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Facciamo sparire i testimoni?

Tra il 1 e il 2 luglio 2018, 276 bambini, donne e uomini (con Loni, che era ancora nella pancia della sua mamma, fanno 277) in acque internazionali salirono a bordo della nave italiana Asso ventinove, chiesero di fare domanda di asilo politico in Italia (Paese di bandiera), ma il comandante della nave fece rotta su Tripoli. Secondo la compagnia di navigazione ad ordinare questo sarebbero state le navi Caprera e Caio Duilio della Marina militare italiana. Il tutto in totale segreto.

Left è stato il primo media a parlarne, nel 2019, quando pubblicammo una lunga inchiesta sul caso.

La storia la racconta Sarita Fratini nel suo blog di saritalibre ed è anche un appello: tra quelle persone c’era Malik. Racconta Sarita: «Negli ultimi cinque anni, dopo la deportazione operata dalla Asso ventinove, è stato recluso in diversi terribili lager, dove ha visto morire tanti compagni e compagne di sventura. È riuscito a fuggire dai lager e nell’autunno-inverno 2021-2022 ha partecipato al presidio di protesta davanti all’ufficio di Unhcr a Tripoli. Malik, come tanti altri rifugiati/e, ha il numero Unhcr ed attende l’evacuazione. Da 4 anni. Due mesi fa le guardie libiche hanno arrestato i rifugiati del presidio e deportato tutti nel lager di Ain Zara. Malik è uno di loro».

«Ieri al tribunale civile di Roma – prosegue Sarita – c’è stata una causa: una donna, un bimbo e tre ragazzi sono riusciti a scappare dalla Libia e hanno presentato un ricorso contro il comandante della nave, la compagnia di navigazione, il consiglio dei ministri italiano e i ministeri di Difesa, Trasporti e Interno (allora retto da Salvini). Malik e tutti gli altri sopravvissuti che sono ancora in Libia purtroppo non hanno diritto a venire rappresentati da avvocati. Non possono quindi unirsi alla causa civile italiana. Malik si sta spegnendo in un lager. Con le poche forze che ancora gli rimangono, ha aiutato a ricostruire il caso Asso ventinove per la causa civile intentata da quei compagni di viaggio che, più fortunati, sono usciti dalla Libia. Il sistema dei lager libici, finanziato dall’Italia, si sta liberando di tutti i testimoni delle violazioni dei diritti umani compiute dal governo italiano».

L’idea di far eliminare i testimoni delle nostre violazioni è qualcosa che non sarebbe nemmeno immaginabile. E invece accade.

Buon mercoledì.

L’articolo proviene da Left.it qui

“Non sono filo-Putin ma”: il nuovo motto dei leghisti che non riescono a condannare Mosca

Matteo Salvini ha provato a scrollarsi di dosso Putin. Non è andata benissimo, la foto del sindaco della città di Przemysl, Wojciech Bukan, che lo sbugiarda mostrandogli la sua maglietta inneggiante a Putin ha fatto il giro del mondo e ha provocato smottamenti anche all’interno della Lega. Ma l’operazione di prendere le distanze da Putin e dalla proiezione che su di lui hanno costruito i sovranisti in Europa è ancora lungi dal finire.

In un’intervista rilasciata a Repubblica il deputato leghista Vito Comencini ci fa sapere di essere a San Pietroburgo, città natale della moglie, e di avere una visione almeno un po’ strabica di quello che sta accadendo. Si dichiara pronto ad andare a recuperare i profughi «giunti dalle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk», facendoci intendere che i profughi ucraini non siano una priorità e ricalca la solita retorica leghista: «Difendo i valori della civiltà classico cristiana in Europa». Cosa ci sia di cristiano nel colpire i civili e nell’occupare un Paese rimane un insondabile mistero. Che dopo 20 giorni di guerra esista ancora un politico in Italia capace di rivendere Putin come incarnazione di un qualsiasi valore è la fotografia di una miopia umana, oltre che politica, che ci ha portato fin qui.

Ma non è tutto, Comencini riesce nella sua intervista anche a ridurre il valore delle vite umani alla percezione personale: «qui i ristoranti sono pieni, i negozi pure. Una signora, per sdrammatizzare, mi ha detto: “Vuol dire che per un po’ mangeremo patate e cavolfiori”». Capite il livello del dibattito? Qui siamo alla stregua di coloro che negavano il Covid perché «nessuno dei miei amici l’ha mai preso», per superficialità la frase ricorda molto Berlusconi che negava la crisi adducendo “i ristoranti pieni” come prova della sua irragionevole tesi.

Immancabile come sempre per Comencini c’è anche il solito attacco nel mucchio alla propaganda mediatica (che invece è un tema complesso e serissimo che andrebbe appunto affrontato con serietà): «Qui le tv locali denunciano fake news», ci fa sapere il deputato leghista. Ci sta dicendo che le televisioni russe accusano di fake news gli altri media. La prima vittima della guerra è la verità ma a Comencini si sono dimenticati di insegnarglielo.

Il punto però è un altro: la Lega continuerà a fare come ha sempre fatto, si dividerà tra “poliziotti buoni” e “poliziotti cattivi” tentando goffamente a tenere insieme opposte fazioni di elettori. Fino alla prossima maglietta e alla prossima figura barbina di Salvini.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Il dibattito sulla guerra fa schifo

Ieri un missile balistico presubilmente ucraino ha colpito la città di Donetsk uccidendo 23 persone (tra cui un bambino) e ferendone altre, tutti civili che stavano in coda davanti allo sportello di una banca o che passavano di lì. È uno dei molti fatti terribili che stanno accadendo in questi giorni a seguito dell’invasione della Russia, in cui 90 bambini sono stati uccisi (tanto per dare un’idea) e in cui centri civili vengono continuamente colpiti dall’esercito di Putin.

La notizia è rilevante perché indicherebbe una controffensiva dell’esercito ucraino ed è stata riportata da diverse fonti. Ci sono ovviamente le fonti della propaganda russa (quello devono fare, sono pagate per quello) ma ci sono giornalisti che sulle responsabilità dell’invasione hanno idee ben chiare. C’è il giornalista di Domani Davide Maria De Luca, c’è il giornalista di Avvenire Nello Scavo: una schiera di giornalisti che hanno rilanciato la notizia riportando le versioni di russi e ucraini (ovviamente opposte).

Il dibattito sulla guerra però non cerca notizie per costruire la complessità, no. Il dibattito sulla guerra ha bulimia di notizie che confortino le proprie posizioni. C’è gente talmente piccola che ha bisogno di essere bombardata (e bombardare) di quanto i russi siano cattivi e che non ha lo spazio nel cervello nemmeno per scorgere eventuali mancanze di quegli altri, dimostrando tra l’altro un’abissale ignoranza sulle guerre, dove la prima vittima è la verità.

Nello Scavo per tutto il giorno s’è preso del filoputiniano, lo stesso è accaduto per tutti gli altri. Con me è venuto persino facile visto che l’assonanza sinistra-filoPutin è la nuova formula algebrica dei polarizzatori per professione. Il motivo è semplice: della guerra e dei morti alla maggior parte dei commentatori non gliene frega un bel niente. La guerra e i morti sono piegati al proprio cortile, alle baruffe contro i nemici politici di casa nostra, in un provincialismo che fa schifo. Usare milioni di profughi e migliaia di morti per dimostrare che i presunti “avversari politici” locali stanno sbagliando è una nefandezza schifosa e meschina.

Ieri in collegamento con La7 Francesca Mannocchi, bravissima inviata di guerra amata fino a un secondo prima dai guerriglieri da divano si è permessa di dire che sulla base di quanto ha potuto vedere nei giorni scorsi a Irpin (Ucraina) – dove è stato ucciso il giornalista americano – non è possibile attribuire la morte di Brent Renaud a una parte o all’altra. Funziona così: non è sempre chiaro e non è sempre propaganda.

Ma qui non interessa il giornalismo: l’importante è cogliere indizi per poterti mettere in un cassetto o nell’altro. Siamo a questi livelli di dibattito.

Buon martedì.

Nella foto: Un vigile del fuoco guarda un frammento di un missile ucraino Tocka-U a Donetsk, 14 marzo 2022

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Ecco cosa diranno tra poco

Che l’esplosione di solidarietà nei confronti degli ucraini in fuga sia in alcuni casi un losco tentativo di mondare macroscopici errori politici lo dimostra il fatto che la retorica è direttamente proporzionale al passato amore per Putin. Mentre coloro che si occupano (e professano) solidarietà da sempre ora assistono sgomenti all’ennesima guerra drammatica come lo sono tutte le guerre di tutti questi anni (seppure con numeri molto più importanti per l’impatto sull’Europa in termini di sfollati) i sovranisti del mondo insistono nel farci credere che questa sia l’unica guerra giusta di cui occuparci per nascondere la loro cinica indifferenza per le guerre passate e per sublimare il fatto che siano stati i cagnolini di Putin sguinzagliati per l’Europa.

Per questo c’è da scommetterci che non terrà a lungo questa unità di intenti nei confronti del popolo ucraino. Serve solo il tempo per fare dimenticare le felpe con Putin. Passato quello dovranno per forza riprendere le loro posizioni sull’immigrazione, altrimenti dovrebbero riscrivere l’intero programma elettorale e regalare i frutti della xenofobia a qualcun altro.

Se volete sapere come andrà finire un vento del futuro arriva direttamente dalla Francia dove il candidato Eric Zemmour (uno così schifosamente razzista da fare impallidire perfino alcuni razzisti) che ha affermato che gli ucraini con legami familiari con la Francia dovrebbero ricevere i visti, a differenza di coloro che fuggono dai conflitti nelle nazioni musulmane per cui non vale nemmeno un rapporto con il territorio. Zemmour ha applaudito l’approccio più rigoroso del Regno Unito (lunedì il Regno Unito ha respinto le richieste di allentamento dei requisiti di visto per i rifugiati ucraini): «Solo se hanno legami con la Francia, se hanno una famiglia in Francia… diamo loro i visti», ha detto Zemmour a Bfm Tv.

«È una questione di assimilazione», ha detto Zemmour. «Ci sono persone che sono come noi e persone che sono diverse da noi. Tutti ora capiscono che gli immigrati arabi o musulmani sono troppo diversi da noi e che è sempre più difficile integrarli». «Siamo più vicini agli europei cristiani», ha spiegato.

Vedrete che tra poco lo ascolteremo anche qui.

Buon lunedì.

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Facebook si mette l’elmetto. Sdoganati gli haters ma solo se sparano a Putin. Ora a Vladimir si può augurare la morte senza essere bannati

Ora potete stare tranquilli: Facebook continuerà a censurare vostre foto in cui c’è qualcosa che assomiglia a un capezzolo, vi ammonirà se scrivete una parola razzista riportando testualmente un discorso razzista che fortemente condannate ma in compenso oggi vi permette di augurare la morte ai russi e a Putin.

Reuters infatti riporta che Meta (la società che controlla tra gli altri Facebook e Instagram) avrebbe deciso di allentare i limiti sui post che invocano la morte contro Vladimir Putin e Alexandr Lukashenko. “A seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, abbiamo temporaneamente concesso forme di espressione politica che normalmente violerebbero le nostre regole.

Ad esempio, post violenti come l’invocare la ‘morte agli invasori russi’. Non consentiremo nulla che riguardi la promozione della violenza contro i civili russi”, ha affermato un portavoce di Meta in una nota. In alcune email interne, Meta avrebbe consentito l’elogio del battaglione ucraino di destra Azov, che normalmente è proibito, in un cambiamento riportato per la prima volta dal sito The Intercept.

Il portavoce di Meta, Joe Osborne, aveva confermato l’eccezione “rigorosamente nel solo contesto della difesa dell’Ucraina”. Eppure nella policy di Facebook si legge chiaramente che bisognerebbe evitare di “indirizzare minacce fondate o incitare all’odio verso personaggi pubblici. Permettiamo discussioni aperte e critiche nei confronti di persone che sono menzionate dai media o ricevono una grande attenzione da parte del pubblico per le loro attività professionali e non.

Rimuoviamo le minacce credibili nei confronti di personaggi pubblici e le incitazioni all’odio a loro indirizzate, come avviene anche per i singoli individui”. Non solo. Scrive Meta nelle sue regole: “Non consentiamo la presenza di organizzazioni o individui coinvolti in attività terroristiche, attività di gruppi violenti o criminali organizzati, omicidi di massa o seriali o gruppi organizzati inneggianti all’odio. Eliminiamo anche i contenuti che esprimono sostegno a gruppi che si distinguono per comportamenti violenti o criminali come quelli sopra menzionati.

Non è consentito sostenere o elogiare i leader di tali organizzazioni o giustificarne le attività violente”. Zuckenberg indossa l’elmetto e va alla guerra, scegliendo di prenderne parte non solo come difensore degli oppressi ma come fiancheggiatore nell’eventuale sterminio degli oppressori. Tutto questo dopo anni contro le campagne d’odio appoggiate dal fondatore di Facebook (a proposito di oligarchie) che sono state spesso smentite.

Non è passato molto tempo da quando l’ex dipendente di Facebook, l’ex manager Frances Haugen, ha raccontato al mondo come Facebook “tradisce la democrazia” specificando come “i discorsi che incitano all’odio, quelli politici divisivi e la disinformazione su Facebook e la sua famiglia di app stanno influenzando le società di tutto il mondo”. L’ufficio del procuratore generale russo chiede che Meta, la società che detiene Facebook e Instagram, venga riconosciuta come organizzazione estremista. Lo riferisce la Tass citando un comunicato della Procura.

La decisione arriva dopo che Facebook e Instagram hanno deciso di togliere la censura ai post contro la Russia. “Quello che Meta sta facendo è chiamato ‘incitamento all’odio razziale’ che nella legislazione russa si qualifica come estremismo”, ha detto il vicecapo del comitato russo sulle tecnologie e le comunicazioni, Anton Gorelkin. Il dubbio è che in fondo anche Facebook abbia trovato il modo per guadagnare dalla guerra.

(il mio pezzo per La Notizia)

L’amore per la guerra dei nostri politici che soffiano sul fuoco. Invocano resistenza e no fly zone. Ma sono i peggiori amici dell’Ucraina

Poi un giorno ci vergogneremo di questo amore sulla guerra. Rileggeremo le parole dei politici e degli editorialisti che sputano bile e che aizzano lo scontro al caldo delle loro posizione di rendita e ci renderemo conto che anche nel 2022, ancora nel 2022, in Italia sono esistiti soffiatori sul fuoco che non hanno nessuna contezza del dovere di proporzione e equilibrio delle loro parole.

Ci faranno lo stesso straniante effetto che si prova rileggendo gli editoriali strombazzati di quando si trattava di portare la democrazia in Afghanistan che abbiamo lasciato affamato e in gabbia, si proverà lo stesso sgomento che ci assale ripensando a chi ci diceva che c’era da stabilizzare la Libia diventata poi un intruglio di manigoldi al soldo dell’Europa, avremo lo stesso smarrimento postbellico delle troppe guerre che avrebbero dovuto esportare la democrazia e invece hanno fatto il deserto chiamandolo pace.

I testosteronici guerriglieri di casa nostra sono quelli che diventano barzotti chiedendo un intervento militare, sempre di più, sempre più forte, augurandosi che la guerra possa continuare per sfoggiare la loro mascolinità da professionisti di mezza età che hanno trovato finalmente lo sfogo per mostrare quanto sarebbero efficaci con un fucile in pugno e con l’elmetto.

Solo che, bontà loro, in mancanza di armamenti si devono accontentare del proprio account twitter o, se ricoprono un ruolo di qualche peso, delle agenzie di stampa che sperano in questa bulimia guerresca per sputare un comunicato ancora più cattivo, più grondante e più mortifero. Anche l’invio delle armi all’Ucraina non è più semplicemente il sostegno ponderato di un mondo che prova a soccorrere una nazione sull’orlo dell’eccidio ma per questi soldati da divano (o da salotto televisivo) dovrebbe essere solo l’antipasto di una guerra ancora più fragorosa, ancora più spietata.

Quando qualcuno osa alzare il dito per chiedergli perché riversano tutto questo spirito bellico questi rispondono, fingendo di crederci, che lo fanno per gli ucraini. Ma davvero non sanno e non sappiamo che soffiare sul fuoco della “Resistenza” ucraina significa mettere in conto migliaia di morti consapevoli che non avranno mai le forze per poter avere la meglio sull’esercito russo?

Se da un lato l’Europa prova a evitare il massacro nei tempi brevi per recuperare tempo utile per trovare una soluzione che non preveda una guerra atomica questi nuovi avventurieri sembrano augurarsi che la diplomazia fallisca e che continui a fallire per sopravvivere nel proprio ruolo di incitatori dalla tribuna del Colosseo ucraino, godendo come dei matti nell’osservare il sangue dei gladiatori.

Se è vero che ha un senso (storto e indecente come tutti i sensi della guerra che non ha mai senso) ascoltare la viva voce degli ucraini che si dichiarano pronti a morire per la propria terra davvero non vogliamo renderci conto del ruolo dell’Europa (e dell’Italia) nella pacificazione? Non è un caso che i pacifisti siano finiti nel cassetto dei buonisti, trattati come utopisti: i veri truffatori (poiché ogni guerra è una truffa) sono quelli che invocano la no fly zone sapendo che non potremo mai dargliela senza evitare una terza guerra mondiale.

Sono loro i peggiori amici possibili del popolo ucraino che si ritrova a dover resistere con la consapevolezza che questa guerra non potrà mai vincerla. La vera vittoria sarà preservare più gente e diritti possibili finché non si trova una soluzione. La storia ci insegna che l’unica vittoria di una guerra è farla smettere.

(il mio pezzo per La Notizia)

Putin è indifendibile. Ma giustificarlo adesso va di moda. Molti politici stanno con lo zar. In cerca di voti sulla pelle dei morti

La guerra, come tutte le cose della vita, è un argomento complesso che ha poco a che vedere con la polarizzazione, con il tifo e con le santificazioni o le demonizzazioni assolute. Su queste pagine abbiamo scritto (), e presumibilmente continueremo a scrivere, che rinunciare ex abrupto a un’analisi del quadro geopolitico e delle responsabilità della Nato è una banalizzazione stupida e cretina. Quello che però in queste ore è una catena di eventi che non ha bisogno di troppe interpretazioni: Putin ha deliberatamente deciso di compiere crimini contro l’umanità che qualsiasi Paese democratico, anche solo nelle intenzioni, non può non condannare.

Sono azioni che già conosciamo in guerre in cui a noi è capitato di stare dalla parte dei cattivi? Sì certo, eccome. Sono gli stessi orrori che si ripetono simili in tutte le guerre del mondo? Sì, purtroppo, certamente. Ma il dovere della complessità non può diventare un alibi per smussare l’orrore. Non è questione di punti di vista. Sono i numeri e i fatti a parlare: solo nella città di Mauripol il vice sindaco della città, Sergiy Orlov, parla di 1.160 persone vittime, con 47 sepolte solo mercoledì (leggi l’articolo).

Circa 200mila persone vorrebbero lasciare la città, ma con i corridoi umanitari bombardati, solo tra le 2.000 e le 3.000 circa sono in grado di partire un giorno. Non è solo la questione dell’ospedale pediatrico (3 le vittime accertate e 17 i feriti) che secondo la propaganda russa sarebbe stato il covo del battaglione nazionalista Azov. In città ci sono altri 1.157 corpi rimasti a terra che raccontano un eccidio. Ci sono le immagini satellitari che mostrano negozi di alimentari e un supermercato completamente bruciati dai bombardamenti, ci sono le zone residenziali distrutte.

Di “situazione terribile e disperata” parla Sasha Volkov, vice capo della delegazione della Croce Rossa internazionale, nella città ucraina. “Molta gente dice di non avere più cibo per i bambini – dice Volkov – le persone cominciano ad attaccarsi tra di loro per il cibo, o attaccare le auto di altri per prendere la benzina”. Metà della popolazione di Kyiv è fuggita. Volendo ci sono i 4mila soldati russi uccisi in quella che doveva essere una veloce operazione di liberazione.

Lavrov riesce a dire, restando serio, che “la Russia non ha attaccato l’Ucraina”

In tutto questo il ministro agli esteri russo Lavrov riesce a dire, restando serio, che “la Russia non ha attaccato l’Ucraina e non ha intenzione di attaccare altri paesi” e che secondo lui “non ci sarà nessuna guerra nucleare”. Si può rimanere inermi di fronte quest’arrogante impunità sfoggiata per il mondo? No, davvero, no. Se anche volessimo empatizzare con chi nelle prime ore del conflitto parlava di “legittima difesa” della Russia oggi alla luce degli eventi non si può non condannare l’ipocrisia di chi in nome di una presunta “denazificazione” sta creando un deserto che vorrebbe avere il diritto di chiamare pace.

Se anche fosse una “legittima difesa” siamo di fronte a un eccesso criminale di legittima difesa che non ha attenuanti, non ha giustificazioni e non può avere alibi. Per questo utilizzare il trucco della “complessità” per giustificare Putin in questo momento, come stanno facendo (troppi) parlamentari e editorialisti in cerca di un bacino di voti per carenza di pandemia è amorale. Qui non siamo più nel campo della geopolitica, siamo tracimati nello stesso complottismo disonesto che ha già campato sui morti del virus e che ora, da avvoltoio, si è buttato sulla guerra. L’analisi per sua natura approfondisce i fatti, inventarli o smentire la realtà è coprofagia.

(il mio pezzo per La Notizia)

Il 27 febbraio in 50 sono annegati al largo della città di Sabratha, a ovest di Tripoli

Hanno scelto un pessimo periodo per morire le 50 persone circa che sono affondate al largo della città di Sabratha, a ovest di Tripoli, il 27 febbraio. Ieri Alarm Phone ha fatto sapere che non ci sarebbero sopravvissuti ma che una dozzina di cadaveri sono stati ritrovati sulla costa. I volontari di Mezzaluna Rossa libica hanno recuperato sette cadaveri dalla spiaggia.

Secondo una fonte vicina alla guardia costiera libica, i morti sarebbero stati portati alla stazione di polizia di Sabratha. È l’ennesimo naufragio fantasma che si consuma lontano da qualsiasi testimonianza e difficilmente entra nelle pagine dei giornali. Ma potrebbe non essere l’unica tragedia del mare dell’ultima settimana. Non si hanno più notizie anche di una barca con 60 migranti partita dalla Tunisia, ormai cinque giorni fa.

“I parenti ci chiedono di un gruppo di 60 persone – scrive sempre Alarm Phone – non sono ancora arrivate”. Le autorità ci dicono di non avere informazioni su cosa sia accaduto loro. Chiediamo risposte”.

Mentre l’Europa apre (in modo intermittente) le porte a chi fugge via terra la nave Geo Barents di Medici Senza Frontiere ha raccolto 111 superstiti e aspetta che gli venga assegnato un porto. Ci sono donne e bambini, sei dei quali con meno di 4 anni. Molti dei 111 superstiti sono curati perché il carburante mischiato all’acqua salata gli ha bruciato la pelle. Risposte? Nulla, come al solito, Malta e Italia rimangono mute.

Non si hanno già notizie, ad esempio, della famiglia bloccata nella foresta tra Polonia e Bielorussia (madre, padre e due bambini, di cui uno autistico) che sopravvivevano bevendo acqua piovana intrappolati nel braccio di ferro tra i due Stati che si prolunga da mesi e che si siamo presto dimenticati. Da qualche giorno se ne sono perse le tracce e Nawal Soufi, la volontaria che si occupava di loro, rischia addirittura l’arresto.

Questa Europa che filosofeggia di accoglienza, dovremmo avere il coraggio di dircelo chiaramente, non ha nessuna credibilità Ha aperto le porte e ha concesso la protezione temporanea a chi scappa dalla guerra in Ucraina (non tutti, per la verità, con la direttiva che non si applica a chi in Ucraina ci lavorava o ci studiava senza averne la residenza) ma è sempre la stessa Europa che utilizza Erdogan come tappo via terra (profumatamente pagato) per lasciare fuori i migranti che non piacciono perché sono troppo scuri o perché vengono da una guerra abbastanza lontana per poter fingere che non esista.

È la stessa Europa che da anni foraggia le milizie libiche che fingono di essere uno Stato quando sono un’accolita di criminali e che addestra (con l’Italia in prima linea) la cosiddetta Guardia costiera libica ammaestrata per riacciuffare chi prova a scappare dai lager libici (condannati dall’Onu e da tutti quelli che hanno avuto occasione di vederli di sfuggita) e da Papa Francesco.

È la stessa Europa che ha scelto di essere un privilegio per pochi, che ha promesso accoglienza agli afghani che invece stanno ai bordi dell’Ue scappati dai Talebani e senza nessun posto dover poter stare. La “solidarietà” ora serve per comunicare la propria partecipazione alla guerra ma, come dicono gli stessi ucraini, il rischio è che poi ci si dimentichi in fretta. Dalle nostre parti la solidarietà accade quando è utile a chi la compie, non quando serve a chi la riceve.

(il mio pezzo per La Notizia)

Profughi ucraini in Ungheria: l’accoglienza di Orbán diventa un modello, ma fidarsi è da pivelli

L’ambasciata polacca nega ma le testimonianze che raccontano di come al confine polacco i rifugiati vengano selezionati tra “degni” e “indegni” continuano ad arrivare. Chi ha la sfortuna di non essere immediatamente ucraino per tratti somatici e colore della pelle viene bloccato.

Anna Alboth del Minority Rights Group ha confermato che la discriminazione razziale, sebbene non sistemica, è un dato di fatto: “La discriminazione avviene principalmente sul lato ucraino del confine. Ma ci sono persone in Polonia che offrono il trasporto gratuito e che lo rifiutano una volta avvicinate da un rifugiato non ucraino. 

“Riceviamo messaggi da studenti nigeriani e indiani – ha raccontato a Al-Jazeera – che non sono stati in grado di gestire il fatto di essere trattati in modo diverso e di essere rimandati a Leopoli”.

Profughi ucraini in Ungheria: chi sì e chi no

Di certo l’Europa, volente o nolente, deve fare i conti con un’ondata di accoglienza che sbaraglia i numeri degli anni precedenti (eppure si gridava all’invasione) e anche i Paesi più sovranisti e duri con gli immigrati oggi devono farsi carico dei profughi.

Qualcuno malignamente fa notare come la vicinanza (fisica, culturale e cromatica) dei profughi ucraini faciliti il compito. Del resto che questi siano “come noi” lo ripetono in molti.

Di sicuro la differenziazione della disperazione è scritta nero su bianco sulla direttiva 2001/55/CE che l’Europa si è improvvisamente accorta di avere per offrire protezione per adottare strumenti di regolarizzazione, seppur temporanea, straordinari.

Se nella proposta originaria il diritto al permesso temporaneo era a disposizione di tutti coloro che provenivano dalla zona di guerra, senza distinzione tra Ucraini con cittadinanza, detentori di protezione internazionale e cittadini con permesso di soggiorno, nella versione finale approvata vi è una palese correzione: la direttiva vale per i residenti ucraini e per chi beneficiava di protezione. Gli altri? Ognuno fa come gli pare. 

Sembra che a volere la diversificazione siano stati soprattutto i paesi dell’est (Polonia ed Ungheria in primis) ma che tutto sommato sia stata gradita anche da altri.

Profughi ucraini, il “modello Ungheria”

Così mentre i leader europei ringraziano Polonia e Ungheria per lo sforzo di accoglienza sembra essere dimenticato il fatto che i due Paesi proprio sui migranti abbiano costruito la propria propaganda.

La Polonia, del resto è lo stesso Paese che con l’assenso dell’Ue ha approvato le leggi sui “push-back” illegali, è lo stesso Paese dei respingimenti in violazione del diritto internazionale, lo stesso Paese che proclamò lo stato di emergenza al confine con la Bielorussia per impedire l’azione degli operatori umanitari e dei giornalisti, lo stesso Paese stanno costruendo una barriera al confine e che hanno lasciato morire nei boschi almeno 21 persone nel 2021 dopo averle respinte.

L’Ungheria di Orbán è amata dai sovranisti europei per la durezza con cui “tappa” le migrazioni verso l’Europa. Quindi sono diventati tutti buoni? Difficile crederlo.

Ancora più difficile credere che l’utile accoglienza di questi giorni (che frutta consenso sulla cresta dell’onda emotiva) poi non si spenga progressivamente per ritornare agli atteggiamenti precedenti.

Sulla lotta ai migranti del resto si fonda la narrazione di tutti i sovranisti; rinunciare al loro primo punto di programma significherebbe dover ricostruire la propria identità politica. Del resto basta vedere la fine che hanno fatto gli afghani: molte promesse, quasi tutte tradite.

(il mio pezzo per La Notizia)

Vietato dissentire sulle armi a Kiev. Chi dice No passa per filo-Putin. Riparte l’orda social per delegittimare il dissenso. Opporsi alle bombe costa l’accusa di sostenere Mosca

Il trucco è sempre lo stesso: polarizzare il ragionamento e il dibattito per creare due fronti avversari, ritenere qualsiasi cenno alla complessità un’inutile appesantimento e costruirsi un’identità sulla delegittimazione dei dissidenti. Così il 1° marzo del 2022 l’orda social (e la sua coda televisiva e tra gli editoriali) vorrebbe convincerci che se non ritieni opportuno sganciare subito una bomba atomica su Mosca sei un filo-Putin, un fiancheggiatore del dittatore o alla meglio un “pacifista”.

I pacifisti sono i nuovi buonisti: se qualcuno espone una tesi fuori dalla cerchia del pensiero che va per la maggiore viene considerato uno stralunato idealista. Mica per niente Gino Strada è diventato un comodo souvenir da morto mentre da vivo gli è toccato schivare gli insulti.

Siamo entrati nell’epoca dei pacifisti bellici. Non stupisce, per carità, se è vero che ci ritroviamo a sopportare il partito degli ecologisti carbonfossili. Dappertutto è una spinta ossessiva e ossessionata sull’intervenire subito, sull’intervenire forte, sull’eliminazione più brutale possibile dell’orrido nemico. Se in mezzo muoiono civili basterà un bel mausoleo da inaugurare contriti tra qualche anno.

In pochi giorni la geografia politica del mondo è stata stravolta sull’onda di un’emotività irrazionale e agonistica che ha portato l’Ue a stanziare fondi per spedire armi per “costruire la pace attraverso la guerra”, come accade ogni volta che si apparecchia una guerra spergiurando che sia l’ultima o che sia troppo “giusta” per non farla. Accadono cose indicibili su cui non si spende nemmeno un minuto per riflettere: l’Europa che cade nel tranello putiniano dell’alzare l’asticella ogni giorno di più e si attorciglia in una sequela impressionante di uscite, dichiarazioni e comunicati stampa per soddisfare l’ingordigia degli spettatori.

Abbiamo annunciato sostegno militare a un Paese in guerra con la Russia come non si faceva nemmeno in tempi della Guerra Fredda per non incendiare la situazione. Abbiamo Federico Fubini in prima pagina sul Corriere che si lamenta perché “noi occidentali stiamo perdendo la potenza delle armi perché non sopportiamo più di subire perdite in una guerra convenzionale. All’epoca dei nostri nonni un caduto in famiglia era motivo d’orgoglio, oggi è considerato inaccettabile”: un invito “a cercar la bella morte” che mette i brividi.

Leggiamo le lamentele di chi ci invita a non perdere tempo in analisi come se la “guerra per la guerra” fosse una posizione ragionevole. Così dobbiamo sorbirci la narrazione della “prima guerra nel cuore dell’Europa” come se in Jugoslavia non sia mai successo niente. Non possiamo permetterci di ricordare l’allargamento della Nato contravvenendo gli accordi. Perfino Carlo Calenda nota che “ammettere l’Ucraina nell’UE mentre è in guerra con la Russia vuol dire andare in guerra con la Russia” mettendo in guardia dal pericolo dell’escalation (che è il concime perfetto per Putin).

Dicono: “E allora cosa proponete?”. Difendere i popoli, prima dei governi (che nel dibattito sembrano spariti). Rispettare la nostra Costituzione che ci permette di inviare solo “equipaggiamenti militari non letali di protezione”. E mettere sanzioni, sanzioni vere: quelle che costano davvero alle oligarchie russe (ed europee) che Putin l’hanno legittimato per anni e che preferirebbero perdere vite umane più di qualche punto di fatturato. Perché la pace costa, eccome se costa. Ma è più onesta di una guerra.

(il mio pezzo per La Notizia)