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Salario minimo? Ce lo chiede l’Europa

Chissà come sono saltati sulla sedia tutti i finto-europeisti, che usano l’Ue per fomentare la finanza e poi se ne dimenticano quando si tratta di diritti, leggendo che l’Europarlamento ha approvato il mandato concordato dalla Commissione per l’occupazione e gli affari sociali (443 voti a favore, 192 contro e 58 astensioni) per avviare i colloqui con i governi dell’Unione Europea su una direttiva che garantirà a tutti i lavoratori dell’Ue un salario minimo equo e adeguato.

Quel salario minimo che da noi è visto come il diavolo perché, si sa, potrebbe turbare il sonno di un’imprenditoria che spesso investe sulla ricerca di schiavi più che investire nella qualità del proprio lavoro, dei diritti e dei prodotti. Chissà come saranno terrorizzati del fatto che l’Europarlamento propone due soluzioni: un salario minimo legale (il livello salariale più basso consentito per legge) o la contrattazione collettiva fra i lavoratori e i loro datori di lavoro. Salario minimo e contrattazione collettiva qui da noi sono state attaccate da più parti in tutti questi anni perché i valenti liberali hanno provato a convincerci che fossero la rovina dell’economia. L’Europa non sembra essere d’accordo.

Chissà se qualcuno non si vergognerà di avere cassato il dibattito sul salario minimo qui da noi (dibattito sempre trattato come una fisima di pochi brigatisti dell’economia) e ora gli tocca prendere atto che invece ne stanno parlando tutti.

Intanto in Germania stanno portando il salario minimo a 12 euro; 12 euro è il salario medio di un lavoratore italiano. Quindi il più povero in Germania guadagnerà come un italiano medio. Si nota la differenza A proposito: Banca d’Italia dice che le imprese non crescono perché non investono, mica per il costo del lavoro (lo scrive qui).

Quanto deve essere dura fare i conti con la realtà.

Buon venerdì.

 

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Curavano i profughi, la procura archivia indagine su coppia di Trieste

Sarà quest’ansia di vedere trafficanti dappertutto o sarà l’idiosincrasia per la solidarietà, ma l’archiviazione di Gian Andrea Franchi e la moglie Lorena Fornasir dopo averli additati come finissimi capibanda dediti al personale arricchimento grazie al traffico di essere umani è l’ennesima spregevole pagina di una magistratura e di una politica che osserva con sospetto la solidarietà e puntualmente cerca (fallendo) di criminalizzarla.

Che un docente di filosofia in pensione di 84 anni e una psicoterapeuta di 67 anni potessero essere collegati a una rete criminale di altre 32 persone avrebbe potuto già sollevare qualche dubbio alla Digos di Trieste e al Servizio per il Contrasto all’estremismo e al terrorismo esterno, gli stessi che si sono presentati a casa della coppia alle 5 del mattino per prelevare documenti, cellulare e computer alla ricerca di prove a sostegno dell’ipotesi di reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Solo che quella abitazione è anche la sede dell’Associazione Linea d’Ombra ODV per cui Franchi e Fornasir, tutti i giorni, allestiscono un piccolo presidio medico all’esterno per offrire prima assistenza ai migranti che percorrendo la cosiddetta rotta balcanica passano il confine croato per arrivare fin lì. Dal 2019 la coppia arriva tutte le sere in piazza della Libertà a Trieste, dove vive, per dare testimonianza di «un atto di resistenza alla criminalità dei confini e dell’esistenza di persone rese invisibili e disumanizzate», come spiegano i due. Curano le ferite che i migranti si procurano durante il lunghissimo viaggio a piedi, Lorena Fornasir arriva con il suo conosciutissimo carrettino verde che contiene bende, antinfiammatori e antidolorifici. Tutto è sempre avvenuto in pubblico, sotto gli occhi delle forze dell’ordine e della cittadinanza.

Gian Andrea Franchi viene indagato per fatti risalenti a luglio del 2019 (lo stesso anno di fondazione della loro associazione) «con le aggravanti ad effetto speciale del concorso di tre o più persone e dell’uso di documenti contraffatti, con l’ulteriore aggravante d’aver commesso il fatto al fine di trarre profitto. Sotto i riflettori degli investigatori finisce l’ospitalità data a una famiglia iraniana di quattro persone, due genitori e i figli di 9 e 11 anni, che non sapeva dove passare la notte e che era partita la mattina successiva in treno per raggiungere la Germania.
Poco dopo viene indagata anche Lorena Fornasir e l’inchiesta dal tribunale di Trieste passa al tribunale di Bologna poiché Fornasir è anche giudice onorario presso il tribunale dei minori di Trieste e dunque presente nei ranghi della magistratura della città.

Il tribunale e il giudice per le indagini preliminari di Bologna hanno semplicemente letto le carte e emesso l’archiviazione. Archiviazione disposta «non emergendo elementi che consentano la sostenibilità dibattimentale dell’accusa». L’indagine triestina si inserisce nel clima pesante nei confronti di chi fornisce assistenza ai migranti. Il “reato di solidarietà” evidentemente viene cercato con pervicacia da chi si ostina a credere che i bisogni dei migranti sfuggano al diritto nazionale e internazionale. «Il succo di questa vicenda – spiega la coppia – sta appunto nel rendere ancora una volta evidente il carattere politico delle denunce nei confronti degli attivisti solidali con i migranti: così è caduta la denuncia contro Mediterranea e prima ancora quella contro Carola Rackete. Crediamo che cadrà anche quella di Andrea Costa di Baobab di Roma. Diverso è caso di Mimmo Lucano perché gli inquirenti ritengono che si tratti di un esempio pericoloso in quanto avrebbe potuto diffondersi presso altri piccoli comuni spopolati come esempio di rinascita sociale».

Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir ora promettono di «continuare la lotta» e stanno già organizzando il loro prossimo viaggio in Bosnia dove regolarmente vanno per portare aiuti, vestiti e medicinali. Ancora una volta si scopre che la solidarietà non è reato. Un po’ tardi, come sempre.

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La morte di Madina è una vergogna per l’Ue. Ma la sentenza in Italia è stata oscurata

Madina Hussiny, nel 2017, aveva appena sei anni. Veniva dall’Afghanistan e con la sua famiglia aveva intrapreso la cosiddetta rotta balcanica, il percorso via terra che ogni giorno vede migliaia di migranti in cerca di un futuro migliore in Europa. Madina era arrivata in Croazia passando da Pakistan, Iran, Turchia, Bulgaria e Serbia. Quando ha messo piede nel vecchio continente, i militari hanno rispedito indietro lei e suoi cari senza nemmeno esaminare la loro richiesta d’asilo, come prevede il diritto internazionale. I migranti erano complessivamente 14, di cui sei bambini, e dopo essere stati respinti di notte hanno seguito i binari della ferrovia per tornare in Serbia. Su quei binari è passato il treno che ha ucciso Madina. Oggi, a quattro anni di distanza, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accertato la violazione del diritto alla vita da parte della Croazia e ha condannato il trattamento inumano nei confronti dei bambini, la privazione illegale della libertà, l’ingiusta espulsione dal territorio europeo. Una sentenza sancisce ancora una volta l’illegalità dell’Europa nella politica adottata sull’immigrazione.

La notizia, però, non l’avete letta in giro. Del resto i cosiddetti “respingimenti informali” sono una prassi che tutta l’Ue adotta con consapevole leggerezza, fregandosene dei diritti umani di cui si riempie spesso la bocca. La rotta balcanica, come il Mediterraneo, è un cimitero di semivivi in cui l’unica legge è il respingimento e la violenza. La Croazia condannata in questa storia è semplicemente l’esecutrice dell’Ue, che infatti dal 2017 al 2020 ha sborsato 13 milioni di euro per gestire i confini e i flussi migratori. Il peloso europeismo di questo tempo ha sconsigliato molti direttori e caporedattori italiani di riportare con impeto la notizia. Nella sentenza si legge che «è tempo di rivedere l’intero sistema e adattare i trattati che proteggono i rifugiati alla luce delle sfide attuali». Ma nessuno disturbi il manovratore.

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L’articolo originale scritto per TPI è qui

Suicidio assistito, per Mario si allungano i tempi: “Trappola burocratica, anche il governo è inadempiente”

«Una grave trappola burocratica messa in atto ai danni di Mario da 14 mesi, il tribunale si è già espresso». La sensazione è che in fondo all’Associazione Luca Coscioni si aspettassero intoppi sulla vicenda di Mario (nome di fantasia), il paziente marchigiano tetraplegico immobilizzato da 10 anni che ha chiesto da oltre un anno all’azienda ospedaliera locale che fossero verificate le sue condizioni di salute per poter accedere legalmente in Italia ad un farmaco letale per porre fine alle sue sofferenze, in applicazione della sentenza di incostituzionalità della Corte Costituzionale n. 242/2019 che indica le condizioni di non punibilità dell’aiuto al suicidio assistito.

Ieri il Comitato etico ha attestato la presenza delle quattro condizioni stabilite dalla Corte Costituzionale, ma in serata la Regione Marche con una nota «chiarisce che sarà il Tribunale di Ancona a decidere se il paziente tetraplegico di 43 anni potrà avere diritto al suicidio medicalmente assistito. Il Comitato Etico da parte sua ha sollevato dubbi sulle modalità e sulla metodica del farmaco che il soggetto avrebbe chiesto (il tiopentone sodico nella quantità di 20 grammi, senza specificare come dovesse essere somministrato)». «Da avvocato non capisco il comunicato della Regione Marche. – dice l’avvocata Filomena Gallo, codifensore di Mario e Segretaria dell’associazione Coscioni – Lo scorso giugno è stata emessa una decisione del tribunale di Ancona chiara: è l’azienda sanitaria a dover verificare le modalità del suicidio assistito». In effetti lo scorso 9 giugno il Tribunale Ordinario di Ancona, come si legge nella sentenza, ha imposto «all’Asur Marche di provvedere, previa acquisizione del relativo parere del Comitato etico territorialmente competente, ad accertare se […] le modalità, la metodica e il farmaco prescelti siano idonei a garantirgli (a Mario ndr) la morte più rapida, indolore e dignitosa possibile» e «invece – dice Gallo – su quel punto non è stato scritto nemmeno una riga dai medici».

La Segretaria dell’associazione Coscioni è convinta che «semplicemente Asur Marche sta dilatando i tempi di attesa di Mario che da 15 giorni soffre e attende questo parere dopo essersi sottoposto a tutte le verifiche necessarie. La Corte Costituzionale ha chiaramente detto che l’aiuto al suicidio non è reato quando il malato è nelle condizioni stabilite. Il parere del Comitato etico è importante perché è la prima volta che un malato viene sottoposto a verifica dai medici di una struttura pubblica. Avrebbe potuto non avere i requisiti. Li ha. Ora ci dobbiamo occupare delle modalità. Il tribunale ha dato compito all’Asur Marche di verificare le modalità. Oggi abbiamo avuto il mandato da Mario di procedere in tutti i modi possibili contro Asur Marche perché questa inadempienza determina ulteriori giorni di attesa per lui. C’è una relazione che descrive nel dettaglio quanto dolore e quanta sofferenza Mario deve sopportare ogni giorno. Ha rifiutato qualsiasi altro tipo di comportamento perché vuole essere capace cosciente e in ascolto del proprio corpo fino all’ultimo».

Del resto il dilatarsi dei tempi in tutta questa storia è, secondo Gallo, significativo: «Abbiamo fatto una diffida, una denuncia penale. A giugno. Le visite sono iniziate a settembre. Siamo a novembre. La dignità della sua scelta è tirata all’estremo. Non sono tempi burocratici, non c’è volontà politica di dare risposte. Non c’è stata volontà politica dal ministro della Salute che non ha preteso immediata attuazione della sentenza Corte Costituzionale. Mario ha avuto la forza di andare addirittura personalmente in tribunale. Ad agosto dall’Asur hanno inviato un diniego senza nemmeno visitare il paziente. Lui ha voluto sempre agire nella piena legalità. Mario ha dovuto accettare due giudizi del tribunale civile. Il ministro ha il dovere di fare applicare le sentenza erga omnes della Corte Costituzionale che ha valore di legge dal giorno dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Quella volontà va rispettata e chi la aiuta non è più perseguibile». Per Filomena Gallo è «mancanza di volontà politica diffusa e concreta. Il presidente del Consiglio avrebbe dovuto azionare gli strumenti per l’esecuzione di quella sentenza, l’Amur Marche è in Italia e deve rispettare le nostre leggi. Oggi non rispetta nemmeno la decisione del tribunale di Ancona. Si tratta di mancanza di volontà politica e di grande crudeltà». Per questo l’associazione Coscioni ha diffidato anche il governo «che avrebbe potuto azionare i propri potere per fare applicare la legge».

Intanto lo scontro si sposta anche in Parlamento dove ieri era in discussione il testo di legge (che unifica le 7 diverse proposte) che è un accordo tra le parti politiche che non fa altro che ribadire ciò che la Corte costituzionale ha già riconosciuto con la sentenza Cappato/Dj Fabo. Ieri i relatori Bazoli (Pd) e Provenza (M5S) hanno espresso parere contrario agli emendamenti sull’eutanasia legale: «Per loro, la legge deve riguardare solo le procedure di ciò che è già legale (grazie alla Corte costituzionale sul mio processo): l’aiuto medico al suicidio – dice Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Coscioni – Secondo Bazoli e Provenza, dunque, una persona totalmente paralizzata dovrebbe essere discriminata nella possibilità di essere aiutata a morire anche se si trovasse nelle condizioni, stabilite dalla Consulta, di sofferenza insopportabile, dipendenza da cure salvavita e patologie irreversibili. In ogni caso, dalla proposta dei relatori continuano a essere esclusi anche i malati che non siano dipendenti da trattamenti di sostegno vitale, come solitamente accade per i malati di cancro».

Riccardo Magi, deputato e presidente di +Europa, chiede al presidente della Camera Fico «che i lavori di commissione proseguano oggi, domani, dopodomani e sabato. Altrimenti si vada in Aula ‘in stato di relazione’, cioè con il testo unificato adottato come testo base, o con la prima proposta di legge delle abbinate che in questo caso sarebbe la legge di iniziativa popolare sulla liceità dell’Eutanasia». La politica decide come spesso accade di non decidere. Per questo secondo Cappato «di fronte a tale scelta politica dei principali gruppi parlamentari che sulla carta avrebbero potuto non essere ostili alla regolamentazione dell’eutanasia, è evidente che l’unico strumento per arrivare all’eutanasia legale come in Belgio, Olanda, Spagna, Lussemburgo e Portagallo sarà il Referendum di abrogazione parziale del reato di “omicidio del consenziente” sottoscritto da 1.240.000 cittadini».

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Caro fallocrate

Caro fallocrate,

come ti senti oggi che è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e tu sei convinto che la cosa non ti tocchi, al massimo un post veloce su Facebook con la manfrina delle donne che non si toccano nemmeno con un fiore o altri gesti facili, veloci, deresponsabilizzanti.

Chissà, caro fallocrate, se poi te ne vai gonfio, tronfio e grondante di gel in ufficio sentendoti un maschio vero mentre rilasci complimenti unti sull’abbigliamento delle tue collaboratrici, mentre ti informi se hanno un fidanzato o meno, mentre inviti insistentemente per un caffè che con quel lavoro non c’entra niente o mentre fai sapere che quelle dovrebbero essere onorate dalla tua attenzione, mica lamentarsi, soprattutto quando tua moglie è in vacanza e non riesci a trattenere l’irresistibile fremito di solitudine del tuo muscolo involontario. Perché sono sicuro caro fallocrate che anche tu sarai uno di quelli che rimane sorpreso che quasi il 70% delle lavoratrici dichiara di aver subito almeno una molestia, quasi 3 lavoratrici su 10 di aver ricevuto domande sulla propria volontà di sposarsi e/o fare figli a un colloquio di lavoro, che  domande insistenti e invadenti sulle proprie relazioni personali le ha ricevute 1 donna su 4, che battute o offese legate al proprio genere, fatte sul lavoro a 2 donne su 10. Lo dicono i dati della ricerca “La cultura della violenza. Curare le radici della violenza maschile contro le donne“, realizzata da WeWorld con Ipsos proprio per la giornata di oggi. Una di quelle ricerche che nelle aziende bisogna fingere di avere letto e magari aggiungerci un po’ di contrizione. Perché sono sicuro, caro fallocrate, che tu sei convinto che quel 70% di donne che hanno subito molestie sul luogo di lavoro ti stupisca, tu e i tuoi colleghi tutti invece così bravi. Come ci si sente a giustificare un mondo pieno di donne molestate e mai nessun molestatore?

Caro fallocrate, all’interno di una relazione sentimentale/familiare il 22% delle donne dichiara di aver ricevuto uno schiaffo/spinta e il 20% una minaccia o un insulto, mentre il 18% ha subito un controllo del proprio telefono o computer e il 17% delle proprie frequentazioni. Nel complesso, all’interno di una relazione, sono 4 su 10 le donne che raccontano di aver subito almeno una molestia o un controllo. Sono certo, caro fallocrate, che non ci sia niente di più facile per te di pensare che tu non c’entri, che il tuo sia amore, forse ami troppo, forse il problema è solo quello.

Caro fallocrate, immagino che ti sia comodo pensare che la violenza sulle donne sia un’emergenza, mica il meccanismo di prevaricazione maschile volto a mantenere (anche inconsapevolmente) quell’asimmetria sociale che si è storicamente radicata. E in fondo non sei solo visto che poco più del 20% degli italiani ritiene che spesso la violenza sia frutto di un raptus momentaneo dell’uomo e il 15% ritiene che spesso sia frutto del fatto che le donne a volte sono esasperanti. Quota simile per quanto riguarda il considerare la violenza come prodotto del troppo amore degli uomini nei confronti di una donna, o dell’abbigliamento della donna considerato troppo provocante. Poco più del 10% ritiene che il tradimento possa giustificare la violenza.

Caro fallocrate, l’incremento di chiamate al 1522, il numero di emergenza per le segnalazioni di violenze e stalking  segna un +79,5% rispetto allo scorso anno, secondo l’Istat. I femminicidi per cui inorridisci sono solo l’ultimo stadio di qualcosa che coltivi tutti i giorni. Facciamo così, per oggi niente smancerie barzotte di solidarietà alle donne. Per oggi pensati, ripensati, fai di meglio. Sarà meglio per tutti.

Buon giovedì.

Nella foto: Manifestazione di Non una di meno, Milano, 25 novembre 2020

 

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Primo suicidio assistito autorizzato in Italia, Mario il primo malato a ottenere il via libera

L’eutanasia legale non esiste in Parlamento, non c’è nell’agenda politica dei partiti ma nel mondo qui fuori continua a essere un bisogno. Sotto lo scontro ideologico alla fine ci sono loro, i malati che rivendicano il diritto di non trascinare una vita che per loro è solo un’inutile e vuota sofferenza.

Ieri è stata segnata una data storica: per il fine vita in questo Paese: un paziente marchigiano tetraplegico immobilizzato da 10 anni che ha chiesto da oltre un anno all’azienda ospedaliera locale che fossero verificate le sue condizioni di salute per poter accedere legalmente in Italia ad un farmaco letale per porre fine alle sue sofferenze (in applicazione della sentenza di incostituzionalità della Corte Costituzionale n. 242/2019 che indica le condizioni di non punibilità dell’aiuto al suicidio assistito) ha ottenuto il parere del Comitato etico dell’Azienda sanitaria unica regionale delle Marche. Il Comitato etico, a seguito di verifica delle sue condizioni tramite una gruppo di medici specialisti nominati dall’Asur, ha confermato che Mario possiede i requisiti per l’accesso legale al suicidio assistito così come stabilito nella sentenza Cappato-Antoniani della Corte Costituzionale.

La storia di Mario inizia una sera d’autunno del 2010 quando tornando a casa rimane coinvolto in un incidente con la sua auto. Si accorge fin da subito di essere rimasto completamente paralizzato. Solo con la forza della spalla riesce a usare il mignolo della mano destra per battere sulla tastiera di un computer, di un telefonino e di un telecomando. Nel 2015 comincia a pensare alla morte come liberazione dei dolori, dalle contrazioni, dalle intenzioni e dalle umiliazioni. Decide di tenere da parte 13mila euro per accedere al suicidio assistito, dopo avere saputo di Dj Fabo, accompagnato da Marco Cappato a Zurigo. In realtà Mario in Svizzera si è iscritto, ha spedito tutti i documenti e ha ottenuto l’accesso al suicidio assistito già a agosto dell’anno scorso. In quel periodo risale anche l’incontro con Marco Cappato e l’associazione Luca Coscioni. Proprio Marco Cappato ha raccontato a Mario come la sentenza della Corte Costituzionale avesse di fatto legalizzato il suicidio assistito in presenza di quattro precise condizioni che Mario ha: è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale; è affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili; è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli; non è sua intenzione avvalersi di altri trattamenti sanitari per il dolore e la sedazione profonda.

Da lì parte una lunga battaglia tra aule di giustizia carte bollate e sentenze che non vengono applicate. Dopo la Corte Costituzionale anche il tribunale di Ancona sanciva l’obbligo per la sua azienda sanitaria (l’Amur Marche) di disporre le visite mediche per stabilire se lui ha o no i requisiti per accedere al suicidio assistito. A visitare Mario ci sono andati primari di rianimazione, neurologia, cure palliative, psichiatria, il medico legale, la psicologa, l’infermiere e il medico di famiglia che lo seguono da anni, la dirigente del servizio domiciliare. La palla è poi passata al Comitato etico che ieri ha pubblicato il suo parere. In un estratto si legge che Mario «non ha accettato le proposte terapeutiche di integrazione della terapia del dolore con farmaci antidolorifici o con ulteriori aiuti domiciliari» e che, in merito alla capacità di intendere e di volere «appare pienamente capace di assumere decisioni libere e consapevoli seppure nelle condizioni esistenziali di grave malattia e sofferenza. E la richiesta appare espressa in forma chiara e ripetuta in un lasso di tempo ragionevole». «Mentre il dolore fisico – scrive il Comitato – può trovare riscontri oggettivi nella quantificazione, più difficile è rilevare lo stato di non ulteriore sopportabilità di una sofferenza psichica». Per Mario il Comitato ritiene «che la sua storia e le sue dichiarazioni siano coerenti con la manifestazione di una sofferenza intollerabile». Per quanto riguarda i trattamenti di sostegno vitale si legge che «tali dispositivi e trattamenti, pur non avendo un ruolo attivo come nel caso della ventilazione, idratazione e alimentazione, svolgono un ruolo sussidiario per le funzioni fisiologiche ed intervengono in caso di aritmia cardiaca».

Ora Filomena Gallo, codifensore di Mario insieme agli avvocati Massimo Clara, Angelo Calandrini, Cinzia Ammirati, Francesca Re, Rocco Berardo e Giordano Gagliardini prepareranno la risposta all’Azienda sanitaria unica regionale delle Marche e al comitato etico, per la parte che riguarda le modalità di attuazione della scelta di Mario, affinché la sentenza Costituzionale e la decisione del Tribunale di Ancona siano rispettate. «Forniremo, – dice Filomena Gallo – in collaborazione con un esperto, il dettaglio delle modalità di autosomministrazione del farmaco idoneo per Mario, in base alle sue condizioni. La sentenza della Corte costituzionale pone in capo alla struttura pubblica del servizio sanitario nazionale il solo compito di verifica di tali modalità previo parere del comitato etico territorialmente competente».

La vittoria di Mario però è stata tortuosa e difficile perché il Parlamento sul tema continua a latitare. Nonostante siano passati tre anni da quando la Corte Costituzionale ha invitato il governo a recepire la sentenza e legiferare sul tema. Per questo le modalità e l’iter del suicidio assistito di Mario sono frutto del rimpallo di responsabilità di enti locali e tribunali. In Corte di Cassazione giacciono anche più di un milione di firme per un referendum nella primavera 2022 che vorrebbe abrogare parzialmente la norma penale che impedisce l’introduzione dell’Eutanasia legale in Italia. L’omicidio del consenziente, previsto dall’art. 579 c.p. infatti, non è altro che un reato speciale (rispetto a quello di portata generale di cui all’art. 575 c.p. sull’omicidio) inserito nell’ordinamento per punire l’eutanasia.

Con questo intervento referendario l’eutanasia attiva, previa valutazione del giudice in sede processuale, potrà essere consentita nelle forme previste dalla legge sul consenso informato e il testamento biologico, e in presenza dei requisiti introdotti dalla Sentenza della Consulta sul “Caso Cappato”, ma rimarrà punita se il fatto è commesso contro una persona incapace o contro una persona il cui consenso sia stato estorto con violenza, minaccia o contro un minore di diciotto anni. «Ma io non ho alcuna fiducia su quello che potrà fare questo Parlamento – dice a Il Riformista Marco Cappato – anche se da parlamentarista convinto pero di essere smentito dai fatti. In questi 3 anni di sollecitazioni non si è riusciti a trasformare in procedure di legge una sentenza che ha già valore di legge. Il suicidio assistito è già legale. Come si fa ad avere fiducia? Meno che meno ho fiducia su una riforma complessiva che dia la possibilità di eutanasia legale. Credo che questa riforma possa arrivare soltanto con un referendum».

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La quarta ondata di “colpa nostra”

L’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Oms, prevede che entro il marzo del 2022 ci saranno due milioni di morti in totale per il coronavirus in Europa se non si interverrà subito. «La regione europea resta nella morsa della pandemia di Covid-19. La scorsa settimana le morti attribuite al Covid-19 sono aumentate di 4.200 al giorno, raddoppiando la cifra di 2.100 al giorno della fine di settembre. Nel frattempo la somma dei morti per coronavirus ha passato il limite del milione e mezzo nei 53 Paesi della regione. Oggi il Covid-19 è la prima causa di morte in Europa e Asia Centrale». In alcune regioni della Germania le unità di terapia intensiva sono piene e costringono il trasferimento di alcuni pazienti. Lo stesso accade in Olanda. L’Austria anticipa la terza dose del vaccino.

Lasciando perdere inutili tesi antiscientifiche (il numero di nuovi casi ha superato il picco della seconda ondata e basta buttare un occhio a Romania e Bulgaria per rendersi conto di dove saremmo senza vaccini) la sensazione (speriamo sbagliata) è che assisteremo alla quarta ondata anche del “è colpa nostra” come ciclicamente accaduto. Come è accaduto per i runner o per i padroni con cane al guinzaglio, come accaduto per “le discoteche”, come accaduto per “i giovani e la movida” ora non sarà difficile trovare qualcuno da additare per spostare le responsabilità politiche su uno scontro sociale e l’aria tiepida del governo dei migliori renderà ancora più agevole il compito.

Eppure non è colpa nostra se le scuole non sono state attrezzate in tutto questo tempo per affrontare una recrudescenza del virus. Manca completamente un serio piano di aerazione meccanizzata delle classi (siamo ancora allo stesso punto, sempre con le finestre aperte).

Non è colpa nostra se, ministro Brunetta in primis, lo smart working è stato maledettamente demonizzato per non irretire i bar sotto l’ufficio o per lisciare dirigenti che vedono fannulloni dappertutto se non li hanno sotto gli occhi.

Non è colpa nostra se in questi troppi mesi di pandemia non è stato pensato un intervento strutturale dei trasporti (per le scuole e per il lavoro) riducendosi al buonsenso dei cittadini.

Non è colpa nostra se il tracciamento è ormai un’utopia e non è stato fatto nulla per ripensarlo o almeno rafforzarlo.

Non è colpa nostra se un pezzo della politica ha incautamente raccontato il vaccino come “fine della pandemia” senza ricordare la dovuta attenzione che concorre sensibilmente all’uscita dalla pandemia.

Non sono colpa nostra le decisioni prese sempre in equilibrio con una maggioranza di governo ampissima e addirittura opposta nelle proposte per uscire dalla pandemia.

Non è colpa nostra nemmeno la percentuale di non vaccinati che non si sono lasciati convincere dall’introduzione del green pass e che probabilmente non si lasceranno convincere nemmeno dal green pass rinforzato quando l’obbligo vaccinale sarebbe stato un intervento più “lineare e consentito dalla Costituzione” come ripete da giorni il presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick.

Faremo quello che c’è da fare come impone il dovere civico di ogni cittadino ma la politica faccia la politica e prenda decisioni senza cercare sempre un capro espiatorio con il solito paternalismo.

Sperando, ovviamente, di sbagliarci.

Buon mercoledì.

 

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Il mio #buongiorno per Left lo trovate dal lunedì al venerdì tutte le mattine su www.left.it.
Qualche giorno sul mio blog.
L’articolo originale per Left qui https://left.it/2021/11/24/la-quarta-ondata-di-colpa-nostra/

Hanno sciolto Forza Nuova? No

Il 9 ottobre scorso dei fascisti travestiti da no green pass assaltavano la sede della Cgil e infiammavano le piazze per creare il disordine di cui hanno bisogno per racimolare rabbia e convertirla in voti. Quello stesso giorno un rappresentante di spicco di Forza Nuova (in cui non è propriamente difficile spiccare visto che sono quattro topi) Giuliano Castellino addirittura arringava la piazza discettando di libertà e di dittature mentre avrebbe dovuto essere in casa come aveva deciso un tribunale. Su quella giornata ci fu un acceso scontro politico ma quasi tutti (incredibile a dirsi) si dissero d’accordo nel chiudere i partiti di matrice fascista (alcuni a destra preferirono chiamarli “violenti” per non autodenunciarsi). Era facile immaginare che un governo che in poche ore è riuscito a discutere e approvare un gravoso impegno come il Pnrr in men che non si dica sarebbe riuscito a sciogliere le formazioni fasciste come lo stesso Parlamento chiedeva.

È accaduto? No. Il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo, con ai membri del Forum delle associazioni antifasciste e della Resistenza, in una conferenza stampa l’ha detto chiaro e tondo: «Da quando sono state approvate le mozioni alla Camera e al Senato per lo scioglimento di Forza Nuova, non è successo assolutamente nulla, solo parole. È giunto il momento di assumere una decisione urgente. La democrazia si difende applicando la legge, in questo caso la legge Scelba».

In realtà il governo Draghi ha preso la sua solita decisione di non decidere e di fingere qualcosa per prendere tempo. Anche in questo caso ha scelto di nominare un fumoso comitato di esperti (ma come? ma mica tutti si lamentavano degli esperti del governo precedente?) che dovrebbe valutare il da farsi. È curioso che Draghi abbia bisogno di presunti esperti per dare seguito a un atto parlamentare. Monica Cirinnà infatti dice: «Il gruppo di esperti? Dal governo non poteva venire scelta peggiore, è una perdita di tempo, serve solo il decreto. C’è un atto parlamentare, il governo risponda al Parlamento e faccia questo decreto. Se questo è il governo dei migliori ha fatto la scelta peggiore, il gruppo di esperti non serva a niente».

Proprio in questo momento in cui gli episodi di violenza nelle piazza durante le manifestazioni no green pass stanno monopolizzando il dibattito è singolare che non ci si muova a rimuovere sacche conosciute di violenza. Eppure sarebbe una decisione che accontenterebbe tutti, da quelli che condannano i violenti senza volerli chiamare fascisti, agli antifascisti che chiedono il rispetto della Costituzione e perfino ai no green pass che certo non saranno felici di vedere le proprie legittime motivazioni strumentalizzate per fini politici.

E quindi perché non si scioglie Forza Nuova?

Buon martedì.

Nella foto: Manifestazione sindacale “mai più fascismi”, Roma, 16 ottobre 2021

 

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