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Vietato dissentire sulle armi a Kiev. Chi dice No passa per filo-Putin. Riparte l’orda social per delegittimare il dissenso. Opporsi alle bombe costa l’accusa di sostenere Mosca

(da La Notizia)

Il trucco è sempre lo stesso: polarizzare il ragionamento e il dibattito per creare due fronti avversari, ritenere qualsiasi cenno alla complessità un’inutile appesantimento e costruirsi un’identità sulla delegittimazione dei dissidenti. Così il 1° marzo del 2022 l’orda social (e la sua coda televisiva e tra gli editoriali) vorrebbe convincerci che se non ritieni opportuno sganciare subito una bomba atomica su Mosca sei un filo-Putin, un fiancheggiatore del dittatore o alla meglio un “pacifista”.

I pacifisti sono i nuovi buonisti: se qualcuno espone una tesi fuori dalla cerchia del pensiero che va per la maggiore viene considerato uno stralunato idealista. Mica per niente Gino Strada è diventato un comodo souvenir da morto mentre da vivo gli è toccato schivare gli insulti.

Siamo entrati nell’epoca dei pacifisti bellici. Non stupisce, per carità, se è vero che ci ritroviamo a sopportare il partito degli ecologisti carbonfossili. Dappertutto è una spinta ossessiva e ossessionata sull’intervenire subito, sull’intervenire forte, sull’eliminazione più brutale possibile dell’orrido nemico. Se in mezzo muoiono civili basterà un bel mausoleo da inaugurare contriti tra qualche anno.

In pochi giorni la geografia politica del mondo è stata stravolta sull’onda di un’emotività irrazionale e agonistica che ha portato l’Ue a stanziare fondi per spedire armi per “costruire la pace attraverso la guerra”, come accade ogni volta che si apparecchia una guerra spergiurando che sia l’ultima o che sia troppo “giusta” per non farla. Accadono cose indicibili su cui non si spende nemmeno un minuto per riflettere: l’Europa che cade nel tranello putiniano dell’alzare l’asticella ogni giorno di più e si attorciglia in una sequela impressionante di uscite, dichiarazioni e comunicati stampa per soddisfare l’ingordigia degli spettatori.

Abbiamo annunciato sostegno militare a un Paese in guerra con la Russia come non si faceva nemmeno in tempi della Guerra Fredda per non incendiare la situazione. Abbiamo Federico Fubini in prima pagina sul Corriere che si lamenta perché “noi occidentali stiamo perdendo la potenza delle armi perché non sopportiamo più di subire perdite in una guerra convenzionale. All’epoca dei nostri nonni un caduto in famiglia era motivo d’orgoglio, oggi è considerato inaccettabile”: un invito “a cercar la bella morte” che mette i brividi.

Leggiamo le lamentele di chi ci invita a non perdere tempo in analisi come se la “guerra per la guerra” fosse una posizione ragionevole. Così dobbiamo sorbirci la narrazione della “prima guerra nel cuore dell’Europa” come se in Jugoslavia non sia mai successo niente. Non possiamo permetterci di ricordare l’allargamento della Nato contravvenendo gli accordi. Perfino Carlo Calenda nota che “ammettere l’Ucraina nell’UE mentre è in guerra con la Russia vuol dire andare in guerra con la Russia” mettendo in guardia dal pericolo dell’escalation (che è il concime perfetto per Putin).

Dicono: “E allora cosa proponete?”. Difendere i popoli, prima dei governi (che nel dibattito sembrano spariti). Rispettare la nostra Costituzione che ci permette di inviare solo “equipaggiamenti militari non letali di protezione”. E mettere sanzioni, sanzioni vere: quelle che costano davvero alle oligarchie russe (ed europee) che Putin l’hanno legittimato per anni e che preferirebbero perdere vite umane più di qualche punto di fatturato. Perché la pace costa, eccome se costa. Ma è più onesta di una guerra.

Guerra in Ucraina, il popolo russo è il miglior alleato contro Putin

«Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio», diceva Sir Winston Churchill e non aveva torto se è vero che oggi l’Italia, come il resto del mondo occidentale, sta vivendo il conflitto ucraino come un’enorme occasione di versamento di bile e testosterone, come a vendicarsi di una pandemia che li ha costretti a lenire lo spirito di vendetta in attesa di tempi migliori. I risultati di una pancia che prevale sulla ragione si colgono in giro senza essere nemmeno troppo curiosi, tra chi chiede missili contro Putin come se non esistesse un diritto internazionale e i troppi che vorrebbero punire i russi, tutti i russi nessuno escluso, i viventi, i non dissidenti, i defunti e perfino quelli che di russo hanno solo il nome.

Guerra in Ucraina: i russi possono essere la soluzione, non vanno confusi con putin
Vladimir Putin (Getty Images).

Decidendo di invadere l’Ucraina Putin ha fatto male i calcoli

Al di là della scemenza della censura etnica esiste un punto strategico che molti sembrano non vedere: la pallottola d’argento di questa guerra (che sarebbe meglio chiamare illegittima invasione) di Putin sta proprio nel popolo russo. Il leader russo infatti credeva, sbagliandosi, che la conquista dell’Ucraina sarebbe stata una passeggiata di pochi giorni, addirittura con il favore del popolo, confidando nella distrazione dell’Europa come già avvenuto per la Crimea. Si sbagliava, eccome. In questi giorni sono molte le testimonianze di giovani soldati russi mandati allo sbaraglio convinti di essere accolti a Kyiv come eroi che raccontano di essere rimasti stupiti per la strenua opposizione del popolo ucraino. Putin ha sbagliato i calcoli e quella che poteva essere una liscia marcia trionfale che avrebbe rifocillato il suo gradimento nazionale sta diventando, ogni giorno di più, una sconfitta senza via d’uscita. Se si arrendesse oggi di fronte alla pressione della comunità internazionale (che è stata tutt’altro che indifferente) rischierebbe di apparire debole e fragile di fronte alla sua nazione. Sa benissimo che le sue richieste (di ottenere tutta l’Ucraina rivendicando una ‘denazificazione’ a cui non crede nessuno) sono inaccettabili. Non gli resta che alzare l’asticella consapevole (o forse no?) che il suo piano non ha via d’uscita.

putin è sempre più solo e il popolo russo non è solo un nemico
Una manifestante fermata a Mosca (Getty Images).

I russi non sono i nemici ma la possibile soluzione di questa guerra

Dall’altra parte l’Europa e la Nato non potranno certo permettersi di intervenire nelle dinamiche politiche russe, limitandosi a concedere sostegno all’Ucraina ponendo molta attenzione ai delicati equilibri della democrazia. Chi può risolvere la situazione quindi? I russi. Proprio quei russi che in modo miope vengono bistrattati negli eventi internazionali e culturali, quei russi che si ritrovano cancellati perfino dalle Paralimpiadi. Sono quelli che in migliaia si fanno arrestare per rivendicare il diritto di protestare (sono già più di 7 mila), sono quelli che potranno perdere fiducia nell’oligarca Putin quando non riusciranno più a sostenere le sanzioni, sono quelli che lavorano nei media russi imbavagliati. I russi non solo non sono i nemici ma sono la possibile soluzione di questa guerra: la deposizione di Putin nel modo più indolore possibile (e sarà comunque dolorosissimo) passa da loro. Non resta che accorgersene in fretta per comprendere che lì stanno gli alleati che possono porre fine a questa invasione feroce e indegna. Se ci pensate bene boicottare gli alleati risolutori non è una grande strategia. Per niente.

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Disperati “giusti” e disperati “sbagliati”

Scusate se insisto. Ieri a Sky Tg24 Susanna Ceccardi, europarlamentare della Lega e già candidata alla presidenza della Regione Toscana, alla domanda «se c’è una donna africana che scappa dall’Ucraina la devono accogliere o no?» ha risposto testualmente: «Bisogna vedere se scappa veramente dall’Ucraina. Non è facile stabilirlo: altrimenti diventa un viatico per tutti quelli che scappano dall’Africa».

Uno studente indiano di 35 anni, Rubi, intervistato da Al Jazeera, ha raccontato di essere scappato da Kiev con altri 25 amici indiani e del Bangladesh. Arrivati al confine con la Polonia racconta: «Tutto gratis solo per gli ucraini. Ma facciamo anche parte dell’Ucraina», ha detto. «Una persona al confine ci ha detto che non possiamo attraversare. Immagina, abbiamo camminato per 30 km (18 miglia) e l’uomo sta dicendo qualcosa del genere. Non abbiamo potuto ottenere alcun mezzo di trasporto, non abbiamo alloggi, nessuno è lì per aiutarci».

Anna Alboth del Minority Rights Group ha confermato che la discriminazione razziale nell’accoglienza dei profughi, sebbene non sistemica, è un dato di fatto. «La discriminazione avviene principalmente sul lato ucraino del confine. Ma ci sono persone in Polonia che offrono il trasporto gratuito e che lo rifiutano una volta avvicinate da un rifugiato non ucraino. Riceviamo messaggi da studenti nigeriani e indiani che non sono stati in grado di gestire il fatto di essere trattati in modo diverso e di essere rimandati a Leopoli», ha affermato. «Non possiamo dividere le persone in profughi degni e indegni. I non ucraini in fuga dalla guerra affrontano le stesse sfide degli ucraini. Dobbiamo offrire supporto a tutte le persone bisognose, non solo a quelle bianche che sono simili a noi».

Perché il punto è esattamente questo: i bianchi che ci assomigliano passano mentre i neri no. Come scrive Francesco Ferri «la tendenza alla classificazione e alla selezione è una caratteristica di fondo del governo dei confini. Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi saremo costantemente portatə a pensare che sia giusto che gli/le ucrainə possano muoversi liberamente attraverso le frontiere e che, viceversa, per gli altri gruppi nazionali – in fuga dall’Ucraina o da altri luoghi – sia fisiologicamente più difficile o impossibile. Il punto di partenza di questo ragionamento è da rifiutare con forza: la scelta di favorire il transito di alcunə e impedire quello di altrə è compiutamente politica e, come tale, è necessario e possibile metterla in discussione».

Se notate, il termine “immigrato” sembra essere sparito dal discorso pubblico. Dove una volta erano tutti “clandestini” o “immigrati” ora sono “profughi”. È un’ottima notizia che il Consiglio Ue abbia approvato l’applicazione della direttiva 55/2001 che concede la protezione temporanea ai cittadini ucraini e agli stranieri lungo soggiornanti o titolari di protezione in Ucraina. Ma la tentazione per qualcuno di dire tra non molto “abbiamo già dato” sarà fortissima.

Buon venerdì.

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Solidarietà intermittente

Ne abbiamo parlato nel buongiorno di ieri: mentre (per fortuna) l’Europa apre le porte ai profughi ucraini si va formando la sempre più nitida convinzione che esistano disperati che hanno il diritto di essere aiutati e disperati che abbiamo il diritto di lasciare al macello. Non è un argomento da poco perché finita (speriamo presto) la guerra le macerie di questa stortura umanitaria diventeranno combustibile per certa politica. Non è un caso che ieri Giorgia Meloni rilanciasse la questione dei “profughi veri” e dei “profughi finti” sui suoi social.

Ieri è intervenuta anche l’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, esprimendo sconcerto per quanto sta avvenendo ai confini tra Polonia e Ucraina dove viene impedito l’ingresso nel territorio nazionale e quindi nel territorio dell’Unione europea a cittadini di Paesi terzi, in prevalenza africani e asiatici, regolarmente soggiornanti in Ucraina per motivi di studio o di lavoro, nonostante nel territorio ucraino sia in corso un devastante conflitto. «Si tratta – scrive Asgi – di una gravissima violazione del diritto umanitario internazionale – che impone di proteggere qualsiasi civile in fuga dalla guerra – ma anche del diritto alla non discriminazione sulla base della nazionalità. Parimenti vi è violazione del divieto di respingimento della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati, nonché di una violazione del diritto dell’Unione, al cui rispetto la Polonia come stato membro è vincolata. La Polonia è tenuta al rispetto dell’art.3 della Convenzione europea per i diritti umani  che vieta in modo assoluto il rinvio di qualsiasi persona verso luoghi nei quali essa possa essere esposta a tortura o trattamenti inumani e degradanti e ha l’obbligo di registrare le domande di asilo di tutti coloro che si presentano ai suoi valichi di frontiera senza che possa essere attuata alcuna illegittima differenziazione in base alla cittadinanza, nazionalità o altra condizione del richiedente. Il comportamento delle autorità polacche pone in essere una forma di discriminazione basata sulla appartenenza nazionale che risulta essere in aperta violazione anche della Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale sottoscritta anche dalla Polonia. L’inaudita gravità dei fatti sopra citati evidenzia nuovamente quanto la Polonia stia violando in modo grave e sistematico le normative internazionali ed europee in materia di asilo e di tutela dei diritti fondamentali come già avvenuto sul confine bielorusso dove migliaia di rifugiati sono stati respinti e decine di essi sono morti di stenti anche a causa della condotta delle autorità polacche».

Forse dovrebbe far venire i brividi pensare che alle porte dell’Europa il colore della pelle, nel 2022, sia la discriminante per accedere alla salvezza. E forse dovrebbe provocare una certa vergogna sapere che gli afghani (ve li ricordate gli afghani e tutta Europa che prometteva di salvarli dai talebani?) ormai sono passati di moda e rimangono respinti al gelo. Non è una buona notizia che siano diventati di moda dei rifugiati “utili” da accogliere se serviranno come armi politiche contro gli altri. Chissà se qualcuno se ne accorge.

Buon giovedì.

Nella foto: una profuga a Medyka, al confine tra Polonia e Ucraina, 27 febbraio 2022

 

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Lo Storiofago su Carnaio e Nuovissimo testamento

(fonte)

Giulio Cavalli è una figura poliedrica e originale nel panorama artistico e letterario italiano: autore, regista e attore teatrale, giornalista e scrittore. Nei suoi lavori a teatro ha sempre toccato temi molto delicati e scomodi, dal turismo sessuale minorile fino ai “riti e conviti” mafiosi (ne sono seguite minacce mafiose di morte e una vita sotto scorta). Come giornalista collabora con Fanpage.it, con il giornale online TPI e Left, per cui cura la rubrica “Il Buongiorno di Giulio Cavalli” visibile ogni giorno anche su Facebook in forma audio, video e scritta. 

Negli ultimi suoi due romanzi, “Carnaio” (2018) e “Nuovissimo testamento” (2021), difficilmente classificabili in un genere letterario, (si possono definire distopici, iperbolici o altamente metaforici), ha tratteggiato un affresco spietato della nostra società al limite del fiabesco, due fiabe irrimediabilmente oscure, ma quanto mai realistiche. In mezzo c’è stata “Disperanza” (2020), una raccolta di fragilità, messaggi ricevuti dall’autore che costituiscono una riflessione sulla nostra società, che mira a riscoprire ottimismo e positività, come una vera e propria cassetta degli attrezzi per continuare a sperare.

Finalista al Premio Campiello 2019, Carnaio è un romanzo che per certi versi ricorda il Saramago di Cecità, non solo per l’evento insolito che irrompe nella realtà, ma anche per lo stile narrativo magmatico di mescolanza tra prosa e dialoghi tipico dello scrittore portoghese. Una metafora che diventa iperbole, grottesco, assurdo, ma allo stesso tempo resta strettamente legata alla realtà contingente. La trama, in breve. DF, una cittadina italiana su una costa non ben definita, viene inondata di cadaveri che arrivano non si sa da dove, forse da un Paese dall’altra parte del mare. All’inizio i ritrovamenti sono singoli, poi man mano le maree di morti che si riversano sul paesello diventano sempre più grandi. La comunità applicherà soluzioni incredibili, orribili ed estreme non solo per sopravvivere, ma per usare questa “calamità” a proprio vantaggio. Un libro importante, da leggere per cercare di leggere l’oggi.

Anche nel successivo Nuovissimo Testamento Cavalli indaga la società odierna, con i suoi vizi, la sua apatia, le sue battaglie perse, attraverso una serie di metafore che colgono nel segno. In uno Stato dove la vita di ogni cittadino è quasi del tutto regolamentata da ordinamenti implacabili (ad esempio la vita di coppia deve seguire dei protocolli ben precisi) e dove i sentimenti sono in qualche modo, non rivelo come, tenuti a bada, un manipolo di rivoluzionari male in arnese lotta per la liberazione delle coscienze. Ma c’è un risvolto imprevisto, che accenno soltanto, senza fare spoiler sulla trama: se tutti si è assuefatti a un regime o a una dittatura morbida le scelte sono comuni, praticamente eterodirette, ma se si lascia a ognuno la libertà di azione e di auto determinazione, si deve anche accettare l’ipotesi che la maggioranza non la pensi come noi. La libertà comporta la diversità di opinioni e di vedute. Un romanzo che non può lasciare indifferenti, anche perché, se alziamo un po’ le antenne…ci siamo dentro ogni giorno.

Ci sono profughi veri e profughi finti. Davvero

«Sui profughi, l’Ucraina potrà contare sull’Italia. Faremo la nostra parte, senza riserve», ha detto ieri Mario Draghi. In sei giorni di guerra sono già 520mila i profughi fuggiti dall’Ucraina. Come ricorda Matteo Villa dell’Ispi, nel 2015, nel corso della più grande emergenza umanitaria della storia dell’Ue, ci vollero 4 mesi per superare quota 520mila arrivi. Insomma, siano nel bel mezzo di “un’invasione” solo che la parola “invasione” non la usa più nessuno.

Accogliere i profughi ucraini è un dovere morale, su questo non ci sono dubbi. Draghi ieri ha promesso l’applicazione della direttiva 55/2001 che prevede protezione immediata e temporanea per i rifugiati ucraini. Il segretario del Pd Letta ha scritto: «Dobbiamo esprimere gratitudine e sostegno per chi in Polonia, Romania e Moldavia sta accogliendo in queste ore centinaia di migliaia di profughi dall’Ucraina. Uno sforzo umanitario immane. Una straordinaria dimostrazione di solidarietà». A ruota Salvini ha colto la palla al balzo: «Oggi ho mandato un messaggio al premier di Polonia e al premier d’Ungheria, tanto vituperati, per ringraziarli per il grande sforzo di accoglienza umanitaria che stanno facendo».

Ma cosa accade in Polonia Forse conviene saperlo. Conviene sapere che la Polonia è quello stesso Paese che con l’assenso dell’Ue ha approvato la legge sui “push-back” illegali, quella dei respingimenti, quella dello stato di emergenza al confine con la Bielorussia per impedire l’azione degli operatori umanitari e dei giornalisti che denunciano ripetute aggressioni dalle forze armate polacche. La Polonia è il Paese che lascia uomini, donne e bambini a ghiacciarsi nei boschi senza acque né cibo, che li rinchiude in centri di detenzione illegali dove non possono incontrare operatori umanitari e avvocati. Sono quelli che stanno costruendo una barriera al confine (tra l’altro distruggendo la foresta Białowieża, patrimonio Unesco). Sono gli stessi che hanno lasciato morire al confine almeno 21 persone l’anno scorso.

Gli ucraini passano. E gli altri? Niente. Quelli che scappano da guerre che non consideriamo “nostre” rimangono respinti. Quasi sempre la scelta si basa sul colore della pelle. Scrive Grupa Granica (che riunisce diverse associazioni umanitarie della zona): «Continuiamo a ricevere richieste di assistenza da persone che fuggono da conflitti armati che hanno luogo in altre parti del mondo, tra cui Siria, Yemen e Afghanistan. Incapaci di utilizzare le vie legali per entrare in Polonia, queste persone rischiano la vita nelle foreste di confine. Al confine bielorusso, a differenza di quello ucraino, la guardia di frontiera non accetta domande di protezione internazionale e non offre riparo; ricaccia le persone in Bielorussia, un Paese che sostiene l’invasione russa dell’Ucraina. E mentre secondo le disposizioni della Convenzione di Ginevra ogni persona in fuga da persecuzioni e violenze dovrebbe avere il diritto a un rifugio sicuro, queste due frontiere – quella della Bielorussia e quella dell’Ucraina – rendono chiaro che la possibilità di esercitare questo diritto dipende dalla nazionalità della persona che cerca protezione».

Il modo in cui sono stati accolti i rifugiati e i richiedenti asilo dall’Ucraina ha dimostrato che la Polonia è in grado di garantire la sicurezza delle persone che cercano protezione. È in grado di fornire loro assistenza e sostegno adeguati e, soprattutto, un passaggio sicuro attraverso la frontiera. Ricordate qualche giorno fa quando Salvini parlava di “profughi veri” e “profughi finti” e tutti si sono giustamente ribellati a quella sconcezza Bene, è diventata la linea politica dell’Ue.

Buon mercoledì.

 

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Non è tempo, ci dicono

Mentre Ucraina e Russia trattavano un eventuale accordo per cessare il fuoco decine di persone e centinaia di feriti rimanevano per terra per gli attacchi missilistici russi sulla città di Kharkiv. Il consigliere del ministero degli interni ucraino Anton Herashchenko ha dichiarato in un post su Facebook: «Kharkiv è appena stata massicciamente attaccata dai razzi. Decine di morti e centinaia di feriti». Solo questo può bastare per stabilire la catastrofe umanitaria che si sta svolgendo. Numeri precisi non ce ne sono ma ieri il ministero ucraino comunicava che «352 civili ucraini sono stati uccisi finora durante l’invasione della Russia, inclusi 14 bambini». Il ministero ha affermato che altre 1.684 persone, inclusi 116 bambini, sono rimaste ferite.

La banca centrale russa ha aumentato i tassi di interesse al 20% dal 9,5% dopo che il rublo è precipitato fino al 40% lunedì sulla scia delle sanzioni occidentali. Amnesty International ha condannato l’uso riferito da parte della Russia di munizioni a grappolo in Ucraina. Josep Borrell, l’alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri, ha dichiarato: «A seguito della richiesta del ministro degli affari esteri ucraino, stiamo immediatamente rispondendo mobilitando il Fondo europeo per la pace per due misure di assistenza di emergenza per finanziare la fornitura di materiale letale e non letale a l’esercito ucraino. Questa è la prima volta nella storia che l’Ue fornirà attrezzature letali a un paese terzo». Fare la pace con la guerra significa tradire la natura stessa della fondazione dell’Unione Europea ma ci dicono che non è tempo per queste cose. Anzi, l’Ucraina ha formalmente presentato la domanda per entrare nell’Ue. Qualcuno ha fatto notare che accettare con procedura d’urgenza un nuovo membro in guerra con la Russia equivalga a una dichiarazione di guerra. Inutili ragionamenti, anche questi, dicono.

Ieri alcuni politici nostrani hanno applaudito la Polonia che ha aperto le porte ai rifugiati ucraini utilizzando per la prima volta in Europa la Direttiva 55 del 2001. Come fa notare Melting Pot Europa è la stessa Polonia che lascia donne, uomini e minori senza acqua né cibo nelle zone boschive al freddo, che rinchiude per mesi le persone in centri di detenzione sorvegliati chiusi privandole della propria libertà, senza poter incontrare né avvocati né attivisti. Qualche giorno fa tutti prendevano in giro Salvini che parlava di “rifugiati veri e rifugiati finti” e poi nel giro di qualche ora hanno attuato quella strategia. Ma non è tempo per disquisire di altri disperati, ci dicono.

A proposito: l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vasily Nebenzya, dice che l’invasione russa è una notizia falsa. Sembra un farsa e invece è una tragedia in bilico.

Buon martedì.

Nella foto: frame di un video su attacco missilistico a Kharkiv, Ponomarenko twitter

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La brutta china

Putin fa il Putin, anche perché ormai gli rimane solo quello. Sono fissati per oggi, al netto di prevedibili novità, i colloqui tra Ucraina e Russia. «Abbiamo convenuto che la delegazione ucraina si sarebbe incontrata con la delegazione russa senza precondizioni al confine ucraino-bielorusso, vicino al fiume Pripyat», ha annunciato il presidente ucraino Zelensky sul suo canale ufficiale Telegram, descrivendo una telefonata con il presidente Aleksandr G. Lukashenko di Bielorussia. Lukashenko «si è assunto la responsabilità di garantire che tutti gli aerei, elicotteri e missili di stanza sul territorio bielorusso rimangano a terra durante il viaggio, i colloqui e il ritorno della delegazione ucraina», ha spiegato Zelensky. Il leader bielorusso è uno stretto alleato di Putin.

Negli stessi minuti Putin si è rimesso a fare il Putin, ordinando ai suoi militari di mettere in massima allerta le forze di deterrenza nucleare del Paese in risposta alle “dichiarazioni aggressive” dei Paesi Nato. Minacciare con il nucleare e alzare il livello dello scontro è la strategia del leader russo. Giudicare Putin che apre ai negoziati con l’Ucraina e contemporaneamente minaccia il mondo è fin troppo facile.

L’Europa trova l’intesa per le sanzioni: «Stiamo chiudendo la spazio aereo dell’Ue ai russi. Proponiamo un divieto a tutti gli aerei di proprietà registrati o controllati dalla Russia di atterrare, decollare o sorvolare il territorio dell’Ue», ha dichiarato Josep Borrell. «Sarà applicato a qualsiasi aereo, compreso i jet privati degli oligarchi», ha aggiunto. Ursula von der Leyen parla di «misure restrittive» contro «i più importanti settori» dell’economia della Bielorussia. «Stop all’export di prodotti come  carburanti minerali, tabacco, legname, cemento, ferro e acciaio. E sarà esteso il divieto di scambi commerciali» per quei settori sui quali «è stata sanzionata la Russia», ha detto ancora von der Leyen. Tra le altre misure in campo, «stop alle transazioni con la banca centrale russa e congelamento dei suoi asset all’estero. Esclusione di importanti banche russe da Swift».

Ma l’esultanza vera dei signorotti della guerra arriva per l’annuncio che l’Ue per la prima volta finanzierà l’acquisto di armi. Esultanza generale. Passa qualche minuto e ovviamente si chiede a gran voce (non è per niente una sorpresa) di aumentare le spese militari in Italia. Il ministro della guerra Guerini sorriderà sornione. Poi un giorno ci spiegheranno come possano applaudire il Papa che invoca il silenzio delle armi e con l’altra mano firmare gli assegni. Teneteli bene a mente perché sono gli stessi che fingono di non sapere che armare i civili significa prepararsi a contare le vittime tra i civili. Un altro avviso: tutti quelli che ci dicono che non si possono avanzare ragionamenti complessi sotto le bombe sappiano che potrebbero usare la stessa urgenza per le guerre in Yemen, in Siria, in Libia e altri conflitti.

La china però è evidente: essere interventisti per risultare autorevoli è la via maestra. Del resto quelli che inviano armi all’Ucraina curiosamente sono gli stessi che le spedivano ai russi. La militarizzazione dell’Ue, nata come progetto di pace, si può dire completata. Dicono che sia l’unica soluzione possibile. Una volta si diceva che la guerra era l’ultimo rifugio degli incapaci. Oggi abbiamo un’altra guerra “giusta” da combattere. E la china è brutta.

Buon lunedì.

Nella foto: vigili del fuoco a Kiev dopo un attacco missilistico, 25 febbraio 2022

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L’Ucraina e quei camerieri della guerra che odiano i pacifisti

Odiano la pace perché gli costa più della guerra e perché scontenta i loro padroni. Nel pieno dell’invasione russa a Kiev i signorotti della guerra, quelli bravissimi a parlare di pace ma assolutamente inetti nel praticarla, riescono a spendere energie contro i loro nemici giurati, i
pacifisti, mettendoli alla berlina per poter risultare “l’unica alternativa possibile”. È un movimento uniforme, nemmeno sotterraneo, che abbraccia politici e giornalisti e che imperversa in queste ore sulle pagine di autorevoli giornali e istituzionali canali televisivi. La prima reazione è chiedersi come si possano avere le energie e il tempo di prendersela con i pacifisti mentre le bombe e i missili cadono sulla testa di povera gente, soffocata dall’ingordigia di Putin e dal conveniente imbarazzo del mondo.

Un palazzo bombardato a Kiev, in Ucraina (Getty Images)

Davanti all’invasione c’è chi ha tempo di prendersela con i pacifisti

Davvero di fronte alle immagini di un ospedale colpito, di un palazzo sventrato e di civili stramazzati a terra c’è qualcuno che può avere il tempo, il modo e lo spazio di prendersela con i pacifisti? Sì, accade sempre così, è sempre accaduto. Il meccanismo perverso l’ha spiegato benissimo il vignettista Mauro Biani: «Ricapitoliamo: tutto il tempo non si filano i movimenti nonviolenti e i pacifisti e le loro analisi-proposte. Poi guerra e step 1: “Dove sono i pacifisti?”. Le persone si mobilitano e scendono in strada, allora step 2: “Anime belle, non servite a
niente”. E via, replica infinita».

Quei camerieri della guerra che senza scontro sono perduti

«Dove sono i pacifisti?», chiedono i camerieri della guerra e dei loro padroni. E non serve mostrargli le foto delle piazze italiane e europee che in questi giorni si riempiono di persone e di manifestazioni. Risponderanno che per essere veri pacifisti bisogna avere il coraggio di andare con le bandiere a San Pietroburgo, e se non bastasse ancora, diranno che per essere veri pacifisti bisognerebbe avere il coraggio di farsi arrestare. Senza scontro non riescono ad avere una chiave di lettura del mondo, senza nemici non riescono a immaginare nessun paradigma. I nemici della pace se la prendono con i pacifisti perché non hanno il vocabolario per parlare di diritti e quindi hanno bisogno di intaccarli demolendo le persone.

La guerra di Putin smaschera le ipocrisie del sovranismo

Osservateli bene, i nemici dei pacifisti sono gli stessi che credono solo nella diplomazia della polvere da sparo. Si irritano ogni volta che sentono parlare di sanzioni perché sono disposti a perdere vite umane più dei soldi. Sognano un terza guerra mondiale perché ci hanno preso gusto, dopo due anni di pandemia, nel giustificare le disuguaglianze come intoccabili effetti dell’emergenza. Questa guerra smaschera le ipocrisie, per questo impazziscono. Le bugie di Putin sulla sovranità e sulla libertà sono le stesse che abbiamo ascoltato per decenni, in altre lingue. E questo li fa impazzire. L’atteggiamento criminale di Putin smutanda i piccoli leader di casa nostra che riducono la geopolitica a un feticcio e che hanno trasformato il leader russo in un logo da indossare sulla felpa per concimare elettori.

Le responsabilità dell’Europa e l’indebolimento di Draghi

Questa guerra sconfessa un’Europa macchinosa e disunita che fatica a fare quadrato (ed è questo che Putin voleva). Questa guerra smaschera coloro che con la guerra si arricchiscono e che le guerre le vogliono sempre fare pagare agli altri: un sottosegretario di governo che in diretta televisiva ci spiega come la difesa degli ucraini inermi non possa sporcare il mercato del lusso italiano che farcisce gli oligarchi russi è la cartina tornasole delle disumane priorità. Questa guerra sputtana Draghi che in pochi giorni è stato ammaccato sul piano internazionale (uno dei punti forti del suo curriculum) e si ritrova a promettere soldati.

Manifestazione pacifista a Barcellona, in Spagna (Getty Images)

Nessuno è disposto a pagare i costi di una pace

Questa guerra svergogna Salvini che si fa riprendere mentre posa i fiori all’esterno dell’ambasciata ucraina (proprio lui, l’adoratore del “fare” e dell’uomo forte che si affida alla preghiera come soluzione) e che si ritrova costretto a inventare un razzismo umanitario per distinguere i profughi veri (quelli che servono per non sembrare bestiale) e presunti profughi finti che gli servono per non infiacchire il suo razzismo elettorale. Questa guerra ancora una volta ci insegna che i conflitti costano, eccome, e costano a tutti. Non esistono guerre lontane, non esistono guerre di cui possiamo non interessarci, non esistono guerre convenienti. Tocca dare ragione a Lincoln quando diceva che non esiste un modo onorevole di uccidere, né un modo gentile di distruggere. Non c’è niente di buono nella guerra, eccetto la sua fine. Ma anche la pace costa e qui più di qualcuno non sembra disposto a pagarla.

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I finti -ismi sono questa cosa qui

Tutti angosciati e smarriti per l’invasione di Putin. I due blocchi contrapposti di tifosi osservano la guerra e la appiattiscono sulla loro narrazione. In fondo a loro la guerra in sé interessa pochissimo, l’importante è trovare la chiave narrativa per dimostrare che gli amici dei loro nemici sono cattivi e che i nemici dei nemici sono buoni. In Italia (da sempre terra di conquista per gli ignoranti di storia e di geopolitica) si riesce a leggere ogni evento, anche il più complesso e il più lontano, come cartina tornasole delle proprie zuffe di cortile. Il gioco è sempre quello: creare due schieramenti contrapposti per riuscire a vedere chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Così da una parte ci sono i filoatlantisti che invocano le bombe della Nato («i nostri aerei dovrebbero già essere in volo, i nostri missili già partiti» scrive pugnace Fabrizio Rondolino, e sarebbe bello immaginarlo con l’elmetto in testa pronto a partire anche lui) e dall’altra parte coloro che in nome di reminiscenze storiche (o per l’amore degli autoritarismi) venerano Putin. Provare a costruire un discorso più complesso diventa difficile, quasi impossibile: o di qua o di là. Fare una guerra è già un’azione bestiale, usarla per la propria propaganda da cortile è ripugnante e immorale.

Non vedere la distribuzione delle responsabilità storiche e politiche di ciò che sta accadendo è facile, è sicuramente comodo. Di certo i signori della guerra si avvantaggiano: si avvantaggiano coloro che con la guerra impegnano il Pil, si avvantaggiano quelli che con la guerra accontentano le proprie lobby, si avvantaggiano i ministri della guerra come il nostro Guerini che possono dare nuova linfa alle spese per gli armamenti, si avvantaggiano coloro che sanno parlare solo la lingua della guerra perché rimangono muti di fronte allo spessore che richiede la pace.

Un dato è certo: il sovranismo di cui si parla da tempo in Europa è questa cosa qui. Il sovranismo parafascista che fu di Trump, che è di Putin e che è di qualche leader anche qui da noi, ora si può ammirare in tutto il suo tragico splendore. È stato pensato da Trump e da Putin come grimaldello per indebolire l’Europa e renderla terreno di conquista. In nome di questo sovranismo distorto iniettato in quest’epoca è possibile compiere le azioni più becere e chiamarle “difese della Patria”. Non è un caso che l’estrema destra esulti: il filo nero va da Putin a Trump, Orban, Le Pen e compagnia cantante.

Dall’altra parte l’imperialismo Usa può avvantaggiarsene. L’occasione è ghiotta se è vero che qualcuno ha subito dimenticato la storia recente. Forse sarebbe il caso di ricordare che qualche giorno fa alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza il segretario della Nato Jens Stoltenberg aveva tuonato felice che «l’allargamento della Nato negli ultimi decenni è stato un grande successo e ha anche aperto la strada a un ulteriore allargamento della Ue». Solo che l’allargamento della Nato parte da quel 1999 in cui la Nato demolì la Jugoslavia, passa dall’inglobamento dei primi tre Paesi dell’ex Patto di Varsavia (Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria), poi Estonia, Lettonia, Lituania (già parte dell’Urss), poi Bulgaria, Romania, Slovacchia (già parte del Patto di Varsavia), Slovenia (già parte della Federazione Jugoslava), fino all’Albania nel 2009 (un tempo membro del Patto di Varsavia) e la Croazia (già parte della Federazione Jugoslava) e nel 2017 il Montenegro (già parte della Jugoslavia) e nel 2020 la Macedonia del Nord (già parte della Jugoslavia). In vent’anni si è passati da 16 a 30 Paesi arrivando fino all’interno del territorio dell’ex Urss, con la Nato che altro non è che il vestito buono (e molto lungo) delle leve militari Usa. Anche questo è un “sovranismo” (considerato più buono) che altro non è che egoismo politico.

Intanto in Ucraina c’è una minaccia immediata per le vite e il benessere di 7,5 milioni di bambini. Negli ultimi giorni colpi di armi pesanti lungo la linea di contatto hanno già danneggiato infrastrutture idriche di base e scolastiche. Se i combattimenti non si fermeranno, decine di migliaia di famiglie potrebbero essere costrette a sfollare, facendo drammaticamente aumentare i bisogni umanitari. Ma di questo parleranno poco o niente, quasi nessuno. Del resto come ripeteva spesso Gino Strada, ogni guerra ha una costante: il 90% delle vittime sono civili che non hanno mai imbracciato un fucile e non sanno perché gli arriva in testa una bomba. Le guerre vengono dichiarate dai ricchi e potenti, che poi ci mandano a morire i figli dei poveri.

Buon venerdì.

Nella foto: Una donna con il figlio in fuga su un autobus, Sievierodonetsk, Ucraina orientale, 24 febbraio 2022

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