Vai al contenuto

«Ho già venduto le mie figlie, ora il mio rene»

Poiché dalle nostre parti i giornali stranieri si leggono solo quando parlano di noi (e soprattutto se parlano bene di mister Draghi) vale la pena recuperare un articolo del The Guardian, a firma di M Mursal e Zahra Nader, che racconta le vicissitudini della famiglia afghana Rahmati che vive in una capanna di fango con un tetto di plastica in uno dei bassifondi della città di Herat.

La temperatura anche da quelle parti sta scendendo sotto lo zero e Delaram Rahmati lotta quotidianamente per dare da mangiare ai suoi figli. La siccità ha reso il loro villaggio invivibile e i terreni impraticabili. Non c’è lavoro. Ma la 50enne Delaram ha le spese ospedaliere per pagare due dei suoi figli, uno dei quali è paralizzato e l’altro che ha una malattia mentale, oltre alle medicine per il marito.

«Sono stata costretta a vendere due delle mie figlie, una di otto e sei anni», racconta. Rahmati dice di aver venduto le sue figlie alcuni mesi fa per 100mila afgani ciascuna a famiglie che non conosce. Le sue figlie rimarranno con lei fino al raggiungimento della pubertà e poi saranno consegnate a estranei. Non è raro in Afghanistan organizzare la vendita di una figlia in un futuro matrimonio, ma crescerla a casa fino al momento della sua partenza. La carestia in atto però sta provocando un abbassamento dell’età in cui i bambini vengono venduti.

Vendere le figlie però non le è bastato e così Delaram Rahmati è stata costretta a vendere un proprio rene per racimolare un po’ di denaro. Il commercio di reni in Afghanistan è in crescita da tempo. Ma da quando i talebani hanno preso il potere, il prezzo e le condizioni in cui avviene il commercio illegale di organi sono cambiati. Il prezzo di un rene, che una volta variava da $ 3.500 a $ 4.000, è sceso a meno di $ 1.500 . Ma il numero dei volontari continua a crescere. Rahmati ha venduto il suo rene destro per 150mila afgani ma la sua guarigione dall’operazione non è stata buona e ora, come suo marito, anche lei è malata, senza soldi per farsi visitare da un medico.

«Sono passati mesi dall’ultima volta che abbiamo mangiato il riso. Difficilmente troviamo pane e tè. Tre sere a settimana non possiamo permetterci di cenare», racconta Salahuddin Taheri, che vive nello stesso quartiere della famiglia Rahmati. Taheri, un 27enne padre di quattro figli, raccoglie abbastanza soldi per cinque pagnotte di pane ogni giorno raccogliendo e vendendo rifiuti riciclati ma sta cercando un acquirente per il suo rene. «Sono molti giorni che chiedo agli ospedali privati ​​di Herat se hanno bisogno di reni. Ho anche detto loro che se ne hanno bisogno urgente, posso venderlo al di sotto del prezzo di mercato, ma non ho avuto risposta», dice Taheri. «Ho bisogno di sfamare i miei figli, non ho altra scelta».

Cercare un rene a buon mercato nelle zone più povere di Herat è ormai una pratica comune, benché illegale, nell’Afghanistan che secondo l’Onu, sta «vivendo la peggiore crisi umanitaria della sua storia contemporanea». La siccità, il Covid-19 e le sanzioni economiche imposte dopo la presa del potere dei talebani nell’agosto 2021 hanno avuto conseguenze catastrofiche sull’economia. I drammatici aumenti dell’inflazione hanno portato all’impennata dei prezzi dei generi alimentari. La fame nel Paese ha raggiunto livelli davvero senza precedenti. Quasi 23 milioni di persone, ovvero il 55% della popolazione, stanno affrontando livelli estremi di fame e quasi 9 milioni di loro sono a rischio di carestia.

Buon martedì.

Nella foto: Una famiglia fuori della propria casa. Una delle ragazze è stata venduta dal padre per sfamare i suoi cinque figli, Herat, 16 dicembre 2021

Per approfondire, Left del 24 dicembre 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

L’articolo proviene da Left.it qui

Due, tre cose sul Presidente

Un pessimo Parlamento non poteva che mostrarci un pessimo avvicinamento all’elezione del presidente della Repubblica. Lo spettacolo era talmente prevedibile che avremmo potuto scriverne la sceneggiatura già da mesi e quando si tratta di non rischiare di smentire la propria mediocrità lo schieramento parlamentare riesce sempre a essere campione.

Così sono passati giorni assistendo alla monopolizzazione del dibattito da parte di Berlusconi, uno che di monopolii se ne intende per vocazione, uno che aspira nella vita a cacciare tutto il cacciabile (che siano donne, influenze giudiziarie, senatori per fare cadere governi, giudici per condizionare sentenze, protezioni mafiose) come se fosse roba potabile. Per aggiungere un tocco di farsa alla tragicommedia abbiamo avuto anche Vittorio Sgarbi nel ruolo di procacciatore per conto del Cavaliere.

Berlusconi si ritira ma nella sua lettera di commiato alle proprie ispirazioni chiarisce di non volere Draghi, non è roba da poco: il predestinato rischia di non arrivare a destinazione e qualcuno riesce addirittura in queste ore a scrivere seriamente che senza Draghi saremo invasi dalle cavallette. Un Paese che sia impiccato su un presidente del Consiglio che dovrebbe diventare presidente della Repubblica per rispettare una cambiale (non si sa firmata esattamente da chi) e che dovrebbe nominare il suo successore che dovrebbe essere il suo sicario senza troppo farsi notare è una stortura che molti vedono dirigibile. Beati loro. Sfortunati noi.

Era prevedibile anche una certa ignoranza istituzionale: il presidente della Repubblica non è una bandierina da piantare per potersela rivendicare ma fino a poche ore prima dell’inizio delle votazioni l’immaturità dei partiti sembra non averlo capito. Così si leggono in giro nomi di politici (più o meno di valore) che nella vita sono stati “di rottura”. Evidentemente ai più sfugge che un Presidente debba essere una figura autorevole e riconosciuta da tutti, abile nelle mediazioni, capace di “tenere insieme” il Paese. Se abbiamo un nostro Presidente “preferito” perché è stato bravo ad affossare l’avversario probabilmente non ha le caratteristiche per diventare Presidente. Sarebbe ora di diventare adulti.

Sfugge a molti anche che il Parlamento sia in maggioranza di centrodestra, altrimenti non sarebbe caduto il secondo governo Conte. Anche fare i conti con la realtà aiuterebbe l’ecologia del dibattito. Siamo una repubblica parlamentare, piaccia o meno, e il Parlamento dei Ciampolillo, degli Sgarbi, dei Renzi, dei transfughi, di Lega e Fratelli d’Italia che guidano la maggioranza nelle Camere, è chiamato a eleggere un Presidente. Confidiamo nel miracolo.

Di sicuro c’è che ancora una volta assistiamo sotto mentite spoglie all’unico esercizio prioritario di questi partiti: provare a garantirsi l’autopreservazione. Iniziamo la conta.

Buon lunedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Stage degli innocenti

Circola insistentemente una certa arguzia immorale, ringalluzzita dalle posizioni dominante acquisite da gente che l’arguzia l’ha sempre usata come condimento della propria autorevolezza. Essere arguti è, per troppi, il modo migliore per uscire dalle crisi, per snellire le criticità, per smontare la montante lotta di classe (che gli arguti chiamano brigatismo) e perfino per uscire dalla pandemia. L’arguzia immorale ieri (21 gennaio, ndr) si è scatenata contro quelli che si sono permessi di notare come sia penoso un Paese che schiaccia un ragazzo di 18 anni sotto una trave in un’azienda che avrebbe dovuto corroborare la sua istruzione e la sua educazione alla protezione e che invece l’ha restituito ai genitori in un bara. Che l’alternanza scuola-lavoro non possa e non debba essere l’occasione per un tirocinio sul campo di morti sul lavoro dovrebbe apparire chiaro perfino al più cinico e padronale dei commentatori, ma anche lo sdegno e il dolore sono stati visti come un pericolo incalzante.

Un giovane in tirocinio (foto Getty Images).

Quelle vittime sul lavoro che sporcano la venerazione del profitto

«Qualcuno sarà morto agli scout o alla gita dell’Arci, no? Che vogliamo dire di quelli?», ha twittato uno dei cantori della Dea economia di cui non vale nemmeno la pena fare il nome (ché gli farebbe branding, alla fine). Anche la morte di un ragazzo, se rischia di sporcare la venerazione del profitto, è un accidente collaterale che dobbiamo accettare. A questi cantori del libero mercato (dove “libero” sta per scevro da ogni responsabilità morale e etica) non sfiora l’idea che gli scout o gli Arci non accumulino profitto sulla morte delle persone perché loro sono fatti così: inseguono il profitto ma se ne vergognano e lo nascondono nei loro ragionamenti. È la stessa arguzia immorale che per mesi ha trasformato i percettori del reddito di cittadinanza come sconfitti che non meritano un premio di consolazione, gli stessi che disprezzano i dipendenti pubblici dalla loro scrivania ricevuta in eredità dal paparino, sono gli stessi che venerano Mario Draghi come rassicurante tappo di eventuali rivendicazioni sindacali, sono gli stessi che hanno avuto la brillante idea di nascondere il numero dei morti per non dover parlare dei morti.

Foto Getty images.

La superficialità immorale sulla morte di Lorenzo Parelli

La nuova arguzia immorale riesce a essere peggio dell’arguzia egoista che fu nei tempi del berlusconismo. Quello che Silvio bisbigliava sotto forma di battuta questi lo sventolano come geniale intuizione. Siamo passati dal nascondimento dell’egoismo alla sua esibizione come qualità. Non c’è differenza tra gli arguti immorali e i sovranisti, dietro c’è la stessa egomania che sogna un mondo che risponda solo alle proprie esigenze disfandosi dei bisogni degli altri, perfino disfandosi degli altri se sono un disturbo. Così ci si stupisce per l’immorale superficialità con cui oggi si tratta Lorenzo Parelli, morto nel pomeriggio del 21 gennaio a causa di un incidente sul lavoro nello stabilimento della Burimec mentre era solo uno studente, ma non ci si era stupiti di quando il 19 novembre scorso il ministro Patrizio Bianchi (con la stessa indecente leggerezza) disse che «la triade impresa scuola azienda va potenziata […] Le imprese hanno bisogno oggi di persone che siano specializzate ma anche molto flessibili […] Bisogna accompagnare fin dalla scuola media gli studenti nelle imprese». In fondo per gli arguti immorali l’alternanza scuola-lavoro deve servire proprio a questo: essere resilienti a un mondo del lavoro di cui bisogna rassegnarsi di essere vittime. E ringraziare, pure. Non hanno il coraggio di dirlo apertamente per quel briciolo di senso pudore che gli è rimasto eppure si evince da ogni loro singola parola. Vivi, ammalati, guarisci in fretta, produci, consuma, crepa.

L’articolo Stage degli innocenti proviene da Tag43.it.

Leonardo ci riprova: far passare le armi come icona dello sviluppo sostenibile

Ci mancava la transizione ecologica armata. Eppure nel gioco grande del greenwashing, ecologismo di facciata utile per non perdere le posizioni acquisite e per non dover fare i conti con un mercato destinato (se decidiamo di cambiare sul serio) a modificarsi, la transizione ecologica armata è l’ultima trovata di Leonardo, il gruppo italiano dell’aerostazione della difesa, che invita la Commissione europea a etichettare l’industria bellica come sostenibile piuttosto che socialmente dannosa.

Bruxelles si sta preparando a pubblicare il suo sistema di classificazione per gli investimenti aree affinché gli investitori siano più consapevoli e alcune aziende (tra cui Leonardo) sono molto preoccupate per le eventuali conseguenze per i finanziamenti futuri. “Se l’industria della fiera viene messa nella lista dei cattivi… i soldi andranno altrove”, ha detto Alessandra Genco, Chief Financial Officer di Leonardo. E per convincere l’Europa a vedere la sostenibilità nelle armi Genco ha posto l’accento su “migliaia di piccole e media imprese in Europa che hanno meno potere contrattuale con le banche rispetto ai grandi gruppi come Leonardo”.

Leonardo lo scorso 20 dicembre aveva dichiarato di avere firmato una nuova linea di credito del valore di 600 milioni di euro rendendo sostenibile la metà delle fonti di finanziamento del gruppo. “Vogliamo espandere – ha affermato Greco – ulteriormente la quota dei nostri finanziamenti legati ai criteri ESG verso il 100 per cento, ma questo sarà possibile solo se la difesa sarà considerata tra le attività sostenibili”.

Che le armi possano diventare un’icona dello sviluppo sostenibile farebbe ridere se non fosse che per i produttori questo 2022 in Italia si preannuncia un’occasione ghiottissima: la spesa militare per il 2022 supererà il muro dei 25 miliardi di euro (25,8 miliardi), secondo le stime del rapporto Milex. Nei mesi scorsi il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha sopporto all’approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di marmo: diciotto, di cui ben tredici di nuovo avvio, per un valore già approvato di 11 miliardi di euro e un onere complessivo previsto di 23 miliardi. Il tutto con il silenzio della politica. Il ministro Guerini, del resto, ha una strana idea della trasparenza, qualcosa che si avvicina di più all’invisibilità.

La richiesta di Leonardo all’UE è la perfetta fotografia della transizione ecologica così come la intendono le lobby: cambiare la narrazione per poter continuare a fare le stesse cose. “Puoi avere un ambiente sano senza Co2, ma se vivi in un posto sotto attacco terroristico, mi dispiace ma non ti farà molto bene”, ha detto detto Genco, per conto di Leonardo. Da Bruxelles si rifiutano di commentare e anche a noi non vengono le parole.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Ve lo ricordate l’Afghanistan?

Vi ricordate tutte le belle parole sull’Afghanistan quando arrivarono i talebani e quando tutto il mondo si dichiarava pronto ad accogliere le persone in difficoltà, persino i più ostici sovranisti? Per sapere cosa stia facendo l’Italia si può leggere l’ordinanza del Tribunale di Roma che già il 21 dicembre ha sancito il diritto di entrare in Italia per proteggersi dal rischio di diritti umani gravemente compromessi. ll caso riguarda due afghani che erano giornalisti sotto il precedente governo in Afghanistan e impegnati in varie attività culturali.

L’Associazione italiana per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ha scritto un comunicato durissimo: «Nonostante la chiarezza dell’ordinanza, la Farnesina sta opponendo una strenua quanto inaccettabile resistenza, proponendo dapprima ai ricorrenti di entrare a far parte dei corridoi umanitari (che ancora devono essere attivati e dunque attendendo mesi se non anni!) e poi di dimostrare con idonea documentazione il percorso di accoglienza e integrazione in Italia con adeguata copertura finanziaria», ha affermato l’Asgi. Le richieste sono inaccettabili perché «fingono di ignorare non solo che già una cittadina italiana ha offerto la propria disponibilità ad ospitare i due giovani afghani, ma anche che ogni richiedente asilo, nel momento in cui diventa tale, ha diritto all’accoglienza pubblica se privo di risorse proprie ed è un obbligo dello Stato renderlo effettivo».

Il Tribunale di Roma ha accolto poi lo scorso 14 gennaio il nuovo ricorso dei due riconoscendo che la Farnesina aveva tentato di eludere il suo precedente provvedimento. In sostanza un tribunale riconosce che un Ministero non rispetta la legge. Tutto questo accade nei confronti degli afghani che il governo si prometteva di “salvare”.

L’associazione ha affermato che «i giovani afgani hanno subito chiesto ancora una volta al tribunale di Roma di sapere esattamente come sarebbe stata attuata l’ordinanza di dicembre [e] il 14 gennaio 2022 il tribunale ha ritenuto che il ministero avesse tenuto un comportamento elusivo dell’ordinanza giudiziaria e ordinato il rilascio di visti umanitari entro dieci giorni». L’Asgi sottolinea anche come i due afgani potevano beneficiare del visto italiano «esclusivamente sulla base di ragioni umanitarie o obblighi internazionali [che] non possono essere collegati a condizioni aggiuntive». L’associazione sostiene infine che «con tale decisione [del tribunale] viene di fatto respinto il tentativo del ministero di imporre una privatizzazione dell’accoglienza di chi fa ingresso in Italia con visti per motivi umanitari accollandola interamente sui privati, nonostante tale accoglienza sia un obbligo per lo Stato in forza di precise disposizioni europee, che la finanziano»

Insomma, ve lo ricordate l’Afghanistan?

Buon venerdì.

In foto, persone accalcate all’esterno di un ufficio passaporti del governo afghano a Kabul

Per approfondire, Left del 24 dicembre 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

L’articolo proviene da Left.it qui

102 miliardari nel mondo chiedono di essere tassati per colmare le disuguaglianze. In Italia la patrimoniale scatena l’ira degli ultra-liberisti

Chissà cosa ne pensano gli aspiranti milionari di casa nostra e ancora di più i turboliberisti che strepitano ogni giorno per la paura di dover pagare qualche spiccio sull’eredità di famiglia del fatto che dei milionari veri (sono in tutto 102) sottoscrivano un appello ai governi in cui chiedono di pagare più tasse per garantire una maggiore equità. Chissà quanto durerà ancora dalle nostre parti la padronale resistenza a una patrimoniale vera, come accade in tutti i Paesi democratici nel mondo, senza dovere ogni volta dover ascoltare il terrore di un esproprio proletario che serve per sventolare terrore.

In un lettera aperta presentata in concomitanza con le riunioni virtuali del World Economic Forum il gruppo di milionari (definiti “milionari patriottici” perché dalle altre parti è chiaro che occuparsi della Patria significhi occuparsi dei diritti di tutti gli appartenenti a una nazione) rivendicano il dovere di pagare la loro quota della ripresa economica globale dalla pandemia, quella che qui da noi stanno scontando i lavoratori con contratti sempre più poveri, sempre più brevi, sempre con meno diritti.

Il ragionamento parte dai dati Oxfam che racconta come «163 milioni di persone sono cadute in povertà a causa della pandemia. Dall’inizio dell’emergenza Covid-19, ogni 26 ore un nuovo miliardario si è unito ad una élite composta da oltre 2.600 super-ricchi le cui fortune sono aumentate di ben 5mila miliardi di dollari, in termini reali, tra marzo 2020 e novembre 2021».

Del resto uno studio condotto dal istessi milionari insieme a Oxfam (perché questi pagano perfino per trovare un modo equo per dover pagare di più, roba impensabile da queste parti) dice che un’imposta sul patrimonio progressiva, che parte dal 2% per chi ha più di 5 milioni di dollari e sale al 5% per i miliardari, potrebbe raccogliere oltre 2.500 miliardi, abbastanza a livello globale per sollevare 2,3 miliardi di persone fuori dalla povertà e garantire assistenza sanitaria e protezione sociale alle persone che vivono nei paesi a basso reddito.

La stessa tassa patrimoniale che in Italia scatena le ire dei presunti liberali che non riescono a non essere liberisti è invocata anche dalla Banca Mondiale che l’anno scorso invitava i Paesi a prendere in considerazione una tassa sul patrimonio per ridurre la disuguaglianza, per ricostituire le casse statali esaurite dal Covid e per riconquistare la fiducia e la credibilità sociale.

Milionari, Banca Mondiale: serve altro per smascherare la posizione strumentale di presunti difensori del mercato che in fondo proteggono solo le proprie misere ricchezze?

Scriveva Jacques Deval che «esistono delle menzogne così vergognose, da provare maggior disagio a sentirle che a raccontarle». Quando si parla idi ricchezza la sensazione è esattamente questa.

L’articolo proviene da TPI.it qui

102 miliardari nel mondo chiedono di essere tassati per colmare le disuguaglianze. In Italia la patrimoniale scatena l’ira degli ultra-liberisti

Chissà cosa ne pensano gli aspiranti milionari di casa nostra e ancora di più i turboliberisti che strepitano ogni giorno per la paura di dover pagare qualche spiccio sull’eredità di famiglia del fatto che dei milionari veri (sono in tutto 102) sottoscrivano un appello ai governi in cui chiedono di pagare più tasse per garantire una maggiore equità. Chissà quanto durerà ancora dalle nostre parti la padronale resistenza a una patrimoniale vera, come accade in tutti i Paesi democratici nel mondo, senza dovere ogni volta dover ascoltare il terrore di un esproprio proletario che serve per sventolare terrore.

In un lettera aperta presentata in concomitanza con le riunioni virtuali del World Economic Forum il gruppo di milionari (definiti “milionari patriottici” perché dalle altre parti è chiaro che occuparsi della Patria significhi occuparsi dei diritti di tutti gli appartenenti a una nazione) rivendicano il dovere di pagare la loro quota della ripresa economica globale dalla pandemia, quella che qui da noi stanno scontando i lavoratori con contratti sempre più poveri, sempre più brevi, sempre con meno diritti.

Il ragionamento parte dai dati Oxfam che racconta come «163 milioni di persone sono cadute in povertà a causa della pandemia. Dall’inizio dell’emergenza Covid-19, ogni 26 ore un nuovo miliardario si è unito ad una élite composta da oltre 2.600 super-ricchi le cui fortune sono aumentate di ben 5mila miliardi di dollari, in termini reali, tra marzo 2020 e novembre 2021».

Del resto uno studio condotto dal istessi milionari insieme a Oxfam (perché questi pagano perfino per trovare un modo equo per dover pagare di più, roba impensabile da queste parti) dice che un’imposta sul patrimonio progressiva, che parte dal 2% per chi ha più di 5 milioni di dollari e sale al 5% per i miliardari, potrebbe raccogliere oltre 2.500 miliardi, abbastanza a livello globale per sollevare 2,3 miliardi di persone fuori dalla povertà e garantire assistenza sanitaria e protezione sociale alle persone che vivono nei paesi a basso reddito.

La stessa tassa patrimoniale che in Italia scatena le ire dei presunti liberali che non riescono a non essere liberisti è invocata anche dalla Banca Mondiale che l’anno scorso invitava i Paesi a prendere in considerazione una tassa sul patrimonio per ridurre la disuguaglianza, per ricostituire le casse statali esaurite dal Covid e per riconquistare la fiducia e la credibilità sociale.

Milionari, Banca Mondiale: serve altro per smascherare la posizione strumentale di presunti difensori del mercato che in fondo proteggono solo le proprie misere ricchezze?

Scriveva Jacques Deval che «esistono delle menzogne così vergognose, da provare maggior disagio a sentirle che a raccontarle». Quando si parla idi ricchezza la sensazione è esattamente questa.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Migranti torturati, Italia accusata di crimini di guerra

Italia e Malta accusate di crimini di guerra per il loro sostegno alla cosiddetta Guardia costiera libica: l’esposto alla Corte Penale Internazionale dalle Organizzazioni internazionali Adala for All, StraLi e UpRight si riferisce ai crimini commessi in Libia tra il 2017 e il 2021 contro migranti e rifugiati e chiede di indagare sulle sevizie compiute contro migliaia di migranti, tra cui donne e bambini, reclusi nei centri di detenzione dopo essere stati intercettati in terra o in mare. «I crimini commessi contro i migranti – si legge nell’esposto– possono e devono essere indagati come crimini di guerra ai sensi dell’articolo 8 dello Statuto della CPI».

Nell’atto sono raccolti anni di documenti ufficiali, di testimonianze, di tracciati navali, di referti medici, di perizie forensi, di filmati e di inchieste giudiziarie e giornalistiche. Anche l’Italia è ritenuta responsabile: «Tra il 2017 e il 2021, le autorità italiane hanno infatti fornito alla guardia costiera libica un sostegno cruciale – si legge – per intercettare i migranti in mare e riportarli nei centri di detenzione, tra cui la fornitura di risorse e di attrezzature, la manutenzione delle stesse, e la formazione del personale coinvolto». Inoltre i funzionari italiani e maltesi «hanno agito in maniera coordinata con la guardia costiera libica nelle operazioni di recupero dei migranti per garantire che essi fossero intercettati e riportati in Libia». Per questo nella denuncia si sostiene che «il sostegno fornito dalle autorità italiane e maltesi alla guardia costiera libica integri una forma di concorso nei crimini commessi contro i migranti, da cui deriva una responsabilità penale internazionale ai sensi dello Statuto della Corte».

Del resto già gli investigatori Onu avevano confermato le torture e le violenze dei campi di prigionia libici (il 2 marzo 2011 il Consiglio di sicurezza Onu aveva incaricato la Corte penale di investigare i crimini di guerra commessi in Libia) e anche la giustizia italiana ha condannato in primo grado quattro torturatori dei campi di prigionia ufficiali in Libia. A rimarcare la notizia è anche la Ong Italiana Mediterranea che in un suo comunicato esprime soddisfazione: «Finalmente. Non perché occorra un tribunale, per quanto autorevole, per convincerci a fare qualcosa per lottare contro la vergogna della violazione dei diritti umani e della vita di nostri fratelli e sorelle», scrive la Ong. Ma Mediterranea sottolinea come «che quegli aguzzini libici, quei banditi, torturatori, criminali senza scrupoli, hanno dei complici» che sono «stati in questi anni “al soldo” di “civilissimi” governi europei, hanno ricevuto finanziamenti di centinaia di milioni di euro votati da altrettanto civilissimi e democratici parlamenti».

Nel comunicato si ricordano infatti le 20 motovedette italiane donate alla cosiddetta Guardia costiera libica «perché catturino e deportino donne, uomini e bambini che tentano di fuggire dalla morte e dalla sofferenza». «Quelle catture, – scrive Mediterranea – quelle deportazioni, operate con mezzi forniti dall’Italia e spesso coordinate da navi italiane e da agenzie di sorveglianza europee, violano tutto ciò che c’è da violare in tema di Convenzioni Internazionali e di principi costituzionali». Del resto l’alibi usato molto spesso dai nostri governanti che l’instabilità politica in Libia dovesse farci chiudere gli occhi sulle loro atrocità è miseramente caduto «l’esito disastroso del tentativo elettorale dello scorso 24 dicembre».

«E sono proprio – scrive la Ong – quelle bande foraggiate dai soldi e dai mezzi italiani ed europei, a rendere impossibile un percorso di stabilizzazione in Libia. Paese, per inciso, dove grazie a questa politica da apprendisti stregoni che tante sofferenze ha causato a persone innocenti, dove l’Italia non conta più nulla». La responsabilità politica dell’Italia (e di Malta) è raccontata da anni attraverso inchieste, testimonianze e atti ufficiali. Nulla è cambiato. Ora resta da vedere se la responsabilità penale verrà riconosciuta. Chissà se Governo e Parlamento hanno qualcosa da dire.

L’articolo Migranti torturati, Italia accusata di crimini di guerra proviene da Il Riformista.

Fonte

Il solito Cingolani

Audito in Parlamento il cosiddetto ministro della Transizione ecologica Cingolani ancora una volta ha ipotizzato un intervento contro il caro bollette che passa da una riduzione del sostegno alle fonti rinnovabili e da una maggiore estrazione di gas dai giacimenti italiani. Forse il ministro non ha capito ancora bene quale avrebbe dovuto essere il suo ruolo.

I principali interventi ipotizzati da Cingolani per recuperare risorse per calmierare le bollette in modo strutturale – dopo gli stanziamenti di 8,5 mld di euro arrivati nel complesso nel corso del 2021 – ammontano a circa 10 miliardi di euro: circa 1,5 mld di euro potrebbero arrivare dai proventi delle aste della CO2 nell’ambito del mercato Eu-Ets; altri 3 mld dalle cartolarizzazione (con conseguente dilazione del pagamento) per gli oneri di sistema rientrati all’interno della componente Asos delle bollette; 1,5 mld da una limatura agli incentivi per il fotovoltaico; 1-2 mld dall’estrazione di rendita dai grandi impianti idroelettrici non incentivati che operano sul mercato spot; 1,5 mld dal rafforzamento della negoziazione a lungo termine per l’acquisto di energia rinnovabile (Ppa); infine, resta in ipotesi il raddoppio della produzione nazionale di gas naturale.

Livio de Santoli, presidente del coordinamento Free che è la più grande associazione nel campo delle rinnovabili non le manda a dire: «Le dichiarazioni del ministro sono in contrasto con il principio, giusto, di voler accelerare lo sviluppo delle rinnovabili – afferma – La revisione dei contratti di incentivazione delle rinnovabili perché, afferma il ministro, “sono soldi che alle fonti pulite non servono più”, potrebbe peggiorare una situazione già critica per gli operatori, che vede attualmente assegnata solo una piccola parte della disponibilità dei bandi per i noti motivi legati al permitting, e quindi provocare l’effetto contrario rispetto a quanto dichiarato».

Effettivamente stupisce che il fossile, principale colpevole della crisi di questo periodo, venga incentivato dal governo senza nemmeno un cenno al biometano (se ne potrebbe avere fino a 9 miliardi di metri cubi all’anno in più) e senza un cenno all’efficenza energetica.

«Segnaliamo infatti – conclude de Santis – la mancata attuazione dei provvedimenti di supporto previsti dal DM 21 maggio 2021 sul meccanismo dei certificati bianchi, che aiuterebbero le imprese, messe a dura prova dalla crisi, a investire in efficienza energetica e a ridurre la loro esposizione sia al caro bollette, sia all’emission trading. Tutto ciò scoraggia gli investimenti sulle rinnovabili ed efficienza energetica, mentre nulla viene detto su un aspetto che risulterebbe decisivo per il contrasto al caro bollette: quello dell’eliminazione dei Sad (Sussidi ambientalmente dannosi) che valgono circa 20 miliardi di euro. Ribadiamo la disponibilità degli stakeholder per la creazione di un tavolo condiviso per varare misure contro il caro bollette che permettano il raggiungimento degli obiettivi climatici al 2030».

Ma il dubbio più appuntito è che ci sia un ministro che prenda precise posizioni sulla politica ambientale che non sono mai state discusse e accettate dal Parlamento e dall’opinione pubblica, come se godesse di un’autonomia e impunità data per il proprio ruolo. Ma erano questi gli obiettivi di Cingolani quando è stato formato questo governo? Abbiamo frainteso noi tutti? Per capire, tutti i partiti sono d’accordo con questa linea

Buon giovedì.

L’articolo proviene da Left.it qui