilità dell’edificio. Per ora il piano inclinato si è fermato su una questione di agibilità edilizia.

Il che, a pensarci, dice tutto.

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Gli aiuti fermi in Giordania e la Flotilla riparte per Gaza

Mercoledì sera, vicino alla moschea di Al-Qassam a Beit Lahia, nel nord della Striscia, un drone israeliano ha colpito un gruppo di civili. Cinque morti. Tre erano bambini. I corpi sono stati portati all’ospedale Al-Shifa di Gaza City. Ieri mattina, altri tre morti in un attacco a un’auto all’ingresso del campo profughi di Maghazi. Il Ministero della Salute di Gaza comunica: 6 morti e 18 feriti nelle ultime 24 ore. Il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 è formalmente in vigore. Da quella data sono stati uccisi più di 800 palestinesi. Cinque organizzazioni umanitarie internazionali — tra cui Oxfam e Save the Children — hanno scritto la settimana scorsa che il piano sta fallendo su tutti gli obiettivi dichiarati.

Ormai sono aggiornamenti, non sono nemmeno più notizie. Che è peggio.

Il governo italiano sa. Non è un sospetto: lo sa. Il deputato Marco Grimaldi (AVS) ha presentato un’interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Antonio Tajani (FI). Tajani ha risposto ammettendo che gli aiuti umanitari donati dagli italiani — raccolti da “Music for Peace”, consegnati a “Food for Gaza” — sono fermi in Giordania. Non in transito: fermi. Il governo non li sblocca, non interviene, non pretende. Grimaldi lo ha detto ieri alla Camera: «La risposta a chi chiede perché la Flotilla riparte è nella complicità del nostro governo con quello di Israele».

Oggi alle 10.00, la flotta salpa verso Gaza: oltre 50 imbarcazioni, circa 500 persone da decine di Paesi. Parte dall’Italia perché le istituzioni non fanno quello che cento barche di civili cercano di fare.

Il portavoce ONU Stéphane Dujarric, interrogato sulle scuse di Netanyahu per la profanazione di una statua di Gesù e sul silenzio israeliano rispetto alle moschee rase al suolo a Gaza, ha risposto: «Lascio a te trarre i parallelismi o l’ironia». Era la frase più dura che un portavoce ONU potesse pronunciare. Un atto d’accusa nascosto dentro una domanda retorica.

Oggi è la vigilia del 25 Aprile, la Liberazione. 

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Cittadinanza ai migranti che denunciano la criminalità organizzata: disegno di legge del Pd ispirato dal caso Prato

Luca Tescaroli, procuratore capo di Prato, ha un’idea semplice: se uno straniero rischia la vita per dire la verità allo Stato, lo Stato potrebbe almeno smettere di ignorarlo. Dal 20 aprile quella proposta ha un numero di protocollo parlamentare. Il Partito democratico ha depositato in entrambi i rami del Parlamento un disegno di legge che modifica l’articolo 9, comma 2, della legge n. 91 del 5 febbraio 1992: chi denuncia estorsioni e ricatti in contesti di criminalità organizzata può accedere a un percorso accelerato verso la cittadinanza italiana. A presentarlo: il capogruppo in commissione antimafia Walter Verini, il capogruppo in commissione giustizia Federico Gianassi, la responsabile Legalità Enza Rando e Debora Serracchiani.

Dal febbraio 2025 al febbraio 2026, a Prato, 190 lavoratori stranieri e alcuni imprenditori cinesi hanno collaborato con la magistratura senza alcun incentivo. In poche settimane dall’appello di Tescaroli si erano presentati in Procura oltre cinquanta tra cinesi e pakistani. Era la prima volta.

Prato come modello

Il distretto tessile pratese è il più grande polo manifatturiero europeo nel comparto dell’abbigliamento. Dentro, da decenni, funziona un circuito economico parallelo. Imprenditori inseriti in reti criminali di matrice cinese impiegano lavoratori sette giorni su sette, dodici-quattordici ore al giorno, senza ferie né garanzie, in dormitori precari.

La stessa dinamica che il 1° dicembre 2013 costò la vita a sette operai cinesi nel rogo della fabbrica in cui dormivano. Tescaroli chiama quel sistema con il nome che gli appartiene: una moderna forma di schiavitù. Il meccanismo “apri e chiudi” è collaudato: un’impresa funziona per due o tre anni senza pagare le imposte, poi viene abbandonata e se ne apre un’altra. Il 15 ottobre 2025 la Procura ha siglato un accordo che prevede canali preferenziali per i servizi linguistici e percorsi di protezione a costo zero.

Il muro di cui nessuno vuole parlare

La proposta del Pd nasce da un paradosso formale. L’Italia dispone di una normativa di protezione per i collaboratori e testimoni di giustizia, costruita nel 1991 dopo l’uccisione del giudice Rosario Livatino. Ma quella normativa presuppone la cittadinanza italiana. Chi collabora senza averla si trova fuori dal perimetro di tutela della legge 91 del 1992.

Il ddl interviene su quella stessa legge: i lavoratori stranieri regolarmente residenti, privi di misure di prevenzione, che presentino denunce attendibili su reati riconducibili alla criminalità organizzata, possono accedere a un percorso di cittadinanza accelerato. Se la collaborazione espone il dichiarante a rischi concreti, gli organismi preposti possono attivare i programmi di protezione già previsti per i testimoni italiani. C’è un limite: la misura vale solo per i regolari. Gli irregolari restano fuori.

Tescaroli aveva anticipato tutto sul Fatto Quotidiano: l’articolo 9 della legge 91 del 1992 già consente di concedere la cittadinanza allo straniero che fornisca eminenti servizi all’Italia, ovvero quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato. Una denuncia attendibile costituisce, scriveva il magistrato, uno straordinario fattore di giustizia che ben può integrare tali presupposti. Sufficiente per smettere di fingere che la legge non lo preveda già.

Il governo si muove nella direzione opposta. Il disegno di legge approvato l’11 febbraio 2026 punta a recepire il Patto europeo su Migrazione e Asilo inasprendo le condizioni di ingresso, ampliando le possibilità di espulsione e ripristinando il sistema Albania. Spazio per chi collabora con la giustizia, in quel testo, non ce n’è. Il governo cita Tescaroli ogni volta che serve. Poi non risponde alle sue richieste. Quasi tredici anni dopo il rogo del 2013, Prato lo dimostra ancora.

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