Vai al contenuto

Se avessimo il coraggio di fare la pace

Già li sento: ancora un articolo sulle armi sulla guerra, ancora lo spazio di un buongiorno usato per questo quando si potrebbe benissimo criticare qualche influencer sperando di accumulare così punti da influencer e fare tantissimi clic? Lo so, mi spiace, il tema mi sta tremendamente a cuore perché non riesco a capacitarmi del tempo e dello spazio dato ai 500 euro al mese per qualche poveraccio (e pochi, pochissimi truffatori fisiologici) mentre si tace sulla spesa militare e soprattutto sui danni collaterali che portano le armi, ovvero la guerra.

Del resto qui in Italia c’è stato il tempo dove si spendeva una lacrima per Gino Strada dappertutto, anche i suoi nemici più ostinati, e ora pochi si prendono la briga di farsi carico della sua riflessione sul valore della pace. Anche in Parlamento i pacifisti sono merce rarissima. Il progetto è praticamente compiuto: rendere “idealista” un proposito politico è il modo migliore per neutralizzarlo.

Ve li ricordate gli articoli ogni volta che un premio Nobel dice qualcosa Benissimo, qui di Nobel ne abbiamo 50 (dicasi 50) che dicono di avere trovato una soluzione con un’arma bianca infallibile: la logica. I 50 Nobel hanno scritto un appello (che trovate qui) per ridurre le spese militari e leggerlo attutisce la sensazione di essere alieni:

«La spesa militare, a livello globale, è raddoppiata dal 2000 ad oggi, arrivando a sfiorare i duemila miliardi di dollari statunitensi all’anno. Inoltre, è in aumento in tutte le aree del mondo. I singoli governi sono sotto pressione e incrementano la spesa militare per stare al passo con gli altri Paesi. Il meccanismo della controreazione alimenta una corsa agli armamenti in crescita esponenziale, il che equivale a un colossale dispendio di risorse che potrebbero essere utilizzate a scopi migliori.

In passato, la corsa agli armamenti ha spesso condotto a un’unica conseguenza: lo scoppio di guerre sanguinose e devastanti. Noi vogliamo presentare una semplice proposta per l’umanità: che i governi di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite si impegnino ad avviare trattative per una riduzione concordata della spesa militare del 2 per cento ogni anno, per cinque anni.

La nostra proposta si basa su una logica elementare:

  • Le nazioni nemiche ridurranno la spesa militare, e così facendo rafforzeranno la sicurezza dei rispettivi Paesi, pur conservando l’equilibrio delle forze e dei deterrenti.
  • L’accordo siglato servirà a contenere le ostilità, riducendo il rischio di futuri conflitti.
  • Enormi risorse verranno liberate e rese disponibili, il cosiddetto «dividendo della pace», pari a mille miliardi di dollari statunitensi entro il 2030.

La metà delle risorse sbloccate da questo accordo verrà convogliata in un fondo globale, sotto la vigilanza delle Nazioni Unite, per far fronte alle istanze più pressanti dell’umanità: pandemie, cambiamenti climatici e povertà estrema. L’altra metà resterà a disposizione dei singoli governi. Così facendo, tutti i Paesi potranno attingere a nuove e ingenti risorse, che in parte si potranno utilizzare per reindirizzare le notevoli capacità di ricerca dell’industria militare verso scopi pacifici nei settori di massima urgenza.

La storia dimostra che è possibile siglare accordi per limitare la proliferazione degli armamenti: grazie ai trattati Salt e Start, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno ridotto i loro arsenali nucleari del 90 percento dagli anni Ottanta ad oggi. I negoziati da noi proposti avranno una buona possibilità di successo, perché fondati su un ragionamento logico: ciascun attore sarà in grado di beneficiare dalla riduzione degli arsenali del nemico, e così pure l’intera umanità. In questo momento, il genere umano si ritrova ad affrontare pericoli e minacce che sarà possibile scongiurare solo tramite la collaborazione. Cerchiamo di collaborare tutti insieme, anziché combatterci».

In mezzo a troppe ciance la trovo una delle lettere più belle, coraggiose e lucide di questi ultimi mesi.

Buon giovedì.

Qui i firmatari:

  1. Hiroshi Amano (Nobel per la fisica)
  2. Peter Agre (Nobel per la chimica)
  3. David Baltimore (Nobel per la medicina)
  4. Barry C. Barish (Nobel per la fisica)
  5. Steven Chu (Nobel per la fisica)
  6. Robert F. Curl Jr. (Nobel per la chimica)
  7. Johann Deisenhofer (Nobel per la chimica)
  8. Jacques Dubochet (Nobel per la chimica)
  9. Gerhard Ertl (Nobel per la chimica)
  10. Joachim Frank (Nobel per la chimica)
  11. Sir Andre K. Geim (Nobel per la fisica)
  12. Sheldon L. Glashow (Nobel per la fisica)
  13. Carol Greider (Nobel per la medicina)
  14. Harald zur Hausen (Nobel per la medicina)
  15. Dudley R. Herschbach (Nobel per la chimica)
  16. Avram Hershko (Nobel per la chimica)
  17. Roald Hoffmann (Nobel per la chimica)
  18. Robert Huber (Nobel per la chimica)
  19. Louis J. Ignarro (Nobel per la medicina)
  20. Brian Josephson (Nobel per la fisica)
  21. Takaaki Kajita (Nobel per la fisica)
  22. Tawakkol Karman (Nobel per la pace)
  23. Brian K. Kobilka (Nobel per la chimica)
  24. Roger D. Kornberg (Nobel per la chimica)
  25. Yuan T. Lee (Nobel per la chimica)
  26. John C. Mather (Nobel per la fisica)
  27. Eric S. Maskin (Nobel per l’economia)
  28. May-Britt Moser (Nobel per la medicina)
  29. Edvard I. Moser (Nobel per la medicina)
  30. Erwin Neher (Nobel per la medicina)
  31. Sir Paul Nurse (Nobel per la medicina e presidente emerito della Royal Society)
  32. Giorgio Parisi (Nobel per la fisica)
  33. Jim Peebles (Nobel per la fisica)
  34. Sir Roger Penrose (Nobel per la fisica)
  35. Edmund S. Phelps (Nobel per l’economia)
  36. John C. Polanyi (Nobel per la chimica)
  37. H. David Politzer (Nobel per la fisica)
  38. Sir Venki Ramakrishnan (Nobel per la chimica e presidente emerito della Royal Society)
  39. Sir Peter Ratcliffe (Nobel per la medicina)
  40. Sir Richard J. Roberts (Nobel per la medicina)
  41. Michael Rosbash (Nobel per la medicina)
  42. Carlo Rubbia (Nobel per la fisica)
  43. Randy W. Schekman (Nobel per la medicina)
  44. Gregg Semenza (Nobel per la medicina)
  45. Robert J. Shiller (Nobel per l’economia)
  46. Stephen Smale (Medaglia Fields per la matematica)
  47. Sir Fraser Stoddart (Nobel per la chimica)
  48. Horst L. Störmer (Nobel per la fisica)
  49. Thomas C. Südhof (Nobel per la medicina)
  50. Jack W. Szostak (Nobel per la medicina)
  51. Olga Tokarczuk (Nobel per la letteratura)
  52. Srinivasa S. R. Varadhan (Premio Abel per la matematica)
  53. Sir John E. Walker (Nobel per la chimica)
  54. Torsten Wiesel (Nobel per la medicina)
  55. Roberto Antonelli (Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei)
  56. Patrick Flandrin (Presidente dell’Académie des Sciences, Francia)
  57. Mohamed H.A. Hassan (Presidente della World Academy of Sciences)
  58. Annibale Mottana (Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei)
  59. Anton Zeilinger (Presidente dell’Academy of Sciences, Austria)
  60. Carlo Rovelli and Matteo Smerlak, organizzatori.

Nella foto: bambini a Idlib, Siria, dopo un attacco aereo, 12 marzo 2020

Per approfondire leggi Left del 17-23 dicembre 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

L’articolo proviene da Left.it qui

Perché lo sciopero?

Che il nostro Paese negli ultimi anni abbia perso molta cultura dello sciopero (e del lavoro) è evidente semplicemente osservando la classe dirigente che ci ritroviamo ma che uno sciopero determini la fine della luna di miele col governo dei migliori evidentemente dà fastidio a molti se è vero che in questi giorni fioccano gli editoriali zeppi di “disagi” provocati dallo sciopero proclamato da Cgil e Uil. Ieri qualche illuminato addirittura proponeva uno sciopero “lavorante” per non provocare troppi fastidi. So che a prima vista la proposta potrebbe ingolosire, peccato che non abbia nulla a che vedere con lo sciopero, appunto.

Ma in tutto questo baccano sullo sciopero la grande maggioranza dei media e dei politici si sono dimenticati di evidenziare le ragioni della protesta. Che strano, non sia mai che poi la gente rischi di essere d’accordo con i sindacati. Perché scioperano? Principalmente per due ragioni: perché la riforma dell’Irpef non tocca le tasche di chi guadagna meno di 15mila euro (a proposito dell’avversione verso i poveri che da queste parti raccontiamo da mesi) e perché la crisi energetica (sempre a proposito della “transizione ecologica” per cui l’Europa sta tornando fuori parecchi soldi) alla fine la pagano i cittadini (anche qui senza nessuno contributo di solidarietà dei più ricchi per il disaccordo del centro destra e d’Italia viva, che è sempre centrodestra).

Per quanto riguarda l’Irpef le simulazioni parlano chiaro: risparmia soprattutto il ceto medio, ovvero la fascia che ha un reddito lordo annuo compreso tra i 28mila e i 50mila euro. Si andrà da un risparmio di circa 320 euro all’anno per chi ha un reddito di 30mila euro fino a un massimo di 920 euro per chi ha un reddito di 50mila euro. Per le due fasce più basse i risparmi saranno minori: per chi ha un reddito di 20mila euro si stima un risparmio di 100 euro. Sono scelte, scelte politiche, e in politica esiste il diritto di non essere d’accordo, per fortuna. I sindacati pensano che bisognasse «far crescere i redditi a partire da quelli più bassi». Semplice, lineare. Tanto per capirsi.

Sul secondo punto il presidente del Consiglio Mario Draghi invece aveva proposto di escludere per un anno dalla riduzione dell’Irpef i redditi oltre i 75 mila euro e di usare quei soldi come “contributo di solidarietà” per permettere alle fasce più deboli di affrontare il problema dell’aumento dei costi dell’energia. Il segretario Landini l’ha spiegato piuttosto chiaramente: «Questo è un problema molto serio – ha dichiarato -. In questo Paese la maggioranza che sostiene il governo non sa cosa vuole dire vivere con 20, massimo 30 mila euro all’anno. La riforma fiscale del governo è profondamente sbagliata perché anziché ridurre le aliquote andava allargata la base imponibile dell’Irpef e accentuata la progressività del sistema». Il governo ha deciso quindi di aiutare le famiglie più bisognose nel pagamento delle bollette con 2 miliardi di euro complessivi. Anche in questo caso basta fare due calcoli per capire che basterebbero forse fino a marzo.

Questi sono i motivi dei “disagi”. Di questo in un Paese con una responsabile cultura politica e dello sciopero dovreste sentire parlare. Poi si può essere d’accordo o meno ma no, quello che sta accadendo in questi giorni non è una questione di code, ritardi e disservizi. Almeno per non andare fuori tema.

Buon mercoledì.

 

💥 Porta Left sempre con te, regalati un abbonamento digitale e potremo continuare a regalarti articoli come questo!

🆙  Bastano pochi click!

🔴  Clicca sull’immagine oppure segui questo link > https://left.it/abbonamenti

—> Se vuoi regalare un abbonamento digitale, scrivi a redazione@left.it oppure vai nella pagina abbonamenti, clicca sull’opzione da 117 euro e inserisci, oltre ai tuoi dati, nome, cognome e indirizzo mail del destinatario <—

L’articolo proviene da Left.it qui

Il ministero della Difesa arma i militari libici e l’Europa paga

Poiché probabilmente non basta il calpestamento dei diritti umani in Libia e poiché poco hanno inciso le polemiche per i soldi che il nostro governo continua a regalare alla cosiddetta Guardia costiera libica (che altro non è che un manipolo di criminali) lo scorso 20 ottobre la Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere del ministero dell’Interno ha dato avvio alla stipula di un Accordo di collaborazione con l’Agenzia industrie difesa, nell’ambito del programma di “supporto alla gestione integrata del confine e delle migrazioni in Libia” cofinanziato dall’Unione europea e dal governo italiano (ha preso il via il 15 dicembre 2017) nel quale si stipula una collaborazione  con l’Aid – Agenzia industrie difesa, l’ente che gestisce gli stabilimenti del ministero della Difesa e che fornisce mezzi e sistemi bellici alle forze armate per i programmi di formazione, addestramento e riarmo della Guardia costiera libica contro migranti e migrazioni.

C’è tutto in un’inchiesta di Stampalibera.it qui ma vedrete che difficilmente la notizia raggiungerà i giornali nazionali o provocherà un pur piccolo tormento all’interno del nostro Parlamento. Il programma è uno dei tanti progetti che l’Unione europea ha finanziato a supporto delle fragilissime e controverse istituzioni libiche Come scrive Antonio Mazzeo «La Prima Fase vede un contributo diretto UE di 42.223.927 euro tramite il Fondo Fiduciario d’Emergenza per l’Africa istituito dalla Commissione Europea il 20 ottobre 2015 “per affrontare le cause profonde della migrazione illegale in Africa”. L’implementazione delle attività e la gestione tecnica, logistica e amministrativa del progetto è affidata al Ministero dell’Interno della Repubblica italiana che ha garantito un contributo finanziario di 2.231.256 euro».

Nella scheda predisposta dalla Commissione europea si legge che «tra i suoi principali obiettivi ci sono il rafforzamento degli enti libici competenti nella sorveglianza marittima e delle operazioni Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso, nda) e nel contrasto dei transiti di frontiera irregolari; la realizzazione delle infrastrutture di base che consentano alla guardia costiera libica di organizzare nel migliore dei modi le attività di sorveglianza delle frontiere; l’assistenza nella definizione e dichiarazione della Regione Sar di competenza libica con adeguate procedure operative; lo sviluppo delle attività di controllo delle frontiere terrestri nel deserto, focalizzando l’attenzione nelle aree dei confini meridionali assai colpite dagli attraversamenti illegali». Detto in parole povere siamo alle solite: si tratta di catturare e riportare nei lager libici i poveri disperati che riescono a mettersi in mare (spesso pagando gli stessi scafisti che poi si travestono da militari) fottendosene di ciò che dice e scrive tutta la comunità internazionale. Un genocidio non solo tollerato ma addirittura organizzato e pagato dall’Europa.

La fase 2 del Progetto di gestione delle frontiere infatti, scrive Mazzeo, «giustifica il sostegno alla famigerata guardia costiera libica con la necessità di “rafforzare le operazioni di ricerca e soccorso e ridurre ancora di più il numero delle persone che muoiono in mare”, fornendo contestualmente “una risposta alla crisi della migrazione nel Mediterraneo centrale nel rispetto della legge internazionale e dei diritti umani”. I mezzi e le modalità dell’aiuto italiano e Ue? L’impostazione e l’equipaggiamento di un “Centro mobile Mrcc (Maritime rescue coordination centre)”, la fornitura di “nuove unità navali Sar” (non meno di tre) e “l’implementazione di attività comuni di manutenzione e riparazione delle unità in Libia”».

Per superarsi in ipocrisia addirittura scrivono che «ulteriore obiettivo trasversale della Fase II del progetto è il miglioramento delle condizioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati, specialmente per le donne e i minori, cercando di garantire che le autorità libiche indirizzino la loro azione nel rispetto dei diritti umani in occasione delle intercettazioni Sar e durante le procedure di sbarco in cooperazione con Oim e Unhcr». Peccato che ogni interferenza libica in mare (e soprattuto ogni deportazione in Libia) non possa essere migliorata “nei diritti umani” visto che è illegale per natura.

Non si trovano nemmeno più le parole per scrivere un accanimento contro la disperazione come questo. E l’indifferenza è una colpa che non si estinguerà facilmente.

Buon martedì.

Nella foto: frame da un video di Sea Watch su un attacco della guardia costiera libica in zona Sar maltese contro un’imbarcazione di migranti, 1 luglio 2021 (vedi qui)

 

💥 Porta Left sempre con te, regalati un abbonamento digitale e potremo continuare a regalarti articoli come questo!

🆙  Bastano pochi click!

🔴  Clicca sull’immagine oppure segui questo link > https://left.it/abbonamenti

—> Se vuoi regalare un abbonamento digitale, scrivi a redazione@left.it oppure vai nella pagina abbonamenti, clicca sull’opzione da 117 euro e inserisci, oltre ai tuoi dati, nome, cognome e indirizzo mail del destinatario <—

L’articolo proviene da Left.it qui

Roma, ultima frontiera

«Che poi vista da qui al tramonto, con lo scirocco che tiene a bada la puzza, le luci in lontananza, i rumori in sottofondo, con tutti questi campi e l’attesa delle volpi, la città appare bellissima».
È un condensato poetico di tutto il romanzo il finale di Se bruciasse la città, il nuovo romanzo di Massimiliano Smeriglio, fra senso di naufragio e bellezza che non lascia scampo. Uscito il 9 dicembre per l’editore Giulio Perrone, è un canto d’amore, ruvido e potente, per Roma, per le sue periferie, i suoi quartieri di “nuova” generazione di cui lo scrittore indaga le contraddizioni, senza sottacerne la ferocia.
Fin dal suo esordio con Garbatella combat zone (Voland, 2010) la Capitale è il cuore, la scena pulsante, direi la vera protagonista della scrittura di Smeriglio, alimentata da passione politica e abbondanti lettura di narrativa americana. «Quello per Roma è un amore tossico», ironizza lo scrittore e parlamentare europeo. «E spesso, negli ultimi anni è un dolore. Lo è vedere la città perdere la coscienza di sé, della propria identità, del proprio modo di essere».
Da qui la dedica del libro: «Alla mia città, che non vuole vivere e non vuole morire»?
Roma è una città destinata ad esserci sempre ma ciò non significa che la città sia viva. Stiamo parlando di Roma, è evidente, ma io questo nome non lo uso mai, perché penso che sia un titolo che dovremmo meritarci. In questa fase non corrisponde alla storia, all’ambizione, al ruolo che questa città dovrebbe avere nel mondo. Ma per me rimane un luogo con potenzialità enormi.
Potenzialità anche dentro quella terra desolata che è oggi l’estrema periferia?
Anche dentro l’agro romano, dove c’è tutto e il contrario di tutto: ci sono i rifiuti tossici e c’è una terra che non è più in grado di produrre nulla. Tuttavia, se uno si ferma un secondo, dentro quel paesaggio c’è una dimensione che toglie il fiato. I protagonisti di Se bruciasse la città però non sono per nulla consapevoli del luogo che abitano. Ma le persone sono i luoghi che abitano. E questo genera una atmosfera di spaesamento.
Certa periferia sconta non tanto la distanza geografica dal centro, quanto la distanza dai servizi, dai luoghi di cultura, dalla possibilità di esercitare i propri diritti?
Mi interessava raccontare una realtà di quartiere dove non c’è più neanche una dimensione minima di storia orale, di racconto. Accade quando il quartiere non è più tale ma è la borgata di ultima generazione, dove puoi trovare abitazioni povere ma anche ville con piscina. Ci possono…

L’intervista prosegue su Left del 10-16 dicembre 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

L’articolo originale scritto per Left è qui

Legge di bilancio e Meridione, una norma tarata male

Sempre più grave, sempre più pressante, sempre più sconvolgente è l’attacco che il governo Draghi, con la complicità di tutti o quasi i partiti presenti nel Parlamento, sta portando al Mezzogiorno. Nella Legge di bilancio, infatti, viene riproposto un metodo di ripartizione dei fondi pubblici che danneggia il Sud, non riconoscendogli quanto gli spetterebbe di diritto. Per capire cosa è successo, però, occorre fare un passo indietro.

La modifica del Titolo V della Costituzione, avvenuta nel 2001, doveva portare alla definizione dei Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) che avrebbero dovuto essere uno strumento per garantire l’applicazione, in tutte le Regioni, degli stessi standard minimi di qualità per i servizi pubblici essenziali (come istruzione, salute, assistenza sociale, ecc.). Una volta definiti questi standard minimi, lo Stato sarebbe dovuto intervenire per sostenere finanziariamente quei territori che ne avessero avuto necessità al fine di fornire i servizi della qualità stabilita. Tuttavia, in 20 anni, i Lep non sono mai stati definiti.

Successivamente la legge sul federalismo fiscale del 2009 prevedeva che lo Stato colmasse integralmente – tramite un fondo perequativo – il gap tra la capacità fiscale e il fabbisogno degli enti locali. Anche questo però non è avvenuto. Addirittura quando nel 2015 il leghista Giorgetti, attuale braccio destro di Draghi, chiese una simulazione della perequazione al 100% i dati non vennero mai resi pubblici, perché «se fosse stata applicata la legge Calderoli ai comuni del Sud sarebbero arrivati decine e decine di milioni in più, anche centinaia» come rivelato da Sigfrido Ranucci nell’inchiesta di Report sul federalismo fiscale che andò in onda nel novembre 2019. In un’audizione del 2015 alla Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo da lui presieduta all’epoca, l’onorevole Giorgetti chiese cosa succederebbe «se applicassimo non il 20 per cento, ma il 100 per cento della perequazione». Quale sarebbe l’effetto di una perequazione piena? Per poi commentare…

L’articolo prosegue su Left del 10-16 dicembre 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

L’articolo originale scritto per Left è qui

L’inganno della decarbonizzazione basata sulla cattura e stoccaggio e uso della CO2

Ipotizza qualcuno che i 150 milioni di euro indicati nell’articolo 153 della legge di Bilancio possano essere destinati al finanziamento del maxi deposito di CO2 che Eni intende realizzare nell’Alto Adriatico. Dal ministero, interrogati, per ora non rispondono. Si sente in giro un gran vociare a sostegno dell’uso e stoccaggio della CO2 (il cosiddetto Ccus, Carbon capture use and storage) come tecnologia per produrre idrogeno da metano che verrebbe incontro alle esigenze della cosiddetta transizione ecologica, quella che dalle nostre parti sta diventando sempre di più un alibi per continuare a produrre anidride carbonica contribuendo all’attuale trend di crescita esponenziale del disastro ambientale. E perseverando scelleratamente a privatizzare utili e socializzare i costi.

Un lungo elenco di docenti universitari e di ricercatori (vi metto l’elenco qui sotto per non ingolfare l’articolo) ha scritto in questi giorni un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al presidente del Consiglio Mario Draghi per smontare la tesi di chi sostiene che la cattura e stoccaggio del carbonio (Ccs) e il suo eventuale utilizzo (Ccus) è un’importante tecnologia di riduzione delle emissioni che può essere applicata a tutto il sistema energetico come un’utile “soluzione ponte” in grado di contribuire alla riduzione delle emissioni, affiancando le rinnovabili nel difficile percorso della transizione. Per una serie di motivi.

Primo. Le compagnie petrolifere sono tra le principali responsabili delle emissioni di gas climalteranti di cui abbiamo imparato a riconoscere e misurare gli effetti – disastrosi – su scala planetaria. Le attività di produzione di energia sono responsabili del 75% delle emissioni di gas serra dell’Ue (Eea, European economic area, 2021) ed oggi il sistema energetico dell’Ue si basa per tre quarti sui combustibili fossili. È irragionevole chiedere che l’industria del petrolio debba innanzitutto rimettere ordine in casa propria, attingendo a risorse proprie senza scaricare sulla fiscalità generale l’onere degli investimenti necessari per la decarbonizzazione? È socialmente accettabile, dunque, che siano proprio le vittime delle emissioni di gas climalteranti a dover risarcire i “carnefici”, già abbondantemente assistiti con 19 miliardi di euro l’anno di Sussidi ambientalmente dannosi, sopportando per una seconda volta il costo dell’abbattimento della CO2?

Secondo. L’iniezione e lo stoccaggio della CO2 nei pozzi in via di esaurimento o già esauriti daranno nuova linfa alle attività estrattive di gas e petrolio. Non è casuale che lo stoccaggio del carbonio sotterraneo su scala commerciale sia stato finora effettuato solo in giacimenti di petrolio o gas operativi (recupero avanzato di petrolio/gas) e non in altre formazioni geologiche. Un dubbio ed una domanda sorgono spontanei: Eni intende forse incrementare i quantitativi estratti e prolungare il ciclo di vita dei giacimenti nell’Alto Adriatico iniettando e stoccando CO2 nei suoi pozzi più longevi? È socialmente accettabile continuare ad estrarre quantità aggiuntive di gas e nuovo petrolio per altri 25 anni grazie alla tecnologia del Ccus?

Terzo. La cattura, il trasporto e lo stoccaggio della CO2 sono parte di un processo circolare che vede al suo centro la produzione di idrogeno da fonti fossili (idrogeno blu). Finanziare il Ccus significherebbe dunque dare la stura alla produzione di idrogeno blu e, di conseguenza, all’estrazione ed al consumo di gas in un orizzonte temporale che si spinge fino al 2050, ben oltre, quindi, il punto di non ritorno. Sono questi i tempi di una transizione sostenibile? Anche questo è socialmente accettabile?

Quarto. Lo stoccaggio di CO2 in pozzi in via di esaurimento o già esauriti esime i concessionari di coltivazione dall’effettuare costosissime attività di ripristino ambientale: dai 15 ai 30 milioni di euro per singola piattaforma, secondo il Roca di Ravenna (Ravenna Offshore Contractors Association – Energy Contractors). Considerato che le piattaforme di Eni in mare sono 138 (fonte: Progetto Poseidon, Eni), riconvertire le stesse piuttosto che smantellarle eviterebbe costi stimabili mediamente in oltre 3,15 miliardi di euro. Perché polverizzare gli investimenti già fatti in opere per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi – si chiedono gli iscritti al partito fossile – quando quelle stesse infrastrutture potrebbero essere riutilizzate per stoccare la CO2? Per quale ragione – si interrogano invece altri -, per evitare di appesantire i bilanci delle compagnie Oil&Gas, la collettività dovrebbe contribuire al finanziamento di costosissimi progetti privati di cattura, trasporto, iniezione e stoccaggio di CO2? Siamo alle solite: si privatizzano i profitti e si socializza tutto il resto, esternalità negative comprese. Quale straordinaria concentrazione di intelligenze sarebbe in grado di farlo digerire all’opinione pubblica

Quinto. Eni sa perfettamente, e non da ieri, che il Ccus costituisce un’arma formidabile per sviluppare un nuovo mercato, con potenzialità e profittabilità come pochi altri. Eni ed Enel ci avevano già lavorato sopra, giungendo a perfezionare nel 2008 un accordo strategico di cooperazione per lo sviluppo delle tecnologie di cattura, trasporto e stoccaggio dell’anidride carbonica. La CO2 estratta dalla centrale Enel a carbone di Brindisi, una volta liquefatta, avrebbe dovuto essere un giorno stoccata da Eni nel giacimento esaurito di Stogit a Cortemaggiore.

Due anni prima, nel 2006, al termine degli studi condotti sui possibili depositi sotterranei della CO2 nel quadro del progetto Confitanet, a cui prese parte anche l’Eni, l’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) era giunto ad affermare che «I potenziali di stoccaggio nel nostro paese ci permetterebbero tranquillamente di mandare avanti le nostre centrali a carbone ed a gas naturale con criteri Zeffpp (Zero emissions fossil fuel power plant) e di ripulire i cieli dalle ingenti emissioni delle nostre raffinerie», mentre nell’ottobre del 2007 Il Sole 24 Ore si era spinto fino a prefigurare la nascita di un mercato della CO2 di dimensioni planetarie «fatto di impianti innovativi per la cattura e il trattamento delle emissioni di centrali a carbone di nuova generazione, di gasdotti per la CO2, pompaggio negli strati geologici profondi (acquiferi salini sotto i 1500 metri, a prova anche di rischio sismico), di unità di controllo e monitoraggio dei depositi, non molto diversi da quelli oggi utilizzati per il metano dalla Stogit» in cui «…  i gestori elettrici che l’adotteranno non dovranno più acquistare i certificati verdi, ma anzi ne riceveranno gratuitamente perché dotati di impianti che vanno ben oltre i limiti di emissioni prefissati nel trattato (di Kyoto)». Se questo un giorno dovesse accadere, sarebbe da biasimare? Tutto sommato la nostra è un’economia di mercato… Le cose non stanno esattamente così. In un Paese in cui la partita energetica la giocano in pochi (Eni, Snam, Terna ed Enel), con il placet di governo, Parlamento, Arera (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente), Autorità per la concorrenza e Cassa depositi e prestiti; in cui il mancato insediamento della Commissione Pniec-Pnrr sta causando gravi ritardi nel processo di autorizzazione di centrali solari con potenza maggiore di 10 Mw; in cui Stato e Regioni non riescono a trovare la quadra sul permitting di impianti per la produzione di energia da fonte rinnovabile; in cui appare sempre più inverosimile raggiungere l’obiettivo, tanto caro al ministro Cingolani, di 114 gigawatt rinnovabili al 2030, il Ccus si candida ad essere una comoda scorciatoia (in attesa del nucleare, ovviamente!) e rischia di compromettere seriamente un serio percorso di decarbonizzazione del sistema di produzione e consumo che dovrebbe avere invece nella razionalizzazione/taglio selettivo dei consumi energetici, nella ricerca dell’efficienza e nella crescita della generazione distribuita i pilastri di un modello energetico realmente sostenibile.

Si attendono risposte. Buon lunedì.

Nella foto: il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani

I firmatari della lettera

  • Vincenzo Balzani, Professore Emerito, Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, Università di Bologna
  • Alessandra Bonoli, Docente di Ingegneria delle Materie Prime e in Resources and Recycling, Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica, Ambientale e Materiali, Università di Bologna
  • Enrico Gagliano, Docente a Contratto in Diritto dell’Energia e dell’Ambiente, Università di Teramo
  • Alessandro Abbotto, Docente di Materiali Organici per Energie Rinnovabili, Università di Milano-Bicocca
  • Raffaele Giuseppe Agostino, Docente di Fisica Sperimentale, Dipartimento di Fisica, Università della Calabria
  • Nicola Armaroli, Chimico, Dirigente di Ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Bologna
  • Ugo Bardi, Docente di Chimica Fisica, Dipartimento di Chimica, Università di Firenze
  • Alberto Bellini, Docente di convertitori, macchine e azionamenti elettrici, Dipartimento di Ingegneria dell’Energia Elettrica e dell’Informazione “Guglielmo Marconi”, Università di Bologna
  • Enrico Bonatti, Senior Scientist, Lamont Doherty Earth Observatory, Università della Columbia, CNR ISMAR, Bologna
  • Enrico Brugnoli, CNR Istituto di Ricerca sugli Ecosistemi Terrestri, in atto Addetto Scientifico presso l’Ambasciata d’Italia a Mosca
  • Federico Butera, Professore Emerito, Politecnico di Milano
  • Carlo Cacciamani, Fisico, Responsabile della Struttura IdroMeteoClima, Arpa Emilia Romagna
  • Romano Camassi, Ricercatore, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Sezione di Bologna
  • Sebastiano Campagna, Direttore del Dipartimento di Scienze Chimiche, Biologiche, Farmaceutiche ed Ambientali, Università di Messina
  • Luigi Campanella, già presidente della Società Chimica Italiana, Docente di Chimica dell’Ambiente e dei Beni Culturali, Università “La Sapienza”, Roma
  • Francesco Domenico Capizzi, Chirurgo, Presidente SMIPS (Scienza Medicina Istituzioni Politica Società), Bologna
  • Ingrid Carbone, Ricercatore presso il Dipartimento di Matematica e Informatica, Università della Calabria
  • Daniela Cavalcoli, Docente di Fisica della Materia, Dipartimento di Fisica e Astronomia “Augusto Righi”, Università di Bologna
  • Paola Ceroni, Docente di Chimica Generale e Inorganica, Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, Università di Bologna
  • Marco Cervino, Ricercatore pubblico all’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC-CNR), Bologna
  • Donata Chiricò, Ricercatore Dipartimento di Culture, Educazione e Società, Università della Calabria
  • Salvatore Coluccia, Professore Emerito, Dipartimento di Chimica, Università degli Studi di Torino
  • Giuliana Commisso, Ricercatore in Sociologia dei Processi Economici e del Lavoro del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università della Calabria
  • Giuseppe De Natale, Dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e già Direttore dell’Osservatorio Vesuviano
  • Elisabetta Della Corte, Ricercatore in Sociologia dei Processi Economici e del Lavoro del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università della Calabria
  • Claudio Della Volpe, Docente di Chimica Fisica Applicata, Università di Trento
  • Gianfranco Denti, Docente di Chimica Generale ed Inorganica, Università di Pisa
  • Enzo Di Salvatore, Docente di Diritto Costituzionale e Comparato Facoltà di Giurisprudenza, Università di Teramo
  • Walter Ganapini, Membro Onorario, Comitato Scientifico, Agenzia Europea dell’Ambiente
  • Alessandro Gaudio, Ricercatore in Scienze letterarie presso il Dipartimento di Culture, Educazione e Società, Università della Calabria
  • Domenico Giordano, Docente di Diritto Commerciale Facoltà di Giurisprudenza, Università di Teramo
  • Daniela Imbardelli, Ricercatore di Chimica Fisica del Dipartimento di Chimica presso la Facoltà di S.M.F.N., Università della Calabria
  • Massimo La Deda, Docente di Chimica Generale e Inorganica presso il Dipartimento di Chimica e Tecnologie Chimiche, Università della Calabria
  • Pierandrea Lo Nostro, Docente di Chimica Fisica, Dipartimento di Chimica “Ugo Schiff”, Università di Firenze
  • Giulio Marchesini Reggiani, Docente di Scienze Dietetiche, Dipartimento di Medicina e Chirurgia (DIMEC), Università di Bologna
  • Nadia Marchettini, Docente di Scienze Chimiche presso il Dipartimento di Scienze Fisiche, della Terra e dell’Ambiente, Universitàdi Siena
  • Giuseppe Marino, Docente di Analisi Matematica presso il Dipartimento di Matematica e Informatica, Università della Calabria
  • Vittorio Marletto, Dirigente dell’Osservatorio Clima Arpae Emilia Romagna, Bologna
  • Silvia Mazzuca, Docente di Biologia e Botanica presso il Dipartimento di Chimica e Tecnologie Chimiche, Università della Calabria
  • Isabella Nicotera, Docente di Chimica Fisica presso il Dipartimento di Chimica e Tecnologie Chimiche, Università della Calabria
  • Libero Nigro, Docente di Ingegneria Informatica presso il Dipartimento di Ingegneria Informatica, Modellistica, Elettronica e Sistemistica, Università della Calabria
  • Giuseppe Antonio Nisticò, Docente di Fisica Matematica presso il Dipartimento di Fisica, Università della Calabria
  • Maurizio Prato, Docente di Chimica Organica presso il Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche, Università di Trieste
  • Giuseppe Ranieri, Docente di Chimica Fisica Ambientale presso il Dipartimento di Chimica e Tecnologie Chimiche, Università della Calabria
  • Massimo Scalia, Docente di Fisica Matematica presso il Dipartimento di Matematica, Università “La Sapienza”, Roma
  • Leonardo Setti, Docente del Dipartimento di Chimica Industriale, Università di Bologna
  • Gianni Silvestrini, Direttore scientifico Kyoto Club, Politecnico Milano
  • Francesco Stoppa, Docente di Petrologia e Petografia, Dipartimento di Scienze Psicologiche, della Salute e del Territorio, Università di Chieti- Pescara
  • Micol Todesco, Geologa presso l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Bologna
  • Sandro Tripepi, Docente di Zoologia presso il Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra, Università della Calabria
  • Sergio Ulgiati, Docente di Chimica Ambientale e Analisi del Ciclo di Vita presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie, Università degli Studi di Napoli Parthenope
  • Margherita Venturi, Docente di Chimica all’Università di Bologna
  • Annamaria Vitale, Docente di Sociologia dell’Ambiente, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università della Calabria

 

💥 Porta Left sempre con te, regalati un abbonamento digitale e potremo continuare a regalarti articoli come questo!

🆙  Bastano pochi click!

🔴  Clicca sull’immagine oppure segui questo link > https://left.it/abbonamenti

—> Se vuoi regalare un abbonamento digitale, scrivi a redazione@left.it oppure vai nella pagina abbonamenti, clicca sull’opzione da 117 euro e inserisci, oltre ai tuoi dati, nome, cognome e indirizzo mail del destinatario <—

L’articolo proviene da Left.it qui

Ipocrisia canaglia

Nostra signora dell’ipocrisia è una sciantosa che sfila tutte le settimane sui quotidiani, indifferente alla logica e alla verità. Questa settimana nostra signoria dell’ipocrisia aleggia, succede spesso, intorno al Viminale dove Matteo Salvini deve avere lasciato un’incontenibile malinconia, se quando qualche allarme si accende da quelle parti non riesce ad arginare la propria rabbia. Solo che è rabbia illogica, controproducente e anche ipocrita, così nostra signora dell’ipocrisia smutanda i personaggi in commedia, lasciando ogni volta una sensazione di disagio difficile perfino da scrivere.

Questa settimana si tratta di attaccare la ministra Lamorgese per le dimissioni del capo dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del ministero dell’Interno, Michele Di Bari, che ha lasciato la sua posizione dopo l’indagine per caporalato a carico della moglie. È accusata di avere sfruttato numerosi braccianti africani che in Puglia dormivano nella baraccopoli di Borgo Mezzanone. Sia chiaro, che la moglie di un funzionario venga indagata per gli stessi fenomeni criminali su cui dovrebbe vigilare il marito è l’ennesimo sturbo provocato dalla politica quando appare debole nei rapporti tra controllati e controllori. Il punto, però, è che nonostante le dimissioni (opportune) di Michele Di Bari, Salvini e la cricca di sovranisti al completo non sono riusciti a trattenere la bile contro il ministero dell’Interno. In una storia in cui ci sono stranieri, per di più neri, soprattutto illegali, c’è anche un presunto lavoro rubato agli italiani e presunti buonisti. Galleggiano, insomma, tutti gli ingredienti per la retorica salviniana.

Salvini ha attaccato Lamorgese per il ruolo di Michele Di Bari, in seguito alle indagini sul caporalato, ma era stato lui a volerlo al Viminale
Michele Di Bari (YouTube)

Il miglior vaccino per tenere lontana l’ipocrisia è la memoria

Il miglior vaccino per tenere lontana nostra signora dell’ipocrisia è la memoria. Esercitarla rimane un allenamento perfetto per smontare la retorica e per possedere gli elementi utili al giudizio. Chi è Michele Di Bari, il presunto buonista che si arricchisce con gli immigrati e che sarebbe nemico della patria Di Bari è l’ex prefetto di Reggio Calabria che, attraverso i suoi ispettori (e quelli dello Spray inviati dal ministero dell’Interno) si è battuto per smontare Mimmo Lucano e l’esperienza di accoglienza a Riace. Non è una sensazione: il procuratori di Locri Luigi D’Alessio durante la requisitoria del pubblico ministero Michele Permunian – che chiese 7 anni per Mimmo Lucano – disse testualmente che «quello che ha mosso questa indagine è la relazione prefettizia molto dettagliata». Una relazione che già conteneva l’invito di aprire un’indagine («potrebbero emergere anche profili di responsabilità di altra natura di competenza del magistrato penale», si leggeva nelle ultime righe) e che finì in bella mostra sulle pagine de Il Giornale.

Stiamo parlando, insomma, di un prefetto che non era propriamente un buonista e che sicuramente non era celebrato dalla parte dei buonisti. Proprio no. Basti pensare che il viceprefetto Francesco Campolo invece redisse una relazione opposta, che descriveva Lucano come «un uomo che ha dedicato all’accoglienza buona parte della propria vita, combattendo battaglie personali e raccogliendo riconoscimenti internazionali di assoluto prestigio». Ora, attenti a come continua la storia: la relazione positiva del viceprefetto non esce su nessun giornale e Francesco Campolo viene prontamente trasferito dopo essere stato accusato di avere disatteso le aspettative del suo superiore, mentre il suo superiore (proprio Di Bari) viene prontamente promosso con una bella scrivania al Viminale sapete da chi? Dal ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Salvini ha attaccato Lamorgese per il ruolo di Michele Di Bari, in seguito alle indagini sul caporalato, ma era stato lui a volerlo al Viminale
La ministra Luciana Lamorgese (Getty)

Matteo Salvini attacca la ministra Lamorgese per le responsabilità di un uomo che lui stesso ha promosso al ministero

Qual è la morale della favola Matteo Salvini attacca la ministra Lamorgese per presunte responsabilità sui comportamenti della moglie di un funzionario che lui stesso ha promosso al ministero. E come lo fa Spostando Di Bari dal cassetto degli amici che si sono messi pancia a terra per smontare la retorica buonista, nel reparto dei buonisti. Quindi se è vero che, secondo il leader della Lega, la situazione al ministero sarebbe disastrosa per colpa di gente come Di Bari, allora Salvini è l’artefice del disastro. Non male, vero? Però, pensateci bene: chi ha il tempo e la voglia di leggersi un pezzo di quasi 700 parole quando basta mettere un cuoricino a un semplice e breve tweet? Con buona pace di nostra signora dell’ipocrisia, che anche oggi ha potuto pascolare tranquilla.

L’articolo Ipocrisia canaglia proviene da Tag43.it.

Il caso Assange dimostra che quando c’è da perseguitare giornalisti non c’è differenza tra Stati Uniti e Arabia Saudita (di G. Cavalli)

I cosiddetti Stati autoritari che vengono bastonati (giustamente) dalle organizzazioni umanitarie potrebbero prendere appunti: è possibile perseguitare un giornalista senza sgualcirsi il polsino, con la faccia pulita degli esportatori di democrazia e confidando in una stampa internazionale morbida e distratta.

Julian Assange ha pubblicato file diplomatici che hanno permesso al mondo di conoscere gli intrighi degli Stati Uniti, i crimini commessi nelle cosiddette missioni di pace e un’enorme mole di violazioni della legge da parte dello stesso governo che promette di difenderla. Assange non è diverso dai tanti giornalisti eroi che vengono giustamente celebrati per avere fatto conoscere ciò che il potere vorrebbe tenere nascosto, Assange non è diverso dai testimoni di giustizia che venendo a conoscenza di crimini decidono di renderli pubblici per assicurare la giustizia stessa, Assange non è nemmeno molto diverso dai giornalisti che qui in Italia hanno fatto la storia dell’antimafia quando l’antimafia era una cosa seria, che non si limitava alle beghe di quattro picciotti ma mirava a scardinare i gangli più alti del potere e le sue collusioni mafiose.

Eppure Assange non scalda i cuori e non accelera le penne dei giornalisti che sul suo caso sono stati colti da un’innaturale timidezza. C’è da capirli: immaginate che effetto farebbe sapere che gli Stati Uniti non sono diversi dall’Arabia Saudita assassina di Kashoggi. Immaginate l’effetto che potrebbe fare sapere che i buoni non sono davvero così buoni e assomigliano moltissimo ai cattivi da cui promettono di liberarci.

Ieri l’Alta corte di Londra ha ribaltato la sentenza emessa in primo grado lo scorso gennaio, dando il via libera all’estradizione negli Stati Uniti per rispondere del reato di “verità” e avere raccontato l’approccio assassino degli americani nelle guerre in Afghanistan e Iraq.

Il giudice che ha preso questa decisione è Ian Burnett, un carissimo amico personale di Alan Duncan. Per chi fosse poco informato forse sarebbe importante sapere che Duncan fu il ministro degli Esteri che organizzò lo sgombero di Assange dall’ambasciata ecuadoriana e che nel marzo 2018 in Parlamento definì Assange un “miserabile verme”. Fu il ministro che ammise di voler togliere “il sorrisetto dalla sua faccia” e che regalò “un bellissimo piatto di porcellana dal negozio di souvenir di Buckingham Palace” al presidente dell’Ecuador Moreno per ringraziarlo di avere consegnato Assange. Il giudice amico dell’ex ministro oggi ha detto al mondo che Assange non rischia nulla negli Usa (sono in molti a temere il suicidio del fondatore di Wikileaks) perché “gli Usa hanno prestato tutte le rassicurazioni”.

E allora vediamoli questi Usa rassicuranti con Assange: nel 2017, quando Julian Assange iniziò il suo quinto anno rintanato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, la Cia cospirò per rapire il fondatore di WikiLeaks, stimolando un acceso dibattito tra i funzionari dell’amministrazione Trump sulla legalità e la praticità di tale operazione. Alcuni alti funzionari della Cia e dell’amministrazione Trump hanno persino discusso dell’uccisione di Assange, arrivando al punto di richiedere “bozze” o “opzioni” su come assassinarlo. Le discussioni sul rapimento o l’uccisione di Assange si sono verificate “ai più alti livelli” dell’amministrazione Trump, ha affermato un ex alto funzionario del controspionaggio: “sembrava che non ci fossero limiti”. Lo scoop che svelò il piano criminale (di Yahoo News) è basato su conversazioni con più di 30 fonti governative.

In sostanza c’è un uomo che, in qualità di editore, ha pubblicato notizie vere che secondo la giustizia britannica può tranquillamente andare a farsi processare in uno Paese che ha programmato la sua eliminazione fisica. Tutto bene? Chissà che invidia i dittatori nel vedere che tutto questo viene chiamate “democrazia occidentale”.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Giuseppe Provenzano a TPI: “È finito il Pd che odia i poveri”

Del decreto delocalizzazioni se n’è parlato tanto ma qualcuno se l’è dimenticato in un cassetto. Secondo l’ex ministro per il Sud e attuale vicesegretario del Pd Giuseppe Provenzano, «siamo al punto in cui l’ipocrisia nei confronti di migliaia di lavoratori diventa insopportabile».

Chi rema contro il dl delocalizzazioni e perché?
«All’indomani dei licenziamenti brutali della Gkn, si è levato un coro unanime di solidarietà dalla politica. Dopo che il giudice di Firenze li ha dichiarati illegittimi, addirittura il ministro Giorgetti ha espresso soddisfazione. Ora che la procedura di licenziamento è ripartita, e abbiamo la prova che un giudice non basta e che servono nuove norme contro le delocalizzazioni, lo stesso Giorgetti e, a quanto pare, qualche consigliere economico di Palazzo Chigi, hanno firmato un decreto già scritto, con un’opposizione non dichiarata. Ma i casi si moltiplicano, penso alle oltre 200 donne sull’Appenino bolognese. Il dramma dei lavoratori, delle loro famiglie e delle comunità locali colpite da chiusure dettate da ragioni meramente speculative impone di intervenire ora».

A sinistra dicono che il Pd sia troppo timido e che c’è un ddl già pronto da votare. Perché quella strada è impraticabile?
«Timidezza sarebbe chiedere, come stiamo facendo noi e tanti nostri sindaci, un decreto d’urgenza del Governo? Il testo Orlando-Todde è un punto di partenza, riafferma la responsabilità sociale delle grandi imprese, lo fa per tutelare lavoratori e capacità produttiva. Se ci saranno le condizioni per migliorarlo ancora, noi ci siamo. L’ho detto parlando con i lavoratori: se non si supera l’opposizione nella maggioranza di governo, come si può pensare di superarla in Parlamento? Non si può aspettare l’esito, peraltro assai incerto, dell’iter parlamentare sulla proposta di legge scritta dai giuristi democratici e dai lavoratori della Gkn e depositata da qualche deputato. Abbiamo il dovere di intervenire prima. C’è chi preferisce sventolare la bandiera, io vorrei che dessimo una risposta ai lavoratori. E la risposta serve adesso».

Anche sulla riforma Irpef il governo Draghi sembra dimenticarsi una fascia di cittadini e, guarda caso, sempre i più poveri? Che posizione ha il Pd? Come superare il mancato contributo di solidarietà?
«Accantonare il contributo di solidarietà proposto da Draghi è un errore, ma ha rivelato una cosa che ha molti sembra sfuggire. All’interno di questo governo di emergenza nazionale ci sono forze di destra, e in questo passaggio si sono rivelate in tutta la loro essenza: a fronte di un Paese che soffre, non sono disposti nemmeno a chiedere 200 euro a chi ne guadagna più di 75 mila. Quanto alla riforma fiscale, nella maggioranza ci sono visioni opposte: noi vogliamo una tassa di successione sui grandi patrimoni, la Lega vuole la Flat tax. La rimodulazione dell’Irpef è stato un compromesso. Il Pd ha posto la priorità di alleggerire il carico fiscale sui redditi medio-bassi. Ne beneficeranno al 95 per cento lavoratori dipendenti e pensionati. Con la revisione delle detrazioni aumenta la progressività. E il taglio dei contributi va nella direzione auspicata dal sindacato. Sono stato il primo a porre un problema anche di metodo. Il dialogo sociale deve riprendere e continuare».

Per leggere l’intervista completa vai sul settimanale The Post Internazionale-TPI: clicca qui

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Il Pnrr? Si comunica da solo: nessun giornalista nel concorsone di Draghi per attuare il Recovery

Il concorsone per reclutare gli esperti sul Pnrr? Convocato in ritardo e con soli 5 giorni di preavviso per aderire. Eppure la notizia non ha trovato spazio su quasi nessun quotidiano italiano. Non solo: tra i 1.500 esperti selezionati per l’attuazione del Piano ci sono zero (0!) esperti in comunicazione e informazione digitale. Eppure è l’Europa a chiederli: «L’Europa prevede indicazioni specifiche su comunicazione pubblica del Next Generation Eu, l’Italia non ha un Piano ma solo un sito web. Il digitale è l’ambito prioritario per il rilancio e la crescita, non c’è una figura prevista per l’utilizzo efficace ed efficiente delle piattaforme digitali di comunicazione – dice il presidente di PA Social e Fondazione Italia Digitale Francesco Di Costanzo –. La riforma della comunicazione pubblica è ferma quando servirebbe urgentemente una svolta digitale, siamo in ritardo di anni».Proprio la pandemia ci ha dimostrato quanto sia importante la trasparenza e la comunicazione per gestire al meglio fenomeni complessi e per costruire credibilità e fiducia nelle istituzioni. Figure che sono state centrali nella gestione della pandemia per garantire trasparenza, dialogo e interazione, e che oggi vengono ignorate per la gestione di una montagna di soldi.

Evidentemente qualcuno è convinto che il Pnrr si comunichi da solo oppure più semplicemente che solo il fatto che sia stato Draghi a gettarne le basi dovrebbe metterci al riparo dal sospetto che avvengano le solite furberie che in Italia sono sempre accadute anche quando si trattava di pochi spicci.Eppure era stato proprio Draghi a dirci che in quei 248 miliardi «…c’è il destino del Paese, la misura di quello che sarà il suo ruolo nella comunità internazionale… È questione non solo di reddito e benessere, ma di valori civili e sentimenti che nessun numero e nessuna tabella potrà mai rappresentare». Era il 26 aprile di quest’anno e ora tutto sembra diventato materia da burocrati rinchiusi negli uffici. Attendiamo con fiducia.

Leggi l’articolo completo sul settimanale The Post Internazionale-TPI: clicca qui

L’articolo originale scritto per TPI è qui