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Caro Signorini, nel mondo reale l’aborto è un diritto sancito dalla legge

Cosa accade se un programma che lucra sulla vita delle persone, condotto da uno che da una vita mangia rovistando tra le intimità personali ed esponendole al pubblico, deve furiosamente alzare gli ascolti? Esagera, esagera ancora, esagera sempre di più, perché l’immondizia televisiva ha una pancia sempre affamato a e delle fauci che si spalancano ogni giorno.

Così ieri Alfonso Signorini, uno che utilizza lo stesso registro morale per parlare delle flatulenze di un concorrente del Grande Fratello e per discettare di diritti civili, ci ha fatto sapere di essere contro l’aborto, un diritto inalienabile che è stato conquistato sulla pelle delle donne e con una battaglia politica e sociale che a Signorini converrebbe ripassare nelle pause in sala trucco.

Ha fatto di più, Signorini: stizzito e schizzinoso durante la diretta di una trasmissione in prima serata seguita da milioni di persone (un pubblico molto trasversale per età e per formazione culturale) ci ha fatto sapere che “loro” sono contro “qualsiasi forma di aborto, anche dei cani”.

La frase di Signorini è curiosa perché riesce in una manciata di parole a commettere un’imponente serie di errori, roba da fisica nucleare. 

Innanzitutto sarebbe curioso sapere se Signorini sia consapevole che fuori dal suo studio esista un mondo reale in cui l’aborto è un diritto sancito dalla legge, se sa che là fuori ci sono donne che grazie a questa legge si sono salvate la vita scampando ad aborti clandestini compiuti con ferri da calza in qualche retrobottega.

Chissà se a Signorini qualcuno abbia mai comunicato che quella legge è stata votata dal 68% delle persone e che ancora oggi si combatte per non farsela sfilare di mano dai tanti Signorini sparsi in Parlamento e per farla rispettare in mezzo a questa selva di medici obiettori (Signorini sa che in Molise una legge dello Stato viene praticata solo all’Ospedale Cardarelli di Campobasso?). A proposito di aborto “in ogni sua forma, anche quello dei cani” di cui parla Signorini: perché non va a farsi un giro in Polonia per toccare con mano cosa sia un aborto terapeutico, un aborto dopo una violenza sessuale o altro?

C’è poi un altro aspetto fondamentale: chi sarebbero quei “noi” a nome di cui Signorini parla? Sono le reti Mediaset? Sono i suoi concorrenti (che sono rimasti servilmente in silenzio per non rovinare lo spettacolo e per non rischiare di apparire degli intellettuali occupandosi di qualcosa in più del loro prossimo gioco nella casa)?

Sarebbe curioso sapere come possa accadere che un conduttore possa sentirsi padrone di un’etica condivisa come se il suo programma di intrattenimento fosse davvero un prodotto che possa aspirare ad avere un ruolo nell’etica pubblica. Chi rappresenta Signorini? L’associazione dei cattolici misogini razzisti che lucrano sulle vite degli altri? 

Tanto alla fine vedrete che non accadrà nulla. Non ci saranno scuse pubbliche del conduttore, non ci sarà un alito da parte dei concorrenti, non ci sarà un moto dagli ospiti del programma, Mediaset è troppo impegnata a controllare il fatturato dei propri clienti per occuparsi anche di diritti, certo giornalismo addirittura fomenterà questo nuovo idolo che parla da un pulpito così comodo e così deresponsabilizzante.

Intanto anche ieri, ancora una volta, si è fatto audience sul corpo delle donne. Bravi così, bravi tutti.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Fedez, i cantieri e gli umarell

Ieri la giornata politica ha parlato di Fedez. Anzi, peggio. Anche ieri la politica e il giornalismo politico hanno pensato bene di parlare di Fedez che solo per avere registrato un dominio internet (fedezelezioni2023) si è ritrovato preso sul serio. Del resto non è facile riempire le pagine di politica in quest’epoca in cui tutti sono proni a Draghi e ai draghismi, tutti sospesi come se questo non fosse un governo ma un balsamo da gustare in attesa che torni la politica, una benedetta sospensione in cui scrivere di quello che accade nel Paese può essere scambiato come un tentativo di guastare la benedetta opera del manovratore.

Giorni interi sprecati a parlare di Quirinale come se nel Paese non esistano problemi contingenti da affrontare con urgenza, leader politici che ora hanno promesso di rimettersi a cuccia per lasciare passare indenne la prossima manovra finanziaria senza nemmeno prendersi la briga di spiegare cosa abbiano intenzione di metterci dentro. La notizia è che hanno promesso che faranno i bravi e che Fedez forse vuole fare politica. Capite il sotto vuoto?

Così scrivere di tutto il resto rischia di diventare un’attività collaterale, finire nel cassetto degli agitatori e mica di quelli che danno le notizie. Sono momenti che ciclicamente tornano quelli in cui alzare il dito per porre domande o allungarlo per indicare un problema viene vissuto con fastidio. Ma non è il giornalismo proprio questo perseverante insistere? E allora insistiamo, insistiamo nonostante il fatto che più di 100 agenti e funzionari penitenziari rinviati a giudizio per avere massacrato di botte dei detenuti sia rimasto lì solo soletto nel buongiorno di ieri come se fosse una favola nordica da leggere di passaggio o qualcosa di esotico per un’effimera sorpresa.

Lo scorso fine settimana ad esempio è accaduto (oe agli editorialisti che si sono spremuti su Fedez) che i sindacati dell’edilizia tutti insieme abbiano manifestato a Roma raccontando che mentre piovono soldi sul settore (un po’ per i bonus del governo e un po’ perché in Italia la “ripresa” si misura sempre con i chili di cemento) quelli continuano a morire: i dati dell’Inail mostrano un aumento del 16% delle denunce di infortuni nelle costruzioni tra gennaio e settembre 2021 rispetto allo stesso periodo del 2020 (segnato, va ricordato, dal lockdown): da 17.891 a 21.236, di cui 87 mortali. Nel solo mese di settembre sono state 1.826. Si lavora di più, si muore di più, si viene pagati di meno.

Ci hanno ricordato che la patente a punti per le imprese (che dovrebbe agevolare quelle che seguono le regole e che rispettano le norme di sicurezza) è stata annunciata 12 anni fa e non è mai stata attuata. Ci hanno dovuto ricordare che sarebbe ora di aggiungere al codice penale l’aggravante per infortunio mortale sul lavoro che consisterebbe di contestare l’omicidio doloso (e non colposo come avviene adesso) e magari riuscire a bloccare i beni dell’imprenditore che quando viene condannato è già riuscito a vendere tutto (o a intestarlo a qualche testa di legno) lasciando senza soldi la famiglia delle vittime, cornuti e mazziati.

Ci hanno ricordato (a proposito dei giovani che dovrebbero cambiare il Paese) che l’aspettativa di vita dei lavoratori del settore è tra le più basse. L’80% delle malattie professionali colpisce gli over 55. E un quarto dei morti in cantiere quest’anno era over 60, in alcuni casi addirittura over 70.

Ci hanno ricordato che gli ispettori sui cantieri sono troppo pochi (ma va?) e che arrivano sempre tardi quando le aziende sono già state avvisate. Ci hanno ricordato che la politica del massimo ribasso spinge le aziende a fare in fretta e che per accarezzare la fretta i caschi e le corde salvavita sono una perdita di tempo.

Intanto ieri a Cerreto Guidi (Firenze) un operaio di 51 anni, che stava lavorando in un cantiere per la realizzazione di un collettore fognario nei pressi del depuratore, ha perso la vita ribaltandosi con lo schiacciasassi che stava guidando, finendo in un fossato. A Bellizzi (Salerno) un operaio di 57 anni ha perso la vita in un incidente sul lavoro avvenuto  in un’abitazione. L’uomo, secondo una prima ricostruzione dei fatti, stava ispezionando la canna fumaria di una stufa a pellet in un appartamento di via Olmo quando, per cause ancora ignote, ha perso l’equilibrio ed è caduto nel vuoto battendo la testa.

Il Paese reale, al di là di Fedez. Ma ormai gli umarell non guardano nemmeno i cantieri, rimangono incantati di fronte agli influencer.

Buon martedì.

 

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L’articolo originale per Left qui https://left.it/2021/11/16/fedez-i-cantieri-e-gli-umarell/

Se serviva un altro esempio di quanto sia autoreferenziale il circolino della politica eccolo qui

Che spettacolo spettacolare osservare gli editorialisti politici contriti per essere stati perculati da Fedez in occasione dell’uscita del suo prossimo album ma, soprattutto, che triste spettacolino non accorgersi che spostare il focus su Fedez quando il tema vero è la rarefatta credibilità di certo giornalismo che ha preso sul serio una mossa di marketing (che puzzava di promozione a un chilometro di distanza) e ora convulsamente fa i capricci.

Accade che Fedez registri un dominio (fedezelezioni2023.it) e subito si scatena un circo di intellettuali e di leader politici che si spintona per dire la sua. C’è il leader politico che ci tiene a dirci che Fedez dovrebbe limitarsi a fare il suo lavoro (e fa niente che molti di quelli un lavoro non saprebbero nemmeno inventarselo se non fossero lì a fare politica), c’è il giornale che addirittura grida al pericolo degli “influencer in politica” (e sono gli stessi che non si sono mai accorti del pericolo dei politici che vogliono fare gli influencer), c’è il critico d’arte politicante che ne approfitta per scoreggiare qualche insulto, ci sono gli omofobi che puntano sulle unghie dipinte, ci sono i falliti invidiosi che sputano bile, c’è qualche intellettuale che si sente in competizione con un rapper cantante, c’è stato il solito fallocrate che ci ha tenuto a dirci che la moglie di Fedez è più bella di lui (e tutto lo studio giù a ridere), ci sono i fascisti che si sbellicavano immaginando la sinistra che ripartiva da Fedez (sono quelli che hanno Montesano e Pippo Franco come maître à penser), ci sono stati gli analisti politici che hanno studiato un’ipotesi che non è mai esistita, ci sono stati i giornali che si sono leccati i baffi al solo pensiero di poter mettere Fedez nel titolo di quelle pagine che svogliatamente leggono in pochi e così via.

Una sequela di mediocrità nel dibattito pubblico che ora si indigna non per l’enorme granchio preso ma perché Fedez (ovviamente) annuncia di avere fatto tutto per lanciare il suo nuovo album (sai com’è, un cantante che promuove un album, che roba straordinaria, eh). E in queste ore si assiste a una pletora di persone che si considerano serie che si lamentano di non essere stati presi sul serio, come se la vergogna non sia l’avere dei media completamente scollegati dalla realtà (quello spazio occupato da Fedez poteva essere riempito con le crisi, gli orrori e le povertà che scorrono ogni giorno) ma sia del cantante che ha osato sfiorare l’ambito politico.

Che poi, volendo vedere, sfugge il motivo per cui Fedez (o chiunque altro) non possa misurarsi in politica dove Pippo Franco sognava di essere assessore della capitale d’Italia, dove Berlusconi è stato scambiato per uno statista, dove Renzi era bollato come esempio di coerenza, dove Grillo è stato un guru, dove perfino Salvini è ancora considerato (da pochi, sempre meno) uno che ha idea davvero di come funzioni un ministero.

Se serviva un altro esempio di quanto sia autoreferenziale e basso il circolino della politica italiana eccolo qui pronto. Buon ascolto. La trollata è riuscita. Chapeau, Federico.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Il maxi processo che ci dovrebbe interessare

Se avete voglia di esercitare un po’ di nauseata indignazione e una preoccupata curiosità per rendersi conto di quanto sia pericoloso lo Stato quando smette di essere Stato e di quale sia la condizione senza diritti, addirittura quasi dittatoriale, all’intento di alcuni settori del Paese allora c’è una maxi processo pronto per voi, uno di quelli che dovrebbe occupare tutte le prime pagine dei giornali e invece vedrete che verrà al massimo bisbigliato quando si arriverà alla sentenza.

Il fatto che le presunte vittime siano quelli che normalmente consideriamo “scarti” della società (ovvero i detenuti) e che i presunti colpevoli siano una delle categorie più solidarizzate da certa destra renderà tutto parossistico. È un processo allo Stato ma lo Stato, vedrete, farà finta che sai semplicemente un accidente laterale.

Ieri la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha chiesto il rinvio a giudizio per 108 tra agenti e funzionari dell’amministrazione penitenziaria per la vicenda delle violenze ai danni dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere avvenute il 6 aprile 2020. 108 persone non sono mele marce: 108 persone rinviate a giudizio sono perlomeno il terribile sospetto che la violenza sia sistemica e sistematica ed è qualcosa che fa rabbrividire.

I reati contestati a vario titolo sono quelli di tortura, lesioni, abuso di autorità, falso in atto pubblico e cooperazione nell’omicidio colposo di un detenuto algerino, del cui decesso sono accusati 12 indagati. Per ai 12, invece, i pm hanno chiesto l’archiviazione ma è probabile che a questi venga comunque notificato un decreto penale di condanna a pena pecuniaria per non aver, in qualità di pubblici ufficiali, denunciato quello che stava accadendo in carcere. L’udienza preliminare è stata fissata dal gip Pasquale D’Angelo per mercoledì 15 dicembre alle 9:30 nell’aula bunker dello stesso carcere.

Tra quelli che rischiano il processo ci sono elementi che contano della linea di comando: c’è Pasquale Colucci, comandante del Nucleo operativo traduzioni e piantonamenti del centro penitenziario di Secondigliano e comandante del gruppo di “Supporto agli interventi”, l’ex capo delle carceri campane Antonio Fullone, interdetto dal servizio, Tiziana Perillo, comandante del Nucleo operativo traduzioni e piantonamenti di Avellino, Nunzia Di Donato, comandante del Nucleo operativo traduzioni e piantonamenti di Santa Maria Capua Vetere; Anna Rita Costanzo, commissario capo responsabile del reparto Nilo, l’ex comandante della polizia penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere Gaetano Manganelli.

Le telecamere hanno ripreso i detenuti mentre erano costretti a passare in un corridoio formato da agenti penitenziari con manganelli e caschi, prendendo calci, pugni e manganellate. Tra di loro anche un detenuto su sedia a rotelle. Alcuni detenuti furono trascinati già per le scale. Per la Procura e il gip quei comportamenti hanno integrato il reato di tortura (introdotto nel 2017), mai contestato a così tanti pubblici funzionari. Proprio per questo è un processo storico.

C’è un ao piccolo particolare di cui tenere conto: secondo la Procura dopo il 6 aprile del 2020 iniziò l’attività di depistaggio da parte di agenti e funzionari con certificati medici falsificati per dimostrare che gli agenti avevano subito violenze dai detenuti. Gli indagati inoe provarono (invano) anche a manomettere le telecamere.

Ce n’è abbastanza per rischiare di essere una vicenda che fa rabbrividire. Conviene interessarsene ora, subito e molto.

Buon lunedì.

Nella foto: Frame dal video pubblicato dal quotidiano Il Domani

 

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Renzi e il suo travaglio

Danneggiato dal suo narcisismo, come accade a tutti i narcisisti, Renzi ha monopolizzato l’ennesima settimana. Sarà contento, lui: i narcisisti, anche quelli consapevoli di avere imbroccato il sentiero del fallimento, non riescono a trattenere la maledetta voglia di essere al centro del dibattito (illudendosi di esserne il centro) e accettano, nella curva discendente, perfino lo scherno. Purché se ne parli, dicevano: una massima sempre in voga, senza che qualcuno, una volta per tutti spieghi, che sia una cagata pazzesca.

Questa settimana abbiamo saputo un po’ di cose. Sappiamo, ad esempio, che Matteo Renzi pensava di mettere in piedi una temibile macchina da guerra impegnata nella controinformazione e nella propaganda guidata da Fabrizio Rondolino (l’articolo potrebbe giù chiudersi qui), che considera un «ottimo giornalista», come ha detto sornione ieri dalla Gruber. Non stupisce, non è questione solo di Renzi. Il potere ama i giornalisti che supini fanno da amplificatori. Accade da sempre, ovunque. Che sia una cosa schifosa e autoritaria ogni tanto ci dimentichiamo di ricordarcelo.

La macchina della propaganda aveva l’obiettivo di schedare e infangare gli avversari

La macchina della propaganda aveva tra i suoi obiettivi quello di schedare e di infangare gli avversari, con notizie intrinsecamente diffamatorie. Dice Renzi, l’ha detto ieri ospite da Lilli Gruber – dove ha collezionato la sua figura peggiore – che quella modalità è la stessa dei suoi avversari (riferendosi al M5S e a Il Fatto Quotidiano). Facciamo che gli crediamo. La notizia, però, è che Matteo Renzi è identico nelle modalità e nell’etica a quelli che lui considera i peggiori sulla faccia della Terra. Anche solo così è una notizia: Renzi certifica la sua convinzione che i fini giustifichino i mezzi. E questa cosa fa schifo, vale la pena ricordarselo.

Dove doveva avvenire tutto questo giochetto sporco? Su server stranieri, quindi non sottoposti alla legislazione italiana. Vi ricordate quando i giornalisti strepitavano per l’interferenza straniera sulla propaganda social di alcuni partiti italiani? È lo stesso. Con una differenza sostanziale: un ex presidente del Consiglio ha nella sua pletora di consiglieri qualcuno convinto che sfuggire alla legge del proprio Paese permetta più libertà. Lasciate perdere tutto il resto, le accuse di rimbalzo e le rivendicazioni, non fa già schifo così?

Ai tempi di Berlusconi dare del ladro a qualcuno era un modo per lenire le proprie colpe

Ai tempi di Berlusconi dare del pregiudicato a qualcuno era un modo per lenire le proprie colpe. Pensateci bene: se si riesce a dimostrare che tutti sono ladri, il ladro diventa meno colpevole, perché la colpa è generalizzata. Roba da terza media o giù di lì, solo che sentirla ancora come giustificazione fa schifo. Straordinario il passaggio in cui Matteo Renzi ci dice che ciò che conta è solo una condanna passata giudicato e non l’inopportunità. Per carità, è un’opinione legittima, così facendo Al Capone sarebbe solo un criminaluncolo. Ma, vabbè. Peccato che a Renzi non sia mai scappato «un pregiudicato!» Infilzato con posa da moschettiere a Berlusconi, al suo amico Verdini e a altri compagnucci della cerchia. Ripetere «pregiudicato» a un giornalista, in una trasmissione televisiva, ossessivo come un misero bot è garantista? Essere seriamente garantisti è un compito difficile: bisogna avere le spalle abbastanza larghe, perché poi si risulta incoerenti. E l’incoerenza, come la falsità o la piccolezza umana o l’insopportabile egocentrismo o l’abitudine a frequentare pessime persone, non sono un reato. Eppure fanno schifo.

Non è un reato nemmeno raccontare un balla in televisione (altrimenti il Parlamento sarebbe decimato) eppure Renzi che dice di avere creato «1 milione e 300mila posti di lavoro» è bugiardo. Durante il suo governo i nuovi occupati sono stati 540mila che si sono ritrovati a dover firmare e poi riformare microcontratti con meno tutele e diritti. Fingere di non saperlo fa schifo.

Renzi ha finto di voler parlare di vaccini, tirato fuori Prodi mentre gli si chiedeva di Bin Salman

Poi c’è il mancato collegamento con la realtà. Andare in una trasmissione, per chiarire cose scritte sul proprio conto e rigirare una puntata per parlare dei propri accusatori è una berlusconata del periodo peggiore. Renzi, che ieri fingeva di voler parlare di vaccini, è riprovevole. Riuscire a tirare fuori Prodi, mentre gli si chiede del tagliagole Bin Salman che fa a pezzi i giornalisti che non gli piacciono in un Arabia Saudita, è una mossa miserabile. A proposito: che pensa Renzi del regime saudita che taglia a pezzi i giornalisti? Perché questa cosa fa terribilmente schifo. E che pensa del fatto che la più grande autorizzazione per forniture all’Arabia Saudita di bombe, quasi 20.000, prodotte in Italia fu approvata quando Matteo Renzi era presidente del Consiglio? Non è bastata una trasmissione per saperlo. Forse a Renzi sfugge che dal suo amichetto saudita la trasmissione di ieri non sarebbe nemmeno andata in onda. Questo è il punto focale: possiamo permetterci di giudicare un politico dalle sue frequentazioni? Certo che sì. Se a Renzi non sta bene se ne faccia una ragione.

Renzi con il 2 per cento ha riportato Salvini al governo

A proposito: dice Renzi che loro con il 2 per cento hanno fatto fuori Salvini. Falso anche questo: con il loro 2 per cento hanno riportato Salvini al governo e perfino quel 2 per cento è un’illusione ottica, dovuta a una mossa parlamentare che non ha niente a che vedere con la politica. Il partito di Renzi esiste solo in Parlamento, perché Renzi (l’incoerente per natura, che contestava chi lasciava il PD senza dimettersi e chi si faceva il suo partito personale) ha fatto esattamente ciò che condannava, riuscendo ad aver un partito che ha più senatori che elettori.

Dice Renzi che fa il conferenziere e nessuna legge glielo vieta. Nessuna legge vieta nemmeno di giudicare la moralità di un politico che fa conferenze per un regime. Pari, patta. Renzi aggiunge che paga le tasse in Italia. Ci mancherebbe, dobbiamo ringraziarlo? Infine, l’amico del criminale riesce a chiamare «reddito di criminalità» una misura (giusta o sbagliata che sia) per combattere la povertà. Ha fatto bene a svelare le carte: Renzi odia i poveri, perché non hanno niente da offrirgli. Bene così.

Renzi e la metafora della rana e lo scorpione

Eppure gli sarebbe bastato poco. Gli sarebbe bastato prendere le distanze da quello che fa schifo e che è ronzato intorno a lui. Ma Renzi è così, come lo scorpione che uccide la rana, mentre gli sta facendo attraversare il fiume. È la sua natura. Ora attenti, sotto questo pezzo si scatenerà l’orda di «ce l’avete sempre con Renzi». Perché questi non si accorgono nemmeno che il dileggio sia l’unica arma (effimera, durerà ancora poco) per restare a galla. E che ciò su cui vale la pena riflettere è il Renzi che è in noi, ancora più di Renzi. E se l’avete già sentita applicata a Berlusconi, avete ragione: è esattamente quella.

L’articolo Renzi e il suo travaglio proviene da Tag43.it.

Confine tra Bielorussia e Polonia: ora si contano i morti

I membri occidentali del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite hanno fermamente condannato la Bielorussia per l’escalation della crisi sui migranti bloccati al confine con la Polonia, accusando Lukashenko di utilizzare i migranti per destabilizzare il confine orientale dell’Unione europea. Aleksandr Lukashenko, com’era prevedibile, alza il tiro minacciando di bloccare il gas russo verso l’Europa (tra l’altro già alle prese con il caro energia): «Forniamo calore all’Europa e loro minacciano di chiudere la frontiera. E se interrompiamo l’erogazione di gas naturale lì?», ha detto con tono di sfida, riferendosi al gasdotto Yamal-Europe che porta il combustibile in Polonia e Germania. La crisi intanto si allarga. Mentre il commissario all’Economia Ue Paolo Gentiloni avvisa che l’Europa non si farà intimidire la leader dell’opposizione bielorussa Svetlana Tikhanovskaya ripete che il premier bielorusso «bluffa» perché «interrompere la fornitura di gas sarebbe più dannoso per lui che per l’Ue».

Al fianco del regime di Minsk c’è sempre Vladimir Putin che negli ultimi due giorni ha avuto già due telefonate con la cancelliera tedesca Merkel invitando l’Ue a ristabilire i contatti con la Bielorussa mettendo fine all’isolamento. Gli Usa da canto loro segnalano un aumento sospetto di truppe russe al confine con l’Ucraina e temono una replica dell’invasione della Crimea nel 2014, sfruttando il caos generale.

Di certo con i soldati che isolano la zona di confine dai media e dagli operatori umanitari è sempre più difficile ottenere notizie certe sulle reali condizioni dei migranti. Di sicuro c’è che le temperature durante la notte scendono sotto le zero e ci sono vittime, causate soprattutto dall’ipotermia. La Bbc scrive che nelle ultime settimane sarebbero “almeno 7” le persone morte nei pressi dl filo spinato. Il giornale polacco Oko.press racconta di avere ricevuto notizie da una loro fonte irachena presente lì sul posto di un ragazzo di 14 anni curdo morto congelato vicino al valico di Kuznica e prelevato dai servizi bielorussi. La notizia sarebbe stata confermata anche da altri migranti presenti ma le condizioni difficili dei migranti (e le power bank con cui ricaricare i telefoni che si stanno scaricando) rendono difficile la verifica.

Di «diverse tragiche morti registrate nell’area di confine nelle ultime settimane» parla anche un comunicato congiunto dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni che «ricordano agli Stati l’imperativo di prevenire ulteriori perdite di vite umane e garantire il trattamento umano di migranti e rifugiati come priorità assoluta». Le due organizzazioni hanno dichiarato pubblicamente in diverse occasioni che la strumentalizzazione di migranti e rifugiati per raggiungere fini politici è deplorevole e deve cessare. «Approfittare della disperazione e della vulnerabilità di migranti e rifugiati offrendo loro promesse irrealistiche e fuorvianti è inaccettabile e ha gravi conseguenze umane», scrivono nella loro dichiarazione congiunta. Crystal van Leeuwen, responsabile delle emergenze mediche di Medici Senza Frontiere (Msf), ha chiesto che le Ong ottengano urgentemente l’accesso a una zona militarizzata sicura dalla parte polacca e che le richieste di protezione internazionale dei migranti siano rispettate. «Il freddo è la più grande preoccupazione fisica e la mancanza di cibo e acqua», ha detto van Leeuwen. Ma molti dei migranti hanno anche problemi di salute mentale significativi dopo aver trascorso a volte diverse settimane a essere deviati avanti e indietro attraverso il confine. «Queste persone hanno bisogno di riparo, cibo, acqua e assistenza medica», ha detto. «Le loro vite hanno bisogno di protezione e devono essere trattate secondo il diritto dell’Ue e internazionale. Non sono armi, sono esseri umani».

Gli inviati del Guardian nei giorni scorsi raccontano di avere incontrato un gruppo di sette curdi iracheni ai margini della foresta di Białowieża – che attraversa il confine tra la Polonia sud-orientale e la Bielorussia – con una bambina di otto mesi e un bambino di due anni mentre raggiungevano il villaggio polacco di Grodzsik. Chi prova ad arrivare in Polonia dalle foreste racconta di avere visto cadaveri sdraiati a faccia in giù nelle paludi. Molti sono attirati in Bielorussia da agenzie di viaggio che organizzano gli aerei per Minsk. Nelle immagini dall’aeroporto si vedono gruppi di profughi in maglietta e pantaloncini, assolutamente inconsapevoli delle temperature che si ritroveranno ad affrontare. Scesi dall’aereo vengono accolti temporaneamente in hotel gestiti dal regime e poi caricati su autobus e taxi che li trasferiscono al confine polacco e lituano. Le guardie bielorusse poi li spingono oltre alla recinzione. «Alcuni migranti che abbiamo soccorso si sono tagliati la faccia con il filo spinato», racconta l’operatrice volontaria Katarzyna Wappa. I soldati polacchi da canto loro rimangono a presidiare il confine con i fucili puntati e non rispondono alle richieste di acqua, di cibo e di cure delle famiglie assiepate al confine, schiacciate dai soldati bielorussi da una parte e dalle milizie polacche dall’altra. Anche i malati che hanno la fortuna di essere recuperati da un’ambulanza rimangono in ospedale solo il tempo che serve per le prime cure e poi vengono riportate all’addiaccio. All’ospedale Mantiuk di Hajnówka, un ragazzo della Somalia racconta di avere visto i suoi due fratelli morire assiderati. I bambini, raccontano i volontari, stanno avendo reazioni al freddo simili agli attacchi epilettici. Cecilia Rinaldini, inviata per Rai Radio al confine tra Polonia e Bielorussia ha raccolto la testimonianza di una madre che ha partorito nel limbo maledetto e per tre giorni non è stata soccorsa da nessuno. Il neonato non è sopravvissuto.

Ieri manifestanti di estrema destra polacchi hanno invitato i loro militari a sparare agli “invasori”. Ora le temperature continueranno a scendere, l’ecatombe è appena iniziata.

L’articolo Confine tra Bielorussia e Polonia: ora si contano i morti proviene da Il Riformista.

Fonte

Ma davvero privatizzano anche l’acqua?

Il Forum movimenti per l’acqua non ha dubbi e lo scrive netto:

«Era il 5 agosto 2011 quando l’allora Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, insieme al presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet, scrisse la famigerata lettera al presidente del Consiglio Berlusconi in cui indicava come necessarie e ineludibili “privatizzazioni su larga scala” in particolare della “fornitura di servizi pubblici locali”. Uno schiaffo ai 26 milioni di italiani/e che poco più di un mese prima avevano votato ai referendum indicando una strada diametralmente opposta, ossia lo stop alle privatizzazioni e alla mercificazione dell’acqua.

Oggi Draghi, da premier con pieni poteri, ripropone in maniera esplicita e chiara quella stessa ricetta mediante il Ddl Concorrenza approvato dal Consiglio dei ministri giovedì scorso. La logica che muove l’intero disegno di legge, oemodo evidenziata nell’art.6, è quella di chiudere il cerchio sul definitivo affidamento al mercato dei servizi pubblici essenziali. Un provvedimento ispirato da un’evidente ideologia neoliberista in cui la supremazia del mercato diviene dogma inconfutabile nonostante la realtà dei fatti dimostri il fallimento della gestione privatistica, soprattutto nel servizio idrico: aumento delle tariffe, investimenti insufficienti, aumento delle perdite delle reti, aumento dei consumi e dei prelievi, carenza di depurazione, diminuzione dell’occupazione, diminuzione della qualità del servizio, mancanza di democrazia. Questa norma, di fatto, punta a rendere residuale la forma di gestione del cosiddetto “in house providing”, ossia l’autoproduzione del servizio compresa la vera e propria gestione pubblica, per cui gli Enti Locali che opteranno per tale scelta dovranno “giustificare” (letteralmente) il mancato ricorso al mercato.

Nel Ddl emerge chiaramente la scelta della privatizzazione. Gli enti locali che intendano discostarsi da quell’indirizzo dovranno dimostrare anticipatamente e successivamente periodicamente il perché di aa scelta, sottoponendola al giudizio dell’Antitrust, oe a prevedere sistemi di monitoraggio dei costi”. Mentre i privati avranno solo l’onere di produrre una relazione sulla qualità del servizio e sugli investimenti effettuati. Inoe, si prevedono incentivi per favorire le aggregazioni indicando così chiaramente che il modello prescelto è quello delle grandi società multiservizi quotate in Borsa che diventeranno i soggetti monopolisti (alla faccia della concorrenza!) praticamente a tempo indefinito.Tutto ciò in perfetta continuità con quanto previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ed è proprio dal combinato disposto tra Pnrr, Ddl sulla concorrenza e decreto semplificazioni (poteri sostitutivi dello Stato) che il Governo intende mettere una pietra tombale sull’esito referendario provando così a chiudere una partita che Draghi ha iniziato a giocare ben 10 anni fa dimostrando, oggi come allora, di fare solo gli interessi delle grandi lobby finanziarie e svilendo strumenti di democrazia diretta garantiti dalla Costituzione.

L’art. 6 è un proditorio attacco alla sovranità comunale: i comuni da presidii di democrazia di prossimità ridotti a meri esecutori della spoliazione della ricchezza sociale. È il punto di demarcazione tra due diverse culture, quella che considera un dovere il rispetto e la garanzia dei diritti fondamentali e quella che trasforma ogni cosa, anche le persone, in strumenti economici e merci».

Non è un buon momento per esercitare la memoria dei risultati dei referendum (quello sull’acqua e sul nucleare) e nemmeno per chi crede in una politica che non sia solo privatizzazione. E non notate anche voi come se ne parli poco in giro? Quanto durerà ancora questo servizievole allineamento?

Buon venerdì.

 

 

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L’articolo originale per Left qui https://left.it/2021/11/12/ma-davvero-privatizzano-anche-lacqua/

Le manifestazioni no pass possono non piacerci, ma limitare i diritti è un precedente pericoloso

Scrivo un articolo che so già che creerà frastornanti rivoli di tifo da una parte e dall’altra. Ogni volta mi chiedo chi me lo faccia fare di scrivere pezzi così che tornano buoni agli uni per accusarmi di lisciare i no vax e permettono agli altri di dirmi che sono “un servo del potere” che finalmente si è svegliato. Mi permetto di abusare di qualche riga per uso personale ribadendo la convinzione che la guerra vada fatta al virus e non agli strumenti che servono per contrastarlo, come ha detto il presidente della Repubblica Mattarella.

Le leggi e la Costituzione sono una cosa seria, serissima, non l’abbiamo sempre detto? Per un divieto di svolgere cortei sciorinato con tanta leggerezza come sta accadendo in questi giorni in altri tempi leggeremmo lunghissimi editoriali sulla strada ampia, incapperemmo in decine di dibattiti televisivi e, soprattutto, non cadremmo nella tentazione di posizionarci per tifo. Alcuni punti critici forse varrebbe la pena osservarli.

Il bilanciamento tra il diritto di manifestare e altri diritti come quelli sanitari (ma non solo quelli, visto che la circolare allarga a qualsiasi manifestazione) è davvero una competenza solo del ministero degli Interni che possa essere contenuta in poche righe spedite a Prefetti e Questori? Se davvero, come dice l’articolo 17 della Costituzione, una manifestazione può essere vietata “soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica” è pensabile che una ministra detti una regola generale senza tenere conto che le variabili concrete sono analizzabili solo caso per caso, per ogni singola manifestazione, coinvolgendo le autorità preposte (come Questura, Prefettura e Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica)?

Una circolare ministeriale non può certe prevedere il singolo caso ma può pericolosamente risultare un condono politico: Lamorgese in quella nota sembra dire a Questori e Prefetti di autorizzare solo presidi pressoché statici per manifestazioni comunicate in anticipo e di usare il pugno duro per tutto il resto. La circolare sostanzialmente dà un indirizzo politico al loro esercizio. E non dovrebbe essere questo un punto di cui dibattere lì dove dibatte la politica (e anche fuori) senza avere paura di essere incasellati da una parte e dall’altra?

Poi c’è la questione sanitaria: svolgere in sicurezza le manifestazioni e non permettere a nessuno di contribuire all’aumento di contagio è sicuramente prioritario per uscire definitivamente dalla pandemia ma non è proprio la ministra Lamorgese la responsabile del rispetto delle regole anche durante i cortei? Si legge da diverse parti che l’urbanizzazione del nostro Paese preveda centri storici con spazi angusti.

La ministra Lamorgese nella sua circolare scrive che “in occasione di tali manifestazioni, si riscontra frequentemente un significativo livello di inosservanza delle disposizioni di prevenzione del contagio, concernenti il divieto di assembramenti, il rispetto del distanziamento fisico e l’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie, con potenziale pericolo di incremento dei contagi e, dunque, per la salute dei cittadini”. Se esiste una prescrizione normativa che non si riesce a fare rispettare evidentemente quella norma allora risulta essere inefficace e quindi sbagliata. 

Lo so, lo so, qualcuno dirà che sono solo questioni di lana caprina ma uno Stato ha il dovere di agire secondo la legge oppure di promulgare leggi nuove per dare forza alle proprie azioni. Come fa notare giustamente Vitalba Azzolini «se ci sono prove concrete di manovre di destabilizzazione sottese ai cortei no-vax, come qualcuno ipotizza, non basta che il Viminale prescriva di spostarle fuori dai centri storici. Serve fare ben altro, com’è ovvio. E comunque servono motivi “comprovati”, dice la Costituzione».

Siamo tutti consapevoli di essere in un momento storico in cui la compressione delle libertà costituzionali sia dettata dalla straordinarietà del momento ma è concesso vigilare su questa graduale compressione (tra l’altro guidata da un governo che sicuramente piace molto alle élite italiane) e discuterne senza essere additati come negazionisti? Giusto ieri il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni scriveva: «Non sono d’accordo. È una decisione pericolosa e gravida di conseguenze. Se si può lavorare, andare al cinema e a una festa, si deve poter manifestare. Magari impedendo a gruppi di fascisti di assaltare la #CGIL. Ma l’idea che i problemi di consenso si risolvano vietando di manifestare è inaccettabile. Anche quando le ragioni delle manifestazioni non ci convincono, o non ci piacciono proprio. Io per esempio sono del tutto in disaccordo con chi va in piazza contro vaccino e green pass. Ma con il pretesto di colpire #NoVax e #NoGreenpass, non si possono  limitare le libertà costituzionali di milioni di cittadini e cittadine di esprimere e manifestare il proprio dissenso. La risposta non è reprimere, ma convincere e vaccinare». 

Infine due questioni semplici semplici. Il centro di una città non è il tempio del commercio, checché ne dicano alcuni: il centro di una città è il centro della vita pubblica, sociale e politica. Deviare una manifestazione per concedere ai commercianti di fare cassa è una decisione che decide di propendere per il soldo rispetto alle proprie idee, anche se queste idee in questo momento non ci piacciono per niente.

Le manifestazioni passano per il centro delle città perché altrimenti non le vedrebbe nessuno e il primo obiettivo di ogni manifestazione è quello di manifestarsi e manifestare le proprie idee. Oggi accade con i no green pass, ma se domani dovesse accadere con lavoratori che hanno perso il proprio stipendio o con una manifestazione contro il razzismo? Quando si limitano i diritti poi prima o poi ne facciamo i conti tutti, anche questo lo scriviamo da anni.

Qualcuno dice che si è presa questa decisione per fermare i violenti. Benissimo. Registriamo che il governo ad oggi non ha sciolto Forza Nuova ma ha sciolto i cortei scegliendo la via più facile esattamente come avviene per il vaccino che si potrebbe (e dovrebbe) avere il coraggio di rendere obbligatorio. Forse vale la pena pensarci.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Sul confine tra Polonia e Bielorussia si sta consumando una guerra contro i migranti

Polonia e Bielorussia si fanno la guerra e le guerre oggi non hanno nemmeno bisogno di armi, bastano i migranti. È dall’inizio dell’estate che la Bielorussia accoglie migliaia di migranti per poi spingerli verso il territorio polacco e dei paesi baltici, con il chiaro obiettivo di mettere in difficoltà quell’Unione Europea che da sempre è avversaria del regime autoritario di Alexander Lukashenko.

Già alcune settimane fa la Polonia aveva denunciato almeno 30mila tentati accessi alle frontiere con la Bielorussia. Alcune testimonianze dei migranti raccontano di viaggi organizzati e addirittura incoraggiati dalle autorità bielorusse che svolgono un vero e proprio ruolo di “scafisti” via terra: il viceministro della Lituania Kęstutis Lančinskas raccontò a Bbc News di avere saputo «che il governo bielorusso stava semplificando le procedure burocratiche per rilasciare visti “turistici” in Iraq».

Per un migrante che vuole arrivare in Europa ottenere il via libera per raggiungere il confine di un Paese europeo significa molto spesso essere a un passo dalla salvezza. Da mesi molte agenzie di viaggio in Iraq (ma anche in nazioni vicine) riescono a ottenere il visto nel giro di pochi giorni e a imbarcare i profughi sugli aerei delle molte compagnie che ha aperto una rotta su Minsk, la capitale bielorussa. Qui (ovviamente con l’aiuto dei trafficanti) l’ultimo passo è quello di superare il confine dove arrivano scortati dalle forze di sicurezza bielorusse con appositi bus e taxi. Allo stato attuale sarebbero almeno 2.000 le persone ammassate vicine al confine polacco (secondo la stima della Commissione Europea, il governo polacco parla di circa 4.000 persone) che si trovano sulla strada dalla bielorussa Bruzgi e la polacca Kuźnica. Si tratta di uomini ma anche famiglie, donne e bambini che stanno all’aperto con temperature vicine allo zero, senza acqua e senza cibo, con i due eserciti che si fronteggiano a pochi metri. L’accesso ai giornalisti è vietato e per ora anche l’ingresso delle associazioni umanitarie è resa molto difficile. Migliaia di persone sono di fronte al filo spinato dove il governo polacco ha schierato 22mila uomini per impedire che attraversino la frontiera. «Siamo pronti a qualsiasi scenario. La nostra priorità è una difesa solida del confine», ha twittato il ministro dell’Interno polacco, Mariusz Kaminski e ha nessuno viene in mente di preoccuparsi dell’incolumità dei migranti. «Né la Bielorussia né la Polonia ci stanno accogliendo», ha raccontato a Bbc News Shwan Kurd, un iracheno di 33 anni che si trova al confine: «Non ci lasciano dormire e siamo affamati, qui non ci sono né acqua né cibo. Ci sono bambini piccoli, anziani e famiglie».

Per abbattere il filo spinato vengono usati tronchi come arieti ma anche utensili che difficilmente i profughi possono essersi portati con loro. Per questo il governo Polacco accusa il governo di Alexander Lukashenko di rifornire alle persone tutto l’occorrente per superare la barriera. Il gioco dall’altra parte è semplicissimo accusando la Polonia di “disumanità” per la sua sospensione di procedura della richiesta d’asilo.

Dietro a tutto questo la Nato ha preso le difese della Polonia mentre la Russia (accusata da molti di essere la mente del progetto di pressione sui confini europei) ha preso le parti di Lukashenko. La tensione è altissima e basta pochissimo (un colpo sbagliato) per accendere un incendio che provocherebbe un’enorme crisi internazionale. Il fatto che la Polonia poi appoggi tutta la propria credibilità internazionale in un sovranismo dal pugno di ferro rende inevitabilmente tutto più difficile. La Polonia ovviamente ha tutto l’interesse a ingigantire il problema.

Matteo Villa dell’Ispi osserva in un’intervista a Adnkronos che «le autorità polacche a ottobre hanno detto che ci sono stati tra i 15mila e i 30mila tentativi di attraversare frontiera, ma hanno contato le stesse persone che più volte hanno provato a superare il confine». Secondo Villa la Polonia gioca per «ottenere lo sblocco dei fondi del suo Pnrr e, allo stesso tempo, spingere Bruxelles – su impulso tedesco – a chiudere un occhio sulla questione dello stato di diritto e distogliere l’attenzione dalle proteste interne per la legge sull’aborto». E in effetti anche questo è un ulteriore tassello di una crisi internazionale che sarebbe troppo banale vedere come un semplice affare di qualche migliaio di persone da ricollocare. L’Europa raccomanda la calma ma servirà molto di più per sbloccare la situazione.

L’articolo Sul confine tra Polonia e Bielorussia si sta consumando una guerra contro i migranti proviene da Il Riformista.

Fonte

La trappola dell’uomo forte

Draghi al Quirinale e de facto anche a Palazzo Chigi tramite un fiduciario. La provocazione “semipresidenzialista” del leghista Giorgetti sembra buttata lì ma rientra nel disfacimento della democrazia parlamentare. E il silenzio che si è creato intorno indica che la soluzione non dispiace

Non potendo cambiare la Costituzione la calpestano. Intorno l’aria da taumaturgo indispensabile (cavalcata con astuzia e mestiere da Mario Draghi che continua a guidare l’esecutivo con l’aria di quello che partecipa alla riunione del consiglio di amministrazione) fa tutto il resto. L’ultimo in ordine di tempo è il ministro Giancarlo Giorgetti (un ministro che non parla mai della sua delega ma in compenso si spende tutti i giorni sui giornali per avventurarsi negli scenari futuri) che propone un semipresidenzialismo de facto spostando Draghi al Quirinale da Palazzo Chigi (dove andrebbe bene una qualsiasi sua emanazione assolutamente ininfluente) e continuando ad attribuirgli tutti i poteri di un presidente del Consiglio ammantato da presidente della Repubblica. La provocazione di Giorgetti tra l’altro diventa utilissima anche per continuare a bombardare il suo segretario Salvini stritolato nella scomoda posizione di chi non può tradire il governo Draghi ma non può nemmeno lasciare il campo dell’opposizione libero e disabitato a Giorgia Meloni.

Ma la frase di Giorgetti si inserisce in un lento disfacimento del parlamentarismo che ha…

L’editoriale è tratto da Left del 12-18 novembre 2021

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SOMMARIO

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.