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Ma davvero privatizzano anche l’acqua?

Il Forum movimenti per l’acqua non ha dubbi e lo scrive netto:

«Era il 5 agosto 2011 quando l’allora Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, insieme al presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet, scrisse la famigerata lettera al presidente del Consiglio Berlusconi in cui indicava come necessarie e ineludibili “privatizzazioni su larga scala” in particolare della “fornitura di servizi pubblici locali”. Uno schiaffo ai 26 milioni di italiani/e che poco più di un mese prima avevano votato ai referendum indicando una strada diametralmente opposta, ossia lo stop alle privatizzazioni e alla mercificazione dell’acqua.

Oggi Draghi, da premier con pieni poteri, ripropone in maniera esplicita e chiara quella stessa ricetta mediante il Ddl Concorrenza approvato dal Consiglio dei ministri giovedì scorso. La logica che muove l’intero disegno di legge, oemodo evidenziata nell’art.6, è quella di chiudere il cerchio sul definitivo affidamento al mercato dei servizi pubblici essenziali. Un provvedimento ispirato da un’evidente ideologia neoliberista in cui la supremazia del mercato diviene dogma inconfutabile nonostante la realtà dei fatti dimostri il fallimento della gestione privatistica, soprattutto nel servizio idrico: aumento delle tariffe, investimenti insufficienti, aumento delle perdite delle reti, aumento dei consumi e dei prelievi, carenza di depurazione, diminuzione dell’occupazione, diminuzione della qualità del servizio, mancanza di democrazia. Questa norma, di fatto, punta a rendere residuale la forma di gestione del cosiddetto “in house providing”, ossia l’autoproduzione del servizio compresa la vera e propria gestione pubblica, per cui gli Enti Locali che opteranno per tale scelta dovranno “giustificare” (letteralmente) il mancato ricorso al mercato.

Nel Ddl emerge chiaramente la scelta della privatizzazione. Gli enti locali che intendano discostarsi da quell’indirizzo dovranno dimostrare anticipatamente e successivamente periodicamente il perché di aa scelta, sottoponendola al giudizio dell’Antitrust, oe a prevedere sistemi di monitoraggio dei costi”. Mentre i privati avranno solo l’onere di produrre una relazione sulla qualità del servizio e sugli investimenti effettuati. Inoe, si prevedono incentivi per favorire le aggregazioni indicando così chiaramente che il modello prescelto è quello delle grandi società multiservizi quotate in Borsa che diventeranno i soggetti monopolisti (alla faccia della concorrenza!) praticamente a tempo indefinito.Tutto ciò in perfetta continuità con quanto previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ed è proprio dal combinato disposto tra Pnrr, Ddl sulla concorrenza e decreto semplificazioni (poteri sostitutivi dello Stato) che il Governo intende mettere una pietra tombale sull’esito referendario provando così a chiudere una partita che Draghi ha iniziato a giocare ben 10 anni fa dimostrando, oggi come allora, di fare solo gli interessi delle grandi lobby finanziarie e svilendo strumenti di democrazia diretta garantiti dalla Costituzione.

L’art. 6 è un proditorio attacco alla sovranità comunale: i comuni da presidii di democrazia di prossimità ridotti a meri esecutori della spoliazione della ricchezza sociale. È il punto di demarcazione tra due diverse culture, quella che considera un dovere il rispetto e la garanzia dei diritti fondamentali e quella che trasforma ogni cosa, anche le persone, in strumenti economici e merci».

Non è un buon momento per esercitare la memoria dei risultati dei referendum (quello sull’acqua e sul nucleare) e nemmeno per chi crede in una politica che non sia solo privatizzazione. E non notate anche voi come se ne parli poco in giro? Quanto durerà ancora questo servizievole allineamento?

Buon venerdì.

 

 

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L’articolo originale per Left qui https://left.it/2021/11/12/ma-davvero-privatizzano-anche-lacqua/

Le manifestazioni no pass possono non piacerci, ma limitare i diritti è un precedente pericoloso

Scrivo un articolo che so già che creerà frastornanti rivoli di tifo da una parte e dall’altra. Ogni volta mi chiedo chi me lo faccia fare di scrivere pezzi così che tornano buoni agli uni per accusarmi di lisciare i no vax e permettono agli altri di dirmi che sono “un servo del potere” che finalmente si è svegliato. Mi permetto di abusare di qualche riga per uso personale ribadendo la convinzione che la guerra vada fatta al virus e non agli strumenti che servono per contrastarlo, come ha detto il presidente della Repubblica Mattarella.

Le leggi e la Costituzione sono una cosa seria, serissima, non l’abbiamo sempre detto? Per un divieto di svolgere cortei sciorinato con tanta leggerezza come sta accadendo in questi giorni in altri tempi leggeremmo lunghissimi editoriali sulla strada ampia, incapperemmo in decine di dibattiti televisivi e, soprattutto, non cadremmo nella tentazione di posizionarci per tifo. Alcuni punti critici forse varrebbe la pena osservarli.

Il bilanciamento tra il diritto di manifestare e altri diritti come quelli sanitari (ma non solo quelli, visto che la circolare allarga a qualsiasi manifestazione) è davvero una competenza solo del ministero degli Interni che possa essere contenuta in poche righe spedite a Prefetti e Questori? Se davvero, come dice l’articolo 17 della Costituzione, una manifestazione può essere vietata “soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica” è pensabile che una ministra detti una regola generale senza tenere conto che le variabili concrete sono analizzabili solo caso per caso, per ogni singola manifestazione, coinvolgendo le autorità preposte (come Questura, Prefettura e Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica)?

Una circolare ministeriale non può certe prevedere il singolo caso ma può pericolosamente risultare un condono politico: Lamorgese in quella nota sembra dire a Questori e Prefetti di autorizzare solo presidi pressoché statici per manifestazioni comunicate in anticipo e di usare il pugno duro per tutto il resto. La circolare sostanzialmente dà un indirizzo politico al loro esercizio. E non dovrebbe essere questo un punto di cui dibattere lì dove dibatte la politica (e anche fuori) senza avere paura di essere incasellati da una parte e dall’altra?

Poi c’è la questione sanitaria: svolgere in sicurezza le manifestazioni e non permettere a nessuno di contribuire all’aumento di contagio è sicuramente prioritario per uscire definitivamente dalla pandemia ma non è proprio la ministra Lamorgese la responsabile del rispetto delle regole anche durante i cortei? Si legge da diverse parti che l’urbanizzazione del nostro Paese preveda centri storici con spazi angusti.

La ministra Lamorgese nella sua circolare scrive che “in occasione di tali manifestazioni, si riscontra frequentemente un significativo livello di inosservanza delle disposizioni di prevenzione del contagio, concernenti il divieto di assembramenti, il rispetto del distanziamento fisico e l’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie, con potenziale pericolo di incremento dei contagi e, dunque, per la salute dei cittadini”. Se esiste una prescrizione normativa che non si riesce a fare rispettare evidentemente quella norma allora risulta essere inefficace e quindi sbagliata. 

Lo so, lo so, qualcuno dirà che sono solo questioni di lana caprina ma uno Stato ha il dovere di agire secondo la legge oppure di promulgare leggi nuove per dare forza alle proprie azioni. Come fa notare giustamente Vitalba Azzolini «se ci sono prove concrete di manovre di destabilizzazione sottese ai cortei no-vax, come qualcuno ipotizza, non basta che il Viminale prescriva di spostarle fuori dai centri storici. Serve fare ben altro, com’è ovvio. E comunque servono motivi “comprovati”, dice la Costituzione».

Siamo tutti consapevoli di essere in un momento storico in cui la compressione delle libertà costituzionali sia dettata dalla straordinarietà del momento ma è concesso vigilare su questa graduale compressione (tra l’altro guidata da un governo che sicuramente piace molto alle élite italiane) e discuterne senza essere additati come negazionisti? Giusto ieri il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni scriveva: «Non sono d’accordo. È una decisione pericolosa e gravida di conseguenze. Se si può lavorare, andare al cinema e a una festa, si deve poter manifestare. Magari impedendo a gruppi di fascisti di assaltare la #CGIL. Ma l’idea che i problemi di consenso si risolvano vietando di manifestare è inaccettabile. Anche quando le ragioni delle manifestazioni non ci convincono, o non ci piacciono proprio. Io per esempio sono del tutto in disaccordo con chi va in piazza contro vaccino e green pass. Ma con il pretesto di colpire #NoVax e #NoGreenpass, non si possono  limitare le libertà costituzionali di milioni di cittadini e cittadine di esprimere e manifestare il proprio dissenso. La risposta non è reprimere, ma convincere e vaccinare». 

Infine due questioni semplici semplici. Il centro di una città non è il tempio del commercio, checché ne dicano alcuni: il centro di una città è il centro della vita pubblica, sociale e politica. Deviare una manifestazione per concedere ai commercianti di fare cassa è una decisione che decide di propendere per il soldo rispetto alle proprie idee, anche se queste idee in questo momento non ci piacciono per niente.

Le manifestazioni passano per il centro delle città perché altrimenti non le vedrebbe nessuno e il primo obiettivo di ogni manifestazione è quello di manifestarsi e manifestare le proprie idee. Oggi accade con i no green pass, ma se domani dovesse accadere con lavoratori che hanno perso il proprio stipendio o con una manifestazione contro il razzismo? Quando si limitano i diritti poi prima o poi ne facciamo i conti tutti, anche questo lo scriviamo da anni.

Qualcuno dice che si è presa questa decisione per fermare i violenti. Benissimo. Registriamo che il governo ad oggi non ha sciolto Forza Nuova ma ha sciolto i cortei scegliendo la via più facile esattamente come avviene per il vaccino che si potrebbe (e dovrebbe) avere il coraggio di rendere obbligatorio. Forse vale la pena pensarci.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Sul confine tra Polonia e Bielorussia si sta consumando una guerra contro i migranti

Polonia e Bielorussia si fanno la guerra e le guerre oggi non hanno nemmeno bisogno di armi, bastano i migranti. È dall’inizio dell’estate che la Bielorussia accoglie migliaia di migranti per poi spingerli verso il territorio polacco e dei paesi baltici, con il chiaro obiettivo di mettere in difficoltà quell’Unione Europea che da sempre è avversaria del regime autoritario di Alexander Lukashenko.

Già alcune settimane fa la Polonia aveva denunciato almeno 30mila tentati accessi alle frontiere con la Bielorussia. Alcune testimonianze dei migranti raccontano di viaggi organizzati e addirittura incoraggiati dalle autorità bielorusse che svolgono un vero e proprio ruolo di “scafisti” via terra: il viceministro della Lituania Kęstutis Lančinskas raccontò a Bbc News di avere saputo «che il governo bielorusso stava semplificando le procedure burocratiche per rilasciare visti “turistici” in Iraq».

Per un migrante che vuole arrivare in Europa ottenere il via libera per raggiungere il confine di un Paese europeo significa molto spesso essere a un passo dalla salvezza. Da mesi molte agenzie di viaggio in Iraq (ma anche in nazioni vicine) riescono a ottenere il visto nel giro di pochi giorni e a imbarcare i profughi sugli aerei delle molte compagnie che ha aperto una rotta su Minsk, la capitale bielorussa. Qui (ovviamente con l’aiuto dei trafficanti) l’ultimo passo è quello di superare il confine dove arrivano scortati dalle forze di sicurezza bielorusse con appositi bus e taxi. Allo stato attuale sarebbero almeno 2.000 le persone ammassate vicine al confine polacco (secondo la stima della Commissione Europea, il governo polacco parla di circa 4.000 persone) che si trovano sulla strada dalla bielorussa Bruzgi e la polacca Kuźnica. Si tratta di uomini ma anche famiglie, donne e bambini che stanno all’aperto con temperature vicine allo zero, senza acqua e senza cibo, con i due eserciti che si fronteggiano a pochi metri. L’accesso ai giornalisti è vietato e per ora anche l’ingresso delle associazioni umanitarie è resa molto difficile. Migliaia di persone sono di fronte al filo spinato dove il governo polacco ha schierato 22mila uomini per impedire che attraversino la frontiera. «Siamo pronti a qualsiasi scenario. La nostra priorità è una difesa solida del confine», ha twittato il ministro dell’Interno polacco, Mariusz Kaminski e ha nessuno viene in mente di preoccuparsi dell’incolumità dei migranti. «Né la Bielorussia né la Polonia ci stanno accogliendo», ha raccontato a Bbc News Shwan Kurd, un iracheno di 33 anni che si trova al confine: «Non ci lasciano dormire e siamo affamati, qui non ci sono né acqua né cibo. Ci sono bambini piccoli, anziani e famiglie».

Per abbattere il filo spinato vengono usati tronchi come arieti ma anche utensili che difficilmente i profughi possono essersi portati con loro. Per questo il governo Polacco accusa il governo di Alexander Lukashenko di rifornire alle persone tutto l’occorrente per superare la barriera. Il gioco dall’altra parte è semplicissimo accusando la Polonia di “disumanità” per la sua sospensione di procedura della richiesta d’asilo.

Dietro a tutto questo la Nato ha preso le difese della Polonia mentre la Russia (accusata da molti di essere la mente del progetto di pressione sui confini europei) ha preso le parti di Lukashenko. La tensione è altissima e basta pochissimo (un colpo sbagliato) per accendere un incendio che provocherebbe un’enorme crisi internazionale. Il fatto che la Polonia poi appoggi tutta la propria credibilità internazionale in un sovranismo dal pugno di ferro rende inevitabilmente tutto più difficile. La Polonia ovviamente ha tutto l’interesse a ingigantire il problema.

Matteo Villa dell’Ispi osserva in un’intervista a Adnkronos che «le autorità polacche a ottobre hanno detto che ci sono stati tra i 15mila e i 30mila tentativi di attraversare frontiera, ma hanno contato le stesse persone che più volte hanno provato a superare il confine». Secondo Villa la Polonia gioca per «ottenere lo sblocco dei fondi del suo Pnrr e, allo stesso tempo, spingere Bruxelles – su impulso tedesco – a chiudere un occhio sulla questione dello stato di diritto e distogliere l’attenzione dalle proteste interne per la legge sull’aborto». E in effetti anche questo è un ulteriore tassello di una crisi internazionale che sarebbe troppo banale vedere come un semplice affare di qualche migliaio di persone da ricollocare. L’Europa raccomanda la calma ma servirà molto di più per sbloccare la situazione.

L’articolo Sul confine tra Polonia e Bielorussia si sta consumando una guerra contro i migranti proviene da Il Riformista.

Fonte

La trappola dell’uomo forte

Draghi al Quirinale e de facto anche a Palazzo Chigi tramite un fiduciario. La provocazione “semipresidenzialista” del leghista Giorgetti sembra buttata lì ma rientra nel disfacimento della democrazia parlamentare. E il silenzio che si è creato intorno indica che la soluzione non dispiace

Non potendo cambiare la Costituzione la calpestano. Intorno l’aria da taumaturgo indispensabile (cavalcata con astuzia e mestiere da Mario Draghi che continua a guidare l’esecutivo con l’aria di quello che partecipa alla riunione del consiglio di amministrazione) fa tutto il resto. L’ultimo in ordine di tempo è il ministro Giancarlo Giorgetti (un ministro che non parla mai della sua delega ma in compenso si spende tutti i giorni sui giornali per avventurarsi negli scenari futuri) che propone un semipresidenzialismo de facto spostando Draghi al Quirinale da Palazzo Chigi (dove andrebbe bene una qualsiasi sua emanazione assolutamente ininfluente) e continuando ad attribuirgli tutti i poteri di un presidente del Consiglio ammantato da presidente della Repubblica. La provocazione di Giorgetti tra l’altro diventa utilissima anche per continuare a bombardare il suo segretario Salvini stritolato nella scomoda posizione di chi non può tradire il governo Draghi ma non può nemmeno lasciare il campo dell’opposizione libero e disabitato a Giorgia Meloni.

Ma la frase di Giorgetti si inserisce in un lento disfacimento del parlamentarismo che ha…

L’editoriale è tratto da Left del 12-18 novembre 2021

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SOMMARIO

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Serviva il Consiglio di Stato?

No alle proroghe automatiche e generalizzate (e ai privilegi) delle concessioni balneari. Lo hanno stabilito i giudici. E ora la politica deve decidere cosa fare

Dove non arriva la politica arrivano i tribunali e non è mai una buona notizia per chi alla politica si ostina a crederci ancora e soprattutto per tutti quelli che la sfiducia nella politica la dimostrano in maniera crescente a ogni tornata elettorale.

Nel 2009 l’Europa aveva bacchettato l’Italia per le spiagge praticamente regalate ai gestori di stabilimenti balneari che sono diventati una delle tante caste intoccabili in Italia, bravi a fare imprenditoria con un canone irrisorio (nel 70% dei casi meno di 2.500 euro all’anno) e prezzi alle stelle. Le vacanze italiane costano 400 euro al giorno per un ombrellone e un lettino all’Hotel Romazzino di Porto Cervo mentre tutte le 59 concessioni del comune di Arzachena in Costa Smeralda portano nelle casse dello Stato 19mila euro all’anno. Non è mica difficile fare impresa così, se ci pensate bene, ottenendo un bene pubblico a un prezzo irrisorio e rivendendolo come pregiatissimo bene privato.

Qualche giorno fa il governo (dei migliori) aveva preferito decidere di non decidere (com’è nelle corde dei governi che si preoccupano innanzitutto di non scontentare nessuno) prendendosi anche il richiamo della Commissione europea che aveva spiegato che «è una prerogativa italiana decidere come procedere sulla riforma» e che è «importante che le autorità italiane mettano rapidamente in conformità la loro legislazione, e le loro pratiche relative alle attribuzioni delle concessioni balneari, con il diritto europeo e la giurisprudenza della Corte di Giustizia».

Del resto proprio Draghi a giugno aveva promesso a Von der Leyen di mettere mano alla questione. Promessa non mantenuta. Ora il Consiglio di Stato ha affermato che la perdurante assenza (nonostante i ripetuti annunci di un intervento legislativo di riforma, mai però attuato) di un’organica disciplina nazionale delle concessioni demaniali marittime genera una situazione di grave contrarietà con le regole a tutela della concorrenza imposte dal diritto dell’Ue, perché consente proroghe automatiche e generalizzate delle attuali concessioni (l’ultima, peraltro, della durata abnorme, sino al 31 dicembre 2033), così impedendo a chiunque voglia entrare nel settore di farlo. Secondo il Consiglio di Stato – si legge in un comunicato – il confronto concorrenziale, oltre a essere imposto dal diritto Ue, «è estremamente prezioso per garantire ai cittadini una gestione del patrimonio nazionale costiero e una correlata offerta di servizi pubblici più efficiente e di migliore qualità e sicurezza, potendo contribuire in misura significativa alla crescita economica e, soprattutto, alla ripresa degli investimenti di cui il Paese necessita».

Ora tocca fare politica. A Draghi toccherà fare i conti con Salvini (del resto è troppo comodo tenersi al governo qualcuno che si fa finta di incrociare per caso) e finalmente si scoprono le carte. Nei partiti non è difficile prevedere chi sta dalla parte del mantenimento del privilegio e chi no. Quale sarà la sintesi del governo invece sarà una fotografia finalmente politica di chi caracolla sperando di fare i conti senza dover perdere troppe scomode decisioni. Attendiamo.

Buon giovedì.

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Un ex premier voleva pilotare i tg, ma siccome si tratta di Renzi e non di Berlusconi nessuno si indigna

Una valanga di ipocrita indignazione per la presunta pubblicazione del presunto conto corrente di Matteo Renzi da parte de Il Fatto Quotidiano qualche giorno fa. Come al solito i lamenti sono inesatti (nella migliore delle ipotesi) se non addirittura strumentalmente falsi (se si vuole presumere una certa malafede dei garantisti pelosi): quello pubblicato non era “il conto corrente” ma semplicemente i finanziamenti presi dal senatore Matteo Renzi. Del resto lo stesso Renzi (quando si fingeva a favore della trasparenza perché non aveva ancora il privilegio di poter essere un antipatico ben pagato) sventolava il suo conto corrente con 15mila euro di saldo dicendo che qualsiasi politico con più denaro sul conto corrente non sarebbe stato credibile.

Presto fatto: in due anni Renzi di milioni ne ha incassati 2,6 anche da Stati stranieri. Niente. Gli strenui difensori dicono che sono fatti privati e che questa deriva potrebbe rendere pubblici gli estratti conto di tutti noi. Peccato che i movimenti bancari invece stiano nella carte depositate (e non segrete) di un’indagine in corso.

Chissà invece che dicono oggi i pelosi garantisti delle novità (sempre tra le carte dell’inchiesta) che racconta Il Fatto Quotidiano. Chissà se davvero avranno il coraggio di dirci che non c’entri nulla con la politica il fatto che Renzi e la sua combriccola abbiano usato una “Bestia” come quella dell’odiatissimo (e pubblicamente sbertucciato) Luca Morisi per la Lega di Salvini per creare account falsi sui social e per dopare il sentiment. Ai tempi della Lega fu proprio Renzi (e tutti i renziani) a definire “uno schifo” le modalità leghiste. E ora che si dice delle bestioline?

Politicamente rilevante appare anche la richiesta di Renzi di “pretendere una figura di raccordo tra noi e Andrea Salerno – scrive così Renzi a proposito del direttore di La7 – e conoscere le scalette”. Si potrebbe discutere ore dell’opportunità che un politico si senta in diritto di “pretendere di indirizzare alcuni contenuti” (e qui Renzi si supera buttando giù addirittura una linea editoriale che parte dal “superstipendio di Grasso”, una “fuga di Di Maio dalla società di Brescia sul Jobs Act” e un “marocchino che fa il volontario sulle ambulanze cacciato dal segretario della Lega di Vercelli”). Poi c’è il solito Renzi: quello che dice ai suoi di “montare polemiche su ogni cosa” (ma come? Proprio lui che professa la politica della serietà?), quello preoccupato per il suo scarso appeal sulle 25-44enni e quello che pretende di avere “rubriche fisse” sui quotidiani.

Ora, davvero, non è utile conoscere come intende la politica un ex premier che ancora vorrebbe essere leader? Così, per sapere. Perché l’Italia che (giustamente) trovava pericolose le frequentazioni e i ricatti nel letto di Berlusconi e ora ritiene “privati” i desideri di un ex presidente del Consiglio nell’orientare la stampa è piuttosto incoerente.

Leggi anche: Conte contro Renzi: “Mentre noi ci battevamo per la revoca di Autostrade, il leader di Italia Viva prendeva soldi dai Benetton”

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Sto cercando unə organizzatore/trice teatrale.

Sto cercando unə organizzatore/trice teatrale.

Non sto qui a spiegare perché la vita ti porta ad allontanarti da qualcosa che ritenevi imprescindibile fino a un minuto prima. Accade così.

Poi succede anche che ritrovi la voglia, l’ispirazione e l’energia per decidere di andarti a riprendere quel filo e ti scoppia il cuore.Cerco qualcunə che ami i palchi, le storie e che creda nella parola.

La collaborazione si svolge in autonomia e da casa propria.

C’è solo un piccolo scoglio: tocca avere a che fare con me.

Per candidature inviate tutto a spettacoli@giuliocavalli.net

I nuovi proiettili sono i profughi

I quattromila migranti disperati che si trovano bloccati al confine tra Bielorussia e Polonia sono usati come armi da fazioni in guerra tra loro. La loro disumanizzazione è ormai completata

A cosa servono le armi quando la guerra la puoi fare con i disperati?

Al confine tra Bielorussia e Polonia quattromila migranti disperati si trovano nel limbo di due Stati e due eserciti che si fronteggiano. Sono le bombe che non hanno bisogno di essere armate e nemmeno di esplodere del dittatore Alexander Lukashenko che li usa per esercitare pressione sull’Europa per le sanzioni adottate dall’Ue contro il Paese e allo stesso tempo sono le armi anche del governo polacco che ha schierato 22mila uomini per impedire che attraversino la frontiera. Poco dietro la Germania osserva piuttosto spaventata.

Sullo sfondo la Nato difende la Polonia e la Russia difende il regime bielorusso. L’altro ieri al checkpoint di Kuznica è arrivato un fiume di uomini, donne e bambini che camminavano in fila verso il confine «scortati» dalla polizia di frontiera bielorussa spingendoli ad abbattere le barriere. Sono scene apocalittiche: la polizia polacca spara proiettili e fumogeni per disperdere i migranti, qualcuno usa i tronchi come arieti contro il filo spinato, alcuni cittadini polacchi accendono luci verdi in casa per segnalare la propria disponibilità ad accogliere. In tutto questo ovviamente la Polonia prova a fare di tutto per non coinvolgere Bruxelles poiché non sarebbe facile poi giustificare la “perdita di sovranità” per un governo che si basa tutto sulla forza del suo sovranismo.

In una lettera indirizzata al Consiglio d’Europa e al Parlamento europeo le premio Nobel per la letteratura Svjatlana Aleksievic, Elfriede Jelinek, Herta Müller e Olga Tokarczuk denunciano la «catastrofe umanitaria» che si consuma ogni giorno al confine.

La disumanizzazione ormai è completata: i migranti sono stati usati come letame per concimare voti, sono stati usati come carne per chiedere soldi all’Europa, sono stati usati come diavoli per invocare sicurezza, sono corpi che riempiono il Mediterraneo e ora sono i proiettili di una guerra che usa persone al posto dei proiettili.

Ogni giorno pensiamo di avere toccato il fondo e il giorno dopo cominciamo a scavare.

Buon mercoledì.

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L’ipocrisia dell’Europa che commemora la caduta del muro di Berlino mentre schiaccia i migranti tra barriere e confini

Belli questi festeggiamenti per la caduta del muro di Berlino, con tutta questa ficcante retorica del mondo senza muri, sulla libertà, sul diritto delle persone di spostarsi e tutto il resto. La cosa più bella, lasciatemelo dire, è che questa iliade sul muro di Berlino arriva dagli stessi che raccontano la favola della globalizzazione come liberazione delle persone, sono quelli convinti che siano gli anni che passano a sancire la modernità del mondo e dei comportamenti.

Che pena sentire l’Europa dare lezione sulla caduta di un muro mentre negli anni novanta in Europa venivano costruiti mille chilometri di muri, un’Europa che all’epoca della caduta del muro a Berlino di muri ne aveva 2 in tutto e ora se ne ritrova 15. Un’Europa che su 28 Stati membri dell’Unione me ha ben 10 con muri sul proprio territorio.

Chissà perché non dovrebbero essere proprio questi giorni di memoria per ricordare quel muro di 4 metri in altezza che separa la Grecia dalla Turchia per lasciare fuori i disperati. A proposito di divisioni (e tutti quelli che contriti per la Berlino divisa in due) chissà se qualcuno sa della barriera che divide Cipro tra la sua parte greca e la sua parte turca, con quei 180 chilometri che ancora separano la capitale con sacchi di sabbia e filo spinato.

A proposito di diritti e di libertà, la barriera che divide la Bulgaria dalla Turchia? Una rete di filo spinato lunga 200 chilometri, presidiata da militari e guardie di frontiera. Il governo bulgaro ha costruito la recinzione per contenere l’entrata di profughi che tentano di raggiungere l’Europa attraversando la Turchia e siccome la Storia è talvolta è una pessima insegnante la barriera ricalca quella che aveva lo scopo di non lasciare che i cittadini dell’Unione Sovietica fuggissero verso Occidente.

C’è filo spinato anche tra Ungheria e Serbia, 200 km per 3 metri in altezza per lasciare fuori i profughi della rotta balcanica. Nel 2015 Budapest ha anche iniziato a costruire una barriera fra Ungheria, Serbia e Croazia. Nel 2017 hanno anche richiesto soldi all’Europa perché, dissero, le barriere edificate “difendono tutta l’Unione dalle ondate di migranti”, per cui è giusto che la comunità europea “paghi la sua parte”.

Muro anche tra Austria e Slovenia, sempre per lasciare fuori i disperati della rotta balcanica. L’Austria durante la costruzione ci ha raccontato che “si tratta di assicurare un ingresso ordinato e controllato nel nostro Paese, non di chiudere la frontiera” e i loro amici sloveni hanno fatto sapere che se serviranno costruiranno altri muri.

Nel 2016 è stata eretta una barriera alta 4 metri e lunga 200 tra Norvegia e Russia, costruita per evitare passaggi illegali, come li chiamano loro, che significa non avere a che fare con i poveri e con i disperati. Nel 2017 sono state costruite recinzioni fra le Repubbliche baltiche e la Russia. La Lituania ha costruito una barriera contro Russia e Bielorussia. La Lettonia sta ancora costruendo un muro che la protegga da Mosca.

Oppure la vergogna di Calais, in Francia: un muro di 4 metri è stato eretto per bloccare i migranti che tentano di raggiungere la Gran Bretagna passando attraverso il tunnel che scorre sotto La Manica o entrando nei camion che si imbarcano al porto.

Poi c’è il muro che non ha avuto nemmeno bisogno di mattoni: il mar Mediterraneo. Lì non si trovano nemmeno corpi impigliati perché se li ingoia l’acqua.

Intanto in Libia migliaia di migranti dormono per strada a Tripoli senza cibo, senza acqua, senza cure mediche e senza futuro. Due sono morti investiti da auto di passaggio di notte, uno è stato accoltellato l’altro ieri.

Ci si aspetterebbe almeno un po’ di ritegno, in mezzo a tutto questo rituale, di fronte alle immagini delle persone spostate come mandrie e randellate come bestie mentre Polonia e Bielorussa usano esseri umani come proiettili. Mentre anche quei confini vengono utilizzati come un implico diritto al muro.

Facciamo così. Commemorate il muro di Berlino con le fanfare e i discorsi ma almeno abbiate la dignità di non venirci a raccontare di essere usciti dall’incubo. L’Europa ha trasformato i confini in muri e li ha appaltati ai criminali. Commemorate ma non consideratevi assolti.

L’articolo originale scritto per TPI è qui