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Renzi attacca Conte. Ma si dimentica i favori chiesti a Putin. Da premier lo chiamò per lamentarsi di un servizio in tv

Intrappolato nella sua ossessione e atterrito dalle percentuali del suo partito in discesa rapida (Italia Viva secondo l’ultimo sondaggio per La7 ha solo lo 0,1% in più di ItalExit di Paragone, nonostante imperversi dando lezioni di politica) Matteo Renzi ha passato le ultime giornate contro il nemico numero uno: Giuseppe Conte. Mentre il mondo prova a arginare Vladimir Putin, Renzi è concentrato nella sua guerra da cortile contro il capo del Movimento 5 Stelle, lucrando perfino sui cadaveri della guerra in Ucraina pur di tirare qualche stilettata al suo chiodo fisso.

Mentre il mondo prova a arginare Putin, Renzi è concentrato nella sua guerra da cortile contro Conte

“Oggi ci dobbiamo rallegrare del fatto che a guidare il nostro Paese non ci sia più un premier fortemente legato agli ambienti russi. E questo lo si deve soprattutto a Italia Viva”, aveva detto l’altro ieri in Parlamento il vice presidente dei deputati di Iv. Attenzione: non ce l’aveva con Berlusconi che rideva con Putin mentre mimava il gesto di un mitra a una giornalista, non ce l’aveva con Salvini e Meloni che di Putin sono stati i barboncini sguinzagliati in Italia, ce l’aveva con Conte e con la missione umanitaria dei russi in tempo di Covid in Italia.

Secondo i renziani, infatti, insieme ai medici russi sarebbero arrivati dei militari che nulla hanno a che vedere con le questioni sanitarie e per questo promettono battaglia in Parlamento. Chissà come faranno faville quando gli racconteranno la parabola del generale Figliuolo. Ma l’aspetto più curioso dell’ultimo renzismo è il solito “fate quello che dico, non fate quello che faccio”: Renzi infatti, senza andare troppo lontano a cercare colpevoli, fu il presidente del Consiglio che autorizzò nel 2015 l’invio di mezzi blindati in Russia nonostante fosse in vigore l’embargo dopo l’invasione in Crimea nel 2014. Sono 94 blindati, di cui 83 consegnati nello stesso anno, per un valore di 25 milioni di euro. Il tutto in barba alla legge italiana 185 del 1990, quella che regola il commercio di armamenti, che prescrive infatti che le operazioni siano vietate “verso paesi nei cui confronti è stato dichiarato un embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte delle Nazioni Unite e dell’Unione europea”.

Ma per saperne di più del rapporto tra Renzi e Putin basta leggere lo stesso Renzi che nel suo libro (Controcorrente) racconta di avere saputo di un servizio trasmesso da Russia Today (canale internazionale russo). Scrive Renzi: “Decido di chiamare Putin, con il quale negli anni si è instaurato un buon rapporto di collaborazione.

La telefonata è cordiale, come sempre. Dopo aver discusso di alcuni dossier caldi, che costituivano in tutti gli incontri e i contatti telefonici i principali punti dell’ordine del giorno – la Siria, la Libia, le sanzioni europee contro la Russia -, affronto direttamente la questione che mi riguarda e gli chiedo le ragioni del trattamento ricevuto da Russia Today. […] Due ore dopo Russia Today aveva già corretto il tiro e cambiato titolo al servizio”. Non male, come confessione.

(per La Notizia)

La guerra in Ucraina frena le energie rinnovabili. Per la lobby del fossile ricomincia la cuccagna. Lo stop alla transizione produrrà effetti devastanti

Che la guerra in Ucraina, come tutti gli eventi che improvvisamente accadono, fosse usata per fomentare i piccoli interessi personali era prevedibile. È sempre accaduto, accade sempre e la storia recente ci insegna che gli interessi delle lobby le guerre le abbiano perfino fatte scoppiare. Questa guerra, in particolare, che influisce pesantemente sugli equilibri di approvvigionamento energetico di una buona fetta di mondo è un assist perfetto per tutti quelli che da anni ostacolano la ricerca e lo sviluppo di energie rinnovabili.

La guerra è un assist per tutti quelli che ostacolano la ricerca e lo sviluppo di energie rinnovabili

I produttori di armi e i signori dei combustibili fossili, del resto, sono due famiglie che si ritrovano spesso a braccetto. A pensarlo è anche António Guterres (nella foto), segretario generale dell’Onu, che ieri ha lanciato l’allarme: la guerra in Ucraina rischia di spostare fuori portata gli obiettivi globali sul clima se i Paesi risponderanno all’aggressione della Russia aumentando il loro uso di combustibili fossili (come Draghi ha già annunciato di voler fare).

António Guterres ha affermato che l’obiettivo di limitare le temperature globali a 1,5 °C sopra i livelli preindustriali (l’obiettivo fissato al vertice delle Nazioni Unite sul clima Cop26 lo scorso anno) è in bilico: “Le ricadute della guerra in Ucraina rischiano di capovolgere i mercati alimentari ed energetici globali, con importanti implicazioni per l’agenda climatica globale. Poiché le principali economie perseguono una strategia per sostituire i combustibili fossili russi, le misure a breve termine potrebbero creare dipendenza a lungo termine dai combustibili fossili e mancare l’obiettivo di 1,5°C”, ha avvertito, in un discorso video lunedì a una conferenza sulla sostenibilità tenuta dal quotidiano Economist a Londra.

“I Paesi potrebbero essere così consumati dall’immediato bisogno di approvvigionamento di combustibili fossili da trascurare o mettere in ginocchio le politiche per ridurre il loro utilizzo – ha spiegato Guterres – Questa è una follia. La dipendenza dai combustibili fossili è una distruzione assicurata”.

Il Piano europeo prevede lo sviluppo della produzione di energie rinnovabili, ma anche la ricerca di approvvigionamenti di combustibili fossili

L’Europa del resto dipende per il 40% dalla fornitura di gas russo (la Germania addirittura per il 60%) e il piano europeo per ridurre entro quest’anno di due terzi l’approvvigionamento russo e poi eliminarlo del tutto in futuro prevede, insieme allo sviluppo della produzione di energie rinnovabili, la ricerca di approvvigionamenti di combustibili fossili da altre nazioni del mondo (come il gas dal Qatar e il petrolio dall’Arabia Saudita). Anche gli Usa stanno considerando di aumentare le importazioni da Venezuela e Iran.

In questo scenario inevitabilmente le compagnie petrolifere e del gas hanno un’occasione d’oro per riportare indietro le lancette di decenni, tornando a svolgere un ruolo padronale nelle politiche energetiche come nemmeno il Covid gli aveva permesso di fare. Guterres ha affermato che il repentino ritorno ai combustibili fossili non farebbe che accumulare ulteriori problemi.

“La nostra continua dipendenza dai combustibili fossili mette l’economia globale e la sicurezza energetica alla mercé di shock e crisi geopolitiche”, ha affermato. “Invece di frenare la decarbonizzazione dell’economia globale, ora è il momento di dare il massimo verso un futuro di energia rinnovabile”. Il segretario generale delle Nazioni Unite ha ricordato anche la diffusa preoccupazione tra gli esperti di clima per il fatto che i progressi mostrati al vertice della Cop26 rischiano di dissiparsi sotto la pressione dell’impennata dei prezzi dell’energia e delle emissioni di gas serra.

L’Agenzia internazionale per l’energia ha rilevato che le emissioni annuali di anidride carbonica dall’energia sono lievitate del 6% l’anno scorso raggiungendo i livelli più alti della storia, appena le economie si sono riprese dalla pandemia di Covid-19. La “ripresa verde” che molti governi avevano promesso non si è mai concretizzata. Guterres ha avvertito: “Se continuiamo così possiamo dire addio a 1,5°C. Anche 2°C potrebbe essere fuori portata. Sarebbe una catastrofe”.

Chissà se i cantori dei combustibili fossili di casa nostra, quelli che hanno addirittura il coraggio di accusare gli ambientalisti per essere in queste condizioni, avranno modo di prendere appunti del discorso del capo dell’Onu. O come al solito, si fingeranno distratti.

(per La Notizia)

Zelensky parla alle Camere e i coraggiosi amici di Putin se la svignano. Dal Pillon ad Alternativa e alcuni M5S si danno alla fuga per esprimere il loro dissenso


La deputata del Movimento 5 Stelle Enrica Segneri ha detto che non ci sarà perché non vuole “sentire un’altra volta Zelensky chiedere la no fly zone”. Nicola Grimaldi (sempre del M5S) non ci sarà perché avrebbe preferito dare l’occasione di parlare anche Vladimir Putin, stessa motivazione dietro all’assenza di Matteo Dall’Osso, di Forza Italia. Sempre in Forza Italia Veronica Giannone (che se è una transfuga dal Movimento 5 Stelle) dice che non ci sarà perché contraria a questa “spettacolarizzazione”. Assente Gianluigi Paragone (fondatore del movimento Italexit) perché “né Zelensky, né Putin” così come Emanuele Dessì (Partito Comunista) convinto che “Zelensky non abbia nulla da dirmi perché la sua posizione non è neutrale”.

Tra le file della Lega mancherà probabilmente Vito Comencini che nei giorni scorsi aveva rilasciato un’intervista da San Pietroburgo (luogo natio di sua moglie) in cui ci diceva “qui i ristoranti sono pieni, i negozi pure. Una signora, per sdrammatizzare, mi ha detto: ‘Vuol dire che per un po’ mangeremo patate e cavolfiori’…”. Mancherà anche la senatrice Bianca Laura Granato, già protagonista di una lunga campagna di disinformazione sui vaccini e la pandemia.

Il gruppo Alternativa (formato soprattuto da grillini espulsi dal Movimento) non parteciperà in blocco: “Riteniamo infatti si tratti di una forzatura che non cambia di una virgola lo stato delle cose. Si tratta solo e soltanto un’operazione di marketing che non servirà a far cessare le ostilità e non avrà alcuna utilità per la parte offesa”, fanno sapere in un comunicato stampa. Essere solidali nei confronti di uno stato sovrano che è stato aggredito “con un’azione militare da tutti noi già ampiamente condannata, non significa dover assecondare una propaganda mirata ad alzare il tiro su richieste incessanti di interventi bellici”, spiega il partito.

Oggi Volodymyr Zelensky parlerà al Parlamento italiano in videoconferenza e, c’è da scommetterci, ripeterà il copione già ripetuto agli altri Stati: nel suo ruolo non può fare altro che chiedere aiuto, più aiuto possibile, ben sapendo che la Nato non potrà comunque dare l’inizio alla terza guerra mondiale.

Probabilmente, come ha già fatto, proverà a toccare le corde della storia, magari paragonando l’Ucraina di oggi alla Resistenza italiana, nonostante il suo paragone con la Shoah parlando al parlamento israeliano abbia irritato non poco i politici in ascolto. C’è tutto il diritto di criticare il presidente Zelensky ma non presenziare al suo intervento è un enorme errore: ascoltare una richiesta di aiuto è un atto politico. La pace non si ottiene rimuovendo una guerra. Troppo comodo così.

(il mio pezzo per La Notizia)

I rifugiati “non bianchi” in fuga dall’Ucraina finiscono nei centri di detenzione

Un’indagine di The Independent in collaborazione con Lighthouse Reports lo dice chiaro e tondo: i residenti ucraini di origine africana che hanno attraversato il confine per sfuggire alla guerra sono stati rinchiusi in centri per l’immigrazione, alcuni di loro si trovano lì da diverse settimane.

Almeno quattro studenti fuggiti dall’invasione di Vladimir Putin sono detenuti in una struttura di detenzione a lungo termine di Lesznowola, un villaggio a 40 km dalla capitale polacca Varsavia, con pochi mezzi di comunicazione con il mondo esterno e senza consulenza legale. Uno di loro ha detto di essere stato fermato dai funzionari mentre attraversavano il confine e di non aver avuto “scelta”: ha dovuto di firmare un documento che non comprendeva prima di essere trasferito al campo. Un uomo nigeriano attualmente detenuto ha detto di essere “spaventato” per quello che gli accadrà dopo essere stato trattenuto nella struttura per più di tre settimane.

La polizia di frontiera polacca ha confermato che 52 cittadini di Paesi terzi fuggiti dall’Ucraina sono attualmente detenuti in centri di detenzione in Polonia. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha affermato di essere a conoscenza di altre tre strutture in Polonia dove sono detenute persone non ucraine fuggite dalla guerra. Uno studente nigeriano fuggito dall’invasione russa sarebbe stato detenuto in Estonia dopo essersi recato nel Paese per raggiungere i parenti e ora è minacciato di espulsione.

Maria Arena, presidente della commissione per i diritti umani del parlamento Ue, ha dichiarato: «Gli studenti internazionali in Ucraina, così come gli ucraini, sono a rischio e rischiano la vita nel Paese. La detenzione, l’espulsione o qualsiasi altra misura che non garantisca loro protezione non è accettabile».

Jeff Crisp, ex capo della politica, dello sviluppo e della valutazione dell’Unhcr, ha affermato che è «chiaramente insoddisfacente e discriminatorio» che cittadini di Paesi terzi fuggiti dall’Ucraina vengano trattenuti nei centri di detenzione negli Stati dell’Ue. Ha aggiunto: «Dovrebbero essere rilasciati immediatamente e trattati alla pari con tutti gli altri che sono stati costretti a lasciare l’Ucraina».

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati Filippo Grandi ha avvertito questa settimana che, sebbene sia soddisfatto dal sostegno dei Paesi che accolgono i rifugiati ucraini, molte minoranze – spesso stranieri che vi hanno studiato o lavorato – hanno descritto un’esperienza molto diversa. «Abbiamo anche testimoniato una pessima realtà: alcuni neri in fuga dall’Ucraina – e altre guerre e conflitti in tutto il mondo – non hanno ricevuto lo stesso trattamento dei rifugiati ucraini», ha spiegato.

Se ne parla ormai da settimane. Intanto il razzismo continua. Aiutare tutti, ma proprio tutti: questo è il dovere.

Buon venerdì.

Nella foto: profughi al confine con la Polonia, Medyka, 1 marzo 2022

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I Talebani non mantengono le promesse: le donne non vanno a scuola

L’avevano ripetuto in molti che fidarsi dei Talebani mentre promettevano un Afghanistan “moderno” nei diritti sarebbe stato un errore enorme. Noi abbiamo fatto perfino di peggio, ce ne siamo proprio dimenticati.

E infatti ieri i talebani hanno bruscamente revocato la loro decisione di consentire la riapertura delle scuole superiori femminili questa settimana, dicendo che rimarranno chiuse fino a quando i funzionari non elaboreranno un piano per la loro riapertura in conformità con la legge islamica. Del resto governare un Paese riferendosi alla presunta parola di un presunto dio comporta sempre questo rischio: ogni interpretazione è legittima.

Così un milione e mezzo di ragazze sopra agli 11 anni vedono soffocato il proprio desiderio di istruirsi, con buona pace anche dell’Occidente che aveva promesso di “non lasciarle mai sole”. In tutta la capitale, Kabul, mercoledì mattina molte ragazze erano arrivate alle scuole superiori entusiaste di tornare nei campus e alcune scuole hanno aperto, almeno per qualche ora. Ma quando si è diffusa la notizia che i talebani avevano invertito la loro decisione, molte se ne sono andati in lacrime.

In questi mesi la comunità internazionale ha fatto dell’educazione delle ragazze una condizione centrale degli aiuti esteri e di ogni futuro riconoscimento dei talebani. Sotto il primo governo talebano, dal 1996 al 2001, il gruppo ha vietato alle donne e alle ragazze la scuola e la maggior parte dei lavori. Vietare di frequentare le scuole secondarie alle ragazze è una scelta che contraddice la linea politica governativa afghana sostenuta in questi mesi, che sembrava mirare agli aiuti e al riconoscimento politico da parte della comunità internazionale: il diritto paritetico all’educazione, per tutti, è infatti uno dei punti dirimenti della trattativa con il regime afgano.

Chissà se torna di moda, l’Afghanistan.

Buon giovedì.

 

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Le donne trans intrappolate in Ucraina

Come racconta il giornalista Lorenzo Tondo su The Guardian alle donne trans in Ucraina viene negato il passaggio in Paesi più sicuri, nonostante il loro status legale di donne e il pericolo rappresentato dalle politiche transfobiche della Russia.

Al The Guardian Judis, una donna transgender il cui certificato di nascita la definisce femmina, racconta che  il 12 marzo verso le 4 del mattino, dopo una lunga e umiliante ricerca, le guardie di frontiera hanno stabilito che fosse un uomo e le hanno impedito il passaggio in Polonia. «Le guardie di frontiera ucraine ti spogliano e ti toccano ovunque», dice Judis. «Puoi vedere sui loro volti che si stanno chiedendo ‘cosa sei?’ come se fossi una specie di animale o qualcosa del genere».

Quando l’Ucraina ha imposto la legge marziale il 24 febbraio, a tutti gli uomini di età compresa tra i 18 ei 60 anni è stato vietato di lasciare il Paese. Da allora, si stima che centinaia di trans ucraini abbiano tentato di attraversare il confine. Al Guardian è stato riferito da attivisti e operatori umanitari che, nonostante il loro status legale di donne, dozzine sono state maltrattate e respinte ai confini, con molte che temono per la propria vita nel caso in cui il regime transfobico della Russia prendesse il sopravvento.

Secondo la International lesbian, gay, bisexual, trans and intersex Association, l’Ucraina è al 39° posto su 49 Paesi europei per il trattamento complessivo delle persone LGBTQ+. I matrimoni gay non sono consentiti nel Paese, la Chiesa cristiano-ortodossa considera l’omosessualità un peccato e non esistono leggi antidiscriminatorie a tutela delle persone LGBTQ+.

Dal 2017, le persone trans in Ucraina sono state legalmente riconosciute, ma devono essere sottoposte a un’ampia osservazione psichiatrica e a un lungo processo burocratico prima che il loro genere possa riflettersi sui documenti formali. Coinvolti in questo complesso processo, migliaia di trans ucraini non avevano alcun documento di identità personale o certificato quando è scoppiata la guerra.

Alice, 24 anni, una donna trans di Brovary, una cittadina vicino a Kiev, ha raccontato un’esperienza simile. Lei e sua moglie, Helen, una 21enne che si identifica come non binaria, sono state fermate dalle guardie di frontiera durante un tentativo di entrare in Polonia. «Ci hanno portato in un edificio vicino al valico di frontiera», racconta Alice. «C’erano tre agenti nella stanza. Ci hanno detto di toglierci le giacche. Ci hanno controllato le mani, le braccia, il collo per vedere se avevo un pomo d’Adamo. Mi hanno toccato il seno. Dopo averci esaminato, le guardie di frontiera ci hanno detto che eravamo uomini. Abbiamo cercato di spiegare la nostra situazione, ma a loro non importava».

Pochi giorni prima dell’invasione, l’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Bathsheba Nell Crocker, ha avvertito in una lettera del piano della Russia di continuare le violazioni dei diritti umani nelle parti dell’Ucraina che già occupa. «Questi atti (uccisioni, rapimenti/sparizioni forzate, detenzioni ingiuste e uso della tortura) prenderebbero probabilmente di mira coloro che si oppongono alle azioni russe, comprese le popolazioni vulnerabili come le minoranze religiose ed etniche e le persone LGBTQI+», ha scritto Crocker.

Salvare tutti, ripetono i leader del mondo in questi giorni. Sì, ma tutti.

Buon mercoledì.

Nella foto: Trans march, Kiev, 22 maggio 2021

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Analisi che vale la pena leggere sulla guerra

Mi si perdonerà se oggi decido di mettere questo spazio a disposizione di un’analisi di un giornalista che le guerre le vive per mestiere da anni, non un Giletti qualsiasi affamato di un reality con spari in lontananza ma qualcuno che prova a tenere la barra dritta in questo momento di pericolosa emotività: l’inviato del Tg3 Nico Piro.

Scrive Piro: «#21marzo #Russia #Ucraina #Guerra cominciamo con il bombardamento di oggi a Kyev nelle immagini di un collega della Bild. Non ci vogliono sofisticate indagini per capire che questo è un quartiere residenziale e non un obiettivo militare. Ora di fronte a queste tragiche scene ci sono due possibili reazioni di noi osservatori: 1) condannare attacchi sui civili e spingere per trattative di pace 2) usarle per ricordarci quanto cattivi siano i russi e giustificare l’ampliamento del conflitto. Se fa testo quello che accade dai primi giorni, la voce dominante – anche oggi – sarà quella del Pub (il pensiero unico bellicista) che chiede di fatto un diretto coinvolgimento Nato, quindi una guerra da elevare al cubo. Bisogna precisare che ampliamento del conflitto significherebbe ancora più vittime civili e più distruzione? È scontato ma il Pub lo dimentica fantasticando di una caduta di Putin che un bookmaker serio darebbe 1 a 100. E qui veniamo ad un altro aspetto del conflitto sottaciuto: a mio modesto avviso, è chiaro che gli Usa implicitamente puntano al regime change in Russia, cioè usano la guerra per tentare di liberarsi di Putin. Come si spiegherebbero altrimenti le parole di Biden contro Putin? È un punto di non ritorno. Biden e il “criminale di guerra” come lo ha definito mai più si siederanno allo stesso tavolo. Anche le sanzioni (arma sacrosanta e ben migliore di una guerra) sembrano pensate proprio per mettere contro oligarchi e Putin, far scattare un dissenso popolare e quindi reazioni da epoca Eltsin e assalto alla Casa bianca (di Mosca). Non sta accadendo e difficilmente accadrà. Questo però non aiuta la pace. Vediamo perché.

A mio avviso la soluzione militare in Ucraina non esiste, non c’è possibilità di vittoria per nessuna delle due parti. L’unica soluzione è trattare (e farlo è molto più rischioso per Zelensky che per Putin, al quale basta “poco” per dipingersi da trionfatore). Se non si tratta e non lo si fa subito entro domenica prossima – per azzardare un’ipotesi – il rischio per questo conflitto è di assumere il modello afghano cioè una guerra di guerriglia open-end (senza fine in vista) con un colosso militare che mai (pur raddoppiando i suoi 200mila uomini) potrà controllare un Paese con 40mil di abitanti ostili e armati, e con una avversario (l’invaso) che mai potrà bilanciare la forza militare dell’avversario ma può imporgli un pedaggio altissimo di caduti, equipaggiamento distrutto, soldi spesi. In pratica una situazione in cui nessuno dei due può vincere mentre a perdere sarebbero cmq i civili ucraini. Quando il Pub spinge per ampliamento del conflitto dimentica questo che è lo scenario più probabile. Tra l’altro sarebbe ora di ammettere che nei primi giorni del conflitto sono state fatte analisi che si sono rivelate delle balle finite (sicuramente in buona fede) a convincere l’opinione pubblica che la partita bellica si sarebbe chiusa rapidissimamente di fronte al disorganizzato esercito guidato da un pazzo che maltratta in pubblico persino il capo dei suoi servizi segreti. Decidendo di mandare armi in Ucraina (non bastavano quelle Uk e Usa) l’Europa si è fatta fuori dal ruolo di possibile mediatore. Resta la Turchia ma 1) Erdogan non è meglio di Putin 2) ha bisogno di rifarsi l’immagine più che del successo nel mettere d’accordo Russia e Ucraina. Ormai credo che l’unico Paese che possa effettivamente mediare tra le parti mettendo (con le quali ha profondi rapporti) sia Israele il quale ha però evidentemente bisogno di una forte investitura Usa che per ora tifano guerra. 

A questo punto del thread spunterà qualcuno (al netto dei troll) che esibisce i danni culturali prodotti dal Pub e denuncia la “richiesta di resa” ai danni dell’Ucraina. È un’identificazione ontologica e lessicale di trattativa con resa. Lo trovo tragico ma do atto agli opinionisti con l’elmetto di essere riusciti in un’opera tutta in salita: dopo 20 anni di guerra-fallimento in Afghanistan, di nuovo c’è chi considera la guerra come uno strumento utile. Siamo tornati al clima post 11/9. Fa paura. Passiamo a Mariupol dove si sta consumando quanto atteso: si va casa per casa. Russi e separatisti continuano a bombardare indiscriminatamente ma credo che la verità su Mariupol emergerà solo tra (molto?) tempo. Intendo la parte di responsabilità portata dai neonazisti (dichiarati) del Reggimento Operazioni Speciali Azov noti per crudeltà e spregiudicatezza in otto anni di conflitto in Donbass. Tra l’altro ho l’impressione (potrei sbagliarmi) che Zelensky nel rifiutare la resa richiesta dai russi per stamane (pur sapendo che la sconfitta è sicura, che su 1/2 milione di abitanti la quota di civili morti è destinata così a crescere) ha mollato Azov al suo destino e quindi allo sterminio. Come dico dai primi giorni Mariupol ha un valore strategico enorme (corridoio di terra tra Rostov e Crimea, controllo mar d’Azov) ma anche simbolico. Se Putin (sbagliando) definisce l’Ucraina un Paese da denazificare, è evidente che vuole foto delle sue truppe nel comando di Azov come fu per i marines nei palazzi di Saddam. Sta di fatto che tra le reciproche accuse in quasi 3 settimane di assedio non si è riusciti ad evacuare Mariupol e la città è in macerie per il 40%. Folle».

In mezzo a tanti superficiali sconsiderati vale la pena regalarsi l’opportunità di leggere un’analisi così. Comunque la si pensi. Grazie, Nico.

Buon martedì.

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Aytugan Sharipov e quanto costa chiedere la pace in Russia

Tutto il mondo ha saputo dell’arresto di Marina Ovsyannikova, la giornalista russa che ha interrotto un programma televisivo con un cartello contro la guerra che denunciava la propaganda del Cremlino propinata ai telespettatori. Il giudice l’ha condannata per protesta non autorizzata e gli occhi del mondo hanno probabilmente evitato reazioni peggiori.

Ovd Info, sito indipendente russo che diffonde informazioni e assicura assistenza legale a chi si oppone alla guerra, Mediazona e Doxa stanno pubblicando informazioni sui procedimenti amministrativi avviati contro persone che hanno espresso dichiarazioni contro la guerra sui social network. In base alla nuova legge “sui falsi e sul discredito dell’esercito” sono decine le testimonianza di multe e arresti.

Come racconta il sito azionenonviolenta.it «dall’Università Pediatrica di San Pietroburgo giungono notizie di espulsioni e arresti verso studenti che hanno partecipato a manifestazioni di protesta contro la guerra. Tre giovani del sesto anno, di cui uno disabile, già arrestati e multati nel corso di manifestazioni, ora sono stati espulsi. Una ragazza è stata convocata dall’amministrazione dell’università. Le hanno chiesto a quale scopo si trovava nel centro di San Pietroburgo, da quale ideologia era guidata e chi animava le proteste. L’ateneo ha anche minacciato di licenziare gli insegnanti che hanno firmato le lettere contro la guerra. Il 3 marzo presso la stessa Università si è tenuto un incontro a sostegno di Vladimir Putin con la partecipazione di medici che hanno lavorato nelle autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk (Dpr) e Lugansk (Lpr), nel Donbass. È stata discussa una risoluzione di tre punti approvata all’unanimità: “Siamo sicuri che il fascismo non esisterà più in Ucraina. Lunga vita al Presidente della Russia! Viva le forze armate russe, i difensori della nostra Patria!”».

Ma le notizie più drammatiche riguardano Aytugan Sharipov, un attivista ambientale della città di Ufa. Come racconta Azione non violenta il 24 febbraio scorso è stato fermato durante un picchetto contro la guerra e in seguito rilasciato dal dipartimento di polizia. Il quotidiano russo Kommersant riporta che il 2 marzo Sharipov è stato nuovamente arrestato e trattenuto per una notte. La mattina dopo è stato portato in tribunale, dove ha affermato che alcuni ufficiali dell’Fsb (Servizio federale per la sicurezza della Federazione russa) e membri del Sobr (squadra speciale per il controllo dell’ordine pubblico), guidati dall’ufficiale senior Roman Mozgovoy, erano andati a casa sua ancor prima del secondo arresto, per condurre una perquisizione. Sarebbero stati insospettiti da presunti commenti contro la guerra espressi dall’attivista su WhatsApp; secondo le forze di sicurezza, quei commenti insultavano l’esercito russo e indicavano la cooperazione di Sharipov con i servizi segreti ucraini.
Sharipov, dopo la perquisizione, sarebbe stato portato nell’edificio dell’Fsb, dove per circa otto ore sarebbe stato interrogato, picchiato e torturato con scosse elettriche attaccandogli elettrodi al mignolo del piede sinistro. Ha riferito che in quel momento era ammanettato e aveva la testa e gli occhi avvolti con nastro adesivo.
«Quando ho iniziato a urlare, mi hanno messo in bocca un pezzo di carta arrotolato e mi hanno detto che era per il mio bene, così non mi sarei morso la lingua. Diverse volte ho perso conoscenza, mi hanno somministrato l’ammoniaca e hanno aumentato la corrente», ha detto Sharipov. Nel frattempo le forze di sicurezza lo avrebbero insultato come “traditore nazionale” e “banderista”.
In seguito si sarebbero offerti di registrare un video in cui Sharipov avrebbe dovuto scusarsi con l’esercito russo, ma quando ha rifiutato, ne hanno registrato un altro in cui si rifiuta di rispondere alla domanda: «Hai pubblicato dei commenti su un gruppo WhatsApp in merito al contingente militare russo in Ucraina». Quindi Sharipov sarebbe stato messo su un autobus, dove avrebbero continuato a picchiarlo. Successivamente sarebbe stato ributtato in strada, e poi arrestato dalla polizia. Il video dell’interrogatorio e gli screenshot dei commenti offensivi sull’esercito russo scritti da Sharipov sono stati successivamente pubblicati su canali anonimi di Telegram.
Al processo Sharipov ha mostrato i polsi segnati dalle manette e si è detto pronto a «spogliarsi e mostrare i segni delle percosse». Inoltre, non riusciva a reggersi sulla gamba sinistra. L’attivista ha affermato di non avere rivendicazioni contro gli agenti di polizia, dal momento che «non lo hanno picchiato e hanno chiamato un’ambulanza alla stazione di polizia, il cui paramedico ha registrato le percosse». Il padre di Sharipov ha confermato la perquisizione e ha anche detto che suo figlio lo aveva chiamato dalla stazione di polizia e gli aveva raccontato delle torture.
La polizia ha detto di aver fermato Sharipov per il suo aspetto sospetto e il suo linguaggio scurrile. Il tribunale lo ha condannato a dieci giorni di arresto in base all’articolo sul teppismo minore (parte 1, articolo 20.1 del codice dei reati amministrativi della Federazione Russa), motivando la decisione con la «personalità di Sharipov» e il fatto che la violazione «ha invaso l’ordine pubblico e la sicurezza».

Piccole storie di coraggio guardando dritto negli occhi gli uomini di Putin.

Buon lunedì.

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Un milione e mezzo di under 18 in fuga dall’Ucraina. Già in Italia 50mila profughi. Quasi la metà sono minorenni

Il 17 marzo in Italia, secondo i dati del ministero dell’Interno ( – ), erano arrivati in Italia già oltre 50mila profughi dall’Ucraina (). Di questi oltre 20mila sono minori. Il 14 marzo la Prefettura di Roma registrava quasi 2.400 profughi ucraini, in maggior parte donne e bambini. Le più grandi organizzazione che si occupano di migrazioni e di infanzia (dall’Unicef a Save The Children, dall’Unhcr fino a Telefono Azzurro) raccontano che dei 4 milioni di profughi che si sono messi in marcia verso la salvezza da quando è iniziata la guerra in Ucraina più di 1 milione e 500mila sono bambini.

Settantamila minori, secondo i calcoli dell’Unicef, ogni giorno diventano profughi: quasi uno al secondo. La maggior parte di loro viaggia con le madri e con le nonne ma spesso sono affidati ai convogli che viaggiano verso i confini di Polonia e Romania, dove arrivano soli, senza nessun parente. “Il rischio che alle frontiere chi non è protetto da una rete familiare finisca in un circuito di tratta e di pedofilia è alto e riguarda sia le donne che i bambini”, spiega Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, che insieme a Unhcr e a Save the Children ha creato un presidio di accoglienza al valico di Trieste.

Anche sulla tragedia ucraina, come in tutti i territori di guerra, sui minori si avventano avvoltoi senza scrupoli pronti ad approfittare della crisi umanitaria per inserire i minori nei percorsi illegali di tratta, sfruttamento e prostituzione. Anche se in Italia per ora si è in grado di ricostruire i gradi di parentela per i bambini non accompagnati ai confini con l’Europa arrivano già segnalazione di sparizioni.

Dei 18mila profughi circa arrivati da noi quasi tutti sono con le madri, con altri familiari o con educatori se si tratta di ex ospiti di qualche orfanotrofio. Il Viminale ha nominato commissario nazionale per i minori non accompagnati la prefetta Francesca Ferrandino, capo del dipartimento libertà civili e immigrazione, che ha chiesto alle associazione che si occupano del trasferimento dei minori di comunicare tempestivamente il luogo di permanenza, la presenza di accompagnatori e di segnalare subito ai tribunali dei minori la presenza di eventuali bambini soli per una veloce nomina di un tutore legale come prevedono le norme internazionali.

Le norme però fanno anche paura: le famiglie rimasta in Ucraina che sono riuscite a far uscire dal Paese solo i ragazzi e bambini temono che i propri figli possano finire nel circuito internazionale dell’adozione. Per questo il ricongiungimento familiare sarà un’altra enorme sfida per l’Italia, facilitata dalla massiccia presenza di comunità ucraine (già da prima che scoppiasse la guerra) che permettono una più facile ricerca di legami parentali.

Il dramma dei profughi nel nostro Paese ha acceso un’enorme risposta emotiva ma la solidarietà non organizzata nasconde sempre dei rischi. Le associazioni improvvisate potrebbero inconsapevolmente incorrere in errori dovuti alla scarsa esperienza e il business di affidi e adozioni illecite guarda con grande interesse ciò che sta accadendo nell’Unione europa, con questa enorme massa di bambini utili per diventare “merce”. Tra i più fragili ci sono gli oltre centomila minori che in Ucraina vivevano negli istituti, molti di loro “orfani bianchi” figli di genitori emigrati all’estero in cerca di miglior fortuna. Strapparli dalla guerra è solo il primo passo, poi bisogna essere in grado di proteggerli e prendersene cura.

(da La Notizia)

L’inferno dei migranti bambini. In tre anni 18mila scomparsi. Ogni giorno spariscono 17 minori non accompagnati. Così da terra promessa l’Europa diventa un incubo

Il 17 marzo in Italia, secondo i dati del ministero dell’Interno ( – ), erano arrivati in Italia già oltre 50mila profughi dall’Ucraina (). Di questi oltre 20mila sono minori. Il 14 marzo la Prefettura di Roma registrava quasi 2.400 profughi ucraini, in maggior parte donne e bambini. Le più grandi organizzazione che si occupano di migrazioni e di infanzia (dall’Unicef a Save The Children, dall’Unhcr fino a Telefono Azzurro) raccontano che dei 4 milioni di profughi che si sono messi in marcia verso la salvezza da quando è iniziata la guerra in Ucraina più di 1 milione e 500mila sono bambini.

Settantamila minori, secondo i calcoli dell’Unicef, ogni giorno diventano profughi: quasi uno al secondo. La maggior parte di loro viaggia con le madri e con le nonne ma spesso sono affidati ai convogli che viaggiano verso i confini di Polonia e Romania, dove arrivano soli, senza nessun parente. “Il rischio che alle frontiere chi non è protetto da una rete familiare finisca in un circuito di tratta e di pedofilia è alto e riguarda sia le donne che i bambini”, spiega Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, che insieme a Unhcr e a Save the Children ha creato un presidio di accoglienza al valico di Trieste.

Anche sulla tragedia ucraina, come in tutti i territori di guerra, sui minori si avventano avvoltoi senza scrupoli pronti ad approfittare della crisi umanitaria per inserire i minori nei percorsi illegali di tratta, sfruttamento e prostituzione. Anche se in Italia per ora si è in grado di ricostruire i gradi di parentela per i bambini non accompagnati ai confini con l’Europa arrivano già segnalazione di sparizioni.

Dei 18mila profughi circa arrivati da noi quasi tutti sono con le madri, con altri familiari o con educatori se si tratta di ex ospiti di qualche orfanotrofio. Il Viminale ha nominato commissario nazionale per i minori non accompagnati la prefetta Francesca Ferrandino, capo del dipartimento libertà civili e immigrazione, che ha chiesto alle associazione che si occupano del trasferimento dei minori di comunicare tempestivamente il luogo di permanenza, la presenza di accompagnatori e di segnalare subito ai tribunali dei minori la presenza di eventuali bambini soli per una veloce nomina di un tutore legale come prevedono le norme internazionali.

Le norme però fanno anche paura: le famiglie rimasta in Ucraina che sono riuscite a far uscire dal Paese solo i ragazzi e bambini temono che i propri figli possano finire nel circuito internazionale dell’adozione. Per questo il ricongiungimento familiare sarà un’altra enorme sfida per l’Italia, facilitata dalla massiccia presenza di comunità ucraine (già da prima che scoppiasse la guerra) che permettono una più facile ricerca di legami parentali.

Il dramma dei profughi nel nostro Paese ha acceso un’enorme risposta emotiva ma la solidarietà non organizzata nasconde sempre dei rischi. Le associazioni improvvisate potrebbero inconsapevolmente incorrere in errori dovuti alla scarsa esperienza e il business di affidi e adozioni illecite guarda con grande interesse ciò che sta accadendo nell’Unione europa, con questa enorme massa di bambini utili per diventare “merce”. Tra i più fragili ci sono gli oltre centomila minori che in Ucraina vivevano negli istituti, molti di loro “orfani bianchi” figli di genitori emigrati all’estero in cerca di miglior fortuna. Strapparli dalla guerra è solo il primo passo, poi bisogna essere in grado di proteggerli e prendersene cura.

(da La Notizia)