Vai al contenuto

Serviva il Consiglio di Stato?

No alle proroghe automatiche e generalizzate (e ai privilegi) delle concessioni balneari. Lo hanno stabilito i giudici. E ora la politica deve decidere cosa fare

Dove non arriva la politica arrivano i tribunali e non è mai una buona notizia per chi alla politica si ostina a crederci ancora e soprattutto per tutti quelli che la sfiducia nella politica la dimostrano in maniera crescente a ogni tornata elettorale.

Nel 2009 l’Europa aveva bacchettato l’Italia per le spiagge praticamente regalate ai gestori di stabilimenti balneari che sono diventati una delle tante caste intoccabili in Italia, bravi a fare imprenditoria con un canone irrisorio (nel 70% dei casi meno di 2.500 euro all’anno) e prezzi alle stelle. Le vacanze italiane costano 400 euro al giorno per un ombrellone e un lettino all’Hotel Romazzino di Porto Cervo mentre tutte le 59 concessioni del comune di Arzachena in Costa Smeralda portano nelle casse dello Stato 19mila euro all’anno. Non è mica difficile fare impresa così, se ci pensate bene, ottenendo un bene pubblico a un prezzo irrisorio e rivendendolo come pregiatissimo bene privato.

Qualche giorno fa il governo (dei migliori) aveva preferito decidere di non decidere (com’è nelle corde dei governi che si preoccupano innanzitutto di non scontentare nessuno) prendendosi anche il richiamo della Commissione europea che aveva spiegato che «è una prerogativa italiana decidere come procedere sulla riforma» e che è «importante che le autorità italiane mettano rapidamente in conformità la loro legislazione, e le loro pratiche relative alle attribuzioni delle concessioni balneari, con il diritto europeo e la giurisprudenza della Corte di Giustizia».

Del resto proprio Draghi a giugno aveva promesso a Von der Leyen di mettere mano alla questione. Promessa non mantenuta. Ora il Consiglio di Stato ha affermato che la perdurante assenza (nonostante i ripetuti annunci di un intervento legislativo di riforma, mai però attuato) di un’organica disciplina nazionale delle concessioni demaniali marittime genera una situazione di grave contrarietà con le regole a tutela della concorrenza imposte dal diritto dell’Ue, perché consente proroghe automatiche e generalizzate delle attuali concessioni (l’ultima, peraltro, della durata abnorme, sino al 31 dicembre 2033), così impedendo a chiunque voglia entrare nel settore di farlo. Secondo il Consiglio di Stato – si legge in un comunicato – il confronto concorrenziale, oltre a essere imposto dal diritto Ue, «è estremamente prezioso per garantire ai cittadini una gestione del patrimonio nazionale costiero e una correlata offerta di servizi pubblici più efficiente e di migliore qualità e sicurezza, potendo contribuire in misura significativa alla crescita economica e, soprattutto, alla ripresa degli investimenti di cui il Paese necessita».

Ora tocca fare politica. A Draghi toccherà fare i conti con Salvini (del resto è troppo comodo tenersi al governo qualcuno che si fa finta di incrociare per caso) e finalmente si scoprono le carte. Nei partiti non è difficile prevedere chi sta dalla parte del mantenimento del privilegio e chi no. Quale sarà la sintesi del governo invece sarà una fotografia finalmente politica di chi caracolla sperando di fare i conti senza dover perdere troppe scomode decisioni. Attendiamo.

Buon giovedì.

💥 Porta Left sempre con te, regalati un abbonamento digitale e potremo continuare a regalarti articoli come questo!

🆙  Bastano pochi click!

🔴  Clicca sull’immagine oppure segui questo link > https://left.it/abbonamenti

—> Se vuoi regalare un abbonamento digitale, scrivi a [email protected] oppure vai nella pagina abbonamenti, clicca sull’opzione da 117 euro e inserisci, oltre ai tuoi dati, nome, cognome e indirizzo mail del destinatario <—

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Un ex premier voleva pilotare i tg, ma siccome si tratta di Renzi e non di Berlusconi nessuno si indigna

Una valanga di ipocrita indignazione per la presunta pubblicazione del presunto conto corrente di Matteo Renzi da parte de Il Fatto Quotidiano qualche giorno fa. Come al solito i lamenti sono inesatti (nella migliore delle ipotesi) se non addirittura strumentalmente falsi (se si vuole presumere una certa malafede dei garantisti pelosi): quello pubblicato non era “il conto corrente” ma semplicemente i finanziamenti presi dal senatore Matteo Renzi. Del resto lo stesso Renzi (quando si fingeva a favore della trasparenza perché non aveva ancora il privilegio di poter essere un antipatico ben pagato) sventolava il suo conto corrente con 15mila euro di saldo dicendo che qualsiasi politico con più denaro sul conto corrente non sarebbe stato credibile.

Presto fatto: in due anni Renzi di milioni ne ha incassati 2,6 anche da Stati stranieri. Niente. Gli strenui difensori dicono che sono fatti privati e che questa deriva potrebbe rendere pubblici gli estratti conto di tutti noi. Peccato che i movimenti bancari invece stiano nella carte depositate (e non segrete) di un’indagine in corso.

Chissà invece che dicono oggi i pelosi garantisti delle novità (sempre tra le carte dell’inchiesta) che racconta Il Fatto Quotidiano. Chissà se davvero avranno il coraggio di dirci che non c’entri nulla con la politica il fatto che Renzi e la sua combriccola abbiano usato una “Bestia” come quella dell’odiatissimo (e pubblicamente sbertucciato) Luca Morisi per la Lega di Salvini per creare account falsi sui social e per dopare il sentiment. Ai tempi della Lega fu proprio Renzi (e tutti i renziani) a definire “uno schifo” le modalità leghiste. E ora che si dice delle bestioline?

Politicamente rilevante appare anche la richiesta di Renzi di “pretendere una figura di raccordo tra noi e Andrea Salerno – scrive così Renzi a proposito del direttore di La7 – e conoscere le scalette”. Si potrebbe discutere ore dell’opportunità che un politico si senta in diritto di “pretendere di indirizzare alcuni contenuti” (e qui Renzi si supera buttando giù addirittura una linea editoriale che parte dal “superstipendio di Grasso”, una “fuga di Di Maio dalla società di Brescia sul Jobs Act” e un “marocchino che fa il volontario sulle ambulanze cacciato dal segretario della Lega di Vercelli”). Poi c’è il solito Renzi: quello che dice ai suoi di “montare polemiche su ogni cosa” (ma come? Proprio lui che professa la politica della serietà?), quello preoccupato per il suo scarso appeal sulle 25-44enni e quello che pretende di avere “rubriche fisse” sui quotidiani.

Ora, davvero, non è utile conoscere come intende la politica un ex premier che ancora vorrebbe essere leader? Così, per sapere. Perché l’Italia che (giustamente) trovava pericolose le frequentazioni e i ricatti nel letto di Berlusconi e ora ritiene “privati” i desideri di un ex presidente del Consiglio nell’orientare la stampa è piuttosto incoerente.

Leggi anche: Conte contro Renzi: “Mentre noi ci battevamo per la revoca di Autostrade, il leader di Italia Viva prendeva soldi dai Benetton”

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Sto cercando unə organizzatore/trice teatrale.

Sto cercando unə organizzatore/trice teatrale.

Non sto qui a spiegare perché la vita ti porta ad allontanarti da qualcosa che ritenevi imprescindibile fino a un minuto prima. Accade così.

Poi succede anche che ritrovi la voglia, l’ispirazione e l’energia per decidere di andarti a riprendere quel filo e ti scoppia il cuore.Cerco qualcunə che ami i palchi, le storie e che creda nella parola.

La collaborazione si svolge in autonomia e da casa propria.

C’è solo un piccolo scoglio: tocca avere a che fare con me.

Per candidature inviate tutto a spettacoli@giuliocavalli.net

I nuovi proiettili sono i profughi

I quattromila migranti disperati che si trovano bloccati al confine tra Bielorussia e Polonia sono usati come armi da fazioni in guerra tra loro. La loro disumanizzazione è ormai completata

A cosa servono le armi quando la guerra la puoi fare con i disperati?

Al confine tra Bielorussia e Polonia quattromila migranti disperati si trovano nel limbo di due Stati e due eserciti che si fronteggiano. Sono le bombe che non hanno bisogno di essere armate e nemmeno di esplodere del dittatore Alexander Lukashenko che li usa per esercitare pressione sull’Europa per le sanzioni adottate dall’Ue contro il Paese e allo stesso tempo sono le armi anche del governo polacco che ha schierato 22mila uomini per impedire che attraversino la frontiera. Poco dietro la Germania osserva piuttosto spaventata.

Sullo sfondo la Nato difende la Polonia e la Russia difende il regime bielorusso. L’altro ieri al checkpoint di Kuznica è arrivato un fiume di uomini, donne e bambini che camminavano in fila verso il confine «scortati» dalla polizia di frontiera bielorussa spingendoli ad abbattere le barriere. Sono scene apocalittiche: la polizia polacca spara proiettili e fumogeni per disperdere i migranti, qualcuno usa i tronchi come arieti contro il filo spinato, alcuni cittadini polacchi accendono luci verdi in casa per segnalare la propria disponibilità ad accogliere. In tutto questo ovviamente la Polonia prova a fare di tutto per non coinvolgere Bruxelles poiché non sarebbe facile poi giustificare la “perdita di sovranità” per un governo che si basa tutto sulla forza del suo sovranismo.

In una lettera indirizzata al Consiglio d’Europa e al Parlamento europeo le premio Nobel per la letteratura Svjatlana Aleksievic, Elfriede Jelinek, Herta Müller e Olga Tokarczuk denunciano la «catastrofe umanitaria» che si consuma ogni giorno al confine.

La disumanizzazione ormai è completata: i migranti sono stati usati come letame per concimare voti, sono stati usati come carne per chiedere soldi all’Europa, sono stati usati come diavoli per invocare sicurezza, sono corpi che riempiono il Mediterraneo e ora sono i proiettili di una guerra che usa persone al posto dei proiettili.

Ogni giorno pensiamo di avere toccato il fondo e il giorno dopo cominciamo a scavare.

Buon mercoledì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

L’ipocrisia dell’Europa che commemora la caduta del muro di Berlino mentre schiaccia i migranti tra barriere e confini

Belli questi festeggiamenti per la caduta del muro di Berlino, con tutta questa ficcante retorica del mondo senza muri, sulla libertà, sul diritto delle persone di spostarsi e tutto il resto. La cosa più bella, lasciatemelo dire, è che questa iliade sul muro di Berlino arriva dagli stessi che raccontano la favola della globalizzazione come liberazione delle persone, sono quelli convinti che siano gli anni che passano a sancire la modernità del mondo e dei comportamenti.

Che pena sentire l’Europa dare lezione sulla caduta di un muro mentre negli anni novanta in Europa venivano costruiti mille chilometri di muri, un’Europa che all’epoca della caduta del muro a Berlino di muri ne aveva 2 in tutto e ora se ne ritrova 15. Un’Europa che su 28 Stati membri dell’Unione me ha ben 10 con muri sul proprio territorio.

Chissà perché non dovrebbero essere proprio questi giorni di memoria per ricordare quel muro di 4 metri in altezza che separa la Grecia dalla Turchia per lasciare fuori i disperati. A proposito di divisioni (e tutti quelli che contriti per la Berlino divisa in due) chissà se qualcuno sa della barriera che divide Cipro tra la sua parte greca e la sua parte turca, con quei 180 chilometri che ancora separano la capitale con sacchi di sabbia e filo spinato.

A proposito di diritti e di libertà, la barriera che divide la Bulgaria dalla Turchia? Una rete di filo spinato lunga 200 chilometri, presidiata da militari e guardie di frontiera. Il governo bulgaro ha costruito la recinzione per contenere l’entrata di profughi che tentano di raggiungere l’Europa attraversando la Turchia e siccome la Storia è talvolta è una pessima insegnante la barriera ricalca quella che aveva lo scopo di non lasciare che i cittadini dell’Unione Sovietica fuggissero verso Occidente.

C’è filo spinato anche tra Ungheria e Serbia, 200 km per 3 metri in altezza per lasciare fuori i profughi della rotta balcanica. Nel 2015 Budapest ha anche iniziato a costruire una barriera fra Ungheria, Serbia e Croazia. Nel 2017 hanno anche richiesto soldi all’Europa perché, dissero, le barriere edificate “difendono tutta l’Unione dalle ondate di migranti”, per cui è giusto che la comunità europea “paghi la sua parte”.

Muro anche tra Austria e Slovenia, sempre per lasciare fuori i disperati della rotta balcanica. L’Austria durante la costruzione ci ha raccontato che “si tratta di assicurare un ingresso ordinato e controllato nel nostro Paese, non di chiudere la frontiera” e i loro amici sloveni hanno fatto sapere che se serviranno costruiranno altri muri.

Nel 2016 è stata eretta una barriera alta 4 metri e lunga 200 tra Norvegia e Russia, costruita per evitare passaggi illegali, come li chiamano loro, che significa non avere a che fare con i poveri e con i disperati. Nel 2017 sono state costruite recinzioni fra le Repubbliche baltiche e la Russia. La Lituania ha costruito una barriera contro Russia e Bielorussia. La Lettonia sta ancora costruendo un muro che la protegga da Mosca.

Oppure la vergogna di Calais, in Francia: un muro di 4 metri è stato eretto per bloccare i migranti che tentano di raggiungere la Gran Bretagna passando attraverso il tunnel che scorre sotto La Manica o entrando nei camion che si imbarcano al porto.

Poi c’è il muro che non ha avuto nemmeno bisogno di mattoni: il mar Mediterraneo. Lì non si trovano nemmeno corpi impigliati perché se li ingoia l’acqua.

Intanto in Libia migliaia di migranti dormono per strada a Tripoli senza cibo, senza acqua, senza cure mediche e senza futuro. Due sono morti investiti da auto di passaggio di notte, uno è stato accoltellato l’altro ieri.

Ci si aspetterebbe almeno un po’ di ritegno, in mezzo a tutto questo rituale, di fronte alle immagini delle persone spostate come mandrie e randellate come bestie mentre Polonia e Bielorussa usano esseri umani come proiettili. Mentre anche quei confini vengono utilizzati come un implico diritto al muro.

Facciamo così. Commemorate il muro di Berlino con le fanfare e i discorsi ma almeno abbiate la dignità di non venirci a raccontare di essere usciti dall’incubo. L’Europa ha trasformato i confini in muri e li ha appaltati ai criminali. Commemorate ma non consideratevi assolti.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Galbiate, solidarietà e minacce sui social dopo l’interdittiva antimafia per una pizzeria


Il prefetto di Lecco Castrese De Rosa ha emesso un’interdittiva antimafia nei confronti di una pizzeria di Galbiate, “Le chic”. Il locale ha cambiato nome e titolari negli ultimi anni, ma secondo il Prefetto si tratterebbe solo di “un’operazione di cosmesi societaria” e sarebbe sempre legata alle famiglie di ‘ndrangheta Coco-Trovato. Eppure dopo la decisione del prefetto sui social c’è chi difende la pizzeria.
Continua a leggere

Scusi, è permesso?

Presentando il ddl sulla Concorrenza il ministro Brunetta ha spiegato che i nuovi controlli alle imprese saranno annunciati in anticipo: «Prima di ogni controllo ci sarà una telefonata per programmarlo, specificarne la natura, individuarne i contenuti e i documenti necessari»

Qualche giorno fa quatto quatto il ministro per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione Renato Brunetta ha pronunciato un frase che mette i brividi e che se fosse uscita dalla bocca di qualsiasi altro politico di qualsiasi altro governo oggi campeggerebbe sulle prime pagine di tutti i giornali e infarcirebbe i social indignati di molti capi di partito.

Il governo Draghi invece è il bromuro con cui si rende digeribile tutto, un succo gastrico in azione perenne che riesce a lasciare passare sotto traccia di tutto. Presentando il ddl sulla Concorrenza Brunetta ha annunciato che i nuovi controlli alle imprese saranno annunciati in anticipo. Sì, avete capito bene: Brunetta ha spiegato che «prima di ogni controllo ci sarà una telefonata per programmarlo, specificarne la natura, individuarne i contenuti e i documenti necessari, i giorni in cui arriverà, le risorse umane di cui avrà bisogno. Non ci saranno divise o mitragliette in vista». Dice il ministro che la nuova parola d’ordine sarà «rispetto reciproco» e «civiltà, gentilezza e cortesia».

La frase, osservata con attenzione, dice tutto. Per Brunetta ogni volta che lo Stato assolve il suo dovere di controllare le imprese evidentemente sta disturbando qualcuno, mica sta semplicemente assolvendo il proprio compito di garantire legalità e diritti. Evidentemente Brunetta è abituato a immaginare gli uomini della Guardia di Finanza con mitra spianati mentre controllano i registratori di cassa di qualche fruttivendolo (o forse è semplicemente scioccato dal rapporto con la Guardia di Finanza del suo padrone Berlusconi). Se notate bene nella narrazione di Brunetta spariscono i lavoratori. Nel suo magico mondo che ha nella testa esistono solo imprenditori e Stato, solo loro due. Non ci sono i dipendenti che lavorano in nero, non ci sono i lavoratori che rimangono stritolati nei macchinari per la rimozione di dispositivi di sicurezza al fine di accelerare la produzione, non ci sono lavoratori costretti a svolgere mansioni che non rientrano nei loro compiti. Niente di niente.

Del resto sapete dove ha pronunciato tutto questo Brunetta? Alla tavola rotonda “Procurement pubblico del digitale per la trasformazione del Paese”, promossa da Anitec-Assinform, la branca di Confindustria che raccoglie le imprese del comparto tecnologie per l’informazione. Vedi a volte il caso.

Tutto questo nel Paese con 3 morti al giorno sul lavoro, con 600mila infortuni denunciati, con il lavoro nero che dilaga. Ora immaginate l’imprenditore che con gentilezza avrà modo di “mettere le carte a posto” prima di una qualsiasi ispezione. Che mondo fantastico, eh?

Buon martedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Berlusconi vuole fare il presidente della Repubblica: ma non doveva essere l’era dei “migliori”?

Un continuo, logorante e pericoloso processo di “normalizzazione”. L’ascesa di Mario Draghi e il cosiddetto “governo dei migliori” ha portato con sé un’involuzione che molti aspettavano con ansia, sempre in attesa di qualcuno che legittimasse le loro aspirazioni che sarebbero risultate incredibili e oscene solo qualche mese fa. Siamo a novembre del 2021 e Silvio Berlusconi vuole fare il presidente della Repubblica. Fin qui non ci sarebbe nulla di male, sarebbe l’ennesima boutade di un comico pericoloso che punta sulla proverbiale memoria corta degli italiani per concedersi il lusso di una ritrovata credibilità che è figlia solo della sua posizione di secondo piano per anni. Non stupisce nemmeno che i suoi fedeli Meloni e Salvini scodinzolino felici: che in termini di autorevolezza siano riusciti perfino a fare peggio di lui agli occhi dell’Europa è una cosa che sanno tutti e non c’è niente di più comodo per loro di poter scorrazzare da discoli nel centrodestra parcheggiandolo come padre nobile.

Il punto più preoccupante è che intorno alla candidatura di Berlusconi al Quirinale si è acceso un dibattito che vorrebbe addirittura essere serio, allargato anche nei giornali che si autodefiniscono progressisti e che sull’antiberlusconismo hanno venduto per anni. Il nemico Berlusconi oggi è diventato improvvisamente commestibile perché quando gli interessi in gioco si fanno importanti, perfino il peggior nemico può essere utile per giocare di sponda. E tutto questo è avvilente, immorale e da osteggiare con forza.

C’è innanzitutto il tema giudiziario: Silvio Berlusconi ha subito una condanna definitiva per frode fiscale nel procedimento sui diritti Mediaset ed è attualmente indagato per l’inchiesta sulle stragi del ’93. Il braccio destro di Berlusconi è in carcere perché amorevolmente incontrava boss di Cosa nostra mentre progettava la fondazione di Forza Italia e una recente sentenza ha definitivamente chiarito che la mafia era pagata lautamente dalle aziende di Berlusconi. Ma non è nemmeno solo questo il punto.

Dal lato politico Silvio Berlusconi ha accumulato una serie di disastri con i suoi tre governi (1994, 2001-06, 2008-11) facendo crollare del 3,1% il Pil reale pro capite, Berlusconi è colui che ha distrutto la scuola pubblica (tagliando qualcosa come otto miliardi di euro e cancellando più di 80.000 cattedre) e che ha tagliato i fondi alle forze dell’ordine e alla Giustizia.

Poi c’è un aspetto spaventoso: il presidente della Repubblica ricopre il ruolo di capo del Csm e qualcuno davvero vorrebbe mettere Berlusconi a capo di quella magistratura contro cui si è scagliato per un ventennio per sfuggirle mentre collezionava 38 leggi ad personam. Vi ricordate il lodo Alfano (poi dichiarato incostituzionale) che gli servì per sfuggire al processo a suo carico per corruzione in atti giudiziari insieme a Davide Mills? Vi ricordate quando poi nel 2010, non sapendo più come bloccare i processi Mediaset e Mills, fece approvare una legge che rendeva automatico il “legittimo impedimento” a comparire nelle udienze per sé stesso e per i suoi ministri, il tutto per una durata di sei mesi, prorogabili fino a 18 semplicemente con una certificazione della Presidenza del Consiglio?

Vi ricordate in quell’anno quando il suo governo varò un decreto interpretativo per sanare ex post le irregolarità delle liste del Pdl presentate fuori tempo massimo? Vi ricordate la legge Tremonti? Il decreto n.357 approvato dal Berlusconi I il 10 giugno 1994 detassava del 50% gli utili reinvestiti dalle imprese, purché riguardino l’acquisto di “beni strumentali nuovi”. La neonata società Mediaset utilizzò la legge per risparmiare 243 miliardi di lire di imposte sull’acquisto di diritti cinematografici per film d’annata: che però non sono beni strumentali, ma immateriali, e non sono nuovi, ma vecchi. A sanare l’illegalità intervenne il 27 ottobre 1994 una circolare “interpretativa” Tremonti che fa dire alla legge Tremonti il contrario di ciò che diceva, estendendo il concetto di beni strumentali a quelli immateriali e il concetto di beni nuovi a quelli vecchi già usati all’estero.

Vi ricordate la legge sul falso in bilancio (era il 2002 e Berlusconi aveva cinque processi in corso per quel reato) che cancellò di colpo i suoi 5 processi? E la legge Cirami (quella volgarmente detta del “legittimo sospetto”) per spostare i processi in corso da Milano a Brescia? Vi ricordate il condono fiscale del 2002 con cui Berlusconi cancellò un’evasione di 301 miliardi di lire contestati dai pm con un bollettino postale da 1.800 euro? Oppure la villa in Costa Smeralda con una legge ad hoc? E queste sono solo alcune delle 38.

Qualcuno dice che Berlusconi non possa rimanere incagliato nelle sue cene eleganti con escort perché sono roba privata. Hanno ragione: ciò che spaventa di Berlusconi è il lato pubblico e di governo. Normalizzare la politica berlusconiana in nome di un annacquatissimo moderatismo è un trucco infame. Conviene ricordarselo tutti i giorni.

Leggi anche: Le cancellerie europee preoccupate per il possibile approdo di Berlusconi al Quirinale

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Lavorare sempre di più, pagati sempre meno

In Italia moltissime persone guadagnano appena quel che basta per dormire, mangiare e spostarsi. Salari da fame significa crescita della povertà assoluta. E pensioni da fame. Ecco quello che certa narrazione non prende in considerazione

“Up su la testa!”, un’organizzazione politica di studenti, lavoratori e cittadini che è nata con l’intenzione di lavorare insieme ad altri gruppi, fare rete, costruire coalizioni e percorsi comuni ed essere uno spazio di discussione e approfondimento (gente che cerca di unire nel disgregato e disgregante mare della sinistra italiana) ha lanciato una campagna per il salario minimo (“Sotto dieci è sfruttamento”) che fotografa perfettamente un pezzo di Paese che trova (furbescamente) poco spazio nel dibattito politico.

«Tantissime e tantissimi di noi – scrivono nel loro manifesto – nonostante anni di esperienza, studi, sforzi, fatica, non sono indipendenti e soddisfatti della propria condizione di vita. C’è chi è costretto a rimanere a lungo in casa con i genitori, chi ci torna dopo anni di tentativi, c’è chi condivide la casa con amici e sconosciuti nonostante siano passati molti anni dalla fine degli studi. C’è chi lavora tante ore con una paga oraria ridicola e c’è chi è costretto a un part-time dietro il quale si nascondono straordinari non pagati, sfruttamento e ricatti, c’è chi non trova lavoro e chi emigra per averne uno, chi lavora per un decennio nella stessa azienda con una partita Iva senza mai avere ferie e contributi, chi passa da uno stage non retribuito a un finto tirocinio sottopagato, chi prende la metà del suo collega di scrivania pur svolgendo le stesse mansioni, chi ha visto aumentare le proprie bollette a dismisura per lo smartworking e chi viene licenziato perché l’azienda delocalizza all’estero».

Si prende atto che moltissime persone guadagnano appena quel che basta per dormire, mangiare e spostarsi. E se è vero che il denaro non dà la felicità è pur vero che la serenità di non vivere aggrappati sempre per un pelo al fine mese dovrebbe essere un diritto dei lavoratori, al di là della retorica sulla nobiltà della fatica. Il salario medio italiano oggi è di 12.400 euro in meno rispetto a quello di un tedesco, l’Italia insieme a pochi altri Paesi ha nel 2019 salari che sono più bassi rispetto a quelli del 2007 e in Italia più di 5 milioni di lavoratrici e lavoratori guadagnano meno di 10.000 euro all’anno.

Come scrivono giustamente quelli di Up «il lavoro povero non è un problema solo della singola persona, ma è una piaga che si abbatte su tutto il Paese. Salari più bassi significa meno consumi, meno investimenti, meno crescita economica. Salari più bassi significa crescita della povertà assoluta. Il lavoro povero non è un problema che riguarda solo l’Italia di oggi, ma anche quella del futuro. Salari da fame oggi significa pensioni da fame domani. Lavorare sotto i dieci euro l’ora facilita la concorrenza al ribasso, la guerra tra poveri, la competizione tra chi lavora, meccanismi tossici che danneggiano le persone comuni a vantaggio di chi trae profitto dalla nostra fatica. Lavorare in condizioni precarie senza adeguati ammortizzatori sociali e  senza una forma realmente inclusiva di  reddito di cittadinanza vuol dire essere tutte e tutti costantemente sotto ricatto. La vittima di questo ricatto è l’intero Paese».

Tutto questo ovviamente viene disarticolato da una certa narrazione che dipinge gli italiani come un popolo di sfaticati intenti al proprio divano (nonostante i 142.000 stagionali di questa estate siano la cifra più alta degli ultimi anni, anche quando non esisteva il reddito di cittadinanza). L’articolo 36 della nostra Costituzione dice che «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se’ e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».

Mi pare un punto centrale per qualsiasi per qualsiasi Piano nazionale di ripresa e resilienza. C’è qualcuno lì fuori che vuole farsene carico per uscire dalla narrazione di governo? Sarebbe utile saperlo in tempi brevi.

Buon lunedì.

🆙  Bastano pochi click!

🔴  Clicca sull’immagine oppure segui questo link > https://left.it/abbonamenti

—> Se vuoi regalare un abbonamento digitale, vai sull’opzione da 117 euro e inserisci, oltre ai tuoi dati, nome, cognome e indirizzo mail del destinatario <—

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.