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Natale tra giochi e filo spinato, il tragico contrasto dei bimbi migranti

Sull’isola greca di Samos è stato inaugurato un nuovo centro di accoglienza per i migranti finanziato dall’Unione Europea. Andrea Costa, presidente e coordinatore di Baobab Experience, appena ha ricevuto una foto dell’area giochi all’interno del nuovo centro, con scivoli e fino spinato, non è riuscito a trattenersi: «Buon Natale! (pagheremo caro, pagheremo tutto)», ha scritto sul suo profilo Facebook. «La foto me l’ha mandata un’attivista stamattina- spiega Costa a Il Riformista – In questo periodo della polemica sulla fake news del Natale abolito faceva contrasto perché questo campo si inaugura proprio sotto Natale con un parco giochi per bambini e con una recinzione che ricorda un periodo buio della nostra vita».

Costa chiarisce che non farebbe «mai paragoni con Shoah. Lo fanno i no vax e la roba mi fa orrore» ma aggiunge che «immaginare bambini siriani afghani e iracheni rinchiusi lì mi fa dire “questa scena io l’ho già vista”. Avrebbero potuto mettere un muretto colorato con disegni, un cancello di legno (visto che purtroppo il campo deve essere chiuso) ma non può essere nel 2021 che l’Ue finanzi una roba del genere mentre ci stiamo commuovendo per i bambini in Bielorussia al di là del filo spinato o alla frontiera bosniaco-croata, per i bambini morti nel Mediterraneo oppure per i minori respinti alla frontiera di Ventimiglia. C’è qualcosa di forte che stride con tutto questo clamore che c’è stato con il Natale: la notizia vera è proprio questa fotografia». Del resto il presidente di Baobab ritene che «il Natale è accoglienza, grotta, i Re Magi e tutto quel mondo variegato presente nello spirito natalizio. Quel campo è a Samos ma può essere il campo di Lipa, può essere ovunque. Oltre al discorso di aprire le frontiere e salvare la gente in mare esistono anche le leggi in difesa dei diritti dei bambini. Quei minori rimarranno lì per mesi, forse per anni».

Del resto questi sono i giorni in cui il Natale comincia ad essere sventolato proprio da certi sovranisti e xenofobi mostrando tutta l’ipocrisia del Natale che riesce a disinteressarsi dei diritti dei migranti: «Questo è il vero tema – racconta Costa – e ti dimostra quanto sia finta questa discussione intorno ai valori e al presepe. Volendo scavare, e lo dico da ateo felice di festeggiare il Natale, si dimostra come queste battaglie siano assolutamente finte. Mai in nessuna parola di queste persone c’è la difesa dei veri valori. Ti rendi conto di come sia una roba usata esclusivamente per voler far passare un altro messaggio: non si difende il Natale, si difendono, lo dice il Papa stesso, i privilegi e si colpiscono i diritti umani, i diritti dell’uomo, delle donne e dei bambini».

Il tema è sempre lo stesso. Secondo Costa «l’Europa politica non è all’altezza. Fortunatamente c’è un’Ue che è quella degli attivisti, dei solidali, dei volontari. Ci sono persone in questa parte fortunata del mondo che capiscono il dramma perché magari tra 100 anni saremo noi a cercare rifugio da un’altra parte». E forse capiremo la lezione.

L’articolo Natale tra giochi e filo spinato, il tragico contrasto dei bimbi migranti proviene da Il Riformista.

Fonte

Dopo il ddl Zan, la nuova maggioranza Italia Viva-centrodestra affossa anche la legge anti-lobby

C’è qualcuno che potrebbe sinceramente credere che questo Parlamento abbia i numeri per votare una seria legge che regoli l’attività di lobbing, per ottenere maggiore trasparenza e soprattutto per inserire una norma che vieti ai decisori pubblici di svolgere almeno per tre anni attività lobbistica? E infatti non vi sbagliate, proprio no.

Ieri in commissioni Affari costituzionali della Camera si discuteva della proposta di legge che prova a regolamentare il cosiddetto fenomeno delle porte girevoli, ovvero quello scambio tra politica e affari dove i rappresentanti dell’una si mischiano con gli interessi dell’altra, che rappresenta da sempre un vulnus delle democrazie.

Il disegno di legge raccoglie tre diverse ddl (uno del Pd con prima firma Marianna Madia, uno di Iv con Silvia Fregolent e uno di M5s con Francesco Silvestri) e prevede un registro in cui inserire i portatori di interessi e le loro attività. Il testo unificato redatto dalla relatrice Vittoria Baldino (M5S) prevedeva inizialmente di escludere la possibilità di iscriversi al Registro per tre anni dopo la fine del mandato per tutti i “decisori pubblici”, vale a dire “i membri del Parlamento e del Governo”, gli amministratori delle Regioni e dei Comuni con più di 300mila abitanti e i membri delle autorità indipendenti ma dopo la discussione di diversi emendamenti era stata trovata la mediazione di escludere dall’iscrizione al registro solo per un anno esclusivamente i membri del Governo nazionale e regionale, mentre per i parlamentari e gli altri soggetti l’esclusione valeva solo durante il loro mandato.

La sintesi finale è stata messa al voto (con parere favorevole del governo espresso dalla sottosegretaria Deborah Bergamini) ma la renziana Fregolent ha deciso di votare contro con tutto il centrodestra, ripetendo di fatto il solito schema di “maggioranza alternativa” che si ripete in queste settimane (lo stesso che ha affossato il Ddl Zan) e soprattutto, come ha sottolineato il capogruppo del Pd in Commissione Stefano Ceccanti, «per far pesare i propri voti, anche in vista del voto per il Quirinale».

Così alla Camera si rimane con un registro che ad esempio sul ministero dello Sviluppo economico ha un’agenda inchiodata allo scorso agosto e che contiene solo 270 iscritti senza mai tenere traccia di nessun incontro tenuto da qualche lobbista con un singolo deputato. Al Senato va ancora peggio: nessun registro e nessuna volontà di introdurlo.

Vale la pena fare un fiaccola precisazione: la legge non avrebbe interessato le attività del leader di Italia Viva Matteo Renzi che ufficialmente non rappresenta interessi di aziende private ma si occupa di conferenze retribuite da Stati esteri.

Insomma sarebbe stata comunque una legge blanda ma evidentemente in questi tempi non è possibile aspirare nemmeno a quello.

La nuova maggioranza Italia Viva-centrodestra invece continua a marciare insieme mentre l’elezione del Presidente della Repubblica si avvicina. Questa forse è la notizia peggiore. Chissà se Draghi si è accorto di tenere insieme un governo che è solo sulla carta.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Morisi: l’ipocrisia non si archivia

Il caso Luca Morisi verrà probabilmente presto archiviato. La Procura di Verona – scrive il Corriere – chiederà a breve l’archiviazione per “particolare tenuità del fatto” nei confronti dell’ex responsabile della comunicazione di Matteo Salvini, che ad agosto era stato indagato per droga dopo che i Carabinieri, su segnalazione di due giovani romeni con i quali aveva trascorso la notte, avevano scoperto nella sua casa di Belfiore una piccola quantità di cocaina.

Subito sono partite le urla sguaiate di destrorsi e primati nazionali per dirci che «era solo fango», che «non c’è nulla» e che la macchina del fango nei confronti dell’inventore della Bestia leghista gli ha rovinato la vita e ha danneggiato la Lega. Qualcuno addirittura vorrebbe spiegarci che non avrebbe dovuto dimettersi.

Tutto questo inutile vociare è cretino. Spostare sul lato giudiziario la vicenda di Luca Morisi è un trucco che non ha niente a che vedere con la realtà. Morisi (e la Lega a ricaduta) ha passato anni a colpire con violenza attraverso la sua comunicazione gli stranieri, gli omosessuali e i consumatori di droga dipingendoli come il male assoluto di un’italianità che andava perdendosi e come segnali di una decadenza culturale, sociale e politica. Sia chiaro: l’ha fatto lui, l’ha scritto lui, l’ha suggerito lui a Salvini nell’orecchio, l’ha radicato lui nella comunicazione del partito. Sostanzialmente Morisi per anni ha additato in pubblico come appestati coloro che avevano gli stessi atteggiamenti che adottava in privato. Questo è il punto: l’ipocrisia di una politica che condanna brutalmente modalità che poi nascostamente adotta.

L’ipocrisia è il peggior peccato per un politico e Luca Morisi aveva un ruolo politico. Di questo stiamo parlando. Su questo sarebbe curioso ascoltare le risposte. Spostare la discussione su un altro piano è una fuga. L’avevamo scritto quando venne fuori questa storia e lo ripetiamo adesso: che dicono alla Lega dell’ennesimo caso che smaschera la loro ipocrisia

Questo ci interessa. L’ipocrisia non si archivia.

Buon mercoledì.

 

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Il fatto di avere una figlia non è un’attenuante bensì un’aggravante: qualcuno lo spieghi al tifoso molestatore

«Ho un figlia, capitemi»: puntuali come una sventura arriva il pentimento lacrimevole di Andrea Serrani, il quarantacinquenne anconetano tifoso della Fiorentina che all’uscita dallo stadio non ha trovato niente di meglio da fare che sputarsi su una mano per tirare una sculacciata alla giornalista Greta Beccaglia, in collegamento per una trasmissione televisiva regionale. Solo che Andrea Serrani è finito su tutte le televisioni e social mentre infoiato ha esibito tutta la sua tossica mascolinità e quindi ora gli tocca fare il pentito perché la figura di merda, si sa, pesa più del reato.

Probabilmente qualcuno gli avrà anche spiegato che quella che lui ritene una leggerezza in realtà è un reato che, ci auguriamo, come reato andrà punito. Non serve, come si chiede in giro, “una punizione esemplare”: serve quello che è giusto e stabilito dalla legge, anche solo quello basterà per lanciare un segnale chiaro.

E, c’era da scommetterci, le scuse di Serrani sono della stessa pasta del suo gesto: ci dice che non voleva essere “un gesto sessista” e “nemmeno un’allusione sessuale” perché il macho Serrani evidentemente tocca indifferentemente culi alle donne e scroti agli uomini ritenendo di essere simpatico; ci fa sapere che non è “una persona cattiva” (e infatti non verrà mica processato per cattiveria ma più banalmente per violenza sessuale); dice che sta “passando tutti i dispiaceri del mondo” (perché invece Greta Beccaglia si sarà sentita benissimo dopo essere stata investita da un’orda di uomini come lupi affamati); si lamenta di avere “lavorato per una vita” e poi “guardate dove è finita questa cosa per uno sbaglio”, perché ovviamente come tutti pretende comprensione. 

Insuperabile la spiegazione sullo sputo: “stavo tossendo, non ho sputato”, ci spiega. Forse oltre a un avvocato gli conviene cercare un buon pneumologo in giro, anche perché non sono tempi buoni per la tosse questi. L’avvocato, da buon avvocato, confida in una composizione bonaria e invita Greta Beccaglia (che su quasi tutti i giornali viene continuamente chiamata “Greta” perché come tutte le donne non ha un cognome e non ha una professione, è semplicemente una femminuccia da trattare con paternalista tenerezza) a conoscere Serrani per accettare le sue scuse.

Notevole anche Il Resto del Carlino che intervista tutti gli amici di Serrani che trova in giro per dirci che “lo sanno tutti che è un buono”, “un ragazzo di grande forza ma mai violento e affettuoso con le persone” (insomma, gli è uscita una pacca sul culo troppo intensa perché è troppo muscoloso). 

Per non farci mancare niente Andrea Serrani ci dice che ha anche un figlia, come se fosse un’attenuante senza riconoscere che invece è un’aggravante. Il che ci dice almeno due cose: quindi Andrea Serrani sarà sorridente e aperto a tutti quelli che molesteranno per gioco sua figlia ma soprattutto Andrea Serrani non riesce proprio a non usare le donne e infatti alla fine usa la figlia come scudo.

Non male come difesa, davvero. Ha ragione Greta Beccaglia a dire che «le scuse sono il minimo» e che «la giustizia deve fare il suo corso». Molti si lamentano che di questo storia si sia parlato troppo («non siamo tutti così!», urlano nel vento di certe code di paglia), facciamo che ne parli un tribunale. Lì, vedrete, si discuterà di Serrani come l’ennesimo uomo che ha usato il corpo di una donna senza consenso approfittando di un momento di temporanea fragilità, nel pieno di una diretta televisiva. E prima o poi si capirà che Andrea Serrani incarna esattamente il modello culturale da combattere.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Siano beati i tagliatori di teste

Forse non vi è sfuggita la notizia che qualche giorno fa, l’avvocato Stefano Rotondi scriveva sui suoi social: «Sono orgoglioso di annunciare che LabLaw (lo studio dell’avvocato Rotondi, nda) ha vinto il premio come ‘Studio dell’anno Lavoro’ ai TopLegal Awards 2021», aggiungendo le seguenti motivazioni: «Stimato per la proattività e la lungimiranza con cui affianca i clienti. Come nell’assistenza a Gkn per la chiusura dello stabilimento fiorentino e l’esubero di circa 430 dipendenti».

Il post del legale si conclude così: «Lavoro di squadra, passione e dedizione, questi i valori nei quali crediamo e che ci spingono a voler raggiungere traguardi sempre più alti». Il post è stato pubblicato il 24 novembre alle 16:22 ma il 26 novembre è stato cancellato.

Il Collettivo di Fabbrica-Lavoratori Gkn rispose per le rime: «And the winner is… Comunque a noi pare che contro la Fiom di Firenze avete perso non uno ma due articoli 28, la fabbrica ad oggi non è chiusa, e per quanto ci riguarda abbiamo avuto modo di apprezzare la vostra discutibile presenza in sede sindacale dove non ci sembra abbiate tenuto testa a quattro operai in croce nell’assistere un liquidatore in sede sindacale senza nemmeno forse sapere che forma hanno i nostri semiassi. Firmato: i vostri 430 esuberi circa».

Il sindaco di Firenze Nardella si definì «disgustato», il ministro del lavoro Andrea Orlando disse «dobbiamo pensare a cosa sia successo per arrivare a questo punto. Non è giusto vantarsi di un licenziamento. Bisogna riflettere sul come sia possibile che diventi quasi normale che uno rivendichi di aver assistito quel tipo di licenziamento. Se c’è chi lo rivendica – ha concluso ironicamente – magari pensa anche che possa portare qualche prestigio».

Ora siamo, c’era da aspettarselo, al capovolgimento della situazione. L’avvocato Rotondi ieri ha indossato i panni della vittima: «Non esiste un premio per chi licenzia – dice – e nessun premio è stato dato al mio studio perché siamo stati bravi a licenziare, questa è solo una strumentalizzazione mediatica che da una parte posso condividere sotto un profilo umano con i lavoratori interessati, ma non condivido in nessun modo per l’altra parte del mondo». Rotondi ci dice anche che questa situazione «non fa altro che fomentare un odio e una pericolosità sociale inaccettabili. Io sono molto preoccupato per la sicurezza dei miei collaboratori – dice -, della mia famiglia e da ultimo per me. Sono mesi che noi con i nostri partner le istituzioni e la società stiamo cercando di trovare una soluzione da un problema che esiste, questo è fuor di dubbio. Però questo è lo sforzo che è stato premiato dalla società che ci ha dato e indicato tra gli studi migliori in questo settore».

La difesa (deboluccia, tocca ammetterlo) dell’avvocato è interessante: sostanzialmente dice di non avere contribuito alla sistemazione di nessun esubero e di essere stato premiato per la buona volontà (credibile, vero?); riesce ad accusare dei lavoratori licenziati (perché loro no, loro non hanno problemi di sicurezza di sostentamento per i figli e per le loro famiglie) e infine ci fa sapere che «si sta pensando a soluzioni che possano evitare in assoluto qualsivoglia  problema occupazionale e sociale». Quindi, perché avrebbe festeggiato?

È la retorica dei tagliatori di teste in questo fine 2021, l’inizio di un’epoca che promette per loro grandi regalie: tagliare 422 lavoratori significa contribuire al rilancio economico del Paese. Sembra una storia di provincia e invece è un vento che spira fin nei piani più alti del governo: per molti il Pnrr sarà possibile solo liberandosi dei lacci di legge che tutelano i lavoratori per poi poterli riassumere molto più deboli, molto più schiavi, molto più disponibili alle rinunce. E forse il ministro Orlando dovrebbe spiegarci come sia possibile che uno studio legale sia riuscito a compiere una strage di lavoratori senza trovare uno scoglio. Perché il problema non sono i tagliatori di teste ma gli spifferi di una legge sempre più blanda che gli permette di essere i nuovi beati.

Buon martedì.

 

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Prendiamocela, invece

Greta Beccaglia è una giornalista di Toscana Tv che ieri era all’uscita dei tifosi del Castellani di Empoli per fare il suo lavoro. Se non avete ancora inteso il senso della giornata internazionale contro la violenza sulle donne e se ancora siete convinti che solo il femminicidio sia un evento per cui allarmarsi (e ci sono quelli che nemmeno per quello hanno un sussulto) allora potete guardare con attenzione quei secondi in cui Beccaglia (che su molti giornali di oggi è “Greta” e basta perché le donne, si sa, si chiamano per nome o per parentela) sta facendo il suo lavoro e viene palpeggiata da un passante che ancora eccitato dalla partita pensa bene di sputarsi sulla mano e tirarle una pacca sul sedere. Non finisce qui: pochi secondi dopo altri tifosi, infoiati per il lussurioso binomio calcio-donna le lanciano epiteti schifosi. Uno sognava di consumarla lì sul posto e continuava a ripeterle «Bellissima. Sei bellissima»·

Beccaglia prova ad abbozzare. Risponde dicendo che no, che non è quello il modo, intervistata da Repubblica dice di aver provato a essere “professionale”. In fondo funziona così: alle donne viene richiesto di essere professionali anche quando gli si vomita addosso di tutto. In quei secondi c’è dentro tutto: c’è quello che non si trattiene e fa ciò che il branco sognerebbe di fare, c’è la mancata solidarietà di tutti quelli intorno che rendono il tutto estremamente normale, c’è un reato (perché la molestia è un reato, vale la pena ricordarlo) in diretta televisiva che viene trattato come un prevedibile incidente e c’è perfino la vittimizzazione secondaria di Beccaglia che sui social viene invitata a non indossare quei jeans troppo stretti perché come al solito la donna che lavora deve essere incompetente, non all’altezza e sprovveduta e non fa niente che Greta Beccaglia abbia fatto interviste nel post partita perfino sotto la curva del Boca Juniors, a Buenos Aires, in uno stadio famoso per essere “caldo”. Doveva temere Empoli, invece. C’è anche un altro aspetto: i calciatori in campo erano tutti con un bel segno rosso sul viso per manifestare contro la violenza sulle donne. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti, perfino la messinscena.

Dallo studio il conduttore Giorgio Micheletti la invita a continuare («non te la prendere», ripete), poi assume il solito atteggiamento paternalista dicendole che «sono esperienze che aiutano a crescere» e infine la invita a chiudere il collegamento e sbrigarsela da sola. Sarebbe bello capire se Micheletti sia disposto a non prendersela mentre qualcuno gli palpa lo scroto all’esterno di uno stadio e sarebbe curioso sapere quale esperienza di vita possa essere una manata sul culo.

Fatto sta che l’altro ieri in diretta abbiamo assistito a un reato e in questo Paese che vive sui reati (veri o presunti) la roba è considerata una semplice disavventura. Il sito della Fiorentina (che giocava in quello stadio) definisce l’accaduto sul suo sito ufficiale «un gesto stupido e incivile». Eppure meraviglia che ci si meravigli che un gruppo di tifosi veda una donna come oggetto a sua disposizione: è il naturale risultato della narrazione e della cultura patriarcale.

Il tifoso che palpa e il giornalista che minimizza sono figli della stessa cultura, nonostante uno commetta un reato e l’altro semplicemente faccia la figura del cretino: non prendersela è il modo migliore per concimare l’ambiente in modo che succeda di nuovo, sempre di più, sempre peggio.

E allora prendiamocela. Usate tutto questo bifolco giustizialismo che avete sempre contro i disperati per chiedere giustizia, convogliate la rabbia nel verso giusto. Aspettiamo con ansia la notizia che quel tifoso venga identificato e denunciato. Prendersela è il modo migliore per celebrare la giornata contro la violenza sulle donne tutti i giorni dell’anno.

Buon lunedì.

Per approfondire, Left in edicola fino al 2 dicembre 2021

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La variante sovranista

Che spudorata tenerezza. L’Europa e gli Usa, che ora tremano per la nuova variante sudafricana, le hanno perfino trovato il nomignolo con la quindicesima lettera dell’alfabeto greco, quell’Omicron breve che forse vorrebbe essere un augurio. Chiudete gli aeroporti, si dicono al telefono, convinti che il mondo abbia una scala antincendio che permetta una discesa tranquilla anche nei più gravi casi di emergenza. Chiudono i porti, chiudono gli aeroporti, diventano torvi con gli altri (e gli altri erano cinesi, poi lodigiani, ora sudafricani) e non sanno che il virus viaggia veloce, come le merci ma senza bisogno di autostrade e pedaggi.

La miopia di chi è convinto di salvarsi blindandosi

Un’ora fa, scrivo e sono le 11 e 22, 61 persone sono arrivate a Amsterdam dal Sudafrica e sono tutte positive, ieri un paziente contagiato dalla variante Omicron è stato individuato in Belgio e la pandemia avrebbe già dovuto insegnarci che a meno che quello non abbia vissuto gli ultimi giorni surgelato avrà visto gente, ci avrà parlato, si sarà strusciato su passanti che l’hanno oltrepassato, se gli è andata bene avrà avuto pure un caldo contatto fisico. Anni di pandemia e dirigenti del mondo occidentale tribolano davanti alle sciagurate novità con lo sguardo corto di è convinto di potersi barricare e fare di tutti gli altri una periferia.

I ricchi stanno erogando più richiami di quante prime dosi siano usate nelle nazioni povere

La variante Omicron sudafricana avrebbero benissimo potuto chiamarla variante M come miopia, oppure E come egoismo o meglio ancora avrebbero potuto chiamarla S come stupidità. Sono mesi che si invita a ragionare su un mondo che no, non finisce al cancello del nostro cortile ma ha bisogno di essere curato con solidale eguaglianza per guarire, sono mesi che i Paesi più ricchi del mondo scrivono su carta intestata che il vaccino debba essere una sfida globale eppure l’Africa ha il 17 per cento della popolazione mondiale e il 3 per cento delle dosi di vaccino. Oggi nel mondo si somministreranno più terze dosi che prime dosi, i ricchi stanno erogando più richiami di quante prime dosi siano usate nelle nazioni dei poveri. Non è solo una questione di etica (che gliene fotte a questi dell’etica, nelle scuola la sostituirebbero volentieri con un’ora in più di catena di montaggio), è una questione di efficacia: credere di sconfiggere una pandemia globale (quindi interconnessa) con un disconnesso intervento in base al reddito è un’idiozia evidente fin dai primi mesi.

Il sovranismo sanitario non funziona e non funzionerà

Il programma Covax dell’Oms, con la sua solita liturgia del “che bravi i ricchi che aiutano i poveri a casa loro”, promette la vaccinazione del 70 per cento degli africani entro luglio 2022 ma con le sporadiche donazioni di qualche milione di dosi non si risolverà il problema. Pensateci, quale sindaco governerebbe la sua città vaccinando solo una parte dei suoi cittadini fino alla terza dose e lasciando indietro interi quartieri? Verrebbe preso per irresponsabile, cretino e in malafede. Sicuro. Quante altre ondate dovranno arrivare prima che qualcuno sottolinei l’immoralità di chi non liberalizza il brevetto del vaccino che può farci ripartire? La chiamano sudafricana ma la variante che riempie i giornali in queste ore ha il retrogusto del capitalismo, sempre lui, che tratta anche il Covid come un problema da risolvere per sé prima di dedicarsi agli altri. Siamo di fronte a un sovranismo sanitario che non funziona e non funzionerà: uscirci tutti insieme sarebbe stata l’unica illuminata e responsabile strada da perseguire. Lo capiranno tardi. Lo capiranno solo quando il virus intaccherà ancora più sensibilmente i loro soldi.

L’articolo La variante sovranista proviene da Tag43.it.

La politica è ormai latitante sulla mafia

L’ultimo alito di un vero dibattito a livello nazionale è stata la penosa diatriba sulla mafia che in Lombardia non esisteva secondo alcuni importanti esponenti del centrodestra. Era novembre del 2010. Se vi sforzate a cercare l’ultima volta che avete sentito parlare di mafie tutti ma proprio tutti i media, i politici, le copertine, i telegiornali, la gente al bar, i colleghi in ufficio bisogna tornare indietro di 11 anni. Poi, chissà perché, l’argomento si è involuto da emergenza a fisiologico danno, i partiti hanno svogliatamente inserito la lotta alla criminalità organizzata nei loro opuscoli elettorali più per non farne notare l’assenza che per un reale coinvolgimento, le agenzie stancamente lanciano l’arresto di qualche personaggio noto sempre con il solito schema, perfino le reazioni sono sempre uguali a se stesse da poterle anticipare prima che avvengano. L’antimafia in Italia è tornata a essere il faticoso passatempo degli affezionati e anche le associazioni più influenti sono sempre più fiacche nel reale coinvolgimento della società civile.

Continua a leggere sul settimanale The Post Internazionale-TPI: clicca qui

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Ranucci parla di politica e a certi politici non piace: ecco perché lo ricoprono di fango

Pensare che i giornalisti eroi funzionano sempre così bene, vendono parecchio, stringono intorno a sé la politica di ogni colore e si meritano hashtag di solidarietà. Funzionava così, una volta, poi invece agli eroi si è chiesto di occuparsi solo di bassa manovalanza mafiosa, di ladri di polli oppure di ciò che accade fuori dal nostro Paese. La qualità più richiesta ai giornalisti eroi ora è l’allarmare senza citare nessuno, raccontare gli intrighi riuscendo a dimenticarsi quelli che brigano, raccontare fenomeni di corruzione senza corrotti e corruttori, parlare di mafia limitandosi solo ai mafiosi, magari un bel speciale sui furti investigando solo sui derubati, senza ladri. Deve esserci un nuovo modello di giornalista coraggioso che sta tutto il giorno con un sorriso mellifluo e non adombra mai nessuno.

Altrimenti non si spiegherebbe come mai un giornalista, Sigfrido Ranucci, sia coperto da mesi di fango, accusato delle peggiori oscenità senza nemmeno un sussulto in suo difesa, senza provare un po’ di vergogna nel vivere in un Paese in cui un unico giornalista sia stato accusato praticamente di tutto, spesso sempre dalla stessa parte politica, con la placida differenza della politica sempre famelica in cerca di nuovi eroi (mi raccomando, non disturbanti).

Si passa dalla vecchia storia di presunti 45mila euro pagati a una società lussemburghese tirata fuori dal renziano Luciano Nobili per insinuare che Report avesse pagato una fonte per ordire un complotto contro Matteo Renzi. Nobili in quell’occasione si era addirittura superato: aveva sbagliato a indirizzare l’interrogazione parlamentare (il ministero dell’Economia non è competente in materia), si era beccato una minaccia di querela dalla società accusata (Tarantula) e poi ha ci ha deliziato con un mirabile dietrofront al grido di «forse mi hanno detto una stupidaggine». Eh già, l’importante è spargere l’ombra del dubbio.

Poi c’è stato un esilarante impegno per raccontare che esistessero presunte mail complici tra Ranucci e l’ex portavoce di Giuseppe Conte, Rocco Casalino, sempre per inoculare il dubbio che Ranucci fosse “al soldo” di qualcuno. Il fango, anche in quel caso, è durato ben poco vista l’inconsistenza della diceria ma intanto il ventilatore ha sparso un po’ di macchi in giro, ancora.

Poi c’è stato il tentativo di bollare Ranucci come stupido no vax per una puntata di Report. Sono tempi così: permettersi di criticare alcune decisioni o di indagare alcune responsabilità sulla pandemia derubrica tutto al “complottismo” e le tensioni sociali rendono ancora più semplice il trucco.

Ora gli onorevoli Davide Faraone (guarda un po’, sempre della scuderia di Renzi) e Andrea Ruggeri di Forza Italia estraggono dal cilindro una lettera che accuserebbe Ranucci di essere un molestatore. Pensate la coincidenza: tutto accade proprio nella giornata contro la violenza sulle donne quando è molto più semplice entrare in tendenza sui social. Peccato che chiarezza su quella lettera Sigfrido Ranucci l’abbia chiesta già da tempo presentando l’estate scorsa una denuncia alla magistratura. «Credo che il nobile esercizio della funzione di controllo da parte di un parlamentare dell’istituto della vigilanza, mai abbia toccato un livello così basso», dice Ranucci e in effetti viene difficile dargli torto.

In tutto questo, vale la pena ricordarlo, Ranucci è anche sotto protezione per minacce di mafiosi che lo vorrebbero volentieri ammazzare. Minacce, queste sì, verificate e riscontrate dalla magistratura.

Ma Ranucci si è messo in testa di parlare di politica, non gli entra in testa che per essere un eroe qui da noi devi essere omeopatico e sempre cortese con tutti. Il giornalismo che piace a tutti è un lungo, ben pagato, pranzo di gala.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Il super green pass è l’ultima trovata di un governo che non ha il coraggio di imporre il vaccino obbligatorio

Prima osservazione: se un decreto come quello sul super green pass (a proposito, forti questi nomi come livelli di un videogioco) fosse uscito da un governo che non fosse “dei migliori” oggi avremo le pagine dei giornali che grondano vendetta e certi Mattei che si starebbero immolando sull’altare della libertà usurpata. Funziona così: offrire a tutti un posto a tavola funziona da bromuro anche per i rivoluzionari più incalliti.

C’è da tutelare la salute pubblica, questo è chiaro a tutti, e c’è da evitare il sovraffollamento degli ospedali di fronte a dati che non sono confortanti. Mario Draghi (che in cuor suo, c’è da scommetterlo, tutto si augurava tranne che una quarta ondata che rischia di offuscare la narrazione dell’uomo della ripartenza) dice che bisogna “prevenire per conservare”, questo sarebbe il sentimento del nuovo decreto. Solo che il principio di precauzione è sempre un rischio perché in nome della prevenzione può valere tutto e il suo contrario. Il principio di precauzione tra l’altro è anche una scappatoia politica che nulla ha a che vedere con il piglio decisionale che qualcuno si ostina a voler intravedere in questo governo: diciamocelo chiaramente, qual è l’obiettivo del green pass?

Sarebbe bello sentire la politica dire chiaramente che il super green pass è l’affilamento del tentativo precedente di obbligare i no vax a vaccinarsi senza avere il polso di imporre un obbligo vero per non gravare sugli ospedali che stanno andando in sofferenza. Solo che se Draghi o chi per esso avesse dichiarato apertamente il fine di questo decreto avrebbe dovuto dirci (perché così dice la legge e la Costituzione) quale sarebbe la percentuale di vaccinati che si deve raggiungere per la decadenza dello stato d’emergenza (precauzionale) e avrebbe dovuto dirci in quanto tempo il governo pensa di raggiungere quella percentuale. Il diritto, come ha ripetuto più volte la Corte costituzionale, si fonda sulle evidenze scientifiche fotografate in un determinato momento. Con l’obbligo di green pass, anche se rinforzato, invece sembra valere tutto. La “preoccupazione” non è una base giuridica su cui emanare decreti. Tutti i provvedimenti che limitano la libertà (anche in un periodo di difficile pandemia come questo dove le situazioni si evolvono rapidamente) hanno bisogno di essere supportati da criteri di proporzionalità, necessarie e adeguatezza ma la sensazione è che, anche in questo caso, si ritenga tutto questo un burocratico fastidio da poter scavalcare in nome della suprema preoccupazione.

E invece no, non funziona così. E finché non si capirà che proprio la debolezza giuridica di queste scelte è il più gran regalo che si possa fare ai contestatori incalliti, si continuerà a essere facilmente criticabili e colpiti nella propria autorevolezza. Come nel caso dei vaccini che sono stati proposti come “liberazione immediata di tutti i rischi” (errore della politica e di certa scienza troppo impegnata a incensarli per convincere senza prendersi la responsabilità di raccontare la complessità che comunque è sempre a favore dei vaccini) ci si ritrova di fronte a un certo paternalismo che deve valere come giustificazione di tutto.

Come sta facendo notare qualcuno c’è un’enorme differenza tra scegliere il super green pass come condizione necessaria per andare al cinema o al ristorante rispetto a un obbligo vaccinale che avrebbe avuto come sanzione il non entrare in un cinema e in quello stesso ristorante. Fingere di non capirlo renderà tutto molto più complicato. Il presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick ripete che l’obbligo vaccinale sarebbe un intervento “più lineare e consentito dalla Costituzione” ma per farlo serve fare politica sul serio, non basta sembrare buoni padri di famiglia profondamente preoccupati.

L’articolo originale scritto per TPI è qui