Vai al contenuto

Basta propaganda: l’unica verità è che a Maripuol, sotto le bombe, sono morti bambini innocenti

L’Associated Press parla di tre persone morte nell’attacco aereo di ieri sull’ospedale di Mariupol. Sarebbero 17 i feriti, tra cui medici, donne incinte e bambini. Inevitabilmente le immagini hanno fatto il giro del mondo e alzato l’onda emotiva sull’invasione dell’Ucraina.

Il presidente Zelensky, che con le immagini e la comunicazione ci ha sempre avuto a che fare per lavoro, ha sfruttato l’occasione per chiedere ancora una volta la no fly zone, accusando senza mezzi termini la NATO di essere insensibile alla sofferenza degli ucraina. In guerra, da sempre, alzare il livello dello scontro è la tentazione più semplice e banale. Il fatto è che l’emotività è nemica di qualsiasi strategia e rischia di essere un favore a Putin e di mietere ancora più vittime.

Inevitabile in un momento di enorme polarizzazione la controffensiva della propaganda russa e dei soliti rimestatori social: la tesi sarebbe che l’ospedale fosse stato evacuato da giorni e che fosse una base del battaglione nazionalista Azov (e il battaglione Azov no, non è un’invenzione). Le fonti? “Un figlio di un dipendente dell’ospedale” intervistato da lenta.ru di cui non c’è nome, qualcosa del tipo “mio cugino”. Poi c’è il video pubblicato dalla propaganda russa che mostrerebbe soldati sul tetto dell’edificio. Peccato che quell’edificio non sia l’ospedale pediatrico ma altro a una ventina di chilometri di distanza.

In guerra però la verità, si sa, è sempre la prima a morire e una guerra nel 2022 con i social a disposizione diventa uno scontro di onde contrarie. Il vicesindaco della città, Sergiy Orlov, ha riferito ai giornalisti di diversi obiettivi civili colpiti finora, tra cui numerose case residenziali, un ospedale pediatrico e di maternità, l’edificio principale dei servizi amministrativi e la gigantesca fabbrica metallurgica Avostal della città. Orlov ha detto che 1.160 persone erano già state uccise, con 47 sepolte solo mercoledì. Circa 200.000 persone vogliono lasciare la città, ma con i corridoi umanitari bombardati, solo tra le 2.000 e le 3.000 circa sono in grado di partire un giorno.

Volendo poi ci sono le foto satellitari, che non possono mentire: centri commerciali e aree residenziali sono state completamente distrutte. Difficile credere che fossero tutti covi di armi.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha detto a Reuters: “Le forze russe non sparano su obiettivi civili”. Il Cremlino avrebbe intanto aperto un’indagine sul bombardamento dell’ospedale di Mauripol. “Questo è terrorismo informatico”, ha detto la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova. Attenzione: la Russia fin dall’inizio del conflitto sta dicendo che non esiste nessuna guerra e sta chiamando “operazione speciale” un’immonda rappresaglia che ricorda moltissimo le “guerre di pace” targate NATO. A proposito di ospedali: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che da quando l’invasione è iniziata due settimane si contano 18 attacchi a strutture mediche. Non c’è solo Mauripol.

E intanto, come in tutte le guerre, la violenza chiama violenza.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Benaltrindustria

Ne parlavamo giusto l’altro ieri e, com’era perfino prevedibile, oggi ci tocca registrare una mirabolante intervista del presidente di Confindustria Carlo Bonomi, lo stesso che da giorni propone di riscrivere il Pnrr perché c’è la guerra e (indovinate un po’?) gli industriali per questo hanno bisogno di più soldi.

Intervistato da Repubblica sulla passione di certe imprese italiane per la Russia di Putin, per gli oligarchi e per il guadagno garantito dalle giuste amicizie, Bonomi ci spiega che la colpa non è loro ma della politica: «per decenni la politica ha detto: la Russia è un paese amico ed affidabile. E ora il conto si presenta alle imprese. Politica e finanza hanno spinto con agevolazioni le imprese ad andare ad investire in Russia», ci spiega.

Si è dimenticato di dirci però che la sua Confindustria si è strenuamente battuta contro le sanzioni a Putin (a seguito dell’invasione della Crimea nel 2014). Ai tempi il presidente Boccia (sempre a proposito di coscienza politica) ci spiegava che le sanzioni avrebbero dovuto essere tolte per preservare le nostre esportazioni. Nessun cenno sui diritti e sulla politica: soldi, solo e sempre soldi. Del resto il Sole 24 Ore (di Confindustria) nel gennaio del 2017 titolava “Realpolitik e made in Italy: l’ora di eliminare le sanzioni con la Russia”.

Che Russia e Europa dovessero stare dalla stessa parte lo ripeteva ossessivamente Emma Marcegaglia, lo ha sempre detto Marco Tronchetti Provera, e non è un caso se Salvini nel 2018 si presentò ai soci di Confindustria promettendo di “togliere tutte le sanzioni”. È vero che Salvini fa il Salvini ma i confindustriali lo applaudirono tutti entusiasti.

Mentre tutti (giustamente) sfottono Salvini sarebbe il caso di ricordare che Bloomberg qualche giorno prima dell’inizio della guerra raccontò di funzionari italiani in Russia per conto di Ansaldo e Enel a trattare un affare di diverse centinaia di milioni di euro.

E in un’intervista del genere non ci si può non aspettare la stoccata finale: ieri parlavamo proprio nel buongiorno dei danni del carbone, Bonomi dice di “accantonare gli impegni ambientali” e “tornare al carbone”.

Un capolavoro, insomma. E non sembra proprio colpa della politica.

Buon giovedì.

 

 

L’articolo proviene da Left.it qui

Forte ‘sta transizione

Le emissioni globali di anidride carbonica legate alla produzione di energia sono rimbalzate nel 2021 al livello più alto della storia registrando un +6% a 36,3 miliardi di tonnellate per la ripresa dell’economia mondiale che ha impiegato molto carbone dopo la crisi del Covid-19. Lo afferma una nuova analisi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), organismo espressione dei paesi Ocse. L’aumento delle emissioni globali di Co2 di oltre 2 miliardi di tonnellate, spiega l’Aie, “è stato il più grande nella storia in termini assoluti, che ha più che compensato la riduzione provocata dalla pandemia dell’anno precedente”.

Tutto questo mentre in Italia si pensa di tornare al carbone. In un Paese normale la mancata transizione (sottolineata dalla guerra) avrebbe dovuto far levare qualche mea culpa. Non è andata così: perfino la guerra diventa occasione per continuare a non “transitare” per la gioia del ministro alla transizione omeopatica Cingolani. Eppure nel 2021 il carbone nel mondo è stato responsabile del 40% degli aumenti di emissioni Co2 raggiungendo il massimo storico di 15,3 miliardi di tonnellate oltre il doppio rispetto ai 7,5 miliardi di tonnellate del 2019.

L’Europa la vede diversamente dai signorotti di casa nostra: la Commissione europea ha presentato martedì l’attesa comunicazione RePower EU, n piano per sganciare la Ue dalla dipendenza dalle forniture di gas russo “ben prima del 2030”, secondo cui ogni Paese dovrebbe identificare i progetti per accelerare transizione energetica e la definizione di nuovi impianti per le energie rinnovabili “di preminente interesse pubblico”, velocizzare i permessi e iniziative per le installazioni di pannelli fotovoltaici sui tetti e sviluppare la filiera delle pompe di calore. “Dobbiamo mettere milioni di pannelli solari in più sui tetti di case, uffici e fattorie. E dobbiamo velocizzare le procedure autorizzative per i progetti relativi all’energia eolica onshore e offshore e per l’energia solare: è una questione di interesse pubblico prevalente”, ha sottolineato Timmermans.

Insomma, gli amanti del carbone si mettano il cuore in pace: è tempo di svoltare sulle rinnovabili. Anche in tempo di guerra.

Buon mercoledì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Gli sciacalli della guerra

Sembra una barzelletta ma Matteo Salvini è partito per una missione di pace. Accompagnato dal capogruppo della Lega al Parlamento europeo Marco Campomenosi e dal deputato Luca Toccalini, Matteo Salvini ha deciso di andare al confine con l’Ucraina perché vuole «fare qualcosa che aiuti». È l’ultimo atto di Salvini in versione pacifista, lo stesso che in questi giorni aveva lanciato una “disarmata marcia per la pace” nei luoghi di guerra facendo arrabbiare tutti i suoi sostenitori. C’è da capirli: li ha convinti a comprarsi un fucile a testa promettendogli di poter sparare per legittima difesa, poi li ha convinti che è straniero chiunque non sia un parente almeno di secondo grado e ora invoca la pace e va a raccogliere donne e bambini. Essere elettori di Salvini deve provocare dei gran giramenti di testa.

Del resto Salvini fa il paio con gli stessi che stanno usando il conflitto per mera propaganda elettorale. È della stessa risma di chi utilizza la guerra per portare avanti i propri interessi da cortile: c’è Confindustria che chiede di riscrivere il Pnrr per il conflitto (e chissà chi lo dovrebbe riscrivere, c’è da scommetterci che si proporranno come redattori), ci sono gli appassionati del nucleare che invocano una centrale in ogni angolo per liberarsi da Putin (dimenticando che la dipendenza da Putin dipende proprio dalla mancata decarbonizzazione), ci sono quelli che usano la guerra per infilzare l’Anpi (una curiosità: sono gli stessi infilzati dall’Anpi sul referendum rovinosamente perso quando erano al governo. Che brutta cosa la vendetta in tempi di guerra), ci sono quelli che usano la guerra per alimentare il proprio testosterone (sono quelli che ordinano di lanciare missili direttamente su Twitter mentre stanno sul divano) e ci sono quelli che usano questa guerra per riscrivere la Resistenza, per attaccare gli avversari politici o per accogliere gli ucraini e legittimare la morte di tutti gli altri.

Comunque la si veda è un Paese imbruttito dalla pandemia che riesce a imbruttirsi anche con la guerra. Un lento scivolamento verso il basso.

Buon martedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Ribaltiamo la domanda: qual è la strategia degli “interventisti”?

Poiché siamo un Paese banale e provinciale gli ultimi giorni sono passati con una gazzarra interna tra i testoteronici editorialisti innamorati della guerra che sbeffeggiano i pacifisti e coloro che provano a pretendere almeno un briciolo di complessità che si sentono tacciati all’urlo «non è tempo di analisi!».

Nel frattempo, poiché l’Ucraina ha problemi ben più grossi di qualche giornalista illuminato che filosofeggia sull’equidistanza di cui nessuno ha mai veramente parlato, il corridoio umanitario che avrebbe potuto mettere in salvo qualche civile è stato ripetutamente boicottato, l’esercito di Putin continua a sparare alla gente e sulle case e in Russia le manifestazioni contro la guerra e contro Putin registrano migliaia di arresti. Da parte sua Zelensky alza il tiro nei confronti dell’Europa e della Nato (chiedendo l’istituzione ad esempio di una no fly zone che sarebbe un innesco pericolosissimo a livello mondiale) e Putin fa l’unica cosa che gli resta di fare: alzare la posta e chiedere condizioni per la pace che sono assolutamente inaccettabili.

Una delle frasi più lette e ascoltate nelle ultime ore va urlata in faccia a chiunque provi a chiedere un abbassamento del conflitto e dice più o meno «ah sì, e come pensate di fermare Putin?». Poi c’è tutto il seguito barzotto di quelli che applaudono.

Allora invertiamo la domanda, senza polemica: come pensano gli interventisti di risolvere il conflitto? C’è qualcuno tra questi novelli esperti bellici (prima virologi) che riesce a delineare tempi, modi e costi in vite umane di un’eventuale soluzione? Se l’obiettivo è fiaccare i russi o renderne difficile e costosa l’invasione qualcuno ha idea di quanto costerebbe in termini di vite umane? Oppure l’obiettivo è fare in modo che l’opposizione ucraina e le sanzioni possano fare retrocedere Putin? Non sono domande retoriche, è proprio per capire. Perché qui da fuori la sensazione è che si sprechino molte energie per versare bile sulla piazza pacifista di Roma e poi non ne avanzino per spiegare quale sia il piano.

E se anche cadesse Putin (ce lo auguriamo quasi tutti) davvero credete che come per magia in Russia si instaurerebbe una fulgida democrazia amica del resto del mondo? Il regime putiniano, al di là di come viene raccontato spesso in Italia, non è compatto ma è un mosaico di diverse fazioni che porterebbe a una diversa guerra: c’è il cerchio magico di Putin (come Anton Vaino o Dmitry Peskov), ci sono i colossi di Stato (dell’energia e degli armamenti) e un sottobosco di tecnocrati e oligarchi.

Non solo: come si ha intenzione di gettare le basi per una reale rinascita dell’Europa orientale? Di questo occorrerebbe parlare ora, lasciando perdere le effimere discussioni da cortile. Ne vedete in giro? Ne state ascoltando? Perché altrimenti il dubbio che la strategia sia solo l’eliminazione del nemico senza rendersi conto che di mezzo c’è anche un fragile equilibrio tra pezzi di mondo.

L’analista geopolitico e geostorico Gabriele Catania ad esempio avanza un’ipotesi: «Le diplomazie occidentali – scrive –  dovrebbero fare ogni sforzo per organizzare una Conferenza paneuropea per la pace e la prosperità dove riunire intorno a un tavolo l’Ucraina, la Russia, la Bielorussia, la Moldavia, la UE, gli Stati Uniti e il Regno Unito, nonché il Canada, la Turchia, la Svizzera, la Santa Sede, l’Islanda, la Georgia, l’Armenia, l’Azerbaigian e la Norvegia. In cambio della pace, e del rispetto della sovranità dell’Ucraina e del suo percorso di integrazione nella Ue, la Russia non riceverebbe solo la garanzia di neutralità da parte dell’Ucraina (ipotesi a cui ha recentemente accennato lo stesso presidente Zelens’kyj), ma otterrebbe di beneficiare (al pari dell’Ucraina, della Moldavia e della Bielorussia) di una grande iniziativa di rinascita dell’Europa orientale basata su tre pilastri: un massiccio sostegno finanziario da parte di Ue, Uk, Usa, Norvegia, Svizzera e Canada alla Russia per la riconversione ecologica delle industrie e delle sue infrastrutture, secondo un piano elaborato da una commissione tecnica paritaria; il rilancio del dialogo tra Russia e Nato; il varo di una piattaforma denominata Eastern Dimension che, sulla falsariga della joint policy Nordic Dimension (attiva dal 1999 tra Ue, Russia, Islanda e Norvegia), permetta una collaborazione reale e paritaria tra Ue, Bielorussia, Russia e Ucraina in ambiti concreti come l’ambiente, l’istruzione, la cultura, i trasporti, la salute e il benessere della popolazione ecc.».

È semplicemente un’ipotesi di una sola voce. Ma di questo servirebbe parlare.

Buon lunedì.

 

L’articolo proviene da Left.it qui

Saluto romano, non è sempre reato per la Cassazione: l’ennesimo spiraglio alla nostalgia che pretende di essere commemorazione

Tempi duri per il ritorno del fascismo in tutte le sue forme in questo Paese in cui la democrazia liquida sta diventando un “liberi tutti”.

Nonostante qualcuno insista nel raccontare cosa sia stato e provi a ribadire che essere antifascisti non significhi essere di sinistra ma semplicemente democratici (e attinenti alla Costituzione) il fascismo di ritorno si vede nelle azioni, nelle opere, nelle parole e nei pericolosi ammiccamenti.

E da oggi si nota anche nella molle sentenza della Corte di Cassazione che riabilita il saluto romano (uno degli incontestabili segni distintivi dei fascisti) con una sentenza destinata a far discutere.

Fare il ‘saluto romano’ per la Cassazione infatti non sempre è un comportamento penalmente perseguibile: in particolare, non lo è nell’ambito di commemorazioni, senza alcun collegamento con un “pericolo di ricostituzione” del partito fascista.

La Cassazione lo ribadisce (aveva già affermato questa linea giurisprudenziale con una pronuncia del 2018) nelle motivazioni della sentenza, depositate il 4 marzo 2022 dalla prima sezione penale, con la quale, lo scorso ottobre, decise di assolvere “perché il fatto non sussiste” 4 esponenti del gruppo Lealtà e azione, finiti sotto processo poiché, il 25 aprile 2016, al cimitero Maggiore di Milano, avevano, secondo l’accusa, compiuto “manifestazioni usuali del disciolto partito fascista”, quali la “chiamata del presente” e il “saluto romano”.

Il tribunale di Milano, in primo grado, aveva assolto gli imputati, applicando la legge Scelba, mentre il verdetto era stato ribaltato in appello, con la condanna a un mese e 10 giorni di reclusione e al pagamento di una multa di 200 euro ciascuno per violazione della legge Mancino: la sentenza di secondo grado è stata annullata senza rinvio dalla prima sezione penale della Cassazione lo scorso ottobre.

Secondo i giudici “il profilo descrittivo dell’accusa e la stessa attività istruttoria svolta nei due gradi di giudizio di merito hanno inquadrato non già la ascrivibilità del gruppo Lealtà e Azione al novero dei gruppi vietati” dalla legge che punisce ogni forma di discriminazione razziale, quanto “incentrato la ricostruzione sull’avvenuto utilizzo delle manifestazioni usuali del disciolto partito fascista, in un contesto innegabilmente commemorativo dei caduti della Rsi”.

Per questo, vi è “l’assenza di profili in fatto valorizzabili in chiave di punibilità, per assenza del pericolo concreto di ricostituzione del disciolto partito fascista”.

Saluto romano: la Cassazione contraddice se stessa

La sentenza ribalta la pronuncia della stessa Cassazione nel 2019, in cui il saluto romano veniva definito una “manifestazione esteriore propria o usuale di organizzazioni o gruppi” indicati nella legge Mancino e “inequivocabilmente diretti a favorire la diffusione di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale ed etnico”.

La sentenza apre l’ennesimo spiraglio alla nostalgia che pretende di essere commemorazione.

Sono anni che qualcuno (dai seguaci di Meloni ai fan più esagitati di Salvini) usano la “rievocazione storica” come alibi per riproporre il fascismo sotto mentite spoglie nei loro discorsi e nelle loro azioni.

Sono anni che ciò che prima era orribile e inaccettabile diventa un fiancheggiamento al fascismo che vorrebbe passare come provocazione o rievocazione.

Ora con questa sentenza i fascisti di casa nostra (quelli che non hanno nemmeno il coraggio di ammetterlo) non dovranno nemmeno fingere di essere stati fraintesi: “era solo una commemorazione”, ci diranno. Come se non sapessimo che commemorare è il primo passo di un mantenimento o addirittura di una ricostruzione.democrazia liquida sta diventando un “liberi tutti”.

(scritto per La Notizia)

Zelensky rivelazione della guerra fra Russia e Ucraina, ma in un conflitto non servono eroi da propagandare

Romanticizzare una guerra è il modo migliore per non doverla raccontarenella sua complessità, per disincentivarne la comprensione e per renderla potabile, necessaria, perfino giusta. Accade sempre così, accade in tutte le guerre e la viralità dei mezzi di comunicazione ha reso il compito ancora più semplice.

Se dovessimo dirci guardandoci negli occhi che la guerra è merda e sangue, se dovessimo confessarci che ogni guerra rende i popoli più poveri e straziati (che siano i vinti o che siano i vincitori) in molti non potrebbero parlare e agire con questa leggerezza che gli è concessa sull’onda dell’emozione.

L’emozione, appunto: “Non è tempo di analisi, c’è da salvare la gente dalle bombe”, continuano a ripeterci. Che a dircelo siano gli stessi che stanno spedendo altre bombe rende il tutto parossistico. Mai come nel pieno di una guerra, con la gente straziata, è tempo di mantenere la mente lucida.

L’onda emotiva non può fare altro che alzare il livello dello scontro. Non è un caso che qualcuno cominci a bisbigliare che ci sarebbe da “colpire per primi per difendersi” senza rendersi conto dell’enorme fesseria contro qualsiasi diritto internazionale. Non è una caso che Zelensky ieri si sia spinto a dire che “Putin non si fermerà finché non arriverà a Berlino”.

Zelensky un eroe? Non abbiamo bisogno di mostrificazioni o di santificazioni

Non abbiamo bisogno di mostrificazioni o di santificazioni, non ci interessano i condottieri da rivendere alla propaganda politica: ci interessano i popoli.

La romanticizzazione della guerra serve a molti: serve a quelli che hanno responsabilità nel percorso che ci ha portato fin qui; serve a quelli che non vogliono che si parli delle altre guerre che non tornano utili; servono a quelli che sono sempre alla ricerca di un palcoscenico; serve a quelli che hanno solo una visione bellica della politica.

Romanticizzare la guerra, ad esempio, è il modo migliore per offrire un condono a chi ha leccato Putin per tutti questi anni. Non è un caso che Salvini e Meloni ci dicano “con questa guerra è cambiato tutto” sperando così di scrollarsi di dosso il proprio passato.

Badate bene, i giornalisti stanno lì per raccontarci le persone e i loro dolori, i politici devono fare altro. Devono costruire soluzioni, offrire delle buone analisi, avere cura della diplomazia (nemica delle emozioni). Il loro lavoro non è condividere video virali. Il loro lavoro è dirci come uscirne. Senza inutili romanticismi.

(scritto per La Notizia)

Russofobia in Italia, è folle colpire i russi anziché Putin: così la cultura degenera in censura e dilaga la confusione tra i popoli e i governanti

La pericolosa abitudine di confondere i popoli con i loro governi è sempre utile per infiammare il tifo e per polarizzare le fazioni, ancora di più in tempi di guerra. Così le gesta di Putin esondano nel cretino odio per i russiindipendentemente da quello che sono, quello che pensano e quello che fanno.

È una caccia allo straniero (sempre in voga qui da noi) che richiede ogni volta un nemico nuovo per non fiaccarsi e per tenere alta la bile che poi diventa propaganda e che infine qualcuno prova a raccogliere come voti. Ora il nemico è il russo, qualsiasi russo, vivo o morto.

Odiare i russi nel modo più sfegatato possibile sembra il modo migliore per accreditarsi come difensore dell’Ucraina e come paladino dei diritti umani. E fa niente che ogni tanto questo bullismo esibito abbia effetti più che discutibili.

La russofobia in Italia colpisce perfino Dostoevskij

La russiofobia ha colpito il corso su Fëdor Michajlovič Dostoevskij che l’Università Bicocca di Milano aveva programmato con lo scrittore Paolo Nori. Proprio Nori, in una diretta Instagram, ha raccontato di avere ricevuto una mail dall’università: “Caro professore, il prorettore alla didattica ha comunicato la decisione presa con la rettrice (Giovanna Iannantuoni, ndr) di rimandare il percorso su Dostoevskij. Lo scopo è evitare qualsiasi forma di polemica, soprattutto interna, in questo momento di forte tensione”.

Evitare di tenere un corso su Dostoevskij per non urtare la russiofobia dilagante è sembrato un gesto talmente cretino che in molti sono insorti per contestare la scelta, sia dalla politica che dal mondo della cultura. Una censura “etnica”, per di più su uno scrittore russo che è patrimonio della letteratura mondiale è qualcosa che puzza di mollezza del quieto vivere.

Passano poche ore dalla Bicocca arriva a stretto giro di posta una retromarcia: la rettrice annuncia che il corso si farà e che si è trattato di un “malinteso” in un grande momento di tensione. Eppure dovrebbero essere proprio le Università il motore dell’approfondimento e della comprensione in un momento storico in cui l’approccio emozionale dilagante è pericoloso.

Gli altri casi di russofobia in Italia

Lo scrittore Nori dice che ci penserà con calma («non so se voglio andare in un’università che ha immaginato che Dostoevskij sia qualcosa che genera tensione», ha detto all’Ansa) ma ormai il danno è compiuto. Lo stesso Nori ha riportato anche il caso di Alexander Gronsky, fotografo escluso dal Festival della Fotografia Europea per la sua nazionalità. Solo che Gronsky è stato arrestato (e poi rilasciato) lo scorso 26 febbraio proprio per avere manifestato contro Putin. Ma niente, di questi tempi essere russo è un marchio indelebile da scontare, anche se da morto o da dissidente.

Il Museo nazionale del Cinema di Torino ha cancellato una retrospettiva sul regista russo Karen Georgievich, mentre il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha ingaggiato un braccio di ferro col direttore d’orchestra Valery Gergiev, considerato filogovernativo, ma a farne le spese sarà anche la soprano Anna Netrebko, che pure sui social aveva condannato l’aggressione all’Ucraina, ma che non parteciperà agli spettacoli del Teatro alla Scala.

La guerra dovrebbe essere contro Putin, mica contro i russi, ma in tempi di guerra le misure e le proporzioni sono tra i primi argini a cadere. Alla fine sorge il dubbio che questo sia proprio il momento giusto per leggerlo e studiarlo, Dostoevskij: “È meglio essere infelici, ma sapere, piuttosto che vivere felici… in una sciocca incoscienza”, scriveva il romanziere nel suo libro L’idiota. Potrebbe essere l’undicesimo comandamento laico da tenere a mente in questi giorni violenti e confusi.

(scritto per La Notizia)

D’Alema non è solo. Bufera sull’ex premier per una mediazione milionaria sull’acquisto di mezzi da guerra da parte della Colombia

C’è un’evidente affinità tra il potere e il brigare in mezzo alle armi. L’ultimo è Massimo D’Alema che, nelle vesti di mediatore, ha messo in contatto Fincantieri e Leonardo con il governo colombiano per l’acquisto di alcuni mezzi da guerra. Il bottino non è niente male: gli M346 dell’ex-Finmeccanica e le corvette e i sommergibili di ultima generazione di Fincantieri.

Il sito scassate.it ha raccontato per primo la vicenda, con l’ex presidente del Consiglio che si presentava, secondo il racconto degli emissari colombiani, come “interlocutore privilegiato”. Una trattativa che durerebbe da almeno 6 mesi e che D’Alema avrebbe voluto accelerare perché il cambio di vertici delle due aziende italiane avrebbe potuto compromettere il risultato.

“Noi stiamo lavorando perché siamo stupidi? – chiede D’Alema registrato nel corso di una riunione poche settimane fa – No. Perché siamo convinti che riceveremo tutti noi 80 milioni di euro. Questa è la posta in gioco. Non appena avremo questi contratti divideremo tutto”.

Fincantieri e Leonardo negano di avere mai dato un incarico di consulenza all’ex premier. D’Alema fa sapere che il governo e l’ambasciata erano informati di tutto. Comunque sia usare la propria credibilità politica per vendere è deplorevole, farlo con la Colombia (più che fragile nei diritti) è ancora peggio.

Inevitabili le reazioni politiche. Fratelli d’Italia sbraita presentando un’interrogazione parlamentare (inutile, a meno che non esista un ministero degli ex politici di governo) in cui se la prende con il Pd (che con D’Alema c’entra come i cavoli a merenda) accusato di “lottizzare perfino il Quirinale con la nomina di Francesco Saverio Garofani a Segretario del Consiglio Supremo della Difesa” e di tagliare “i bilanci delle nostre Forze Armate in nome di un demagogico e falso pacifismo ma nelle segrete stanze non ha alcuna remora a guadagnare con il commercio delle armi”.

Sostanzialmente i colleghi di partito di Giorgia Meloni lamentano un danno “al buon nome dell’Italia” per i protagonisti della vicenda e non per la natura della vicenda stessa. Del resto Meloni deve essersi ricordata che il “suo” Guido Crosetto (già sottosegretario all Difesa nel governo Berlusconi) è stato coordinatore nazionale di FdI, deputato fino al 2018 e poi presidente dell’Aiad, federazione che riunisce le aziende del comparto difesa, aerospazio e sicurezza.

Ora Crosetto è presidente della “Orizzonti Navali, una joint venture tra Fincantieri e Leonardo e specializzata in sistemi ad alta tecnologia per le navi militari e di gestione integrata dei sistemi d’arma. Per Giorgia Meloni, tanto per capirci, Crosetto era il candidato al Quirinale. Non male com trave nell’occhio.

Passa qualche ora e anche da Italia Viva fanno sapere di avere presentato un’interrogazione. Avete letto bene: il partito dell’ex Presidente del Consiglio e tutt’ora senatore Matteo Renzi, quello che da politico attiva monetizza la propria influenza politica con il principe Bin Salman nell’Arabia Saudita (leggi l’articolo) che fa a gara con la Colombia per mancanza di diritti (chiedere alla moglie del giornalista a Jamal Khashoggi fatto a pezzi dal regime saudita) e amore delle armi (chiedere ai civili ammazzati in Yemen).

Almeno l’ex ministro Minniti (che è finito comodamente seduto alla presidenza della fondazione Med-Or, di Leonardo) ha avuto il buon gusto di non darci lezioni di etica tra armi e politica. Una cosa è certa: la promozione più ambita per i politici di casa nostra ha sempre a che fare con armi e Stati poco democratici.

(scritto per La Notizia)

I sovranisti rinnegano l’idolo Putin. Salvini va in pellegrinaggio ad Assisi e scopre l’accoglienza. E la patriota Meloni si converte al Patto Atlantico

C’è Matteo Salvini che va in missione di preghiera ad Assisi. E Giorgia Meloni che incontra a Roma l’ambasciatore d’Ucraina in Italia, Yaroslav Melnyk. Da cui, dopo Assisi, va anche Salvini. Ma la destra sovranista – ancora una volta – si divide e sceglie soluzioni di segno opposto per redimere i suoi peccati. In questo caso la colpa da espiare è la simpatia sperticata (nel caso di Salvini soprattutto) per Vladimir Putin.

Innumerevoli le dichiarazioni distribuite negli anni in cui il leader leghista distribuisce a manciate elogi nei confronti dell’attuale presidente russo. Accompagnate da immagini che oggi creano più di qualche imbarazzo. La foto più famosa è quella che ritrae Salvini in visita a Mosca, mentre indossa una maglietta con stampata la faccia di Putin, accompagnata dalla frase: “Cedo due Mattarella in cambio di mezzo Putin!”.

Era il 2015 e il presidente della Repubblica era appena stato eletto per la prima volta. Nello stesso anno al Parlamento europeo ne sfoggia un’altra di maglietta sempre con la faccia di Putin, questa volta di profilo, sotto un colbacco militare. “L’ho comprata a Mosca”, afferma in quella occasione il leader del Carroccio, “è una risposta agli eurocretini che giocano alla guerra con Putin e con la Russia”.

Insomma per chi ha definito Putin “uno dei migliori uomini di governo al mondo” oggi, nel pieno del conflitto in Ucraina scatenato dall’aggressione militare russa, possiamo immaginare che non siano tempi facili. Senza considerare lo scandalo che ha coinvolto – vedi le vicende legate all’Hotel Metropol – la Lega per i presunti finanziamenti di Mosca al partito di via Bellerio.

Chiaro che ora non sapendo più a che santo votarsi Salvini vada ad Assisi per raccogliersi in preghiera. Chiaro che, a poche ore dall’attacco russo, sempre Salvini, attirandosi le critiche di tutto il Pd, non sia riuscito nemmeno a nominare Putin nel suo asettico e succinto post di condanna dell’invasione dell’Ucraina. Chiaro che oggi si scopra pacifista come mai e apprezzi perfino la politica dell’accoglienza. Dopo l’incontro con Melnyk spiega che interverrà con i russi “a livello diplomatico”.

E puntualizza: “Non ho rapporti con Putin che hanno tanti altri miei colleghi che hanno avuto incarichi di governo ben più lunghi dei miei”. Il Santo Padre ha chiesto all’ambasciatore russo il cessate il fuoco e i corridoi umanitari, “e anche io nel mio piccolo lo farò”. Salvini sente al telefono Mario Draghi e gli assicura che voterà le mozioni unitarie sia a Roma che a Bruxelles sull’Ucraina. Una marcia indietro, di fatto, dopo la crepa che aveva aperto domenica nel fronte comune di chi vuole contrastare anche con l’invio di materiali bellici a Kiev l’aggressione di Putin.

Doppio anzi triplo tuffo carpiato per la Meloni. Che tradisce il suo elettorato e le sue simpatie per lo zar (“Putin meglio di Renzi, ha ragione Salvini”, dichiarava nel 2015 e nel 2018 inviava a Putin i suoi “complimenti” per la sua quarta elezione a presidente della Federazione russa), per una svolta atlantista in piena regola. Sin dalle prime ore dell’attacco russo la leader di Fratelli d’Italia ha condannato senza mezzi termini “l’inaccettabile attacco bellico su grande scala della Russia di Putin contro l’Ucraina”.

È il tempo delle scelte di campo, ha tuonato Meloni. E la sua non può che stupire. Per FdI – ha ribadito il partito in una nota dopo l’incontro con Melnyk – è “fondamentale che l’Italia continui ad operare in pieno coordinamento con i suoi alleati, nel contesto della Nato e del blocco occidentale”.

(scritto per La Notizia)