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Da studente modello a estremista di destra: la storia di Andrea racconta i rischi della radicalizzazione fascista

Ma davvero in Italia il pericolo della radicalizzazione fascista e la pericolosità d’intenti di certi gruppi di estrema destra sono tutta un’invenzione dei giornali? Davvero è tutto un gioco ingigantito in vista dei prossimi ballottaggi per le elezioni amministrative? C’è una storia che rappresenta perfettamente il rischio della propaganda e vale la pena ripercorrerla anche se è di qualche mese fa.

A gennaio di quest’anno viene arrestato un ventiduenne di Savona, Andrea Cavalleri, con un’accusa pesantissima: associazione con finalità di terrorismo e propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale aggravata dal negazionismo.

Fino a tre anni prima Andrea Cavalleri era uno studente modello del liceo classico Chiabrera. Ma soprattutto Andrea Cavalleri era attivamente impegnato con l’Istituto per la Resistenza ottenendo persino un viaggio premio ad Auschwitz con la scuola: il suo tema era stato il migliore di tutto il liceo classico di Savona. Aveva infatti vinto l’ottava edizione del concorso organizzato dal Consiglio regionale ligure: “27 gennaio: Giorno della memoria”.

In rete su un giornale online si ritrova ancora la foto della premiazione. “Il suo lavoro era stato così apprezzato che era stato gratificato da un viaggio in Polonia, ad Auschwitz, per poter approfondire ancora di più le sue conoscenze”, raccontava a La Stampa Alfonso Gargano, preside del liceo.

Tre anni dopo redigeva documenti sul web di matrice neonazista e antisemita con i quali incitava alla rivoluzione violenta contro “lo Stato occupato dai sionisti” ed alla eliminazione fisica degli ebrei, ispirandosi al gruppo suprematista statunitense AtomWaffen Division e alle Waffen-SS naziste. Secondo gli inquirenti Cavalleri (che intanto era profondamente mutato anche nell’aspetto fisico oltre che nelle simpatie politiche) era pronto a fare il “salto” e a commettere un attacco. Cavalleri aveva creato un’organizzazione, Nuovo Ordine Sociale, che puntava al reclutamento di altri volontari e alla pianificazione di atti estremi e violenti a scopo eversivo. Usava le piattaforme di messaggistica online per tenere i contatti con persone che avevano le sue stesse posizioni ideologiche.

Nelle intercettazioni si legge di Cavalleri che dice che “Gli ebrei sono il male primo da eliminare. Gli ebrei sono nati per distruggere l’umanità” e che “Voglio fare una strage a una manifestazione di femministe. Donne ebree e comuniste sono i nostri nemici. Le donne moderne sono senza sentimenti, bambole di carne da sterminare”. Cavalleri aveva anche fondato un canale Telegram, Sole Nero, che contava varie centinaia di iscritti: per essere accettato tra i componenti bisognava sostenere un quiz per verificare il livello di radicalizzazione.

Le organizzazioni di estrema destra (che nell’ultimo decennio sono state caratterizzate dalla fusione tra il retaggio storico fascista o nazista e l’ideologia suprematista d’ispirazione americana) sono spesso oggetto di operazioni di polizia in tutta Europa e alcune, quando sono sfuggite all’attenzione degli inquirenti, hanno portato a termine stragi in vari Paesi come Germania, Norvegia e Svezia. Andrea Cavalleri scriveva che è “Meglio morire con onore in uno school shooting che vivere una vita di merda” e che si dichiarava pronto a commettere una strage: “Io una strage la faccio davvero. L’unica cosa da fare è morire combattendo. Ho le armi. Farò Traini 2.0”. È il mito del lupo solitario: già nel marzo del 2017 Jason Burke sul Guardian spiegava che gli attentatori spesso perdono addirittura la connessione con i circoli estremisti con cui sono entrati in contatto, facendone ideologicamente parte senza nemmeno esserne membri.

Lo studente modello in tre anni era diventato esperto di armi e oggettistica militare. A luglio dello scorso anno gli investigatori avevano sequestrato le armi del padre, collezionista, regolarmente detenute. Un’operazione di polizia amministrativa, legata al mancato aggiornamento di un documento. “In realtà – ha rivelato poi il questore di Savona Giannina Roatta – abbiamo colto l’occasione al volo, perché già seguivamo i discorsi del giovane su Internet e bisognava evitare ogni rischio”.

Siamo davvero sicuri che l’estremismo di destra sia solo una strumentalizzazione politica qui, nel Paese dove già Luca Traini il 3 febbraio del 2018 impugnò una pistola semiautomatica e sparò a diverse persone, tutti africani, ferendone sei e lasciano di proiettili sui muri di negozi e abitazioni?

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Dai, davvero, ora basta. È fascismo e chiamare le cose con il loro nome è il primo passo per una leale democrazia

Dai, davvero, basta. Basta con questo favoreggiamento esterno al fascismo che qualcuno vorrebbe vendere per equilibrio moderato. Basta con questi che con i fascisti e con i fascismi riempiono di preferenze qualche candidato farlocco che non riuscirebbe a esprimere un concetto più complesso di un scimmiesco braccio alzato.

Basta con questi leader che si stupiscono per lo stesso letame che concimano di nascosto, basta con i finti sorpresi che se non puzzassero di fascismo sarebbero ancora a fare i camerieri del solito Berlusconi, basta con questi partiti in cui il patriottismo è solo un fascismo sotto mentite spoglie (perché i fascisti sono storicamente dei vigliacchi travestiti) e tutto intorno i giornalisti fanno finta di non saperlo.

Basta con questa retorica sui vincitori e sui vinti che avete calpestato e strumentalizzato per farne un condono. Basta con queste citazioni a cazzo di cane che estrapolate da libri che non avete mai aperto, di intellettuali che avete scoperto su qualche sito di aforismi e basta pure con la scusa delle rievocazioni storiche: la melma non si commemora, la melma si condanna, anche decenni dopo.

Basta con questi partitini che usano qualsiasi difficoltà e qualsiasi dibattito come leve per accendere uno scontro che riesca a minare lo Stato. Basta con questi presunti leaderini che sono solo ammaestratori del menare le mani, che hanno precedenti penali per cui non li vorremmo nemmeno come vicini di pianerottolo e invece vengono addirittura ammantati di chissà quale spessore. Giuliano Castellino e Roberto Fiore sono due patetici bulli, violenti che guadagnano spessore solo per l’immobilismo di chi dovrebbe vigilare.

Basta con queste Prefetture e questo ministero dell’Interno e questi sindaci che si mobilitano per “vigilare” gli ingressi di quattro stranieri disperati, che si ingegnano per acquistare panchine su cui non si possa sedere uno sconfitto, che sono sempre bravissimi a scovare la povertà per chiamarla degrado e poi si fanno passare sotto gli occhi fascisti e fascismi vietati dalla Costituzione.

Basta anche con queste forze dell’ordine e questi servizi d’ordine che sono sempre così efficienti quando devono contenere i disoccupati o le manifestazioni per i diritti e poi sono sempre così sbadati da lasciare arrivare un nugolo di bolsi nostalgici di mezza età all’interno della sede principale del principale sindacato dei lavoratori italiano.

Basta anche con questo vilipendio alla bandiera. Quella bandiera italiana che impugnate con le vostre mani sozze e che adorate come un totem è figlia dell’antifascismo. State sventolando la croce sulla vostra storia infame, vorreste ergervi a difensori di una Patria che vi disconosce per Costituzione.

Basta anche con questi no vax, no green pass e no una cosa qualsiasi che prestano al fianco a quattro camerati che li stanno tenendo per la gola. I “leader” dei chi contesta le decisioni del governo (legittimamente) hanno il dovere di chiamarsi fuori da questi invasati. Molti (legittimi) contestatori hanno il dovere di capire che sono strumentalizzati da fascisti dementi: il leader di Forza Nuova Giuliano Castellino è quel bamboccione che il green pass è corso a farselo fare per andare ad agitarsi allo stadio. La capite l’ipocrisia?

Basta, davvero, basta. Quello che Giorgia Meloni chiama squadrismo (lei che è esperta in tutti gli -ismi ma la parola fascismo non riesce nemmeno a pronunciarla) è fascismo. Ha tutti gli ingredienti del fascismo: l’arroganza, lo spregio per le regole, la violenza, l’organizzazione per minare lo Stato.

Chiamare le cose con il loro nome è il primo passo per una leale democrazia. Essere intolleranti con gli intolleranti è un dovere civile. Sciogliere le organizzazioni neofasciste è un dovere costituzionale. Dai, davvero, basta.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Dodici Paesi Ue vogliono muri anti-migranti: da una parte noi con i nostri diritti, dall’altra bestie da allontanare

In fondo l’Europa è questa roba qui, questa che avrebbe dovuto essere “casa” comune e invece si è fatta “cassa” comune sempre attenta a lasciare passare le merci e a bloccare le persone. Non è una questione che può sorprendere che 12 Paesi su 27 decidano di prendere carta e penna per chiedere all’Europa di avere il coraggio di fare quello che è, senza troppi formalismi, e pagare di tasca sua i muri e i fili spinati che questi vorrebbero costruire illudendosi di bloccare la disperazione con qualche mattone.

Un bel pezzo dell’Europa sogna di farsi isola, di spalancare i confini per ingollarsi di soldi, di merci, di petrolio e di gas e allo stesso tempo di filtrare le persone suddividendole in utili e inutili, uno stomaco mai sazio di roba e intollerante alle persone.

È vero che i sovranisti di casa nostra hanno smodatamente esultato per la lettere dei loro colleghi sovranisti e frugali europei, ma è altresì vero che questa Europa è la stessa che, nei fatti, ha appaltato proprio a loro le frontiere, li ha lasciati liberi di bastonare e torturare per respingere, che sta concedendo alla Libia in questi giorni di mettere in atto una strutturata operazione di pulizia etnica in nome di una presunta “sicurezza” (i sovranisti sono come il McDonald, in qualunque posto del mondo tu vada hanno tutti lo stesso pessimo sapore, usano gli stessi ingredienti).

La lettera dei 12 mette per iscritto un vento che si vorrebbe nascondere ma che spira fortissimo: pochi giorni fa le immagini del reportage di Lighthouse, organizzazione giornalistica indipendente, dalla frontiera fra Bosnia e Croazia ci hanno mostrato eserciti fantasma non riconoscibili che seviziano donne, bambini e disperati. Lighthouse sostiene di poter dimostrare che le milizie-ombra che proteggono i confini dell’Unione fanno capo ai governi dei Paesi coinvolti e a Frontex, cioè all’Europa: sta dicendo che i muri a forma di manganelli li paghiamo noi.

Ci sono confini che delimitano l’essere uomini, da questa parte siamo noi con i nostri diritti e dall’altra invece ci sono bestie da punire e allontanare. Questa è l’Europa che lucra su un presunto “diritto alla sicurezza” e che ha lasciato completamente perdere la sicurezza dei diritti per tutti, è un circolo privato che vorrebbe circondarsi di mare e avere le chiavi dell’unico ponte levatoio.

“I confini non esistono in natura”, ha detto ieri don Luigi Ciotti in un’intervista a Famiglia Cristiana: “Sono convenzioni che quando diventano frontiere invalicabili generano ingiustizie, violenze, guerre. Oggi i confini si manifestano da un lato come distanza e come diseguaglianza, dall’altro come processi di esclusione e come atti di respingimento. I “confini” lasciano passare le merci ma spesso sbattono la porta in faccia a persone che scappano da conflitti, miseria, drammatiche conseguenze dei cambiamenti climatici”.

No, non è solo una questione di 12 Paesi che esagerano con le richieste. Questa à l’Europa che ad aprile 2019 con Christophe Castaner, ministro di Macron, si disse addirittura d’accordo con le immorali gesta di Salvini ministro dell’Interno. È l’Europa in cui la Commissaria all’immigrazione Ylva Johansson dice candidamente “non ho nulla contro di loro che stanno costruendo muri. Ma non si può fare con i fondi europei: sono gli Stati membri dell’Ue che hanno deciso di tagliarli sull’immigrazione”. E la politica italiana non sembra nemmeno agitarsi. È un tempo buio. L’Europa avrebbe voluto essere la culla della civiltà e invece giorno dopo giorno diventa un cortile triste di un condominio sempre più arrabbiato.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Attenzione a etichettare tutti come no vax: la stampa ha il dovere di raccontare anche le voci di dissenso

Sono convinti che sia una discussione su vaccini e pandemia e invece stanno parlando di loro. Le beghe tra giornalisti che in questi giorni stanno riempiendo le pagine di giornali rendono perfettamente l’idea di un mondo autoreferenziale che spesso insiste nel parlare di se stesso proiettando sull’esterno nevrosi personali. Questa volta tocca ai vaccini. 

Da una parte c’è Enrico Mentana, direttore del tg di La7 che dice un’ovvietà spiegando che mai metterebbe a confronto uno sciamano con un medico (e ci mancherebbe, quello non sarebbe un dibattito ma un’esposizione di tesi inconciliabili tra loro con il solo scopo di provocare rumore) seguito a ruota dalla nuova direttrice del Tg1 Monica Maggioni. Poi però il direttore Mentana allarga il campo e come al solito si incorre nello stesso errore: se tutti quelli che non sono d’accordo con la narrazione imperante vengono messi nel cassetto dei “complottisti” il risultato naturale è quello di piallare qualsiasi dubbio, qualsiasi considerazione e qualsiasi critica e questo, no, questo è altro rispetto al giornalismo. Come dice Reporters sans Frontières la lotta alla disinformazione è sicuramente un valore ma la censura no.

Sarebbe fin troppo facile e fin troppo stupido credere che un terrapiattista vada messo nello stesso cassetto di chi ad esempio contesta la legittimità del Super green pass dal punto di vista legislativo e costituzionale. Questo è il punto vero: anche qui sulle pagine di TPI abbiamo più volte raccontato come le decisioni del governo spesso non siano state accompagnate da tutti i passaggi previsti dalla legge e dalla Costituzione, fin dall’inizio della pandemia ci siamo permessi di criticare un certa sicumera di alcuni virologi che ci hanno detto tutto e il suo contrario nel giro di pochi mesi, una narrazione che con troppa superficialità aveva indicato nel vaccino (ed eravamo alle soglie della prima dose) la soluzione di tutti i mali contribuendo anche a una certa avventatezza nei comportamenti dei cittadini.

Continuo a credere, ad esempio, che applicare misure d’emergenza (che sono necessarie per affrontare la pandemia) senza chiarire quali siano le soglie e i risultati che si vogliono raggiungere (percentuale di vaccinati o limiti temporali) sia piuttosto delicato.

Tra i cosiddetti “no vax” non si possono mettere Cacciari e Agamben insieme a quelli che credono che il virus non esista o che ci sia in atto un progetto globale di sterminio della popolazione. È un’offesa all’intelligenza e soprattutto è una pericolosa interpretazione del giornalismo.

Per questo Bianca Berlinguer non può avere tutti i torti quando dice che sia «giusto dare spazio alle minoranze». E un volta per tutte smettiamola anche di appiattirci sulla predica di “fiducia e gentilezza”. Come scriveva bene la filosofa Donatella Di Cesare ieri su La Stampa “i conflitti sono conflitti. La democrazia non potrebbe esistere senza l’esercizio del sospetto. E la filosofia insegna il dubbio e la domanda”. È vero, lo scrive sempre di Cesare, che “lo scetticismo di principio è un atteggiamento analogo alla credulità sempliciona” ma le tesi di Cacciari e Agambe, per quanto possano apparire sconcertanti, vanno contestate e respinte nel merito.

Il resto invece, come il dentista con il braccio finto che viene ospitato da Giletti ed esposto come se fosse un animale da circo, è qualcosa che non ha niente a che vedere con i vaccini ma è un problema antico di un certo modo di fare giornalismo. Lì il tema è una visione spettacolare del giornalismo che non ha niente a che vedere con il giornalismo. Tra i problemi, tra l’altro, c’è anche il fatto che il cretinismo di Giletti con l’uomo dal braccio in gomma piuma ha ottenuto un enorme risultato di ascolti. E anche questa è una china rovinosa che non ha niente a che vedere con la pandemia.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Sbattuto in cella con problemi psichiatrici si toglie la vita, la CEDU bacchetta l’Italia

La Corte europea ancora una volta ha sottolineato l’inadempienza della giustizia italiana nei confronti di un detenuto nelle carceri italiane. Era il 15 aprile del 2015 quando Anas Zamzami, 29 enne marocchino, viene arrestato dai carabinieri di Urbania, Pesaro, per una condanna a un anno e sei mesi per resistenza a pubblico ufficiale e per aver fornito generalità false. Anas avrebbe potuto chiedere misure alternative alla detenzione entro 30 giorni evitando il carcere.

Ma, come spiega l’avvocato Fabio Anselmo, che insieme all’avvocata Antonella Mascia e all’associazione Antigone hanno presentato il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, «il provvedimento viene tuttavia notificato, il 13/11/2013, a un avvocato del foro di Roma il cui nome non risulta indicato. La sospensione viene quindi revocata e Anas, ignaro, viene portato nel carcere di Pesaro. Interviene allora un avvocato pesarese che chiede al Tribunale di sorveglianza di Ancona di poter ottenere, per Anas Zanzami, il beneficio della detenzione domiciliare. Viene fissata l’udienza per il 21 ottobre 2015. La pena è esigua e i reati di modesta gravità. Anas ne ha diritto. L’esito è scontato ma il ragazzo marocchino deve attendere che la burocrazia faccia il suo corso. Il 15 aprile, dunque, fa ingresso in carcere». Il detenuto nel carcere pesarese di Villa Fastiggi però non sta bene, le sue condizioni di salute mentale sono incompatibili con il carcere, vengono prescritte infatti «in maniera perentoria e continuativa un regime di grande sorveglianza» e «la necessità di un ricovero in un ambiente idoneo alla valutazione e alle cure», nonché il «trasferimento in tempi brevi in un centro di osservazione Psichiatrica» e viene di nuovo «raccomandata un’attenta sorveglianza».

Anas Zamzami è uno di quelli che ce l’ha scritto addosso che dal carcere potrebbe non uscire mai vivo e nonostante bastino poco più di 4 mesi per uscire e riottenere la libertà il suo stato mentale non gli permette di rendersene conto. Iniziano da qui numerosi episodi di autolesionismo. Zamzami rifiuti le cure, rifiuta il cibo, rifiuta l’acqua. Come racconta l’avvocato Anselmo «vengono osservati in lui stati di delirio e agitazione psicomotoria. Nell’agosto dello stesso anno viene ricoverato per tre volte all’ospedale di Pesaro «a causa di un forte stato di anoressia, disidratazione e steatosi epatica». Il 5 settembre tenta il suicidio in carcere provando ad impiccarsi. Gli viene diagnosticata una grave psicosi paranoide. Viene allora trasferito all’istituto di osservazione psichiatrica di Ascoli Piceno dove vi rimane ricoverato una ventina di giorni per poi essere dimesso come “guarito”». Il 24 novembre viene rispedito nel carcere di Pesaro. Per guarire però non basta una certificazione e nonostante venga disposta una massima sorveglianza a intervalli di 15 minuti Anas Zamzami viene trovato nella sua cella impiccato.

Il caso, come troppo spesso accade, viene considerato dalla Procura come «un evento letale non previsto, non prevedibile ed inevitabile». Il Tribunale però non è d’accordo e così inizia un interminabile balletto di richieste di archiviazioni (ben tre) tutte respinte prima dell’archiviazione finale. L’avvocato Anselmo insieme all’avvocata Mascia e Antigone presentano ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: «Ci crediamo. – scrive Fabio Anselmo – Lo facciamo perché gli è stato negato il sacrosanto diritto alla vita e gli sono pure stati inflitti trattamenti disumani e degradanti. Quelli che per la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo vengono qualificati come tortura. Lo facciamo per la sorella di quel povero ragazzo, per Vania Borsetti di Antigone che tanto si è impegnata coi suoi ragazzi».

Ora la Corte Europea chiede all’Italia se il detenuto «è stato sottoposto ad un trattamento inumano e degradante in violazione all’articolo 3 della Convenzione» e se «le autorità responsabili hanno disatteso il loro obbligo di assicurare che la salute del fratello fosse adeguatamente garantita, fra le ae cose, fornendogli un’assistenza medica appropriata ed efficace». La palla passa ora alla ministra alla Giustizia Cartabia: un suicidio a pochi giorni dalla liberazione merita risposte.

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Fonte

La festa è finita

C’è un passo dell’ultimo rapporto Censis che sembra essere sfuggito ai draghisti, dice: «…il nostro Paese non può essere intrappolato in parole tanto rassicuranti, quanto povere di significato, utili a enfatizzare un impegno generico di programmazione, ma difficilmente capaci di riconnettere la società in un partecipe desiderio di ricostruzione… Tutti avvertono, invece, che per rimettere in cammino l’economia e risaldare la società occorrono interventi concreti e in profondità, che il puro gioco di controllo e mediazione delle variabili sociali è fuori dal tempo».

L’Italia è il Paese con il tasso d’occupazione tra i più bassi d’Europa. L’unico in Ue dove i lavoratori guadagnano meno di 30 anni fa. Questo deve essere sfuggito alla narrazione imperante. L’Italia è il Paese con la maggioranza di donne tra i disoccupati, qui dove i giovani non studiano e non lavorano. E dove almeno 100mila giovani ogni anno se ne vanno invece all’estero per trovare un lavoro dignitoso. L’Italia è il Paese del precariato raccontato come eccitante campo di sfida in cui chi non riesce è semplicemente un perdente che se la deve prendere con se stesso. L’Italia è il Paese dove solo 13 bambini su 100 al Sud trovano un asilo pubblico. L’Italia è il Paese in cui aumentano i poveri che si cibano alle mense o che vivono con gli scarti. È il Paese in cui la patrimoniale ogni volta solleva un vespaio e viene respinta con sdegno dal presidente del Consiglio Mario Draghi. Poi Draghi promette un contributo di solidarietà che invece non arriva per il voto contrario del centrodestra.

L’Italia è il Paese che non riesce a trovare un freno alle delocalizzazioni selvagge mentre qualcuno propone di diventare come certi Paesi senza diritti e con salari da fame per essere più “attrattivi”. L’Italia è un Paese da mettersi le mani sui capelli ogni volta che si ipotizza quali saranno le pensioni per i giovani che stanno cominciando a lavorare ora ed è quel Paese in cui perfino ammalarsi diventa un costo. L’Italia è quel Paese in cui si parla di transizione ecologica continuando a pubblicizzare il nucleare e non si capisce chi e come potrà trovare un futuro nei nuovi mestieri dedicati all’ambiente. L’Italia è quel Paese in cui frequentare le università è un privilegio ben caro. L’Italia è quel Paese in cui il grado d’istruzione è tra i più bassi d’Europa e si discute se la Terra è piatta in prima serata televisiva.

L’Italia è quel Paese in cui si chiede di sognare facendo il rider che, vedrai, ti farà diventare milionario, dove per un giovane con contratti precari è un’illusione farsi una famiglia (tradizionale o meno) ed è quasi impossibile riuscire ad accedere a un mutuo per un casa. L’Italia è il Paese in cui non si riesce a porre un freno a coloro che vivono di rendite su beni pubblici.

In tutto questo in Italia arrivano una pioggia di miliardi che verranno gestiti da una maggioranza che non esiste, solo di comodo, e da un presidente del Consiglio che vorrebbe limitarsi a fare le somme e le sottrazioni.

In questo Paese vi stupisce uno sciopero generale? La luna di miele si è consumata, la festa è finita e quelle parole del rapporto Censis suonano come un cupo ammonimento da intendere velocemente.

Buon giovedì.

 

Nella foto: Matteo Salvini e Massimo Giletti, “L’Arena” 1 novembre 2015

 

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Zaki libero dopo 669 giorni di inferno: ma è ancora sotto processo

Italia e Egitto sono vicini. Questa volta però la comunanza non è questione di soldi, di armi e di interessi torbidi (perché quelli no, quelli non sono mai stati messi veramente in discussione) ma il pianto liberatorio di gioia della madre Hala e di sua sorella Marise nell’aula di tribunale di Mansura, dopo la terza udienza che è durata quattro minuti ma è bastata per sancire la scarcerazione. Essere scarcerati dopo 669 giorni passati in carcere, in un ergastolo cautelare che basterebbe per rendere l’idea di cosa sia l’Egitto di Al-Sisi dove dei presunti post su Facebook possono bastare per essere trattato come il più pericoloso dei criminali.

Patrick Zaki è stato arrestato il 7 febbraio del 2020 appena atterrato all’aeroporto del Cairo dove stava tornando per rivedere la sua famiglia. In quegli anni frequentava un master universitario in studi di genere all’Università di Bologna dopo essere stato già impegnato nel suo Paese in occasione della campagna elettorale di Khaled Ali, avvocato e attivista per i diritti umani che ritira la candidatura denunciando il clima di intimidazione e i numerosi arresti dei suoi collaboratori da parte di Al-Sisi e dei suoi sgherri. Quel giorno, all’aeroporto del Cairo, Zaki viene arrestato da agenti dei servizi segreti. Scompare per 24 ore. Nessuno ha notizie, non sanno niente i suoi familiari e nessuno nei media. Solo il 9 febbraio l’associazione Egyptian Initiative for Personal Rights (associazione umanitaria dove lavorava in qualità di ricercatore) divulga la notizia del suo arresto.

Appaiono già evidenti le prime discrepanze: la Polizia nei suoi verbali scrive di avere arrestato Zaki l’8 febbraio (il giorno successivo all’arresto effettivo) a un posto di blocco nel quartiere Jadyala, Mansura. I capi d’accusa sono i soliti che da queste parti servono per zittire i cosiddetti “dissidenti”: minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, diffusione di false notizie, propaganda per il terrorismo. I mezzi d’informazione sdraiati sulla dittatura di Al-Sisi raccontano anche che Zaki a Bologna starebbe preparando una tesi sull’omosessualità e per incitare la popolazione contro lo Stato. Tutto ovviamente falso. Quello che si sa, tramite l’avvocato di Zaki, è che il giovane sarebbe stato torturato per almeno 17 ore consecutive con pugni allo stomaco, alla schiena e con scariche elettriche dalle forze di sicurezza egiziane, esattamente come accadde per Giulio Regeni. Non è un caso che tra le domande dei suoi torturatori ci siano anche i presunti rapporti con Giulio Regeni, con la sua famiglia e con il suo impegno politico. Le torture, ça va sans dire, viene negata dal Procuratore Generale dell’Egitto, Hamada el-Sawy.

L’inferno carcerario di Zaki comincia a Talkha per continuare poi nel carcere di Mansura e infine nel carcere di Tora. I 669 giorni sono passati con continui slittamenti della detenzione preventiva (di 15 o 45 giorni) mentre il caso Zaki intanto veniva sollevato all’attenzione internazionale. Il giorno successivo al suo arresto in Italia, a Bologna, viene organizzata già la prima manifestazione “Libertà Patrick” mentre l’Università di Bologna costituisce un gruppo di crisi e la Farnesina comincia a monitorare il caso. L’11 gennaio di quest’anno Zaki diventa cittadino onorario dei Bologna e poco dopo una petizione lancia l’idea di dare la cittadinanza italiana allo studente per esercitare ulteriore pressione sul governo egiziano. Passano tre mesi e il 14 aprile il Senato approva la richiesta al governo per la cittadinanza italiana, richiesta a cui il governo non ha mai dato corso.

Ieri Zaki dalla gabbia per gli imputati ha ringraziato l’Italia alzando il pollice a un diplomatico italiano presente in aula. «Salto dalla gioia», è stato il commento della mamma. «Grazie Italia per questo risultato» ha dichiarato invece il padre rivolto ai due diplomatici italiani presenti a Mansura. «Vi siamo molto grati per tutto quello che avete fatto», ha detto George Zaki abbracciandoli. Così la giornata che rischiava di essere funesta per la condanna (non appellabile) che molti temevano ha riportato un risultato insperato. Certo. Zaki è stato scarcerato ma continua a essere sotto processo: «Uno spiraglio, la luce finalmente, ha scritto sui social il segretario del Pd Enrico Letta mentre il ministro degli Esteri Luigi Di Maio parla di «un primo obiettivo raggiunto».

«Mi metto nei suoi panni, non so se già stasera ma molto presto Patrick Zaki riuscirà a dormire su un letto diverso dal cemento del pavimento della prigione di Tora dove è rimasto negli ultimi 22 mesi. Quindi questo già nell’immediato un enorme sollievo», ha dichiarato il portavoce di Amnesty International in Italia Riccardo Noury, che da subito ha seguito la vicenda. «Soddisfatto per la scarcerazione» si dice il presidente del Consiglio Mario Draghi che promette di continuare a seguire la vicenda.

L’articolo Zaki libero dopo 669 giorni di inferno: ma è ancora sotto processo proviene da Il Riformista.

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La politica flebile

Ci avevano detto che la politica, di colpo, era diventata una roba serissima. Sarebbe stata una bella notizia dopo anni passati tra i “vaffanculo”, il Papeete, le scissioni per la creazione di partiti con qualche piccolo leader e le sue vestali e dopo anni passati a vedere i meme  su Facebook per umiliare gli avversari.

Ci avevano detto che ora era il momento del “merito”, di quelli bravi, di quelli che fanno le cose per bene e d’improvviso persino i guasconi sembravano essere diventati bravi ragazzi. E con questo feticcio del merito e della serietà ci siamo ritrovati tra i nuovi protagonisti quel Calenda che era “così bravo” da rispondere a tutti, sempre calmo a spiegare le cose, insieme agli altri che avevano capito bene che sembrare professorali (più che professionisti) era la moda della stagione.

Invece continuiamo a essere nella politica flebile, con e prima più di prima, con l’unica differenza che questi sanno usare il congiuntivo. Ciò che è accaduto per le elezioni suppletive su Roma con Conte che avrebbe dovuto candidarsi e con Calenda che dice “allora mi candido anch’io” come due maschi alfa che si sfidano a duello (usando il campo nobile che dovrebbe essere la politica) è solo l’ultimo di una serie di eventi che dimostra benissimo come la strategia sia sempre quella della scaramuccia, come non esista pensiero ma solo pulsione, come alla fine non ci sia differenza tra il populismo popolare e il populismo delle élite, con l’unica differenza che il secondo traveste il classismo da ideologia.

Non è nemmeno un caso che Calenda si ritrovi a scrivere «Ogni 5S dovrebbe restare fuori da qualsiasi incarico superiore alla vendita di lattine di chinotto allo stadio. E mi impegnerò attivamente per conseguire questo risultato», un post che nemmeno Renzi nei suoi momenti di formicolio peggiore riuscirebbe a partorire. Questi sognano un’oligarchia che preveda un diritto di voto in base al censo ma poiché non hanno il coraggio di tenere una posizione così vergognosa fingono di voler parlare di competenze.

In questo quadro sarà difficilissimo il percorso di avvicinamento allo sciopero generale dei sindacati. Molti proveranno (e ci riusciranno) a spostare il dibattito sugli scioperanti che non sono altro che l’ennesima dimostrazione dei fannulloni che loro continuano a vedere dappertutto. Rimanere nel merito delle cose sarà difficilissimo, esattamente come avveniva con i saltimbanchi di prima. L’unica differenza è che questi non si farebbero mai fotografare a petto nudo in spiaggia. O forse no, se cercate bene trovate anche questo.

Buon mercoledì.

Nella foto: Matteo Salvini e Massimo Giletti, “L’Arena” 1 novembre 2015

 

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Viene in Italia per una vita migliore, ma muore legato mani e piedi: il dramma di Abdel

Abdel Latif aveva 26 anni ed è morto alle 4 del mattino del 29 novembre nel reparto psichiatrico dell’ospedale San Camillo di Roma. È morto su un lettino di contenzione, ufficialmente per “arresto cardiocircolatorio”. Latif era arrivato a ottobre, su un barcone, a Augusta. Appena arrivato è stato trasferito come di consueto su una nave per la quarantena, la Gnv, per essere poi immediatamente trasferito: «Come ormai quasi di prassi in Italia – scrivono gli attivisti della campagna LasciateCIEntrare – per chi proviene dalla Tunisia, non era riuscito a manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale ed era stato inviato in direttissima al Cpr di Ponte Galeria». Gli accordi tra Italia e Tunisia sono oliati e i rimpatri praticamente automatici, senza troppe preoccupazione per i diritti umani.

Il consigliere regionale di +Europa nel Lazio, Alessandro Capriccioli, racconta la sequenza degli eventi: «Dalla documentazione che abbiamo visionato risulta che il giovane tunisino era affetto da problemi psichiatrici e che il 23 novembre, a seguito di una richiesta da parte della Asl finalizzata all’approfondimento della valutazione psichiatrica, è stato portato al pronto soccorso dell’ospedale Grassi. Da qui, dopo due giorni, il giovane è stato trasferito al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (Spdc) dell’ospedale San Camillo, in cui risulta essere stato sottoposto a contenzione tutti i giorni fino al 27, anche se non è specificato con quali tempistiche». Il fatto che non siano specificati gli orari della fine della contenzione, solitamente usata solo per il tempo necessario ai farmaci di fare effetto, lasciano presagire il terribile dubbio che Latif sia stato legato con mani e polsi al letto per tre giorni. «Va chiarito se al momento della morte fosse legato perché nelle carte sanitarie non è indicato. Gli esami del sangue erano regolari, non sembrava ci fossero problemi di salute», dice il garante per i detenuti Mauro Palma.

I familiari in Tunisia raccontano che il ragazzo fosse in ottima salute e non avrebbe mai mostrato disagi psichiatrici. La madre di Abdel è riuscita a sentire il figlio appena sbarcato: «La mamma aspettava una telefonata del tutto diversa, attendeva che il figlio partito per cercare un’alternativa di vita la chiamasse per dirgli che andava tutto bene: è stato straziante sentire le sue urla dall’aa parte del telefonò», ha raccontato il deputato tunisino Majdi Karbai, eletto in Italia nella circoscrizione esteri con il partito di sinistra Attayar. Karbai ha diverse domande: «Perché alla famiglia è stata comunicata immediatamente la morte per cause naturali? Perché sul corpo del ragazzo non è stata disposta immediatamente l’autopsia?». Il direttore del Cpr Enzo Lattuga ha cercato di ricostruire la vicenda: «Conoscevo quel giovane ed era in salute, stava bene. È uscito con le sue gambe. Non ho idea di cosa sia successo in quella struttura. Ho solo ricevuto una telefonata in cui sono stato informato della sua morte».

Molte domande e, come spesso accade quando si tratta di Cpr, pochissime risposte. L’unica certezza è che Abdel Latif è il settimo morto in due anni all’interno dei Cpr, dove spesso i detenuti vengono imbottiti di psicofarmaci senza adeguata prescrizione medica. Sappiamo anche della vergognosa convenzione tra l’Italia e la Tunisia (che prende dal nostro governo 8 milioni di euro) per garantire la sorveglianza delle coste del Mediterraneo e per rimpatriare velocemente i migranti che vengono prelevati dalle navi quarantena, rinchiusi nei Cpr per qualche giorno e poi rimpatriati senza nemmeno avere il tempo di presentare domanda per essere riconosciuti come rifugiati. Da gennaio a oggi sono più di 1.600 rimpatri con lo Stato “amico”, talvolta con vere e proprie retate tra gli sbarcati. Evidentemente la volontà politica è questa. Poi, ogni tanto, un morto è semplicemente un effetto collaterale.

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