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Migranti, strage senza fine: nel 2021 oltre 5mila morti

Sono sicuramente più di 4.470 le vittime, tenendo conto delle decine di persone uccise (almeno 54) lo scorso giovedì, quando un camion stracarico di migranti si è schiantato in Chiapas, Messico. I viaggi immigratori continuano a uccidere e, nonostante le continue richieste di azioni concrete per ridurre le morti, nel 2021 si registra un aumento rispetto al 2020 (quando erano 4.236). «Il COVID-19 ha comportato una diminuzione senza precedenti della mobilità umana, ma il Missing Migrants Project documenta ancora i decessi quasi ogni giorno», ha affermato Frank Laczko, direttore del Global Migration Data Analysis Center (GMDAC) dell’OIM, dove ha sede il progetto. Il numero di morti e sparizioni è aumentato su molte rotte migratorie in tutto il mondo nel 2021, anche in Europa e nelle Americhe.

Un numero ufficiale per ora è difficile da compilare poiché alcune zone del mondo sono complicate da documentare: ai confini bielorussi con l’Unione Europea, 21 morti nel 2021, anche se non sono disponibili dati ufficiali; nel Darien Gap, una remota regione della giungla tra Colombia e Panama, 42 vite perse, anche se gli oltre 125.000 attraversamenti irregolari di quest’anno significano che il vero bilancio delle vittime è probabilmente molto più alto; sulla traversata tra il Corno d’Africa e lo Yemen almeno 98 morti rispetto ai 40 registrati nel 2020, anche se i decessi su questa rotta sono estremamente difficili da documentare. Un numero certo però sono gli 81 giorni di protesta dei disperati accampati per le strade di Tripoli. Dopo il raid della polizia e dei militari libici a Gargaresh il 1 ottobre, migliaia di persone hanno deciso di spostarsi di fronte al Community Day Center (CDC) dell’Unhcr a Tripoli in cerca di protezione. Dal 2 ottobre sono accampati come un presepe della disperazione per le strade senza riparo, servizi igienici, acqua potabile, medicinali, prodotti sanitari per donne e bambini. In questi mesi per strada sono morte persone in mezzo all’indifferenza libica (più che prevedibile) e internazionale.

I migranti si sono organizzati, hanno aperto un sito internet (www.refugeesinlibya.org) e redatto un manifesto per provare ad essere ascoltati: «Veniamo dal Sud Sudan, Sierra Leone, Ciad, Uganda, Congo, Ruanda, Burundi, Somalia, Eritrea, Etiopia e Sudan. Stiamo fuggendo da guerre civili, persecuzioni, cambiamenti climatici e povertà tornando nei nostri paesi di origine. Siamo stati tutti spinti da circostanze al di là della sopportazione umana.- scrivono nel loro appello – Volevamo raggiungere l’Europa cercando una seconda possibilità per le nostre vite e quindi siamo arrivati in Libia. Qui siamo diventati la forza lavoro nascosta dell’economia libica: poniamo mattoni e costruiamo case libiche, ripariamo e laviamo auto libiche, coltiviamo e piantiamo frutta e verdura per i contadini libici e le mense libiche, montiamo satelliti su tetti alti per i libici schermi ecc». Dopo essere stati sfruttati, i migranti lamentano di avere subito «torture, stupri, estorsioni, detenzioni arbitrarie, ogni possibile e inimmaginabile violazione dei diritti umani».

Ora, scrivono «abbiamo capito che non avevamo altra scelta che iniziare ad organizzarci. Non possiamo continuare a tacere mentre nessuno difende noi e i nostri diritti». Chiedono «giustizia e uguaglianza tra rifugiati e richiedenti asilo registrati presso l’Unhcr in Libia», «l’abolizione dei finanziamenti alle guardie costiere libiche che hanno costantemente e forzatamente intercettato i profughi in fuga dall’inferno libico e li hanno portati in Libia dove tutte le atrocità accadono», giustizia per gli omicidi e invitano «la Libia a firmare e ratificare la costituzione della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati». Intorno, il silenzio. A proposito di Libia, vi ricordate i due stranieri che erano riusciti a convincere l’equipaggio del rimorchiatore Vos Thalassa a non puntare la prua verso Sud, dove sarebbero stati consegnati alla cosiddetta guardia costiera libica, per dirigersi invece in direzione di Trapani a luglio 2018? L’allora ministro Salvini li definì “dirottatori”, il ministro Toninelli parlò di “facinorosi”. Ora si è pronunciata la Cassazione assolvendoli perché hanno fatto «valere il diritto al non respingimento verso un Paese non sicuro» opponendosi «alla riconsegna alla Stato Libico». Tutto intorno, silenzio.

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Se ci è concesso criticare

Gli scherani non hanno ancora finito di esultare. Hanno appreso 5 giorni fa la notizia che l’Economist premia l’Italia come Paese dell’anno 2021 e si sono dimenticati di osservare che l’Economist  sia degli Agnelli. La situazione l’ha descritta benissimo il direttore di Radio Popolare Alessandro Gilioli sul suo profilo Facebook: «Vedo che il giornale torinese degli Agnelli-Elkann e il giornale romano degli Agnelli-Elkann aprono grondando entusiasmo per l’entusiasmo verso il governo del giornale londinese degli Agnelli-Elkann. Se la cantano e se la suonano, tutto in famiglia. Peraltro una gran bella famiglia, in cui il nonno prima di morire ha trafugato un miliardo di euro all’estero nascondendolo al fisco ma anche alla figlia, che quando l’ha scoperto ha fatto causa al nipote accusandolo di essersi preso tutto il malloppo, che poi il nipote è suo figlio, quello che in questi giorni sta pensando a come licenziare il cugino, quello tonto che ha fatto i buffi col pallone – e buon Natale a tutti quanti».

Circa un anno fa, nell’autunno del 2020, il numero di nuovi casi e di ricoverati in terapia intensiva era più o meno come quelli di oggi. A quel tempo il governo (non c’era il taumaturgo Draghi) decise alle 18 l’orario di chiusura di bar e ristoranti e al 75% la percentuale di didattica a distanza per scuole medie e superiori. Oggi il governo dei migliori ha poco margine di manovra: dopo avere rinforzato il green pass si può ridurre la sua durata per spingere alla terza dose (come probabilmente avverrà) e poco altro.

Ma se ci è concesso criticare vale la pena sottolineare che Draghi ha deciso di decidere alla prossima cabina di regia del 23 dicembre. Curiosamente giusto in tempo per dare spazio agli acquisti natalizi ma questo potrebbe essere solo un nostro sospetto troppo perfido. Ma nonostante molta stampa non se ne sia accorta noi siamo già in ritardo, il 23 dicembre. Scoprire la velocità con cui Omicron si sta diffondendo è un elemento che sarebbe stato utile forse un mese fa e forse sarebbe stato il caso non aspettare 2 mesi (il tempo trascorso tra le indagini del 28 settembre e del 6 dicembre) per muoversi. A proposito: il sequenziamento del virus avrebbe dovuto essere una priorità. Priorità fallita.

Se ci è concesso criticare varrebbe la pena sottolineare anche che se la durata del green pass verrà ridotta a 6 mesi serviranno 15 milioni di dosi subito nel 2022 perché scadranno 15 milioni di certificati. Oggi nei magazzini ce ne sono 5 milioni, Pfizer dovrebbe consegnarne 10 milioni di dosi. Nel frattempo il governo punta a costringere alla vaccinazione i 6 milioni a cui manca ancora la prima dose. I conti non tornano, per dire.

Se ci è concesso criticare, la soluzione di rendere obbligatorie le mascherine all’aperto serve a poco o niente. Servirebbe un tracciamento serio (che è già saltato, come sempre), servirebbe avere fatto qualcosa per trasporti e sanità (su cui tra l’altro grida vendetta l’esiguo cumulo di soldi destinati nel Pnrr), servirebbe aver fatto qualcosa per la ventilazione nelle scuole. I liberali che l’anno scorso starnazzavano oggi dicono che il virus è imprevedibile e non si possa fare meglio. Possiamo essere d’accordo, certo, ma se ci è concesso criticare osserviamo quindi la cretineria dei lamenti e i piagnistei dello scorso anno, a meno che il virus sia “imprevedibile” solo con Draghi.

A proposito, se ci è concesso criticare si potrebbe ricordare che molta gente, molto stimata, molti mesi fa aveva annunciato che vaccinando solo i ricchi e non tutte le persone del mondo sarebbe successo quello che è successo. La variante Omicron non è figlia dei Paesi poveri ma è figlia della miopia e dell’egoismo dei ricchi.

Se ci è concesso criticare notiamo come ancora una volta si stia pensando di punire la cultura con soluzioni che appaiono di poco senso: un tampone per stare in teatro (dove è facilissimo mantenere le distanze e dove si sta seduti tutto il tempo con una mascherina) mentre non servono tamponi per sedersi in un bar e un ristorante (dove, per forza, ci si abbassa la mascherina) è indicativo.

Insomma, la pandemia è imprevedibile ma il paraculismo è prevedibilissimo.

Buon mercoledì.

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Faida nel M5S, Uggetti usato per regolamento di conti interno

Evidentemente analizzare i profili penali «scevri da ogni lettura indotta da impostazioni soggettive, non immuni da una polemica politica o locale» per rinvenire «la coerenza degli obbiettivi perseguiti» dall’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti, condannato e poi assolto per turbativa d’asta su un bando di piscine comunali, è riuscito solo alle giudici della Corte d’Appello di Milano visto che il sostituto procuratore generale di Milano Massimo Garballo ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione contestando l’interpretazione dell’articolo 353 del codice penale.

Secondo i giudici d’appello «ci si deve, infatti, confrontare con la necessità di non punire indiscriminatamente le mere irregolarità formali attinenti all’iter procedimentale, irregolarità che, invece, devono essere idonee a ledere i beni giuridici protetti dalla norma, non essendoci un interesse fine a se stesso a garantire la regolarità e la trasparenza della gara, essendo la tutela della mera regolarità formale dell’asta e della pubblica amministrazione non il bene tutelato dall’articolo 353 c.p., ma un presidio per la libera concorrenza, strumentale al perseguimento dell’interesse della Pubblica Amministrazione». La Procura generale invece ritiene che tutti i precedenti di giurisprudenza abbiano sempre considerato il reato come “di pericolo” e non “di evento”, non «essendo necessaria una lesione, anche potenziale, agli scopi economici della pubblica amministrazione e all’interesse dei privati di poter partecipare alla gara».

Ora toccherà alla Cassazione chiarire il punto ma la vicenda giudiziaria, ancora una volta, è solo il terminale di una battaglia politica dalle posizioni chiarissime: su Simone Uggetti si è giocata la conversione (vera o presunta che sia) di una parte considerevole del Movimento 5 Stelle (con Luigi Di Maio in testa) che ha innescato la rabbiosa reazione dell’ala giustizialista del movimento, ritrovatasi orfana di riferimenti politici nell’azione politica dettata dalle indagini (nemmeno dalle condanne) della magistratura. Non è un caso che alcuni (Il Fatto Quotidiano in testa) abbiano usato (e stiano usando) l’ex sindaco di Lodi come clava per un regolamento di conti interno, elevando un episodio locale come cartina tornasole di questioni che stanno tutte nell’alveo dei giustizialisti e post-giustizialisti.

Dalle parti del giornale di Travaglio ancora una volta si fa riferimento a una presunta confessione (mai avvenuta) e a un “condizionamento” che il “quarto grado” di giudizio esige di considerare una colpa nonostante l’assoluzione. Lodi, Uggetti, le piscine qui ormai non c’entrano più niente e sarebbe perfino patetico osservare da fuori l’accanimento su una vicenda di provincia per dare addosso a Di Maio e alla sua fronda se non ci fosse di mezzo una persona: che un consigliere comunale di Lodi (tal Massimo Casiraghi, del M5S, che si è costituito, perdendo, parte civile in appello) venga assurto a opinionista nazionale su temi di giustizia e di responsabilità penale del ruolo di sindaco rende perfettamente l’idea di un “gioco grande” che avrebbe perfino potuto essere applicato a un ladro di polli di Canicattì se fosse tornato utile per redimere questioni interne tra i grillini.

Considerare le Procure come fari dell’agire politico è un portamento molto in voga soprattutto quando manca lo spessore politico e sullo sconsiderato (e spesso sbagliato) allarme giudiziario il Movimento 5 Stelle è nato ed è riuscito a ingrossare non poco il proprio bacino di voti. Così ancora una volta la tesi dell’accusa è un certificata. Non servirebbe nemmeno il pronunciamento della Cassazione, il messaggio è già arrivato a destinazione.

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L’ultima trovata dei “migliori”: i contagi aumentano ovunque ma non negli uffici. Parola di Brunetta

«Contrariamente al settore privato i dipendenti pubblici in smart working sono tutti tornati al lavoro, nel settore privato no. Quindi da questo punto di vista siamo stati più bravi del privato. Più della metà dei dipendenti delle banche sono ancora in smart working e non vogliono tornare»: parole, opere e omissioni del ministro Renato Brunetta pronunciate solo 21 giorni fa.

Brunetta, da sempre, vorrebbe essere ricordato per la sua lotta contro i fannulloni, è il suo marchio di fabbrica, l’etichetta con cui è riuscito a galleggiare in tutti questi anni al fianco di Silvio Berlusconi. La matrice però è piuttosto impolverata e Brunetta, come tutti i saccenti che hanno bisogno di produrre propaganda per rimanere a galla, è ormai datata.

Così mentre tutto il mondo parla di smart working come soluzione lavorativa del futuro qui da noi ci tocca sorbirci Brunetta e i suoi sodali che non riescono a svicolare dal pregiudizio che un lavoratore non lavori se non è controllato minuto per minuto dall’occhio vigile del padrone.

Sia chiaro, è in ottima compagnia, la visione padronale del datore di lavoro è un modus che qui da noi continua a essere ben radicato. Ai Brunetta di turno si potrebbero aggiungere tutti quei politici e quei sindaci che non vedevano l’ora di ricacciare la gente in ufficio per non danneggiare troppo la fondamentale economia del tramezzino al bar di sotto, gente terrorizzata dal fatto che le città si svuotassero di pendolari perché si sa che a qualcuno di passaggio si riesce sempre a rifilare qualcosa.

Un’idea del commercio a strascico, del ‘ndo cojo cojo che si fatica a sradicare. Ci si potrebbe aspettare anche qualche parola buona dal ministro della transizione ecologica Cingolani ma evidentemente il nostro continua imperterrito a credere che l’inquinamento di una foto mandata via watshapp sia un male infinitamente maggiore di milioni di auto che si spostano dalla periferia al centro per non trovare parcheggio tutte le mattine.

21 giorni fa Brunetta pronunciava questa parole e giusto ieri, con la variante Omicron che spaventa, il ministro ha rivendicato la propria scelta (che alla luce dei dati di oggi non appare proprio azzeccata) affermando che la diffusione del virus non ha niente a che vedere con il ritorno in massa negli uffici della Pubblica Amministrazione.

Qualcuno si aspetterebbe almeno che un ministro possa dire una cosa del genere con dei dati in mano e invece no. Qui da noi si continua ad andare a sensazione. Niente virus negli uffici come niente virus nelle scuole come l’anno scorso era tutto un ripetere “niente virus nelle fabbriche”. Forte ‘sto virus, riesce chirurgicamente a restare lontano dai luoghi del fatturato e della pubblica amministrazione, colpisce solo i fannulloni e gli spensierati. C’è da scommetterci che in una futura variante colpirà solo i percettori del reddito di cittadinanza e i disoccupati.

E tutti che ascoltano, riportano, scrivono e pubblicano. Nessun giornalista che alzi il dito per chiedere quale sia la fonte di tutte queste sensazioni. A proposito di serietà e dei “migliori”.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

A proposito di Boric (e di noi)

A 35 anni qui in Italia, se ti capita di fare politica, sei considerato il “delfino di” oppure sei considerato una “promessa”. Accade nella politica e nel lavoro. A 35 anni hai abbastanza forze per faticare ma hai faticato troppo poco per dirigere, secondo il mantra di quelli che non vogliono mollare il posto di comando fino all’ultimo secondo. A 35 anni sei una promessa e ti concedono perfino il lusso di atteggiarti da buonista, da ecologista, da femminista: ti concedono di parlare di diritti perché i diritti e il futuro, qui da noi, sono come la delega dell’assessorato alla Cultura, una roba che si dà ai giovani volenterosi come premio per trastullarsi.

A 35 anni Gabriel Boric è diventato presidente del Cile. E non si è smussato, per niente, rispetto ai tempi in cui era un leader studentesco. Certo ha studiato molto, certo ha affinato il suo modo di fare politica ma i temi sono sempre gli stessi. Ha sconfitto al ballottaggio Jose Antonio Kast, uno fiero di essere di estrema destra che poi, come quasi tutti quelli della sua risma, ha finto di fare il moderato quando gli è venuta la paura di perdere. Uno di quelli che ingrossano il proprio bacino di voti sparandole sempre più grosse che poi si traveste da statista per risultare credibile. Ogni riferimento a robe di casa nostra non è per niente casuale.

Pochi minuti dopo la vittoria Boric è salito su un palco improvvisato sull’Alameda, ha toccato tutti temi a lui cari: i bambini, le donne, l’orario di lavoro, le pensioni, la salute e la educazione pubbliche, l’ambiente, l’acqua, i diritti umani e ovviamente la difesa del lavoro della Assemblea costituente. Ma ha parlato da “presidente di tutti”, considerando un’opportunità più che un limite l’equilibrio di forze nel nuovo Parlamento, promettendo che farà un governo aperto.

Certo c’è finalmente lo scrollarsi di dosso Pinochet ma un 35enne che vince così largamente (con la vittoria più ampia nella storia del Cile) rende perfettamente l’idea di quanto sarebbe impossibile qui che un leader così giovane diventi leader, sia candidato e abbia gli strumenti per potersela giocare fino in fondo. Ora, vedrete, la tratteranno come una notizia isolata, anche un po’ esotica. A proposito: il suo avversario Kast si è congratulato con Boric per il suo «grande trionfo», aggiungendo che «da oggi è il presidente eletto del Cile e merita tutto il nostro rispetto e la collaborazione costruttiva».

Non serve nemmeno aggiungere altro.

Buon martedì.

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Una Repubblica fondata sulla strage

Filippo Falotico aveva 20 anni. Viveva con la famiglia. Amava le gru. Appena aveva potuto, aveva cominciato a lavorare nell’azienda del padre che noleggia gru come montatore. Operaio specializzato. Marco Pozzetti era di Carugate in provincia di Milano. Aveva 54 anni. E poi c’era Roberto Peretto, di Cassano d’Adda (Milano), 52 anni. Tutti e tre sono morti sul colpo da una gru crollata a Torino per cause ancora da accertare che è collassata ribaltandosi in strada. Quasi miracolati due passanti: un uomo di 33 anni estratto vivo dalle lamiere della sua auto travolta da alcuni pezzi della gru, e una donna di 61 anni colpita da un calcinaccio. Le urla per strada dei passanti sono un inferno.

L’emergenza nazionale sono le morti sul lavoro di un sistema che va cambiato, che tutti dicono di cambiare e che non cambia mai. Ogni volta che qualcuno propone interventi di legge uno stuolo di imprenditori (e i loro camerieri in Parlamento) ci dicono che la sicurezza rallenta la loro dea Produttività. Ogni volta siamo qui, sempre, il giorno dopo a piangere. Passano gli anni e siamo sempre qui a discutere dei subappalti selvaggi, dei controlli che mancano, della “patente a punti” per la sicurezza delle imprese che Confindustria e compagnia bella ritengono “discriminatoria”. Tutti che parlano dei no vax e nessuno che si prende la briga di occuparsi dei no lex che stanno sui cantieri (mentre il doping dei cantieri li sta moltiplicando in tutta Italia).

Si parla della gru di Torino ma 3 giorni fa è  morto un operaio edile di 59 anni a Ischia, mentre lavorava in un cantiere di Forio; sulla statale Appia all’altezza di Massafra è morto un uomo di 51 anni mentre spostava una gru da un camion, Pierino Oronzo di 55 anni è morto ustionato nel Salernitano mentre stava effettuando lavori di posa di una guaina su un immobile, Adriano Balloi, 60 anni, di Tortolì, è rimasto incastrato sotto un escavatore.

«Abbiamo iniziato una vigilanza da qualche mese da cui risulta che oltre 9 imprese edili su 10 non sono regolari». Il dato è annunciato dal direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl), Bruno Giordano, intervistato dal Tg3 sulla sicurezza nei cantieri e le morti sul lavoro.

Bisognerebbe pubblicare anche le loro buste paga sui giornali, insieme alle foto. Bisognerebbe scrivere a caratteri cubitali anche i loro stipendi. Sempre che una busta paga ce l’abbiano davvero, poiché due di queste sei vittime lavoravano in nero.

Chissà se vedendo i loro stipendi quelli che contestano i lavoratori scesi in piazza o quelli che continuano a raccontarci che in Italia la gente si lamenta perché non ha voglia di lavorare non si vergognerebbero almeno un po’ di essere i mefitici cantori di una Repubblica fondata sulla strage.

Siamo a più di mille morti, quest’anno. La ripresa, qui da noi, la vedi nell’impennata delle vittime collaterali.

Buon lunedì.

Nella foto: Roberto Peretto, Marco Pozzetti e Filippo Falotico

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Altro che “europeisti”: con la scelta di introdurre nuove restrizioni sui viaggi, il governo vìola le norme Ue

Chissà se un giorno troveremo la lucidità e il coraggio di dirci che più danni di qualche squinternato no vax o del becero complottismo li ha causati il paternalismo schizofrenico dei governi e delle loro decisioni per combattere il virus. 

L’ultima è la scelta del governo di rendere il green pass italiano un po’ più pass degli altri introducendo l’obbligo di tampone negativo per chi entra in Italia anche da un Paese europeo. Che l’Ue se la sia presa era prevedibile ed è in linea con gli accordi che erano stati presi in quella sede ma ciò che tocca registrare ancora una volta è che la decisione viene presa senza nessun principio di proporzionalità, come continua ad accadere.

Il governo si era impegnato con l’Ue a non introdurre limiti ulteriori rispetto alla certificazione verde per far entrare persone da Stati membri, a meno che la nostra situazione interna non fosse peggiorata, non è difficile capire che proprio questo governo di “europeisti” (lo ripetono talmente spesso da averne perfino svuotato il significato) abbia violato le regole europee. 

Ma c’è un altro punto sostanziale che vale la pena sottolineare (anche questo per l’ennesima volta): la comunicazione continua a essere insopportabilmente paternalistica, confusa, incoerente e per questo è un ottimo assist per quegli stessi no green pass che si vorrebbe convincere.

Vale la pena ricordare che il green pass è solo l’ultimo dei provvedimenti che è stato annunciato come risolutivo e che invece si è mostrato poi non del tutto efficace per tornare a una bozza di normalità. È vero, una pandemia non è prevedibile e le sue evoluzioni sono spesso inattese ma sicuramente una maggiore cautela nelle parole (e magari anche una maggiore chiarezza sugli obiettivi che ogni singolo provvedimento si propone di perseguire) avrebbe infuso più fiducia e avrebbe dato l’idea di una reazione più organica e seria agli accadimenti.

Se davvero i virologi che inondano le trasmissioni televisive vogliono assumersi la responsabilità di essere dei divulgatori perché non ripensano alla leggerezza con cui hanno dato per “risolutiva” la prima dose di vaccino, poi hanno ripetuto lo stesso errore con la seconda e ora insistono con la terza senza contenersi nella cautela che spetta a ogni buon comunicatore?

Perché perfino Draghi in una conferenza stampa ha compiuto la leggerezza di definire i vaccinati come «persone non contagiose» prestando al fianco ai rimestatori che non aspettavano altro per smentirlo e quindi per mettere in discussione perfino la credibilità di tutta la comunità politica e scientifica?

Perché dopo tutti questi mesi siamo ancora ad applaudire lo sceriffo De Luca che ordina l’obbligo di bere solo acqua per strada e non ci si indigna per la mancanza di indicazioni semplici e chiare sulla ventilazione dei posti chiusi? Perché ad esempio si insiste a ritenere la scuola uno dei luoghi più sicuri e non si è mai intervenuti per garantire la corretta ventilazione che l’Oms predica da mesi?

A proposito di Oms, nei giorni scorsi l’Organizzazione ha detto chiaramente che «i vaccini da soli non faranno uscire nessun Paese da questa crisi. Non saranno i vaccini invece delle mascherine, del distanziamento, della ventilazione o dell’igiene delle mani. Bisogna fare tutto. Farlo in modo coerente. Farlo bene». Qualcuno nota le discrepanze rispetto a un certo giubilo affrettato?

Per affrontare seriamente una pandemia così complessa bisogna essere seri. Non basta essere certificati come “migliori”. E la sciatteria di certa comunicazione non è colpa dei no vax e non ha niente a che vedere con loro. In compenso è una loro ottima alleata.

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Nuovo cinema Locri

Leggete bene: «Un vero e proprio organismo associativo elevato a Sistema, che ruotava attorno all’illegale approvvigionamento di risorse pubbliche». È un passaggio delle motivazioni depositate dal Tribunale di Locri con cui vengono inflitti in Primo grado 13 anni e 2 mesi di carcere a Mimmo Lucano. Sì, lo so, sembra l’incipit del mandato di cattura contro Al Capone, ma su Riace e su Mimmo Lucano il senso della misura si è perso da un bel po’, fin da quando un sindaco povero di una città che era praticamente disabitata è diventato il nemico numero uno di tutti quei valenti sovranisti che promettono di difenderci dai poteri forti, dalla sostituzione etnica, dall’infido complotto mondiale, dal virus e poi se la fanno sotto per un paesello calabrese che diventa ristoro di un manipolo di disperati che decidono di arrogarsi il diritto di sperare.

Anche per la Procura Mimmo Lucano non si è arricchito

Il presidente del Tribunale di Locri, Fulvio Accurso, scrive una sentenza che i procacciatori di fiction pagherebbero a peso d’oro. Nel provvedimento si parla di un «sistema che si basava su una piattaforma organizzativa collaudata e stabile, che si avvaleva dell’esperienza e della forza politica che Lucano possedeva e che questi esercitava in forma padronale ed esclusiva, tanto da indurre tutti al silenzio». Dipingere Mimmo Lucano come portatore di «forza politica» significa, lo scrivo trattenendomi, non capire nulla di politica e confondere il rumore che fa la bile rovesciatagli addosso dai suoi nemici per protagonismo nazionale. Proviamo a dirlo in parole semplici: poiché dalla Procura non è stato trovato un solo soldo in giro (e Lucano è un poveraccio ancora peggio di prima che tutta questa storia iniziasse) la tesi per condannarlo si fonda su un presunto potere politico che Lucano avrebbe accumulato. Del resto i soldi, lo dice la sentenza, sono stati investiti in «creazione di progetti di valutazione del territorio».

Il Tribunale di Locri (Getty Images).

L’accusa di «strumentalizzazione dell’accoglienza per fini politici»

Anche il reato di rivalutazione del territorio è una grossa novità, in effetti. È una notizia da prima pagina di tutti i giornali l’individuazione del nuovo reato di «strumentalizzazione dell’accoglienza per fini politici» perché se dovesse essere applicato oggi stesso si svuoterebbe metà parlamento e, di sicuro, decapiterebbe gran parte dei partiti di centrodestra che aspirano a governare. Condannare Lucano per strumentalizzazione dell’accoglienza (vale la pena ripeterlo, senza avere intascato un solo centesimo) nel Paese in cui senza immigrazioni scomparirebbero i due principali leader della maggioranza e dell’opposizione significa non avere il minimo senso delle proporzioni. E che il Tribunale di Locri veda «assoggettamento» lì dove c’è un sindaco e ci sono asini che raccolgono i rifiuti, lascia immaginare che abbiano da parte enormi parole nascoste per raccontarci l’assoggettamento ‘ndranghetistico dove girano milioni.

“Condanna alle intenzioni” per l’ex sindaco di Riace

Qualcuno potrebbe obiettare che imbastire un processo vagheggiando «illeciti profitti» e «sostegno elettorale» nel paesino di Riace sia una tesi piuttosto spericolata ma il giudice si supera avvisandoci che l’ipotesi di un inesistente arricchimento personale sarebbe avvenuta «a fine carriera». Un processo alle intenzioni fa già schifo ma una condanna alle intenzioni è qualcosa di ributtante. E a dimostrare che dalle parti di Locri di politica ci capiscano molto poco lampeggiano quelle 9.779 preferenze prese da Lucano nell’ultima tornata elettorale per la Regione Calabria. Avete mostrificato un sindaco e poi l’avete condannato per le sembianze che gli avete appiccicato addosso. Un raccapricciante capolavoro.

Migranti accolti in Italia (foto Getty Images).

La condanna a Lucano più pesante di quella per strage di Traini

Fanno senso le parole della sentenza in cui si dice che «nulla importa che l’ex sindaco sia stato trovato senza un euro in tasca – come orgogliosamente egli stesso si è vantato di sostenere a più riprese perché ove ci si fermasse a valutare questa condizione di mera apparenza, si rischierebbe di premiare la sua furbizia, travestita da falsa innocenza, ignorando però l’esistenza di un quadro probatorio di elevata conducenza, che ha restituito al Collegio un’immagine ben diversa da quella che egli ha cercato di accreditare». Intanto pende un’indagine per caporalato (!) contro la moglie dell’ex Prefetto Michele Di Bari che fu il braccio armato per disinnescare Lucano e possiamo solo registrare che Luca Traini (il simpatizzante nazileghista che sparò a sette migranti) sia stato condannato per strage a 1 anno in meno rispetto alla condanna dell’ex sindaco di Riace. Mimmo Lucano si è talmente “arricchito” con l’accoglienza che non hanno trovato un centesimo. Festeggiano furiosamente quelli dei 49 milioni. Ah, a proposito, oggi è la Giornata internazionale del migrante. Auguri a tutti.

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Due bimbi morti carbonizzati, la tragedia annunciata dovuta alla povertà

Accade sempre così, sotto Natale, mentre il clima di festa diventa un vaporoso diritto di fregarsene. Accade così tutti gli anni e ogni volta si sentono le stesse parole, la stessa contrizione di maniera che serve per buttare giù due righe, per essere “buoni” come richiede il momento, per non concedersi il lusso di farsi sporcare da lutti che sono terrificanti perché sono uno specchio, perché lì dentro ci siamo noi, quello che siamo diventati e quello che vogliamo fingere di non vedere.

Sì, è vero, ieri mattina alla periferia di Stornara sono morti due fratelli, lui aveva quattro anni e sua sorella ne aveva due, che si sono fatti cenere dentro una baracca completamente distrutta dalle fiamme ma lo spirito natalizio era già evaporato prima, farebbe schifo anche se oggi quei due bambini fossero vivi perché la stretta con il nodo in gola dovrebbe arrivare per questa gestione che divide i centrali dalle periferie del mondo, per questo sistema in cui essere poveri è una colpa da espiare in baraccopoli che sono sacchetti dell’umido lasciati ai bordi delle nostre città. Poi succede che qualcuno ci muore e allora con i guanti e il naso turato ci tocca metterci le mani dentro e prendere coscienza.

Erano le 9 di mattina e le agenzie di stampa lo chiamano “insediamento abusivo alla periferia della cittadina dei Cinque Reali Siti, sulla strada per Cerignola”. Anche questo è un inganno: quel villaggio è un relitto che non sta nelle regole, ma in cui vengono allevati in batteria le braccia e le gambe per sostenere illegalmente l’economia circostante. Se quell’insediamento è abusivo allora è abusiva tutta la socialità pulita e pettinata che lì intorno mangia su quella disperazione. O no? Arrivano i vigili del fuoco per spegnere l’incendio e, toh, trovano due bambini tra le macerie. I corpi carbonizzati che appaiono nelle foto contengono lo stesso disagio disperso delle altre baracche che non sono state toccate dalle fiamme: chiamare insediamento una discarica in cui i topi, gli avanzi, gli scarti e le persone hanno tutti lo stesso destino è un modo perfino vigliacco per disinfettare la realtà e le parole.

Ieri mattina il padre era uscito come tutte le mattine per andare a lavorare, gli uomini da queste parti valgono solo per i chili che riescono a sollevare e per le ore che riescono a lavorare senza farsi logorare dalla fatica. La madre si era allontanata per qualche minuto e al suo ritorno la baracca era avvolta dalle fiamme. Gli investigatori non escludono che si tratti di un sistema di riscaldamento di una stufa a legna. Nei giornali oggi leggerete che resta da chiarire se i bambini siano stati sorpresi dalle fiamme nel sonno o se le cause siano riconducibili alle esalazioni da monossido di carbonio. Si aspetta la perizia medico-legale, ma la perizia sociale è presto fatta guardandosi intorno. Poi, ovviamente sono partite le solite dichiarazioni di rito: il sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia si dice «vicino alla tragedia che ha colpito la comunità di Stornara in provincia Foggia. Non possiamo che, ancora una volta, richiamare l’attenzione sulla sicurezza, anche delle fragili comunità, affinché un evento drammatico come questo non debba ripetersi. Mai più».

Anche il “mai più” dovrebbe essere vietato nella bocca dei politici che lo pronunciano sapendo benissimo che Stornara non sta mica solo in Puglia, che Stornara è una situazione che si ritrova in tutto il Paese e visto cosa accade nel Mediterraneo o in Bielorussia c’è addirittura da ringraziare di essere solo così poco disperati. è intervenuto anche Matteo Salvini: «Una tragedia inaccettabile, che dovrebbe imporre a tutti l’urgenza di liberare questi bimbi da illegalità, sfruttamento e povertà. Una preghiera per questi morti». Ma le preghiere per i morti non servono a niente se non sono accompagnate dai provvedimenti per i vivi. Le parole che invece vale la pena ascoltare sono quelle del sindaco di Stornara Rocco Calamita, uno che con quella disperazione pelosa ci ha a che fare tutti i giorni. E infatti senza troppi giri di parole scrive: «Né mi dà conforto o lenisce il dolore, il fatto che questa amministrazione avesse in più occasioni segnalato e portato a conoscenza a tutte le autorità competenti la situazione drammatica anche sotto il profilo sanitario del campo rom. Simili eventi non dovrebbero verificarsi, anche perché troppo spesso a pagarne le conseguenze sono gli unici realmente non colpevoli».

Sì, perché quello scempio di quel campo abusivo da quelle parti lo conoscono e lo conoscevano tutti ed è troppo facile oggi credere di avere il diritto di indossare il lutto. Ieri un cittadino raccontava di essere tremendamente arrabbiato «perché abbiamo questa situazione a un passo da noi e nessuno ha mai fatto niente o alzato la voce». In quel buco di immondizia e lamiere scaldate troppo poco e scaldate troppo male ci vivono almeno 1.000 persone (numeri ufficiali non ce ne sono) e non ci crede nemmeno il più sprovveduto che un migliaio di persone possano rimanere lì per caso senza che nessuno intorno si metta una mano sulla coscienza o nel peggiore delle ipotesi anche solo una mano tra le carte che decidono ciò che è legale e ciò che è giusto. «Spero che la politica nazionale affronti e risolva questo fenomeno tragico che ormai non ha più confini – scrive il sindaco Calamita – e interessa tanto la nostra comunità, quanto quella foggiana, pugliese, nazionale e internazionale. Vi è l’impegno di questo sindaco e della intera amministrazione comunale a fare – ha concluso il primo cittadino – quanto possibile per sostenere la famiglia colpita da questo evento». E andrebbe premiato il coraggio di un sindaco che ci avverte che no, che non stiamo scrivendo un pezzo su un tragico evento in una piccola comunità locale ma stiamo scrivendo di un tempo in cui si ritiene possibile rinchiudere i poveri e i disperati in recinti dove avviene la sospensione di qualsiasi diritto.

Del resto siamo il Paese in cui per i prossimi mesi fioccheranno i morti di freddo sotto i ponti delle più celebrate città d’Italia (sempre confidando che la stampa provi il senso di responsabilità di raccontarlo), siamo il Paese in cui non metteranno piede per non disturbare il nostro Natale i disperati che vengono accalappiati nel Mediterraneo dai lacci della cosiddetta Guardia costiera libica che paghiamo per sanificare la nostra coscienza. Continuiamo a essere il Paese in cui essere troppo poveri per possedere una casa viene considerata una sconfitta. Se non hai una casa allora significa che non sei all’altezza. Se non sei stato all’altezza allora ti mettiamo ai bordi dentro la baracca. Se nella tua baracca si muore di freddo e il fuoco ti brucia i figli ti promettiamo una medaglia di latta con su scritto “mai più”. Aspettando il prossimo giro.

L’articolo Due bimbi morti carbonizzati, la tragedia annunciata dovuta alla povertà proviene da Il Riformista.

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