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I furbetti, quelli veri

Mentre tutti i liberisti da strapazzo di questo nostro straziato Paese starnazzavano contro i poveracci che incassano 500 euro di reddito di cittadinanza (misura che ha evidentemente delle storture e che andrebbe migliorata) su queste pagine ci permettevamo di dire che anche nello sdegno le proporzioni sono importanti e che forse sarebbe stato utile guardare i lauti sussidi che rischiavano di andare sprecati, quelli che fanno meno notizia ma che costano sul serio.

Ieri la Guardia di Finanza di Rimini ha ipotizzato il reato di frode per 440 milioni di euro per fondi illecitamente percepiti attraverso la creazione e la commercializzazione di falsi crediti d’imposta. Sono oltre 100 le società coinvolte, create ad hoc per ottenere bonus locazioni, bonus per ristrutturazioni con miglioramenti sismici ed energetici e i cosiddetti bonus facciate che nell’ultimo anno hanno portato all’apertura di una moltitudine di cantieri edili in tutta Italia. In un’intercettazione uno degli indagati al telefono con il commercialista dice: «Cioè, lo Stato italiano è pazzesco, è una cosa… vogliono essere inc**lati praticamente…». «Vedi che io ero abituato – si legge nell’intercettazione – a queste cifre prima del carcere … cioè non mi fanno impressione. A me mi fanno impressione quelli che andiamo a fare adesso … quelli sì mi fanno un po’ impressione da gestire … da gestire … da gestire gli incassi, da gestire il bonus … trenta miliun … sarebbe da pazzi. Sarebbe come dire all’Agenzia delle Entrate o alla Guardia di Finanza ‘veniteli a prendere’. Dovremmo avere una Spa…»

Per il gip: «Inutile dire che le condotte degli indiziati, anche nell’ottica della missione della Repubblica di rimuovere gli ostacoli all’affermazione dell’eguaglianza sostanziale fra i cittadini, qui specificamente traguardata mediante il riconoscimento di una serie di provvidenze ai settori dell’economia reale ritenuti maggiormente bisognosi, si rivelano di una inaudita rimproverabilità e meritevolezza di pena… Non solo, ma l’autentica dedizione alla criminalità di profitto di molti degli indagati, già veri e propri habitué della frode … lascia presagire, in modo ragionevolmente certo, che gli stessi, in preda ad una sorta di ludopatia da reato, eluderebbero con disinvoltura, pur di continuare a delinquere o comunque pur di mettere al sicuro i profitti di reati già commessi».

La cifra contestata, tanto per avere un’idea, è il 50% di quanto lo Stato ha messo nella scuola nell’ultima Legge di Bilancio. Ora vi propongo un gioco: andate a vedere se tutti gli indignati contro i poveri che vengono aiutati con qualche spiccio parlano di questa inchiesta e raccontano di uno Stato di Sussidistan per gli imprenditori che si intascavano soldi senza averne diritto. A proposito: ieri la Guardia di finanza di Treviso ha denunciato 51 imprenditori per aver ricevuto – senza averne diritto – o utilizzato – per finalità non consentite – oltre 1,5 milioni di euro di aiuti statali, sotto forma di prestiti garantiti o contributi a fondo perduto per fronteggiare l’emergenza Covid. Altri 15 imprenditori, responsabili di irregolarità di minore gravità o che hanno ricevuto somme inferiori ai 4mila euro, sono stati segnalati per l’irrogazione di una sanzione amministrativa.

Non ci vuole molto per capire le parti in gioco.

Buon martedì.

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Mattarellati

Può un evento essere una buona soluzione per il Paese e contemporaneamente una cattiva sconfitta della politica Sì, certo, e qui sta tutto lo scollamento tra il Parlamento che esulta per l’elezione di Mattarella e la realtà.

Innanzitutto crea un certo disagio vedere questi capi partito che sono nati rottamatori, scardinatori di scatolette di tonno, rifondatori della nuova destra, spazzatori della vecchia politica e rivoluzionari che si compiacciono per avere lasciato le cose come stanno. Sia chiaro, ben venga Mattarella rispetto alla risibile risma che è stata proposta dal centrodestra, ma che alcuni partiti abbiano incamerato voti per sovvertire il presente e ora scodinzolino per essere stato bravi a mantenere intatto il passato è qualcosa che in termini di consenso gli costerà parecchio.

In una settimana, tra l’altro, il Parlamento è riuscito a utilizzare per una lotta tutta politicista la seconda carica dello Stato (con Casellati che ha utilizzato il proprio ruolo di Presidente del Sentato come trampolino), una responsabile dei Servizi, l’attuale presidente del Consiglio Draghi e il leader storico del centrodestra italiano. Non è una mera questione di avere bruciato nomi, qui si tratta di avere sporcato importanti cariche istituzionali che ora inevitabilmente subiranno il logorio delle sgraziate fanfaronate che si sono consumate. La settimana di locura ha contribuito allo spasmo generale dei media ma ha usurato la credibilità di molti.

Che i partiti abbiano dovuto implorare un ex Presidente che ha ripetuto più volte di non avere intenzione di continuare nel suo ruolo è un fatto che non ha bisogno di troppe interpretazioni. Che i tiepidi e gli inconsistenti rivendano il risultato come un trionfo della diplomazia è il solito trucco dei vaghi che farciscono il niente con la diplomazia.

Quando Napolitano venne rieletto per mediocrità del Parlamento nel suo discorso disse: «Quanto è accaduto qui nei giorni scorsi ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità». Siamo ancora a quel punto.

Questa elezione dimostra anche che le coalizioni che si rivendono come salde all’opinione pubblica allo stato attuale non esistono nemmeno: il centrodestra si è spaccato ancora una volta poiché ormai è il cortile dove Salvini e Meloni si contendono la leadership, concentrati in un gioco endemico che non ha nulla da dire di concreto al Paese. Anche il fronte progressista tra Pd e M5s non sembra godere di ottima salute. Volendo andare più a fondo persino i partiti si sono mostrati disuniti. La sensazione è che Draghi vinca (e Mattarella perduri) per inconsistenza generale. E questa non è una buona notizia, per niente.

Fare campagna elettorale anche sull’elezione del presidente della Repubblica rende perfettamente la cifra politica e lo spessore morale di molti attori in campo. Il tema non sono i nomi che sono stati di bassa levatura: è un Parlamento di bassa levatura.

Ma il punto sostanziale è un altro: questa elezione per il Quirinale certifica che questa maggioranza non riesce a trovare una sintesi nemmeno per il presidente della Repubblica. E quindi la domanda vera è: perché stanno insieme? Cosa li tiene insieme?

Buon lunedì.

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Alternanza scuola-lavoro-manganello

Uno Stato che svolge bene il proprio ruolo dopo la morte di Lorenzo Parelli, morto per le lesioni al cranio a 18 anni schiacciato da una trave di 150 chili nell’ultimo giorno del suo stage alla Burimec di Lauzacco (Udine) avrebbe dismesso i panni del contrito paternalismo e avrebbe riconosciuto che no, non è normale che un ragazzo che sta studiando finisca ammazzato. Poi si può discutere dell’alternanza scuola-lavoro, degli stage professionali in periodo scolastico, magari anche discutere dei morti sul lavoro (che fanno schifo anche se le vittime hanno più di 18 anni) e di tutto il resto. Ma che a 18 anni si muoia mentre si studia per imparare un mestiere è un fallimento sciagurato che per prima cosa andrebbe riconosciuto: lo Stato fallisce ogni volta che si dimostra incapace di prendersi cura delle persone sotto la propria tutela, che sia un carcere o uno scuola. Intorno alla morte di Lorenzo Parelli si è aperta una speculazione politica ma non ci si è fermati a riflettere sull’evento. Come al solito anche sulle tragedie il primo pensiero della politica va alla sponda su cui potrebbero rimbalzare, e chi se ne fotte delle vittime.

Lorenzo Parelli, chi era il 18enne morto nel suo ultimo giorno di stage. Il datore di lavoro indagato per omicidio colposo.
Lorenzo Parelli.

Gli studenti inascoltati dallo Stato escono maciullati da due anni di pandemia 

Gli studenti in piazza devono avere pensato che per l’ennesima volta nessuno abbia chiesto a loro cosa ne pensassero. Gli studenti escono maciullati da questi due anni di pandemia: le ricadute dei loro disagi psicologici e affettivi accumulati dalla socialità interrotta non sembrano interessare a nessun piano di ripresa e resilienza, del resto secondo qualcuno i giovani devono forgiarsi con la fatica e la sofferenza e la pandemia, in quest’ottica, è solo utile tirocinio; sono stati additati come i colpevoli della diffusione del virus quando è stato il momento di spostare il fuoco dalle fabbriche, gli uffici e i trasporti e ci si è spremuti sulla narrazione della movida come focolaio nazionale. Nelle pause del contagio, in estate, sono stati accusati di essere nullafacenti perché non hanno accettato di rendersi schiavi per un’economia turistica che puntava su ristori umani per far quadrare i bilanci; sono perfino sbeffeggiati da certa politica che li ha già avvisati di non permettersi mai, una volta adulti, di pretendere lealtà e diritti dello Stato per coprire i propri fallimenti. Sono incastrati in una babele di norme che non riesce a gestire quarantene impraticabili, tamponi introvabili, tracciamenti mai visti; hanno dovuto ascoltare per mesi i sermoni di esperti più o meno presunti che pontificavano dimostrando di non avere alcuna contezza del mondo della scuola che loro vivono quotidianamente; hanno toccato con mano l’ipocrisia di regole in aula che vengono violate ogni volta che si sale su un mezzo pubblico; hanno dovuto imparare presto a conoscere la politica che promette e non realizza.

La sconfitta dello Stato e il dramma dei ragazzi e degli studenti inascoltati
Scontri a Torino tra studenti e polizia (da youtube).

Se l’unica risposta ai ragazzi è il manganello di cittadinanza

Gli studenti sono scesi in piazza perché la piazza è il luogo in cui si manifestano e manifestano le persone che hanno la sensazione di non esistere. Questa volta dallo Stato hanno ricevuto botte al posto dell’indifferenza. Ed è proprio la sproporzione della reazione la sconfitta più cocente. In un Paese che non parla del loro presente, che non riesce a proporre loro delle prospettive il manganello di cittadinanza è l’unica risposta. Pestati da quelle stesse forze dell’ordine che in questi mesi hanno lasciato tranquillamente pascolare squadristi e agitatori mentre indisturbati entravano nella sede principale del più grande sindacato in Italia o mentre incitavano alla violenza fingendo di essere interessati alla pandemia e al vaccino. Peggio di tutto questo c’è solo la mancata difesa del ministro Patrizio Bianchi e il silenzio del governo: non sapere che con questo atteggiamento le proteste cresceranno è stupido e pericoloso. Ma alla fine, vedrete, sarà ancora colpa loro.

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La vergogna infinita dei bambini in carcere, uno scandalo che la politica non riesce a evitare

«Entro il 2015 nessun bambino sarà più detenuto». Era il 2015 e l’allora ministro della giustizia Andrea Orlando nel penitenziario di Rebibbia, di fronte a otto mamme incarcerate con i loro figli aveva promesso «la fine di questa vergogna contro il senso di umanità»: «non possiamo privare un bambino della libertà, è innocente ma allo stesso tempo ha diritto di vedere sua madre. – aveva detto Orlando – Abbiamo tre obiettivi da realizzare prima possibile: il primo è la fine della detenzione per questi piccoli, il secondo è quello di rivedere le modalità con cui avvengono i colloqui tra genitori e figli.

Abbiamo firmato un protocollo d’intesa con l’associazione “Bambini senza sbarre” e con il Garante per l’Infanzia per ridefinire l’accoglienza in carcere». Il 15 luglio del 2015 nei penitenziari italiani c’erano 33 donne che stavano scontando la pena con i loro bambini: 15 accolte negli Icam (gli istituti a custodia attenuata per detenute madri) di Milano, Torino e Venezia e le altre 19 in normali carcere. Sono passati 7 anni e i dati ci dicono che al 31 dicembre scorso nel sistema penitenziario italiano si trovavano 18 bambini reclusi. Un anno fa erano 29 e, al 31 dicembre del 2018, 52. La “vergogna” è rimasta tale, le promesse pure. La legge in vigore è la 62 del 2011 e prevede misure alternative al carcere per le madri con figli fino ai sei anni di età, gli ICAM e le case famiglia protette. Nonostante le premesse e i principi che hanno ispirato la legge, la carcerazione non è stata eliminata: l’accesso alle case famiglia protette è molto limitato perché gli oneri di spesa finora non sono stati a carico dello Stato .

Un esempio? Nel secondo rapporto semestrale dell’Ausl di Bologna (dal titolo “Carcere Bologna: il disastro permanente”) Vito Totire nell’agosto 2020 scriveva: «Irrisolto il problema dello spazio per una persona detenuta con bambino; irrisolto nel senso che, dopo tanti anni, ancora non paiono esecutive le norme che vietano la detenzione in carcere di bambini piccoli che devono invece essere ospitati, con le loro mamme, negli ICAM e/o comunque in una struttura alternativa al carcere e diversa a seconda della posizione giuridica della madre; di recente, ancora una volta, la Dozza ha ospitato una bambina di 4 anni, sia pure per pochi giorni! Comunque, fino a quando esiste lo spazio per donna con bambino, lo spazio “rischierà” di essere occupato a discapito della strutture alternative extracarcerarie». Pochi mesi dopo la direzione del penitenziario annuncia che al reparto femminile del carcere sarà inaugurato un nido per ospitare di volta in volta fino a due donne con i loro figli. Il garante regionale Marcello Marighelli ricorda che il nido in carcere è una misura che risale al 1975. No, non si tratta di una soluzione: i bambini devono uscire dal carcere.

La differenza l’ha sintetizzata perfettamente il deputato Paolo Siani (PD): «Ho visitato personalmente l’Icam di Avellino e una casa famiglia protetta di Roma. Sono due mondi completamente diversi: il primo è un carcere, il secondo è il luogo adatto a far crescere un bambino quando rimane con la madre detenuta», commenta. Per questo il deputato aveva depositato a dicembre del 2019 la proposta di legge 2298 per superare i “profili problematici” della legge 62/2011, la norma che dieci anni fa ha istituito gli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam) per “impedire che bambini varchino la soglia del carcere”. Inizialmente sembrava che ci fosse una larga convergenza ma poi tutto si è arenato in Commissione giustizia. La proposta di legge Siani prevede l’obbligo per lo Stato a finanziare le case famiglia protette per detenute madri e l’obbligo per il ministero delle Giustizia di stipulare convenzioni con gli enti locali per individuare le strutture idonee ad accogliere le mamme detenute con i loro bambini.

Il testo della proposta di legge prevede anche alcune modifiche al codice di procedura penale finalizzate a rendere la custodia cautelare delle detenute madri all’interno degli Icam solo nel caso in cui sussistano “esigenze cautelari di eccezionale rilevanza”. La proposta, se venisse approvata, eviterebbe che per le madri si aprano le porte del carcere ma individuerebbe nelle case famiglia protette la soluzione ordinaria, relegando gli Icam come estrema soluzione.
A dicembre del 2020 con un emendamento alla legge di bilancio era stato previsto un fondo con una dotazione di 1,5 milioni di euro all’anno per il triennio 2021-2024 (4,5 milioni in tutto) per creare un numero di posti sufficiente per accogliere le madri in carcere con bambini.

Si attendeva il decreto attuativo e la ripartizione dell’importo tra le regioni. È arrivato solo 10 mesi dopo (a settembre del 2021) e a oggi le uniche case famiglia protette attualmente attive sono solo a Roma e Milano. Una cosa è certa: in Italia finiscono in carcere bambini che sono innocentissimi perché la politica fatica a trovare una soluzione. C’è una categoria di persone che è condannata a scontare in carcere pene mai commesse, inconsapevoli del destino che gli è stato rilevato.

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Nebbia sull’irto Colle

Se i partiti vivono l’elezione del presidente della Repubblica come occasione di accrescimento del prestigio personale dei proponenti e non come momento di responsabilità per eleggere un garante della Repubblica, è inevitabile che lo spettacolo sia quello che è. L’elemento straordinariamente prevedibile è che ancora una volta tutti riescono meravigliosamente ad apparire perdenti, confusi, egoisti e non all’altezza. Come è sempre accaduto in questi ultimi anni.

Così negli ultimi giorni abbiamo assistito a una girandola di nomi che non vengono discussi per il Presidente che potrebbero essere, ma che vengono marchiati dal proponendo, dimostrando ancora una volta che l’arco parlamentare non riesce ad elevarsi nemmeno di fronte al più alto atto repubblicano, ovvero la convergenza sul più alto rappresentante. Prevedibile anche questo: sono gli stessi partiti che hanno dimostrato ben poco senso di responsabilità e di unità di fronte a una pandemia.

Di fondo c’è che i partiti, ma soprattutto le coalizioni, sono messe maluccio. Nel centrodestra Salvini è sempre di più il disturbatore che si affanna per apparire nelle inquadrature. Sono giorni che ci dice di avere un nome di alto profilo e poi ci rifila il brodino di indigeribile berlusconiano. Del resto il leader leghista usa anche il Quirinale semplicemente per duellare con Giorgia Meloni, vivendo qualsiasi epoca politica come occasione di show. Il centrodestra non esiste ed è sempre uguale a se stesso: solo l’auto candidatura di Berlusconi è riuscita a tenere a cuccia la coalizione. Siamo sempre lì, sono ancora lì.

Resta da capire come Pd e M5s possano pensare di costruire un fronte progressista se non riescono a trovare un punto comune nel giudizio delle personalità in campo. Non si tratta solo della tiepidezza delle proposte (proporre un Mattarella bis e Draghi come ripiego è la solita scelta non-scelta di sponda di chi non sa decidersi per decidere), le trattative per il Quirinale hanno mostrato la fragilità (per usare un eufemismo) dell’accordo tra un partito, il Pd, con un gruppo parlamentare più fedele a un fuoriuscito che al suo segretario e con il M5s che è evidentemente attraversato da correnti. Anche nel loro caso guardandoli da fuori non fanno una gran figura.

Così si cerca affannosamente un nome autorevole estraneo alla politica senza rendersi conto che il ruolo del Presidente sia invece politicissimo, ma politico nel senso alto del termine, di quella consapevolezza e avvedutezza che sarebbe richiesta. Avere un presidente del Consiglio e un presidente della Repubblica che hanno come principale caratteristica quella di essere non politici non è una buona notizia. Si sperava che avessimo imparato la lezione, e invece no.

In un’elezione rivolta più ai sondaggi e al branding che all’individuazione di una figura all’altezza è inevitabile che possa accadere di tutto, perfino che si trovi un accordo all’ultimo momento. Del resto inseguire il sentimento dell’indignazione porta i leader di partito a cedere alla velocità come elemento fondamentale dell’elezione del Presidente. C’è un’emergenza, scrivono qui fuori, e quelli dimenticano che la politica è trattativa (leale e alta, possibilmente) e che Sandro Pertini fu eletto dopo 16 scrutini con il Paese nel buio dell’uccisione di Aldo Moro avvenuto un paio di mesi prima. Non è la quantità del tempo ma è la qualità del tempo a essere sconsolante.

Fumo molto, sostanza poca.

Buon venerdì.

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Mentre si celebra la giornata della Memoria, in Libia i migranti muoiono nell’indifferenza generale

Le pietre di inciampo che continuiamo a calpestare senza rendercene conto sono in fondo al mare, sono congelati su barchini di fortuna e ai bordi dell’Europa. Celebrare la giornata della memoria senza rendersi conto che i campi di concentramento oggi sono in Libia, profumatamente pagati dal governo italiano, è la macchia sulle celebrazioni di questa giornata della Memoria.

Commemorare fingendo di non vedere che le donne vengano sistematicamente stuprate dalle milizie libiche, fingendo di non sapere che gli uomini vengono torturati per estorcere denaro fino ad essere uccisi, fingendo di dimenticare che in mezzo al nostro mare ciclicamente naufragano vite umane di cui veniamo a sapere solo se hanno la fortuna di galleggiare da morti, è l’ipocrisia più feroce che si possa applicare a una memoria giusta.

Mentre oggi ci fingiamo contriti i carcerieri della cosiddetta Guardia costiera libica continuano a ricevere i nostri bonifici, le nostre navi e i nostri addestramenti per temperare la crudeltà con cui raccattano di disperati per terra e per mare. La Libia in questo momento è un enorme campo di concentramento di persone che vengono spogliate dei loro diritti semplicemente per la loro provenienza geografica: che differenza c’è con il razzismo di chi riteneva alcuni indegni di appartenere all razza umana?

In Libia continuano i rastrellamenti illegali per incarcerare in prigioni di Stato uomini, donne e bambini che non hanno commesso nessun reato se non quello di essere nati nel posto sbagliato del mondo. Le vedete le assonanze? In Libia i morituri non arrivano e non partono per ferrovia ma il nostro binario 21 è largo come tutto il Mar Mediterraneo. 

Celebriamo la Giornata della Memoria mentre 439 persone stanno al freddo in mezzo alle onde sulla nave Geo Barents, lasciati alla mercé dopo quattro richieste di un porto sicuro. Abbiamo trasformato alcune persone in rifiuti, rifiutati come se fosse infetti di una razza europea da preservare pura. Allo stesso modo della Shoah (e ripetiamo “mai più”) immaginiamo un mondo in cui i bisogni e i dolori degli altri vengono valutati in base alla loro provenienza. Non usiamo la parola “razza” solo per un minimo di decenza ma il meccanismo è identico.

Ci vuole coraggio a celebrare la Giornata della Memoria con tutti questi brandelli di orrore che sono qui in giro, vivissimi e morenti. 

Ognuno è ebreo di qualcuno. Oggi il camino, addirittura, sono riusciti a farlo sotto il mare. O a casa loro. Buona giornata della memoria. E buona memoria applicata, se ci riesce.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

La memoria dimenticata

Esercitare la memoria non significa imparare perfettamente le date e i protagonisti degli eventi che furono. Esercitare la memoria significa tenere a mente i segnali degli accadimenti che furono e allenare le antenne per riconoscerli nel presente. Conoscere significa riconoscere gli eventi quando provano a ripetersi.

I morti della Shoah furono moltissimi perché intorno allo sterminio degli ebrei (e delle popolazioni slave delle regioni occupate nell’Europa orientale e nei Balcani, dei neri europei, dei prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, massoni, minoranze etniche come rom, sinti e jenisch, gruppi religiosi come testimoni di Geova e pentecostali, omosessuali e portatori di handicap mentali e/o fisici) si crearono le condizioni per essere ferocemente indifferenti e si instillò la normalizzazione degli eventi.

La normalizzazione delle morti oggi è una sindone laica che contiene il sangue dei profughi annegati nel mediterraneo (il vagone merci del binario 21 è stato sostituito da qualche barchino pericolante che affronta le onde), c’è il sangue dei bambini nello Yemen ammazzati dai sauditi considerati addirittura amici, c’è il sangue che scorre in Siria, ci sono i bambini congelati nel confine del Canada, c’è il sangue degli annegati nel canale de La Manica, ci sono i morti di freddo sulla rotta balcanica, c’è il sangue senza ossigeno degli emigranti che sono morti senza farsi trovare.

La normalizzazione delle idee che portarono a quegli eventi sta nella “matrice” che qualche partito di destra insiste nel non voler scorgere, nei nuovi fascismi che oggi indossano l’abito della festa e fingono di essere illuminati, sta nell’antifascismo visto come sentimento di parte e non come sentimento di democrazia.

Veniamo da giorni in cui 7 migranti sono morti di freddo uccisi da un’Europa che appalta le frontiere, un dodicenne a cui è stato augurato il morire nei forni perché ebreo e un co-fondatore di Fratelli d’Italia che ha collezionato una bella quantità di voti per la presidenza della Repubblica.

C’è da fare, più che ricordare.

Buon giovedì.

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Non ce la fanno

Il senso di responsabilità del centrodestra sta tutto nelle giornate che abbiamo passato a sorbirci Silvio Berlusconi, intendo a cacciare il suo ultimo trofeo in carriera, inseguendo il Quirinale come se fosse l’ultimo e esclusivo modello imperdibile di un accessorio introvabile che avrebbe accresciuto il proprio prestigio.

Se qualcuno, ottimisticamente sbagliando, ha potuto pensare che quello stallo fosse il tributo dovuto al padrone ma poi si sarebbe finalmente tornati a fare sul serio (come prevederebbe la serietà e la responsabilità della Costituzione), ieri è stato smentito dal tris di proposte “di alto profilo” che ha partorito i nomi di Marcello Pera, Letizia Moratti e Carlo Nordio come papabili presidenti della Repubblica.

L’occasione è stata un’ottima opportunità fotografica anche per mostrare l’unità del centrodestra che non esiste (ma che serve in proiezione delle future elezioni) e per sentire spaventose parole in libertà di Salvini e Meloni, ormai talmente abituati a essere scollegati dalla realtà da dire che Moratti e Lombardia sono stati grandi protagonisti nella gestione della pandemia o che Pera potrebbe essere un ottimo presidente perché ha scritto un libro con il Papa. Di Letizia Moratti proprio su queste pagine abbiamo già raccontato la parabola (da ministra all’Istruzione e sindaca di Milano) che avrebbe teso qualsiasi credibilità politica se non fosse che tra la borghesia milanese la credibilità si può ricomprare al chilo potendoselo permettere. Di Carlo Nordio vale la pena, solo in tempi recenti, ricordare quando ci disse che la pedofilia è “un orientamento sessuale”. Ma si sa che dalle parti di Silvio normalizzare e invertire le sessomanie è un esercizio praticato da anni. Marcello Pera indicò la legge Zan come “un suicidio dell’Occidente” e da ministro durante un suo viaggio in Spagna bollò il matrimonio gay come “nessuna conquista ma solo un capriccio”.

Molti editorialisti concordano nel credere che il tris in realtà sia un bluff (sempre a proposito di responsabilità) per estrarre dal cilindro alla quarta votazione la presidente del Senato Casellati, quella che andò in televisione a giurarci che Ruby fosse la nipote di Mubarak e che ora vorrebbe giurare sulla Costituzione. La cifra politica e morale del centrodestra sta tutta qui, nella venerazione della mediocrità rivenduta come senso di appartenenza. I nomi che si bisbigliano dietro questo rumore di fondo sono Casini (il cui opportunismo molti scambiano per capacità di mediazione) e il solito Draghi che si è autocandidato esattamente come Berlusconi ma non ha nemmeno il peso di doversi confrontare con un partito poiché è circondato solo da ammiratori.

La giornata scorre così, in attesa di un presidente della Repubblica che possa non essere una bandierina di partiti ai blocchi di partenza per la prossima campagna elettorale ma che possa essere un garante nel suo ruolo (anche su questo noto una certa confusione). Di sicuro dopo la girandola di nomi in questi primi giorni, poiché le persone si abituano a tutto, alla fine scopriremo di ritenere accettabile anche ciò che era una sciagura fino a una settimana fa.

Buon mercoledì.

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Il dramma di Giacomo, malato psichiatrico sbattuto in cella: Italia condannata a risarcimento

Sono i tribunali a ricordarci ogni giorno come il sistema carcerario italiano navighi nell’illegalità ma a differenza delle sentenze che tornano utili da sventolare in politica quelle che riguardano il sistema penitenziario italiano non sembrano abbastanza degne da rientrare nel dibattito pubblico. Così è accaduto che ieri la Corte Europea abbia condannato l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea, ovvero per trattamenti inumani e degradanti: nonostante i tribunali nazionali e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) avessero ordinato il trasferimento in un centro dove potesse essere curato, un uomo con gravi problemi psichiatrici è stato trattenuto in carcere.

Oltre all’articolo 3 il nostro Paese è stato condannato anche per la violazione dell’articolo 5 comma 1, riguardante il periodo di detenzione illegittima; la violazione dell’articolo 5 comma 5, relativamente al mancato riconoscimento del diritto al risarcimento); dell’articolo 6 comma 1 (diritto a un processo equo) e l’articolo 34 (diritto di ricorso individuale).  Giacomo Seydou Sy è stato più volte accusato di molestie alla sua ex compagna, resistenza a pubblico ufficiale e furto. Ma di questi reati l’uomo, considerato “socialmente pericoloso”, è stato ritenuto consapevole solo parzialmente. Sia i tribunali nazionali che quello europeo ne avevano ordinato il trasferimento in una struttura ad hoc per curare il suo disagio psichico (soffre di turbe della personalità e bipolarismo) ma le autorità non lo hanno mai fatto. Così lo Stato è stato condannato e ora dovrà pagare un risarcimento di 36.400 euro.

È toccato al presidente di Antigone ribadire l’ovvio: «non si può tenere una persona in carcere senza titolo, se il suo stato di salute è incompatibile con la detenzione e se ha bisogno di cure. La decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è solo uno dei tanti casi simili pendenti che riguardano la questione delle persone con patologie psichiatriche nel circuito penale. E a giorni si aspetta anche la sentenza della Corte Costituzionale (ordinanza 131/2021)», ricorda Patrizio Gonnella, il cui lavoro, insieme a quello della società civile in generale, è stato molto intenso sul tema e viene esplicitamente citato dalla Corte nella sua decisione.

«È un provvedimento importante, che non contiene solo la risoluzione di un singolo caso, ma dà indicazioni su un percorso che Governo e Parlamento devono seguire per evitare altre condanne e nuove violazioni dei diritti fondamentali» ha sottolineato Gonnella. «La Cedu afferma due principi importanti: il primo, le carceri non sono luoghi di cura per la presa in carico di patologie psichiatriche gravi, vanno dunque immaginati nuovi modelli per la salute mentale, in stretto contatto con i servizi territoriali. E’ quello che vediamo tutti i giorni durante le visite dell’Osservatorio sulle condizioni detentive ed è ciò che la Cedu ribadisce. Il secondo principio è che le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) sono uno dei luoghi dove il paziente psichiatrico autore di reato può essere destinato, ma non sono l’unico» afferma il presidente di Antigone. «Esistono altre soluzioni, di tipo comunitario o residenziale, che vanno prese in considerazione, perché questo è ciò che ribadisce la legge. È necessario che giudici e servizi di salute mentale si confrontino da subito e trovino soluzioni condivise, dal caso Sy viene fuori un cortocircuito istituzionale inaccettabile».

Sempre a proposito di diritti dei detenuti ieri anche la Corte Costituzionale con la sentenza n. 18 (redattore Francesco Viganò), ha accolto la questione di legittimità sollevata dalla stessa Cassazione chiarendo che la norma, contenuta nell‘articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, che impone il visto di censura sulla corrispondenza tra il detenuto sottoposto al “carcere duro” e il proprio difensore viola il diritto di difesa sancito dalla Costituzione. La sentenza osserva che il diritto di difesa comprende – secondo quanto emerge dalla costante giurisprudenza della Corte costituzionale e della Corte europea dei diritti dell’uomo – il diritto di comunicare in modo riservato con il proprio difensore e sottolinea che di questo diritto è titolare anche chi stia scontando una pena detentiva, anche per consentire al detenuto un’efficace tutela contro eventuali abusi delle autorità penitenziarie. È vero che questo diritto non è assoluto e può essere circoscritto entro i limiti della ragionevolezza e della necessità – purché non sia compromessa l’effettività della difesa – qualora si debbano tutelare altri interessi costituzionalmente rilevanti. Ed è anche vero che i detenuti in regime di 41 bis sono ordinariamente sottoposti a incisive restrizioni dei propri diritti fondamentali, allo scopo di impedire ogni contatto con le organizzazioni criminali di appartenenza.

Tuttavia, la Corte ha ritenuto che il visto di censura sulla corrispondenza del detenuto con il proprio difensore non sia idoneo a raggiungere questo obiettivo e si risolva, pertanto, in una irragionevole compressione del suo diritto di difesa. Da un lato, infatti, il detenuto può sempre avere – per effetto della sentenza della Corte del 2013, n. 143 – colloqui personali con il proprio difensore, senza alcun limite quantitativo e al riparo da ogni controllo sui contenuti dei colloqui stessi da parte delle autorità penitenziarie. Dall’altro, il visto di censura previsto dalla norma ora esaminata dalla Corte opera automaticamente, anche in assenza di qualsiasi elemento concreto che consenta di ipotizzare condotte illecite da parte dell’avvocato.

Ciò riflette, ha osservato la Corte, una “generale e insostenibile presunzione di collusione del difensore dell’imputato, finendo così per gettare una luce di sospetto sul ruolo insostituibile che la professione forense svolge per la tutela non solo dei diritti fondamentali del detenuto, ma anche dello stato di diritto nel suo complesso”. Nel Paese ideale la politica anticipa i tribunali migliorando le proprie leggi per tutelare i diritti senza bisogno di una condanna. Qui c’è da sperare che almeno prenda atto delle sentenze.

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Incontra i leader di partito, coltiva la sua autocandidatura e sceglie il suo successore: Draghi disposto a tutto per il Quirinale

Questo inizio di trattative per l’elezione del Presidente della Repubblica è un indizio di comportamenti che già conoscevamo. Mentre i partiti brigano per trovare un nome condivisibile e che possa mettere (quasi) tutti d’accordo il Presidente del Consiglio Mario Draghi, dal suo buen retiro, continua la campagna promozionale della propria candidatura, incontrando e trattando con i leader dei partiti come se fosse normale. Allora vale la pena tenere il punto: abbiamo in questo momento un Presidente del Consiglio che aspira (legittimamente) a diventare Presidente della Repubblica e si ritroverebbe a nominare il suo successore. L’uomo che avrebbe dovuto essere “super partes” lotta nel fango per raggiungere il Quirinale continuando a fingere in pubblico un distanziamento dalle cose della politica come se fosse materia infetta. Draghi ha dalla sua il privilegio di rappresentare solo se stesso (una bella seccatura, del resto, dover gestire tutti i processi democratici di un partito oppure dovere avere a che fare con il gradimento degli elettori) ma le trattative e con i partiti si giocano sullo stesso piano che il Presidente del Consiglio ha praticato in questi mesi: o con me o cade tutto, ripete Draghi ai partiti, ostaggi di chi avrebbe dovuto essere illuminato e invece gioca con la sicumera di chi dà le carte.

Già questo non è un bello spettacolo (spiace per i cultori dell’eleganza draghiana) ma a questo si aggiungono anche le voci (goffamente smentite) di una trattativa, in particolare con Salvini, che includerebbe perfino la formazione del prossimo governo, quello che la politica sarebbe costretta a formare dopo l’eventuale trasloco del Migliore. E qui la farsa diventa perfino pericolosa se è vero che un aspirante Presidente della Repubblica si ritroverebbe a discutere con un leader politico di un governo che si ritroverebbe a nominare inserendo la spartizione delle caselle come elemento di trattativa. Che non si scorga come tutto questo sia poco etico (oltre che poco costituzionale) e profondamente svilente per le istituzioni dello Stato è a dir poco curioso. I partiti, dal canto loro, mostrano la pochezza del proprio senso dello Stato vincolando la più alta carica della Repubblica ai prossimi mesi di slancio verso la campagna elettorale, concentrandosi sull’assetto più favorevole per la propria propaganda mentre parlano di “alte personalità”.

Abbiamo passato (giustamente) giorni a contestare l’autoproduzione di Silvio Berlusconi con un reclutamento marchettaro degno dei peggiori anni ’80 e nel frattempo normalizziamo la trattativa da mercanti che si consuma in queste ore.

Se i partiti vogliono Draghi come Presidente della Repubblica se ne assumano pubblicamente la responsabilità e svincolino l’elezione da qualsiasi piccolo interesse personale. Se Draghi aspira al Quirinale giochi la sua partita slegandola da promesse future. In politica la forma è sostanza e forse qui fuori c’è qualcuno che si indigna più per ciò che sta accadendo fuori scena rispetto ai nomi divertiti sputati sulle schede. Essere seri significa comportarsi seriamente. Fatelo, per favore.

L’articolo originale scritto per TPI è qui