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Se questa signora può essere una Presidente

Nel toto-nomi per il Quirinale è spuntata da qualche giorno Letizia Moratti. A estrarla dal cilindro è stata Giorgia Meloni (anche se lei nega) sempre intenta a differenziarsi dai suoi alleati di centrodestra per provare a imporre la propria leadership. Di Letizia Moratti sappiamo già tutto dal punto di vista politico: il suo essere sindaca a Milano che le è costata una sonora sconfitta con Giuliano Pisapia nell’elezione successi, il suo essere al fianco di Berlusconi con una pessima riforma della scuola e tutto il resto. Letizia Moratti è l’assessora alla sanità che in Regione Lombardia è stata chiamata per sostituire Gallera dopo un’infinita sequela di errori.

Com’è messa la Lombardia La Lombardia registra 12.955 nuovi positivi, record assoluto in regione dall’inizio della pandemia, con 205.847 tamponi per un tasso di positività in crescita del 6.2% (ieri 5,7%). I casi positivi degli ultimi sette giorni sono 51.456, con un incidenza di 513 per 100mila abitanti, ma i ricoverati nei reparti ordinari sono 1.408 (+56 rispetto a ieri), con una percentuale di occupazione di posti letto pari al 13,8%. Sono 162, invece (due in meno di ieri), i ricoverati in terapia intensiva, con un’occupazione dei posti letto del 10,6%. La variante Omicron è presente in circa il 40% dei nuovi casi.

Com’è messa la Lombardia Male, malissimo, di nuovo. La risposta alla nuova (prevista) ondata è pessima: il portale dell’Ats per prenotare i tamponi da giorni non funziona bene. Su Milano si registrano code chilometriche per effettuare il tampone (quando ci si riesce) nelle farmacie, nei laboratori, nelle cliniche e nei drive trough. In giro si leggono testimonianze di prezzi folli applicati dai privati. In una nota Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Milano descrive la situazione: «Da oltre due settimane riceviamo continue segnalazioni di medici che denunciano il malfunzionamento del portale Ats Milano per la prenotazione dei tamponi. Questo non solo crea grandi difficoltà ai medici, di tempo e di risorse, ma li rende anche ‘colpevoli’ di fronte ai pazienti, ulteriormente aumentando il contenzioso medico-paziente, già reso artatamente incandescente da alcune dichiarazioni sconsiderate dell’Assessore al Welfare. Una situazione ingestibile, che si nota dalle lunghe file davanti alle farmacie». «Un incontro in Regione – prosegue la nota – ha messo, positivamente, una ‘pezza’ autorizzando la richiesta del tampone con semplice foglio di ricettario o semplice e-mail del medico al paziente, ma resta il rischio che le strutture non accettino questa modalità e soprattutto fuori dai punti tampone, al freddo, si stanno formando code che durano anche molte ore».

«È una situazione tragica, drammatica. La farmacia sta soffrendo – spiega Licia Travierso, titolare di una farmacia a Porta Venezia, Milano -. Ogni giorno accedono circa 300 persone, lavoriamo fino a esaurimento scorte. Spero che questa situazione possa finire quanto prima ma la vedo molto molto difficile».

Avete sentito Letizia Moratti sul punto? Avete sentito Fontana Avete sentito Bertolaso? Forse c’è qualcosa di più urgente di giocare alla corsa (impossibile) al Quirinale. Sembra incredibile ma la Lombardia è ancora in tilt. Ancora una volta.

Buon venerdì.

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Salvini respinto: “Carola fece il suo dovere”

«Carola Rackete ha agito nell’adempimento del dovere di salvataggio previsto dal diritto nazionale e internazionale del mare». Non lascia dubbi la motivazione con cui la gip del tribunale di Agrigento, Micaela Raimondo, ha archiviato l’indagine contro la comandante della nave Sea Watch 3 approdata a Lampedusa il 29 giugno del 2019 con 40 naufraghi a bordo forzando il blocco imposto dalle autorità italiane dopo 17 giorni in mare.

L’accusa era favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di aver violato l’articolo 1099 del codice di navigazione perché non obbedì all’ordine di non entrare nelle acque territoriali italiane, emesso ai sensi del Decreto Sicurezza Bis. Sea Watch sottolinea come «le motivazioni dell’archiviazione si soffermano anche sull’applicazione del Decreto Sicurezza Bis, sottoscritto dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini, che presupponeva la violazione, da parte dell’ex comandante di Sea-Watch 3, delle norme nazionali e internazionali». Nel 2020 la Cassazione aveva sancito l’illegittimità dell’arresto di Carola Rackete e lo scorso maggio un primo provvedimento di archiviazione fece, invece, cadere le accuse di resistenza a pubblico ufficiale e violenza a nave da guerra contro l’ex comandante. Di fatto oggi si chiudono tutte le indagini penali nei confronti dei membri della Sea Watch.

Portare in salvo quelle 42 persone fu l’adempimento di un dovere giuridico, con buona pace dell’allora ministro Salvini che si scagliò ferocemente contro Rackete definita «una comunista tedesca, traghettatrice di immigrati, che ha speronato una motovedetta della Finanza». Ma non fu solo Salvini a decidere che lo sbarco non dovesse essere consentito «perché i migranti erano al sicuro sulla Sea Watch e la loro presenza costituiva un potenziale pericolo per il nostro Paese» (fatti smentiti in toto dalla sentenza di archiviazione): i ministri Toninelli e Trenta controfirmarono senza fiatare il provvedimento. L’ex Presidente del Consiglio Conte parlò di «un ricatto politico compiuto scientemente con l’utilizzo strumentale di quaranta persone» accusando la comandante della Sea Watch 3 di «insistere e creare una situazione di grave pericolo».

Salvini fa il Salvini, si sa, ma chissà se i nuovi riferimenti progressisti hanno qualche scusa da porgere alla comandante ma soprattutto al Paese per avere contribuito all’ingrossarsi di questa onda di razzismo e di bile che processo dopo processo si sta miseramente sgretolando. Il danno della propaganda, intanto, è già stato compiuto.

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Il compito di nonno Draghi non è finito, ma lui già pensa al Quirinale e i partiti restano muti

I quirinalisti sono tutti eccitati, Draghi ha parlato e non riescono a smettere di battere le mani. Metteteci anche lo slogan del “nonno” e Berlusconi diventato bisnonno e scoprirete che ci sono tutti gli elementi che servono per sbizzarriti sugli scenari. Madri cristiane, quello che parla da padre, ora il nonno a disposizione e l’ex cavaliere bisnonno sono pupazzetti perfetti per il presepe quirinalizio. Viva il Natale e viva la famiglia.

Si scorge anche un certa esultanza perché Draghi avrebbe dimostrato, a detta di quasi tutti i commentatori, un’intelligenza “politica” superiore ai politici nostrani fingendo di non sapere che quella che appare come superiorità sia semplicemente il risultato di una libertà politica (che è il condono di tutti i “tecnici” o “migliori”) che dura giusto il tempo in cui torna utile ai partiti. Ai partiti Draghi è stato utilissimo: ha evitato le elezioni che spaventano Salvini contro Meloni, ha evitato le elezioni che spaventano Meloni che non ha ancora ottenuto una leadership stabile nel centrodestra a cui aspira, ha evitato le elezioni che spaventano Forza Italia che non sa ancora cosa rimarrà di Berlusconi, ha evitato le elezioni che spaventano i centristi che non hanno scelto ancora da che parte stare e che non hanno il modo per fare un centro, ha evitato le elezioni che spaventano il PD che deve ancora determinare i confini della presunta area riformista, ha evitato le elezioni che spaventano il M5S affaticato nel rinnovare la propria identità, ha evitato le elezioni che spaventano a sinistra dove doveva nascere il partito che non è ancora nato. Forse dietro alla continua elegia di Draghi c’è anche un tempismo perfetto per prendere tempo.

I partiti, dicevamo. Ieri il Presidente del Consiglio li ha legati con un doppio nodo proponendosi come possibile Presidente della Repubblica inchiodando la maggioranza attuale sia nel proseguimento dell’attività di governo (con un nuovo Presidente del Consiglio, come se fosse solo una pedina obbligatorio, come se bastasse un ologramma) sia nell’elezioni del Presidente della Repubblica. Grande mossa politica, dicono quasi tutti. Per niente: c’è una considerevole differenza tra una maggioranza che sostiene un governo (che dura nella migliore delle ipotesi 5 anni) per sbrigare le contingenze e la maggioranza che elegge un Presidente con funzioni di garanzia che ha il ruolo di attraversare i governi garantendo gli equilibri democratici. Qualcuno avrebbe potuto spiegare a Draghi che i due ruoli sono costituzionalmente molto diversi, non sono due identiche opportunità di comando. Qualcuno forse avrebbe anche potuto dirgli che un’autocandidatura del genere oltre che essere piuttosto pretenziosa è anche sbagliata nei tempi: la partita per il Quirinale si gioca nei giorni appena precedenti all’elezione e anticipare la propria disponibilità può significare solo un’ingenuità politica demoralizzante o una certa megalomania. Entrambe le caratteristiche sono preoccupanti, per motivi opposti. Ha ragione Renzi che oggi in un’intervista a Repubblica spiega che non è affatto detto che la maggioranza di governo debba coincidere con quella che elegge il Presidente. È successo l’ultima volta ed è accaduto prima.

I partiti, dicevamo. I partiti muti. Il Presidente del Consiglio si presenta alla conferenza stampa di fine anno per dirci che il suo ruolo è esaurito e nemmeno un partito che si permetta l’onestà intellettuale di dire che no, la pandemia non è sconfitta (e non è certo una responsabilità di Draghi ma il suo compito era quello di accompagnarci all’uscita che per ora non si vede) e che il PNRR debba essere declinato nella realtà. A voler ben vedere non c’è nemmeno un partito che ritenga utile spiegarci cosa dovrebbe fare il governo nel prossimo anno, cosa ci sarebbe da correggere, niente di niente. Si gioca sui nomi come si gioca alle figurine. E diventa ancora più chiaro perché Draghi possa permettersi questo suo atteggiamento perfino snobistico e distaccato: la debolezza dei partiti è la sua forza e quelli lo applaudono. Finché dura.

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Il compito di nonno Draghi non è finito, ma lui già pensa al Quirinale e i partiti restano muti

I quirinalisti sono tutti eccitati, Draghi ha parlato e non riescono a smettere di battere le mani. Metteteci anche lo slogan del “nonno” e Berlusconi diventato bisnonno e scoprirete che ci sono tutti gli elementi che servono per sbizzarriti sugli scenari. Madri cristiane, quello che parla da padre, ora il nonno a disposizione e l’ex cavaliere bisnonno sono pupazzetti perfetti per il presepe quirinalizio. Viva il Natale e viva la famiglia.

Si scorge anche un certa esultanza perché Draghi avrebbe dimostrato, a detta di quasi tutti i commentatori, un’intelligenza “politica” superiore ai politici nostrani fingendo di non sapere che quella che appare come superiorità sia semplicemente il risultato di una libertà politica (che è il condono di tutti i “tecnici” o “migliori”) che dura giusto il tempo in cui torna utile ai partiti. Ai partiti Draghi è stato utilissimo: ha evitato le elezioni che spaventano Salvini contro Meloni, ha evitato le elezioni che spaventano Meloni che non ha ancora ottenuto una leadership stabile nel centrodestra a cui aspira, ha evitato le elezioni che spaventano Forza Italia che non sa ancora cosa rimarrà di Berlusconi, ha evitato le elezioni che spaventano i centristi che non hanno scelto ancora da che parte stare e che non hanno il modo per fare un centro, ha evitato le elezioni che spaventano il PD che deve ancora determinare i confini della presunta area riformista, ha evitato le elezioni che spaventano il M5S affaticato nel rinnovare la propria identità, ha evitato le elezioni che spaventano a sinistra dove doveva nascere il partito che non è ancora nato. Forse dietro alla continua elegia di Draghi c’è anche un tempismo perfetto per prendere tempo.

I partiti, dicevamo. Ieri il Presidente del Consiglio li ha legati con un doppio nodo proponendosi come possibile Presidente della Repubblica inchiodando la maggioranza attuale sia nel proseguimento dell’attività di governo (con un nuovo Presidente del Consiglio, come se fosse solo una pedina obbligatorio, come se bastasse un ologramma) sia nell’elezioni del Presidente della Repubblica. Grande mossa politica, dicono quasi tutti. Per niente: c’è una considerevole differenza tra una maggioranza che sostiene un governo (che dura nella migliore delle ipotesi 5 anni) per sbrigare le contingenze e la maggioranza che elegge un Presidente con funzioni di garanzia che ha il ruolo di attraversare i governi garantendo gli equilibri democratici. Qualcuno avrebbe potuto spiegare a Draghi che i due ruoli sono costituzionalmente molto diversi, non sono due identiche opportunità di comando. Qualcuno forse avrebbe anche potuto dirgli che un’autocandidatura del genere oltre che essere piuttosto pretenziosa è anche sbagliata nei tempi: la partita per il Quirinale si gioca nei giorni appena precedenti all’elezione e anticipare la propria disponibilità può significare solo un’ingenuità politica demoralizzante o una certa megalomania. Entrambe le caratteristiche sono preoccupanti, per motivi opposti. Ha ragione Renzi che oggi in un’intervista a Repubblica spiega che non è affatto detto che la maggioranza di governo debba coincidere con quella che elegge il Presidente. È successo l’ultima volta ed è accaduto prima.

I partiti, dicevamo. I partiti muti. Il Presidente del Consiglio si presenta alla conferenza stampa di fine anno per dirci che il suo ruolo è esaurito e nemmeno un partito che si permetta l’onestà intellettuale di dire che no, la pandemia non è sconfitta (e non è certo una responsabilità di Draghi ma il suo compito era quello di accompagnarci all’uscita che per ora non si vede) e che il PNRR debba essere declinato nella realtà. A voler ben vedere non c’è nemmeno un partito che ritenga utile spiegarci cosa dovrebbe fare il governo nel prossimo anno, cosa ci sarebbe da correggere, niente di niente. Si gioca sui nomi come si gioca alle figurine. E diventa ancora più chiaro perché Draghi possa permettersi questo suo atteggiamento perfino snobistico e distaccato: la debolezza dei partiti è la sua forza e quelli lo applaudono. Finché dura.

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I “furbetti”? Citofonare Superbonus

Avviso ai cacciatori di furbetti che rovistano tra i percettori del reddito di cittadinanza dando addosso ai poveracci fingendo di preoccuparsi per i soldi pubblici. Ieri Mario Draghi (sì, sì, proprio lui) a proposito del Superbonus ha detto che è «una misura che ha dato beneficio ma anche distorsioni». La prima distorsione «è l’aumento straordinario dei componenti per le ristrutturazioni», sottolineando che «la logica del 110 per cento non rende più la contrattazione di un prezzo rilevante». Inoltre, ha aggiunto, «ha incentivato le frodi: e l’Agenzia delle entrate ha bloccato 4 miliardi di crediti che erano stati dati come cedibili».

Avete letto bene: 4 miliardi di euro.

Intanto il ministro Orlando riferendo alla Camera sui morti sul lavoro ci ha fatto sapere che il Superbonus «rappresenta sicuramente uno strumento positivo per il rilancio dell’economia, ha però come corollario il rischio di un aumento degli incidenti». Per questo, secondo Orlando,  «diventa necessario prevedere che l’accesso ai  benefici del Superbonus non sia applicabile per i lavori edili effettuati da aziende che non rispettino pienamente il contratto collettivo dell’edilizia e applichino contratti pirata».

Intanto il Superbonus è stato prorogato così com’è: prime case, seconde case, abitazioni unifamiliari o condomini, senza alcun tetto di reddito equivalente (Isee) potranno accedere alla detrazione al 110 per cento e ottenere uno sgravio di imposta superiore ai costi sostenuti, solo per lo sforzo di ristrutturarsi di casa. Per il 2022 serve solo dimostrare di aver ultimato il 30 per cento dei lavori entro il 30 giugno. Per gli interventi sotto i 10 mila euro non si applicherà il decreto anti frode, voluto dopo le segnalazioni dell’Agenzia delle entrate sull’ammontare elevato dell’elusione attorno al bonus.

A chi fa comodo il bonus? A banche, imprese edili. Come tutti i bonus è iniquo. Però “muove” l’economia, dicono. Mica come i poveracci.

Buon giovedì.

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Migranti, strage senza fine: nel 2021 oltre 5mila morti

Sono sicuramente più di 4.470 le vittime, tenendo conto delle decine di persone uccise (almeno 54) lo scorso giovedì, quando un camion stracarico di migranti si è schiantato in Chiapas, Messico. I viaggi immigratori continuano a uccidere e, nonostante le continue richieste di azioni concrete per ridurre le morti, nel 2021 si registra un aumento rispetto al 2020 (quando erano 4.236). «Il COVID-19 ha comportato una diminuzione senza precedenti della mobilità umana, ma il Missing Migrants Project documenta ancora i decessi quasi ogni giorno», ha affermato Frank Laczko, direttore del Global Migration Data Analysis Center (GMDAC) dell’OIM, dove ha sede il progetto. Il numero di morti e sparizioni è aumentato su molte rotte migratorie in tutto il mondo nel 2021, anche in Europa e nelle Americhe.

Un numero ufficiale per ora è difficile da compilare poiché alcune zone del mondo sono complicate da documentare: ai confini bielorussi con l’Unione Europea, 21 morti nel 2021, anche se non sono disponibili dati ufficiali; nel Darien Gap, una remota regione della giungla tra Colombia e Panama, 42 vite perse, anche se gli oltre 125.000 attraversamenti irregolari di quest’anno significano che il vero bilancio delle vittime è probabilmente molto più alto; sulla traversata tra il Corno d’Africa e lo Yemen almeno 98 morti rispetto ai 40 registrati nel 2020, anche se i decessi su questa rotta sono estremamente difficili da documentare. Un numero certo però sono gli 81 giorni di protesta dei disperati accampati per le strade di Tripoli. Dopo il raid della polizia e dei militari libici a Gargaresh il 1 ottobre, migliaia di persone hanno deciso di spostarsi di fronte al Community Day Center (CDC) dell’Unhcr a Tripoli in cerca di protezione. Dal 2 ottobre sono accampati come un presepe della disperazione per le strade senza riparo, servizi igienici, acqua potabile, medicinali, prodotti sanitari per donne e bambini. In questi mesi per strada sono morte persone in mezzo all’indifferenza libica (più che prevedibile) e internazionale.

I migranti si sono organizzati, hanno aperto un sito internet (www.refugeesinlibya.org) e redatto un manifesto per provare ad essere ascoltati: «Veniamo dal Sud Sudan, Sierra Leone, Ciad, Uganda, Congo, Ruanda, Burundi, Somalia, Eritrea, Etiopia e Sudan. Stiamo fuggendo da guerre civili, persecuzioni, cambiamenti climatici e povertà tornando nei nostri paesi di origine. Siamo stati tutti spinti da circostanze al di là della sopportazione umana.- scrivono nel loro appello – Volevamo raggiungere l’Europa cercando una seconda possibilità per le nostre vite e quindi siamo arrivati in Libia. Qui siamo diventati la forza lavoro nascosta dell’economia libica: poniamo mattoni e costruiamo case libiche, ripariamo e laviamo auto libiche, coltiviamo e piantiamo frutta e verdura per i contadini libici e le mense libiche, montiamo satelliti su tetti alti per i libici schermi ecc». Dopo essere stati sfruttati, i migranti lamentano di avere subito «torture, stupri, estorsioni, detenzioni arbitrarie, ogni possibile e inimmaginabile violazione dei diritti umani».

Ora, scrivono «abbiamo capito che non avevamo altra scelta che iniziare ad organizzarci. Non possiamo continuare a tacere mentre nessuno difende noi e i nostri diritti». Chiedono «giustizia e uguaglianza tra rifugiati e richiedenti asilo registrati presso l’Unhcr in Libia», «l’abolizione dei finanziamenti alle guardie costiere libiche che hanno costantemente e forzatamente intercettato i profughi in fuga dall’inferno libico e li hanno portati in Libia dove tutte le atrocità accadono», giustizia per gli omicidi e invitano «la Libia a firmare e ratificare la costituzione della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati». Intorno, il silenzio. A proposito di Libia, vi ricordate i due stranieri che erano riusciti a convincere l’equipaggio del rimorchiatore Vos Thalassa a non puntare la prua verso Sud, dove sarebbero stati consegnati alla cosiddetta guardia costiera libica, per dirigersi invece in direzione di Trapani a luglio 2018? L’allora ministro Salvini li definì “dirottatori”, il ministro Toninelli parlò di “facinorosi”. Ora si è pronunciata la Cassazione assolvendoli perché hanno fatto «valere il diritto al non respingimento verso un Paese non sicuro» opponendosi «alla riconsegna alla Stato Libico». Tutto intorno, silenzio.

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Se ci è concesso criticare

Gli scherani non hanno ancora finito di esultare. Hanno appreso 5 giorni fa la notizia che l’Economist premia l’Italia come Paese dell’anno 2021 e si sono dimenticati di osservare che l’Economist  sia degli Agnelli. La situazione l’ha descritta benissimo il direttore di Radio Popolare Alessandro Gilioli sul suo profilo Facebook: «Vedo che il giornale torinese degli Agnelli-Elkann e il giornale romano degli Agnelli-Elkann aprono grondando entusiasmo per l’entusiasmo verso il governo del giornale londinese degli Agnelli-Elkann. Se la cantano e se la suonano, tutto in famiglia. Peraltro una gran bella famiglia, in cui il nonno prima di morire ha trafugato un miliardo di euro all’estero nascondendolo al fisco ma anche alla figlia, che quando l’ha scoperto ha fatto causa al nipote accusandolo di essersi preso tutto il malloppo, che poi il nipote è suo figlio, quello che in questi giorni sta pensando a come licenziare il cugino, quello tonto che ha fatto i buffi col pallone – e buon Natale a tutti quanti».

Circa un anno fa, nell’autunno del 2020, il numero di nuovi casi e di ricoverati in terapia intensiva era più o meno come quelli di oggi. A quel tempo il governo (non c’era il taumaturgo Draghi) decise alle 18 l’orario di chiusura di bar e ristoranti e al 75% la percentuale di didattica a distanza per scuole medie e superiori. Oggi il governo dei migliori ha poco margine di manovra: dopo avere rinforzato il green pass si può ridurre la sua durata per spingere alla terza dose (come probabilmente avverrà) e poco altro.

Ma se ci è concesso criticare vale la pena sottolineare che Draghi ha deciso di decidere alla prossima cabina di regia del 23 dicembre. Curiosamente giusto in tempo per dare spazio agli acquisti natalizi ma questo potrebbe essere solo un nostro sospetto troppo perfido. Ma nonostante molta stampa non se ne sia accorta noi siamo già in ritardo, il 23 dicembre. Scoprire la velocità con cui Omicron si sta diffondendo è un elemento che sarebbe stato utile forse un mese fa e forse sarebbe stato il caso non aspettare 2 mesi (il tempo trascorso tra le indagini del 28 settembre e del 6 dicembre) per muoversi. A proposito: il sequenziamento del virus avrebbe dovuto essere una priorità. Priorità fallita.

Se ci è concesso criticare varrebbe la pena sottolineare anche che se la durata del green pass verrà ridotta a 6 mesi serviranno 15 milioni di dosi subito nel 2022 perché scadranno 15 milioni di certificati. Oggi nei magazzini ce ne sono 5 milioni, Pfizer dovrebbe consegnarne 10 milioni di dosi. Nel frattempo il governo punta a costringere alla vaccinazione i 6 milioni a cui manca ancora la prima dose. I conti non tornano, per dire.

Se ci è concesso criticare, la soluzione di rendere obbligatorie le mascherine all’aperto serve a poco o niente. Servirebbe un tracciamento serio (che è già saltato, come sempre), servirebbe avere fatto qualcosa per trasporti e sanità (su cui tra l’altro grida vendetta l’esiguo cumulo di soldi destinati nel Pnrr), servirebbe aver fatto qualcosa per la ventilazione nelle scuole. I liberali che l’anno scorso starnazzavano oggi dicono che il virus è imprevedibile e non si possa fare meglio. Possiamo essere d’accordo, certo, ma se ci è concesso criticare osserviamo quindi la cretineria dei lamenti e i piagnistei dello scorso anno, a meno che il virus sia “imprevedibile” solo con Draghi.

A proposito, se ci è concesso criticare si potrebbe ricordare che molta gente, molto stimata, molti mesi fa aveva annunciato che vaccinando solo i ricchi e non tutte le persone del mondo sarebbe successo quello che è successo. La variante Omicron non è figlia dei Paesi poveri ma è figlia della miopia e dell’egoismo dei ricchi.

Se ci è concesso criticare notiamo come ancora una volta si stia pensando di punire la cultura con soluzioni che appaiono di poco senso: un tampone per stare in teatro (dove è facilissimo mantenere le distanze e dove si sta seduti tutto il tempo con una mascherina) mentre non servono tamponi per sedersi in un bar e un ristorante (dove, per forza, ci si abbassa la mascherina) è indicativo.

Insomma, la pandemia è imprevedibile ma il paraculismo è prevedibilissimo.

Buon mercoledì.

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Faida nel M5S, Uggetti usato per regolamento di conti interno

Evidentemente analizzare i profili penali «scevri da ogni lettura indotta da impostazioni soggettive, non immuni da una polemica politica o locale» per rinvenire «la coerenza degli obbiettivi perseguiti» dall’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti, condannato e poi assolto per turbativa d’asta su un bando di piscine comunali, è riuscito solo alle giudici della Corte d’Appello di Milano visto che il sostituto procuratore generale di Milano Massimo Garballo ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione contestando l’interpretazione dell’articolo 353 del codice penale.

Secondo i giudici d’appello «ci si deve, infatti, confrontare con la necessità di non punire indiscriminatamente le mere irregolarità formali attinenti all’iter procedimentale, irregolarità che, invece, devono essere idonee a ledere i beni giuridici protetti dalla norma, non essendoci un interesse fine a se stesso a garantire la regolarità e la trasparenza della gara, essendo la tutela della mera regolarità formale dell’asta e della pubblica amministrazione non il bene tutelato dall’articolo 353 c.p., ma un presidio per la libera concorrenza, strumentale al perseguimento dell’interesse della Pubblica Amministrazione». La Procura generale invece ritiene che tutti i precedenti di giurisprudenza abbiano sempre considerato il reato come “di pericolo” e non “di evento”, non «essendo necessaria una lesione, anche potenziale, agli scopi economici della pubblica amministrazione e all’interesse dei privati di poter partecipare alla gara».

Ora toccherà alla Cassazione chiarire il punto ma la vicenda giudiziaria, ancora una volta, è solo il terminale di una battaglia politica dalle posizioni chiarissime: su Simone Uggetti si è giocata la conversione (vera o presunta che sia) di una parte considerevole del Movimento 5 Stelle (con Luigi Di Maio in testa) che ha innescato la rabbiosa reazione dell’ala giustizialista del movimento, ritrovatasi orfana di riferimenti politici nell’azione politica dettata dalle indagini (nemmeno dalle condanne) della magistratura. Non è un caso che alcuni (Il Fatto Quotidiano in testa) abbiano usato (e stiano usando) l’ex sindaco di Lodi come clava per un regolamento di conti interno, elevando un episodio locale come cartina tornasole di questioni che stanno tutte nell’alveo dei giustizialisti e post-giustizialisti.

Dalle parti del giornale di Travaglio ancora una volta si fa riferimento a una presunta confessione (mai avvenuta) e a un “condizionamento” che il “quarto grado” di giudizio esige di considerare una colpa nonostante l’assoluzione. Lodi, Uggetti, le piscine qui ormai non c’entrano più niente e sarebbe perfino patetico osservare da fuori l’accanimento su una vicenda di provincia per dare addosso a Di Maio e alla sua fronda se non ci fosse di mezzo una persona: che un consigliere comunale di Lodi (tal Massimo Casiraghi, del M5S, che si è costituito, perdendo, parte civile in appello) venga assurto a opinionista nazionale su temi di giustizia e di responsabilità penale del ruolo di sindaco rende perfettamente l’idea di un “gioco grande” che avrebbe perfino potuto essere applicato a un ladro di polli di Canicattì se fosse tornato utile per redimere questioni interne tra i grillini.

Considerare le Procure come fari dell’agire politico è un portamento molto in voga soprattutto quando manca lo spessore politico e sullo sconsiderato (e spesso sbagliato) allarme giudiziario il Movimento 5 Stelle è nato ed è riuscito a ingrossare non poco il proprio bacino di voti. Così ancora una volta la tesi dell’accusa è un certificata. Non servirebbe nemmeno il pronunciamento della Cassazione, il messaggio è già arrivato a destinazione.

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L’ultima trovata dei “migliori”: i contagi aumentano ovunque ma non negli uffici. Parola di Brunetta

«Contrariamente al settore privato i dipendenti pubblici in smart working sono tutti tornati al lavoro, nel settore privato no. Quindi da questo punto di vista siamo stati più bravi del privato. Più della metà dei dipendenti delle banche sono ancora in smart working e non vogliono tornare»: parole, opere e omissioni del ministro Renato Brunetta pronunciate solo 21 giorni fa.

Brunetta, da sempre, vorrebbe essere ricordato per la sua lotta contro i fannulloni, è il suo marchio di fabbrica, l’etichetta con cui è riuscito a galleggiare in tutti questi anni al fianco di Silvio Berlusconi. La matrice però è piuttosto impolverata e Brunetta, come tutti i saccenti che hanno bisogno di produrre propaganda per rimanere a galla, è ormai datata.

Così mentre tutto il mondo parla di smart working come soluzione lavorativa del futuro qui da noi ci tocca sorbirci Brunetta e i suoi sodali che non riescono a svicolare dal pregiudizio che un lavoratore non lavori se non è controllato minuto per minuto dall’occhio vigile del padrone.

Sia chiaro, è in ottima compagnia, la visione padronale del datore di lavoro è un modus che qui da noi continua a essere ben radicato. Ai Brunetta di turno si potrebbero aggiungere tutti quei politici e quei sindaci che non vedevano l’ora di ricacciare la gente in ufficio per non danneggiare troppo la fondamentale economia del tramezzino al bar di sotto, gente terrorizzata dal fatto che le città si svuotassero di pendolari perché si sa che a qualcuno di passaggio si riesce sempre a rifilare qualcosa.

Un’idea del commercio a strascico, del ‘ndo cojo cojo che si fatica a sradicare. Ci si potrebbe aspettare anche qualche parola buona dal ministro della transizione ecologica Cingolani ma evidentemente il nostro continua imperterrito a credere che l’inquinamento di una foto mandata via watshapp sia un male infinitamente maggiore di milioni di auto che si spostano dalla periferia al centro per non trovare parcheggio tutte le mattine.

21 giorni fa Brunetta pronunciava questa parole e giusto ieri, con la variante Omicron che spaventa, il ministro ha rivendicato la propria scelta (che alla luce dei dati di oggi non appare proprio azzeccata) affermando che la diffusione del virus non ha niente a che vedere con il ritorno in massa negli uffici della Pubblica Amministrazione.

Qualcuno si aspetterebbe almeno che un ministro possa dire una cosa del genere con dei dati in mano e invece no. Qui da noi si continua ad andare a sensazione. Niente virus negli uffici come niente virus nelle scuole come l’anno scorso era tutto un ripetere “niente virus nelle fabbriche”. Forte ‘sto virus, riesce chirurgicamente a restare lontano dai luoghi del fatturato e della pubblica amministrazione, colpisce solo i fannulloni e gli spensierati. C’è da scommetterci che in una futura variante colpirà solo i percettori del reddito di cittadinanza e i disoccupati.

E tutti che ascoltano, riportano, scrivono e pubblicano. Nessun giornalista che alzi il dito per chiedere quale sia la fonte di tutte queste sensazioni. A proposito di serietà e dei “migliori”.

L’articolo originale scritto per TPI è qui